JURAVLI, GRU

Prima guardate questo splendido spettacolo

poi, dopo avere visto la reazione dei giudici, andate qui a leggere il testo della canzone (la seconda). A me, quando alla seconda nota ho riconosciuto la canzone, è mancato il respiro. E direi che è l’intermezzo più giusto, nel momento storico che stiamo vivendo.

barbara

LE “LACRIME” DI BIDEN

mi hanno fatto immediatamente ricordare queste altre. Talmente cane come attore, oltre a tutto il resto, da non essere neanche capace di fare finta di piangere – come i suoi citati predecessori, del resto. E, se vogliamo, come il papa che non è neanche capace di fare finta di giocare a biliardino.

Tornando a Biden, sembrerebbe che quella cosa della storia che si ripete due volte, la prima in tragedia e la seconda in farsa, lui sia riuscito a capovolgerla: il suo arrivo alla presidenza è stato un’oscena farsa, le sue azioni successive un’immane tragedia. Qualcuno ha accostato quanto sta succedendo alla caduta dell’impero romano: forse è un pelino esagerato, ma sicuramente non un pelo troppo grosso. E lui? Ci dorme sopra.

barbara

KABUL E DINTORNI

Dintorni che, in un giorno forse non troppo lontano, potrebbero comprendere anche noi.

“Napoleone disse che in guerra la forza morale è tre volte più importante di quella fisica”

Intervista per la newsletter al saggista americano Joshua Muravchik. “La codarda fuga di Biden darà energia a tutti gli islamisti”. In Africa già si “festeggia” (37 cristiani uccisi)

“Nessuno avrebbe dovuto essere sorpreso dal crollo di Kabul o dalla velocità con cui è avvenuto. Napoleone disse che in guerra la forza morale è tre volte più importante di quella fisica. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno creato e addestrato l’esercito afghano e fornito ogni tipo di supporto tecnico. Eravamo come il suo fratello maggiore. Poi all’improvviso abbiamo detto: ‘Stiamo scappando, ma tu dovresti restare e combattere’. E poi Joe Biden ha avuto l’idea di castigare le forze afghane per aver seguito il nostro esempio”.
Qui a colloquio in esclusiva con la mia newsletter, Joshua Muravchik è uno di quegli intellettuali e saggisti americani che ci aveva creduto. Democrazia, modernità, diritti delle donne, costituzione…Costruire tutto questo a Kabul. Autore di fortunati saggi come Making David Into Goliath: How the World Turned Against Israel (2014) e Heaven on Earth: The Rise and Fall of Socialism (2002), Muravchik spiega che la deterrenza americana è adesso seriamente compromessa come forse mai prima. “L’attentato suicida all’aeroporto di Kabul ha ucciso 13 membri delle forze armate statunitensi (e forse altri soccomberanno per le ferite; forse ci saranno altri attacchi simili). Nell’anno e mezzo precedente, gli Stati Uniti avevano perso un solo soldato. È vero che Biden ha solo continuato ciò che Trump aveva iniziato con il suo assurdo patto con i Talebani, che ha contribuito a minare il governo afghano. Trump credeva che ci si potesse fidare della parola dei Talebani?”.
Il problema dell’America è anche interno. “E’ ferocemente polarizzata. Nei sondaggi più americani affermano che sarebbero sconvolti se la loro figlia sposasse qualcuno dell’altro partito politico rispetto a qualcuno di una religione diversa. Il problema è che nessuno dei due poli offre ciò di cui abbiamo così disperatamente bisogno: la leadership politica crede nell’America e nei valori che l’America ha a lungo esemplificato e sostenuto, una leadership che può ripristinare la fiducia della nazione. Abbiamo invece da una parte Trump, che dice ‘prima l’America’ ma in realtà significa ‘prima Trump’. Dall’altra abbiamo i Democratici che sembrano essere guidati interamente dall’ala ‘progressista’ del loro partito, portatori di un’ideologia che vede l’America solo come la terra del razzismo, sessismo, omofobia, islamofobia e capitalismo rapace votato al distruggere il pianeta. Biden si era presentato come la via di mezzo, ma ha capitolato subito ai ‘progressisti’”.
Lo stesso in politica estera. “È un’amara ironia che dopo aver criticato Trump sulla Nato, Biden possa aver fatto ancora di più per danneggiare l’Alleanza. E perché? Perché aveva un patto con i Talebani. Biden ha anteposto la fedeltà ai Talebani alla fedeltà ai nostri partner. E qui le ironie abbondano. Biden ha affermato che l’America ha poco interesse nel governo afghano, ma solo nell’impedire l’incubazione di gruppi terroristici”.
Parlando oggi con Le Figaro, il più grande esperto francese di Islam, Gilles Kepel, ha definito quella di Kabul come “una vittoria militare formidabile dell’Islam sunnita fondamentalista contro l’Occidente”. Basta ascoltare quello che dicono i loro commentatori. Come il turco-egiziano Islam al Ghamri: “Forse gli Stati Uniti si disintegreranno come l’Unione Sovietica. Questo è un terremoto enorme. E quando c’è un terremoto, la terra si rompe e crolli che erano inimmaginabili in passato accadono improvvisamente. Quello che è successo a Kabul è un enorme terremoto che colpirà l’Europa, gli Stati Uniti e l’intera civiltà occidentale”.

Il giorno in cui l’Afghanistan è caduto nelle mani dei Talebani, uno dei più famigerati islamisti dell’Africa occidentale ha elogiato i suoi “fratelli”, Iyad Ag Ghaly, capo di al-Qaeda in Mali. Commenta il Washington Post: “I combattenti di tutto il continente africano hanno celebrato la presa del potere da parte dei Talebani”. Saranno anche molti cristiani a pagare. Come i 37 appena assassinati dai jihadisti in Nigeria. “La calamità a Kabul significa più attacchi jihadisti e possibilità che prevalgano altre insurrezioni islamiste”, scrive The Economist. “La fuga dell’America rafforzerà i jihadisti in tutto il mondo”. Basta osservare l’Africa dopo la caduta di Kabul il 15 agosto.

18 agosto, 80 morti in Burkina Faso… 
19 agosto, 15 morti in Mali… 
20 agosto, 16 morti in Niger… 
25 agosto, 36 morti in Nigeria… 
26 agosto, 4 morti in Tanzania

Una “discesa agli inferi”. Così sul quotidiano L’Orient Le Jour Toufic Hindi, analista cristiano libanese e autore in Francia di Une troisième guerre mondiale pas comme les autres (Edizioni Panthéon), definisce il crollo dell’esperienza occidentale in Afghanistan. “Il movimento islamista sta combattendo una battaglia che vuole essere decisiva per conquistare il mondo e assoggettarlo alla legge di Allah. Vuole una guerra mondiale diversa dalle due che l’hanno preceduta.  La politica occidentale di pacificazione può solo portare a una guerra distruttiva, proprio come la politica di pacificazione di Hitler praticata dal primo ministro britannico Neville Chamberlain ha portato alla Seconda guerra mondiale”. Siamo, conclude Hindi, nell’“epicentro di un islamismo che sta investendo il mondo, un terremoto senza precedenti dal quale nessun paese può sfuggire. La situazione è così instabile ed esplosiva che nulla è impossibile”.
Conclude Joshua Muravchik alla mia newsletter. “La codarda fuga dell’America darà energia a tutti i tipi di gruppi islamisti, proprio come la sconfitta dell’Unione Sovietica ha dato origine ad Al Qaeda, così la sconfitta degli Stati Uniti in Afghanistan si rivelerà una fonte d’ispirazione ancora maggiore per l’Islam radicale”.
Il 1989, l’anno che secondo Francis Fukuyama doveva inaugurare la “fine della storia”, si apriva con un documento ben più importante e ignorato. La lettera di Khomeini a Mikhail Gorbaciov. Il leader sovietico era ancora alle prese con il bubbone dell’Afghanistan invaso dieci anni prima (si sarebbe ritirato un mese dopo). Convinto, a ragione, che la caduta del comunismo fosse ormai imminente (ci sarebbero voluti soltanto altri due anni), il vecchio ayatollah rivolge a Gorbaciov un invito a convertirsi all’Islam: “Come può l’Islam essere l’oppio del popolo, quando ci ha resi fermi come una montagna contro le superpotenze?”.
Il Mullah Baradar starà forse scrivendo una lettera simile a Joe Biden?
Giulio Meotti, 28/08/2021

Credo che quanto accaduto a Kabul il 15 agosto non abbia precedenti nella storia moderna, e neanche il successivo comportamento di Biden in relazione al disastro da lui provocato. Invito ora a vedere questo video in cui tre esperti di Medio Oriente (dovevano essere quattro, ma uno è stato costretto a rinunciare per sopravvenuti problemi) cercano di fare il punto della situazione. Dura un po’ più di un’ora, ma ne vale la pena. Casomai guardatelo a rate.

barbara

ANCORA SUI VACCINI 3

Le migliori in rete

Perché loro sono furrrrbi, mica come noi pecore che ci beviamo tutto quello che ci propinano.

Perugia
21 Agosto 2021 22:40
Caro Porro, sul sito di Maurizio Blondet è stato pubblicata una dichiarazione del Prof Meluzzi il quale dichiara che ai potenti, ai politici, ai ricchi, vengono vaccinati con della semplice Soluzione Fisiologica. Dunque le nostre Istituzioni, i nostri politici, i vari Presidenti di Confindustria e Federmeccanica, che adottano il green pass alla mensa, e addirittura AUSPICANO L’OBBLIGO VACCINALE, SI SONO VACCINATI CON ACQUA FRESCA. Il Prof. Meluzzi aggiunge che la proposta e’ stata fatta anche lui. ALLORA CHI CI GOVERNA E I VARI PRESIDENTI DI CONFINDUSTRIA ecc. NON SI FIDANO DI VACCINI SPERIMENTALI!

Pig – Perugia
22 Agosto 2021 7:29
Credibilissimo, ci avevo pensato anche io.
Cosa ci vuole a prelevare la dose dall’acqua anziché dal flacone con il vaccino? E gettare il vaccino nel cesso?
L’inoculazione non avviene in presenza di un pubblico ufficiale e non viene registrata con una webcam.
Quindi l’inoculazione non ha prove che sia veramente avvenuta, se non la parola di chi la fa e chi la riceve.
A me certe improvvise conversioni da parte di certi politici puzzano lontano un chilometro,

Prisco – Perugia
22 Agosto 2021 10:00
Era già nel credo che ci fossero cittadini di seria A e serie B ed era già nel credo la possibilità di avere un finto siero . Vi immaginate un Draghi o un Mattarella che dopo la punturina si sentono male ???? diventerebbe una CAPORETTO e tutto il marcio creato fino ad ora verrebbe spazzato via. Ad ogni modo punterei l attenzione sul fatto che probabilmente Mattarello abbia già messo le mani avanti avvallando l ipotesi di prorogare per altri 4 anni lo stato di emergenza in gran segreto , se cosi fosse la tanto amata COSTITUZIONE italiana varrebbe quanto la carta igienica.

Quindi essenzialmente quello che fai è usare iniezioni per iniettare materiale nel corpo e creare l’equivalente di un sistema operativo. Tutti conoscono il concetto di Microsoft che ti fa scaricare un sistema operativo nel tuo computer, che dà a Microsoft e a una varietà di altri concorrenti una porta di accesso nel tuo computer, e ogni mese o due o tre devi aggiornarlo perché ci sono i virus, tornando al virus magico, e possono risolvere tutti i problemi. E quindi questo è un sistema simile per il tuo corpo… che diventa un ricevitore e può letteralmente agganciare tutto al cloud… Questo sistema arriva al controllo completo non solo della tua capacità di effettuare transazioni finanziarie… ma a un controllo mentale tecnologico… In pratica stiamo parlando di collegamento ad un cyborg, se vuoi. E quindi transumanesimo e tecnocrazia vanno di pari passo… Stiamo parlando di togliere le libertà dove ne abbiamo, la libertà di girare e la libertà di dire quello che vogliamo…
Dario Gallinaro che riassume Catherine Austin Fitts, citato da Pepa Vezzo sulla bacheca di Deborah Fait

Maya Larissa – Deborah Fait (Deborah Fait è ebrea israeliana e sostenitrice del vaccino come strumento utile per liberarsi dal virus)
ah ah ah da che pulpito, i discendenti degli avvelenatori di pozzi adesso vogliono salvarci ah ah ah, stiamo vivendo proprio la fine dei Tempi se gente come la Fait ci tiene alla nostra salute, mi aspetto la discesa dell’anticristo da un momento all’altro, ci mancano solo i 2 suprematisti nirenstein e fiano ah ah ah che triade di raccattacicche ah ah ah

Fabio Bertoncelli
23 Agosto 2021 18:41
Ci stiamo avvicinando alla “SOLUZIONE FINALE”.
IL VACCINO RENDE LIBERI.

Armando
[…] Io, come sapete, auguro la morte veloce per malattia, incidente stradale o di altro tipo a questi banditi di Stato che impongono restrizioni e vaccini e minacciano 24 ore al giorno.

Andreia Alexandra Machado
[…] il vaccinato (se non muore prima o non rimane menomato tutta la vita a causa di questi pseudo-vaccini transgenici e sperimentali) […]

Pigi
Ma no. Il vaccino manda direttamente i cittadini al camposanto, per cui non intasa le strutture ospedaliere e, soprattutto, non fa correre rischi agli operatori.
E’ per questo che i nostri addetti ospedalieri ne sono entusiasti.

max
23 Agosto 2021 23:41
Nel 1933 Adolf Hitler, diede vita al “Der Ahnenpaß”, ossia un ”passaporto genealogico”, certificava che il possessore era ariano. Dava accesso ai musei, agli edifici pubblici, ai teatri, allo studio e al lavoro, al matrimonio.
Inizialmente usato per discriminare gli ebrei, poi esteso ad altri territori come l’Alto Adige. [copia-incolla da wikipedia, tranne il passaggio relativo a musei ecc. che si è inventato lui]
Oggi in Italia nel 2021, dopo 88 anni, è richiesto il certificato genealogico di vaccinazione, detto “greenpass”, per lo stesso identico uso discriminatorio ai danni di chi non si è sottoposto al siero salvifico.
[il fascismo ormai non basta più, e bisogna ricorrere al nazismo, e pazienza se genetica e scelte non sono esattamente la stessa cosa]

Stefano Bisogni – Luciano Braga
ti hanno usato come ratto da esperimento. Ci vogliono 5 anni per avere la sicurezza che non ci siano controindicazioni. E’ facile che finirai sulla sedia a rotelle metà paralizzato, come i dati inglesi di questi giorni dimostrano (dati ufficiali).

Stefano Bisogni – Giovanni Cattazzo
più che eletto, a letto per le consegue della vaccinazioni che ormai sono tremende

Isa Bi
Che immensa pena per tutte queste persone che sono morte così giovani. Mi chiedo quando finirà tutto questo, un incubo, una persecuzioni che ci sta avvelenando la vita. Quante vite si dovranno ancora sacrificare prima che qualcuno dica basta?

Boscu Maria Paola
Fossero anche 500 i morti in Italia post vaccino non è che siano pochi!!!!

Emilio Tarantino – Boscu Maria Paola
sono molti di più. Personalmente ne conosco due, altri due scampati per miracolo e tante reazioni avverse gravi

Gianni
26 Agosto 2021 21:57
se i politici e vipponi non avessero fatto un placebo ma un vaccino come i comuni mortali si starebbe parlando di altro.ma tantè che i dubbiosi vengono additati come criminali da scovare ……….la gatta frettolosa fa i gattini ciechi si dice dalle nostre parte………

erman67 – Stefano
27 Agosto 2021 0:31
Non ha senso nemmeno per i sanitari se il vaccino non garantisce l’immunità sterilizzante.

Stefano – Erman67
27 Agosto 2021 0:33
Allora se va all’ospedale con l’appendicite, e sono tutti in malattia, faccia il self-service. [vabbè, qualcuno capace di ragionare c’è, e la proporzione è più o meno quella che ho riprodotto qui]

Assomigliano terribilmente agli antisionisti (che ci tengono a precisare ogni tre secondi che loro NON sono antisemiti), che passano metà del loro tempo a vomitare veleno e menzogne su Israele, e l’altra metà a frignare che grazie alla potentissima lobby ebraica che controlla tutti i mass media Israele è intoccabile e nessuno può dire mezza parola di educatissima critica. Questi per metà del loro tempo riempiono i social di esternazioni di questo genere e l’altra metà a inveire – sempre pubblicamente – contro la censura che impedisce di criticare i vaccini. E FB, che censura di tutto di più, ha bloccato per un mese Deborah Fait per avere invitato una persona che ha scritto cose come quella che ho riportato a sputarsi addosso – e che, essendo bloccata, non può cancellare – mentre per le cose sui vaccini si accontenta di mettere il bannerino e per il resto si può scrivere tutto quello che si vuole. Ma loro sono i covintelligenti, come già detto.
Certo che recitare la parte delle vittime per qualcuno deve essere proprio una libidine.

barbara

ANCORA SUI VACCINI 2

Inizio con un po’ di numeri, quelli tutti interi, non quelli pescati selezionando quelli che fanno comodo a dimostrare la propria tesi precostituita. Perché per sapere se e quanto i vaccini funzionano, non vanno contati gli ammalati fra i vaccinati, bensì i vaccinati fra gli ammalati. E quando si opera in questo modo, i risultati sono questi:

E ora un po’ di numeri su Israele, che tutti i novax chiamano in causa per dire che Israele, pioniere e capofila della vaccinazione, è la prova che i vaccini non servono a niente, anzi, sono proprio i vaccini a provocare la malattia (il come, visto che nel vaccino a mRNA NON c’è il virus, rimane un mistero)

over 60, azzurro non vaccinati, verde chiaro vaccinati parziali, verde scuro vaccinati completi
under 60, azzurro non vaccinati, verde chiaro vaccinati parziali, verde scuro vaccinati completi

Aggiungo alcuni dati e una domanda, che mi sembra l’unica sensata, dell’amico Enrico Richetti, che ha famigliari in Israele e informazioni sempre di prima mano.

Enrico Richetti

Dal 27 luglio al 25 agosto in Israele, i malati gravi oltre i 60 anni sono:
triplicati tra i vaccinati
quadruplicati tra i vaccinati con una sola dose
moltiplicati per nove tra i non vaccinati.

**************************************************

Chi non crede ai dati ufficiali, che alternative offre?

E infine due note significative dalla Russia

Passo ora a un importante e documentato articolo sul più allarmante degli effetti negativi dei vaccini a mRNA.

Indagine sui casi di miocarditi notificati in relazione ai vaccini a mRNA anti-COVID-19

Informazione per gli operatori sanitari

04.06.2021

In tutto il mondo vengono al momento esaminati i rarissimi casi notificati di sospette miocarditi che possono avere una correlazione con l’uso dei vaccini a mRNA anti-COVID-19. Finora Swissmedic ha ricevuto solo un numero relativamente esiguo di notifiche di reazioni avverse riguardanti le miocarditi. Swissmedic ritiene comunque utile fornire agli operatori sanitari un’informazione sullo stato attuale delle conoscenze.

La miocardite è una malattia cardiaca infiammatoria causata principalmente da virus. I fattori scatenanti possono però essere anche altri agenti patogeni infettivi, sostanze tossiche, medicamenti o malattie immunomediate.

L’incidenza delle miocarditi è di circa 22 su 100 000 (per fare un confronto: in Svizzera l’incidenza dell’infarto miocardico acuto è dieci volte superiore con 227 su 100 000). I tipici sintomi di una miocardite acuta includono dolore toracico, dispnea, spossatezza e palpitazioni, fino a sincope e shock cardiogeno nei casi gravi.

I sintomi clinici di una miocardite possono essere molto variabili e persino assomigliare a quelli di un infarto miocardico acuto. Una miocardite dovrebbe essere presa sempre in considerazione nei pazienti che presentano un aumento dei biomarcatori cardiaci come la troponina o alterazioni dell’ECG che sono compatibili con un danno miocardico o che documentano un’aritmia cardiaca finora non nota.

Anche le alterazioni della morfologia e della funzione del ventricolo sinistro riscontrate tramite ecocardiogramma o RM cardiaca (tomografia a risonanza magnetica) possono essere dovute a una miocardite. Le misurazioni della reazione infiammatoria e del suo profilo di distribuzione nel cuore tramite RM cardiaca consentono di diagnosticare una miocardite con elevata sicurezza. In sintesi, la diagnosi clinica di una sospetta miocardite si basa su una combinazione di parametri e risultati clinici.

Notifiche spontanee dalla Svizzera

Alla luce dei quasi 5 milioni di dosi di vaccino somministrate (stato: inizio giugno 2021), fino al 27.05.2021 a Swissmedic sono stati notificati i seguenti casi: miocardite (n=2), perimiocardite (n=4) e pericardite (n=6), con sovrapposizioni tra queste patologie. Pertanto, il tasso di notifica delle reazioni menzionate è stato finora di circa 1 notifica per 400 000 dosi di vaccino. Le notifiche riguardano 3 donne e 8 uomini, in un caso il sesso non è stato specificato. L’età media è di 47 anni (fascia d’età: 18-70). Quattro notifiche riguardano Comirnaty e sette il vaccino di Moderna, in un caso manca questa indicazione.

In nove casi i disturbi si sono verificati dopo la prima dose e in tre casi dopo la seconda dose. Il tempo intercorso tra la somministrazione della seconda dose e la reazione è stato in media di 8,75 giorni (periodo: da 1 a 28 giorni). Cinque pazienti su 12 erano affetti da patologie pregresse rilevanti, tra cui insufficienza renale cronica, condizione post-trapianto renale, sindrome mielodisplastica, pericardite recidivante (per la pericardite ora notificata dopo la vaccinazione). Un paziente (di 67 anni) con una patologia cardiaca pregressa e insufficienza renale dialisi-dipendente ha sviluppato uno shock cardiogeno ed è deceduto. La maggior parte degli altri casi, da quanto si evince dai documenti, ha mostrato un decorso piuttosto blando o non sono ancora disponibili informazioni definitive sulle conseguenze della malattia.

Notifiche internazionali di casi sospetti

Anche a livello internazionale vengono attualmente esaminati i rarissimi casi di sospette miocarditi/pericarditi verificatisi dopo le vaccinazioni con vaccini a mRNA anti-COVID-19. Una commissione per la sicurezza dei vaccini del Center for Disease Control and Prevention (CDC) statunitense ha recentemente sottolineato che i casi di miocarditi notificati finora sono relativamente pochi. I casi notificati di sospette miocarditi sembrano verificarsi principalmente negli adolescenti e nei giovani adulti, più frequentemente nelle persone di sesso maschile vaccinate e dopo la seconda dose. In genere, i disturbi iniziano nei primi quattro giorni dopo la vaccinazione e nella maggior parte dei casi notificati hanno mostrato un decorso blando.

Conclusioni preliminari e raccomandazioni per gli operatori sanitari

In considerazione del basso tasso di notifica generale, della bassa incidenza di fondo della malattia e della complessità clinica dei casi notificati, al momento a livello internazionale non è ritenuto chiaro se sussista effettivamente una relazione causale tra i vaccini a mRNA e queste reazioni.

Gli operatori sanitari dovrebbero in ogni caso prendere in considerazione questo sospetto di diagnosi se, in stretta relazione temporale con la vaccinazione, si verificano nelle persone disturbi che sono compatibili con una miocardite/pericardite e che non sono stati causati da altre malattie cardiache.

I casi sospetti dovrebbero essere notificati a Swissmedic con i relativi risultati degli esami. Il rapporto rischi-benefici positivo dei vaccini a mRNA utilizzati in Svizzera non è attualmente influenzato da queste notifiche di casi sospetti.

Swissmedic continuerà a monitorare con attenzione questo argomento in cooperazione con i centri regionali di farmacovigilanza e in stretta collaborazione con le autorità estere e, se dovessero emergere nuovi aspetti, immediatamente fornirà informazioni al riguardo o avvierà misure volte a ridurre i rischi. (qui)

Sembrerebbe dunque che le voci che corrono in merito siano quanto meno esagerate, e i numeri gonfiati, tanto più che le “notizie” sono regolarmente prive di fonte, o dotate di fonti inattendibili, quando non del tutto farlocche.
Aggiungo ancora questa riflessione, che condivido totalmente.

La libertà non è un pranzo di gala: la disobbedienza “incivile” nel tempo dei social media

In un’epoca contraddistinta dalla caotica cassa di risonanza dei social media, così immediati, così oleografici e sdrucciolevoli nella percezione della realtà del messaggio veicolato, e dall’infuriare della crisi pandemica, la quale dopo un anno e mezzo ha polarizzato il dibattito pubblico ben oltre il punto di non ritorno, c’è una locuzione che sembra affiorare all’aria, come se tornasse a pelo d’acqua dopo una lunga, immota apnea.
È la disobbedienza civile. Ne leggiamo, ne sentiamo parlare, la vediamo dipinta sui cartelli che si affastellano nelle piazze o sulle bacheche virtuali di cittadini che tra un buongiornissimo kaffè e un post su qualche complotto segretissimo ci tengono a comunicarci, e a comunicare al governo chiaramente, il loro essere dei ribelli, dei descamisados alla Pancho Villa.
Una delle caratteristiche più turpi della contemporaneità è senza dubbio quella di aver ingenerato l’illusione che tutto sia facile, semplice, lineare e tendenzialmente a costo zero. Persino la rivoluzione. Persino la ribellione.
Basta imbracciare il computer, dopo aver trangugiato una fetta di ciambellone e bevuto un cappuccino, aprire il proprio profilo Facebook e scriverci sopra una qualche chiamata alle armi, e ci si sentirà meglio, in pace col mondo. Forse anche più furbi.
L’atto di dissonanza e di dissidenza rispetto al potere costituito diventa un baudrillardiano ologramma, una copia originante da nessun originale. Ed è per questo che si reclama la libertà, si rivendicano i diritti, ma poi si rifluisce nell’italico ‘armiamoci e partite’, lasciando che sia immancabilmente sempre il famigerato ‘altro’ a escogitare il come e a porre in essere qualche condotta, subendone spesso le conseguenze che in genere sono anche spiacevoli.
Il rivoluzionario social timorato delle autorità inveisce contro i complotti, contro l’abuso del potere, contro la illegittimità delle leggi, evocando la giusnaturalistica forza della legge naturale (senza sapere cosa sia, chiaro), ma poi davanti alla forza reale del potere pubblico chinerà la testa e lascerà che ad andare davanti al metaforico plotone d’esecuzione siano gli altri.
Quando Henry David Thoureau scrisse, all’inizio del suo “Disobbedienza civile”, che “il migliore dei governi è quello che governa di meno”, lo poteva ben sostenere, avendo sperimentato l’interno di una galera e avendo soprattutto edificato una sua propria, coerente ed organica visione sulla ingiustizia strutturale del potere pubblico.
E d’altronde sarà sempre Thoureau, qualche pagina più avanti, parlando dei suoi confronti e scontri con la persona del suo vicino di casa esattore delle tasse a scrivere come in uno Stato che incarcera chiunque ingiustamente, il posto dei giusti sia la prigione.
Un tempo, prima di affermare la disobbedienza si decostruiva il problema con cui ci si doveva confrontare; in altri termini, l’oggetto della disobbedienza.
Oggi al contrario, nella narcisistica cacofonia di voci, idee sminuzzate, progetti abborracciati, complottismo d’accatto, si antepone la virtualità edonistica di un atto di rifiuto indirizzato contro il nulla o sparato ad alzo zero contro l’obiettivo sbagliato tanto per mostrarsi in pubblico e soltanto perché nella chat Telegram o nel gruppo Facebook il leader di turno così proponeva e allora si deve seguire, ci si deve conformare, e si sostituisce il Pifferaio statale con un altro genere di Pifferaio.
Si cessa di essere individui autodeterminati e si cade preda di uno psicotico collettivismo digitale che urla, strepita, minaccia, si autoconferma nelle convinzioni apodittiche.
Un tempo, il disobbediente era spirito critico, dai sensi allertati e attenti, e muovendosi sul delicato crinale, friabile, del confine tra legalità e illegalità, doveva nutrirsi di sapienti previsioni e di capaci analisi. Oggi invece si condivide un meme e si pensa di aver fatto la rivoluzione.
Ma c’è poi un altro aspetto che rende inqualificabile e pernicioso lo pseudo-ribellismo contemporaneo: la mancanza di volontà di accettare rischi sulla propria pelle per azioni o omissioni, di disobbedienza, diventa inversamente proporzionale alla idea, gretta, sudicia e meschina, di doverli riversare sulle spalle di quelli che sembrano essere i propri antagonisti.
Prendiamo la questione del Green Pass: mute idrofobe di no-vax dal senso strategico di una lontra se la prendono con gli esercenti che lo richiedono, visto che la legge a questo obbliga. Li accusano di essere dei collaborazionisti, di mancare di coraggio. E così facendo proiettano la loro vigliaccheria strutturale, la loro mancanza di coraggio, sulle spalle di altri.
Perché quel che contestano, ovvero l’aderire e ossequiare un precetto di legge asseritamente ingiusto, lo riversano integralmente sulle spalle di un altro, di un padre di famiglia, di un proprietario di un’attività che ancora oggi sta a leccarsi le ferite economiche.
È chiaro: un sessantenne la cui unica ragione di vita sia ormai condividere panzane online, dall’alto della sua pensione statale, senza dover sopportare i costi economici e sociali delle sue posizioni, può certo permettersi di fare la morale a un ristoratore sfiancato da un anno e mezzo di lockdown, limitazioni, chiusure selettive, riduzione della capienza, costi di sanificazione, merce pagata e buttata.
Queste azioni di boicottaggio sono delle aggressioni alla autodeterminazione dei commercianti e degli esercenti che scelgono, secondo loro decisione e convenienza, di aderire o meno al precetto di legge, sono assalti alla loro libertà commerciale e individuale e alla loro proprietà.
Se si ritiene ingiusto dover mostrare il Green Pass o se si pensa che il dato ristoratore stia sbagliando, si cambi ristorante senza dover fare collettive chiamate alle armi o scenate da prima donna.
Il sessantenne rivoluzionario pensionato deve anche sentirsi discretamente trasgressivo e maudit nell’aderire ai progetti di boicottaggio telefonico: si chiama il ristoratore ‘collaborazionista’, si prenota e non ci si presenta.
Tanto al pensionato che si sente Jesse James che gli frega, lui cenerà con i bastoncini Findus guardandosi un film dei Vanzina, non prima però di aver salutato i suoi compagni di lotta digitale sui peggiori canali social, compiacendosi di aver rovinato la serata al ristoratore non sufficientemente rebelde.
Per carità, ci sono anche quei commercianti che consapevolmente sono rimasti aperti durante le chiusure imposte per legge e hanno affrontato le sanzioni, loro autenticamente disobbedienti, ma in genere questi diventano sempre i paladini e lo scudo morale e l’alibi di tutta quella massa di altri ignavi che preferiscono trasgredire per interposta persona. Il loro gesto viene sdilinquito e svilito dalla interpretazione collettiva della fumisteria complottista.
Quando Lysander Spooner, nel 1844, creò la American Mail Letter Company per contrastare il monopolio pubblico delle spedizioni postali era ben consapevole di quali sarebbero state le conseguenze dell’incrociare la spada contro il Golia statale, eppure la consapevolezza piena che la questione non sarebbe finita bene non lo indusse a desistere.
Il governo americano impiegò sette anni per piegarlo, ricorrendo chiaramente alla legislazione e alla imposizione ex lege del monopolio, dopo che i giudici avevano riconosciuto le ragioni concorrenziali di Spooner.
Non appare casuale quindi che Spooner, in “Legge di natura”, definisca la legislazione come presa di possesso del controllo da parte di un individuo o di un gruppo su tutti gli altri: sapeva quel che diceva, essendoci passato e portando sulle sue carni ancora le cicatrici della verità empiricamente dimostrata di quella asserzione.
Ma Spooner non faceva fallire con trucchetti gli altri uffici postali e sapeva che i problemi, una volta insorti, li avrebbe dovuti affrontare lui, offrendo (in metafora) il petto allo sparo dei fucili statali. Non si sottrasse, con qualche escamotage, né cercò comodi capri espiatori.
La tragicità del tempo presente, la illusione grondante ignominia, è che tutto sia semplice e indolore. Al massimo, il costo drammatico di certe scelte verrà sopportato da altri. Così ragionano i rivoluzionari da salotto che si danno convegno seguendo hashtag e personaggi da operetta.
E invece il concetto stesso di disobbedienza civile implica la autoresponsabilizzazione totale, fino alle estreme conseguenze: se si ritiene ingiusta una legge, stando a principi di ragione o di legge naturale, non si fanno pagare i danni dell’atto di rivolta individuale a soggetti innocenti, esternalizzandone il peso. Non si boicottano gli altri, perché li si ritiene ‘collaborazionisti’. Cosa che concilia un inciso sulla barbarie semantica in cui siamo caduti, posto che certi paragoni hanno davvero sfiancato.
Non siete Agamben, non siete Cacciari, e il discorso che loro fanno, condivisibile o meno, non è che i medici vaccinatori siano le Einsatzgruppen hitleriane, o che dietro la fisionomia dei centri vaccinali si celi il nuovo campo di sterminio, per l’amor di Dio. Cerchiamo di mantenere un minimo di decoro intellettuale e di senso delle proporzioni e della storia.
Agamben e Cacciari parlano di critica alle scelte di governo nel generale quadro di una torsione potenzialmente autoritaria del vivere civile e dell’ordinamento, sulla impossibilità di rendere permanente l’emergenza, postulando lo spettro sulla linea d’orizzonte di uno schmittiano stato di eccezione che finisce per inocularsi nell’ordinamento e nella coscienza sociale passo dopo passo, provvedimento dopo provvedimento.
Anche la tragica banalizzazione del pensiero critico diventa altra esternalità negativa dei simulacri digitali di disobbedienza. Disobbedienza incivile, va detto.
Perché ingrigisce e rende materia inerte e complottista tutto, anche le argomentazioni più serie e ponderate. L’ermeneutica complottista da Facebook delle posizioni di Cacciari è la migliore alleata del potere costituito che si possa immaginare, esattamente come le telefonate collettive di false prenotazioni sono una attività indegna e da guerra di tutti contro tutti, per la somma gioia del potere statale che assiste in sollucchero.
D’altronde come scriveva R. Vaneigem, trasgredire i tabù, così comanda il progresso economico.
Il ribelle invece, come il pioniere, è quello con le frecce nella schiena. Nella sua schiena. Non in quella del vicino di casa o del barista o del ristoratore.
La disobbedienza, come la libertà, non è un pranzo di gala, e se uno vuol praticarla seriamente deve essere pronto a pagarne le conseguenze, sulla propria pelle.
Andrea Venanzoni, 25 Ago 2021, qui.

Ho visto le foto dei no green pass in Francia: decine di gruppi di decine di ragazzotti ciascuno seduti per terra a fare provocatoriamente picnic di fronte ai ristoranti che, per non vedersi chiudere il locale, devono chiedere il green pass. Posso dire che sono delle merde? Vabbè, mi autorizzo da sola: sono delle merde.

Continua (ma il prossimo è divertente, vedrete)

barbara

ANCORA SUI VACCINI 1

Avete presente l’antisemita classico che nega di esserlo? “Io non sono antisemita: ho un sacco di amici ebrei, io!” Ecco, il novax che nega a gran voce di esserlo, lui no, un novax che dichiari di avere un sacco (alcuni, un paio, uno) amici vaccinati, non lo trovate neanche col lanternino. Covidioti, ci chiamano. All’inizio chiamavamo covidioti quelli che negavano l‘esistenza dell’epidemia, anzi addirittura del virus; adesso chiamano covidioti i vaccinati, e chi mai andrebbe in giro a vantarsi “io ho un sacco di amici idioti”? Bene, da covidiota dichiarata e documentata, oggi mi occuperò dei covintelligenti. Cominciando col Grande Complotto.

Magari per tutto il resto sono atei, ma il Regno di Satana che sta dentro il vaccino e ti viene infilato nelle vene, quello è assolutamente autentico. Passando per il complesso del perseguitato

e le reazioni avverse

E a proposito di tutti quei miliardi di reazioni avverse e montagne di morti di cui quotidianamente leggiamo nei social, questa è  di qualche giorno fa

Quando ho dato l’indirizzo al tassista, ha detto: “Ah, va a fare il vaccino! Ne ho già portati diversi oggi. Ne ho dovuto portare anche qualcuno all’ospedale dopo il vaccino, una signora anche poco fa: CROLLO TOTALE DELLE PIASTRINE” (pronunciato esattamente così). E se uno ha appena appena un po’ di capacità di ragionare si chiede: faccio il vaccino, so in partenza che potrebbero verificarsi effetti negativi, mi sento male, così male da ritenere opportuno andare all’ospedale, e invece di chiedere a uno dei medici, a un’infermiera, a un volontario, a un pompiere (eravamo nella loro palestra), a un carabiniere di chiamarmi un’ambulanza, o di portarmi con uno dei loro automezzi, chiamo un taxi?! In secondo luogo, non dico un tassista, ma anche un medico, faccio il vaccino, dopo due minuti dico mi sento male e quello sentenzia: “Crollo totale delle piastrine”?! Ma quanti bachi nel cervello devono avere quelli che sui social riferiscono i miliardi di reazioni avverse apprese in questa maniera? In ogni caso qualche giorno dopo, quando sono andata a fare l’infiltrazione, l’ho raccontato all’anestesista, che ha detto: “Abbiamo otto ricoverati con covid in reparto, due ricoverati con covid in rianimazione, zero ricoverati per reazioni al vaccino, e zero sono stati da quando sono iniziate le vaccinazioni”. Giusto per puntualizzare un po’.
E passiamo a un po’ di sano “a pensar male si fa peccato ma”

e al ricordo dei bei tempi in cui non c’era tutta questa diffidenza e tutto questo denunciare “chissà cosa ci mettono dentro”

E ora passiamo alle cose serie.

L’effetto dei vaccini sui contagi e sui sintomi del COVID-19: nessun miracolo, ma i benefici sono concreti

Spesso chi non si vuole vaccinare si giustifica con affermazioni del tipo: “tanto ci si può ammalare lo stesso”, “anche i vaccinati possono trasmettere il virus”, eccetera. In questo articolo vedremo perché, anche se queste affermazioni hanno un fondo di verità, è comunque fondamentale vaccinarsi contro il COVID-19.

I vaccini prevengono l’insorgere di nuove varianti del virus

Il fatto che, di tanto in tanto, emerga una nuova variante del virus SARS-CoV-2 non deve sorprendere, in quanto si tratta di una caratteristica comune a tutti i virus. Semplicemente, maggiore è la capacità di diffusione di un virus, maggiore è la probabilità che ne emergano nuove varianti: queste sono infatti una conseguenza dalla replicazione del virus, e in una popolazione non completamente vaccinata contro di esso, il suo tasso di replicazione è molto elevato. A sostegno di ciò, gli studi più recenti mostrano come l’insorgenza di nuove varianti sia più elevata in Paesi con una copertura vaccinale più bassa. In conclusione, quando la maggior parte della popolazione mondiale sarà vaccinata, l’insorgenza di nuove varianti smetterà di essere uno spauracchio.

L’efficacia dei vaccini nel prevenire i contagi

Tutti i vaccini per il COVID-19 attualmente autorizzati hanno dimostrato un’efficacia significativa nel prevenire i contagi, in particolare, un numero crescente di evidenze indica che le persone completamente vaccinate con un vaccino ad mRNA (Moderna o Pfizer/BioNTech) hanno meno probabilità delle persone non vaccinate di essere infettate dal virus SARS-CoV-2 o di trasmetterlo ad altri. Tuttavia, il rischio di infezione nelle persone vaccinate non può essere completamente eliminato finché vi è una trasmissione del virus nella comunità.

Ora vediamo qualche numero sull’efficacia dei vaccini nel prevenire le infezioni.

VaccinoVariante AlphaVariante BetaVariante GammaVariante Delta
Pfizer/BioNTech85-90%75%80-85%64-79%
Moderna100%96%80-85%64-79%

Come si evince dalla tabella, nessun vaccino offre una protezione del 100% (la percentuale si abbassa notevolmente quando si tratta della variante Delta), perciò non possiamo stupirci se si contano casi di COVID-19 anche tra le persone completamente vaccinate. In relazione a ciò, bisogna imparare un nuovo concetto, quello delle infezioni “rivoluzionarie”: queste si verificano quando una persona completamente vaccinata viene infettata dal virus. È difficile conoscere l’intera portata dei casi “rivoluzionari” perché le infezioni tra le persone vaccinate tendono ad essere lievi o asintomatiche e potrebbero passare inosservate. Stando però ai dati raccolti, almeno 125.682 americani completamente vaccinati sono risultati positivi al Covid e di questi 1400 sono morti. Anche se questi numeri sembrano elevati, bisogna guardarli in prospettiva: i casi rivoluzionari negli USA rappresentano meno dello 0,08% degli oltre 164,2 milioni di persone che sono state completamente vaccinate nel Paese dall’inizio dell’anno, ovvero circa 1 caso ogni 1300 abitanti (che diventano 1 morto ogni 120.000 persone).

Quindi sì, le persone vaccinate possono infettarsi, ma ad un tasso decisamente inferiore rispetto alle persone non vaccinate. Proprio perché l’efficacia non è assoluta, è necessario che il maggior numero possibile di persone si vaccini.

Le persone vaccinate, possono trasmettere il virus?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo focalizzarci sulla variante Delta, la più pericolosa. I dati dei test COVID-19 negli Stati Uniti e a Singapore mostrano che le persone vaccinate che vengono infettate dalla variante Delta e sviluppano la malattia sintomatica possono trasportare tanto virus nel naso quanto le persone non vaccinate. Ciò significa che, nonostante la protezione offerta dai vaccini, una piccola percentuale delle persone vaccinate può trasmettere la variante Delta, eventualmente favorendone la diffusione. Un’analisi massiccia sulla trasmissione della variante Delta proviene dal programma REACT-1 del Regno Unito. In questo caso, i risultati suggeriscono che tra le persone risultate positive al virus, quelle che erano state vaccinate avevano in media una carica virale inferiore rispetto alle persone non vaccinate. La spiegazione sarebbe dovuta al fatto che questo studio ha campionato la popolazione in modo casuale e pertanto ha incluso persone che sono risultate positive al virus senza sviluppare i sintomi della malattia. Inoltre uno studio condotto a Singapore suggerisce che le persone vaccinate rimangano infette con la variante Delta per un periodo più breve, rispetto a chi non è vaccinato, suggerendo, anche in questo caso, che il vaccino sia utile anche contro questa variante.

L’efficacia dei vaccini sui sintomi gravi

Spesso la gente confonde la suscettibilità all’infezione con il decorso della malattia. Invece si tratta di due aspetti ben diversi: anche se i vaccini non sono infallibili nel prevenire le infezioni (specialmente quando si tratta della variante Delta), le persone completamente vaccinate che vengono infettate del virus hanno altissime possibilità di andare incontro ad un decorso asintomatico.

Vediamo nel dettaglio le percentuali della protezione dei vaccini dai sintomi gravi del COVID-19:

VaccinoVariante AlphaVariante BetaVariante Delta
Pfizer/BioNTech96-100%96-100%79-88%
Moderna96-100%96-100%
Johnson&Johnson73-82%73-82%

Ora è doveroso approfondire un aspetto riguardante la variante Delta. I dati raccolti in Israele sembrano mostrare una diminuzione dell’efficacia del vaccino Pfizer-BioNTech nel corso del tempo: tra le persone vaccinate a gennaio 2021 con due dosi, il vaccino si è dimostrato efficace solo per il 16% contro l’infezione sintomatica, ma per le persone che avevano ricevuto due dosi entro aprile, il tasso di efficacia (contro l’infezione sintomatica) era del 79%. I dati israeliani sono in contrasto con uno studio inglese condotto tra aprile a maggio che ha rilevato che, dopo due dosi, il vaccino Pfizer-BioNTech era efficace all’88% contro la malattia sintomatica causata dalla variante Delta. I dati raccolti sono contrastanti, sia perché molto recenti, sia perché i programmi vaccinali variano da Paese a Paese. Ad esempio, Israele ha somministrato a tutta la sua popolazione adulta il vaccino Pfizer, mentre nel Regno Unito sono in uso diversi vaccini, con quello Pfizer-BioNTech somministrato prevalentemente ai più giovani; inoltre vi sono differenze nel periodo dello studio, nelle fasce di età e nella strategia prescelta per eseguire i test. Analogamente ai dati israeliani, anche i dati inglesi hanno concluso che, dopo due dosi, il vaccino Pfizer-BioNTech Covid è altamente efficace contro l’ospedalizzazione dalla variante Delta (i dati inglesi hanno riscontrato che il vaccino è efficace al 96% nel prevenire i ricoveri in ospedale, quelli israeliani all’88%).

Negli Stati Uniti, più del 90% dei ricoveri per COVID-19 sono di persone non vaccinate o non ancora completamente vaccinate. Inoltre, il 97%-99,9% dei pazienti deceduti con il COVID-19 non erano vaccinati, o avevano ricevuto solo una dose.

Questi dati sostengono oltre ogni dubbio l’efficacia dei vaccini nel proteggere le persone completamente vaccinate dai sintomi gravi della malattia.

Conclusioni

In conclusione, è importante tenere a mente tre cose:

  • I vaccini rimangono altamente efficaci nel prevenire i sintomi gravi della malattia, anche quelli causati dalla variante Delta.
  • Le infezioni rivoluzionarie tra gli individui vaccinati sono rare e diminuiranno sempre più man mano che più persone si vaccinano.
  • La maggior parte delle nuove infezioni, dei ricoveri e dei decessi legati al COVID-19 si verificano tra le persone non vaccinate.

Fonti

https://www.cdc.gov/coronavirus/2019-ncov/science/science-briefs/fully-vaccinated-people.html

http://www.kff.org/policy-watch/covid-19-vaccine-breakthrough-cases-data-from-the-states/

https://www.nature.com/articles/d41586-021-02187-1

Davide Berta, qui.

Poi qualcuno osserva giustamente che

Opinion | It’s Time for the F.D.A. to Fully Approve the mRNA Vaccines

Here’s a paradox: A new drug for Alzheimer’s disease, aducanumab, gets approved by the Food and Drug Administration through an accelerated process without sufficient data, although there was limited evidence that it works, leading three advisory board members to resign in protest. Meanwhile, mRNA coronavirus vaccines are not yet fully licensed despite massive evidence of their benefits.
In December 2020, the F.D.A. approved the distribution of mRNA coronavirus vaccines made by Pfizer and Moderna under the agency’s emergency use authorization provision, which permits an accelerated approval process for medications and treatments during a public health emergency. The approvals were granted after the agency reviewed the results of clinical trials that involved more than 70,000 participants. Until the coronavirus pandemic, the agency had never given an E.U.A. to a new vaccine.
Now more than 180 million doses of the Pfizer vaccine and 133 million of Moderna’s have been administered in the United States, with millions more doses distributed worldwide. In the history of medicine, few if any biologics (vaccines, antibodies, molecules) have had their safety and efficacy scrutinized to this degree. First, clinical trials showed the vaccines were 95 percent effective at preventing symptomatic illness. Since then, a number of peer-reviewed reports in leading journals have substantiated the vaccines’ safety and efficacy, using data collected in Israel, Qatar, the United Kingdom, the United States and other countries.
In other words, the mRNA vaccines have overwhelmingly been proved safe and effective by clinical trials, independent research and the experience of millions of people around the world who received them.
But the vaccines’ approvals remain conditional, and the urgency of full approvals cannot be overstated.
By Eric J. Topol

Dr. Topol is a professor of molecular medicine at Scripps Research and has served on multiple F.D.A. advisory committees. (qui)

E naturalmente arriva il furbo di turno a fare le pulci all’articolo

Qui.

E poi ci sono le brave figlioline che rifiutano di far fare una trasfusione al padre perché esigono che il sangue sia di un donatore non vaccinato, e non esiste la possibilità di verificare se il sangue di una determinata sacca sia di un vaccinato o no. E quindi niente trasfusione, che il vecchio si arrangi.

Continua.

barbara

L’INCENDIO DEL REICHSTAG

Giusto ieri un amico, parlando del cosiddetto assalto al Campidoglio, ha fatto riferimento all’incendio del Reichstag di Berlino. Ricordo, anche se sicuramente nessuno dei miei lettori lo ignora, che l’incendio, provocato dai nazisti, fu addebitato ai comunisti, il che fornì a Hitler il pretesto per trasformare in breve tempo la democratica carica di cancelliere in una dittatura a tutti gli effetti. Per tutte queste circostanze, l’accostamento mi sembra perfettamente pertinente. Riporto qui tre articoli che chiariscono diverse questioni relative alla vicenda.

Byron York’s Daily Memo – Condannando i rivoltosi del 6 gennaio

Le cause legali che hanno riguardato più di 600 persone accusate della rivolta del Campidoglio si stanno muovendo lentamente, molto lentamente, molto, molto lentamente. Ma alcuni dei primissimi processi si stanno avvicinando alla conclusione.

Negli ultimi giorni, due uomini, Scott Fairlamb dal New Jersey e Devlyn Thompson dallo Stato di Washington, si sono dichiarati colpevoli di aggressione criminale contro un ufficiale di polizia durante la rivolta. (Fairlamb si è dichiarato colpevole anche di ostruzione di un procedimento ufficiale, un altro reato). Le richieste di pena per entrambi gli uomini vanno da circa 3 anni e mezzo a 4 anni e mezzo di prigione. La sentenza è fissata per il 27 settembre.
Quale sarebbe una sentenza appropriata? Forse vale la pena di guardare ad un’altra rivolta avvenuta a Washington, il 20 gennaio del 2017, il giorno del giuramento di Donald Trump come presidente. Quel giorno, gruppi organizzati di anarchici vestiti di nero sono scesi nella capitale della nazione, distruggendo proprietà e attaccando la polizia.
Uno di loro era Dane Powell, un 31enne della Florida veterano dell’esercito. Secondo i documenti del tribunale, la mattina del giorno dell’inaugurazione, circa un’ora e mezza prima che Trump entrasse in carica, Powell, vestito completamente di nero e con il volto coperto da una maschera, faceva parte di un gruppo di dimostranti anti-Trump che scorrazzavano liberamente per il centro di Washington. Era armato con un martello e un “pesante bastone di legno con una bandiera fissata ad esso”, come riportato dai documenti. Il gruppo in cui si trovava ha vandalizzato diversi negozi e ristoranti.
Poi, Powell e circa 200 rivoltosi hanno caricato le file della polizia. Powell ha sfondato la linea ed “ha continuato ad impegnarsi nella violenza per le strade”, secondo i documenti. La polizia si riorganizzò poco dopo su un’altra linea di difesa e Powell attaccò anche quella. “In almeno tre diverse occasioni, [Powell] ha lanciato un mattone, una grossa pietra o un pezzo di cemento contro le forze dell’ordine in assetto”, dicono i documenti. “Più agenti sono stati portati all’ospedale dopo essere stati colpiti con mattoni, pietre o pezzi di cemento, includendo un agente che è stato colpito e che ha perso conoscenza”, come riportato dai documenti.
Powell è stato accusato di aggressione ad un ufficiale di polizia e anche di incitamento alla rivolta, un altro reato. I procuratori hanno detto che era “tra i più violenti” dei rivoltosi anti-Trump. “Ha dato inizio alle violenze”, ha detto il procuratore alla corte. “È venuto nel Distretto di Columbia per dedicarsi completamente alla violenza, nascondendo il volto, lanciando pietre e scappando”. La richiesta di pena richiedeva che Powell ricevesse da 1 a 3 anni di prigione.
Powell si è dichiarato colpevole ma ha rifiutato di collaborare con i procuratori. I suoi avvocati hanno sostenuto che ha agito per buone ragioni. Ha preso parte alla rivolta perché era “preoccupato per la direzione di questo paese” sotto Donald Trump, ha detto il suo avvocato alla corte. L’avvocato ha anche sostenuto che la polizia era responsabile di alcune delle violenze. La violenza in cui Powell si è impegnato, ha sostenuto l’avvocato, è avvenuta dopo che Powell si era semplicemente “lasciato trasportare” durante le proteste.
Il giudice ha condannato Powell a 4 mesi di prigione. Powell ha presto chiarito di non provare alcun rimorso per quello che aveva fatto. In un’intervista più tardi, nel 2017, disse: “Voglio che i compagni sappiano che sono andato in prigione con il sorriso sulla faccia”. Ha incoraggiato gli altri a non collaborare a loro volta con i procuratori. E disse anche: “Voglio che i miei compagni in Florida vadano avanti”.
Cosa significa questo per i rivoltosi del Campidoglio di oggi? Potrebbe non significare nulla. I giudici potrebbero rimanere all’interno delle richieste di condanna, o potrebbero scegliere condanne minori o maggiori. Ma in alcuni circoli politici, ci sono richieste di sentenze esemplari per i rivoltosiBasta guardare allo scrittore di The Nation, che è anche un appassionato sostenitore dell’abolizione delle prigioni. “Nessuno merita il trattamento brutale e disumanizzante che è endemico nel nostro sistema carcerario”, ha scritto a febbraio. “Eppure voglio ancora che ogni insurrezionista suprematista bianco fuori legge di Capitol Hill sia arrestato e perseguito nella misura massima consentita della legge”.
In una recente discussione sul caso Powell su Twitter, un certo numero di osservatori ha sostenuto che i rivoltosi del Campidoglio di oggi dovrebbero ricevere sentenze più pesanti perché il presidente Donald Trump li avrebbe esortati ad entrare nel Campidoglio.
Il Dipartimento di Giustizia non ha fatto una dichiarazione definitiva su tali questioni, ma i procuratori hanno cercato di far passare l’idea che la rivolta fosse un’insurrezione, anche se non hanno accusato nessuno di insurrezione.
Per l’ex procuratore federale Andrew McCarthy, questo è un problema.
Un aspetto inquietante dei casi sul 6 gennaio è l’erosione da parte dei Democratici e del DOJ del principio che la responsabilità è personale, per metterla al servizio della narrativa dell’insurrezione e della minaccia del suprematismo bianco”, ha detto McCarthy in uno scambio di email. “Gli imputati dovrebbero essere condannati in base a ciò che hanno fatto, così come avvenuto per tutti gli imputati che sono stati, storicamente, condannati per quell’accusa – non per ciò che ha fatto o detto Donald Trump. Questo è il punto di avere linee guida nelle richiesta di pena per le condanne federali. Se volete punirli per insurrezione, allora dovete accusarli e provare l’insurrezione“.
I processi per la rivolta del Campidoglio si trascineranno sicuramente fino al 2022. Le sentenze, specialmente se saranno ritenute troppo pesanti o troppo leggere, diventeranno parte della discussione politica in corso con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato. Ma ricordate cosa dice McCarthy: La responsabilità è personale, e i singoli rivoltosi dovrebbero essere puniti per quello che hanno fatto, e non per quello che ha fatto qualcun altro.
Luca Maragna, 09/08/2021, qui.

Byron York’s Daily Memo – Una storia sulla rivolta del Campidoglio…

Il Dipartimento di Giustizia chiama l’indagine sulla rivolta del Campidoglio “una delle più grandi della storia americana, sia in termini di numero di imputati perseguiti che per la natura ed il volume delle prove”. Alcuni degli oltre 600 imputati sono accusati di gravi reati, avendo fatto irruzione nell’edificio del Campidoglio ed ingaggiato brutti scontri corpo a corpo con la polizia presente in numero insufficiente.
Ma come ha detto il direttore dell’FBI Christopher Wray, un gruppo molto più grande era coinvolto in comportamenti molto meno gravi. Essi “possono essere venuti con l’intenzione di essere solo parte di una protesta pacifica“, ha detto Wray al Congresso lo scorso marzo, “ma o sono stati travolti da — nella motivazione, o emozione, o qualsiasi altra cosa, impegnati in una sorta di comportamento criminale di basso livello. Violazione di domicilio, diciamo, del suolo del Campidoglio, ma non violazione dell’edificio. [È] ancora una condotta criminale, deve ancora essere trattata, ma in modo più rapido, nel momento opportuno”. (Wray ha fatto una distinzione tra il loro comportamento a quello di coloro che ha chiamato “il gruppo più pericoloso” – quelli che hanno fatto irruzione nel Campidoglio e si sono impegnati nella violenza contro le forze dell’ordine”).
Ora, considerate il caso di Karl Dresch. Quarant’anni, dalla penisola superiore del Michigan, Dresch è venuto a Washington – la sua prima volta in città – per la manifestazione del 6 gennaio “Stop the Steal“. Ha ascoltato il discorso del presidente Donald Trump e poi si è unito alla folla che si dirigeva lungo il Mall verso il Campidoglio. E quando è arrivato lì, è entrato attraverso una porta aperta. Ha vagato per circa 20 o 25 minuti e poi se n’è andato.
Dresch fu arrestato ed imprigionato il 15 gennaio. E’ stato accusato di cinque reati: “ostruzione di un procedimento ufficiale; ingresso e permanenza in un edificio o terreno riservato; condotta molesta e di disturbo in un edificio o terreno riservato; condotta molesta in un edificio del Campidoglio; e infine per aver sfilato, manifestato o fatto picchetti in un edificio del Campidoglio.”
I procuratori sapevano che Dresch, nelle parole di una nota del Dipartimento di Giustizia, “non si è impegnato in violenza fisica o distruzione di proprietà, né si è unito ad altri che tentavano di entrare nel Campidoglio degli Stati Uniti con violenza fisica”. Eppure il Dipartimento ha insistito per tenere Dresch dietro le sbarre sin dal momento del suo arresto. Prima è stato incarcerato in Michigan, poi trasferito brevemente in una prigione in Oklahoma, poi a Washington, DC.
Dresch è rimasto confinato nella sua cella per 23 ore al giorno. In attesa del processo, è stato tenuto dietro le sbarre per gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio e parte di agosto, più di sei mesi in tutto.
All’inizio di questo mese, Dresch e il Dipartimento di Giustizia hanno raggiunto un patteggiamento. Si è dichiarato colpevole di una sola accusa – sfilare, manifestare o fare picchetti in un edificio del Campidoglio”. Era un reato minore con una pena massima di sei mesi. Dresch è stato rapidamente condannato, multato per 500 dollari e lasciato libero.
Leggendo il memorandum di condanna del Dipartimento di Giustizia, è chiaro che Dresch non ha fatto irruzione nel Campidoglionon si è impegnato in alcuna violenza, e si è dichiarato colpevole di un singolo reato minore per il quale altri imputati probabilmente non avrebbero ricevuto alcuna custodia cautelare in carcere. Così i procuratori hanno cercato di sottolineare comunque “la gravità” di quel reato minore – l’accusa di aver fatto una sfilata – notando che altre persone (attenzione, non Dresch!) si fossero impegnate in atti di violenza durante la rivolta del Campidoglio. Quindi, i procuratori hanno sostenuto che con la sua sola presenza, quel giorno, Dresch abbia contribuito a rendere possibili le violenze.
“La condotta dell’imputato il 6 gennaio… ha avuto luogo nel contesto di una grande e violenta rivolta che ha fatto affidamento sui numeri per sopraffare le forze dell’ordine, irrompere nel Campidoglio ed interrompere il procedimento” di certificazione, hanno scritto i procuratori. “Se non fosse stato per le sue azioni, insieme a tante altre, il Campidoglio non sarebbe stato violato…“.
In un’altra occasione, i procuratori hanno indicato i post di Dresch sui social media – tra le altre cose, aveva postato che “Noi, il popolo, abbiamo ripreso la nostra casa… ora quei traditori sanno chi comanda davvero” – per sostenere che abbia sostenuto verbalmente la violenza, anche se non vi ha preso parte. “Anche se [Dresch] non si è impegnato in atti di violenza fisica o di distruzione, o è rimasto nel Campidoglio per un lungo periodo di tempo”, hanno scritto i procuratori, “la sua reazione agli eventi del giorno e le sue dichiarazioni sui social media mostrano il suo sostegno alla rivolta e l’incoraggiamento ai rivoltosi attraverso la sua stessa partecipazione”.
L’argomento ha lasciato Dresch perplesso. “A volte sembra che i giudici si stiano solo inventando le leggi per tenere le persone dentro”, ha detto Dresch in una recente intervista su YouTube con Jerrod Sessler, un candidato repubblicano al Congresso nello Stato di Washington. “Dicono che non lo fanno, ma usano i loro pensieri o le cose che hanno detto contro di loro per trattenerli qui, anche quando sono qui con accuse di non violenza. Che siano colpevoli o no, non sono accusati di alcuna violenza”. (Nel caso di Dresch, i procuratori hanno anche sottolineato che aveva un precedente, una condanna penale nel 2013 per aver guidato ad alta velocità inseguito dalla polizia).
Ma la cosa più odiosa è che Dresch è stato imprigionato per più di sei mesi in un caso che si è concluso con un patteggiamento per un reato con una pena massima inferiore al tempo che ha già scontato in prigione. Non è mai stato accusato di alcun crimine di violenza. Era stato originariamente accusato di un reato, ostruzione di un procedimento ufficiale, che è poi stato ritirato. Sembra che ci siano pochi dubbi che Dresch abbia scontato più tempo in prigione di altri accusati di reati simili.
Tornando a ciò che ha detto il direttore dell’FBI, Christopher Wray. Dresch sembra essere stato in quel gruppo di persone che “sono state travolte” dal momento e che si sono impegnate in un “comportamento criminale di basso livello”. Non era il tipo di accusa che giustificava la detenzione in carcere prima del processo, né era probabile che essa comportasse una lunga pena detentiva. Eppure è successo a Karl Dresch.
Recentemente ho scritto del caso di Dane Powell, un anarchico che si è dichiarato colpevole di un’aggressione criminale alla polizia durante le proteste del 20 gennaio 2017 a Washington, D.C. contro l’inaugurazione del presidente Trump. Powell era “tra i più violenti” tra quei manifestanti, hanno detto i procuratori. “In almeno tre diverse occasioni, [Powell] ha lanciato un mattone, una grande roccia o pezzo di cemento contro le forze dell’ordine”, hanno detto i documenti del tribunale. Powell è stato condannato a quattro mesi di prigione.
Una grande sfida in un caso politicamente carico come la rivolta del Campidoglio è, per i procuratori e i giudici, quella di sostenere le accuse di ogni imputato in prospettiva. Non importa quanto arrabbiati possano essere i procuratori per ciò che ha avuto luogo il 6 gennaio, ogni imputato deve essere processato per le proprie azioni, e non per quelle di altri.
Luca Maragna, 22/08/2021, qui.

 

Washington Examiner – L’FBI non ha trovato prove che la rivolta del Campidoglio sia stata un complotto per sovvertire la Democrazia

L’FBI ha trovato prove insoddisfacenti per poter sostenere che la rivolta del Campidoglio sia stata uno atto pianificato e coordinato per rovesciare i risultati delle elezioni presidenziali del 2020, secondo un nuovo resoconto.

L’articolo della Reuters cita “quattro funzionari delle forze dell’ordine in servizio ed ex” che sono presumibilmente coinvolti direttamente od informati sulle indagini della rivolta del Campidoglio, ed afferma che il Bureau “ha trovato scarse prove che l’attacco del 6 gennaio al Campidoglio degli Stati Uniti sia stato il risultato di un complotto organizzato per ribaltare il risultato delle elezioni presidenziali“.
L’FBI “a questo punto crede che la violenza non sia stata coordinata centralmente da gruppi di estrema destra o da sostenitori di spicco dell’allora presidente Donald Trump“, sempre secondo Reuters. Ha anche riferito che “gli investigatori dell’FBI hanno scoperto che cellule di manifestanti, compresi i seguaci dei gruppi di estrema destra Oath Keepers e Proud Boys, avrebbero mirato a fare irruzione nel Campidoglio. Ma non hanno trovato prove che i gruppi avessero dei piani seri su cosa fare una volta che fossero entrati”.
I più importanti legislatori sono stati informati nel dettaglio dei risultati dell’indagine dell’FBI.
Una fonte ha detto che non c’è stata quasi nessuna discussione recente ai livelli più alti nel Dipartimento di Giustizia riguardo alla presentazione di accuse nel campo della ‘cospirazione sediziosa‘ e che anche le accuse di ‘associazione a delinquere‘ sono state scartate. L’agenzia di stampa ha riportato che “fonti all’interno delle forze dell’ordine” hanno riferito che nessuna accusa relativa ad individui o ad un gruppo che ha giocato “un ruolo centrale nell’organizzare o guidare la rivolta” sembra essere sotto indagine.
Il Dipartimento di Giustizia ha detto all’inizio di questo mese che più di 570 imputati sono stati arrestati nelle indagini sulla rivolta del Campidoglio condotte dall’ufficio del procuratore degli Stati Uniti nel Distretto di Columbia e che almeno 175 imputati sono stati accusati di “aggressioneresistenza o intralcio a funzionari o dipendenti“, compresi più di 55 imputati accusati di “aver usato un’arma mortale o pericolosa o aver causato gravi lesioni personali a un agente”. Il DOJ riporta che circa 80 agenti della polizia del Campidoglio e 60 agenti del Dipartimento di Polizia Metropolitana sono stati aggrediti durante la rivolta.
I procuratori hanno detto che “almeno 240 imputati sono stati accusati di aver ostacolatoinfluenzato o intralciato un procedimento ufficiale, o di aver tentato di farlo”, e circa 40 imputati sono stati colpiti da accuse di “concorso” relative alla “partecipazione all’ostruzione di un procedimento del Congresso e/o per aver ostacolato o ferito un membro delle forze dell’ordine. Molti degli imputati che erano stati colpiti dalle accuse di “cospirazione” sono stati membri del gruppo di destra Oath Keepers o dell’organizzazione Proud Boys.
Un altro “ex funzionario delle forze dell’ordine a conoscenza delle indagini” ha detto alla Reuters: “Dal 90 al 95% di questi sono casi monosoggettivi. Poi c’è un 5%, forse, di questi gruppi di militanti che erano più strettamente organizzati“.
Ma non c’era nessun grande schema tra Roger Stone e Alex Jones e tutte queste persone per prendere d’assalto il Campidoglio e prendere degli ostaggi”,
Un portavoce dell’FBI ha detto al Washington Examiner che “non abbiamo commenti sull’indagine in corso e vi rimandiamo ai documenti del tribunale sui casi del 6 gennaio”.
Michael Sherwin, l’ormai ex procuratore ad interim degli Stati Uniti per il Distretto di Columbia, aveva detto nella trasmissione “60 Minutes” a marzo che le autorità stavano indagando sulla potenziale responsabilità penale di Donald Trump e che esistessero le prove per presentare accuse di “sedizione” contro alcune delle persone coinvolte nella rivolta del Campidoglio, entrambe cose a cui aveva accennato da gennaio. Ma tali accuse non sono mai state neanche presentate.
All’inizio di quest’anno, il giudice della Corte Distrettuale degli Stati Uniti Amit Mehta ha criticato il Dipartimento di Giustizia – di per sé un fatto eccezionale – dopo che i funzionari del DOJ avevano speculato sui mass media sulle possibili accuse di “sedizione” da presentare contro i membri degli Oath Keepers.
Il Dipartimento di Giustizia ha detto ai tribunali di essere in possesso di una “serie di prove” attraverso le quali gli imputati potrebbero essere scagionanti, ma che almeno alcune delle prove non sono state ancora fornite agli imputati a causa dell’enorme numero di casi relativi alla rivolta del Campidoglio. Circa cinque dozzine di imputati per la rivolta del Campidoglio sono ancora tenuti in custodia cautelare.
Democratici di spicco, tra cui Joe Biden, e coloro che partecipano l’indagine del Congresso sulla rivolta, continuano a sostenere che l’ufficiale di polizia del Campidoglio Brian Sicknick sia morto come risultato delle violenze del Campidoglio, nonostante l’ufficio del medico legale di Washington abbia concluso che la vera “causa della morte” fosse in realtà dovuta a “infarti acuti del tronco cerebrale e del cervelletto dovuti a trombosi acuta dell’arteria basilare”, un ictus sostanzialmente, e che la “modalità della morte” fosse stata “naturale“.
Anche altri due manifestanti hanno avuto attacchi cardiaci fatali durante la rivolta, ed un altro è morto per una sospetta overdose di droga. L’unica persona che è stata uccisa durante la rivolta è Ashli Babbitt, una veterana dell’Air Force di 35 anni e sostenitrice di Trump, che è stata colpita da un agente della polizia del Campidoglio mentre tentava di arrampicarsi attraverso la finestra di una porta rotta vicino alla Speaker’s Lobby. L’agente non è stato ancora accusato di omicidio.
Luca Maragna, 24/08/2021, qui.

Ho scelto di non inserirne altri precedenti a questi per non allungare ulteriormente questo già troppo lungo post; voglio tuttavia ricordare che i democratici hanno fin dall’inizio auspicato un processo spettacolare, gigantesco e con pene esemplari, che fin dall’inizio hanno avuto l’obiettivo dichiarato di arrivare all’impeachment di Donald Trump affinché non potesse mai più ricandidarsi in futuro, che la richiesta, in previsione di possibili disordini, di aumentare le forze di polizia in loco era stata rifiutata, che quelli che sono entrati al campidoglio hanno trovato le porte aperte (apertesi da sole?), e infine che è molto forte il sospetto – e solo per eccesso di cautela uso il termine “sospetto” anziché uno più forte – che fra quelli che si sono introdotti ci fosse un discreto numero di infiltrati, per non parlare delle enormi disparità di trattamento rispetto ad altri ben più cruenti assalti, oltre all’invenzione che questo “assalto al Campidoglio” sia qualcosa di mai avvenuto prima. In definitiva, una gigantesca trappola per incastrare Trump e i suoi sostenitori e toglierli di mezzo, anche come opposizione credibile, una volta per tutte.

barbara

I GENI DI CASA NOSTRA

Parlo di Pino Arlacchi, che chi ha un po’ di anni sulle spalle sicuramente ricorderà. Comincio con un vecchio articolo, per inquadrare la situazione.

AFGHANISTAN / FALLITO IL PIANO ONU

Così Arlacchi perse la guerra dell’oppio

Distruzione dei papaveri in cambio di 400 miliardi. Lo propose lo zar antidroga ai talebani. La produzione, al contrario, è raddoppiata

Sulla carta sembrava proprio un progetto bello e possibile: ridurre in dieci anni del cinquanta per cento le coltivazioni di droga nel mondo, sostituendole con colture alternative. Spesa prevista 500 milioni di dollari (mille miliardi di lire attuali).
L’ideatore dell’ambizioso piano, com’è noto, è l’italiano Pino Arlacchi, vicesegretario delle Nazioni Unite in quanto direttore dell’Undcp (United nations drug control programme). Ma a tre anni dalla crociata dello “zar dell’antidroga”, come è stato soprannominato, il progetto ha fatto flop. E proprio in Afghanistan, il paese dove fin dall’inizio le prospettive di successo erano tutt’altro che rosee. Ma lui, da buon calabrese cocciuto, ha voluto lanciare la sua sfida. Con un risultato finora tutto al negativo.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Onu, nel paese al crocevia dell’Asia, retto dai talebani, i campi di papavero si sono talmente estesi nel corso dell’ultimo anno da produrre 4.600 tonnellate di oppio. Una cifra record che non ha precedenti e corrisponde al doppio del raccolto del 1998. Un balzo in avanti per l’Afghanistan che dal cinquanta per cento è passato a coprire per due terzi il mercato globale dell’eroina. E che fa impennare del 60 per cento la produzione mondiale della polvere bianca. Una montagna di droga mai raggiunta prima e che attraverso l’antica via della seta, dove una volta passavano carovane cariche di tessuti, spezie, gemme, porta la morte coprendo per l’80 per cento i mercati europei.
Arlacchi, pur essendo stato allertato fin dall’inizio dai media di mezzo mondo, ha voluto credere alle promesse dei talebani. A suo tempo si recò a Kandahar, la storica capitale dell’Afghanistan, per incontrarli. Promise oltre 400 miliardi di lire in dieci anni se avessero sradicato le coltivazioni di papavero. Non ti fidare gli dicevano in molti, quei soldi servono a comprare armi, a prolungare la guerra civile e a esportare il credo oscurantista degli studenti islamici al potere a Kabul. «Non finanziare un regime integralista che annulla le libertà e mortifica le donne», diceva l’allora commissario europeo Emma Bonino. Ma a tutti Arlacchi, dal suo quartier generale al settimo piano del palazzo dell’Onu a Vienna, dove ha varato programmi, impartito ordini, spostato uomini, cambiato organigrammi, ha risposto duramente agli attacchi di ieri, ostentando sicurezza e ottimismo.
E oggi? Proprio in questi giorni il problema Afghanistan è stato messo sul tappeto dal comitato tecnico dell’Onu. Ma Arlacchi non demorde, e per bocca del suo portavoce Sandro Tucci risponde che l’incremento della produzione del papavero è dovuto sì «a un aumento del 23 per cento della superficie coltivata ma anche alle ottime condizioni climatiche». Prevede una forte riduzione, attorno al 30 per cento per il prossimo raccolto, questa volta per le «avverse condizioni climatiche». Insomma sembrerebbe proprio un piano in gran parte affidato ai capricci di Giove.
Su quel 23 per cento di superficie in più coltivata e non distrutta, Arlacchi ha la sua risposta. Le colture servono a «sfamare un milione e 400 mila contadini». Di conseguenza lo Stato, ovvero il governo dei talebani, non può distruggere quelle coltivazioni, presenti in dieci delle 29 province afghane su un totale di 60 mila ettari di terreno e per il 96 per cento sotto il loro controllo. E allora perché continuare a finanziare piani che vengono disattesi? «C’è la guerra, e possiamo fare poco. E per rendere più difficile il contrabbando, avremmo bisogno di più soldi per aiutare i paesi limitrofi a combatterlo», dice Tucci. «Inoltre il leader dei talebani ci ha assicurato di aver emesso un editto che invita a ridurre la produzione di oppio».
Rimane il fatto che il regime teocratico dei talebani alla fin fine vorrebbe la scomparsa non tanto delle piantagioni di papavero quanto degli «infedeli», ovvero degli occidentali.
Dina Nascetti, 18.05.2000, qui.

Già: credere alla parola dei talebani non è proprio una buonissima idea, e l’arlacchino nostro ci ha sbattuto pesantemente il naso – anche con quelle sue tremende arrampicate sugli specchi. E ora, ventun anni dopo, che cosa ci racconta il nostro genietto di casa?

Pino Arlacchi: “E’ con l’invasione Usa che esplose la produzione illecita di oppio in Afghanistan”

Cari amici, interrompo il mio lungo silenzio, dovuto alla scrittura di un nuovo libro, per un commento sull’#Afghanistan dopo la vittoria talebana.
Mi occupo di quel paese da quasi 25 anni, ed ho formulato due proposte di soluzione dei suoi problemi più impellenti. La prima è stato il piano di eliminazione delle coltivazioni di oppio che ho elaborato durante il mio mandato ONU. Piano coronato da completo successo nell’estate del 2001. [Questo articolo di fine ottobre 2001 dice esattamente il contrario]
I talebani al potere, pressati dal programma che dirigevo e dal Consiglio di sicurezza, decisero di far rispettare la proibizione di coltivare l’oppio con il risultato di azzerarla quasi totalmente. [Eh, una paura si sono messi con le tue pressioni, ma una paura guarda…]
L’invasione americana dell’ottobre di quello stesso anno sloggiò i talebani dal governo e fu seguita da un accordo con i signori della guerra che riportò in pochi anni la produzione illecita ai livelli precedenti il 2001.
Nel gennaio del 2011 il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza la mia proposta per una soluzione non militare della crisi afghana. Sul mio sito https://pinoarlacchi.it/en/mission-in-afghanistan potete leggere il testo della mia “Nuova strategia dell’Unione Europea per l’Afghanistan”.
A differenza del mio piano sull’oppio di dieci anni prima, questa strategia non ha avuto alcun seguito. È stata ignorata dalla Commissione europea e dagli Stati membri, che hanno persistito nel seguire le direttive americane. Il risultato finale (disastroso) è ora sotto i nostri occhi. [Il tuo risultato finale (disastroso) invece, sotto quale tappeto lo hai spazzato? E quante armi hanno comprato i talebani coi tuoi 400 miliardi di dollari? Quante persone hanno ammazzato con quelle armi? Quanto sangue hai sulle mani?]
In alcuni post successivi commenterò i principali temi sul tappeto.
Pino Arlacchi, 20/08/2021, qui.

E prosegue, sempre autoincensandosi.

Pino Arlacchi – Cosa succede in Afghanistan al di là del delirio mediatico

 Invito chiunque mi legga e mastichi una qualsiasi lingua straniera a informarsi sull’ Afghanistan evitando di leggere i maggiori quotidiani italiani. Quel paese sembra essere stato vittima di una invasione di mostri pervenuti dallo spazio e dotati di poteri sconfinati. Mostri che sono riusciti a far scappare da Kabul, terrorizzate, le forze del bene. Mostri assetati di vendetta e di sangue, soprattutto femminile, e che si apprestano a far diventare l’Afghanistan il santuario del narcotraffico e del terrorismo mondiale. [E pensare che invece sono tanto buoni, soprattutto con le donne, che trattano con una delicatezza che neanche i trovatori del dolce stil novo, che non farebbero male a una mosca, vendetta poi non sanno neanche come si scrive]

Delirio mediatico.

Cosa è successo invece, e cosa sta accadendo in Afghanistan in questi giorni?
Non c’è stata, innanzitutto, alcuna invasione di alieni, ma lo sbocco finale di due guerre. Una guerra civile tra i talebani ed i loro avversari iniziata quasi trent’anni fa, ed una guerra di liberazione contro una potenza occupante iniziata venti anni fa esatti. 
I talebani sono degli integralisti islamici estremi, portatori di un’ideologia oscurantista che implica la violazione di diritti fondamentali, in primis quelli delle donne. Ma sono anche una forza che ha finito col prevalere contro ogni genere di nemico grazie a un rapporto con la popolazione rurale afghana migliore di quello stabilito dai loro avversari. [Ecco, ve l’avevo detto, benefattori sono, angeli custodi, praticamente la mano destra di Dio]
I talebani che ho conosciuto non erano guerriglieri marxisti e neppure nazionalisti. Non combattevano per i poveri e neppure per costruire uno Stato-nazione. Si ispiravano, e si ispirano, ad una società di virtuosi, governata da precetti coranici, inaccettabile e odiosa ai nostri occhi [mentre agli occhi degli afghani è il paradiso in terra. È per quello che stanno accorrendo a Kabul da tutte le parti del Medio Oriente, per godere anche loro del paradiso]. Ma la società dei talebani è una società di afghani, non la Umma universale di altri estremisti. Gli studenti del Corano, perciò, non hanno mai operato al di fuori del loro paese e non sono interessati ad esportare il loro credo altrove [e dunque?].
Come sono allora riusciti a godere di quel minimo di consenso dal basso, o di semplice neutralità, che ha consentito loro di conquistare il Paese ed entrare a Kabul senza sparare un colpo?
Finanziamenti, armi e aiuti dall’estero? 
Quasi zero [ehm… La domanda, come si suol dire, è d’obbligo: ci sei o ci fai?], visto che il rubinetto saudita si è chiuso dopo il 2001 e visto che le grandi potenze regionali sono state a guardare aspettando che il frutto afghano cadesse nelle loro mani dopo la debacle euroamericana. 
Puntualmente avvenuta. Questa sì che è intelligence! O era sufficiente solo leggere i giornali e fare due più due? [Cioè adesso l’Afghanistan è caduto in mano alle grandi potenze regionali? Me la spieghi meglio, che non l’ho mica tanto capita questa?]
È bastato perciò ai talebani sedersi sulla riva del fiume ed aspettare. [I talebani?! Come i talebani? Ma non è nelle mani delle grandi potenze regionali che è caduto l’Afghanistan? Sei sicuro, come si dice dalle mie ex parti, di avere tutte le tazze nella credenza?]
Cioè resistere, garantire ordine e sicurezza alle zone sotto il loro controllo, assicurarsi perlomeno la neutralità della popolazione. Ed attendere ciò che era prevedibile già dieci anni fa: il crollo della baracca di corruzione, inettitudine militare ed amministrativa, indifferenza per i bisogni dei civili, messa in piedi dalle forze di occupazione. [Veramente Trump ha deciso il ritiro all’inizio del 2019 perché aveva stabilito che non avevano più niente da fare lì; tutto il resto, baracca di corruzione eccetera si trova nella fervida fantasia del signor Arlacchi. E davvero questo signore ha l’impressione che gli afghani, e le donne in particolare, preferissero i talebani agli americani? E come le spiega le fughe? Come spiega gli assalti all’aeroporto? Come spiega le madri che lanciano i figli oltre il filo spinato dell’aeroporto nella speranza di sottrarli all’inferno che aspetta tutti loro – come le madri ebree nel disperato tentativo di salvarli dai nazisti? Di disonestà intellettuale ne stiamo vedendo tanta, ma quella di quest’uomo le supera tutte]
L’analisi che avevo fatto nel 2011 per il Parlamento europeo parlava chiaro. Non c’era speranza di una soluzione militare, e senza una svolta radicale delle politiche occidentali l’Afghanistan sarebbe caduto nelle mani dei talebani. [Eh già, l’unico che ha capito tutto, ma vaffanculo, va’] [Ma poi perché “caduto”? Non hai appena finito di dire che non è vero che sono dei mostri, che hanno il sostegno popolare, che la gente preferisce loro agli americani?]
L’unica cosa che non avevo considerato nel mio rapporto era l’identità del vero futuro vincitore della guerra dell’Afghanistan: la Cina. [Ah, non le grandi potenze regionali? Non hai appena detto che è nelle loro mani che è caduto il frutto afghano?]
Pino Arlacchi, 22/08/2021, qui.

Per sapere perché il ritiro si è trasformato in una rotta disastrosa [Caporetto? Adua?] è meglio leggere qualcosa di più serio.

Niram Ferretti

EXIT STRATEGY

“Sono abbastanza vecchio per avere bene in mente la caduta di Saigon nel 1975…ce l’ho nel mio archivio dei ricordi”, ha dichiarato il generale Jim Jones, che ha servito come consigliere per la sicurezza nazionale sotto il presidente Barack Obama. “Fu molto doloroso da guardare. Questo è, almeno finora, ancora più doloroso”.
Costernazione.
“Quando si fanno questo tipo di cose, per quanto grandi o piccole siano, la prima cosa che si è fa è di evacuare i civili e le famiglie, poi il personale del governo degli Stati Uniti se necessario. E in seguito le ultime persone che se ne vanno sono generalmente i militari che forniscono la sicurezza per una evacuazione ordinata. Mi risulta che abbiamo fatto esattamente il contrario e non so perché.”
La risposta, per quanto sconcertante, è, per palese incompetenza. Inutile cercare improbabili moventi oscuri, ricorrere a fantasiose dietrologie. Il modo in cui gli Stati Uniti si sono lasciati dietro l’Afghanistan consegnandolo nelle mani dei talebani, resterà nei libri di storia come un degli esempi più clamorosi di come non si effettua un ritiro militare.
Il responsabile principale di tutto ciò è, ovviamente, il Commander in Chief, ovvero il presidente, colui che alla fine ha dato il via all’operazione, l’ha avallata, ha posto il suo sigillo.
Uscire di scena così non è degno di una grande potenza, non è degno di una piccola potenza. E’ semplicemente grottesco e surreale.

Incompetenza, senza dubbio. Ma non solo.

Parla Mike Pence: Biden ha rotto il nostro accordo con i Talebani

Mike Pence: Questa è un’umiliazione di politica estera diversa da qualsiasi altra cosa il nostro paese abbia mai sopportato sin dalla crisi degli ostaggi in Iran.

“La probabilità che ci siano i Talebani a dominare tutto e a controllare l’intero paese [l’Afghanistan] è altamente improbabile”, ha proclamato fiduciosamente Joe Biden a luglio. “Non ci saranno circostanze in cui vedrete persone sollevate dal tetto dell’ambasciata”.
Un mese dopo, lo scenario che il signor Biden riteneva impossibile è diventato una realtà terrificante. Negli ultimi giorni, il mondo ha visto civili in preda al panico aggrapparsi ad aerei militari statunitensi nel disperato tentativo di sfuggire al caos scatenato dalla ritirata sconsiderata del signor Biden. I diplomatici americani hanno dovuto implorare i nostri nemici di non prendere d’assalto la nostra ambasciata a Kabul. I combattenti talebani hanno sequestrato decine di veicoli militari americani, fucili, artiglieria, aerei, elicotteri e droni.
Il disastroso ritiro dell’amministrazione Biden dall’Afghanistan è un’umiliazione di politica estera diversa da qualsiasi altra cosa il nostro paese abbia mai sopportato sin dalla crisi degli ostaggi in Iran.
Ha messo in imbarazzo l’America davanti alla scena mondiale, ha portato gli alleati a dubitare della nostra affidabilità ed ha incoraggiato i nemici a mettere alla prova la nostra determinazione. Peggio di tutto, ha disonorato la memoria degli eroici americani che hanno aiutato a consegnare i terroristi alla giustizia dopo l’11 settembre, e tutti coloro che hanno servito in Afghanistan negli ultimi 20 anni.
Nel febbraio 2020, l’amministrazione Trump aveva raggiunto un accordo che richiedeva ai Talebani di porre fine a tutti gli attacchi al personale militare americano, di rifiutare ai terroristi un porto sicuro e di negoziare con i leader afgani la creazione di un nuovo governo. Finché queste condizioni fossero state soddisfatte, gli Stati Uniti avrebbero condotto un graduale e ordinato ritiro delle forze militari.
Approvato all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’accordo ha immediatamente portato in Afghanistan una stabilità mai vista da decenni. Negli ultimi 18 mesi, gli Stati Uniti non hanno subito una sola perdita in combattimento.
Quando abbiamo lasciato l’incarico, il governo afgano e i Talebani controllavano ciascuno il proprio territorio, nessuno dei due stava montando grandi offensive, e l’America aveva solo 2.500 truppe statunitensi nel paese – la più piccola presenza militare dall’inizio della guerra nel 2001.
La guerra infinita dell’America stava arrivando a una fine dignitosa, e la base aerea di Bagram ci assicurava la possibilità di condurre missioni antiterrorismo fino alla conclusione di quella guerra.
I progressi della nostra amministrazione per ottenere la fine di quella guerra sono stati possibili perché i leader Talebani hanno capito che le conseguenze della violazione dell’accordo sarebbero state rapide e gravi. Dopo che i nostri militari avevano eliminato il terrorista iraniano Qasem Soleimani, e le forze speciali statunitensi avevano ucciso il leader dell’ISIS, i Talebani non avevano dubbi che avremmo mantenuto la nostra promessa.
Ma quando il signor Biden è diventato presidente, ha rapidamente annunciato che le forze statunitensi sarebbero rimaste in Afghanistan per altri quattro mesi senza una chiara ragione per farlo. Non c’era alcun piano per trasportare i miliardi di dollari di attrezzature americane recentemente catturate dai Talebani, o per evacuare le migliaia di americani che ora si affannano a fuggire da Kabul, o per facilitare il reinsediamento regionale delle migliaia di rifugiati afgani che ora chiederanno asilo negli Stati Uniti con poco o nessun controllo.
Piuttosto, sembra che il presidente semplicemente non volesse mostrare di rispettare i termini di un accordo negoziato dal suo predecessore.
Una volta che il signor Biden ha rotto l’accordo, i Talebani hanno lanciato una grande offensiva contro il governo afgano e hanno preso Kabul. Sapevano che non c’era alcuna minaccia credibile di un atto di forza da parte di questo presidente. L’hanno visto inchinarsi a gruppi terroristici antisemiti come Hamas, ripristinare milioni di dollari di aiuti all’Autorità Palestinese e stare a guardare all’inizio di quest’anno mentre migliaia di razzi piovevano sui civili israeliani.
La debolezza istiga il male – e la grandezza del male che ora sta sorgendo in Afghanistan la dice lunga sulle debolezze del signor Biden. Per limitare la carneficina, il presidente ha ordinato più truppe in Afghanistan, triplicando la nostra presenza militare durante un presunto ritiro.
Dopo 20 anni, più di 2.400 americani morti20.000 americani feriti e oltre 2.000 miliardi di dollari spesi, il popolo americano è pronto a riportare a casa le sue truppe.
Ma il modo in cui il signor Biden ha eseguito questo ritiro è una vergogna, indegno dei coraggiosi uomini e donne americani in servizio il cui sangue macchia ancora il suolo dell’Afghanistan.
Luca Maragna, qui.

Piuttosto, sembra che il presidente semplicemente non volesse mostrare di rispettare i termini di un accordo negoziato dal suo predecessore.”
Esattamente come ha fatto con tutto ciò che aveva fatto Trump (a cominciare dalle tasse che T. aveva tagliato, permettendo così di favorire le assunzioni e abbassare drasticamente la disoccupazione, soprattutto fra neri e ispanici, che non a caso hanno votato per lui con percentuali mai viste prima nei confronti di un candidato repubblicano). No, questo non è il marito che si taglia i coglioni per fare dispetto alla moglie: questo è uno che ha tagliato i coglioni a un’intera nazione per fare dispetto a chi, quei coglioni, glieli aveva messi. E adesso, notate bene, si sta cercando di limitare la carneficina. Che difficilmente sarà evitata del tutto.

barbara

TALEBANI: UN’OCCHIATA IN CASA NOSTRA

Cominciamo con l’ineffabile Alessandro Di Battista.

Niram Ferretti

PADRONI E PADRINI DEL PIANETA

E’ tornato, e c’era bisogno che tornasse, perché ogni volta che apre bocca dice cose giuste, vere, inesorabili.

«Chi è interessato davvero al popolo afghano dovrà parlare con i talebani. Il resto è ipocrisia». «Anche la prima vittima della guerra in Afghanistan è stata la verità. Una verità che ancora oggi, nonostante i nodi siano tutti venuti al pettine, viene vilipesa, oltraggiata, assassinata. Gli Stati Uniti e i suoi servi sciocchi non hanno bombardato l’Afghanistan (così come l’Iraq, la Libia o la Siria) per eliminare il terrorismo, la shari’a, il burqa o per garantire diritti umani. E chi ancora si beve questa balla è complice dei padroni e padrini del pianeta».

Così Alessandro Di Battista, uno dei maîtres à penser del M5S. Lui conosce la verità, il motivo per il quale gli USA intervennero in Afghanistan vent’anni fa, non per la lotta contro il terrorismo islamico (ma quale terrorismo islamico!), e in Iraq, Libia e Siria. Si tratta, naturalmente, di altri motivi, molto biechi, molto terra a terra.

“I padroni e i padrini del pianeta” (Povia dovrebbe chiedere che gli vengano riconosciuti i diritti) quando si muovono si muovono solo tramite motivi di facciata, falsi e i gonzi, quasi tutti ci cascano, ma lui Di Battista no, lui sa esattamente di cosa si è trattato, di cosa si tratta e presto lo sapremo anche noi quando lo esporrà in modo vero, giusto, inesorabile, sempre che i “i padroni e i padrini del pianeta” e i loro “servi sciocchi” glielo permetteranno.

Qualcuno si affretti a metterlo al sicuro.

Ma farà poca tenerezza con quell’aria da son piccina son carina son la gioia di papà?

Un altro fulgido esempio della nostra Sinistra dalla gloriosa storia ce lo fornisce tale signor Claudio Mazzanti, assessore piddino a Bologna, dallo spettacolare senso dell’umorismo

E passiamo ora alle cose serie.

«I nostri islamici benedicono le esecuzioni»

Ci sono i talebani veri, quelli che sparano sulla folla e seminano il terrore. E poi ci sono i talebani de noantri, di imitazione ma non meno pericolosi, che sparano balle sui giornali e sfiorano il ridicolo. Parliamo di quanti, illuminati sulla via di Kabul, sono convinti che l’avvento dei talebani sia stato un affare. Essi credono che mullah e compagnia armata abbiano preso il potere con il consenso degli afghani (chissà perché, tuttavia, i cittadini fuggono); che non abbiano mai fiancheggiato i terroristi (hanno ospitato per anni Bin Laden? E chi è costui?); che siano personaggi dialoganti (infatti fanno parlare bene le armi) e molto migliori degli americani (chiedere alle donne afghane, che non vedono l’ora di rimettersi il burqa).

LA LUCE Tra i più accaniti sostenitori di Baradar, il capo talebano, e dei suoi accoliti figura Davide Piccardo, coordinatore del Caim (Coordinatore delle associazioni islamiche di Milano) e direttore di laluce.news, nome divertente dato che difende degli oscurantisti. Sul suo sito Piccardo si è cimentato in una filippica contro gli invasori a stelle e strisce, fautori per 20 anni di una «guerra coloniale» in Afghanistan, funzionale non a «combattere il terrorismo», ma a «stabilire un avamposto in Asia Centrale». In quest’ottica l’11 settembre sarebbe stato «la scusa perfetta per lanciare l’offensiva contro i Talebani». I quali, sebbene «mostrificati» dalla propaganda, sono molto «più umani e corretti degli invasori occidentali», anzi capaci di «portare pace e stabilità» e pertanto arrivati al potere con «ampio consenso» della popolazione. E di certo «non sono terroristi» perché «non hanno mai contemplato la possibilità di compiere attentati in Occidente». [ho idea che questa sia funzionale all’escludere che gli attentati in Israele siano terrorismo] No, si sono limitati a ospitare la mente del più grande attentato contro l’Occidente nella storia… E poco importa che, come ha ricordato l’Onu in un report, i talebani continuino a proteggere al Qaeda e ospitarla in 15 province del Paese. Da cui l’allarme negli Usa di nuovi attentati in occasione del ventennale dell’11 settembre e il rischio di infiltrazione di terroristi tra i profughi. Ma sulla bontà d’animo dei talebani giura anche Massimo Fini che, su la Fatwa Quotidiana, pardon il Fatto Quotidiano, ricorda come i talebani ospitassero Bin Laden in qualità di benefattore: «Bin Laden in Afghanistan godeva di popolarità perché con le sue risorse personali aveva costruito ospedali, strade, infrastrutture». Com’era buono lui… L’unico effetto collaterale del ritorno al potere dei talebani sarebbero le epurazioni ma anche qui, garantisce Fini, non c’è problema: «I “collaborazionisti” potrebbero essere passati per le anni, come si è sempre fatto da che mondo è mondo». E che male c’è. Del resto, anche secondo Piccardo «le ritorsioni, gli arresti, i processi, le condanne e le esecuzioni purtroppo sarebbero normali in una situazione del genere» contro «gente che sosteneva delle forze armate che in questi anni hanno ucciso decine di migliaia di talebani».

LO SCAMBIO È con questi ultimi dunque, esecutori ragionevoli di epurazioni di massa, che si deve dialogare. Lo crede anche il mullah Travaglio per cui, se trattiamo, «può darsi che i vincitori ascoltino» gli sconfitti. Già ce li vediamo i tagliagole ad ascoltare i miti consigli di Europa, grillini e Tale-Biden, il presidente Usa responsabile della fuga dell’Occidente. Gli unici a credere possibile una conversazione con i talebani, oltre a Travaglio, sono l’Ue, Giuseppi Conte e il redivivo Alessandro Di Battista: già celebre per volere «intavolare una discussione» con l’Isis, ieri l’ex 5 Stelle avvertiva che «bisogna parlare con i talebani», se si vorranno «corridoi umanitari per profughi» e «aprire strutture sanitarie». Quindi i talebani sarebbero i garanti di azioni umanitarie. Dibba ha capito tutto, come sempre. Insieme a Travaglio, Fini e Piccardo, potrebbe aspirare a un ruolo nel governo talebano. A proposito, suggeriamo un accordo distensivo ai mullah: noi ci prendiamo i profughi e vi diamo in cambio Dibba e Co.
Gianluca Veneziani, qui.

Se per profughi sono da intendere i profughi veri, quelli che a rimanere lì rischiano la vita, io ci sto.
Poi ho trovato questa cosa che mi è piaciuta molto, non proprio strettamente ed esclusivamente di casa nostra, ma che bene o male ci riguarda.

Gianfranco Damico (via Fulvio Del Deo)

Ve lo ricordate Charlie Hebdo vero? Quelli che nel cuore di Parigi furono massacrati da quattro coglioni islamici…
A parte la vicinanza incondizionata per quel massacro, io li ho criticati a volte. Le vignette non mi sembravano taglienti, mi sembravano cretine.
Oggi però fanno un balzo avanti e nel farlo ci lanciano un dardo al cuore. Dritto al cuore della più insopportabile delle ipocrisie.
Perché quei pervertiti, sessuali e mentali, di talebani che stanno facendo quello che stanno facendo, quei nazicoglioni con la sharia maomettana, hanno anche dei foraggiatori. E il principale è il Qatar. È a Doha che si fanno le trattative. È a Doha che il capo di quegli altri coglioni palestinesi di Hamas si è fatto fotografare congratulante con il talebano del cazzo.
E sapete chi è il proprietario dello stellare Paris Saint Germain che da poco si è comprato anche Messi e Donnarumma? Sissì, i qatarini. E sapete cosa avverrà l’anno prossimo in Qatar? I mondiali di calcio. Sì, andremo a fare i mondiali di calcio a casa dei principali finanziatori dei maniaci sessuali fascisti afghani figli di Allah.
Charlie Hebdo è l’unico che lo sta dicendo.
Ora, a parte che io mi aspetto per tutto questo inginocchiamenti spettacolari da parte di tutti i campioni di moralità inginocchiati precedentemente -Messi, Mbappè, Neymar and Co., sui chiodi- , dico questo: io amo il calcio, e come un bambino mi entusiasmo per i grandi eventi sportivi. Capisco anche l’ambivalenza delle cose, che questo è un mondo fatto di polvere. E guardo sempre con sospetto tutte le robe di boicott questo e boicott quello.
Ma questa volta no.
Questa volta il Paris Saint Germain e i mondiali di calcio se ne possono andare affanculo.
Amo il calcio. Ma non sulla pelle delle mamme, delle figlie, delle sorelle, dei bambini e degli uomini liberi di Afghanistan.
Perché a quel punto, sono davvero solo quattro coglioni che corrono in mutande appresso a una palla.
Perché se hai le palle, quelle vere, le guerre -in cui credo- le combatti con le armi sul campo, e poi le combatti, con quelle palle, anche altrove.

D’altra parte, se pensiamo alle olimpiadi di Monaco proseguite allegramente coi cadaveri della strage ancora caldi, come se niente fosse, come aspettarsi una qualsiasi presa di coscienza adesso?

barbara

JOE BIDEN ALLA PRESIDENZA DEGLI STATI UNITI È LA PEGGIORE SCIAGURA CHE POTESSE CAPITARE AL MONDO

Ecco perché.

No, Biden è solo un piccolo Carter, fa danni agli Usa e al mondo intero

Seguito a pensare che noi – in Europa e specialmente in Italia – abbiamo una visione ridotta e deformata dell’America e di tutto ciò che accade in quel grande paese da cui ci arrivano soltanto echi deformati e filtrati, in modo tale da poter soddisfare due o tre tipi di palati, non di più. Cosi è successo con il caso Biden. Biden più che un presidente è un enigma della storia americana. Il Presidente del passato che gli somiglia di più, ma con alte capacità visionarie fu Jimmy Carter; l’uomo nuovo che avrebbe vendicato la sinistra dopo le arroganze repubblicane, ma che portò il paese alla rovina avendo avuto anche la sfortuna di trovarsi di fronte all’insediamento dell’ayatollah Khomeini in Iran, alla cattura degli ostaggi americani nell’ambasciata e al più sfortunato blitz della storia di quel paese quando gli elicotteri dei corpi speciali mandati a soccorrere gli rovinarono tutto per una diabolica serie di errori e guasti meccanici. Oggi è diverso. Biden è il successore di Donald Trump. I lettori del Riformista probabilmente ricordano e ancora si indignano per questa mia scandalosa opinione, ma il tycoon è stato per me l’uomo che scelse di esporsi in maniera ustionante all’opinione pubblica cosi da attirarsi i fulmini, le maledizioni e l’odio ideologico delle sinistre che lo volevano al rogo. I fatti: Donald Trump aveva deciso di ritirare le truppe americane da tutto il mondo dichiarando che l’America non avrebbe più fatto da babysitter (mandando a morire i propri soldati in ogni angolo del mondo) a chi risparmia sulla propria difesa e spendendo i miliardi di dollari così risparmiati – il riferimento era agli europei e soprattutto alla Germania – per promuovere industrie concorrenti a quelle americane. Tutto fu condensato nello slogan “America First” che voleva dire: per noi americani viene prima l’America, gli altri si arrangino. Questa posizione non poteva piacere alle Cancellerie ma aveva una logica evidente e brutalmente pacifista. L’America prima del Covid toccava i massimi picchi di occupazione di afroamericani e di tutte le minoranze emarginate grazie a un taglio delle tasse drastico usato dalle aziende per espandersi e assumere. Tutto ciò in Europa era visto più o meno come i conservatori potevano vedere la Rivoluzione Russa dai loro consigli d’amministrazione nella City di Londra e nella Wall Street di un secolo fa: un pessimo esempio di stroncare. Trump stava dando un pessimo esempio della utilità sociale del più brillante (e regolato) capitalismo che tra l’altro ha prodotto in tempi fulminei i vaccini che ci stanno salvando la pelle. Gli stessi vaccini su cui Trump contava per poter essere rieletto. Biden è stato riciclato da uomo d’apparato e di rappresentanza ai cocktail come antagonista vendicatore delle sinistre di tutto il mondo unite. In realtà Biden non è nessuno. È stato scelto come il più anziano candidato degli Stati Uniti perché si portava in ticket Kamala Harris, una donna che finge di essere nera mentre è soltanto figlia di un funzionario indiano dell’ex impero inglese. La Harris, come Obama, non discende dagli schiavi acquistati dagli inglesi presso i mercanti arabi anche alla Serenissima Repubblica di Venezia (che cosa pensate che fossero tutti quegli africani in livrea e scimmietta sulle spalle nei quadri del Canaletto?).
I progettisti della vittoria di Biden (l’unico presidente eletto con una maggioranza di voti postali recapitati per camion, tutti soltanto col suo nome) sono stati i clan Obama e Clinton, desiderosi di insediare un presidente traballante sulla cui longevità nessuno scommette, e di piazzare automaticamente, insieme a lui, non solo una donna, ma una donna che finge di essere nera: «I’m not a socialist – disse la Harris in un’intervista – but just a mother of a black child». «Non sono una socialista, sono soltanto la mamma di un bimbo nero». Quanto alle sue proprie qualità, oltre a un lifting facciale da neonato, è una che perde la parola e che dà distrattamente del killer al presidente. Per la Harris in Italia stravedono tutti per riflesso pavloviano. È colorata? È il nostro idolo. Perché? perché prevale un pregiudizio razziale, prudentemente espresso in maniera inversa. lo ho due figli americani con cui parlo ogni giorno, e loro e i loro amici detestano Kamala Harris perché come Procuratore ha mandato in galera il più alto numero di ragazzi di colore solo per aver fumato marijuana. Biden ha combinato una catastrofe in Afghanistan di proporzioni ancora ignote. L’Afghanistan produce due beni: la più grande quantità di eroina destinata ai mercati mondiali che frutta ai talebani fra i tre e i quattrocento miliardi di dollari l’anno. Ma c’è dell’altro e Biden lo sa. O dovrebbe saperlo. L’Aghanistan produce minerali, detti “terre rare”, con cui varare la futura generazione dei cellulari, dei sistemi d’arma, del tiro dei carri armati, dei satelliti. La Cina è già in Afghanistan, ben piantata insieme ai russi e al Pakistan. I cinesi sono i nemici già scelti della prossima guerra americana che Trump aveva disegnato come possibile e che Biden ha fatto riclassificare come “probabile” in quel mare del Sud della Cina che non è della Cina ma dove la Cina si è piazzata armando abusivamente gli atolli per spingere i confini oltre i limiti già rifiutati dal tribunale dell’Aja. In quel mare la Cina ha varato una flotta che per qualità e quantità supera quella degli Stati Uniti. L’India è permanente terra di frontiera con la Cina, che a sua volta si è riavvicinata alla Russia con cui compie continue esercitazioni militari. Il mondo è dunque una polveriera minacciato da una guerra di cui non abbiamo la più pallida idea. La Cina grazie a Biden è in trattativa con i talebani per un faraonico programma di industrializzazione, sapendo che i narcotrafficanti travestiti da santissimi uomini della sharia pagheranno in narco-dollari. Tutti gridiamo il nostro sdegno per il mostruoso dramma delle donne e delle bambine afghane che già vengono uccise e cacciate dalle scuole. Ma non abbiamo visto una sola grande manifestazione nelle città italiane perché al di là di quattro parole di circostanza la sinistra italiana non se la sente di scendere in piazza contro le pratiche islamiche nemiche della donna e della democrazia. Quanto al fatto che le democrazie non si esportano con le armi, il Giappone è il lampante esempio del contrario: il generale americano MacArthur, dopo aver imposto al Giappone la resa senza condizioni e dopo averne impiccato i criminali di guerra, dette ordine di edificare un Parlamento, poi scrisse la Costituzione del Giappone e disse: da oggi, e in nome delle nostre armi, questa è una democrazia parlamentare libera con elezioni libere. Da quel momento il Giappone è diventato una delle più perfette e funzionanti democrazie del mondo.
Ma la sinistra italiana imbavagliata e legata come un salame dai propri pregiudizi seguita a fare il tifo per un uomo come Biden, che ha dato dei vigliacchi ai poveri afghani (che hanno avuto settantamila morti in combattimento, mentre gli americani sono stati poco più di mille) vittime di un’invasione esterna, quella talebana, e che accusa di incapacità. Abbiamo visto che gli afghani forse non volevano ancora la democrazia non sapendo bene che cos’è ma avevano imparato qualcosa come la libertà, il rispetto per le donne, la pubblica istruzione, l’umanità. I nostri soldati in Afghanistan avevano le braccia legate dietro la schiena quanto a uso delle armi perché non potevano far altro che rispondere al fuoco se attaccati ma hanno fatto miracoli incredibili per aiutare le persone e difenderle. Gli afghani hanno assaggiato la libertà dalla paura e oggi si passano i bambini attraverso il filo spinato, che è il filo spinato di Biden il quale rischia di portare l’umanità sull’orlo della catastrofe e – udite, udite – i democratici hanno deciso di metterlo sotto inchiesta davanti al Senato e alla Camera bassa per indagare con quali criteri abbia agito il loro Presidente per produrre un danno così devastante all’immagine degli Stati Uniti, agli ideali degli Stati Uniti, al prestigio degli Stati Uniti, alla vittoria del male contro il bene. Biden balbetta. Fa discorsi carichi di odio nei confronti dei perdenti e ammette di aver ordinato la rotta dall’Afghanistan perché doveva pagare la cambiale elettorale all’estrema sinistra socialista che lo aveva votato. E non sapendo come chiudere un discorso imbarazzante per il mondo intero, dopo una lunga pausa e strizzando gli occhi per far capire che è molto arrabbiato, assicura che se i talebani si comporteranno male, be’, allora la sua vendetta sarà devastante. Il corpo dei giornalisti accreditati si è chiesto a base di quale bevanda fosse stato l’aperitivo.
Paolo Guzzanti, qui.

E dunque abbiamo visto Carter abbandonare l’Iran nelle mani degli ayatollah e fallire penosamente il tentativo di liberare gli ostaggi, e abbiamo pensato che quello è stato indubbiamente il peggior presidente degli Stati Uniti e che difficilmente si sarebbe potuto fare di peggio. Poi abbiamo visto Obama prendere a calci gli alleati e baciare i nemici, lo abbiamo visto devastare l’intero Medio Oriente con le cosiddette primavere arabe, abbandonare gli studenti iraniani senza pronunciare una sola parola, regalare l’atomica all’Iran, rifiutarsi di ricevere il Dalai Lama per non irritare la Cina, mettere ripetutamente in pericolo Israele – nei cui confronti non ha mai nascosto il proprio incontenibile odio – con l’aggiunta di tutta una serie di pesanti sgarbi diplomatici nei confronti di Netanyahu, e abbiamo pensato che sì, peggio di Carter era possibile e che lui lo aveva abbondantemente superato. Poi è arrivato Biden… Certo che vedere sotto inchiesta il capo di quelli che hanno passato quattro interi anni e speso decine di milioni di dollari nel tentativo di mettere sotto inchiesta Trump è veramente una cosa da festeggiare col migliore champagne.
Se però, arrivati fin qui, pensate di avere visto tutto, beh, vi sbagliate di grosso. Leggete un po’ qui.

Ritiro dall’Afghanistan: secondo le rivelazioni di Reuters, ciò che ha fatto Biden è peggio di quanto pensassimo

Questo giovedì 19 agosto, i giornalisti Idrees Ali, Patricia Zengerle e Jonathan Landay hanno riportato informazioni inquietanti, accompagnate dall’immagine qui sopra.

Veicoli militari trasferiti dagli Stati Uniti all’Esercito Nazionale Afghano nel febbraio 2021

Si tratta del materiale militare che gli Stati Uniti hanno consegnato all’esercito afghano nel febbraio 2021 e che ora è nelle mani dei talebani. Ma l’informazioni più scioccante si trova nell’introduzione dell’articolo, in cui i giornalisti ricordano che gli elicotteri sono stati consegnati dall’amministrazione Biden solo un mese fa!
Circa un mese fa, il ministero della Difesa afghano ha pubblicato sui social le foto di sette elicotteri nuovi fiammanti consegnati dagli Stati Uniti e arrivati a Kabul, dice l’articolo.
Ma secondo le indagini l’amministrazione Biden non ha consegnato all’esercito afghano solo sette elicotteri nuovissimi nel luglio 2021, poche settimane prima del ritiro totale, lasciando tutto ai talebani, è peggio di così!
• Oltre a sette elicotteri UH60, poco prima del ritiro sono stati consegnati quattro elicotteri da combattimento MD 530 e tre aerei da combattimento rimessi a nuovo,
• E «nove elicotteri Mi-17 arriveranno entro fine settembre»
Abbiamo iniziato a consegnare [a Kabul] gli aerei di cui vi abbiamo parlato in precedenza. Tre di questi, recentemente rinnovati, sono atterrati a Kabul venerdì, e continueranno ad avere un analogo sostegno regolare in futuro», ha detto ai giornalisti venerdì 21 luglio al Pentagono il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin.
https://www.rev.com/blog/transcripts/defense-sec-lloyd-austin-gen-mark-milley-press-conference-transcript-july-21

INCOMPETENZA AI VERTICI DELLO STATO

Generale McKenzie, 12 luglio 2021: «In realtà stiamo per consegnare aerei in modo piuttosto massiccio laggiù»
Sapevamo che Joe Biden non controlla più il paese. L’economia si sta sgretolando e lui non ne è consapevole, il confine sud è un disastro e Kamala Harris si nasconde per non gestirlo, il costo della vita sale come non accadeva da molto tempo. Biden non ha più capacità cognitive sufficienti, non sa più che cosa sta succedendo intorno a lui. Mangia gelati.

Non sapevamo quanto fosse incompetente anche l’entourage del presidente Biden. La tragica fuga dall’Afghanistan ce ne ha appena dato la prova. Una cosa è infischiarsene della cultura Woke imposta al Pentagono, delle mutande LGBT e dei colori delle unghie consentiti nelle forze armate, un’altra è guardare in faccia le decisioni di generali e ministri piazzati dall’amministrazione Biden.
Il generale Mark Milley, presidente dei capi di stato maggiore, ha detto ai legislatori statunitensi lo scorso giugno che sarebbe «sbagliato credere ai discorsi dei talebani secondo cui le forze di sicurezza afghane stanno scomparendo di fronte al conflitto.»
Il generale Frank McKenzie, comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, da parte sua, in occasione del suo viaggio a Kabul l’11 luglio 2021 ha detto:
«La maggior parte delle nostre informazioni sui talebani provengono dal governo afghano. Hanno un sistema di intelligence abbastanza buono. Continueranno ad avere un apparato di intelligence piuttosto buono.»
Https://www.msn.com/en-us/news/world/us-finds-intel-a-struggle-in-afghanistan-as-troops-withdraw-and-taliban-surges/ar-AAM2Pvk
E ha aggiunto:
«In realtà stiamo consegnando aerei in modo piuttosto massiccio lì», ha detto McKenzie. Questo mese verranno consegnati sette elicotteri UH60 e quattro elicotteri da combattimento MD 530 e nove elicotteri Mi-17 arriveranno entro la fine di settembre.
Lo ha confermato l’esercito afghano, aggiungendo che altri saranno consegnati nei prossimi mesi:
«Gli elicotteri sono stati consegnati oggi a Kabul e devono essere ufficialmente consegnati all’aviazione durante una cerimonia speciale. In conformità con il piano, nei prossimi mesi verranno consegnati all’Afghanistan altri elicotteri», ha affermato il portavoce del 209° Corpo Shokhin dell’Esercito Nazionale Afghano(ANA) in una dichiarazione pubblicata da Interfax.
https://www.defenseworld.net/news/30041/Taliban_Shoots_Down_Afghan_Helicopter_Even_as_U_S__Delivers_New_Attack_Choppers#.YR_ksy0RoeY
I generali e il segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin non sono gli unici membri incompetenti. Anche il Segretario di Stato Blinken vive in una realtà virtuale. Il 25 giugno ha dichiarato :
«Stiamo esaminando con molta attenzione la sicurezza sul campo in Afghanistan e ci chiediamo anche se i talebani siano davvero seri in merito a una risoluzione pacifica del conflitto», ha dichiarato il segretario di Stato in un’altra conferenza stampa.
https://www.reuters.com/world/asia-pacific/talebans-actions-inconsistent-with-pursuit-peace-afghanistan-says-blinken-2021-06-25/
Meno di un mese dopo ha fatto consegnare a Kabul degli elicotteri nuovi di zecca, quando 700 camion militari erano appena caduti nelle mani dei talebani.
Quando vi dicevo che è una cosa grave, non è tutto…

Obama e ISIS stagione 2
Non osiamo bombardare le attrezzature per paura che ciò possa irritare i talebani

La velocità con cui i talebani hanno spazzato via l’Afghanistan ci ricorda un precedente doloroso, sempre sotto la guida di un presidente democratico: i militanti dello Stato Islamico che hanno preso le armi dalle forze irachene appoggiate dagli Stati Uniti che hanno offerto poca resistenza nel 2014, e hanno catturato in poco tempo vasti territori.
E ricordate, in quell’occasione il presidente Obama si rifiutò di bombardare i pozzi di petrolio caduti nelle mani dell’ISIS per paura di causare danni ecologici, e dichiarò di essere in grado solo di «contenere» l’ISIS. Donald Trump, appena giunto al potere, li liquiderà in pochi mesi tra l’indifferenza dei media, che lo detestano al punto da non riconoscergli alcun merito per i suoi successi.
L’amministrazione Biden, in parte ereditata dalla squadra di Obama, è sulla stessa linea, e si è detta riluttante a bombardare le attrezzature cadute nelle mani dei talebani «per paura di irritarli» – Non sto inventando niente, ecco testualmente quanto scritto nell’articolo della Reuters:
L’amministrazione del presidente Joe Biden è così preoccupata per queste armi [sequestrate dai talebani] che sta valutando un certo numero di opzioni da perseguire.
I responsabili hanno dichiarato che il lancio di attacchi aerei contro le attrezzature più importanti, come gli elicotteri, non è stato escluso, ma che si teme che ciò possa irritare i talebani in un momento in cui l’obiettivo principale degli Stati Uniti è l’evacuazione delle persone.

OLTRE 2.000 VEICOLI CORAZZATI CATTURATI

Secondo l’attuale valutazione dell’intelligence, i talebani hanno già preso il controllo di oltre 2.000 veicoli corazzati, inclusi Humvee, e fino a 40 velivoli, tra cui UH-60 Black Hawk, elicotteri d’attacco e droni militari ScanEagle.
Le armi leggere sequestrate dai terroristi, come mitragliatrici, mortai, nonché pezzi di artiglieria, compresi i lanciagranate, rappresentano un vantaggio per i talebani contro qualsiasi resistenza che possa sorgere in storiche roccaforti anti-talebane come la valle del Panjshir, a nord-est di Kabul.

REGALI A CINA, RUSSIA, ISIS E AL QAEDA

Reuters conclude così il suo rapporto:
Funzionari statunitensi, precedenti e attuali, temono che queste armi possano essere utilizzate per uccidere civili, sia che vengano sequestrate da altri gruppi militanti come lo Stato Islamico per attaccare gli interessi degli Stati Uniti nella regione, sia che vengano consegnate ad avversari come Cina e Russia.
Funzionari statunitensi hanno dichiarato che prevedono che la maggior parte delle armi siano utilizzate dagli stessi talebani, ma che era troppo presto per dire cosa avessero intenzione di fare, inclusa la possibile condivisione di attrezzature con stati rivali come la Cina.
Andrew Small, esperto di politica estera cinese presso il German Marshall Fund degli Stati Uniti, ha dichiarato che è probabile che i talebani concedano a Pechino l’accesso a tutte le armi americane che potrebbero ora controllare.
Siamo lontani dall’aver visto la fine di questo incubo,e ancora meno di tutte le sue ricadute.

Retrait d’Afghanistan : selon les révélations de Reuters, ce qu’a fait Biden est pire que ce que nous pensions

Riproduzione autorizzata con la menzione seguente : © Jean-Patrick Grumberg per Dreuz.info. (qui, traduzione mia)

Com’era quella cosa del sonno della ragione? Ragazzi, prendiamone atto: siamo nella merda. Tutti.

barbara