L’IMPLACABILE GHIGLIOTTINA DEL METOO

Se spesso hanno effetti tanto catastrofici le crociate partite con le migliori intenzioni, figuriamoci quando partono dalle intenzioni più meschine e abbiette.

Non capita spesso che un hashtag si trasformi in una rivoluzione ma, come ogni rivoluzione, capita invece spesso che questa finisca per consumare se stessa. Pochi giorni fa il #MeToo ha affossato la carriera di una grande icona di sinistra, Ronald Sullivan, il primo professore di colore decano di facoltà a Harvard, ex braccio destro del senatore Barack Obama sulla giustizia penale, difensore di casi mediatici eclatanti di ingiustizia razziale come a Ferguson nel Missouri, cui è appena costato il posto da decano alla prestigiosa università americana per aver difeso in aula proprio lui, il primo imputato del #MeToo, Harvey Weinstein. “Nemico del #MeToo”, avevano scandito gli studenti alla volta di Sullivan, il cui caso arriva pochi mesi dopo quello di Roland G. Fryer, il più giovane economista di colore di ruolo a Harvard, travolto dalle accuse di sexual harassment. Sull’Atlantic di questa settimana Tom Nichols, autore del bel libro “La conoscenza e i suoi nemici” (Luiss University Press), scrive che questo fanatismo settario gli ricorda gli eccessi della Rivoluzione culturale in Cina. Perché ogni rivoluzione finisce per divorare i propri figli. Così è stato per la Rivoluzione d’ottobre, con la pletora di funzionari e di idealisti comunisti gettati nel Gulag, e la Rivoluzione culturale cinese, terminata con la distruzione dei quadri zelanti che l’avevano iniziata.
Il #MeToo è diventato un meccanismo di repressione in cui non è ammessa cautela o ammenda, dubbio o distinguo, e che ha finito per travolgere coloro che ne avevano alimentato le basi culturali. Mark Halperin, icona della Nbc, ha appena ripreso a tuittare. Charlie Rose mangia da solo al ristorante dove un tempo era una stella. La Hollywood del Big Entertainment, i celebrity chef come Mario Batali ora disgraced, il mondo della stand up comedy dei vari Aziz Ansari, i fotografi del super fashion come Terry Richardson e Bruce Weber, l’industria dei cartoni animati di John Lasseter e il Big Money, il silicio 2.0 con i tanti amministratori delegati sotto accusa.
Ma anche il Big Media e con esso il mondo dei grandi editori, come Hamilton Fish di New Republic. E la grande direzione d’orchestra, puro sound of music newyorchese. Prima il grande direttore d’orchestra James Levine ha concluso la sua carriera al Metropolitan di New York, dopo che tre uomini lo hanno accusato di molestie. Poi c’è stato il caso della leggenda del New York City Ballet, Peter Martins, abbattuto da accuse retrodatate come spesso accade nel #MeToo (poi decadute dopo un’inchiesta interna durata due mesi, ma il danno era fatto).
Infine, il musicista svizzero Charles Dutoit, rimosso dalle orchestre sinfoniche di San Francisco e Boston e dalla Canadian Broadcasting Corporation, la radio pubblica canadese famosa in tutto il mondo per le sue trasmissioni di musica classica, che ha deciso di continuare a trasmettere le registrazioni di Dutoit, ma senza più nominare il maiale di maestro. Dopo essere stato scagionato dalle accuse lo scorso dicembre, Dutoit è finito a dirigere orchestre in Francia e in Russia, un esito simile all’autoesilio europeo di Woody Allen, rimasto senza editore e senza Amazon.
Capita che il #MeToo distrugga il senatore Al Franken, accanito promotore di buone legislazioni femministe, e una femminista “cattiva” come Camille Paglia, da settimane al centro di un caso allo University of the Arts di Philadelphia, dove insegna da trent’anni e dove ora una fazione di professori e studenti censori vorrebbe licenziarla, sempre in nome del #MeToo, che Paglia avversa. “Camille Paglia dovrebbe essere rimossa dalla facoltà e sostituita da una persona gay di colore”, dichiara una petizione online.
“E’ forse la dimostrazione più letterale di come la rivoluzione consuma se stessa, come è stato detto per la prima volta durante il terrore rivoluzionario francese”, ha scritto Melanie Phillips sul Times.
Margaret Atwood, la più importante scrittrice canadese e autrice di “Handmaid’s Tale”, il romanzo distopico su un futuro in cui le donne fertili sono assegnate come schiave sessuali e diventato simbolo del #MeToo, ha accostato l’attuale clima da #MeToo alle “purghe di Stalin in Urss, le Guardie rosse in Cina, il regno dei generali in Argentina e gli inizi della Rivoluzione iraniana”. Queste cose, scriveva Atwood, “sono sempre fatte con lo scopo di inaugurare un mondo migliore. A volte sono usate come scusa per nuove forme di oppressione”.
Il #MeToo si è rivelato una gigantesca purga di liberal che Donald Trump neanche si potrebbe sognare. Non si fa in tempo a tenere la conta dei nomi che se ne aggiungono di nuovi in questo falò delle vanità.
II corrispondente del New York Times dalla Casa Bianca, Glenn Thrush, aveva appena finito di scrivere una lettera sulla sua pagina Facebook, incoraggiando i giornalisti maschi a difendere le donne, che il post gli si è ritorto contro e una serie di giornaliste lo hanno accusato.
La francese Catherine Deneuve lo aveva detto, #MeToo è diventato un cult, una setta, non un movimento di difesa delle donne abusate, ma una faida.
Leon Wieseltier, leggendario editor letterario di New Republic che si preparava a lanciare una nuova rivista, è stato accusato di avances inappropriate, baci non richiesti e osservazioni un po’ crude. Mentre le accuse ancora dovevano venire alla luce, Laurene Powell Jobs, la filantropa della Emerson Collective pronta a finanziare la nuova rivista di Wieseltier, ha deciso di staccargli la spina. E anche la Brookings Institution lo ha messo alla porta. Da due anni, Wieseltier è “non persona”. Il suo nome è appena riapparso sotto forma di blurb per un libro sulla storia ebraica, è stato “avvistato” mentre assisteva a un evento letterario a Washington e ha scritto un editoriale su Israele per Bloomberg.
Ha perso il lavoro come direttore della New York Review of Books l’anglo-olandese Ian Buruma, reo di aver pubblicato un articolo critico sugli effetti del #MeToo. Proprio Buruma, il darling dei ceti colti liberal urbani di qua e di là dall’oceano che hanno perorato il #MeToo, “professore di diritti umani” al Bard College, global thinker. Ha perso il posto un altro direttore di giornale, Lorin Stein, che dirigeva la Paris Review, da sessant’anni un faro del gusto letterario internazionale, un giornale che aveva lanciato le carriere di scrittori come Rick Moody, Jack Kerouac, Philip Roth e Adrienne Rich. “A volte in passato, ho offuscato il personale in modi che erano, ora riconosco, irrispettosi dei miei colleghi e dei nostri collaboratori, e questo li ha fatti sentire a disagio”, ha scritto Stein in una lettera alla redazione. La sua colpa è essere stato “occasionalmente coinvolto in comportamenti sessuali in ufficio”, ma ha detto che in tutti i casi, “il contatto sessuale era consensuale” e che sono avvenuti quando era ancora single. Stein, noto come il “paladino di nuovi talenti” letterari, ha inoltre rassegnato le dimissioni dalla sua posizione nella grande casa editrice Farrar, Straus e Giroux.
Il caso del direttore della Paris Review ha messo sotto i riflettori i famosi cocktailparty letterari, un altro classico come i concerti della vita culturale newyorchese. E’ caduto anche un altro cacciatore di talenti letterari, David Guillod dell’agenzia Primary Wave Entertainment. E’ saltata la poltrona di Garrison Keillor, il fondatore della Minnesota Public Radio, che adesso può essere visto esibirsi in un nightclub di musica jazz, il Crooners, alla periferia nord di Minneapolis. La radio aveva cancellato anche tutto l’archivio online di Keillor e il giornalista ha ottenuto che fosse rimesso su Internet.
Tutto qui. Damnatio memoriae per un’altra voce storica della radio newyorchese WNYC, Leonard Lopate, reo di qualche battuta sulle colleghe formose. Il mondo radiofonico americano è stato scosso nel profondo. Come con il caso di Michael Oreskes, direttore della National Public Radio. John Hockenberry, la voce della radio pubblica americana, ha avuto la “colpa” di mandare e-mail un po’ spinte a una collega. “Ho affrontato la rabbia implacabile di colleghi, il loro silenzio di pietra e, a mio avviso, codardo”, ha scritto Hockenberry su Harper’s. “Per quasi un anno ho vissuto da paria affrontando un silenzio glaciale o una aperta ostilità. Ho visto svanire presunti amici. Ho ascoltato colleghi, avvocati e professionisti di pubbliche relazioni dirmi che non sono assumibile. `Non sei più una persona, sei un archetipo’, mi ha detto un amico. `Sei coinvolto nella correzione di questa rivoluzione’, mi ha detto un’amica. Nell’ultimo anno ho trovato impossibile fare incontri di lavoro. Anche le proposte di lavoro sotto falso nome o anonimato sono state rifiutate. Per un certo periodo, l’unica occupazione che ho potuto contemplare era in una e-mail in cui si cercavano persone disabili per i negozi Walmart nello Utah e in Georgia”.
Ryan Lizza è stato licenziato dal New Yorker e poi dalla Cnn. L’accusa è di “condotta sessuale scorretta”. La Cnn lo ha reinserito, ma le sue lezioni alla Georgetown University sono saltate. Il sito Vox ha licenziato il direttore Lockhart Steele per “condotta inappropriata”. Ha subìto una clamorosa battuta d’arresto la carriera del giornalista politico Mark Halperin, dopo che sulla Cnn è stato accusato da alcune donne. La Nbc News lo ha sospeso, poi Hbo ha annunciato che non avrebbe più proseguito con una miniserie pianificata sulle elezioni presidenziali e basata su un libro di Halperin. Anche Msnbc ha rescisso il contratto di Halperin con la rete. Dall’inizio del 2019, Halperin ha ripreso a tuittare senza nuocere a nessuno, a metà aprile ha lanciato un nuovo blog politico e ora lavora con una associazione di ex carcerati.
Simile la vicenda di Matt Lauer, la star della Nbc caduta in disgrazia, e del direttore di riviste come National Enquirer e Us Weekly, Dylan Howard, che si è licenziato. #MeToo ha travolto la famosa rivista d’arte ArtForum, con il suo storico editore Knight Landesman che si è dimesso sulla scia delle accuse di cattiva condotta sessuale.
Si è dimesso anche il direttore della rivista, Michelle Kuo, in risposta alla gestione dell’affare.
E’ finito malissimo Stephen Henderson, il premio Pulitzer columnist del Detroit Free Press scelto come giornalista afroamericano dell’anno, dopo le accuse di comportamento inappropriato da parte di alcune sue colleghe. Henderson si è scusato, ma ha detto che era coinvolto solo in “conversazioni a sfondo sessuale”. Ma più che sufficienti.
Poi è stata la volta dello sceneggiatore premio Oscar di “Trash”, Paul Haggis. E’ letteralmente scomparso lo sceneggiatore Max Landis. William Jacoby si è dimesso nel frattempo da direttore della celebre rivista di politologia American Journal of Political Science dopo le accuse di due colleghe.
Travolta anche l’insospettabile Avital Ronell, la celebre filosofa femminista, docente di Letteratura comparata alla New York University, dove è stata accusata di molestie sessuali da uno studente, Nimrod Reitman. Per la Ronell si erano schierati tanti blasoni accademici, da Judith Butler a Slavoj Zizek, i maestri del postmoderno più postmoderno che ci sia. Ronell è stata dichiarata colpevole di molestie da parte della commissione accademica e l’università l’ha sospesa per un anno. Per lei si era battuto da Strasburgo anche Jean Luc Nancy, uno dei padri del decostruzionismo. Alla fine anche la paladina del #MeToo è stata decostruita e metooizzata. Ma è di pochi giorni fa l’annuncio che Ronell tornerà in autunno a insegnare. Donna, di sinistra e femminista militante, per lei è valsa un po’ di presunzione di innocenza (anche ideologica) in più.
Sono stati licenziati in tronco invece due editor del New York Daily News, Rob Moore e Alexander “Doc” Jones. Poca cosa, certo, rispetto alla fine che ha fatto Charlie Rose, uno degli anchorman più famosi d’America, cacciato in tronco dalla Cbs (via anche un altro giornalista della rete, Steve Chaggaris). Hollywood Reporter è andato a vedere che fine ha fatto Rose dopo essere caduto in disgrazia. “Rose una volta trasudava `l’atmosfera socialista della vecchia scuola di New York’, dice un dirigente dei media che lo conosce da un decennio, aggiungendo: `Quando Charlie va da Michael’s, gli ci volevano dieci minuti per arrivare al suo tavolo perché la gente andava da lui”. Oggi, quando Rose entra in quel noto ristorante newyorchese “si dirige verso il tavolo da solo e completa la cena da solo in meno di un’ora. Nessuno nel ristorante si avvicina a Rose né sembrò notarlo”.
Per sfuggire a questa dannazione c’è infine chi, come Benny Fredriksson, si è tolto la vita. Era stato accusato senza prove di “cattiva condotta sessuale”. Aveva perso il lavoro come capo del blasonato centro delle arti di Stoccolma, accusato di essere un porco.
Perché in questo gigantesco confessionale non si aspettano i processi né la fine delle inchieste, ci sono soltanto sospetti e delazioni, la cacciata senza perdono dei peccati e poi la dannazione eterna. Lenin diceva che come per fare una frittata si devono rompere delle uova, così per fare una rivoluzione è necessario qualche sacrificio. Questo orrendo backlash, le carriere distrutte di chi ce l’aveva messa tutta per pensare e dire sempre la cosa giusta, nella “logica” del #MeToo sono soltanto uova rotte sulla strada della redenzione rivoluzionaria di genere. La nuova guerra dei sessi.

GIULIO MEOTTI, Il Foglio, 18 maggio 2019

Del resto era già stato abbondantemente dimostrato qui che l’obiettivo non è mai stato quello di ottenere giustizia, neppure secondario, neppure marginale, neppure in ultima istanza, ma unicamente quello di distruggere il maschio. Oltre, beninteso, alle donne che si azzardassero a difendere spudoratamente qualche maschio col ridicolo pretesto che la colpevolezza non sarebbe provata, o che addirittura sarebbe provata l’innocenza, come se potesse esistere un maschio innocente, che razza di assurdità!

P.S.: ma sarà un caso che una decina abbondante di quei cognomi sono sicuramente ebraici, più un altro paio su cui non sono del tutto sicura?

barbara

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