PERCHÉ I “PROGRESSISTI” ODIANO INDRO MONTANELLI

Per comprendere il retroterra può essere utile vedere prima questo video

“Sale juif” gridano i manifestanti antirazzisti: sporco ebreo (o “sporchi ebrei”: la pronuncia è pressoché identica). E ora leggiamo questo articolo.

Per conto del «Corriere della Sera», sono stato due settimane in Israele. Non c’ero mai andato. O, per meglio dire, c’ero passato un paio di volte nei miei viaggi in Estremo Oriente, ma non mi ci ero mai fermato. Stavolta la mia intenzione era di acquartierarmi a Gerusalemme e, con l’aiuto dei miei amici israeliani, che su questo argomento la sanno più lunga di chiunque altro, studiare tutta la situazione dei paesi arabi, che circondano e minacciano il nuovo Stato ebraico. Ma, dopo un paio di giorni avevo abbandonato il progetto, anzi me lo ero completamente dimenticato, tutto preso com’ero dall’interesse che in me suscitavano le cose locali. E, invece di restare nella capitale a frugare negli archivi del ministero degli Esteri e a raccogliere le confidenze dei vari servizi d’informazione su quanto avveniva oltre confine fra i Nasser, i Kassem e gli Hussein, ho trascorso il mio tempo a vagabondare tra le fertili piane dell’alta e della bassa Galilea e il deserto di Negev. Il frutto delle mie osservazioni sono gli articoli che compaiono sul «Corriere della Sera», e non intendo farne qui un duplicato. Voglio soltanto spiegare ai miei lettori della “Domenica” per quale motivo Israele mi ha fatto tanta impressione da indurmi ad accantonare il programma che mi ero tracciato prima di venirci e su cui avevo anche preso un preciso impegno col giornale. E il motivo è questo: che finalmente in Israele ho visto documentata nei fatti una verità nella quale, sotto sotto, avevo sempre creduto, ma di cui mi mancava la prova: e cioè che non sono i paesi a fare gli uomini, ma gli uomini a fare i paesi. Sicché quando si dice “zona sviluppata”, si deve sottintendere uomini e popoli energici e attivi; e quando si dice “zona depressa”, si deve sottintendere uomini e popoli depressi. Tutte le altre ragioni della depressione – clima, idrografia, orografia, eccetera – sono soltanto delle comode scuse quando non sono addirittura il frutto dell’incapacità e dell’accidia umane.

I padri del deserto

Israele, finché è stato un paese arabo, cioè fino a una trentina di anni or sono, era esattamente come l’Egitto (senza il Nilo), la Giordania e l’Arabia Saudita, coi quali confina: una landa brulla e assetata, senza un albero, un seguito di colline gialle e pietrose, su cui le capre avevano divorato fin l’ultimo filo d’erba e di cui gl’incontrastati signori erano i corvi e gli sciacalli. Di zone cosiffatte nel paese ce ne sono ancora, intendiamoci, qua e là, a chiazza. Sono quelle in cui gli arabi sono rimasti. Essi hanno l’acqua, ora, perché gli ebrei sono andati a cercarsela nel fiume Giordano e nel lago di Tiberiade. E con un sistema di acquedotti di lì l’hanno portata a irrigare tutto il paese. E hanno anche i trattori, perché il governo glieli dà. E hanno anche l’assistenza dei tecnici, perché lo Stato glieli mette a disposizione. E hanno perfino, tutt’intorno, l’esempio e la lezione pratica di come si fa a trasformare una terra arida e inospitale in un paradiso di agrumeti, di boschi di pini e di cipressi, di orti lussureggianti, di campi di grano e di cotone. Eppure, non ne profittano, o ne profittano poco. I loro villaggi sono rimasti delle cimiciaie spaventose, il loro aratro ancora a chiodo si limita a grattare la superficie della terra senza preoccuparsi di ricrearvi un “humus”, la loro accetta taglia spietatamente gli alberi, e le loro capre divorano sul nascere ogni accenno di vegetazione. Essi non sono affatto «i figli del deserto», come vengono chiamati nella retorica di coloro che, dei paesi arabi, conoscono solo «Le mille e una notte». Ne sono i padri. Essi non sono le vittime di un clima inclemente: «sono quelli che lo hanno provocato e aggravato, soprattutto distruggendo i boschi. E se soffrono la sete, bisogna dire che se la sono procurata rinunziando per accidia a regolare le acque, a trattenere in serbatoi la pioggia e a redistribuirla con canali. Finalmente ho capito perché gli arabi odino tanto gli ebrei. Non è la razza. Non è la religione, che li sobilla contro di essi. E’ l’atto di accusa, è la condanna, che gli ebrei rappresentano, agli occhi di tutto il mondo, qui nelle loro stesse terre, contro la loro ignavia, la loro mancanza di buona volontà, d’impegno nel lavoro, di entusiasmo pionieristico, d’intelligenza organizzativa.

Una grande avventura

Perché Israele dimostra ch’è proprio questo che manca alle zone depresse del Medio Oriente. Sono gli uomini che le abitano, non la natura o il buon Dio, che le hanno rese tali. Gli ebrei le hanno prese com’erano, cioè come sono gli altri paesi tutt’intorno: con quel sole scottante, con quella mancanza di precipitazioni atmosferiche, con quelle dune di sabbia, con quelle desolate brughiere, con quelle moschee, con quella malaria. E in trent’anni di dura fatica, ogni singolo posponendo il proprio tornaconto individuale all’interesse di tutti, ogni generazione, sacrificando il proprio comodo al bene di quelle successive, della zona depressa palestinese hanno fatto la pianura padana. Oggi questo paese è in piena crisi di sovrapproduzione. Non sa più dove mettere il suo grano, le sue uova, i suoi polli, il suo cotone, i suoi aranci e i suoi pompelmi. La sua produzione di latte è, proporzionalmente, la seconda del mondo, battuta soltanto da quella olandese: il che significa che dalla pietraia ha tratto anche dei meravigliosi pascoli. In trent’anni ha piantato oltre trenta milioni di alberi, e chi si attenta a toccarne uno va in galera. E anche il clima in trent’anni è cambiato, per effetto dei boschi e dell’irrigazione. E’ stata questa meravigliosa avventura umana che mi ha ipnotizzato, facendo passare in seconda linea il mio interesse (e purtroppo anche quello del giornale) sulla politica mediorientale. Perché essa rispondeva proprio, con fatti clamorosi e incontestabili, alla domanda che mi ero sempre posto: e cioè se siano i paesi a fare gli uomini, o gli uomini a fare i paesi. Amici miei, sono gli uomini a fare i paesi: gli uomini e soltanto gli uomini, la loro volontà, la loro fatica, la loro capacità di credere e di sacrificarsi per ciò che credono. Le zone depresse esistono soltanto lì, nel loro animo rassegnato, nel loro muscoli fiacchi, nel loro indolente cervello, nella rinunzia alla lotta, nella morale del «tira a campà» e del «chi me lo fa fare», insomma nella mancanza di un senso religioso della vita, e quindi nella disposizione a trarne soltanto profitti e godimenti immediati. Ecco, questo mi ha dimostrato Israele. E mi è parso più importante della politica del Nasser, del Kassem, e degli Hussein.

(Indro Montanelli, qui)

E ancora:

“Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c’è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d’Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta.
Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l’odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell’altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso.” (riportato qui)

Ecco, il vero, imperdonabile crimine di Indro Montanelli, il peccato originale che niente potrà mai lavare è questo: essere dalla parte di Israele, lo stato degli ebrei (anche se un buon 20% della popolazione non lo è) e l’ebreo degli stati. Quanto alla famigerata storia della moglie ragazzina comprata in Etiopia, potete leggerla raccontata da lui
Destà
(qui la trovate in formato più grande e meglio leggibile): a differenza del fascista Giorgio Napolitano, a differenza del repubblichino Dario Fo, che partecipava alle retate di partigiani e di ebrei, Montanelli non ha cambiato casacca all’indomani del cambio di regime, non è saltato sul carro del vincitore, non si è rifatto una verginità schierandosi dalla parte opposta; Montanelli è sempre rimasto coerente con le proprie idee e ha onestamente riconosciuto le proprie azioni. Ed è interessante, tornando ai fatti in questione, il cortocircuito mentale per cui viene additato al pubblico ludibrio l’uomo che ha comprato una moglie ragazzina ma si difende a spada tratta la “cultura” in cui è normale che un padre venda come moglie una figlia ragazzina. Ma fanno, i nostri amanti della giustizia sociale e del rispetto dei diritti umani, anche di peggio, come viene ricordato in questo articolo:

«Spose bambine, bugie di sinistra e doppiopesismo»

La richiesta di rimuoverne la statua non è seria e non ha vera dignità politica. Certo, i fautori della rimozione ora prendono le distanze dall’imbrattamento, precisano che la loro «proposta civile» «non contemplava altro» e dichiarano che «non c’è nessuna violenza nell’esprimere il proprio pensiero». Con altrettanta libertà possiamo dire che quella proposta denota solo ipocrisia. I promotori della rimozione straparlano di «violenza sulle donne» e parlano di «cultura patriarcale», addebitandola a Montanelli che nel 1935 – durante la guerra in Abissinia – si unì in una sorta di matrimonio con una giovane donna locale. La Fondazione Montanelli ha spiegato che «non ci fu alcuna violenza né tanto meno atteggiamenti razzisti da parte di Indro», ma l’adesione alla pratica del cosiddetto «madamato», oggi «deprecabile» ma allora in uso. Ma anche dando per buona e non lo è – l’assurda pretesa di giudicare oggi un fatto di 85 anni fa astraendolo dal suo contesto, come mai a sinistra si è improvvisamente risvegliato quest’interesse per l’episodio? Possibile che questa radicalità sia frutto di sincera intransigenza? Ovviamente no. Infatti chi rivolge quest’attenzione ossessiva alla presunta «cultura patriarcale» di un uomo che nel ’35 aveva 25 anni si disinteressa totalmente di casi più gravi che accadono oggi, 21° secolo. Nessuno per esempio – se non il centrodestra con Matteo Forte – ha proferito parola quando il più importante coordinamento di associazioni islamiche di Milano ha indetto un bando per borse di studio in collaborazione con la Diyanet, l’Agenzia turca per gli Affari religiosi, quella che ha abbassato a 9 anni l’età minima per sposarsi. Non ci sono state lettere o dichiarazioni: silenzio assoluto. A dimostrazione del fatto che siamo di fronte al solito doppio standard. E il doppiopesismo è sempre rivelatore di un inganno.

Alberto Giannoni, ripreso qui.

Del resto anche parecchie delle mie studentesse all’università di Mogadiscio, nella seconda metà degli anni Ottanta, erano state sposate a quattordici anni, tutt’altro che liete, tutt’altro che consenzienti, ma senza la minima possibilità di sottrarsi.

Sembra invece interessare decisamente di meno l’unica vera infamia di Montanelli: la vergognosa lettera di solidarietà e comprensione a Priebke: che questi baldi giustizieri della sinistra così sinistra che più sinistra non si può nemmeno col sinistreggio, siano in realtà seguaci delle SS?

E chiudo con questa toccante lettera aperta dell’ormai mitico Max Del Papa.

Lettera aperta agli anonimi che hanno imbrattato la statua di Montanelli

Cari anonimi,
io non so chi voi siate, anche se aspetto di saperlo: presto vi rintracceranno e allora piangerete, invocando la mamma; poi, una volta capito che non rischiate niente, tornerete più arroganti di prima. Vi prenderanno a modello, costruiranno il giovane del futuro su di voi, diranno che avete agito per amore. Vi porteranno in processione per televisioni, per giornali, scoprirete l’ebbrezza di una notorietà stracciona e soffrirete nel lasciarla: ormai drogati, pronti a qualsiasi sacrificio, farete di tutto per restare nel cono di luce anche se una luce finta, torva, come un gelido neon che intossica. Cari anonimi, di voi si sa che apparterreste a un collettivo di studenti, quindi gente giovane, che ha tutta la vita davanti per imparare la vita: cominciate male, però, o forse, chi lo sa, avete già capito tutto. Per esempio, che, con le famiglie giuste alle spalle, ci si può concedere qualunque cosa, tanto, al momento opportuno, quelle stesse famiglie, vale a dire la borghesia che tanto fingete di odiare, vi riassorbirà nella bolla confortevole per smistarvi dove non si suda e non si teme: case editrici, media, burocrazia, o addirittura nel gran gioco della politica. Per meriti acquisiti.

Per il momento vi siete accaniti contro una statua, obbedendo come cani di Pavlov a un impulso dettato da tanti burattinai: i Sentinelli, dei quali non sospettavamo l’esistenza, e vivevamo benissimo così; il Partito democratico, i cui cascami hanno subito aderito entusiasti; la cantante Fiorella Mannoia [già megafono di Giulietto chiesa; ora, di lui orfana inconsolabile, si ritrova costretta a complottisteggiare in proprio], secondo la quale “non bisogna buttare giù le statue ma dotarle di una targa: fascista e razzista”. Voi, pronti, avete messo in pratica il delirio con il monumento a Indro Montanelli, del quale tutto ignorate: vi hanno raccontato che, a ventisei anni, ufficialino in Etiopia sotto il regime fascista, gli era stata consegnata una “moglie” di dodici o quattordici, secondo le usanze locali, ed egli ne aveva disposto fino al suo rientro in patria. Episodio che l’interessato non rinunciò mai a riconoscere, seppure gli sarebbe convenuto. Questi lacerti di storia, del tutto scarnificati da qualsiasi contesto, vi sono bastati per procedere come Sentinelli e Mannoie comandavano: statua di Indro coperta di rosso sangue e le scritte “stupratore e razzista”.

Ed è stata, credeteci, una bella vigliaccata. Perché le statue non possono difendersi, e perché avete agito di nascosto, come ladri, e poi siete fuggiti via. La vostra prodezza è stata talmente miserabile da impedirvi il brivido di una rivendicazione. Ma avrete tempo per quello. Sappiate, comunque, che se questo è il metro della vostra coscienza, non dovreste fermarvi: vi tocca scovare monumenti di Mao, con le sue vergini bambine; busti di Mario Mieli, che la pedofilia la teorizzava; di Daniel Cohn-Bendit – informatevi su chi fosse, comunque una icona del ’68 – il quale scriveva di quanto fosse “eccitante farsi spogliare da un bambino di 5 anni” [e raccontava che quando era maestro d’asilo “I bambini mi aprivano la patta dei pantaloni”]; e così via, in un reliquiario infinito al quale non è estraneo neppure Pier Paolo Pasolini, che di sicuro vi fanno leggere a scuola, ammesso che ci andiate. Sappiate pure che molti dei miti della Resistenza coi quali vi allevano, a 20 anni o giù di lì sfilarono con la divisa del medesimo regime fascista, condivisero idee anche aberranti, scrissero parole vergognose, si concessero privilegi e sbagli atroci; solo che, a differenza del vostro bersaglio, appena il vento cambiò si affannarono a rinnegare tutto scagliandosi a militare nell’armata avversa e reagendo furibondi ogni volta che qualcuno ricordava loro quegli imbarazzanti trascorsi.

È inutile spiegarvi il valore delle usanze, che riposano nel tempo: anche quelle più barbare, più sciagurate, e che oggi, ma solo oggi, consideriamo repellenti: il madamato etiope risale a un secolo fa, all’incirca, ed era praticato da soldati e ufficiali di ogni Paese; in verità, e in forme non ammesse, è praticato ancora oggi dai soldati di ogni Paese e perfino dall’esercito pacifista dell’Onu [anche con bambine molto più piccole, quando si presentano a chiedere cibo]. Ma lasciamo andare: non è il caso di farvi la lezione e tanto meno la predica. Il punto, cari anonimi, è che, percorrendo la vostra vita, avrete occasioni continue, infinite di vergognarvi l’indomani di qualcosa che avete fatto ieri: si chiama crescere, costa sangue – vero, non come la vernice che avete versato su Montanelli. La vita è tutta un pentimento, almeno per uomini e donne che sanno conquistarsi la loro dignità e il loro dolore. La vita fa giustizia di certezze, facili soluzioni e ancor più facili morali: vi capiterà, come è successo a chi vi scrive, d’imbattervi in qualcuno contro il quale avevate sostenuto pubblicamente le accuse peggiori e più sprezzanti: e di non sapervi sottrarre alla sua mano tesa. Non per vigliaccheria, né per opportunismo, ma perché quell’uomo, per quanto abietto possa essere stato il suo comportamento, non corrispondeva, non più almeno, al ritratto che ve n’eravate fatti, e che avevate dato in pasto a migliaia di persone. Forse era cambiato lui, forse voi. O forse nessuno: è che il giudizio, infine, è un peso troppo grave da scaricare e ancor più da portarsi addosso; è una responsabilità infame.
Scoprirete che avete tutte le ragioni di giudicare, nel vostro intimo: ma non di condannare. Che la vostra avversità, perfino il vostro odio, può anche avere un senso dentro la coscienza che vi siete costruiti o meglio che la vita ha plasmato dentro voi. Ma quando si tratta di palesarlo, con un getto di vernice o di parole rosso sangue, è una faccenda maledettamente diversa e più complicata. È come le sabbie mobili, ti c’impantani dentro e non ne esci, ne vieni sommerso.

Scoprirete, forse, che Montanelli, vostro bersaglio nel 2020, è stato un uomo, e un protagonista, di un secolo troppo lungo e spaventoso, per poterlo sbrigativamente archiviare come “razzista e stupratore”; che sapeva avvincere con le parole; che era fatto male, era nato per mettersi contro tutti, per farsi condannare a morte da quel fascismo al quale aveva aderito, e poi, scampatone, per farsi sparare addosso da quel comunismo che non aveva mai smesso di combattere; e che pure pretese di adottarlo, quasi novantenne, quando ebbe l’ultima pazzia d’inventarsi un quotidiano che andava contro al potere rampante di un Cavaliere che, all’epoca, andava di moda definire come “nuovo fascismo”, “nuovo Duce”. Allora, la sinistra cui voi vi rifate non ricordò più il matrimonio di Montanelli con la piccola etiope, glielo abbuonò volentieri. Ma lui, Indro, non si illudeva: sapeva che di eterno, negli uomini, c’è una sola cosa: l’ingratitudine, la dannazione della memoria da riscoprire ogni volta che fa comodo. Lui, Montanelli, fu giornalista e uomo di molti pregi e infiniti difetti, ma non fu mai meschino e non fu mai vile. Non si nascose e non nascose i suoi errori, né i suoi pensieri e parole, non cercò scuse, non si atteggiò mai a vittima. Seppe perdonare, e seppe chiedere perdono. In una parola, fu un uomo. Forse non il sommo giornalista del Novecento, perché scrivere è come suonare (anche questo, forse, scoprirete) e non ha senso stabilire a tavolino chi sia più bravo a toccare certe corde, a scuotere lettori, ad arricchire società: spesso è anche questione di sapersela giocare bene, di riuscire a vendersi, di imparare a stare al mondo. E questa è davvero la sfida più tremenda, imparare a stare al mondo da uomo o donna possibilmente liberi, cioè liberi per quanto la complessità dell’esistere con gli altri ci consente; riuscire a mantenere alta la testa anche dopo errori tragici o grossolani, a patto di averli saputi scontare. E morire da liberi, dopo avere dato tutto alla vita che tutto non ti dà mai.

Cari anonimi, forse qualcuno di voi, un giorno, scoprirà di invidiare quell’uomo nella statua, che una vita fa aveva coperto di vernice rosso sangue. Pregate che non sia troppo tardi per pentirsene e andare avanti. Che non sia mai troppo tardi, perché alla fine non conta il successo, non contano i miti da abbattere, e le statue da devastare, e la rabbia. Conta quello che resta, una brezza nell’anima che possa accompagnare alla grande scommessa dell’eternità. Come un sollievo. Una comprensione pacificata dell’assurdità del mondo, la consapevolezza che gli uomini sono dei pazzi, sì, ma, fino a che sapranno rimediare alla loro bestialità, un refolo di speranza ancora sopravvive.

Max Del Papa, 15 Giu 2020, qui.

Talmente bella, talmente intensa, talmente toccante da riuscire a commuovere nel profondo.

barbara

  1. Direi che nella seconda parte del post si contraddice la prima: quelli che avevano la vernice non sanno niente di niente, e perciò non sanno neanche che Montanelli era filoisraeliano. Personalmente, non l’ho mai amato troppo, e, a dire il vero, penso che lui non abbia disdegnato le cattive compagnie degli anni ’90: gente che fino al 1994 lo aveva trattato come una merda, e improvvisamente ne faceva un Padre Nobile del Giornalismo, solo perché dava addosso a Berlusconi. Anzi, diciamola tutta: il permesso ai ggiovani con vernice è stato dato perché ormai Berlusconi non è più l’avversario.

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    • Non sono d’accordo. TU decidi se muoverti o non muoverti, quando muoverti, come muoverti in base a quello che sai, loro no: loro si muovono in base alle direttive che vagano nell’aria. Quelli che si sono fatti “sterilizzare per Greta” per salvare il pianeta si sono forse informati? Quelli che stanno sfasciando tutto perché un poliziotto bianco ha assassinato un delinquente negro perché non si sono mossi tutte le volte – in media una al giorno – in cui un negro viene ammazzato da un poliziotto, che, per ragioni statistiche, nella maggior parte dei casi è bianco? Loro tutte queste cose non le sanno, ma le sanno bene quelli che tirano i fili e decidono quali siano i nemici da abbattere. Come quando addestri un pitbull e quando poi gli dici vai, attacca, lui attacca il bersaglio che tu gli indichi.
      Quanto a Montanelli, non è mai stato un mio mito e non lo ritengo un modello. Tra l’altro ricordo l’infinita battaglia con Angelo Del Boca sui gas in Etiopia, il cui uso è inequivocabilmente documentato ma da Montanelli sempre ostinatamente negato. Poi, dopo un confronto diretto in cui Del Boca gli ha sciorinato davanti tutte le prove, ha ammesso pubblicamente ok, sono stati usati. Passato qualche mese, “Eppure io sono sicuro che non sono mai stati usati”. Voglio dire, di difetti ne aveva una montagna, di puttanate di ha fatte un’infinità, ma il punto è che non è per nessuna di queste cose che lo attaccano, anche perché, come giustamente dici, quelli non sanno niente né di queste né di altre cose: semplicemente chi dà gli ordini ha indicato il nemico e gli ha messo in bocca lo slogan con cui accompagnare l’azione. E uno che è pro Israele è un nemico a prescindere da qualunque altra argomentazione.

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  2. concordo su tutto, comprese virgole e spazi. Imho succederà qualcosa di simile a quanto capitato con il mitù, adesso iniziano con montanelli poi, partirà la loro solita gara al puro più puro che epura, finiranno a distruggere molti dei loro simboli in una gara dissennata di purezza e ortodossia.

    Per il resto concordo sul bipensiero, si denuncia Montanelli ma chi critica una cultura che considera normale infibulare e vendere 12enni è solo perché razzista.
    si critica chi va a prostitute nigeriane ma non si fiata sulla filiera che parte dalla nigeria e porta nelle strade italiane quelle poveracce strappandole anche alle maglie dell’assistenza ai minori immigrati, anzi chi solo prova a dire qualcosa viene tacitato di razzismo. Si urla scandalizzati per l’allaccio abusivo di casa pound e si esalta il “cardinale elettricista” che va a rifare un altro allaccio abusivo…
    Ipocrisia a palate… ed alla fine è quella che frega, si preferisce sempre un farabutto che ammette di esserlo ad uno, egualmente farabutto, che mena gran vanto di essere onesto, o meglio honesto…

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  3. Per me Indro è stato un grande giornalista. Molti hanno scheletri nell’armadio e forse la lista sarebbe lunga ma, fare il processo alla Storia è sbagliato.
    Ciò che è stato è servito per arrivare qui !
    I fatti di questi giorni sono lo specchio dell’urlato, dello sgangherato, dello ‘diamo addosso a tutto ciò che c’è di storto’

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    • Concordo fino alla penultima riga: non stanno dando addosso a “tutto ciò che c’è di storto”, bensì a una parte selezionata di quello che c’è di storto. Per esempio Stalin è responsabile diretto della morte di decine di milioni di persone, Mao di almeno un centinaio di milioni, Marx delle teorie che hanno permesso di mettere in atto tutto questo, per non parlare di Maometto, e se è vero che di questi personaggi da noi non ci sono statue da buttare giù, ci sono però una decina di vie e corsi Unione Sovietica, ci sono libri che ne parlano eccetera, ma nessuno ne chiede la dannazione. Quanto a Montanelli, ho letto proprio poche ore fa che all’epoca anche in Italia, con deroga del vescovo, era ammesso far scendere l’età del matrimonio a 14 anni per i ragazzi e a 12 per le ragazze. Legge aberrante? Siamo tutti d’accordo. Montanelli da lapidare? Si è adeguato a una legge valida all’epoca perfino della civile ed evoluta Italia. E nota che nessuno si sogna di toccare Pasolini, che comprava il sesso di ragazzini di strada approfittando della loro miseria. Anche fra i peccatori ci sono quelli di serie A e quelli di serie B.

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