I PREZIOSI AIUTI COMUNISTI CONTRO IL CORONAVIRUS

Cominciamo con le attrezzature.

Coronavirus: La Cina inonda l’Europa di dispositivi medici difettosi

di Soeren Kern
8 aprile 2020

Pezzo in lingua originale inglese: Coronavirus: China Floods Europe With Defective Medical Equipment
Traduzioni di Angelita La Spada

  • In Spagna, il ministero della Salute ha rivelato che 640 mila test rapidi per il coronavirus acquistati da un fornitore cinese si sono rivelati difettosi. Inoltre, un altro milione di test consegnati alla Spagna il 30 marzo e provenienti dalla Cina erano anch’essi difettosi.
  • Il sito d’informazione ceco iRozhlasha riferito che 300 mila kit di test del Covid-19 forniti dalla Cina avevano un tasso di errore dell’80 per cento. Il ministero dell’Interno ceco ha sborsato 2,1 milioni di dollari per l’acquisto dei kit.
  • “La brutale verità è che la Cina sembra infrangere le normali regole di comportamento in ogni ambito di vita – dall’assistenza sanitaria al commercio e dalla manipolazione della valuta alla repressione interna. Da troppo tempo, le nazioni hanno ceduto penosamente alla Cina nella disperata speranza di ottenere accordi commerciali. Ma quando ci libereremo di questa terribile pandemia sarà indispensabile ripensare quella relazione e metterla su una base molto più bilanciata e onesta “. – L’ex leader del Partito conservatore britannico Iain Duncan Smith. Mentre l’epidemia di coronavirus infuria in tutta Europa, un crescente numero di Paesi europei riferisce che milioni di dispositivi medici donati o acquistati dalla Cina per sconfiggere la pandemia di coronavirus sono difettosi e inutilizzabili.

Le rivelazioni stanno alimentando la diffidenza verso lo sforzo di pubbliche relazioni compiuto dal presidente cinese Xi Jinping e dal suo Partito comunista e finalizzato a rappresentare la Cina come la nuova superpotenza umanitaria mondiale.

Il 28 marzo, i Paesi Bassi sono stati costretti a ritirare 1,3 milioni di mascherine prodotte in Cina perché non soddisfacevano gli standard minimi di sicurezza per il personale sanitario. Le cosiddette maschere che hanno una certificazione KN95 sono un’alternativa cinese più economica alla mascherina americana certificata con il bollino N95, che attualmente scarseggia in tutto il mondo [e adesso ne conosciamo anche il motivo]. La KN95 non si adatta perfettamente al viso come la N95, col rischio di esporre il personale sanitario al coronavirus.

Più di 500 mila mascherine KN95 erano già state distribuite negli ospedali olandesi prima che venissero ritirate. “Quando le mascherine sono state consegnate al nostro ospedale, le ho immediatamente respinte”, ha dichiarato un dipendente dell’ospedale all’emittente pubblica olandese NOS. “Se quelle maschere non vengono sigillate correttamente, le particelle di virus possono tranquillamente passare. Non possiamo utilizzarle. Non sono sicure per la nostra popolazione”.

In una dichiarazione scritta, il ministero della Salute olandese ha spiegato:

“Una prima spedizione da parte di un fornitore cinese è stata parzialmente consegnata sabato scorso. Si tratta di mascherine con un certificato di qualità KN95. Durante un’ispezione, questa spedizione non è risultata conforme ai nostri standard di qualità. Parte di questa spedizione era già stata consegnata agli operatori sanitari: il resto del carico è stato immediatamente trattenuto e non ulteriormente distribuito.

“Un secondo controllo ha altresì dimostrato che le mascherine non soddisfacevano il nostro standard di qualità. Ora è stato deciso che l’intera spedizione non verrà utilizzata. Le nuove spedizioni saranno sottoposte a ulteriori controlli”.

Il 17 marzo, il quotidiano olandese NRC Handelsblad ha riportato che i Paesi Bassi avevano una scorta di mascherine sufficiente per qualche giorno: “Ogni speranza è ora riposta nell’aereo da carico che arriverà dalla Cina mercoledì”. La scadente qualità di questi dispositivi medici consegnati dalla Cina ha fortemente danneggiato i Paesi Bassi. Un portavoce di un ospedale della città olandese di Eindhoven ha dichiarato che i fornitori cinesi stanno vendendo “molta spazzatura (…) a prezzi elevati”.

Intanto, in Spagna, il 26 marzo, il ministero della Salute ha rivelato che 640 mila test rapidi per il coronavirus acquistati da un fornitore cinese si sono rivelati difettosi e inaffidabili. I test, prodotti dalla Shenzhen Bioeasy Biotechnology Company, con sede nella provincia di Guangdong, hanno una sensibilità inferiore al 30 per cento.

Il 2 aprile, il quotidiano spagnolo El Mundo ha riferito di essere in possesso di documenti trapelati che dimostravano che la Bioeasy aveva mentito al governo spagnolo sull’accuratezza dei test diagnostici. La Bioeasy aveva dichiarato per iscritto che i suoi test avevano un tasso di accuratezza del 92 per cento.

Sempre il 2 aprile, il governo spagnolo ha rivelato che un altro milione di test consegnati alla Spagna il 30 marzo e provenienti dalla Cina erano anch’essi difettosi. I test sembravano richiedere tra i cinque e i sei giorni per rilevare se un paziente sia positivo al Covid-19 ed erano quindi inutili per diagnosticare la malattia in modo tempestivo.

Il 25 marzo, il governo spagnolo ha annunciato di aver acquistato forniture mediche dalla Cina per un importo di 432 milioni di euro e che i venditori cinesi avevano chiesto il pagamento anticipato prima di effettuare le consegne. Il ministro spagnolo della Salute, Salvador Illa, ha spiegato:

“Abbiamo acquistato e pagato 550 milioni di mascherine, che inizieranno ad arrivare ora e continueranno ad arrivare nelle prossime otto settimane. Undici milioni di guanti arriveranno nelle prossime cinque settimane. Per quanto riguarda i test rapidi, ne abbiamo acquistato 5,5 milioni per i mesi di marzo e aprile. Inoltre, da aprile a giugno riceveremo 950 respiratori. Stiamo per acquistare ulteriori dispositivi medici”.

Non è affatto chiaro come il governo spagnolo sarà in grado di garantire la qualità di questi nuovi acquisti di massa o come otterrebbe un risarcimento se i prodotti sanitari cinesi fossero di nuovo scadenti.

Il 28 marzo, il governo francese, che pare abbia scorte sufficienti per qualche settimana, ha annunciato di aver ordinato più di un miliardo di mascherine dalla Cina. Non è chiaro se i problemi di controllo di qualità incontrati dagli altri Paesi europei influenzerebbero i piani di acquisto della Francia.

Anche altre nazioni – in Europa e non solo – hanno criticato la qualità delle forniture mediche cinesi:

  • Slovacchia. Il 1° aprile, il primo ministro Igor Matovič ha dichiarato che più di un milione di test per il coronavirus forniti dalla Cina in cambio di un pagamento in contanti di 15 milioni di euro erano inaccurati e incapaci di rilevare il Covid-19. “Abbiamo un mucchio di test e non ne possiamo fare uso”, ha detto il premier. “Dovrebbero essere gettati direttamente nel Danubio”. La Cina ha accusato il personale medico slovacco di utilizzare i test in modo errato.
  • Malesia. Il 28 marzo, la Malesia ha ricevuto una consegna di aiuti sanitari donati dalla Cina, costituiti da kit di test, mascherine mediche, mascherine chirurgiche e da altri dispositivi di protezione individuale. Un alto funzionario del ministero della Salute, Noor Hisham Abdullah, ha dichiarato che i kit di test sarebbero stati controllati dopo che i precedenti kit provenienti dalla Cina erano risultati difettosi. “Questo è un marchio diverso da quello che abbiamo testato in precedenza. Valuteremo il nuovo kit di test che è stato approvato dalla FDA. L’ambasciatore cinese mi ha assicurato che questo kit è più accurato dell’altro che abbiamo testato”. Abdullah in precedenza aveva affermato che l’accuratezza dei test cinesi “non era molto buona”.
  • Turchia. Il 27 marzo, il ministro turco della Sanità, Fahrettin Koca ha dichiarato che la Turchia aveva provato alcuni test cinesi per il Covid-19, ma le autorità “non erano soddisfatte dei risultati”. Il professor Ateş Kara, membro della task force del ministero della Salute turco, ha aggiunto che i kit di test sono accurati solo del 30-35 per cento. “Li abbiamo provati. Non funzionano. La Spagna ha fatto un grosso errore a usarli”.
  • Repubblica Ceca. Il 23 marzo, il sito d’informazione ceco iRozhlas ha riferito che 300 mila kit di test del Covid-19 forniti dalla Cina avevano un tasso di errore dell’80 per cento. Il ministero dell’Interno ceco ha sborsato 2,1 milioni di dollari per l’acquisto dei kit. Il 15 marzo, i media cechi hanno rivelato che i fornitori cinesi avevano ingannato il governo ceco dopo che aveva pagato in anticipo per la consegna di cinque milioni di mascherine, che avrebbe dovuto ricevere il 16 marzo.

Il 30 marzo, la Cina ha esortato i Paesi europei a non “politicizzare” le preoccupazioni in merito alla qualità delle forniture sanitarie dalla Cina. “I problemi dovrebbero essere adeguatamente risolti sulla base dei fatti, e non delle interpretazioni politiche”, ha detto il portavoce del ministero degli Affari Esteri, Hua Chunying.

Il 1° aprile, il governo cinese ha invertito la rotta e ha annunciato di aver rafforzato le misure di supervisione dell’esportazione dei kit di test prodotti in Cina. Gli esportatori cinesi devono ora ottenere una certificazione da parte della National Medical Products Administration (NMPA) per poi essere autorizzati dall’Amministrazione generale delle Dogane della Cina.

Nel frattempo il colosso delle telecomunicazioni cinese Huawei ha annunciato che non avrebbe più donato mascherine ai Paesi europei a seguito di presunti commenti espressi dall’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’UE, Josep Borrell.

Il 24 marzo, Borrell aveva scritto in un post sul blog dell’EEAS che la Cina è impegnata in una “politica di generosità” e in una “battaglia globale di narrazioni”.

Il 26 marzo, un funzionario di Hauwei ha detto a Euractiv, il portale d’informazione europea con sede a Bruxelles, che a causa dei commenti espressi da Borrell, l’azienda avrebbe interrotto il programma di donazioni per non essere coinvolta in un gioco di potere geopolitico tra Stati Uniti e Cina.

Il 28 marzo, Huawei ha pagato i contenuti sponsorizzati nella pubblicazione Politico Europe. Il principale rappresentante di Huawei presso le istituzioni dell’Unione Europea, Abraham Liu, ha scritto:

“Consentitemi di essere chiaro: noi non abbiamo mai cercato di ottenere pubblicità o favori in nessun Paese per quello che stiamo facendo. Abbiamo deliberatamente deciso di non pubblicizzare nulla. Il nostro aiuto è incondizionato e non fa parte di alcuna strategia aziendale o geopolitica, come alcuni hanno ipotizzato. Noi siamo un’azienda privata. Cerchiamo di fare del nostro meglio per aiutare le persone. Tutto qui. Non ci sono secondi fini. Non vogliamo nulla in cambio”.

Il 30 marzo, la BBC ha riferito che Huawei si stava comportando come se nulla fosse realmente cambiato da quando è iniziata la crisi generata dal coronavirus:

“Ciò può essere ingenuo da parte dell’azienda. Sebbene nulla sia realmente cambiato in fatto di questioni tecniche e di sicurezza relative ai dispositivi Huawei, il clima politico per l’azienda è sicuramente peggiorato.

“Un articolo apparso nel weekend sul Mail on Sunday ha affermato che Downing Street ha avvertito la Cina che doveva ‘affrontare la resa dei conti’ sulla gestione dell’epidemia di coronavirus.

“E questo probabilmente incoraggerà quei parlamentati che hanno detto al governo che nessuna azienda cinese dovrebbe avere un ruolo nelle infrastrutture vitali del Regno Unito”.

Il 29 marzo, il quotidiano britannico Daily Mail ha riferito che il primo ministro Boris Johnson e i suoi alleati in Parlamento si sono “rivoltati” contro la Cina a causa della crisi del coronavirus.

“Ministri e alti funzionari di Downing Street hanno dichiarato che lo Stato comunista ora deve affrontare una ‘resa dei conti’ sulla gestione dell’epidemia e rischia di diventare uno ‘Stato paria’.

“Sono furiosi per la campagna di disinformazione di Pechino, per i tentativi di sfruttare la pandemia finalizzati a conseguire guadagni economici e per le atroci violazioni dei diritti degli animali che secondo gli esperti sono la causa dell’epidemia”.

Il 28 gennaio, Johnson aveva concesso a Huawei un ruolo nella rete mobile 5G della Gran Bretagna, vanificando gli sforzi degli Stati Uniti di escludere l’azienda dalla tecnologia di comunicazione di prossima generazione dell’Occidente, che, sembra essere usata anche per le attività di spionaggio. Il Financial Times di Londra ha riferito che il presidente americano Donald J. Trump ha esibito a Johnson una “furia da colpo apoplettico” nel corso di una tesa telefonata. Il premier britannico ora deve affrontare le pressioni esercitate dal suo governo e dai membri del Parlamento perché riveda la sua decisione.

Dopo che le autorità cinesi hanno accusato Stati Uniti e Italia di essere responsabili della diffusione della pandemia, il Daily Mail ha citato una fonte del governo britannico che ha asserito:

“È in corso una ripugnante campagna di disinformazione ed è inaccettabile. [Il governo cinese] sa di aver gravemente sbagliato e piuttosto che assumersi la responsabilità diffonde menzogne”.

Il quotidiano ha poi aggiunto:

“I consulenti scientifici hanno avvisato Johnson che le statistiche ufficiali cinesi sul numero dei casi di coronavirus potrebbero essere state minimizzate di un fattore tra 15 e 40 volte. Il numero 10 di Downing Street [la residenza del primo ministro britannico] ritiene che la Cina stia cercando di costruire il proprio potere economico durante la pandemia fornendo ‘aiuti predatori’ ai Paesi di tutto il mondo.

“Un’importante revisione della politica estera è stata rinviata a causa dell’epidemia di Covid-19 e non avrà luogo fino a quando non sarà possibile valutare l’impatto del virus. Una fonte governativa vicina alla revisione ha dichiarato: ‘Dopo questo torneremo all’attività diplomatica in fase embrionale. Ripensare è un eufemismo’.

“Un’altra fonte ha dichiarato: ‘Quando tutto questo sarà finito deve esserci una resa dei conti’. E un’altra ancora ha aggiunto: ‘La rabbia è arrivata fino in cima’.

“Un eminente ministro del governo ha dichiarato: ‘Non possiamo aspettare e consentire al desiderio dello Stato cinese di mantenere la segretezza di rovinare l’economia mondiale e poi tornare come se nulla fosse successo. Stiamo permettendo ad aziende come Huawei di entrare non solo nella nostra economia, ma anche di essere una parte cruciale della nostra infrastruttura”.

In un articolo pubblicato il 29 marzo da The Mail on Sunday, l’ex leader del Partito conservatore, Iain Duncan Smith, ha scritto:

“Tutte le questioni possono essere discusse, tranne una, a quanto pare, vale a dire le nostre future relazioni con la Cina.

“Nel momento in cui qualcuno menziona la Cina, le persone si muovono a disagio sulle loro sedie e scuotono la testa. Tuttavia, penso che sia di fondamentale importanza che iniziamo a discutere di quanto siamo diventati dipendenti da questo Stato totalitario.

“Perché questo è un Paese che ignora i diritti umani nel perseguimento dei suoi spietati obiettivi strategici interni ed esterni. Tuttavia, tali fatti sembrano essere stati spazzati via dalla nostra frenesia di fare affari con la Cina.

“Rammentate come George Osborne [cancelliere dello Scacchiere del governo Cameron dal 2010 al 2016] ha fatto sì che le nostre relazioni con la Cina diventassero un caposaldo della politica del governo britannico? I ministri erano così determinati a incrementare gli scambi che erano pronti a fare tutto il necessario.

“In effetti, mi è stato detto che privatamente questo era stato ribattezzato come Progetto Kowtow, un verbo che nel dizionario Collins trova la definizione di ‘essere servile od ossequioso’.

“Non eravamo soli. Negli ultimi anni, innumerevoli leader nazionali hanno ignorato il raccapricciante comportamento della Cina nei confronti dei diritti umani nel perseguimento cieco di accordi commerciali con Pechino…

“Grazie al Progetto Kowtow, il deficit commerciale annuale del Regno Unito con la Cina ammonta a 22,1 miliardi di sterline (27,4 miliardi di dollari). Ma noi non eravamo gli unici a essere in debito con Pechino.

“Perché la Cina ha accumulato un surplus commerciale globale di 339 miliardi di sterline (420 miliardi di dollari). Purtroppo, l’Occidente ha visto trasferire in Cina molte importanti aree di produzione….

“La brutale verità è che la Cina sembra infrangere le normali regole di comportamento in ogni ambito di vita – dall’assistenza sanitaria al commercio e dalla manipolazione della valuta alla repressione interna.

“Da troppo tempo, le nazioni hanno ceduto penosamente alla Cina nella disperata speranza di ottenere accordi commerciali.

“Ma quando ci libereremo di questa terribile pandemia sarà indispensabile ripensare quella relazione e metterla su una base molto più bilanciata e onesta”.

Soeren Kern è senior fellow al Gatestone Institute di New York (qui)

E proseguiamo con il personale

NBQ. Medici cubani: “Falsi, a noi hanno creato molti problemi”

Condividiamo questa intervista di Marinellys Tremamunno su La Nuova Bussola Quotidiana.it

Il presidente della Federazione Medica Venezuelana spiega alla Nuova BQ l’operazione dei medici cubani inviati in Italia: «non hanno la laurea ma solo diplomi da operatori sanitari e da noi hanno creato un sacco di problemi sanitari. E intanto fanno propaganda comunista». E considerando che secondo Cuban Prisoners Defenders costano fino a 6.000 dollari al mese, che finiscono nelle casse del regime de L’Avana, l’Italia ha controllato?

“Se qualcuno soffre è un dovere aiutarlo”. È il titolo del servizio che Rainews24 ha dedicato all’ambasciatore cubano in Italia José Carlos Rodríguez Ruiz, lo scorso 30 marzo (guarda il servizio qui). Un’intervista di poco più di quattro minuti che ha ripetuto il copione ormai noto della propaganda castro-comunista che abbiamo visto su quasi tutti i media italiani dall’arrivo della cosiddetta Brigada Henry Reeve in Lombardia. “Hanno compiuto diverse missioni in diversi Paesi – ha proseguito l’ambasciatore senza nessun tipo di contrasto giornalistico-. È una brigata di 10mila medici dei quali più di 7mila hanno compiuto missioni in altri paesi del mondo”, perché “Cuba ha fatto un grosso investimento in questo settore. Oggi il 10% del nostro PIB lo investiamo nella salute”.

Infatti, la dittatura cubana ha investito molto nella diplomazia medica fin dagli anni Sessanta, ma non per “solidarietà internazionale” come viene venduto dal copione. Secondo informazioni dell’organizzazione spagnola Cuban Prisoners  Defenders,  attraverso le missioni mediche internazionali l’isola guadagna 8.000 milioni di dollari all’anno: il regime si fa pagare tra i 4.000 e 6.000 dollari mensili per l’affitto di ogni medico. Quindi, oltre che di solidarietà, si tratta di un vero business che porta ossigeno finanziario a L’Avana.

E non solo, è un vero e proprio sistema di schiavitù moderna che porta anche soldi all’OMS, attraverso l’Organizzazione Panamericana della Salute (OPS – PAHO). Tutto questo è confermato dalle denunce fatte l’anno scorso dagli stessi medici cubani che hanno disertato la missione inviata in Brasile e che hanno fatto querela a Cuba presso i tribunali della Florida (USA): in America Latina l’OPS fa da broker e poi, dal pagamento effettuato dal governo ospitante, la stessa OPS  prende il 5%, la dittatura l’ 85% e il medico riceve soltanto il 10%, ma solo se ritorna sull’isola. Ecco perché la stessa OMS sponsorizza questi presunti aiuti, così come ha confermato l’ambasciatore cubano. “L’OMS ha riconosciuto che Cuba ha più medici nel mondo che l’OMS”, ha detto nell’intervista, ma questo punto merita un articolo dedicato che faremo successivamente. In questo momento i cubani sono all’opera nell’ospedale da campo di Crema e risulta doveroso informare sulla scarsa qualità della medicina che offrono questi medici fasulli.

Per conoscere bene la missione medica cubana, si deve guardare con attenzione il caso Venezuela. Non solo perché grazie all’accordo firmato tra Hugo Chavez e Fidel Castro, Cuba ha ricevuto circa 100mila barili di petrolio al giorno dal Venezuela in cambio dell’invio di medici e infermieri (favorendo un’invasione di circa 40mila cubani nel territorio venezuelano), ma anche perché in Venezuela si è rivelata la scarsa qualità della medicina cubana che oggi fa finta di salvare l’Italia dal Coronavirus. A raccontarlo è il Dott. Douglas Leon Matera, presidente della Federazione Medica del Venezuela (FMV), che ha parlato in esclusiva con la Nuova Bussola Quotidiana.

“In Venezuela abbiamo dimostrato che non sono medici. Sono arrivati con la scusa dell’aiuto umanitario dopo la frana che abbiamo sofferto in Vargas nell’anno 1999, dove abbiamo avuto tantissimi morti e scomparsi, e ora vedo che in Italia sono arrivati 53 presunti medici. Non ho dubbi sul fatto che questi abbiano le stesse caratteristiche di quelli che sono venuti qui in Venezuela: una buona percentuale di quei cubani non sono veri medici. Pertanto, i cubani che sono in Italia, proprio come quelli che sono arrivati qui in Venezuela, sappiamo solo che sono cubani, non si può affermare che siano medici”, ha sottolineato.

Perché afferma con tanta sicurezza che i cubani delle missioni mediche non sono medici?
Questi stranieri di origine cubana non hanno mai rispettato la legge, non hanno mai presentato le loro credenziali in Venezuela e quando siamo riusciti a controllare almeno 100 cartelle che sembravano credenziali, abbiamo scoperto che non avevano la laurea in medicina. Il massimo livello di formazione è quello di tecnico sanitario, con studi di massimo 3 anni (in Venezuela la laurea in medicina ha una durata di 6 anni, N.d.A.), e la maggioranza erano falegnami, tassisti e coltivatori di canna da zucchero, che avevano seguito corsi veloci di due o tre mesi in medicina semplificata e dopo erano stati inviati in Venezuela.

Anche in Italia, i medici cubani sono arrivati con la scusa della solidarietà in un momento molto tragico causato dal coronavirus. Ci racconta come questa missione è passata dall’essere un intervento di emergenza a un programma permanente in Venezuela?
Passata l’emergenza, nel 2002 ci fu un accordo con l’isola avallato dal sindaco del comune di Libertador (Caracas), Freddy Bernal e dal presidente dell’Ordine dei Medici di Caracas dell’epoca, il dott. Fernando Bianco. Poi il presidente Hugo Chávez ha dato caratteristiche nazionali a questo accordo regionale. Di conseguenza, la Federazione Medica Venezuelana ha presentato un appello per la protezione della salute e per l’esercizio della professione in Venezuela riguardo a questi presunti medici cubani. E la Corte le ha dato ragione, stabilendo che gli stranieri devono rispettare la legge nazionale per poter esercitare la professione medica nel nostro Paese.

Come funzionava la missione medica cubana in Venezuela?
Il governo l’ha denominata “Barrio Adentro” (dentro le favelas, N.d.A.) e, secondo dichiarazioni dello stesso Chávez, c’erano più 30.000 medici cubani in Venezuela. Hanno costruito circa 600 moduli per l’attenzione alle cure primarie: erano piccoli palazzi ottagonali di due piani, di 40 metri per ciascun livello. Al piano terra funzionava la parte sanitaria e al piano superiore c’era la residenza, dove dormiva tutto il personale tra cui addetti alle pulizie, conducenti di ambulanze, presunti medici, presunti dentisti, presunti infermieri, ecc. Tutte queste persone dormivano in 40 metri quadri.

Ma raccontato così sembra un grande sforzo per portare salute alla popolazione più povera, invece cosa non ha funzionato?
Sono stati scoperti parecchi casi, molto gravi, di negligenza e ben l’80% di questi moduli è attualmente chiuso, oggi non funziona più e coloro che forse erano medici hanno lasciato il Venezuela. Sono fuggiti attraverso il confine colombiano fino a Miami e si trovano lì come tecnici sanitari, ma qui in Venezuela non hanno mai dimostrato di essere medici. È un programma che hanno rilanciato più di 50 volte perché in realtà non funziona, ma politicamente funziona per loro, perché sono sicuramente operatori politici che si occupano di catechizzare, di diffondere il pensiero socialista tra le persone. Quindi in realtà non sono medici e ci hanno creato un grave problema di salute pubblica. Così il governo ha abbandonato gli ospedali, ha abbandonato anche la parte preventiva, e si è limitato a fare propaganda politica di partito promovendo a questi cubani, che invece maltrattavano il popolo e hanno causato tanti morti.

L’ambasciatore cubano in Italia ha affermato che i medici cubani si trovano in più di 59 Paesi del mondo, anche con il sostegno dell’OMS…
Si, ma quello che è accaduto in Venezuela è successo anche in altri Paesi. Così è stato in Brasile con il programma Mais Médicos, in cui hanno usato l’OMS latino-americana, la OPS (PAHO, N.d.A.), per far lavorare questi cubani senza dimostrare la loro qualifica di medici, ma poi sono stati scoperti da Bolsonaro e cacciati via. La Bolivia ha finito per confermare le nostre denunce: l’attuale governo boliviano, grazie all’intervento del nuovo ministro della Salute Aníbal Cruz, ha scoperto che di 756 cubani che esercitavano come medici, solo 200 lo erano, quindi il 70% non lo era. Purtroppo, i medici cubani fasulli sono soltanto mercanti di salute e di dolore umano.

Alla luce della testimonianza del presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici del Venezuela, il Dott. Douglas Leon Natera (già pediatra, urologo e Magister Scientiarum in Urologia), è lecito chiedersi le verifiche che ha fatto l’Italia prima di mettere la salute degli italiani -in un momento così difficile – nelle mani di persone impreparate. Forse non è abbastanza affidabile l’avallo di un regime dittatoriale e comunista. Forse sarebbe il caso che la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici possa fare le dovute verifiche… siamo ancora in tempo di evitare danni.

Lanuovabq.it

E questi (nel commento di Alessandro Ferrara. Non ho trovato il modo di riprodurre direttamente il video) sembrerebbero essere i camici arrivati in Francia. Non credo ci sia bisogno di aggiungere commenti.

barbara