EDUCARLI FIN DA PICCOLI

Con le bambole trans

e con i cazzettini da infilare nelle mutande alle neonate che mostrano segni inequivocabili di sentirsi maschi, in modo da dare sollievo al loro disagio di ritrovarsi in un corpo sbagliato

Peni finti per neonate trans, l’ultima follia LGBT

Peni in poliestere imbottiti da mettere nelle mutandine delle bambine in modo che possano provare com’è essere un ragazzo. È solo la punta estrema di una industria Lgbt per infanti che – con giocattoli, alimenti, vestiti e libri – è in grande espansione.

Peni in poliestere, imbottiti e lavorati a mano, al costo di 6 dollari da mettere nelle mutandine delle bambine in modo che possano provare com’è essere un ragazzo: è probabilmente l’oggetto LGBT più audace per bambine e neonate attualmente in vendita. Ma è anche l’ultimo articolo da aggiungere a un settore in espansione che si rivolge ai bambini con il pretesto di celebrare l’inclusività. Bambole transgender con peni, giocattoli color arcobaleno, vestiti del Gay Pridelibri di storie LGBT; e ora questi peni finti chiamati commercialmente Bitty Bug®Soft Packer (che in italiano suona più o meno “piccolo animaletto morbidoso”): ovvia l’intenzione, dicono i critici, di arruolare i giovanissimi nella crociata LGBT+.

Ma se la stragrande maggioranza della società si è assuefatta, quando si cerca di trascinare i bambini nella mischia c’è ancora una resistenza. Così quando sui social media sono cresciuti i commenti che esprimevano disgusto per la trovata, la designer dei “Packer”, Bethany Ambron, si è resa conto che la guerra dell’ideologia di genere non è ancora vinta definitivamente.

La Ambron sostiene che l’idea dei Bitty Bug®Soft Packer è nata quando ne voleva uno per sé. «Nell’ottobre 2019 stavo cercando un modello per realizzare un soft packer per me stessa, dopo un’esperienza di frustrazione per il costo e il disagio delle opzioni in silicone. Ho provato con i modelli gratuiti che ho trovato e ho pubblicato alcune foto in un grande gruppo di cucito LGBTQ+. Immediatamente due genitori mi hanno chiesto per favore di farne uno per il loro piccolo figlio. Poi dopo aver ascoltato una madre che stava piangendo con suo figlio, perché non sapeva cosa fare per alleviare la sua sofferenza per la disforia, e non essendoci opzioni disponibili per i bambini, ecco che ho realizzato i primissimi soft packers proprio per bambini di 10 e 6 anni».

Da quel momento Bethany Ambron ha creato una vera e propria linea di peni protesici in vari colori, forme e dimensioni e li vende sul sito stitchbugstudio.com. Ognuno, spiega, è fatto a mano da un queer. E anche se i prezzi sono bassi, a chi non può permetterseli o non vuole pagare, si offre di inviare gratuitamente un disegno.

Ma il pomo della discordia è la destinazione di questi oggetti ai più piccoli, e non basta certo che la Ambron sia corsa ai ripari inserendo una lunga descrizione sulla pagina dei Bitty Bug®Soft Packer per spiegare che “questo prodotto non è per neonati e bambini piccoli”. È un tentativo molto debole di difendersi, sostengono i critici. Infatti, con un clic del mouse, chiunque può verificare che il più piccolo Bitty Bug®Soft Packer disponibile misura 1,5 pollici (3.8 cm) che, secondo qualsiasi pubblicazione medica, corrisponde alla dimensione del pene di un neonato o infante. Se i “morbidosi” di Bethany “corrispondono al rapporto età-taglia” come lei afferma, allora non c’è dubbio che la taglia più piccola sia “per neonati e bambini piccoli”.

Curiosamente, troviamo alcuni dei critici più accaniti di Bethany Ambron anche nella comunità LGBT+. C’è chi vuole pubblicamente dissociarsi da una proposta così estrema che, come dice Debbie Hayton, «non ha nulla a che fare con la difesa dei diritti di lesbiche e gay». Hayton è un insegnante transgender di scienze nel Regno Unito e grande protagonista nel dibattito politico riguardante il transessualismo, e alla vendita dei Bitty Bug®Soft Packer ha dedicato un articolo feroce: “In che tipo di mondo un genitore compra un pene finto per la propria figlia in età prescolare?”, chiede, e “cosa deve passare per la mente dei genitori che diagnosticano i propri figli come transessuali e mettono in moto il meccanismo dell’identificazione con l’altro sesso, con potenziale mutilazione e sterilizzazione futura?”.

Allo stesso tempo la femminista radicale canadese Anna Slatz in una intervista ha affermato che questi prodotti sono indicativi di tutto ciò che è sbagliato nell’ideologia di genere contemporanea. “I corpi dei bambini sono purtroppo diventati il ​​campo di battaglia di una guerra culturale. Ormoni, interventi chirurgici, bloccanti della pubertà e ora anche peni finti, tutto è offerto per alleviare il disagio che un bambino ha per il suo corpo. A nessuno è permesso mettere in dubbio l’origine di questo disagio, o proporre una soluzione alternativa a queste”.

Ma Anna Slatz non è l’unica a sollevare il tema del rapporto causa effetto tra la “recente esplosione della disforia di genere e l’identificazione LGBT tra i bambini e il contagio sociale dovuto alla massiccia influenza dell’ideologia di genere nell’istruzione, negli affari, nella grande tecnologia, nell’intrattenimento e nei media”. Nel Regno Unito le segnalazioni di bambini di età pari o inferiore a cinque anni al Servizio per lo Sviluppo dell’Identità di Genere (GIDS nell’acronimo inglese) per i minori di 18 anni (non esiste un limite di età inferiore) sono state 31 solo nel 2018-2019. I numeri per i minori di cinque anni sono mascherati nelle statistiche GIDS più recenti, ma è evidente una forte tendenza al rialzo per tutte le altre età. In termini di aumento generale delle segnalazioni, GIDS ha affermato che “potrebbero esserci una serie di ragioni, ma una maggiore consapevolezza e accettazione delle questioni di genere – in particolare attraverso i media e i social network – è un fattore probabile”.

Un altro fattore chiave è il business. L’orgoglio LGBT viene celebrato in oltre 60 paesi ogni anno e le aziende hanno scoperto che la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno è ben più che folklore irlandese. Semplicemente applicando un logo arcobaleno sui prodotti, i profitti aumentano. Negli ultimi anni si è creata una vera e propria industria per i bambini, con il lancio di nuovi prodotti (vedi Kellogg’s) in coincidenza con il Mese dell’orgoglio gay ogni giugno; ufficialmente per soddisfare le esigenze LGBT+ dei bambini. In realtà quelle dei loro genitori, dato che è altamente improbabile che siano i neonati e i bambini piccoli a implorare i loro genitori di lasciarli promuovere la propaganda “Ognuno è libero di amare”.

Fondata nel 2006, redbubble.com, comunità artistica e mercato online, è solo una delle vetrine per aziende che vende “tutti sono uguali”. Con un acquisto dalla sezione Gay Pride Kids & Babies, i genitori possono far sfilare i loro neonati e bambini piccoli con maschere per il viso, t-shirt, costumi interi e felpe, tutto in chiave LGBT+.

Invece la Mattel, l’azienda produttrice della bambola che ha avuto un successo planetario, Barbie, ha deciso di rendere il gioco delle bambole più inclusivo. Le bambole di genere neutro della nuova linea di giocattoli Creatable World di Mattel consentono ai bambini di vestire il giocattolo per essere un maschio, una femmina, entrambi o nessuno dei due. Le sei bambole disponibili hanno diversi colori della pelle, acconciature e vestiti per celebrare “l’impatto positivo dell’inclusività”.

Selezioni infinite di libri di fiabe per tutte le età, incluso un mercato per bambini in età prescolare, vengono scritte e vendute per educare i bambini piccoli che “l’amore è amore” e che puoi essere ciò che vuoi oggi e cambiare idea domani. In Our Mother’s House di Patricia Polacco, una coppia lesbica con bambini adottati multirazziali è un modello di inclusività per i bambini nelle famiglie dello stesso sesso. In Stella Brings the Family di Miriam B. Schiffer, la protagonista Stella ha due padri e nessuna madre. Con un aiuto trova la soluzione per celebrare la Festa della Mamma a scuola.
Anche il tempo libero dei bambini sta perdendo la sua libertà. 21 Pride Rainbow Crafts for Kids, ad esempio, è una raccolta di idee divertenti e facili per i più piccoli per celebrare l’orgoglio durante il mese di giugno.

I falsi peni in poliestere sono probabilmente il prodotto più estremo in vendita oggi, ma è evidente che costituiscono la punta di un iceberg. L’industria LGBT+ per neonati e bambini è la nuova frontiera ora che l’ideologia di genere ha saturato il resto della società. E se si lascia che la conquista proceda senza opporre resistenza, un numero crescente di bambini, a partire dalla culla, potrebbero diventare gli agnelli sacrificali delle mode LGBT+ con danni irreversibili.
Patricia Gooding-Williams, qui.

Una sola domanda: se la pedofilia, ossia l’uso del corpo di un bambino da parte di un adulto per soddisfare le proprie pulsioni malate, è reato, perché questo putridume non lo è?

POST SCRIPTUM: ma una bambina che vede una bambola dai tratti indiscutibilmente femminili e con nel corpo una cosa che lei non ha, riuscirà a capire che è la bambola a essere artefatta e non lei a essere menomata?

barbara

PRUDENZA, PRUDENZA, PRUDENZA

Che la prudenza non è mai troppa.
Oggi pomeriggio, videoconferenza su zoom:

Poi, quando sono uscita a fare la spesa, ne ho visti un sacco di mascherati, diversi con la mascherina abbassata, probabilmente avevano fatto la spesa e magari dovevano entrare in qualche altro negozio, ma sei l’avevano ben calzata su bocca e naso, uno dei quali in bicicletta. Tenendo presente che da casa mia al supermercato sono duecento metri.

barbara

RITORNO ALL’UNGHERIA, OVVEROSIA È ARRIVATO L’UOMO NERO

Prologo con antefatto
Vi ricordate all’inizio della primavera dell’anno scorso? Orban, per poter fronteggiare l’epidemia e prendere decisioni rapide senza gli impicci della burocrazia e dei percorsi ordinari, chiese al Parlamento – e ne ottenne – i pieni poteri. Grande scandalo e grida d’allarme in tutta Europa: rischio dittatura, anzi piena dittatura, orrore, sgomento… Due mesi e mezzo dopo, terminata l’emergenza, Orban dichiarò chiuso lo stato di emergenza e restituì i pieni poteri. In Italia Conte il 31 gennaio dichiarò lo stato di emergenza e si prese, senza autorizzazione di chicchessia, i pieni poteri per sei mesi. Il 31 luglio, con 675 pazienti covid ricoverati nei reparti ordinari e 41 in terapia intensiva e 9 morti, proroga lo stato di emergenza per altri sei mesi, sempre con pieni poteri. Il 31 dicembre lo proroga per altri sei mesi, sempre conservando i pieni poteri. Ora, con poco più di una dozzina di morti, con le terapie intensive occupate da pazienti covid per il 3,21% e i reparti ordinari per l’1,43%, Draghi sembra fermamente deciso a prorogare ancora lo stato di emergenza fino a fine anno, col solito corollario dei succosi pieni poteri. Ma il dittatore è Orban e lo stato più orrendamente assolutista fascista razzista regressista è naturalmente l’Ungheria – l’unico Paese europeo in cui sinagoghe e istituzioni ebraiche non hanno bisogno della protezione della polizia.
Bene, ora proseguiamo.

Orban, il mascalzone ideale

Legittimo criticarlo, l’Ungheria non è l’Olanda. Ma dire che criminalizza l’omosessualità è da propagandisti in malafede. E la Finlandia che processa chi sostiene la visione cristiana del matrimonio?

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dice che “nell’Unione europea sei libero di essere chi vuoi essere e di amare chi vuoi”. Come se la legge ungherese, dove ci sono le unioni civili per gli omosessuali, vietasse omosessualità o transgender. Quello che fa è vietare l’educazione Lgbt nelle scuole e nei cartoni animati per bambini. Legittimo criticarla, non sostenere che criminalizza una categoria di persone. 
“Siamo pronti a discutere la legge con coloro che si sono espressi contro di essa”, ha detto alla BBC il governo ungherese. “La legge riguarda rigorosamente la protezione dei bambini. Dice che per i minori di 18 anni l’educazione sessuale deve essere appropriata e quello che non vogliamo è l’intrusione delle ONG di lobby LGBTQ+ e dei gruppi di pressione che entrano negli asili e nelle scuole per spiegare ai bambini perché è una grande idea avere trattamenti ormonali e operazioni per cambiare sesso prima dei 18 anni. Queste non sono pratiche accettabili”. Nelle settimane scorse, anche il più grande ospedale svedese, il Karolinska di Stoccolma, ha bandito i trattamenti ormonali per i minori.
Ma più precisamente, perché i legislatori ungheresi eletti democraticamente non possono decidere cosa è permesso insegnare ai bambini ungheresi? Il disprezzo è mozzafiato. Dovrei preoccuparmi e sentire come un attacco alla democrazia e alla libertà che i bambini magiari debbano andare online per guardare Kermit la rana che tiene un concerto assieme a una drag queen, invece di guardarlo sulla tv ungherese? O che ai bambini magiari di sette anni non venga detto a scuola che avere il pene non significa essere maschi? 
E perché dovrebbe essere meno discriminatoria la legge di un altro paese membro dell’Unione Europea, la Finlandia, dove un vescovo e un ex ministro sono appena finiti sotto processo per “incitamento all’odio”, solo per aver sostenuto la visione cristiana del matrimonio? In Francia hanno appena approvato una legge che cancella la figura del padre come riferimento nella filiazione. In Ungheria pensano che un bambino abbia diritto a un padre e a una madre. Quale paese è più discriminante e oscurantista? La battaglia fra il progresso e la reazione è complicata…
Leggendo oggi il Corriere della Sera su Orban un lettore non informato arrivava a farsi l’idea di un leader che “alimenta l’antisemitismo ad arte”. Ora, questo è il sondaggio ufficiale dell’Unione Europea su dove gli ebrei si sono mentono meno al sicuro in Europa. In testa, la Francia. In fondo, l’Ungheria. Fine della discussione, a meno che non si agiti lo spettro di George Soros, la cui battaglia con Orban non c’entra niente con l’antisemitismo. Nei giorni scorsi Ronald Lauder, presidente del Congresso Ebraico Mondiale, era a Budapest a rendere omaggio a Orban.
E’ vero, l’Ungheria di Orban ha molti difetti e non è l’Olanda o il Massachusetts. Può piacere o meno. Diverso, da bugiardi in malafede, è dire come fa tutta la stampa mainstream che l‘Ungheria è come l’Uganda.
E’ la differenza fra l’Est e l’Ovest europeo spiegata su Le Figaro da una filosofa di fama mondiale come Chantal Delsol: “Ritengono ancora di avere un’identità, una caratteristica specifica, depositata dalla storia, che merita di essere difesa. Mentre l’Europa occidentale, e l’istituzione europea, considerano l’identità una cosa del passato: in una società materialista e libertaria, un’identità culturale non ha più senso. Molti pensano che se non insultiamo questi paesi, allora siamo i loro difensori. E’ il segno di questo mondo manicheo, tagliato col coltello, che io denuncio. Pensano che la libertà abbia dei limiti, che da tempo abbiamo dimenticato. In Europa occidentale, questo è il nostro slogan, crediamo che ‘la mia libertà finisce dove inizia la libertà degli altri’. Ma si può anche pensare, questo è il mio caso, che la mia libertà finisca dove inizia la mia responsabilità. Che è molto diverso. Se gli ungheresi votano per chiamare ‘matrimonio’ il contratto tra un uomo e una donna, proteggendo così il nome e il simbolo, è un limite che mettono e non dovrebbero essere insultati per questo”. 
Se noi diamo di matto su un piccolo paese ricchissimo di storia e di pochi milioni di abitanti è perché non tolleriamo che qualcuno in Europa ci ricordi che c’era anche un’altra strada. Abbiamo la vocazione della terra bruciata. Non tolleriamo più alcun dissenso culturale?
Giulio Meotti

E ora un esempio di censura, in perfetto stile sovietico, cinese, nordcoreano. Dove? Nell’Europa progressista, naturalmente.

“I genitori hanno diritto all’educazione dei figli”

Il ministro della Giustizia ungherese ha scritto un articolo per spiegare all’Europa. Ma in nome della tolleranza è stato censurato da un giornale europeo. Lo ripubblico io. Hanno paura della verità?
“Come può una comunità di libertà (l’Europa istituzionale), che si era diffusa gioiosamente dopo la caduta del comunismo, essere arrivata a imporre così radicalmente una sola visione etica?”, si domanda sul caso ungherese su Le Figaro di oggi la filosofa francese Chantal Delsol, che ha fondato l’Istituto Hannah Arendt nel 1993, membro dell’Accademia di scienze morali e politiche, la famosa “cupola” della cultura francese, allieva di Julien Freund e autrice di Le Crépuscule de l’universel.

Perché l’Unione Europea è impazzita al punto di arrivare anche soltanto a pensare di espellere un piccolo paese di soli 10 milioni, una delle culle della sua millenaria storia e cultura? Il cuore dello scontro, scrive Chantal Delsol, è la fine della distinzione fra tolleranza e legittimità. Adesso tolleriamo soltanto quello che giudichiamo moralmente legittimo. “Posso tollerare la legalizzazione del cambiamento di sesso, perché sono liberale, ma non posso accettare, per ragioni di etica personale, che venga proposto a mio figlio in classe (e alle mie spalle). Per quanto sia necessario, da società liberali nell’Unione Europea, tollerare tutti i comportamenti e rispettare le persone, è normale che ogni corrente, movimento sociale, famiglia, abbia la propria idea di legittimità di questo o quel comportamento. Per questo il governo Orban considera inopportuno che una corrente di pensiero venga imposta nelle scuole. Il giudizio spetta alle famiglie, non spetta a un’ideologia statale educare i bambini. Considerare che tutti i comportamenti sono ugualmente legittimi è un modo libertario di vedere le cose, rispettabile come gli altri perché siamo in una società liberale, ma che non tutti sono obbligati a legittimare e che a fortiori non ha nessuna giustificazione per essere imposto a tutti, tanto meno ai bambini nelle scuole. Il grande fallimento delle élite liberali contemporanee è quello di rifiutare qualsiasi riflessione sui limiti. È disastroso che le persone intelligenti che ci governano si sentano obbligate a gridare alla discriminazione non appena viene emesso un giudizio e a chiamare criminali coloro che pensano esistano dei limiti. Una società non deve relativizzare tutto per essere libera. Ancora più grave: il grande naufragio delle nostre élite è la negazione della coscienza personale, la cui grandezza è quella di poter decidere se legittimare o meno ciò che tollera e poterlo trasmettere ai propri figli. Ma la coscienza personale, nonostante tutte le dichiarazioni magniloquenti, nessuno ce la può togliere”.
E c’è talmente poca tolleranza ormai che il celebre sito Politico si è rifiutato di pubblicare questo articolo del ministro della Giustizia dell’Ungheria, Judit Varga, che voleva spiegare all’Europa la legge in discussione. Lo ripubblico io qui sotto. Di cosa hanno tanta paura? Forse di un po’ di verità? Dopo aver vinto la battaglia culturale vogliono che tutti facciano la genuflessione, come “devono” fare i calciatori in campo prima della partita?

***

“Pensavamo che fossero interessati a sentire la nostra versione della storia. Ci sbagliavamo”

di Judit Varga

Da dieci anni, la stampa internazionale pubblica regolarmente dichiarazioni sulla morte della democrazia ungherese. Eppure, nonostante gridino ripetutamente al lupo, non c’è mai stato nessun lupo, anche se sfortunatamente quelli che gridano non sembrano mai stancarsi dell’inganno.
Questa volta si dichiara che l’Ungheria ha adottato una legge discriminatoria e omofoba. A nessuno importa che la dichiarazione firmata da diversi Stati membri contenga false accuse e falsifichi il merito della legge ungherese sopprimendone parti essenziali. A nessuno interessa notare che il fulcro della legge è la protezione dei bambini da qualsiasi tipo di sessualità – quindi non può, per definizione, essere discriminatoria. Gli Stati membri firmatari non si sono nemmeno presi la briga di chiedere spiegazioni ufficiali al governo ungherese prima di emettere la loro lettera congiunta. Le critiche hanno generato un conflitto artificiale tra i diritti dei bambini e i diritti delle persone LGBT. È davvero questa l’incarnazione della leale cooperazione sancita dai Trattati?
La nuova legge si concentra sulla garanzia dei diritti dei genitori e sulla protezione dei minori dall’accesso a contenuti che potrebbero contraddire i principi educativi che i loro genitori hanno scelto di insegnare loro fino a quando non diventeranno essi stessi adulti. Fino a quel momento, tuttavia, tutti gli altri attori – sia lo Stato che le scuole – dovranno rispettare il diritto dei genitori di decidere sull’educazione sessuale dei propri figli. Ecco di cosa tratta la nuova legge ungherese.
Si ricorda che l’articolo 14 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea sancisce che deve essere rispettato il diritto dei genitori di assicurare l’educazione e l’insegnamento dei propri figli in conformità alle proprie convinzioni religiose, filosofiche e pedagogiche, conformemente alle leggi nazionali che disciplinano l’esercizio di tali libertà e diritti.
La legge ungherese non si applica alla vita, all’identità sessuale o alle pratiche degli adulti di età superiore ai 18 anni, né al modo in cui tali adulti desiderano esprimersi o presentarsi pubblicamente.
L’orientamento sessuale e l’identità di genere sono soggetti a una rigida protezione costituzionale in Ungheria. Secondo l’Articolo XV paragrafo (2) della Legge Fondamentale, l’Ungheria garantisce i diritti fondamentali a tutti senza discriminazioni. Dal 2004, la legge sulla parità di trattamento ha affermato chiaramente all’articolo 1 che tutte le persone nel territorio dell’Ungheria devono essere trattate con lo stesso rispetto e vieta esplicitamente la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.
Le disposizioni non escludono alcuna attività in classe o altrimenti organizzata per gli studenti relativa alla cultura, al comportamento, allo sviluppo o all’orientamento sessuale, purché non promuova o diffonda tali argomenti. Si aspetta semplicemente che solo esperti qualificati descrivano questi problemi altamente sensibili ai bambini in modo appropriato all’età e basati su prove, contribuendo così alla loro corretta educazione con la direzione e la guida appropriate dei loro genitori e tutori legali.
In Ungheria, ognuno è libero di esprimere la propria identità sessuale come meglio crede, poiché la legislazione ungherese garantisce pienamente i diritti fondamentali per ogni minoranza. Non è una contraddizione che garantisca anche il diritto e l’obbligo dei genitori di educare i propri figli. Non c’è nulla di discriminatorio in questo.
Non è la prima volta, tuttavia, che l’europeità di una legge ungherese venga interpretata da alcuni che scelgono di giudicare anticipatamente senza prima richiedere i fatti. La dichiarazione politica che condanna la nuova legge ungherese è vergognosa, non solo perché va contro la leale cooperazione, ma anche perché la dichiarazione incorpora un’opinione politica faziosa senza un’indagine imparziale precedentemente condotta.
Inoltre, non è la prima volta che la legislazione ungherese viene etichettata come discriminatoria. Tuttavia, la verità è che implicare che questa legge sia anti-UE discrimina esclusivamente quei genitori che, in linea con la Carta dei diritti fondamentali dell’UE, abbracciano il diritto all’educazione dei propri figli.
Giulio Meotti

E perché tutto questo? Per il solito, eterno motivo che la storia ci ha tragicamente insegnato: fabbricare un nemico comune per poter distrarre il popolo e perseguire in pace i propri sporchi affari.

Niram Ferretti

AL RIPARO DAL VENTO IMPETUOSO DEL PROGRESSO

Per Joseph Goebbles, maestro indiscusso della propaganda, il primo dei principi affinché una propaganda efficace potesse funzionare era quello della semplificazione e del nemico unico: Scegliere un avversario e insistere sull’idea che fosse lui la fonte di tutti i mali. Sappiamo come gli ebrei, durante i dodici anni del regime nazista, incarnassero questo nemico all’ennesima potenza, anche se, ce ne erano anche altri.
Oggi, in un’epoca europea più lieta di allora, e più gaia sotto molteplici aspetti, chi ci spiega che cos’è la democrazia e come funziona, ci dice anche che in Europa, Victor Orban, il putiniano Orban, è un nemico delle magnifiche sorti e progressive, quelle ormai decise e incarnate dall’Unione Europea.
Si dà il caso che l’Ungheria sia stata recentemente messa all’angolo perchè, udite udite, avrebbe promulgato una legge “omofoba”. E, oggi, essere in odore di omofobia è sicuramente peggio che avere la fedina penale sporca per avere rapinato una banca.
Naturalmente, pochissimi si sono sentiti in dovere di leggere la legge in questione, perchè Orban è un reprobo a prescindere, anche se l’Ungheria fa parte della UE; ma se viene fatta una legge per tutelare i minori dalla pedagogia LGBT, si deve dire che si tratta di un “pretesto”.
Il Ministro ungherese della Giustizia Judith Varga, ha scritto una lettera in proposito, nella quale, lamenatando la messa all’indice dell’Ungheria da parte della UE, ha scritto
“La nuova legge si concentra sulla garanzia dei diritti dei genitori e sulla protezione dei minori dall’accesso a contenuti che potrebbero contraddire i principi educativi che i loro genitori hanno scelto di insegnare loro fino a quando non diventeranno essi stessi adulti. Fino a quel momento, tuttavia, tutti gli altri attori – sia lo Stato che le scuole – dovranno rispettare il diritto dei genitori di decidere sull’educazione sessuale dei propri figli. Ecco di cosa tratta la nuova legge ungherese”.
L’Ungheria sa bene cosa significa essere posti sotto tutela dallo Stato orwelliano, lo ha sperimentato a fondo sulla propria pelle cosa significa la sottrazione dell’individualità, anche quella genitoriale, conculcata da un regime che imponeva come bisognava parlare, come bisognava pensare, come bisognava agire, e non è disponibile che questa prassi avvenga nuovamente sotto le mentite spoglie della “democrazia” e della “lotta alla discriminazione”.
Dunque, pur restando in seno alla UE, essa ritiene che il Superstato della medesima non debba decidere le regole a cui tutti dovrebbero attenersi, soprattutto se si tratta dell’educazione da impartire ai minori, che non sono sudditi della UE, ma figli dei loro genitori.
Un principio un po’ all’antica forse, ma ancora attuale fino a quando, Orban o non Orban, ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di tenerlo al riparo dal vento impetuoso del Progresso.

Infine una piccola cosa, che mi è piaciuta.

Claudia Premi

Il testo non è mio, ma di una persona che come me ha vissuto gli anni 80.

Concordo e non aggiungo altro.

Vi siete inventati il fluid gender e, di conseguenza, l’omofobia. Io vengo dalla generazione che ascoltava e amava David Bowie, Lou Read e non si è mai posta il problema di che preferenze sessuali avessero, fregava niente, anzi, contenti loro e, in qualche caso, beati loro , Elton John e Freddy Mercury, George Michael. Siamo anche la generazione che amava i Led Zeppelin o i Deep Purple o Neil Young o gli Eagles, senza porsi il problema dei testi che oggi sarebbero giudicati sessisti. Quando arrivò Boy George non ci chiedemmo se gli piacesse il maschio, la femmina o tutti e due, ci godemmo semplicemente la sua musica e quando Jimmy Sommerville ci raccontò la sua storia di ragazzo di una piccola città, ci commuovemmo e cantammo insieme a lui.
E non c’erano leggi a costringerci a essere solidali o quantomeno partecipi. Non c’erano minacciose commissioni o attenti guardiani a censurarci se ci usciva una battuta. C’era Alyson Moyet, allora decisamente oversize ma bellissima e bravissima, e nessuno pensava valesse meno di una Claudia Schiffer. Anzi. Vorrei capire che è successo nel frattempo, perché secondo me tutti questi censori hanno l’unico effetto di creare quello che censurano, di generarlo per reazione. Secondo me eravamo tanto più avanti senza imposizioni, perché le imposizioni, si sa, spesso generano l’effetto contrario.

Sì, lo so, stilisti fotografi attori erano gay mentre operai postini commessi erano recchioni, froci, culattoni, ma negli anni Ottanta, oggettivamente, non c’era granché di gente a considerarli ancora come degli appestati da cui girare alla larga. Meno che mai erano all’ordine del giorno aggressioni e pestaggi. Una grossa parte della cosiddetta emergenza è stata inventata a tavolino, come è ampiamente documentato

E se si fabbrica a tavolino un’emergenza che non esiste, gli scopi sono sempre quanto meno torbidi, di questo possiamo essere sicuri.

barbara

QUEI PIRLA CHE CREDONO CHE INGINOCCHIARSI

significhi rendere omaggio a BLM (che sarebbe comunque una puttanata, dal momento che si tratta di un’organizzazione para-terroristica, che vandalizza devasta brutalizza stupra uccide) e una forma di testimonianza contro il razzismo in generale.

Non è vero che la Nazionale non si inginocchia “contro il razzismo”, la Nazionale non si inginocchia perché non vuole umiliare i suoi tifosi e perché ha ancora rispetto per il suo paese

La Nazionale Austriaca, così come quella gallese, e tutti coloro che si sono indignati di fronte a questa decisione, dovrebbero riflettere bene prima di approvare e imitare (male) gesti di cui non conosco appieno il significato.

Una cosa che si cela dietro il gesto di inginocchiarsi e che in pochi hanno ancora notato. Come sappiamo, la nostra Nazionale ha deciso che non si inginocchierà “contro il razzismo”. Una decisone CORAGGIOSA – ebbene sì, non c’è nulla di “coraggioso” nell’imitare quello che fanno tanti altri e che viene approvato da commentatori, politici, attivisti e il resto del circo mediatico – maturata non solo dopo le neanche tanto velate minacce di Enrico Letta a In Onda su La7 “Vorrei fare un appello ai nostri giocatori: che si inginocchino tutti” con tanto di ammiccamento di testa e sguardo minaccioso… Perché? Altrimenti cosa fai? … e l’ondata di pressanti richieste e accorati appelli a dimostrare mediante genuflessione che la Nazionale è contro il razzismo: inginocchiatevi tutti, altrimenti, sarete giudicati razzisti! 

Non tutti però si sono soffermati a pensare all’unica cosa che davvero conta: Da dove viene quel gesto? Perché si fa? Cosa significa?
Ebbene, questo gesto (il kneeling, cioè la genuflessione, tradotto dall’inglese) viene dagli Stati Uniti. A partire dal 2016, un giocatore di football americano, tale Colin Kaepernick– che avrete senz’altro già sentito nominare – iniziò a poggiare un ginocchio a terra durante l’esecuzione dell’inno nazionale americano, tradizionalmente suonato prima di ogni partita e a cui i giocatori assistono stando in piedi. Il gesto non venne notato subito ma quando si diffuse, balzando agli onori della cronaca, alle domande dei giornalisti Kaepernick rispose che non voleva onorare un paese in cui la minoranza nera era ancora oppressa, facendo riferimento alle uccisioni degli afroamericani da parte della polizia. Il suo gesto iniziò così ad essere imitato da molti giocatori professionisti, anche in altri sport, fino a diventare diffusamente adottato durante la vasta ondata di manifestazioni, spesso anche violente, che hanno scosso gli Stati Uniti in seguito alla morte di George Floyd nel 2020.
Può essere più chiaro di così? In America quel gesto è nato con un significato ben preciso. “Il mio paese è razzista”, quindi mi inginocchio quando suona l’inno nazionale, a cui di solito si assiste in piedi, perché non lo rispetto. Questo è il significato che sta dietro al gesto, ed ecco perché non tutti in America sono stati d’accordo nell’adottarlo e incensarlo. Ebbene sì, ci sono persone che amano ancora il proprio pese e che non vogliono vederne calpestati i simboli solo perché alcuni sentono il bisogno di usare il razzismo per spiccare condanne collettive ad un intero popolo e per dare linfa vitale ai propri progetti per cambiarlo alla radice. L’orgoglio per il proprio paese è una cosa innata, c’è, è una cosa che non si può cambiare.
Fintanto che questo gesto era rimesso alla decisone individuale dei giocatori, poteva anche andare bene. Ma si sa, la Sinistra ama i gesti simbolici, e quando ne trova uno abbastanza potente non è più accettabile che sia rimesso alla coscienza individuale del singolo giocatore. Sarebbe sprecato! Sarebbe depotenziato! Ed ecco perché la Sinistra vuole che i giocatori si inginocchino, tutti, indistintamente. La Sinistra è sempre stata collettivista, e questa ne è un’ulteriore dimostrazione: quando hanno bisogno di un simbolo per promuovere le loro battaglie, tutti devono adottarlo. È il classico ragionamento “o sei con me o sei contro di me”… questa è l’unica scelta che ti si pone davanti: se ti inginocchi sei buono, se resti in piedi sei automaticamente razzista. L’individualità è vista solo come un impaccio. Ecco il significato delle parole di Enrico Letta.
Ora, in questo emerge l’ipocrisia di quei giocatori che agli Europei hanno deciso di emulare il gesto. Ci inginocchiamo contro il razzismo, Sì, ma prima dell’inizio della partita, non durante l’inno, a cui assistiamo belli in piedi. Esilarante. Se bisogna copiare un gesto, lo si faccia fino in fondo, altrimenti si cade nel ridicolo, in una ridicola imitazione di comodo… nel scimmiottare qualcosa insomma.
La Nazionale Austriaca ha deciso, anche sulla scorta della decisione della nostra, di assecondare la massa e di inginocchiarsi… Bene, allora lo facciano quando suonerà il loro inno nazionale! Abbiano il coraggio di portare fino in fondo le battaglie che hanno deciso di sposare, abbiano il coraggio di inginocchiarsi durante l’esecuzione del loro inno, e non, comodamente dopo, in campo, prima del fischio d’inizio! Abbiano il coraggio di dire davanti al mondo che “l’Austria, il nostro paese, è un paese razzista” quindi ci inginocchiamo durante l’inno perché non rispettiamo il nostro paese perché è razzista!”… Vediamo se i tifosi austriaci saranno contenti del messaggio che viene dato dalla loro stessa Nazionale.
Ecco tutta l’ipocrisia di fondo degli europei quando cercano di emulare gesti che vengono da oltre oceano e che non comprendono fino in fondo…
Ed ecco perché dobbiamo essere grati che la Nostra Nazionale non ci esponga ad un simile ludibrio.
W la Nazionale
W l’Italia
Forza Azzurri! 
In bocca al lupo per stasera ai nostri ragazzi! (qui)

(Augurio andato a buon fine: abbiamo vinto. E non ci siamo inginocchiati)
Aggiungo questa preziosa presa di posizione

Ale Tzu

IO NON MI INGINOCCHIO

«Secondo me inginocchiarmi è degradante, perché i miei genitori mi hanno sempre detto di essere orgoglioso di essere nero. Dovremmo rimanere in piedi, non inginocchiarci. Io non mi inginocchierò e non indosserò una maglietta con la scritta Black Lives Matter. Si cerca di dire che siamo tutti uguali, ma la verità è che ci stiamo isolando con queste cose, che secondo me non stanno nemmeno funzionando. Questa è la mia posizione».
Wilfried Zaha ivoriano del Crystal Palace

E ora godetevi il nostro ineffabile lettuccio, le sue parole, il suo viso, la sua voce, la sua espressione. Conservatevi il video, casomai dovesse capitare di accorgervi di avere mangiato funghi velenosi e necessitare di una vomitata rapida.

E infine due parole da un signore notoriamente di sinistra.

barbara

QUEL GRAN CIALTRONE DI ALESSANDRO BARBERO

Un po’ più di un mese fa mi sono stati inseriti nei commenti a questo post alcuni video, fra cui quello in cui Alessandro Barbero racconta, con incredibile cialtroneria, la “sua” storia di Israele dimostrando, oltre che di essere un grandissimo cialtrone, anche di conoscere meno di zero delle cose di cui pretende di parlare. E qualcuno ha così commentato:

Mi demolisci Barbero? io lo considero un grande divulgatore, non mi sembra abbia mai lasciato spazio a sentimenti personali, almeno in quello che ho sentito in tutti i suoi interventi reperibili sul web.

Per rimettere le cose a posto, lascio la parola a chi è sicuramente più competente di me (che lo sono comunque quanto basta per poter dire senza tema di smentita che Barbero è un mastodontico cialtrone, oltre che ignorante e falsario)

L’antica Israele e il passo falso dello storico Barbero

Nelle ultime settimane, alla luce della situazione, gira e rigira sui media un’intervista data dall’insigne storico Alessandro Barbero a Camogli nel 2018 (youtube.com/watch?v=MEUiCZKOoxI). Nell’intervista, Barbero spiega perché il passato può ancora sorprenderci e quindi come nuove scoperte ci costringono a scoprire che la nostra visione del passato “in realtà era tutta sbagliata”. Il primo esempio che Barbero ci presenta, considerando la macro storia del popolo ebraico, gli “ebrei” per l’autore, è quello dell’antico regno di Israele, che non sarebbe mai esistito. Narra Barbero che fino a pochi anni fa, secondo vari storici che si basavano sui “racconti” dell’Antico Testamento, esisteva in “Palestina”, ben 1000 anni prima di Cristo, il grande regno di Israele. Questo raggiunse l’apice durante il regno di gloriosi re, Davide e Salomone. Inoltre, la capitale del regno, Gerusalemme, possedeva grandiosi edifici tra cui il Tempio di Salomone.
Poi, continua Barbero, gli archeologi israeliani (chi e quando?) hanno iniziato a scavare alla ricerca “di questo grande regno e di questa grande capitale”. Tuttavia, fa notare Barbero divertito, gli archeologi israeliani, una volta raggiunto lo strato pertinente al periodo di storia considerato, non hanno trovato niente, tranne qualche focolare di nomadi.
Naturalmente, a detta di Barbero, i politici israeliani (quali?) non erano contenti, né lo era l’opinione pubblica. In breve gli archeologi israeliani (ma quali?) avevano dimostrato al di là di ogni dubbio che il “grande regno di Israele” non era mai esistito né che esisteva Gerusalemme o il Tempio di Salomone, ma vi erano solamente nomadi che vagavano nella steppa. Innanzitutto, il paesaggio dell’area geografica descritta da Barbero è molto diversificato, poiché (era) ed è contraddistinto dalla presenza di fertili pianure, in cui cresce grano ed orzo, colline adibite alla coltivazione di vite ed olivo, montagne, altipiani, deserti in cui cresce la palma, il Lago di Tiberiade, il Giordano, ed il Mar Morto. Ma non vi è traccia alcuna di “steppe”.
Ma forse Barbero si è confuso con il deserto dei Tartari. Inoltre, la terminologia utilizzata è problematica. L’uso del termine “Antico Testamento” è offensivo, e per questo all’interno del mondo accademico si preferisce utilizzare il termine Bibbia Ebraica.
Un Antico Testamento implica l’esistenza di un Nuovo Testamento, che come tale squalifica e nullifica il precedente. Anche l’uso del termine Palestina è improprio. Un purista utilizzerebbe alternativamente il termine Terra di Cana’an o Terra di Israele per definire l’area geografica nel periodo considerato. Chi invece vuole riferirsi alla situazione politica attuale, dovrebbe tenere presente che convivono lo Stato di Israele e l’autonomia nazionale palestinese. Il termine Palestina per indicare la totalità dell’area è scorretto. Nel periodo considerato esisteva la Pentapoli dei Filistei, un patto di cinque città (Gaza, Ascalona, Ashdod, Gath, ed Ekron), le quali però occupavano la superficie dell’attuale Striscia di Gaza e di parte della striscia costiera meridionale dello Stato di Israele. E poi chi sono questi archeologi israeliani? O chi sono questi fantomatici politici? Uno storico per onestà ha il dovere di non lasciare nel vago le proprie fonti d’informazione, ma citarle correttamente. Vedremo di farlo per Barbero.
Innanzitutto, vediamo di far luce su cosa è l’antico regno di Israele, e cosa ne dicono gli studiosi, archeologi e storici, israeliani e non. L’anno 1000 a.C. è un periodo a cavallo tra la prima età del ferro, che va dal 1200 al 1000 a.C., il periodo dei giudici tanto per intendersi, e la seconda età del ferro, che va dal 1000 fino al 587 a.C., e cioè il periodo della monarchia, prima il “regno unito di Saul, Davide e Salomone”, e dopo la morte di quest’ultimo, la divisione del territorio tra il regno di Israele, a nord, ed il regno di Giuda, a sud. Secondo gli archeologi, tra cui Israel Finkelstein, intorno all’anno 1000 a.C. si può parlare dell’esistenza di una confederazione, o forse più confederazioni di tribù nomadi, che conosciamo sotto un’identità collettiva con il nome di Israeliti. Queste popolazioni non sono nomadi ma vivono in insediamenti fissi, la cui forma vagamente ricorda l’origine nomade della popolazione. Da notare che anche le abitazioni, la cosiddetta “casa a quattro vani”, assomiglia alle tende che i beduini utilizzano oggi nel Sinai. Ma la popolazione è per lo più oramai dedita all’agricoltura (ed alla pastorizia), e utilizza un nuovo metodo di comunicazione, l’alfabeto, come del resto le popolazioni limitrofe e consanguinee: i Fenici, i Moabiti, gli Ammoniti, e gli Edomiti. Lo studioso Solomon Birnbaum aveva già coniato nel 1954 il termine paleo-ebraico per definire l’alfabeto e la lingua in uso tra queste popolazioni, l’ebraico, cognato al Fenicio. Questo alfabeto, che appare intorno al decimo secolo, venne utilizzato nelle iscrizioni nei regni di Israele e di Giuda fino a tutto il settimo secolo a.C. Quindi niente nomadi.
Ma veniamo alla storia politica, e alla spinosa questione se Davide e Salomone sono veramente esistiti e hanno dominato su un vasto regno. La maggior parte degli studiosi ritiene che Davide e Salomone sono figure storiche, anche se le descrizioni della vastità del suo regno e dell’opulenza della sua corte sono quasi sicuramente un’esagerazione anacronistica. Uso il termine anacronistico poiché, secondo vari studiosi tra cui l’israeliano Israel Finkelstein e l’americano Neil Silberman, le descrizioni bibliche del regno di Davide e del successore Salomone rispecchiano l’estensione e l’opulenza del regno di Israele all’epoca degli Omridi nell’ottavo secolo a.C. (Vedi I. Finkelstein e N. Silberman, The Bible Unearthed: Archaeology’s New Vision of Ancient Israel and the Origin of Its Sacred Texts).
Di fatto, all’interno del mondo accademico, vi sono tre correnti, una minimalista, una massimalista, e una che cerca di barcamenarsi tra le due. Evidentemente Barbero ha citato solamente la scuola minimalista, e nemmeno con tanta esattezza. Per quanto riguarda la corrente minimalista, i suoi principali esponenti, Finkelstein e Silberman ritengono che sia Davide che Salomone siano indubbiamente figure storiche, ma che, tuttavia, regnarono su un’area modesta che includeva Gerusalemme e le sue vicinanze, insomma una città stato. Il primo riferimento al Regno di Israele risale all’890 a.C. circa, e per quanto riguarda il regno di Giuda, al 750 a.C. Detto questo, in questo periodo il regno di Israele era divenuto una potenza regionale, mentre il regno di Giuda raggiunse l’apice solamente molto più tardi all’epoca del re Giosia. Gli storici biblici, quindi, preferirono ignorare la potente dinastia degli Omridi, da loro definita come politeista: basti pensare alla lotta tra il profeta Elia ed i profeti di Ba’al, supportati dal Jezabel, la moglie del re Achab. Quindi la descrizione dell’estensione del regno di Davide e di Salomone così come appare nella Bibbia, se da un lato riflette un’immaginaria età dell’oro, in cui i sovrani osservavano uno stretto monoteismo, dall’altro rispecchia la situazione del Regno di Israele all’epoca degli Omridi. Ma questo Barbero preferisce ignorarlo. In poche parole, l’immenso regno di Israele è sì esistito, ma due generazioni dopo Davide e Salomone, figure storiche che dominavano un’area ben più ristretta. I suoi sovrani, i potenti Omridi, erano monolatri, non monoteisti (nessuno è perfetto), ma etnicamente si possono senza dubbio ricondurre agli israeliti.
Ma vi sono anche i massimalisti, completamente ignorati da Barbero, tra cui l’americano William G. Dever e l’inglese Kenneth Kitchen. Dever (W. G. Dever, What Did the Biblical Writers Know and When Did They Know It?: What Archaeology Can Tell Us about the Reality of Ancient Israel, 2001 e Who Were the Early Israelites and Where Did They Come From?, 2003) non dubita della descrizione biblica del Tempio di Salomone, ed a riprova lo studioso americano fa presente che vi sono vari edifici simili, per esempio il Tempio cananeo di Hazor, risalente alla tarda età del bronzo, o il tempio di Tel Tainat, contemporaneo a quello di Salomone. Secondo Kitchen (K. A. Kitchen, On the reliability of the Old Testament, 2003), Salomone regnava su un impero di dimensioni ridotte, ma molto opulento. Kitchen calcola che in 30 anni un tale regno avrebbe potuto raccogliere per tributi ben 500 tonnellate d’oro. Inoltre Kitchen, come Devers, ritiene che la descrizione biblica del Tempio di Salomone rispecchi quella di una struttura veramente esistita. Ma vi è anche una terza corrente, che trova appoggio tra vari studiosi, tra cui l’archeologo israeliano Avraham Faust e l’americano Lester L. Grabbe. Secondo Faust (A. Faust, “The Sharon and the Yarkon Basin in the Tenth Century BCE: Ecology, Settlement Patterns and Political Involvement”, Israel Exploration Journal 2007, pp. 65– 82; The Archaeology of Israelite Society in Iron Age II, 2012; “Jebus, the City of David, and Jerusalem: Jerusalem from the Iron I to the Neo-Babylonian Period (in ebraico)”, in Jerusalem: From its Beginning to the Ottoman Conquest, 2017), la descrizione biblica del regno di Salomone, molto più tarda, esagera l’estensione del territorio e la ricchezza del sovrano.
Tuttavia il regno di questi, a cui faceva capo Gerusalemme, era una piccola città-stato, dotata di un’acropoli (il Monte del Tempio) che si estendeva su un vasto territorio e che includeva la pianura dello Sharon. Inoltre dal punto di vista economico, i dati archeologici indicano un commercio su vasta scala, tale che solamente un’entità politica mediamente estesa poteva sostenere. Grabbe (1 & 2 Kings: An Introduction and Study Guide: History and Story in Ancient Israel, 2016), invece, ritiene che Gerusalemme nel decimo secolo era governata da un sovrano, che costruì un tempio, anche se la città ed il suo territorio erano di dimensioni ridotte. Vorrei aggiungere due punti, innanzitutto sull’archeologia di Gerusalemme e sull’importanza dell’epigrafia, quest’ultima completamente ignorata da Barbero. Inoltre, per quanto riguarda Gerusalemme, gli scavi condotti da Eilat Mazar, hanno rivelato nel 2005 un largo ed ampio edificio amministrativo che data al decimo secolo, e che l’archeologa mette in relazione con re Davide (E. Mazar, “Did I Find King David’s Palace?”, Biblical Archaeology Review 32 (1), 2006, pp. 16–27, 70). La maggior parte degli studiosi accetta la datazione proposta da Mazar. Quindi Gerusalemme era un importante centro amministrativo.
Per quanto riguarda il periodo successivo al regno di Davide e Salomone, la documentazione epigrafica proveniente dalla Terra di Israele è abbondante ed include varie iscrizioni monumentali, come l’iscrizione del re moabita Mesha, o l’iscrizione dallo Shiloach, che data al regno di Ezechia, che osò sfidare il sovrano assiro Sennacherib. Tra di esse va annoverata la famosa iscrizione in cui viene menzionata la Beth David, o famiglia di Davide proveniente da Tel Dan, scoperta nel 1993 dall’archeologo israeliano Avram Biran.
L’iscrizione chiaramente dimostra non solo l’esistenza di una dinastia davidica che regnava sul regno di Giuda, ma anche che il capostipite di tale dinastia, Davide, sia esistito veramente. Certamente se l’iscrizione fa lume sull’esistenza di un tale che si chiamava David, non ne narra la sua gesta e l’esatta posizione di Davide rimane ignota allo storico. Inoltre, oramai da più di cento anni siamo a conoscenza di una vasta gamma di iscrizioni in cuneiforme assire, babilonesi, o persiane tra cui il cilindro di Ciro, che illuminano la narrazione biblica. Certo, la narrativa biblica non viene confermata nei minimi dettagli e certamente vi sono numerose aporie tra la narrazione biblica ed i ritrovamenti archeologici. Ma tutto questo non contraddice che vi era in epoca biblica un popolo, gli israeliti, che vivevano nella loro terra, la Terra di Israele, non come nomadi, ma come parte integrante, e che avessero stabilito potenti entità politiche.
Ed infine veniamo agli archeologi israeliani ed ai politici anonimi menzionati da Barbero. Mi pare di capire che Barbero si riferisca alla polemica tra i due archeologi israeliani Yigal Yadin e Yohanan Aharoni, che tuttavia data ai primi anni sessanta. Naturalmente l’anonimo politico israeliano era l’allora primo ministro David Ben Gurion. Nel 1958, Yadin condusse un importante scavo nella biblica cittadella di Hazor in Galilea. Menzionata sia nel libro di Giosuè che bel Libro dei Giudici, il tel, che avrebbe rivelato un’imponente città cananea ed un importante fortezza israelita, aveva suscitato l’interesse del giovane archeologo.
Agli occhi di Yadin, il fatto che la città cananea fosse stata distrutta per ben due volte, riflettendo gli avvenimenti descritti nel Libro di Giosuè e dei Giudici, confermava la teoria che la conquista di Cana’an e da parte delle tribù israelite fosse stato un processo violento. A questa teoria si opponeva Aharoni, un importante archeologo israeliano, che invece riteneva che la conquista di Cana’an fosse stato un processo pacifico in cui le tribù di Israele si erano assimilate alla popolazione locale. Ben Gurion, suscitando le ire di parte del mondo religioso, non esitò ad affermare che gli israeliti, e quindi gli attuali discendenti, gli ebrei, erano discendenti delle tribù di Israele e della popolazione locale cananea con cui si erano pacificamente congiunti.
Fatte queste elucidazioni, mi rattrista vedere che una intervista, forse poco curata, sono sicuro involontariamente, data da un insigne accademico, sia divenuta fonte di propaganda anti israeliana, in cui si nega agli ebrei il diritto alla loro terra, riconosciuto dall’Onu, ed antisemita, in cui il passato collettivo del popolo ebraico viene semplificato e gli ebrei vengono trasformati in nomadi che vagano per le steppe di una Terra non loro, e di cui in quanto nomadi non potranno mai esserne possessori.

Samuele Rocca, storico dell’arte, Pagine Ebraiche Giugno 2021, qui.

Samuele Rocca è evidentemente molto più diplomatico e “soft” di me nei confronti del signor Barbero; resta comunque, credo, indiscutibile che un signore che parla di “archeologi israeliani” senza minimamente sognarsi di precisare chi, quando,in quali circostanze avrebbe detto le cose da lui riportate, tutto può essere tranne che uno storico (e stendiamo un velo pietoso sulle steppe della Terra di Israele). E che uno che parla in tono canzonatorio e strafottente di chi crede alla “storiella” dell’esistenza del regno di Israele, ancora una volta tutto può essere tranne che uno storico. E questo varrebbe anche nel caso in cui davvero il suddetto regno non fosse esistito: compito di uno storico, oltre che di smontare le leggende con documentazioni incontrovertibili, è di spiegare in modo chiaro e pacato come stanno le cose, non di sfottere chi crede a ciò che finora (e fino a prova contraria – che Barbero non è stato in grado di produrre) risulta essere storia documentata. Cialtrone, altro che insigne accademico.

barbara

DI VATICANO, DI ZAN, DI ZANINI E DI ALTRI INCOMPARABILI IDIOTI

(È un po’ lungo, portate pazienza. Poi domani se non capita qualche imprevisto importante vi porterò via pochissimo tempo, quindi magari leggetelo a rate, se è troppo)

Dato che i crociati contro l’omofobia rappresentano la crema della crema della sinistra, inizio con questa deliziosa carrellata

e proseguo con questo quadro che illustra quanto sia effettivamente grave e bisognosa di interventi la situazione da noi orrendevolissimi occidentali.

E una riflessione sulla famigerata legge Zan.

Niram Ferretti

SULL’AVANZAMENTO DEL PROGRESSO

Siamo arrivati a questo. Lo spartiacque tra luce e tenebra, progresso e regresso, civiltà e barbarie è il DDL Zan.
Alessandro Zan, parlamentare PD e militante LGBT, ha l’onore e l’onere di avere dato il proprio nome a questa legge fondamentale. Il futuro dirà di lui, per il momento accontentiamoci del presente. Un presente derelitto in cui un disegno di legge marcatamente ideologico e lobbista frutto di una organizzazione che è una Chiesa a sé, con i suoi dogmi, le sue scomuniche, il suo clero variopinto (e implacabile è soprattutto nei confronti di quegli omosessuali, uomini o donne che non si allineano alle sue direttive), è stato abilmente trasformato in un vessillo di libertà.
Se non verrà approvato, dicono i suoi sostenitori, Fedez, Elodie, Paola Turci, Vladimir Luxuria e altri pensosi intellettuali, l’Italia sprofonderà nel buio. Infatti, il DDL Zan fornirà, con il pretesto della difesa dei diritti umani e la lotta alle discriminazioni, una protezione impareggiabile a omosessuali, transgender, trans, e a coloro che, nonostante, l’inequivocabilità dei loro attributi sessuali e del loro aspetto fisico si percepiscono all’opposto di come appaiono. Lo farà facendo in modo che chi ritiene che l’eterosessualità è la norma e la famiglia naturale è quella composta da un uomo e una donna, non possa avanzare critiche o anche opposizione alle famiglie arcobaleno, all’acquisizione di figli da parte di coppie omosessuali tramite la maternità surrogata o la fecondazione eterologa, e altro ancora.
Non è vero che il DDL Zan, come dice il suo promulgatore e insieme a lui i suoi sostenitore, garantisca la liberà di opinione, che, diciamolo, non ha bisogno di Alessandro Zan per essere garantita, essendo già fermamente salvaguardata dall’Articolo 21. Basterebbe leggersi l’Articolo 4 del disegno di legge, il cosiddetto “salva idee” dove è scritto che “ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atto discriminatori o violenti”.
Tutto sta nella congiunzione “purché”. Il diavolo, si sa, è nei dettagli.
Come ha sottolineato Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, “Non si può usare il concetto di ‘idoneità’ nella valutazione di un’idea, chissà quando, come e per quale finalità espressa, e trasformare quella idea in un reato penale”.
O meglio, sì, si può. Si può in un regime autoritario o totalitario, dove il pensiero è irreggimentato rigorosamente, e insieme ad esso, ovviamente il linguaggio.
Non sono più i tempi, fortunatamente, dell'”amore che non osa dire il proprio nome” tempi che costarono a Oscar Wilde i lavori forzati, da allora di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, ma non vorremmo che si inaugurassero i tempi in cui ci possano essere dei giudici i quali condannassero un cittadino per avere osato dire che l’omossesualità è una inclinazione statisticamente deviante rispetto all’eterosessualità o che affermi che l’unico matrimonio degno di questo nome è quello tra un maschio e una femmina.
Se si dicesse con franchezza e limpidezza che questo disegno di legge è il frutto di una ben precisa ideologia, che ha trasformato l’omosessualità da inclinazione sessuale a strumento politico, si renderebbe solo un servizio alla verità. E se al posto di Fedez ci fosse Pier Paolo Pasolini, avremmo la certezza che vedrebbe in esso l’estensione omologante, coartante e fascistizzante di un brand. Purtroppo ogni epoca ha i testimonial che si merita.

E veniamo alla odierna pietra dello scandalo: l’intervento del Vaticano

Gerardo Verolino

Non dicono una parola (anzi sono propensi a giustificare i loro carnefici) se gli omosessuali sono perseguitati, torturati ed impiccati alle gru negli Stati e nelle teocrazie islamiche ma, adesso, i nuovi maître à penser della sinistra (da Fedez a Elodie) si inalberano e protestano indignati se la Chiesa cattolica (per essere più precisi: la Cei) dice una cosa giusta quando ricorda allo Stato italiano che non bisogna discriminare gli omosessuali, ma neppure il prete che seguita a dire che il matrimonio religioso è solo fra un uomo e una donna. Ma andate a fanzan

D’altra parte, quando abbiamo a che fare con la sinistra, si sa cosa ci si deve aspettare

Qui.

Cioè la sinistra praticamente è come l’AIDS: se la conosci la eviti. Aggiungo ancora questo

“La Chiesa non contesta il Ddl Zan ne’ sul piano teologico ne’ nel merito” – Monsignor Filippo Di Giacomo, canonista: “Il confronto verte sulla difesa di quegli spazi di libertà religiosa che riguardano non solo i cattolici ma anche ebrei, musulmani e seguaci di altre confessioni” – “Si tratta di una “nota verbale”, il modo usuale con cui le diplomazie si parlano. Enfatizzarlo come una ‘lettera ufficiale’ è pura idiozia” – “Chi ha dato alla stampa la “nota” puntava a fare uno sgarbo al Papa” – Gli attacchi di Fedez sulla tasse del Vaticano? Notizia mezza tarocca. Evidentemente si considera uno specchio di virtu’…“

https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/zan-zan-quot-chiesa-non-contesta-nbsp-ddl-zan-ne-39-piano-274375.htm

Il machiavellismo della Curia mi ha sempre affascinato.
Comunque godo.

Fantastica la gente con il cartello con scritto “L’odio non è un diritto”… Che di solito, se togli l’odio a quei dementi col cartello arcobaleno, si sgonfiano come palloncini.
Nota: L’Odio è un diritto (qui)

Perché se lo stato ha il diritto di sindacare sui sentimenti e addirittura farne materia di diritto, chi ci metterà al riparo da futuri ghiribizzi statali di sindacare su qualunque altro sentimento umano, dall’invidia alla gelosia all’antipatia e magari – perché no? – alla simpatia, alla riconoscenza, all’affetto, all’amore?
Poi ci sono quelli che, dopo essersi spellati le mani a forza di applaudire i papali interventi pro clandestini, pro le deliranti teorie gretiane sull’ambiente eccetera, chiedono a gran voce di “denunciare” il concordato, ai quali faccio dire due parole da

Giovanni Bernardini

CONCORDATO

I patti lateranensi regolano ancora oggi i rapporti fra lo stato italiano e la Santa Sede.
Firmati nel 1929 fra il governo Mussolini e la Santa sede sono stati inseriti nella costituzione nel 1948, col voto favorevole di Togliatti.
Sono stati modificati nel 1984 dopo una lunga trattativa fra rappresentanti del Vaticano ed il governo Craxi.
Il fatto che i patti siano inseriti nella costituzione ha una conseguenza ben precisa che sfugge a coltissimi personaggi come Fico e Fedez: lo stato italiano NON può denunciare unilateralmente i patti, come avviene per gli altri accordi internazionali, meglio, può farlo ma SOLO tramite una legge COSTITUZIONALE. Si rassegnino i pasdaran del gender.
Questi i fatti
Quanto al resto, non val la pena di sprecare ancora una volta molte parole sul DDL Zan.
Telegraficamente: NON si tratta di una legge in difesa di diritti. Già ora non è possibile aggredire, insultare, picchiare, discriminare ingiustamente nessuno, per nessun motivo. Volendo si può essere più chiari in proposito, ma non è questo il punto.
Il DDL Zan equipara il sesso “biologico” con il sesso “sentito”, pretende che nelle scuole si propagandi la filosofia gender e, cosa più grave di tutte, trasforma in reato penale la critica del gender. E’ vero che la legge concede, bontà sua, la libertà di esprimere opinioni diverse, ma subordina questa libertà graziosamente concessa alla assenza del “pericolo” che questa possa provocare azioni violente e discriminanti. Per capirci: un prete afferma che per la Chiesa l’omosessualità è un peccato, un magistrato ritiene che questa affermazione possa indurre qualcuno ad atti violenti ed il prete finisce in galera. Degno di Goebbels.
La Chiesa può condannare chi insulta, aggredisce o discrimina qualcuno per motivi legati alle preferenze sessuali, NON PUO’, se non vuole rinnegare completamente se stessa, accettare che nelle scuole cattoliche venga propagandata la filosofia gender né può accettare che interi passi della Bibbia vengano censurati perché ritenuti “omofobi”.
Staremo a vedere come evolverà la situazione, penso che le carte siano molto intricate. Per ora mi limito a ridere pensando a coloro che esaltano papa Bergoglio quando si tratta di migranti salvo poi strapparsi i capelli quando il Vaticano ribadisce cose che sono da tempo immemorabile parte della dottrina cattolica.
Personalmente detesto ogni tipo di argomento “ad personam”. Non credo che X sia giusto se lo dice Tizio salvo diventare sbagliato se lo afferma Caio. Sono contrario alla immigrazione clandestina anche se il papa la difende e sono contrario al DDL Zan quale che sia la posizione in proposito del Vaticano.
E tanto basta.

Perché non c’è niente da fare: più sono ignoranti e più salgono in cattedra. E, come dice giustamente – e documenta – Giulio Meotti, quella con cui stiamo  avendo a che fare è una vera e propria inquisizione, altro che Vaticano che interferisce!

La nuova Inquisizione non viene dal Vaticano, ma dai Buoni

Ecco il catalogo dei perseguitati (scrittori, politici, pasticcieri, insegnanti, informatici, vescovi, giuristi). Nel liberissimo Occidente è in nome dell’Amore che si censura, licenzia e reprime

“I benpensanti sono diventati come una religione”, ha scritto Nicolas Beytout sul quotidiano liberale francese L’Opinion. “Impone le sue regole, la sua liturgia, le sue messe. Scomunica coloro che non rispettano questo nuovo catechismo progressista. Il pensiero dominante e travolgente è seguace della teoria del gender”. George Orwell aveva capito che la “neolingua” non sarebbe stata radicalmente nuova, ma la manipolazione di quella esistente. Così l’aggettivo “libero” non si sarebbe più usato nel significato di “intellettualmente indipendente”, ma in frasi come “questo cane è libero dalle pulci” o “questo campo è libero da erbacce”.

In Occidente nessuno viene più licenziato perché omosessuale e la questione transgender è diventata egemonica. Al contrario, chi dissente, senza demonizzare nessuno, rischia molto. Si criminalizzano ormai non i comportamenti, ma i pensieri in sè. La nuova Inquisizione non viene dal Vaticano, ma dall’“Impero del Bene” di Philippe Muray. Le leggi contro l’odio in tutto l’Occidente, nate su intenzioni “inclusive”, oggi sono usate per censurare, licenziare e reprimere. Ecco il catalogo (parziale) dei perseguitati in nome dell’Amore…

  • L’ex ministro dell’Interno finlandese, Päivi Räsänenuna, che è anche un medico, aveva criticato la partecipazione della Chiesa luterana finlandese (di cui è membro) ai festival Lgbt e citato la Bibbia (Genesi, “maschio e femmina li creò”) nei suoi social. Ora deve andare a processo.
  • Ha scritto che è in atto una “dittatura gender”. Per questo Bob Eschliman, caporedattore del quotidiano dell’Iowa Newton Daily News, è stato licenziato. Aveva espresso le sue opinioni sul suo blog e fuori dall’orario di lavoro, ma non gli è servito a salvargli la carriera.
  • Germund Hesslow è professore di neurofisiologia a Lund, in Svezia, ed è finito sotto inchiesta per avere affermato che esistono differenze biologiche tra maschi e femmine.
  • Sasha White ha perso il lavoro alla Tobias Literary Agency dopo avere espresso solidarietà all’autrice di Harry Potter. La sua bio sui social diceva già tutto: “Il gender non conformista è meraviglioso; negare il sesso biologico no”. Poi il rifiuto di usare pronomi neutri gender fluid.
  • Jack Phillips è il pasticciere più famoso d’America. Ed è di nuovo stato trascinato in tribunale perché non vuole realizzare dolci contrari alla sua fede cristiana. Se nel 2012 una coppia omosessuale gli aveva chiesto una torta per celebrare il proprio matrimonio gay, al tempo della richiesta illegale nello stato, questa volta un avvocato ha preteso da Phillips una torta per festeggiare la propria “transizione di genere”. Nello storico processo Masterpiece Cakeshop v. Colorado Civil Rights Commission, la Corte Suprema stabilì che rientra a pieno titolo nel Primo emendamento il diritto a non creare con le proprie capacità artistiche qualcosa che vada contro le proprie convinzioni religiose. “Oggi tocca a Jack, domani potrebbe toccare a voi”, ha detto la sua legale, Kristen Waggoner.
  • Brendan Eich, programmatore creatore della lingua del web (il JavaScript), amministratore delegato di Mozilla solo per undici giorni, è stato licenziato a causa di mille dollari donati alla campagna in favore del “sì” al referendum della California per vietare i matrimoni gay. A difenderlo ci ha pensato Andrew Sullivan, icona gay, giornalista inglese trapiantato in America e che fu uno dei primi a dichiararsi omosessuale, secondo cui Eich è stato “scotennato da attivisti gay, trattato da eretico. Brendan è vittima dell’intolleranza della sinistra liberal e della mafia gay. Adesso sarà costretto a sfilare per le strade nella vergogna? Perché non metterlo ai ceppi? Se l’attivismo omosex è diventato questo, mi dimetto subito dal movimento. Se si tratta di minacciare la libertà di parola degli altri, allora non siamo meglio dei prepotenti anti gay che ci hanno preceduto”.
  • Il vicedirettore di una rivista universitaria è stato licenziato per “transfobia”, dopo aver twittato che “le donne non hanno il pene”. Angelos Sofocleous è stato cacciato da Critique, la rivista di filosofia dell’Università di Durham e come direttore da The Bubble, la rivista online dell’università.
  • When Harry became Sally, il libro di Ryan Anderson critico del gender, è stato bandito da Amazon. E non importa che non ci sia alcuna fobia o odio nel libro di Anderson, basta mettere in discussione l’identità di genere per finire all’indice e perdere proventi e reputazione.
  • Maya Forstater, ricercatrice licenziata da un think tank di Londra per aver scritto sui social che “le donne trans non sono donne”, ha cercato giustizia per tre anni dopo il licenziamento.
  • L’American Humanist Association ha cancellato venticinque anni dopo il “Premio Umanista dell’Anno” a Richard Dawkins, sulla base del fatto che non è sufficientemente devoto al “culto del transgenderismo”, come il famoso biologo lo ha definito sul Times, dicendo che da biologo non può ignorare i cromosomi XX e XY.
  • Sarah Honeychurch dell’Universià di Glasgow è stata licenziata come redattrice della rivista accademica Hybrid Pedagogy, dopo aver firmato una lettera di femministe che metteva in dubbio il rapporto delle università con l’ente Lgbt Stonewall.
  • L’ex cappellano del Trinity College di Cambridge, Bernard Randall, è stato cacciato dal Trent College per le critiche al programma Lgbt introdotto nella sua scuola. Aveva detto Randall agli studenti: “Dobbiamo trattarci l’un l’altro con rispetto, non attacchi personali: questo è ciò che significa amare il prossimo come se stessi. Discuti con tutti i mezzi, fai un dibattito ragionato sulle convinzioni, ma mentre va bene cercare di persuadersi a vicenda, a nessuno dovrebbe essere detto che deve accettare un’ideologia. Ama la persona, anche quando non ti piacciono le sue idee. Non denigrare una persona semplicemente per avere opinioni e convinzioni che non condividi”.
  • Uno degli autori della serie Doctor WhoGareth Roberts, è stato estromesso da una nuova antologia a causa di quello che la Bbc Books (di proprietà della Penguin Random House e dell’emittente pubblica inglese) ha descritto come “linguaggio offensivo sulla comunità transgender”. Roberts, che è gay, aveva solo detto di non credere nell’identità di genere: “E’ impossibile per una persona cambiare il proprio sesso biologico”.
  • Un vescovo spagnolo, nominato cardinale da Papa Francesco, di cui è anche amico personale, è stato incriminato per “omofobia”. Si tratta dell’arcivescovo di Pamplona, Fernando Sebastián Aguilar, che in un’intervista a Diario Sur aveva spiegato: “La sessualità ha una struttura e un fine, che è quello della procreazione. L’omosessualità, in quanto non può raggiungere questo fine, sbaglia”. Per queste parole si è ritrovato nel registro degli indagati.
  • All’Università di Bordeaux, in Francia, è stata eliminata la conferenza di Sylviane Agacinski, celebre femminista e psicoanalista, per aver attaccato il gender nel libro Femmes entre sexe et genre.
  • La procura di Parigi ha aperto una inchiesta sul giurista di origine armena della Sorbona, Aram Mardirossian, per “incitamento all’omofobia e alla transfobia” (sei mesi di carcere e 22.500 euro di ammenda) perché ha difeso il matrimonio naturale.
  • Un professore di filosofia, Philippe Soual, membro della società internazionale di studi su Hegel e del centro Cartesio della Sorbona, si sia visto cancellare un corso all’ateneo Jean Jaurès di Tolosa, dopo che è stato accusato da un’associazione di studenti di essere un “portavoce della Manif pour tous”, il movimento che ha riempito le piazze per manifestare contro le nozze gay.
  • Per non parlare di quei famosi odiatori gay di Dolce & Gabbana, quelli che “la famiglia è solo quella tradizionale e non ci convincono bambini sintetici e uteri in affitto”.

Nell’Occidente dove si scrive per asterischi e il relativismo è assolutistico, l’opinione è diventata legge e siamo tutti un po’ “omotransofobi”. Fino a prova contraria.
Giulio Meotti

E vedrete che prima o poi arriveranno anche a questo:

Concludo con le preziose intellettuali che irraggiano sapienza su tutti noi. Inizio con l’inevitabile immaginifica signorina Murgia

Qui

per passare alla nostra Oca preferita, che esige di essere riconosciuta come intellettuale, pretende di essere chiamata dottoressa, si atteggia a italianista e scrive libri per insegnare, appunto, a parlare e scrivere in un italiano impeccabile, e soprattutto a storica, profondissima conoscitrice e grandissima esperta da non restare indietro a nessuno. Per il caso in questione, grazie appunto alla vastissima conoscenza di tutte le vicende storiche occorse dalla notte dei tempi a oggi, ha trovato il paragone giusto che dia la misura esatta del misfatto compiuto oggi dal Vaticano, e ha scritto un post che inizia così:

Galatea Vaglio

Storie di bambini rapiti e ingerenze vaticane.
Il 23 giugno del 1858 il seienne Edgardo Mortara, nato in una famiglia ebrea [ebraica, cara, ebraica: per descrivere un sostantivo serve un aggettivo, e “ebrea” non lo è] di Bologna, veniva allontanato con la forza dai genitori dalle autorità dello Stato Pontificio e trasferito a Roma in un convento.

Adesso per commentare come merita questo incredibile concentrato di ignoranza e cretinitudine servirebbe un’opera delle dimensioni dell’Enciclopedia Britannica, ma sono sicura che a dargli il suo giusto valore riuscirete anche da soli.
Concludo definitivamente, anche se non c’entra direttamente con zanismo e dintorni, ma c’entra in compenso col pensiero unico dominante, rendendo omaggio a sei Uomini che non si sono piegati.

barbara

LE ULTIME FRONTIERE DEL DELIRIO PROGRESSISTA

Eccone due che, mi sembra, si sposano magnificamente. Uno che riguarda le scelte di nascita

Nel paradiso del gender è legale abortire una bambina solo perché femmina

In Canada il Parlamento affossa una legge che avrebbe vietato l’aborto delle quote rosa. L’Occidente politicamente corretto è davvero migliore dell’India dove sono scomparse 22 milioni di bambine?

Il Parlamento canadese, che ha approvato una legge che vieta la discriminazione sulla base dell’identità di genere, a maggioranza schiacciante ha votato contro un’altra che avrebbe reso un crimine “per un medico eseguire un aborto sapendo che l’aborto è ricercato esclusivamente sulla base del sesso del bambino”. Il disegno di legge, C-233, è stato definito “inaccettabile” da Maryam Monsef, ministro per l’Uguaglianza di genere (sig!), “perché nel 2021 i conservatori continuano a presentare proposte di legge contro la libertà di scelta”. Ma ricapitoliamo.
Secondo le Nazioni Unite, 140 milioni di donne sono “scomparse” in tutto il mondo, il risultato della preferenza per i figli, inclusa la selezione del sesso basata sul genere. Dieci anni fa, le agenzie delle Nazioni Unite hanno pubblicato un documento che condannava l’eliminazione delle bambine.
Il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione ha dichiarato lo scorso anno che la selezione del sesso ha avuto conseguenze terribili per le società. “Al fenomeno sono già stati collegati casi di aumento della violenza sessuale e della tratta di esseri umani”. 
Ciò nonostante, in una delle incongruenze raccapriccianti della politica moderna, il Canada ha votato in modo schiacciante contro un disegno di legge che avrebbe vietato gli aborti selettivi in base al sesso. Il problema, ovviamente, è mettere in discussione qualsiasi aspetto dell’aborto. “Il dibattito è finito”, ha dichiarato il ministro Monsef. “Le donne e le donne soltanto hanno il controllo del proprio corpo. Questo non è un posto in cui i politici possono intervenire”. Forse il dibattito è finito in Canada, ma questa è una brutta notizia per le bambine indiane.
Il 4 marzo 2010, The Economist ha pubblicato una delle sue copertine più memorabili: una pagina completamente nera e un paio di minuscole scarpe rosa. Il titolo era “Gendercide: cosa è successo a 100 milioni di bambine?”. Buona domanda. La risposta è che sono stati abortite o uccise, principalmente in Cina e India, ma anche in altri paesi. Nel 1990 era stato Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia e docente ad Harvard che ha dedicato la sua vita alla causa dei meno abbienti e dei paesi emergenti, a lanciare l’allarme sulla New York Review of Books: “Almeno 60 milioni di bambine sono state cancellate in seguito a infanticidi o aborti selettivi di femmine. E’ una rivoluzione tecnologica di tipo reazionario. Il sessismo dell’aborto selettivo”. 

Secondo un articolo di The Lancet di qualche settimana fa, il divario tra i sessi in India continua ad aumentare. Sono scomparse 22 milioni di ragazze indiane a causa dell’aborto selettivo del sesso. Due estati fa, dallo stato indiano di Uttarakhand, nel nord, erano arrivati i dati delle nascite. In tre mesi, in un’area che comprende 132 villaggi, sono nati 216 bambini, tutti rigorosamente maschi.
Studi dimostrano che le coppie indiane che vivono in Canada hanno esportato la preferenza del maschio nella loro nuova casa, abortendo le bambine. Se in Occidente diciamo che gli aborti in base al sesso sono leciti, cosa c’è di sbagliato negli aborti in ​​base al sesso in India? Ma questo “genocidio di genere” è finito nel punto cieco del progressismo occidentale. Pochi ne parlano. Forse perché parla anche un po’ di noi.
Giulio Meotti

E uno che riguarda le scelte di morte.

Farsi uccidere per donare organi, l’eutanasia corre veloce

Candidati all’eutanasia e donatori di organi: la cosiddetta “eutanasia del buon samaritano” è già praticata in Belgio, Paesi Bassi e Canada, ma un articolo scientifico spiega come si allargheranno le possibilità di questa pratica per aumentare la disponibilità di organi da espiantare: anzitutto prevedendo l’inizio del processo eutanasico in casa per agevolare i potenziali donatori; poi puntando su malati mentali e depressi: corpi sani e giovani, ottimi per il trapianto, poco utili in una persona insana.

– CANADA, PRIMO STATO EUGENETICO, di Luca Volontè

Viene praticata ormai da anni, soprattutto in Belgio, Paesi Bassi e Canada. Potremmo definirla l’eutanasia del buon samaritano. Si tratta di questo: il paziente chiede un trattamento eutanasico e poi fa sapere che donerà i propri organi.

L’eutanasia in alcuni paesi corre così veloce che ormai non si discetta più se la «dolce morte» sia eticamente accettabile o meno, non si discute nemmeno più se l’eutanasia a cui segue il trapianto non diventi un’eutanasia a scopo trapianto, con relative spintarelle al futuro de cuius affinché si decida a tirare le cuoia per il bene dell’umanità. No, ormai il focus della discussione si è spostato ben oltre: questi buoni samaritani è bene che muoiano a casa o in ospedale? Gli organi prelevati a caldo sono di migliore qualità seguendo il primo o il secondo protocollo?

Su tale tema la rivista scientifica Jama Surgey ha pubblicato un articolo nel febbraio scorso dal titolo: «La donazione di organi post eutanasia iniziata a casa è praticabile». Gli autori, Johan Sonneveld e Johannes Mulder, descrivono così il protocollo dell’eutanasia a domicilio in vista di un successivo trapianto: «Il paziente viene sedato solo a casa, il che segna l’inizio dell’eutanasia in termini legali, ma ha lo scopo medico solo di rimuovere la coscienza mentre le funzioni vitali sono mantenute e protette. L’induzione del coma e l’inizio della fase agonica avvengono successivamente nel reparto di terapia intensiva dopo gli addii a casa e il trasporto». Quanta cura nell’uccidere le persone: che il tutto avvenga nel rispetto della legalità, degli affetti e degli scopi clinici volti a preservare preziosi organi da espiantare.

Poi l’articolo vira verso il pietismo, uno degli ingredienti di base dell’ideologia eutanasica: «Suggerire che l’eutanasia debba avvenire in ospedale non tiene conto dei desideri più profondi di questi donatori: esseri umani malati, stanchi dell’ospedale che hanno deciso di porre fine al loro dolore nel comfort e nell’intimità della propria casa». Lo sottolineiamo ancora: il pomo della discordia non è più «Eutanasia sì» versus «Eutanasia no», ma è dove è meglio compiere l’assassinio.

Gli autori poi così proseguono: «Sostenere la necessità di una degenza ospedaliera allontanerà molti potenziali donatori». Siamo nel pieno di una strategia di marketing: occorre tranquillizzare i fornitori. Ma anche i candidati al trapianto: «Non c’è conflitto di interessi […]. Non è necessario contrapporre gli interessi dei pazienti trapiantati agli interessi dei donatori di eutanasia e viceversa». Ciò a voler dire che il processo eutanasico iniziato a casa non danneggia gli organi. Che il trapiantato stia tranquillo: i nostri organi con procedura domiciliare sono di ottima qualità. È un altro caso di reificazione della persona. Se i nascituri vengono chiamati «prodotto del concepimento» queste persone potranno essere indicate con il nome di «prodotto dell’eutanasia». Il paziente viene visto come un magazzino vivente di preziosi organi. Come accade con i feti abortiti presso le cliniche di Planned Parenthood: prima uccisi e poi depredati dei loro organi a scopo di vendita. I medici poi diventano vampiri d’organi, cacciatori di teste, cuore e polmoni.

Infine la chiusura dell’abstract offre la cifra di quanto la cultura di morte abbia raggiunto gradi così elevati che, in alcune menti, ormai è riuscita a capovolgere l’ordine oggettivo dei valori. Gli autori infatti caldeggiano la procedura at home e quindi spronano tutti a seguirla con queste parole: «Possiamo fare di meglio. I nostri pazienti meritano di meglio». I pazienti non meritano di vivere, bensì di essere uccisi e svuotati a dovere. Il meglio, il famigerato best interest è farsi uccidere per donare organi. E così, ammantata dalla pudica e spessa veste della filantropia che copre ogni sozzura, si incentiva l’eutanasia.

I candidati più appetibili per l’eutanasia del buon samaritano sono poi i malati mentali e i depressi: organi sani in menti fragili. Non si può chiedere di meglio. Corpi sani e giovani, non intaccati da tumori o dalla senescenza, particolarmente adatti al trapianto. Facile prevedere un incentivo all’uccisione di queste persone: quegli organi – così si argomenterà – servono poco in una persona insana di mente o depressa. Meglio darli a chi potrà farne miglior uso. Insomma il solito utilitarismo venduto, in questo caso, come se fosse beneficienza. (qui)

Anche le leggi naziste relative agli handicappati erano state studiate per il maggior bene comune.
C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d’antico.

barbara