QUANDO IL NON CAMPIONE È IL CAMPIONE PIÙ GRANDE

La storia del judoka iraniano in fuga dal regime degli ayatollah

Il trillo del telefono come punto di non ritorno. Quando Saeid Mollaei ha sentito la suoneria, ha dato uno sguardo al tatami e capito tutto. Quello che era previsto e quello che nessuno si aspettava. Il judoka ha lasciato l’Iran, è un disertore, si dice così, anche se Mollaei è un uomo libero e triste che ha dovuto fare scelte complicate in un pomeriggio impossibile. La sua patria gli ha chiesto di perdere, di evitare la finale dei Mondiali di judo appena finiti in Giappone, perché l’avversario, praticamente certo, sarebbe stato un israeliano. Fino a qui è purtroppo abitudine, ma in questo preciso anno, in teoria, non doveva esserlo. Il 9 maggio la federazione internazionale ha ricevuto una lettera in cui lo sport iraniano si impegnava a rispettare qualsiasi avversario, a non discriminare o condizionare nessun atleta. Un documento preteso dopo decenni di sospetti e una carta a cui Mollaei aveva creduto. Si aspettava di giocarsi il titolo contro Sagi Muki, ma la sua federazione ha dato altre istruzioni: «Esci subito, dopo i preliminari, è la legge. Niente contatti con Israele, non puoi riconoscere il tuo avversario combattendo con lui». Se Mollaei fosse uscito di scena prima ancora di intuire gli incroci del tabellone nessuno avrebbe potuto costruire processi. Invece lui ha combattuto fino ai quarti, sperava di andare così vicino alla finale da obbligare i suoi a fare marcia indietro. Il disegno ormai sarebbe stato chiaro, il sospetto evidente, inutile rischiare sanzioni. Di nuovo Mollaei ha creduto nella logica. Poi è suonato il telefono ed ogni gesto fatto nei minuti successivi portava già alla decisione presa adesso: non tornare, denunciare, raccontare ogni dettaglio di quelle ore di panico, essere così preciso, lucido e coraggioso da costruire un caso. Cambiare la storia. Un judoka allena fisico e onore, sa quando cedere, conosce la via del riscatto. Al telefono c’era l’Iran, qualche funzionario contrariato passato dai consigli alle minacce. Ha risposto l’allenatore e passato le truci consegne: «Sono andati dalla tua famiglia, stanno lì: perdi».
Saeid Mollaei 1
Neanche il tempo di esplicitare lo scenario e degli uomini dell’ambasciata iraniana, senza accrediti, sono arrivati fino all’area atleti del palazzetto. Hanno messo il campione all’angolo, parlato fitto fitto. Poi Mollaei ha consegnato il passaporto al tecnico. A metà tra l’ostaggio e il ribelle, si è giocato i quarti con la testa altrove. Non voleva nemmeno essere sconfitto, semplicemente non c’era più: «Solo il 10 per cento di me era presente». Eliminato. Solo che all’uscita non è rientrato negli spogliatoi, è andato dritto da Marius Vizer, presidente della federazione internazionale judo, a quel punto già allertato. Ha dato informazioni e chiesto protezione. Ha spezzato il circolo e ora chiederà asilo alla Germania, ha una fidanzata tedesca:
Saeid Mollaei 2
«Non cerco elemosina, ho una casa. Voglio solo combattere». Lo sta facendo, il suo primo atto da ex iraniano è stato un messaggio Instagram: «Complimenti campione», postato sulla pagina di Muki, l’israeliano che ha vinto l’oro al Mondiale. Mollaei potrà andare ai Giochi del 2020 solo nella squadra rifugiati, senza bandiera. Il judo ha aperto una procedura disciplinare contro l’Iran che nega le minacce. Ma tutti hanno sentito il telefono squillare a ripetizione, hanno visto gli uomini dell’ambasciata e ascoltato le parole di chi ha costruito, un minuto dopo l’altro, un precedente. Forse al prossimo incrocio il risultato non sarà così scontato.

Giulia Zonca, qui, via Informazione Corretta.

“Un judoka allena fisico e onore”: Saeid Mollaei, judoka vero e campione vero, li ha allenati entrambi, Mohamed Abdelaal, il secondo non sa neppure dove stia di casa. Onore dunque a un vero, grande campione e al suo straordinario coraggio (e complimenti anche a Giulia Zonca per questo bellissimo articolo).

barbara

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