QUESTI INVECE IL NOBEL NON LO VINCERANNO MAI

Scienziato critica il “regime antirazzista” e viene cacciato

Un prestigioso professore di geofisica che insegna all’Università di Chicago, Dorian Abbot, pochi giorni fa ha osato mettere in discussione il dogma della “diversità” in un articolo su Newsweek:

“Le università stanno attraversando una profonda trasformazione che rischia di far deragliare la loro missione: la produzione e la diffusione della conoscenza. Il nuovo regime è intitolato ‘Diversità, equità e inclusione’ ed è imposto da una burocrazia di amministratori. Quasi ogni decisione presa nei campus, dalle ammissioni all’assunzione, dai contenuti dei corsi ai metodi di insegnamento, viene presa attraverso la lente del regime. Nel clima attuale non si può discutere: l’autocensura è totale. Implica trattare le persone come membri di un gruppo piuttosto che come individui, ripetendo l’errore che ha reso possibili le atrocità del XX secolo. Novant’anni fa la Germania aveva le migliori università del mondo. Poi un regime ideologico ossessionato dalla razza è salito al potere e ha cacciato molti dei suoi migliori studiosi, sventrando le facoltà e portando a un decadimento dal quale le università tedesche non si sono mai riprese. Dovremmo considerarlo come un avvertimento sulle conseguenze del considerare l’appartenenza al gruppo come più importante del merito e correggere il nostro corso prima che sia troppo tardi”.

Risultato? Il professor Abbot doveva parlare al prestigioso MIT nel Massachusetts. Ma l’università, piegandosi ai ricatti e alla violenza ideologica degli attivisti, ha cancellato la sua conferenza. E siamo nell’università affiliata a 95 Premi Nobel e fra le dieci al mondo che ne sforna di più.
Il professore Lawrence Krauss sul Wall Street Journal ha raccontato come questo veleno ideologico stia corrompendo anche le scienze “dure”, fisica, chimica, matematica, medicina…: “Negli anni ’80, quando ero un giovane professore di fisica e astronomia a Yale, il decostruzionismo era in voga nel dipartimento di inglese. Noi dei dipartimenti di scienze deridevamo la mancanza di standard intellettuali nelle discipline umanistiche, incarnata da un movimento che si opponeva all’esistenza della stessa verità oggettiva, sostenendo che tutte queste pretese di conoscenza erano contaminate da pregiudizi ideologici dovuti a razza, sesso o dominio economico. Non potrebbe mai accadere nelle scienze dure, pensavamo, tranne sotto le dittature, come la condanna nazista della scienza ‘ebraica’ o la campagna stalinista contro la genetica guidata da Trofim Lysenko. O così pensavamo…”
Krauss evoca il nome di Trofym Lysenko. Come Rasputin prometteva alla zarina di curarle il figlio emofiliaco, così Lysenko promise “personalmente al compagno Stalin” di sanare la cronica emofilia dell’agricoltura sovietica in nome della “biologia marxista”. Inventa, innesta, imbroglia, ma la terra russa, devastata dalla collettivizzazione e dal genocidio dei kulaki, resta sterile.
Nature e Science hanno abbracciato il dogma denunciato da Abbot. “Riconosciamo che Nature è una delle istituzioni bianche responsabili della distorsione nella ricerca e nelle borse di studio”, ha scritto la rivista. Alla Michigan State University è stato cacciato il fisico di origini asiatiche Stephen Hsu, reo di aver affermato che non esiste razzismo sistemico nella polizia. “Siamo scienziati, in cerca di verità”, aveva scritto Hsu.
Un celebre chimico, Tomas Hudlicky, fuggito dalla Cecoslovacchia comunista, oggi è un famoso professore universitario in Canada. Ha scritto un saggio per Angewandte Chemie, il più importante giornale al mondo di chimica, dove come Abbot ha criticato le quote riservate alle minoranze nella scienza come “antiscientifiche” e “non meritocratiche”. Risultato? Articolo rimosso, scuse della rivista e un terzo dei membri del comitato (che include molti Nobel) dimessi. E così si finisce con Sir Isaac Newton “decolonizzato” della Sheffield University, come rivelano Telegraph e Times.
Ne ha fatto le spese anche il fisico italiano Alessandro Strumia. A un workshop organizzato dal Cern di Ginevra, Strumia ha detto: “C’è una cultura politica che vuole sostituire competenza e merito con una ideologia della parità”. Si è visto sospendere dall’Istituto nazionale di fisica nucleare, dal Cern e l’Università di Pisa, dove insegna Strumia, ha disposto un “procedimento etico” contro il fisico. E’ bastata l’accusa di “sessismo” fuori contesto per distruggere una reputazione…
Sul caso Abbot, Rod Dreher ha parlato di “totalitarismo soft”. E a proposito di totalitarismo…
Peter Davison, il massimo esperto di George Orwell, ha rivelato che a spingere lo romanziere a scrivere 1984 fu la testimonianza di un biologo di Oxford, John Baker, in una conferenza a Londra nel 1944. Baker in quella occasione denunciò per primo in Europa la perversione della teoria di Trofim Lysenko e “la degradazione della scienza sotto un regime totalitario”. A confermare il caso Lysenko nella genealogia di 1984 è anche una lettera di Orwell a C. D. Darlington, un noto biologo inglese. E’ datata 19 marzo 1947: “Caro Dottor Darlington, non sono uno scienziato, ma la persecuzione degli scienziati e la falsificazione dei risultati per me segue naturalmente la persecuzione degli scrittori. Ho scritto più volte che gli scienziati inglesi non dovrebbero rimanere indifferenti quando vedono che uomini di lettere sono spediti nei campi di concentramento”. Sostiene Davison che “ascoltare John Baker alla conferenza di Londra spinse Orwell a cominciare ‘1984’. Baker espose la perversione della scienza sotto Stalin”. Gli scienziati che criticarono Lysenko, come il geniale botanista Nikolaj Vavilov, moriranno in un Gulag…
Oggi è in corso un’altra, meno sanguinosa ma non meno pericolosa, perversione ideologica della scienza…Ha appena spinto la bibbia dell’establishment medico-scientifico The Lancet a cancellare la parola “donne” a favore di una formula trans-inclusiva. In questo caso, nessuno scandalo per il “sessismo” manifesto. Il nemico lo addita e decide la nuova dittatura della “diversità”.
Giulio Meotti

Come detto – e dimostrato – nel post precedente, al Nobel possono aspirare solo le marionette, saldamente legate ai fili tenuti dal puparo, il Nobel come zuccherino al cavallo che si è lasciato docilmente domare e addestrare. E per chi non si lascia domare e pretende che la scienza continui a essere ricerca e confronto e discussione e dubbio e a procedere per prova ed errore, giungerà il vecchio, bianco per antico pelo, che griderà

Guai a voi, anime prave!

Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.

E chissà se nella loro coraggiosa vita arriveranno a vedere il giorno in cui la moda cambierà e tornerà in auge la ragione, che oggi sembra immersa in un sonno sempre più profondo.

barbara

  1. L’ha ripubblicato su Cavolate in liberta'e ha commentato:
    Ottimo articolo di Barbara; di mio aggungo che che poi considerare l’appartenenza al gruppo superiore all’individuo apre signore porte al razzismo (o come si dice oggi in maniera soft teorie critiche della razza).
    Dopo aver convinto la gente che i verdi son differenti dagli azzurri e che tutti i verdi sono così e cosà, scatenare gli azzurri contro i verdi perché “diversi” è un attimo.

    Sugli effetti di ciò sulla ricerca, riprenderei una frase celebre di Mao; ai cinesi, adesso, non interessa affatto il colore dei gatti, interessa che acchiappino i topi mentre gli occidentali sono ossessionati che in ogni gruppo ci sia almeno un gatto per ogni colore, uno a pelo lungo, uno a pelo corto etc. etc. Che acchiappino i topi è secondario, l’importante è rispettare le quote feline.

    Logico che poi si finirà a soccombere quando la differenza la farà la capacità di acchiappare i topi.

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    • È un ottimo esempio, quello dei gatti. Aggiungo che non riesco a provare ostilità nei confronti dei cinesi. Capisco che non è un paese dove le libertà sono garantite, però su tutto prevale la consapevolezza della loro superiorità quanto a autodisciplina, voglia di lavorare e sostanziale onestà. È una superiorità che definirei morale, e che non dipende da Mao, ma da una lunga tradizione culturale, oltre che, naturalmente, dalla nostra parallela decadenza.

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      • Onestà cinese? Informarsi sui “36 stratagemmi”, in origine di uso militare, ma adesso consigliati nella vita di tutti i giorni: ingannare, manipolare, mentire e approfittarsi di ogni possibile debolezza del nemico ( o cliente, fornitore, partner commerciale o simili). Poi, voglia di lavorare? Orari massacranti in condizioni di semi schiavitù accettati per una tradizione culturale che non contempla alternative, leggevo qualche giorno fa che la parola cinese per “diritti” è stata inventata da un inglese nel 1850 (circa) perché il concetto stesso era sconosciuto. Autodisciplina? La qualità dei prodotti è pessima quando non c’è un cliente occidentale a controllare e pretendere, tipo la Apple, poi negli ultimi anni ingegneri e industriali avendo visto e ascoltato noi occidentali stanno lentamente alzando i loro standard. Tra l’altro nella tradizione culturale/mitologica/favolistica cinese la corruzione era la norma: persino i reami degli dèi funzionavano a colpi di bustarelle e favori.

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        • Mah, certamente bisogna mettersi d’accordo sul significato del termine onestà, quando sia preso come un dato culturale e non riferito a comportamenti dei singoli. Sulla laboriosità e l’autodisciplina credo proprio, invece, che non ci possano essere dubbi.

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