E DA UN CANTO ALL’ALTRO D’AMERICA UN SOL GRIDO RISUONA

Qui con commenti. E mentre il morbo infuria e il pan ci manca, soprattutto agli ispanici che Trump aveva almeno un po’ innalzato dalle loro spesso misere condizioni e Biden nuovamente affondato, e sul ponte di Del Rio sventola la bandiera bianca più bianca che mai occhio umano abbia visto, da tutti i riconteggi portati a termine sta inconfutabilmente emergendo ciò che fin da quella prima notte era apparso chiaro come il sole, e che del  resto sia Nancy Pelosi che Joe Biden avevano preannunciato ancora prima: senza i brogli quella vittoria non ci sarebbe mai stata. E con tutto questo tocca anche sperare che resista il più possibile, perché con Kamala diventerà tutto molto peggio.

barbara

OGGI VI OFFRO IN OMAGGIO LA SETTIMANA ILLUSTRATA, COMPLETAMENTE GRATIS

Sparpagliata senza ordine né logica.

Secondo me prima o poi lo arrestano
Naturalmente vale anche per gli italiani
Mi sa che questi fissati col lungo termine stanno semplicemente giocando a chi ce l’ha più lungo, e tutti vogliono vincere
Vabbè, un errore capita a tutti
Questo si chiama sapersi organizzare
E gnente, co uno zé mona zé mona, e sempre mona el resta
Però non ditelo ai buoni di professione, se no si avviliscono e poi diventano cattivi
Brutta brutta brutta cosa il capitalismo

barbara

RESTANDO IN TEMA DI IGNORANZA

E nei commenti:

Vittorio Cantori
Questa è ignoranza geografica, sant’Elena si trova nel Pacifico

Enrico Soffientini
Atlantico, tra Africa e Sud America

Da parte del commentatore è esattamente la stessa ignoranza geografica di cui accusa la giornalista, da parte di quest’ultima è ignoranza, oltre che geografica, anche storica. Una volta almeno i giornali impiegavano i correttori di bozze, che oltre ai refusi, provvedevano a sistemare anche questo genere di bestialità: li avranno eliminati perché sono convinti che i loro redattori sono tutti geni sapientissimi in tutti gli ambiti del sapere umano, o perché reputano i lettori talmente cretini da potergli rifilare, almeno alla maggior parte, qualunque puttanata senza che se ne accorgano? E, essendo acclarato che se è vera la prima ipotesi hanno torto marcio, nel caso fosse vera la seconda hanno torto anche qui, o hanno maledettamente ragione e fanno bene a risparmiare sugli stipendi dei correttori di bozze diventati ormai perfettamente superflui?

barbara

POST INTERAMENTE DEDICATO AD ANDREA MARCENARO

Di cui riprendo alcuni post recenti – e micidiali – che condivido totalmente.

Ce lo ricordiamo bene Gramellini fustigatore di costumi
Me lo ricordo benissimo Massimo Gramellini, editorialista del Corriere della Sera di Urbano Cairo, gran signore senz’altro, ma dalla sobrietà quel nonnulla diversa da quella di Cesare Pavese. Me lo ricordo benissimo, dicevo, questo Gramellini cairista fustigatore di costumi il quale oggi prende per il culo il giovane Roman Pastore a causa del Rolex, o di quel che l’era, poiché: “È un problema mio e di chi come me è cresciuto a Torino, dove il lusso ostentato è stato sempre considerato un po’ cafone… d’altra parte che possiamo farci: alla vita pubblica si accostano soltanto ormai i ricchi di famiglia”.
Ricordo perfettamente il giorno in cui volevano assumerlo alla Stampa di Gianni Agnelli. “Di quel cafone, avvocato per finta, figlio di papà e nipote di nonno, col Rolex addirittura sopra il polsino della camicia?”, esplose il torinese Gramellini, “Di quel cialtrone similcalabrese ricco di famiglia, che piazza pure fratello e sorella al Parlamento?”. Ma Dio me ne guardi. E se ne andò, corse al giornale dei parchi Francescani, il nostro Massimo. Povertà e penitenza. Non ostentò. Finché un torinese, un torinese di adeguata signorilità, però, non lo convinse un giorno a fare marcia indietro. Leone Ginzburg si chiamava, mi pare. Oppure no, chiedo scusa: Luca Rolex Cordero Della Valle Audemars di Montezemolo. Detto Piguet.
07/09/21

C’è stato un periodo in cui parecchi blogger riportavano in continuazione citazioni di Gramellini, e ogni volta alla terza riga al massimo ero costretta a fermarmi dicendo: “Ma che cagata”. Non dico proprio come Alda Merini, ma insomma siamo quasi lì.

Mai più nomi spettacolari appiccicati alle inchieste
La giustizia non è una fiction: verso l’addio perciò, grazie alla meritoria decisione della ministra Cartabia, ai nomi spettacolari appiccicati come luminarie a tutte le inchieste delle Procure. Mai più Mani Pulite, Why not, Aemilia, Poseidone, Vallettopoli, Vipgate, Savoiagate o Mafia Capitale. L’Associazione nazionale magistrati e le direzioni dei giornali hanno peraltro già concordato che un solo titolo, e sopra tutto asettico, verrà utilizzato d’ora in poi per qualsivoglia inchiesta: “A ‘sto giro se inculamo questo/i”.
09/09/21

Perché è bello sapere a chi dobbiamo dedicare i nostri due minuti di odio quotidiano – poi magari per qualcuno sono due ore, o magari anche ventiquattro, ma d’altra parte bisogna pure dare un senso alla propria vita.

Anche Dante climatologo no!
Grazie a Piero Vietti il quale ha notato, su Tempi.it, il modo singolare con cui la Stampa di Torino ha celebrato nella sezione detta culturale il settecentesimo anniversario della morte di Dante AlighieriRiferendo, cioè, di un convegno organizzato dall’Istituto italiano di Cultura a Parigi in cui è stato autorevolmente dibattuto su come “dal castigo divino alle inondazioni di oggi, il ‘climatologo’ Dante avesse già capito tutto… Era infatti una persona sensibilissima alle variazioni climatiche”: nell’Inferno della Commedia c’era infatti non a caso un caldo tremendo, in Paradiso proprio no e in Purgatorio così così; ma aggiungendo di seguito, buon peso, “che se Shoah e Gulag sono stati l’inferno del Novecento, un’estate come quest’ultima, con trombe d’aria improvvise, inondazioni e temperature vicine ai 50 gradi, prospetta un futuro prossimo abbastanza infernale”. Bene. E’ per merito di concetti tanto elevati che questa stupida rubrichetta, saltata ieri nel cordoglio del paese, può recuperare oggi proponendosi in double face: se ne può ridere, oppure si può piangere.
16/09/21

Un mio compagno di liceo, in pensione da poco e fino all’altro ieri presidente della Dante Alighieri (e in precedenza addetto culturale) a Oslo, ha fatto festa grande l’anno scorso quando è riuscito a portare lì una nutrita squadra di sardine. Evidentemente di questi tempi requisito imprescindibile per ricoprire quel genere di ruoli è non superare il 55 di IQ.

Ancora con questa storia della Gerusalemme araba?
Ieri un’altra volta, l’ennesima. Con una persona brillante e mediamente informata: Gerusalemme è sempre stata araba. Gli ebrei? Quattro gatti. Ma prepotenti. Allora proviamo di nuovo.
Nel 1876, prima del sionismo, (prima, ok? prima), vivevano a Gerusalemme 25 mila persone 12 mila delle quali ebree, 7.500 musulmane e 5.500 cristiane. Nel 1905 erano 60 mila, 40 mila ebrei, 7 mila musulmani, 13 mila cristiani. 1931, Gerusalemme ha 90 mila abitanti, 51 mila ebrei, 20 mila musulmani, 19 mila cristiani. 1948, vigilia della nascita dello Stato ebraico, gli abitanti di Gerusalemme diventano 165 mila: 100 mila ebrei, 45 mila musulmani, 20 mila cristiani.
L’Onu, che da sempre lo sa e da sempre lo tace, vada a quel paese. Quelli che invece: “Gli ebrei assenti da Gerusalemme da 20 secoli”, senza saperne una sega, la pensino come preferiscono ma facciano il favore di muovere il sedere per documentarsi l’indispensabile. Non è difficile, lo sa pure l’amico di sotto che fa i kebab.
17/09/21

Con questa marmaglia combatto da oltre vent’anni (minacce di morte comprese): niente che possa stupirmi, dunque.

Palombelli linciata
Ammesso e non concesso che Barbara Palombelli in tivù fosse completamente “obnubilata e fuori di testa” sulle cause di alcuni femminicidi (di alcuni, non in generale), che dire del “comportamento esasperante e aggressivo” delle migliaia di maschi potenzialmente omicidi e delle migliaia di femmine (oltreché “sorelle”) potenzialmente vittime che hanno messo in onda questo gradevole linciaggio unitario nei suoi confronti?
18/09/21

Nel testo per l’esame di antropologia criminale c’è un interessantissimo capitolo (in realtà è tutto interessantissimo) dedicato alla vittimologia. Esistono persone che, probabilmente a causa di nodi non risolti dell’esperienza famigliare, mettono sistematicamente in atto comportamenti atti a farle diventare vittime di violenza, o comunque di soprusi. Uno, che vediamo quotidianamente sotto i nostri occhi, è quello di innamorarsi – prevalentemente ma non esclusivamente donne – di persone violente. A volte queste persone assumono atteggiamenti sottomessi, che inducono il partner a ritenere che va bene così e quindi andare oltre nei comportamenti violenti, in un crescendo senza fine (o meglio, con un’unica fine possibile), altre volte provocano il partner che, già violento di suo, ci mette poco a reagire in modo pesante. Quello che ha detto la Palombelli – che non amo e non ho mai amato – è puro e semplice buon senso. E se qualcuno crede che abbia detto che le donne che vengono uccise se la sono cercata, si iscriva alla prima elementare e riparta da lì.

barbara

DI COLPO MI È VENUTO IN MENTE

Nel post dedicato al cosiddetto disastro nucleare di Fukushima era riportato questo fantasioso racconto.

Futoshi Toba è il più vecchio tra i condannati a lottare per impedire che la centrale atomica di Fukushima esploda, distruggendo il Giappone. Ha 59 anni, è senza figli, e nella notte di sette giorni fa ha deciso che sarebbe toccato a lui. Giovedì, investito dalle radiazioni, è stato ricoverato in un centro di Tokyo e secondo i medici ci vuole tempo. La scelta dell’operaio Futoshi Toba, rivelata ieri in tivù, ha scosso il Paese come un altro terremoto. A giugno, perseguitato da una violenta bronchite cronica, sarebbe andato in pensione. “Hanno chiesto chi conoscesse il reattore 4 – ha raccontato – e vedendo i ragazzi che avevo vicino, ho risposto che io sapevo tutto. Ho capito che il mio destino era compiuto e che dopo anni vani avevo l’occasione di dare un senso alla mia vita”.

Bene, adesso ascoltate questa:

È andato a pescare la storia da una canzone del 1927! Talmente cialtroni da non sapere neanche fabbricare da soli le proprie stronzate.

barbara

DUE PAROLE SU EITAN

Il pezzo mi è venuto un po’ sanguigno. D’altra parte io SONO sanguigna: fatevene una ragione.

Partiamo dai dati di fatto: Eitan è stato portato in Italia all’età di un mese; da allora è andato frequentemente in Israele, ma “casa sua” è sempre stata qui, a Pavia. Qualcuno dice che ora casa sua deve diventare Israele: con tutta la buona volontà non riesco a trovare una sola ragione al mondo che giustifichi questa idea. Meno che mai dopo un trauma spaventoso che ha totalmente stravolto la sua vita: gli sono stati strappati i genitori, gli è stato strappato il fratellino, gli sono stati strappati i bisnonni, gli è stata strappata tutta la sua vita di prima: gli vogliamo strappare anche il suo mondo, quello che ha sempre conosciuto come suo, il paesaggio che da sempre lo circonda, gli zii di riferimento, i cugini, gli amici, i compagni dell’asilo? Non gli vogliamo lasciare proprio niente niente niente di quella che fino a sei mesi fa è stata la sua vita? Si può immaginare una crudeltà più grande?

Qualcuno dice: ma i suoi genitori avevano intenzione di tornare in Israele.
UNO: le intenzioni, finché non vengono realizzate, restano mere intenzioni. Conosco uno che è venuto a studiare qui perché in Israele a quel tempo la facoltà che gli interessava non c’era ancora. Probabilmente avrà avuto intenzione di tornare, ma poi una volta qui sono arrivati gli amici e le donne, poi il lavoro, poi la donna giusta, poi i figli con conseguenti asilo scuola amici… Chissà, magari un giorno tornerà davvero ma per il momento, dopo trentanove anni, è ancora qui, e con lui i suoi figli. E i genitori di Eitan lo avevano iscritto a scuola qui: difficile pensare a programmi di trasferimento a breve termine.
DUE: avevano intenzione di rientrare. Tutti insieme. Non di spedire lui lì da solo. Il giorno in cui lo avessero fatto il bambino sarebbe stato comunque sradicato, ma avrebbe avuto accanto i genitori e il fratello.
TRE: avevano manifestato l’intenzione di rientrare, ma poi sono successe alcune cose: i sostenitori del trasferimento in Israele se ne sono accorti? Avete bisogno che vi spieghi che cosa? Vi serve un disegnino per capire meglio? Cioè, dopo uno sconquasso di quel genere voi vorreste ripartire con un heri dicebamus come se non fosse successo niente? Sulla pelle di un bambino? Come se non fosse già abbastanza provato? Non vi sembra follia pura? Cos’altro volete fargli passare ancora? Ma veramente non vi sentite un po’ aguzzini? Proprio neanche un pochino?

Mi è capitato di sentir dire: il nonno ha più diritti degli zii perché è un parente più stretto.
UNO: se, per dirne una, mi sono separata perché mi sono accorta che mio marito molestava mio figlio e poi mi capita una disgrazia, è giusto dare il bambino al padre anziché a mia sorella perché lui è un parente più stretto? Il grado di parentela è l’unico criterio da prendere in considerazione? Due è più stretto di tre quindi tocca a lui, come a carte, chi ha l’asso vince e gli altri a cuccia? Ma voi avete il baco nel cervello, gente. Ma soprattutto
DUE: diritti del nonno?! Stiamo parlando di un bambino che ha subito il più tremendo dei traumi, che sta faticosamente riprendendo a vivere, e voi mi venite a cianciare di diritti del nonno?! Ma voi avete una intera colonia di bachi nel cervello, siete da ricovero immediato e camicia di forza!

Ho addirittura letto che “deve stare col nonno perché lui ha perso la figlia e un nipote e quindi è giusto che gli venga dato il nipote superstite”. Qualcuno riesce a immaginare qualcosa di più mostruoso, di più immondo, di più cinico, di più infame? Il bambino sarebbe sopravvissuto alla tragedia – grazie soprattutto alla prontezza di riflessi del padre che nei pochi secondi intercorsi fra il distacco della cabina e lo schianto mortale lo ha avvolto col suo corpo per attutire il più possibile l’impatto – non per vivere la propria vita ma per andare a fare da tappabuchi al povero nonno orbato? Ma veramente non vi vergognate a suggerire una cosa simile? Non vi fate schifo? Non vi viene da sputarvi addosso quando vi guardate allo specchio?

Adesso ci vengono a raccontare che sta bene, che è sereno: vero, ci sono le foto a documentarlo. È sereno perché l’infame che lo ha rapito non gli ha detto ti porto in Israele per sempre, non vedrai mai più Pavia, non vedrai mai più gli zii, non vedrai mai più i cuginetti, non vedrai mai più gli amici, non vedrai mai più i compagni dell’asilo. Gli ha raccontato che lo portava a fare una gita: e quale bambino non sarebbe strafelice di fare una gita, oltretutto fuori programma? E che cosa succederà quando scoprirà la verità, se i giudici israeliani dovessero malauguratamente decidere di farlo restare lì? E quali saranno le conseguenze dell’interruzione dei trattamenti, riabilitativi e di sostegno psicologico, che stava seguendo a Pavia? E quali, inoltre, le conseguenze della continua esposizione mediatica a cui quell’uomo sta sottoponendo un bambino che avrebbe bisogno unicamente di tranquillità?

Da qualunque parte la si esamini, è una storia talmente sporca che riesce davvero difficile liquidare come maldicenze i sospetti che dietro il rapimento ci siano interessi molto materiali. Ma soprattutto è impossibile credere che chi ha messo in atto un’azione tanto infame, accuratamente pianificata e con un discreto numero di complici in loco, abbia avuto in mente, anche per un solo secondo, il bene del bambino.

barbara

QUANDO CHI DOVREBBE INFORMARE È PAGATO PER MENTIRE

O almeno tacere. Quella se segue è la lettera con cui la giornalista Bari Weiss comunica le proprie dimissioni dal New York Times.

Caro A.G.,
È con tristezza che le scrivo per informarla delle mie dimissioni dal New York Times.
Tre anni fa sono entrata in questo giornale con gratitudine e ottimismo. Venivo assunta con l’obiettivo di portare voci che altrimenti non sarebbero apparse sulle vostre pagine: autori esordienti, centristi, conservatori e altri che istintivamente non avrebbero considerato il Times come la loro casa. La ragione di questo tentativo era chiara: l’incapacità di prevedere il risultato del voto del 2016 da parte del giornale significava che quest’ultimo non riusciva più a comprendere il paese di cui parlava. [Il direttore esecutivo] Dean Baquet e altri lo hanno ammesso in varie occasioni. La priorità per la sezione opinioni era rimediare a questa lacuna critica.
Ero onorata di essere parte di questo tentativo, guidato da James Bennet. Sono fiera del mio lavoro come autrice e come redattrice. Tra le personalità che ho contribuito a portare sulle nostre pagine figurano il dissidente venezuelano Wuilly Arteaga, la campionessa di scacchi iraniana Dorsa Derakhshani e il cristiano pro democrazia di Hong Kong Derek Lam. Ancora: Ayaan Hirsi Ali, Masih Alinejad, Zaina Arafat, Elna Baker, Rachael Denhollander, Matti Friedman, Nick Gillespie, Heather Heying, Randall Kennedy, Julius Krein, Monica Lewinsky, Glenn Loury, Jesse Singal, Ali Soufan, Chloe Valdary, Thomas Chatterton Williams, Wesley Yang e molti altri.
Ma le lezioni che dovevano seguire quell’elezione – riguardo all’importanza di comprendere gli altri americani, alla necessità di resistere al tribalismo e alla centralità del libero scambio di idee per una società democratica – non sono state imparate. Al contrario, nella stampa, ma forse specialmente in questo giornale, è emerso un nuovo pensiero dominante: l’idea che la verità non è un processo di scoperta collettiva, bensì un’ortodossia già nota a pochi illuminati il cui mestiere è quello di informare tutti gli altri.
Pur non comparendo nel colophon del New York Times, Twitter è diventato in ultima analisi il suo vero direttore. Poiché l’etica e il costume di quella piattaforma sono diventati quelli del giornale, il giornale stesso è diventato sempre più una specie di spazio performativo. Le storie vengono selezionate e raccontate in modo da soddisfare la più ristretta delle platee, anziché consentire a un pubblico curioso di leggere cose sul mondo e poi trarre le proprie conclusioni. Mi è stato sempre insegnato che i giornalisti hanno il compito di stendere la prima bozza della storia. Adesso, la storia stessa non è che qualcosa di effimero che va modellato secondo le necessità di una narrazione predeterminata.
Le mie incursioni nelle “idee sbagliate” [Wrongthink] mi hanno reso oggetto di bullismo costante da parte dei colleghi che non condividono le mie idee. Mi hanno chiamata nazista e razzista. Ho imparato a scrollarmi di dosso i loro commenti quando stavo «scrivendo un altro pezzo sugli ebrei». Diversi colleghi sono stati assillati da altri colleghi perché troppo gentili verso di me. Il mio lavoro e il mio ruolo vengono apertamente sminuiti nei canali Slack della società dove intervengono regolarmente i redattori. Qui alcuni colleghi insistono che io debba essere estirpata da questa azienda affinché la stessa possa divenire davvero “inclusiva”, altri invece aggiungono un’ascia emoji accanto al mio nome nei loro post. Ancora, altri impiegati del New York Times mi insultano pubblicamente su Twitter dandomi della bugiarda e ottusa, certi che questa persecuzione nei miei confronti non sarà punita. Non vengono mai puniti.
Esistono parole precise per designare tutto ciò: discriminazione illegale, ambiente di lavoro ostile, dimissioni costruttive. Non sono un’esperta legale. Ma so che sono cose sbagliate.
Non capisco come lei possa avere permesso a questi atteggiamenti di penetrare nella sua azienda sotto gli occhi dell’intero staff del giornale e del pubblico. E non riesco a conciliare il fatto che lei e altri vertici del Times siate rimasti immobili mentre mi elogiavate in privato per il mio coraggio. Presentarsi al lavoro come centrista in un giornale americano non dovrebbe richiedere eroismo.
Una parte di me spera di poter dire che la mia è stata un’esperienza isolata. Ma la verità è che la curiosità intellettuale – per non dire dell’assumersi dei rischi – oggi al Times è una cosa negativa. Perché pubblicare cose che sfidino i nostri lettori o scrivere cose audaci sapendo già che saranno sottoposte alla procedura anestetica per renderle ideologicamente kosher, quando possiamo garantirci una sicurezza lavorativa (e dei clic) pubblicando il nostro quattromillesimo editoriale su quanto Donald Trump rappresenti un pericolo per il paese e per il mondo? Così l’autocensura è diventata la norma.
Le regole residue al Times vengono applicate con estrema selettività. Se l’ideologia di una persona è in linea con la nuova ortodossia, quella persona e il suo lavoro non subiranno verifiche. Tutti gli altri vivranno nel terrore del Thunderdome digitale. L’odio online è tollerato fintantoché colpisce gli obiettivi giusti.
Commenti che soltanto due anni fa sarebbero stati facilmente ospitati, ora metterebbero un redattore o un autore in guai seri, se non alla porta. Se un pezzo può scatenare reazioni negative all’interno del giornale o sui social media, il redattore o l’autore evitano di proporlo.
Se sono abbastanza forti da proporlo, vengono subito spinti su un terreno più sicuro. E se ogni tanto ottengono la pubblicazione di un pezzo che non promuove esplicitamente campagne progressiste, questo avviene soltanto dopo che ogni riga è stata attentamente ritoccata, contrattata e puntualizzata.
Ci sono voluti due giorni e due posti di lavoro per dire che il commento di Tom Cotton «non era all’altezza dei nostri standard». Abbiamo aggiunto una nota redazionale a un articolo di viaggio su Jaffa poco dopo la sua pubblicazione perché «ha mancato di toccare aspetti importanti della costituzione e della storia di Jaffa». Ma ancora non ne è stata aggiunta alcuna all’ossequiosa intervista di Cheryl Strayed alla scrittrice Alice Walker, un’orgogliosa antisemita che crede negli illuminati rettiliani.
Il giornale di riferimento [paper of record] è sempre più il riferimento di coloro che vivono su una lontana galassia, i cui interessi non appartengono affatto alle vite della maggioranza delle persone. Si tratta di una galassia dove, solo per fare qualche esempio recente, il programma spaziale sovietico viene elogiato per la sua «diversità», dove il doxxing di ragazzi adolescenti viene condonato se fatto in nome della giustizia, dove tra i peggiori sistemi di caste della storia dell’umanità, accanto alla Germania nazista, figurano gli Stati Uniti.
Ancora oggi confido nel fatto che la maggior parte delle persone al Times non abbia queste idee. Tuttavia è intimidita da chi le ha. Perché? Forse perché ritengono che lo scopo ultimo sia giusto. Forse perché credono che avranno protezione se si limiteranno ad annuire mentre la moneta del nostro regno – il linguaggio – viene degradata al servizio di una lunga lista in continua evoluzione di cause giuste. Forse perché ci sono milioni di disoccupati in questo paese e loro si sentono fortunate ad avere ancora un lavoro in un settore in contrazione.
O forse è perché sanno che oggi difendere un principio nel giornale non attira consensi: equivale ad appendersi un bersaglio sulla schiena. Troppo avvedute per pubblicare su Slack, mi scrivono in privato parlando del “nuovo maccartismo” che ha messo le radici nel giornale di riferimento.
Sono tutti brutti segnali, specialmente per i giovani autori indipendenti e per i redattori particolarmente attenti a quello che devono fare per avanzare nella carriera. Regola uno: esprimi le tue idee a tuo rischio e pericolo. Regola due: non arrischiarti a commissionare un articolo che contraddica la narrazione. Regola tre: mai credere a un direttore o a un editore che ti invita ad andare controcorrente. Alla fine l’editore si piegherà al volere della folla, il direttore sarà licenziato o assegnato ad altra mansione e tu sarai abbandonato.
Per questi giovani autori e redattori, c’è una sola consolazione. Mentre posti come il Times e altre un tempo grandi istituzioni giornalistiche tradiscono i loro standard e perdono di vista i loro princìpi, gli americani hanno ancora fame di notizie corrette, idee vivaci e dibattito onesto. Entro in contatto con queste persone ogni giorno. Qualche anno fa lei disse che «una stampa indipendente non è un ideale liberal o progressista o democratico. È un ideale americano». L’America è un grande paese che merita un grande giornale.
Con tutto questo non nego affatto che alcuni dei giornalisti di maggior talento al mondo lavorino ancora per questo giornale. Lo fanno, cosa che rende questo clima illiberale ancor più straziante. Resterò come sempre una loro lettrice devota. Ma non posso più fare il lavoro per cui sono stata portata qui: il lavoro che Adolph Ochs [proprietario del New York Times dell’epoca] in quella famosa dichiarazione del 1896 descrisse così: «Rendere le colonne del New York Times un forum per la considerazione di tutte le questioni di pubblico rilievo, aprendole alla discussione intelligente da parte di tutte le sfumature dell’opinione».
L’idea di Ochs è una delle migliori in cui mi sia imbattuta. E mi ha sempre confortata la certezza che le idee migliori prevalgono. Ma le idee non possono prevalere da sole. Hanno bisogno di una voce. Hanno bisogno di essere ascoltate. Soprattutto, devono essere sostenute da persone che desiderino viverle.
Cordialmente,
Bari (qui)

E questo è un suo commento recente. È molto lungo, ma bisogna leggerlo per capire bene che cosa sta succedendo e verso quale baratro ci stiamo precipitando.

Bari Weiss: «Perché ho lasciato il New York Times e ora combatto la cancel culture»

Contro l’ortodossia illiberale della sinistra: nuovo j’accuse della giornalista che ha fatto scalpore dimettendosi dal New York Times in polemica con il conformismo del giornale

I miei amici liberal che vivono nell’America rossa confessano di evitare le discussioni su mascherine, Dominion [sistema per il voto elettronico accusato dai trumpiani di avere avuto un ruolo in presunti brogli a novembre, ndt], Ted Cruz, Josh Hawley, le elezioni 2020 e Donald Trump, per dirne solo alcune. Quando coloro che dissentono dalla maggioranza esprimono quello che pensano, ne pagano le conseguenze. Penso qui a un mio amico, lo scrittore conservatore David French, che per quattro anni ha sopportato una valanga di attacchi terrificanti a lui e alla sua famiglia per aver criticato l’amministrazione Trump, tanto da richiedere alla fine l’intervento dell’Fbi.
Ma sono due le culture illiberali che stanno divorando il paese. Lo so perché vivo nell’America blu, in un mondo inondato di borsoni NPR [National Public Radio, emittente ritenuta di sinistra, ndt] e di insegne da giardino che annunciano le credenziali di giustizia sociale della famiglia residente.
Nella mia America la gente che resta in silenzio non teme l’ira dei sostenitori di Trump. Teme la sinistra illiberale.
Sono femministe che credono che esistano differenze biologiche tra uomini e donne. Giornalisti che credono che il loro lavoro sia dire la verità sul mondo, anche quando non conviene. Medici il cui unico credo è la scienza. Avvocati che non scendono a compromessi sul principio per cui la legge è uguale per tutti. Professori che cercano la libertà di scrivere e di fare ricerca senza paura di essere denigrati. Insomma, sono centristi, libertari, liberali e progressisti che non sposano ogni singolo aspetto della nuova ortodossia dell’estrema sinistra.
Dopo che l’estate scorsa mi sono dimessa dal New York Times per l’ostilità del giornale alla libertà di espressione e di indagine, ho iniziato a ricevere quasi quotidianamente notizie da persone così. I loro messaggi mi sembrano come lettere inviate clandestinamente da una società totalitaria.
Mi rendo conto che possa apparire isterica. Vi chiedo dunque di esaminare qualche esempio tratto dalla mia casella di posta.
«Non avrei mai pensato di praticare il tipo di autocensura che applico adesso quando faccio le mie proposte ai direttori, ma oggi non ho quasi possibilità di fare altrimenti», scrive un giovane giornalista. «I giovani autori woke-scettici [il termine woke individua in generale i militanti delle varie cause sociali progressiste, ndt] devono aspettarsi la messa al bando e il ripudio se solo provano a deviare, anche minimamente, dalla sacra ideologia della wokeness».
«L’autocensura è la norma, non l’eccezione», racconta uno studente di una delle più importanti facoltà di legge del paese, scrivendo dalla sua email personale per timore di usare il suo account ufficiale dell’ateneo. «Io mi autocensuro anche quando parlo con alcuni dei miei migliori amici per paura che si sparga la voce». In pratica tutta la facoltà sottoscrive la medesima ideologia, continua lo studente. E così, confessa, «agli esami mi sforzo di scrivere risposte che rispecchino la loro visione del mondo anziché riportare le tesi migliori che conosco».
Viviamo nella società più libera della storia del mondo. Qui non ci sono i gulag che c’erano in Unione Sovietica. Formalmente non c’è alcun sistema di credito sociale come invece c’è in Cina. Eppure le parole che in genere associamo alle società chiuse – dissidenti, liste nere, double thinkers – sono esattamente quelle che balzano alla mente quando leggo i messaggi appena citati.
La visione liberale che abbiamo dato per scontata in Occidente dalla fine della Guerra fredda fino a solo cinque anni fa è sotto assedio oggi. È assediata a destra dalla rapida diffusione dei culti internettiani e delle teorie complottiste. Basta pensare all’onorevole Majorie Taylor Green, una che crede sfacciatamente a QAnon ed è appena stata eletta al Congresso.
A sinistra, il liberalismo è assediato da una nuova ortodossia illiberale che si è radicata dappertutto, comprese le stesse istituzioni incaricate di tenere in piedi l’ordine liberale. E l’arma più efficace di questa ideologia è la cancellazione. La cancellazione è utilizzata nel medesimo modo in cui le società antiche mettevano al rogo le streghe: per incutere paura nei cuori di quelli che stanno a guardare. Il punto è l’affermazione del potere. Mostrandoci che i prossimi potremmo essere noi, siamo costretti a conformarci e obbedire, restando in silenzio o magari offrendo noi pure il nostro legnetto da ardere.
Forse siete anche voi tra questa maggioranza che si auto-silenzia. È probabile che sia così, se ha ragione il biologo Bret Weinstein quando osserva che la popolazione si compone di quattro gruppi: i pochi che danno concretamente la caccia alle streghe, un ampio gruppo che si mette al seguito e un gruppo ancora più ampio che resta in silenzio. C’è anche un gruppo minuscolo che si oppone alla caccia. E quelli che stanno in quest’ultimo gruppo, «come per magia, diventano streghe».
Parlo a nome dell’ultima categoria. Consentitemi, in questo saggio breve, di provare a convincervi che ogni cosa che rende l’America eccezionale, ogni cosa che rende la civiltà degna di questo nome, dipende dalla disponibilità a impugnare un manico di scopa.
Sono nata nel 1984, il che mi situa nell’ultima generazione che ha visto la luce in America prima che esistesse l’espressione “cancel culture”. Il mondo in cui sono nata era liberale. Non nel senso fazioso del termine [liberal in inglese significa anche progressista, ndt], bensì nel senso classico e dunque più ampio del termine. C’era allora una diffusa visione liberale condivisa da liberal e conservatori, repubblicani e democratici.
Tale visione contava su alcune verità fondanti che parevano ovvie quanto l’azzurro del cielo: la convinzione che tutti sono creati a immagine di Dio; la convinzione che tutti sono uguali per questo; la presunzione di innocenza; una repulsione verso la giustizia sommaria; l’impegno per il pluralismo e la libertà di espressione, e per la libertà di pensiero e di fede.
Come ho ricordato altrove, questa visione del mondo riconosceva che ci sono interi ambiti della vita umana collocati al di fuori della politica, come l’amicizia, l’arte, la musica, la famiglia e l’amore. Era possibile che i giudici della Corte suprema Antonin Scalia e Ruth Bader Ginsburg coltivassero la migliore delle amicizie perché, come disse una volta lo stesso Scalia, certe cose sono più importanti dei voti.
Soprattutto, questa visione del mondo insisteva sul fatto che ciò che ci lega non è il sangue o la terra, ma la dedizione a un insieme condiviso di idee. Con tutti i suoi fallimenti, la cosa che rende grande l’America è che essa rappresenta il distacco dalla nozione, tuttora prevalente in tanti altri posti, per cui la biologia, il luogo di nascita, la classe sociale, il rango, il genere, la razza siano un destino. I nostri secondi padri fondatori, abolizionisti come Frederick Douglass, erano testimonianze viventi di questa verità.
Quella vecchia visione condivisa – ogni suo singolo aspetto – è stata travolta dalla nuova ortodossia liberale. Poiché questa ideologia si ammanta del linguaggio del progresso, tanti comprensibilmente si lasciano ingannare dal brand che si è auto-attribuito. Non fatelo. Essa promette giustizia rivoluzionaria, ma minaccia di trascinarci in un passato dove siamo tutti schierati uno contro l’altro secondo la tribù di appartenenza.
Il metodo principale di questo movimento ideologico non è costruire o rinnovare o riformare, ma abbattere. La persuasione è rimpiazzata dalla pubblica gogna. Il perdono è rimpiazzato dalla punizione. La pietà è rimpiazzata dalla vendetta. Il pluralismo dal conformismo; il dibattito dal de-platforming [divieto di fare intervenire in pubblico determinate personalità, ndt]; i fatti dai sentimenti; le idee dall’identità.
Secondo il nuovo illiberalismo il passato non può essere compreso nei suoi termini propri, ma deve essere giudicato attraverso la morale e i costumi del presente. L’educazione, secondo questa ideologia, non è insegnare alle persone come pensare, bensì dire loro cosa pensare. Tutto quanto sopra è il motivo per cui William Peris, docente alla UCLA [University of California, Los Angeles, ndt] e veterano dell’aeronautica, è stato sottoposto a procedimento disciplinare per aver letto in aula ad alta voce la Lettera dal carcere di Birmingham di Martin Luther King Jr. O per cui un distretto scolastico della California ha vietato Il buio oltre la siepe di Harper Lee, Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain e Uomini e topi di John Steinbeck. O per cui il comitato di gestione delle scuole di San Francisco ha votato a favore della rinominazione di 44 istituti, compresi quelli intitolati a George Washington, Paul Revere e Dianne Feinstein – avete letto bene – a causa di vari peccati.
In questa ideologia, se non twitti il giusto tweet o non condividi il giusto slogan o non posti il giusto motto e la giusta foto su Instagram, la tua vita intera può essere rovinata. Se pensate che io stia esagerando, date un’occhiata alla vicenda di Tiffany Riley, la preside di una scuola pubblica del Vermont licenziata questo autunno perché ha dichiarato di sostenere le vite dei neri ma non l’organizzazione Black Lives Matter.
In questa ideologia, le intenzioni non importano un fico secco. Chiedete a Greg Patton. In autunno il professore di comunicazione aziendale alla USC [University of Southern California, ndt] stava facendo lezione in aula sulle “parole superflue” – come “um” e “like” e così via – per il suo corso di master. In Cina, ha osservato, «la classica parola superflua è “che che che”. In cinese sarebbe…», e ha pronunciato un termine cinese che suonava come un insulto razzista inglese.
Alcuni studenti si sono offesi e hanno scritto una lettera al decano della facoltà di economia accusando il loro professore di «negligenza e disprezzo». E hanno aggiunto: «Non dovremmo trovarci a combattere in aula per il nostro senso di pace e benessere mentale».
Invece di rispondere loro che le loro affermazioni erano follia, il decano si è arreso alla pazzia: «Per la facoltà è semplicemente inaccettabile l’utilizzo in aula di parole che possono emarginare, causare sofferenza e danneggiare la sicurezza psicologica dei nostri studenti». Patton è stato sospeso dall’insegnamento nel corso, e la sempre più elastica nozione di “sicurezza” è stata brandita, ancora una volta, come un’arma poderosa.
Il vittimismo, in questa ideologia, conferisce forza morale. «Penso, dunque sono» è sostituito da: «Sono, dunque so», e «so, dunque ho ragione».
In questa ideologia, tu sei colpevole dei peccati di tuo padre. In altri termini: tu non sei tu. Sei solo un mero avatar della tua razza o della tua religione. E il razzismo non riguarda più la discriminazione sulla base del colore della pelle di qualcuno. Il razzismo è qualunque sistema che consenta risultati diversi tra diversi gruppi razziali. Per questo le città di Seattle e San Francisco hanno rivisitato l’algebra perché razzista. Per questo, ancora, una Smithsonian Institution l’estate scorsa ha stabilito che il duro lavoro, l’individualismo e la famiglia sono caratteri “bianchi”.
In questa ideologia totalizzante, puoi essere colpevole per prossimità. Un imprenditore palestinese di Milwaukee, Majdi Wadi, è stato quasi ridotto sul lastrico quest’estate per i tweet razzisti e antisemiti scritti dalla figlia adolescente. Un calciatore professionista è stato licenziato a causa dei post di sua moglie. Ci sono centinaia di esempi simili. L’illuminismo, per dirla con il critico Ed Rothstein, è stato rimpiazzato dall’esorcismo.
Cosa forse più importante, in questa ideologia, la parola – il modo in cui si risolvono i conflitti nelle società civilizzate – può essere violenza, mentre la violenza, se esercitata dalle persone giuste perseguendo una giusta causa, non è affatto violenza.
È così che, in giugno, più di 800 miei ex colleghi del New York Times hanno dichiarato che un commento del senatore Tom Cotton li aveva messi in «pericolo», mentre la più celebrata giornalista della testata – ultima vincitrice del premio Pulitzer – ribadiva pubblicamente che saccheggi e rivolte sono «non violenza». Quella giornalista, creatrice del Progetto 1619 [colossale iniziativa editoriale del Nyt che mira a riscrivere la storia americana come storia di un impero fondato sullo schiavismo, ndt], continua a essere mitizzata. Intanto i redattori che avevano pubblicato il commento sono stati umiliati pubblicamente e allontanati dal giornale.
Si può dissentire dalla tesi esposta da Tom Cotton – il senatore invocava l’impiego della Guardia nazionale per mettere fine alle rivolte dell’estate – e insieme credere, come me, che non ci si può definire il quotidiano di riferimento e ignorare le opinioni di metà del paese.
Mi sono dimessa poche settimane dopo quell’episodio vergognoso, convinta che non ci fosse possibilità di rischiare intellettualmente in un giornale che si piega come una tenda davanti alla folla. Come ho scritto nella lettera di dimissioni, «sono tutti brutti segnali, specialmente per i giovani autori indipendenti e per i redattori particolarmente attenti a quello che devono fare per avanzare nella carriera. Regola uno: esprimi le tue idee a tuo rischio e pericolo. Regola due: non arrischiarti a commissionare un articolo che contraddica la narrazione. Regola tre: mai credere a un direttore o a un editore che ti invita ad andare controcorrente. Alla fine l’editore si piegherà al volere della folla, il direttore sarà licenziato o assegnato ad altra mansione e tu sarai abbandonato».
Il lettore scettico giustamente obietterà che le culture hanno sempre avuto dei tabù. Che ci sono sempre stati comportamenti o parole considerati inaccettabili. L’ostracismo ci accompagna fin dai tempi della Bibbia e la gogna è da tempo un modo per le tribù e le culture di conservare le usanze sociali importanti.
Tutto vero. Ma quella che chiamiamo cancel culture rappresenta una deviazione dai tabù tradizionali, in due modi.
Il primo è la tecnologia. Peccati che un tempo sarebbero rimasti confinati nella pubblica piazza o nel municipio locale ora sono a disposizione di tutto il mondo per l’eternità. In questa nostra era del Big Tech non esiste possibilità di trasferirsi in un’altra città e ricominciare, perché la nuvola di tutti i nostri post e simili resta sospesa per sempre sulla nostra testa.
Il secondo è che nel passato i tabù delle società erano in genere stabiliti attraverso una visione culturale diffusa. I tabù di oggi, invece, sono spesso idee radicali sospinte da una congrega di infervorati che tentano di ridefinire cosa sia accettabile e cosa dovrebbe essere evitato. È un gruppo che controlla quasi tutte le istituzioni che producono la vita culturale e intellettuale americana: di sicuro i media, ma anche l’istruzione superiore, musei, case editrici, squadre del marketing e della pubblicità, Hollywood, l’istruzione primaria e secondaria, le aziende tecnologiche e sempre più le funzioni risorse umane delle grandi imprese.
Non dovrebbe perciò sorprendere che un recente studio del Cato Institute ha rilevato che il 62 per cento degli americani dice di autocensurarsi. Più un gruppo è conservatore e più tenderà a nascondere le proprie idee: ammette di autocensurarsi il 52 per cento dei democratici, contro il 77 per cento dei repubblicani.
E per forza hanno paura. In un’era in cui la gente viene denigrata per cose trascurabili, lagnanze insignificanti e divergenze di opinione in un ambiente che si presume liberale e tollerante, chi oserebbe rendere noto il proprio voto per un repubblicano?
Ma nessuno entra in un gruppo per sentirsi male. Le persone entrano nei gruppi che le fanno sentire bene, che danno loro un significato, che offrono un senso di appartenenza. Motivo per cui così tanta gente della mia generazione e più giovane ancora è attratta da questa ideologia. Non credo che sia perché le manchi l’intelligenza o perché siano tutti fiocchi di neve.
L’ascesa di questo movimento è avvenuta sullo sfondo di grandi cambiamenti nella vita del paese: la lacerazione del nostro tessuto sociale, la perdita della religione e il declino delle organizzazioni civili, l’emergenza oppiacei, il collasso dell’industria, il trionfo di Big Tech, la scomparsa della fiducia nella meritocrazia, l’arroganza delle nostre élite, il succedersi di crisi finanziarie, un dibattito pubblico intossicato, il debito devastante accumulato dagli studenti, la morte della fiducia. È avvenuta in un contesto in cui il sogno americano sembra esaurirsi e le diseguaglianze della nostra presunta meritocrazia equa e liberale sono evidentemente distorte a vantaggio di alcuni e a danno di altri.
«Mi sono convertito perché ne avevo bisogno e vivevo in una società in disintegrazione assetata di fede». Così scrisse Arthur Koestler nel 1949 a proposito della sua infatuazione per il comunismo. Lo stesso si può dire di questa nuova fede rivoluzionaria.
Se vogliamo che le nostre giovani menti brillanti respingano questa visione del mondo, dobbiamo affrontare questi problemi perché senza questi malanni non avremmo avuto né Donald Trump né la rivoluzione culturale che sta trasformando dall’interno le più importanti istituzioni d’America.
Da qualche parte però dobbiamo cominciare e l’unico posto da cui possiamo partire è un appello al coraggio e al dovere.
È nostro dovere resistere alla folla in questa epoca di pensiero di massa. È nostro dovere dire la verità in un’epoca di menzogne. È nostro dovere pensare liberamente in un’epoca di conformismo.
Come ha detto perfettamente una volta il grande giudice americano Learned Hand, «la libertà si trova nel cuore degli uomini e delle donne; quando muore là dentro, nessuna costituzione, nessuna legge, nessun tribunale può fare granché per soccorrerla».
Tenere vivo lo spirito della libertà in un’epoca di illiberalismo strisciante è niente meno che il nostro obbligo morale. Dipende tutto da questo.

C’era una volta il principio “La mia libertà finisce dove comincia la tua”; oggi la mia libertà la fanno finire dove comincia la tua suscettibilità, le tue fisime, la tua permalosità, le tue paturnie, le tue fissazioni, i tuoi pregiudizi, le tue convinzioni, la tua credulità, i tuoi capricci, le tue bizze, le tue ossessioni, le tue ansie, le tue manie, le tue fobie, le tue paranoie, le tue velleità, le tue schifiltosità, i tuoi stereotipi, i tuoi pallini.
Ancora una piccolissima osservazione: Boghossian, cognome armeno; Weiss, cognome ebraico, e altri se ne trovano, in questa piccola coraggiosa squadra di resistenti: non sarà che chi è da sempre parte di una minoranza, in particolare minoranza spesso gratificata di speciali attenzioni, trova più facilmente nei propri geni la capacità di mettersi anche volontariamente in minoranza per opporsi a dittature e oppressioni?

barbara

SONO SEMPRE I MIGLIORI CHE SE NE VANNO

Questo per esempio è uno

La chiusura della mente americana

L’università ha scelto di sacrificare la ricerca in nome dell’ideologia

Pubblichiamo la lettera con cui il professor Peter Boghossian ha rassegnato le dimissioni dalla Portland State University

Gentile Susan Jeffords, Provost della Portland State University,

Le scrivo oggi per rasssegnare le dimissioni da assistente universitario di filosofia alla Portland State University.
Negli ultimi dieci anni ho avuto il privilegio di insegnare qui. I miei campi di specializzazione sono il pensiero critico, l’etica e il metodo socratico. Tengo corsi come “Scienza e pseudoscienza” o “Filosofia dell’educazione”. Ma oltre all’esplorazione dei filosofi classici e dei testi tradizionali, ho avuto modo di ospitare durante le mie lezioni contributi esterni di Terrapiattisti, apologeti del cristianesimo, scettici del cambiamento climatico e attivisti di Occupy Wall Street. Sono fiero del mio lavoro.
Ho invitato relatori del genere non perché fossi d’accordo con le loro opinioni. Ma proprio perché non lo ero. Da quelle conversazioni confuse e difficili ho potuto scorgere il meglio di ciò che i nostri studenti possono imparare: mettere in discussione le convinzioni altrui rispettando chi le professa, rimanere calmi in circostanze impegnative, addirittura cambiare idea.
Non ho mai creduto – né lo faccio ora – che l’obiettivo dell’istruzione fosse portare i miei allievi a conclusioni particolari. Al contrario, ho cercato di creare le condizioni per un pensiero rigoroso e di aiutarli a ottenere gli strumenti per cercare e approfondire le proprie conclusioni. È per questo che sono diventato un insegnante e amo insegnare.
Tuttavia, passo dopo passo, l’università ha reso impossibile questo tipo di indagine intellettuale. Ha trasformato un bastione della libertà di ricerca in una fabbrica di giustizieri sociali che hanno come soli input la razza, il genere, l’essere vittima. E come unici output il risentimento e la divisione.
Agli studenti della Portland State non viene insegnato a pensare. Al contrario, vengono addestrati a scimmiottare le certezze morali di alcuni ideologi. I docenti e gli amministratori hanno abdicato alla missione dell’università, che è la ricerca della verità, mentre fomentano intolleranza nei confronti di idee e opinioni diverse. Tutto questo ha creato una cultura della suscettibilità nella quale ora gli studenti hanno paura di parlare in modo onesto e aperto.
Nella mia esperienza alla Portland State ho avuto modo di notare abbastanza presto i segni di questo illiberalismo, che ora ha inghiottito l’accademia. Ho visto studenti che si rifiutavano di confrontarsi con punti di vista diversi. Mentre le obiezioni di docenti che mettevano in discussione le narrazioni accettate durante i corsi di educazione alla diversità, venivano respinte all’istante. Chi chiedeva su quali evidenze si fondassero le nuove politiche dell’istituto veniva accusato di microaggressione. E alcuni professori venivano giudicati intolleranti perché assegnavano testi canonici scritti da filosofi che, si dà il caso, erano europei e maschi.
All’inizio non capivo quanto tutto ciò fosse radicato. Pensavo che fosse concesso mettere in dubbio questa nuova cultura. Per cui ho iniziato a fare domande. Su quali evidenze si basa l’idea che i trigger warning (avvisi di contenuti traumatizzanti) e i safe space (luoghi sicuri per minoranze) contribuiscano davvero all’apprendimento? Perché la coscienza di razza dovrebbe essere la lente attraverso cui vediamo il nostro ruolo di educatori? Come abbiamo deciso che “l’appropriazione culturale” sia una cosa riprovevole?
Diversamente dai miei colleghi, ho chiesto queste cose ad alta voce e in pubblico.
Ho deciso di studiare i nuovi valori che stavano travolgendo Portland State e molte altri atenei. Valori che appaiono meravigliosi, come la diversità, l’uguaglianza e l’inclusione. Ma che potrebbero significare, in realtà, proprio il loro contrario. Più leggo le fonti primarie prodotte dai teorici di queste idee, più sospetto che le loro conclusioni riflettano i postulati di una ideologia anziché scoperte basate su evidenze scientifiche.
Ho cominciato a stabilire reti con gruppi di studenti che condividevano le stesse preoccupazioni e ho coinvolto relatori che esplorassero questi temi in chiave critica. Mi è diventato sempre più chiaro che i casi di illiberalismo cui avevo assistito negli anni non fossero stati eventi isolati bensì parte di un problema che riguardava tutta l’università.
Più esprimevo la mia opinione su questi temi e più subivo ritorsioni.
All’inizio dell’anno accademico 2016-2017, un ex studente mi ha denunciato e l’università ha avviato una indagine secondo il Titolo IX (il Titolo IX è parte di una legge federale che mira a «proteggere le persone da atti di discriminazione basati sul sesso in programmi educativi o in attività che ricevono assistenza finanziaria federale»). Il mio accusatore, un maschio bianco, aveva avanzato contro di me una caterva di accuse prive di fondamento sulle quali le regole dell’università mi impediscono, purtroppo, di dilungarmi. Ciò che posso dire è che i miei studenti, che venivano interrogati nel processo, mi riferirono che il titolare dell’investigazione aveva chiesto loro se sapessero qualcosa sul fatto che picchiassi mia moglie e i miei figli. Ci volle poco perché questa accusa terribile diventasse una voce diffusa in tutto il campus.
Con un’indagine per Titolo IX non c’è un regolare processo. Per cui non ho potuto avere accesso alle accuse specifiche, non ho avuto la possibilità di confrontarmi con il mio accusatore né l’opportunità di difendermi. I risultati sono stati rivelati nel dicembre 2017. Ecco le ultime due frasi del rapporto: «La divisione Global Diversity & Inclusion rileva che non ci sono prove sufficienti del fatto che Boghossian abbia violato le policy contro la discriminazione e le molestie. Si raccomanda che Boghossian riceva corsi di formazione sul tema».
Non solo non mi venivano chieste scuse per le accuse infondate. Ma l’investigatore mi disse che in futuro non mi sarebbe più stato possibile esprimere la mia opinione sui “gruppi protetti” o svolgere le lezioni in modo che la mia opinione al riguardo risultasse chiara. Una conclusione stramba per accuse assurde. Le università possono rafforzare il conformismo ideologico anche soltanto minacciando indagini del genere.
Alla fine mi sono convinto che la colpa fosse di quelle discipline corrotte che giustificavano deviazioni radicali dalla tradizione sia degli studi umanistici che della normale vita civile dei campus. C’era un bisogno urgente di dimostrare che studi moralmente di moda – non importa quanto fossero assurdi – potevano essere pubblicati. Ero sicuro allora che se avessi smascherato i difetti teorici di questa letteratura, avrei aiutato la comunità universitaria a evitare di costruire edifici su fondamenta tanto instabili.
Per questo nel 2017 ho co-pubblicato un paper (che era stato sottoposto a peer-review) intenzionalmente sconclusionato per prendere di mira la nuova ortodossia. Il suo titolo: “Il pene concettuale come costrutto sociale”. Una pseudo-ricerca, pubblicata su Cogent Social Sciences, sosteneva che i peni fossero prodotti della mente umana, responsabili del cambiamento climatico. Subito dopo, rivelai che l’articolo era una bufala, architettata per gettar luce sui difetti della peer-review e del sistema delle pubblicazioni accademiche.
Poco tempo dopo, vicino al dipartimento di filosofia, comparvero nei bagni svastiche con il mio nome sotto. Qualche volta anche sulla porta del mio ufficio. In una occasione accompagnate da un sacco pieno di feci. La nostra università è rimasta in silenzio. Quando ha agito, lo ha fatto contro di me, non contro chi perpetrava queste azioni.
Ho continuato a credere, forse in modo ingenuo, che se avessi smascherato il pensiero distorto su cui erano fondati i nuovi valori della Portland State avrei potuto risvegliare l’università da questa follia. Nel 2018 ho co-pubblicato una serie di articoli, tutti peer-reviewed, assurdi o moralmente ripugnanti in riviste accademiche che si focalizzavano sui temi della razza e del genere. In uno di questi sostenevo che ci fosse un’epidemia di stupri di cani ai parchi per cani e proponevo di mettere gli uomini al guinzaglio nello stesso modo in cui lo facevamo con i cani. Il nostro obiettivo era dimostrare che un certo tipo di “ricerca” non volesse la ricerca della verità ma alimentare lagne sociale. Questa visione del mondo non è scientifica e nemmeno rigorosa.
Gli amministratori e i docenti erano così irritati dai paper che pubblicarono un pezzo anonimo nel giornale degli studenti e l’università ha avviato un procedimento formale nei miei confronti. L’accusa? «Cattiva condotta scientifica», basata sulla premessa assurda che i redattori delle riviste che hanno accettato i nostri articoli intenzionalmente folli fossero «soggetti umani» usati a fini sperimentali. Mi hanno trovato colpevole per non avere ricevuto l’approvazione per la sperimentazione su esseri umani.
Nel frattempo a Portland State l’intolleranza ideologica ha continuato a crescere. Nel marzo 2018 un professore di ruolo ha bloccato una discussione pubblica che stavo tenendo con la scrittrice Christina Hoff Sommers e i biologi evolutivi Bret Weinstein e Heather Heying. Nel giugno 2018, qualcuno ha azionato l’allarme anti-incendio durante una conversazione con il famoso critico culturale Carl Benjamin. Nell’ottobre 2018, un attivista ha staccato i cavi del microfono per interrompere un dibattito con l’ex ingegnere di Google James Damore.
L’università non ha fatto nulla per fermare o affrontare questi atteggiamenti. Nessuno è stato punito o castigato.
Per me, gli anni successivi sono stati segnati da molestie continue. Trovavo volantini nel campus in cui ero raffigurato con il naso di Pinocchio. Alcuni passanti mi hanno sputato e minacciato mentre andavo a lezione. Sono stato informato dai miei studenti che i miei colleghi dicevano loro di evitare i miei corsi. Naturalmente, sono stato sottoposto a nuove indagini.
Vorrei poter dire che ciò che descrivo non abbia avuto effetti a livello personale. Ma ha avuto esattamente quelli ai quali puntava: una vita lavorativa che diventava sempre più intollerabile, senza nemmeno la protezione dell’incarico di ruolo.
Non si tratta di me, comunque. Si tratta del tipo di istituzioni che vogliamo e dei valori che scegliamo. Ogni idea che ha fatto crescere la libertà degli esseri umani è sempre stata condannata all’inizio, senza eccezioni. In quanto individui, spesso sembriamo incapaci di tenere a mente questa lezione. Ma è esattamente il motivo per cui esistono queste istituzioni: ricordarci che la libertà di mettere in discussione le cose è un diritto fondamentale. E le istituzioni educative dovrebbero ricordarci che questo diritto è anche un nostro dovere.
L’università di Portland State non è riuscita a ottemperare a questo suo dovere. Nel farlo, è venuta meno ai suoi doveri non solo nei confronti dei suoi studenti ma anche del pubblico che la sostiene. Se sono grato per l’oppotunità di aver potuto insegnare per oltre un decennio, mi è ora chiaro che questa istituzione non è un luogo adatto per le persone che vogliono pensare in modo libero ed esplorare idee diverse.
Non è l’esito che auspicavo. Ma mi sento moralmente obbligato a fare questa scelta. Per dieci anni ho insegnato ai miei studenti l’importanza di vivere secondo i propri principi. Uno dei miei è quello di difendere il nostro sistema di istruzione liberale da coloro che cercano di distruggerlo. Chi sarei mai se non lo facessi?
Peter Boghossian, qui.

Questo per esempio è un altro.

“Questo marciume di cancel culture ci porterà a smettere di insegnare Beethoven”

La lettera di dimissioni dall’università di un famoso musicologo inglese. “Non sono ottimista, si muovono tutti al passo dell’ideologia del nostro tempo. Io me ne vado, disgustato”

“Il musicologo che si è dimesso per protesta contro la cancel culture”. Così il Telegraph oggi racconta la vicenda di Paul Harper-Scott, che ha insegnato per 15 anni storia e teoria della musica all’Università di Londra. Fino a oggi. La sua lettera di dimissioni segue quella, pochi giorni fa, del professor Peter Boghossian dall’Università di Portland, Stati Uniti, a causa dello stesso clima. Quattro anni fa si era dimesso un altro docente, Bret Weinstein, dopo una campagna di intimidazione. Poi le dimissioni dal New York Times della giornalista Bari Weiss. Quello di Paul Harper-Scott è un altro documento che mostra quanto il politicamente corretto, iniziato come una pagliacciata ideologica, sia diventato una minaccia tremendamente seria. Una musica che ormai fa marciare al nuovo passo dell’oca.

***

“Perché ho lasciato l’università”

di Paul Harper-Scott

Dopo sedici anni di lavoro nel dipartimento di musica della Royal Holloway, Università di Londra, quest’estate ho deciso di lasciare il mondo accademico e iniziare una seconda carriera. Nel dipartimento di musica non avrei potuto essere benedetto da un ambiente più amichevole e stimolante in cui lavorare e i molti studenti a cui ho insegnato, in particolare quelli di cui ho supervisionato i dottorati, mi hanno fatto sentire che il mio lavoro valeva qualcosa in termini umani, e ne conservo il ricordo. Ma nonostante questo, sono contento di lasciarmi tutto alle spalle.
La mia decisione ha sbalordito molte persone e questa nota è un tentativo di chiarire il mio ragionamento. Il mio progetto di lasciare il mondo accademico era in preparazione da molto tempo e le ragioni sono interamente intellettuali. Sono entrato nella professione da outsider e immaginavo ingenuamente gli accademici come venivano presentati nei romanzi e nei programmi TV: piuttosto goffi e fuori dal mondo, ma sempre impegnati nella ricerca della verità, che non si fidano mai di un ‘fatto’ banale senza sottoporlo al più serio scrutinio scettico. Non era vero.
La breve spiegazione del motivo per cui ho lasciato il mondo accademico è che ne sono rimasto profondamente deluso. È un posto pieno di persone generalmente molto ben intenzionate, ma nel complesso non coraggiose, non disposte a seguire la verità ovunque essa conduca. Ci sono, naturalmente, molti musicologi che sono tutto ciò che avrei potuto sognare che sarebbero stati, e molti di loro, spero, continueranno a essere miei amici. Ma sanno bene quanto me che c’è del marcio in Danimarca.
Metterei il problema in questo modo (kantiano): ho supposto erroneamente che le università sarebbero state luoghi critici, ma stanno diventando sempre più dogmatici.
I dipartimenti musicali potrebbero smettere di insegnare la musica di Beethoven, Wagner e altri (a Oxford i musicologi lo stanno già apertamente dicendo), nella convinzione (francamente folle) che così facendo miglioreranno in qualche modo le attuali condizioni delle persone economicamente, socialmente, sessualmente, religiosamente o razzialmente svantaggiate. O i dipartimenti di musica potrebbero continuare a insegnare la musica di Beethoven, Wagner e altri, ma usare quella musica per offrire intuizioni intellettualmente critiche sulle strutture sociali, politiche, economiche, legali e di altro tipo del mondo in cui sono state scritte.
Negli ultimi anni, il modo di pensare dogmatico, che comporta l’umiliazione pubblica, l’assenza di piattaforme e i tentativi di licenziare gli studiosi, è diventato endemico. Ora, troppi studiosi di scienze umane si muovono al passo dell’ideologia generale del nostro tempo, facendo eco dogmaticamente alle opinioni dei politici, dei media e degli affari. Non sono ottimista.
L’attuale marciume potrebbe produrre alcuni buoni risultati che non posso prevedere. O potrebbe non essere così. A ogni modo, nel 2021 sentivo che non volevo passare la seconda metà della mia vita a lottare in un ambiente acritico. Come dice Coriolano (in un momento coraggioso e prima della sua brutta fine), ‘c’è un mondo altrove’.
Giulio Meotti

E meno male che ancora rimane qualcuno capace di vedere che il re è nudo e con il coraggio di dirlo. Proseguo domani – per non allungare troppo il post – con un altro drammatico documento.

barbara