QUEI RAGAZZI THAILANDESI INTRAPPOLATI E SALVATI

“Tutti i ragazzi della squadra dei Cinghiali per più di due settimane prigioniera nella grotta di Mae Sai e il loro allenatore sono liberi: lo hanno annunciato i Navy Seals thailandesi. Il gruppo ha passato più di due settimane nelle viscere della montagna ed è stato liberato grazie a un’operazione internazionale senza precedenti. “Non sappiamo se è stata scienza o un miracolo: ma sono tutti fuori!” hanno scritto i Navy Seals sulle loro pagine Facebook e Twitter” (Repubblica)

No? Davvero davvero non lo sapete grazie a che cosa li avete salvati? Vabbè, ve lo dico io, anzi, ve lo faccio dire da Fabiana Magrì, con questo articolo del 6 luglio.

Le operazioni di salvataggio dei dodici ragazzi thailandesi prigionieri con il loro allenatore nella grotta di Tham Luang tengono il mondo con il fiato sospeso. Le immagini del ritrovamento del gruppo, dieci giorni dopo la scomparsa nei meandri della grotta, e la trasmissione della conversazione tra i primi due soccorritori e l’allenatore, rimbalzate poi in tutto il mondo, sono state il primo di una serie di miracoli che – si spera – porterà ad archiviare la vicenda come un’orribile disavventura finita per il meglio grazie alla forza di volontà e alla tecnologia. Perché senza tecnologie all’avanguardia, le comunicazioni tra esterno e interno di quella grotta non sarebbero possibili.
Un’azienda israeliana, MaxTech Networks, ha sviluppato un sistema di apparecchi smart in grado di comunicare tra loro anche in situazioni estreme e in assenza di segnale. Dopo poche ore dalla notizia della scomparsa dei ragazzi, Moshe Askenazi, agente di base in Thailandia per conto dell’azienda, ha avvisato la casa madre in Israele che ha subito mandato una squadra di tecnici equipaggiati con le radio mobili Max mesh. «Si tratta di un dispositivo resiliente», ha spiegato ai media Uzi Hanuni, fondatore di MaxTech Networks «che all’apparenza sembra un normale walkie talkie. In realtà al suo interno c’è un sofisticato algoritmo, risultato di dieci anni di ricerca e sviluppo, frutto del lavoro di venti ingegneri».
Se la tecnologia è “smart”, ancora di più lo è, nella sua semplicità, l’idea alla base. Gli apparecchi funzionano tra loro come anelli di una catena. Ogni dispositivo crea un ponte con il successivo, fino a consentire una trasmissione continua di dati, immagini e voce tra il primo e l’ultimo elemento della staffetta. «In situazioni come quella in cui stiamo intervenendo in Thailandia e in generale in circostanze di catastrofi naturali», continua Hanuni, «le comunicazioni, per come le conosciamo oggi, collassano. Qualsiasi squadra di soccorso al mondo può beneficiare di uno strumento come Max mesh», il cui sistema si adatta automaticamente alle diverse condizioni di rete, ai gradi di mobilità e alle condizioni ambientali, creando un’infrastruttura virtuale. Intanto, nelle ultime ore, è arrivata la notizia che Saman Kunan, 38 anni, ex Navy Seal in congedo che si era unito volontariamente alla squadra dei soccorritori, è morto per la mancanza di ossigeno lungo il percorso. Le condizioni per il salvataggio sono davvero estreme.
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Possiamo anche chiamarlo miracolo, se vogliamo, ma è un miracolo della tecnica, dell’inventiva e della generosità israeliana.

barbara

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  1. Ma…. sbaglio… mi sarà sfuggito… o NESSUNO DEI NOTI SOLONI – quelli che da millenni tacciano regolarmente Israele di crimini di guerra – distribuiti ovunque sul globo terracqueo NE HA PARLATO? E poi sarei io quello che soffre di atavica mania, di atavico complesso di persecuzione, vero?

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    • Ho fatto la sola cosa che potevo fare: ho condiviso la notizia in un post su fb: l’
      hanno vista in due.. è disperante.
      Del resto, come renderla più visibile, affinché anche quelli di “cattiva volontà” siano costretti a prenderne atto e a riconoscerlo esplicitamente? Utopia..

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  2. Mi risulta che ne abbiano parlato solo su La Stampa (almeno quella online).
    Quanto a tutto quello che e’ successo – oltre alla fondamentale tecnologia israeliana – e’ per me anche un miracolo anche di forza di volonta’ – dei soccorritori e dei bambini. Soccorritori che hanno messo in pericolo se stessi (come si e’ visto dalla morte di uno di loro) per salvare tutti.
    Solo non ho capito come li hanno rintracciati al primo momento – quando da quello che mi risulta non avevano ancora gli apparecchi israeliani.

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    • Infatti il pezzo che ho postato è stato pubblicato sulla Stampa e ripreso poi dal bollettino della comunità ebraica di Milano. A quanto ho capito, all’inizio non erano stati affatto localizzati, lo sono stati solo quando sono entrati in funzione quegli aggeggi, cosa che comunque mi sembra sia stata fatta abbastanza in fretta.
      Poi sì, certo, si sono davvero impegnati tutti al massimo e anche oltre il massimo.

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      • Ma perche’ potessero usare quegli apparecchi, non era prima necessario fargliene avere uno, e quindi rintracciarli? Come dire, e’ nato prima l’uovo o la gallina? A meno che non si siano addentrati alla cieca fino a trovarli.

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      • Ho letto adesso in un articolo su Ynet che sono stati trovati da due sub britannici 1 settimana e mezzo dopo la scomparsa. Evidentemente allora gli sono stati forniti gli apparecchi che hanno consentito il contatto con il mondo esterno.

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