RIPRENDO LA TELENOVELA

Quella dell’acqua in camera e del padrone di casa eccetera. Che alla puntata precedente si concludeva così:

E alla prossima pioggia…

Ecco. L’asfaltista è venuto e ha messo un po’ di guaina intorno a ciascuno dei due bocchettoni. Una settimana dopo è piovuto per alcune ore, e mi si è allagata la camera. Con nuovi buchi in aggiunta a quelli precedenti. L’ho visto quando sono entrata per andare a letto e mi è toccato ritirare fuori di corsa gli asciugamani e stenderli per terra e secchi e catini e tutto l’armamentario. E le macchie di umido sul soffitto ulteriormente allargate e l’intonaco con bolle e crepe, e quando ha smesso di piovere giù acqua ha attaccato a piovere giù intonaco. La mattina dopo ho chiamato il padrone di casa, che ha detto che avrebbe chiamato subito l’amministratore e lo avrebbe fatto venire da me insieme all’asfaltista. Dopo una settimana ho richiamato per sentire a che punto eravamo. Ho aspettato, dice lui, perché in tutti questi giorni c’è sempre stato il sole e anche per i prossimi giorni è previsto bel tempo, e volevo aspettare che piovesse per vedere cosa succede. E io ho cominciato a inquietarmi e agitarmi in pelino. Poi ha detto, Lei, signora Mella, deve essere buona. È stato lì che ho leggermente perso il controllo; tre ore e mezza dopo mi faceva ancora male la gola. Oggettivamente, quando mi incazzo sono molto sgradevole, e lui evidentemente non voleva rischiare di riavermi nelle orecchie un’altra volta incazzata; mezz’ora dopo mi ha richiamata per dirmi che nel pomeriggio si era impegnato a venire di nuovo l’asfaltista (il cialtrone dell’altra volta, quello che ha fatto la copertura tre anni fa e un anno e mezzo fa avevo già le macchie sul soffitto; quello che “ogni paio d’anni, quando piove forte è normale che succeda”, da cui si deduce che, primo, è destino ineluttabile che con un isolamento fatto da lui, ogni volta che piove forte l’acqua passi dalla terrazza alla stanza sottostante, secondo, che dopo che l’acqua ha aperto una mezza dozzina di buchi, poi i buchi si chiudono da soli e per un paio d’anni l’acqua non passa più; quello che ha risolto il problema e alla prima pioggia mi sono ritrovata con la camera allagata). Non è venuto, e il giorno dopo, benché fosse festa (il primo novembre), il vecchio ha mosso mari e monti e poi mi ha chiamata per dirmi che venerdì mattina sarebbe venuto l’altro asfaltista, quello che era venuto a vedere la situazione la prima volta. Naturalmente adesso si riscateneranno i condomini che dovranno pagare la loro parte, ma a quanto pare preferisce affrontare l’ira di una decina di condomini toccati nel portafogli che la mia. Poi nei giorni scorsi è piovuto e l’acqua non mi è scesa. Piccola nota a margine: dato che prima delle sei, sei e mezza non mi addormento, e il tizio sarebbe sicuramente venuto la mattina presto, la notte sono scesa ad attaccare sotto il campanello un bigliettino con su scritto “Asfaltista: suoni forte se no non mi sveglio!” L’asfaltista ha avuto pietà, e si è fatto aprire e dare la chiave della terrazza da qualcun altro. Poi, essendo proprio sopra la mia testa, a partire dalle sette e mezza ho sentito lavorare di gran lena, ma almeno mi ha risparmiato di alzarmi dal letto.

Già che siamo in tema di aggiornamenti, vi informo che ho fatto i raggi alla vertebra, e la situazione è ulteriormente peggiorata: l’avvallamento è aumentato (stronza). Poi dovrò anche fare un piccolo intervento. Avete presente l’alluce valgo? È quella cosa che viene ai comuni mortali. Naturalmente nessuno di voi si immagina che io sia una comune mortale, vero? E infatti non mi è venuto l’alluce valgo: mi è venuto il mignolo valgo. Un po’ stortino, fin dove arrivo a ricordare, l’ho sempre visto: stortino carino; simpatichino, anche. Ma adesso mi sono accorta che si sta proprio stendendo, e non voglio arrivare come quelle con l’alluce completamente di traverso sopra o sotto le altre dita, sicché quando, fra un mese, andrò a fare i nuovi raggi per la vertebra, li farò anche ai piedi e poi si farà l’interventino. L’ortopedica (la mia ortopedica d’oro), è d’accordo, e spero che mi operi lei.

Poi c’è un’altra grossa grossa grossa rogna, ma quella, se non si risolve, la scriverò a parte, perché voglio che la facciate girare e che la leggano almeno dodici miliardi di persone.

E visto che qua si sta praticamente scatenando la fine del mondo, regaliamoci almeno una fine del mondo… profumata.

barbara

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MOMENTI (13/18)

Visita al Monte del Tempio. Il mitico Dan Bahat, archeologo di fama mondiale che ci fa da guida, settantanovenne vispo come un grillo,
Dan Bahat
spiega e racconta e tutti noi, intorno, ascoltiamo. Ad un certo punto uno del gruppo posa un braccio sulle spalle della moglie; immediatamente piomba lì un poliziotto palestinese con l’espressione truce e furiosa: vietato abbracciarsi! (ammazzare invece sì, quello non profana il “luogo sacro islamico”).

La tomba di Rachele. Che in realtà non era in programma, è stato Giulio Meotti a volerla inserire in extremis – e ne approfitto per mettere un’altra foto.
con Meotti 2
Mi piace un sacco questa in ombra con le fronde sulla testa (e mi sa che dev’essere proprio salice, anche se non avevamo niente da appendere). La tomba, dicevo. Per proteggerla hanno dovuto costruirle tutta quella cosa enorme intorno, ma la stanza della tomba vera e propria è piccola, e vi si accalca una grande folla di donne (anche di uomini, ma dall’altro lato), e per arrivarci bisogna infilarsi, sgusciare fra un corpo e l’altro, strusciandosi, spingendo, comprimendo, guadagnando centimetro dopo centimetro, millimetro dopo millimetro, e quando si raggiunge finalmente la tomba si ha davanti un muro di braccia protese a toccarla, in un silenzio assoluto tranne qualche sussurrare di preghiera. E finalmente ci sono arrivata, ho infiltrato la mia mano, fra braccio e braccio, fra polso e polso, fra mano e mano. Tutta intera non ci stava, ho posato solo le dita, ma è bastato: l’ho sentita, la corrente che dalla punta delle dita mi percorreva tutto il corpo e vi scorreva dentro come acqua di torrente, e una tale sensazione di pace, di serenità, di dolcezza, di leggerezza, come se non avessi più peso. Non più di qualche secondo, perché altri corpi premevano, altre mani urgevano, ma è stato sufficiente a poter dire che ho vissuto un’esperienza. (Dite che non è razionale? OK, ho vissuto un’esperienza non  razionale: qualche problema?).

Alla tomba dei Patriarchi. Credo sia stato alla tomba di Sarah: giovanissima madre seduta in un angolo, profondamente immersa nel suo libro di preghiere, con accanto la carrozzina col figlio di pochi mesi. Mi avvicino, lo guardo, mi guarda; sorrido, sorride; avvicino una mano, sfioro una delle sue, muovo le dita. Lui, che sicuramente non ha mai visto delle unghie rosse, le guarda affascinato, poi mi prende la mano fra le sue e ci gioca. La madre, pur sempre profondamente immersa nella sua preghiera, intravvede il mio gioco con suo figlio, intravvede il mio e il suo sorriso e il suo viso, già luminoso di suo per la preghiera di un’intensità sconosciuta alla maggior parte di noi, si illumina ancora di più, di una luce tutta speciale.

Passeggiata sul lungolago del Kinnereth, in una notte di luna piena.
Kinneret notte
Ad un certo punto comincia ad arrivarci della musica. Proviene da uno di quei club esclusivi, in cui non basta pagare per entrare, e comunque nessuno di noi ha il desiderio di entrarci, senonché una dice, io vado a chiedere! È una signora anziana, notevolmente malmessa, con problemi di deambulazione, che su scale e terreni sconnessi ha bisogno di aiuto e a volte è costretta anche a rinunciare. Beh, la vediamo, allibiti, prendere la scala che dalla strada scende fino all’ingresso del club, sbilenca ma decisa e neanche eccessivamente insicura, raggiungere il portiere e discutere un bel po’ con lui – il come è rimasto un mistero, dato che oltre al romanesco non ci risultavano altre lingue conosciute. Alla fine è tornata su avvilita, confermando che possono entrare solo i soci del club. Dove comunque si dimostra che l’entusiasmo fa miracoli.

Le medicine. Avevo dimenticato a casa la borsina delle medicine: l’avevo lasciata sulla credenza per non doverla ritirare fuori se mi fosse venuto in mente qualcosa all’ultimo momento, e poi è rimasta lì. All’aeroporto mi è stato suggerito di andare al pronto soccorso a farmi fare una ricetta e poi prenderle nella farmacia lì. Naturalmente mi faccio accompagnare da Manuel, essendo quella che si perde nel corridoio di un bilocale. È vero che negli aeroporti, anche quelli molto grandi, è impossibile perdersi, e infatti non mi ci sono mai persa, ma un conto è andare al check in o al gate, altro cercare un pronto soccorso che sta al piano sotto di quello sotto di quello sotto e ci sono ascensori che servono per andare in un posto e altri che invece non ci vanno e infatti prima abbiamo preso l’ascensore sbagliato poi abbiamo preso quello giusto ma sciamo scesi al piano sbagliato ma insomma alla fine ci siamo arrivati. È vero che ci ero già stata, al pronto soccorso di Malpensa, ma quella volta ci ero arrivata in sedia a rotelle portata dall’addetto all’assistenza, mentre adesso ci dovevo arrivare con le mie gambe. Vabbè, arriviamo, spiego il problema all’infermiere che sta all’accettazione, lui prende il telefono, chiama il medico e gli spiega a sua volta il problema; poi, mentre aspettiamo che il medico arrivi, chiede: “Dove andate di bello?” In Israele, dico. E lui: “Bello! At medaberet ivrit?” Parli ebraico? Non era israeliano, e neanche ebreo; semplicemente cinque anni fa gli è improvvisamente venuta l’ispirazione di studiare l’ebraico e da allora ogni settimana si fa la sua ora di lezione, ci ha mostrato il libro che si porta dietro sempre per studiare nei momenti morti, il quaderno degli esercizi, e si è messo a parlare con entusiasmo della sua sconfinata ammirazione per questa cultura, e per questo popolo che ha preso in mano un pezzo di deserto e in pochi decenni lo ha trasformato in uno stato all’avanguardia in tutti i campi, agricoltura compresa.

Il portabottiglie termico. Quando sono entrata in albergo, a Gerusalemme, lo avevo, ne ero sicurissima. Poi però in camera quando, tolte dalla valigia le cose che mi servivano, l’ho cercato per bere, non c’era più. Evidentemente dovevo averlo posato da qualche parte nell’atrio e dimenticato lì, sicché sono andata alla reception e ho chiesto se fosse stato trovato. Mezz’ora dopo uno del personale ha bussato alla mia camera, con due portabottiglie termici che erano stati trovati in giro, ma nessuno dei due era il mio. Ne avevo un altro, quindi per tenere in fresco l’acqua non avevo problemi, ma mi seccava perché la sera precedente, nel sistemare tutte le cose in valigia, avevo dimenticato fuori gli orecchini, e la mattina, quando li ho trovati sopra il mobile, non sapendo dove metterli, li avevo infilati nel taschino portacellulare del portabottiglie. Non erano di valore, ma erano belli. Tre giorni dopo, nel lasciare l’albergo di Gerusalemme, sistemate tutte le cose, chiusa la cerniera e tirato su da terra il trolley, ho trovato il portabottiglie appeso al manico del trolley, dove lo avevo infilato quando ero entrata in albergo, in attesa di ricevere la mia chiave, e rimasto per tutto il tempo sotto la valigia (diciamolo, comunque, che è un gran bastardo).

Il malore. È stato a Zfat il penultimo giorno – quello prima della catastrofica caduta. Eravamo appena scesi dall’autobus e stavamo iniziando una scalinata quando, al secondo gradino, mi sono sentita male; al terzo mi sono detta non ce la faccio, ho tentato di fare il quarto, poi ho rinunciato e mi sono dolcemente accasciata. Poi Claudia si è messa a farmi vento con un depliant e poi qualcuno le ha dato un ventaglio e lei e Manuel mi sono rimasti vicino mentre gli altri hanno proseguito, che poi comunque quando mi sono ripresa li abbiamo raggiunti perché si erano tutti fermati a fare pipì (in Israele il clima è estremamente secco, essendo in gran parte deserto, e bisogna bere moltissimo, sicché praticamente si passa metà tempo a visitare e metà a pisciare).
Ma era del malore che volevo parlare, o meglio del momento in cui ho rinunciato a tentare di resistere e mi sono lasciata andare: è un’esperienza che avevo già vissuto, e la sensazione è stata esattamente la stessa: sei in pubblico, hai l’impressione che crollare giù come un sacco di patate ti faccia fare una bruttissima figura, ti vergogni, ti senti imbarazzato, ti preoccupi di quello che può succedere dopo, tenti di resistere… e poi senti che non puoi, che non c’è niente da fare, che ti devi arrendere e decidi di smettere di combattere. Crolleresti anche se tentassi di resistere ancora, ma di lasciarti andare in quel momento lo decidi tu: non sei l’oggetto passivo di una forza più grande di te bensì il soggetto attivo di una scelta. E la sensazione provata è quella di una liberazione, di una pace assoluta, di un benessere assoluto, di un piacere assoluto e intensissimo.
Forse, quando arriverà la mia ora, sarà così che mi sentirò nel momento in cui deciderò di smettere di resistere, lascerò andare i remi e mi abbandonerò alla corrente.

barbara

QUELLA FACCIA DA RAGAZZINO

Quella faccia da ragazzino, che in uno stato di zen assoluto canta il proprio inno nazionale sapendo che nessun microfono lo catturerà, ma sapendo anche che tutte le telecamere disponibili ne guarderanno il labiale. Ecco un’immagine che ha qualcosa di iconico, e allo stesso tempo di assurdo. Il video di Tal Flicker ha fatto il giro del mondo nel fine settimana: lui sta in piedi sul podio più alto del Gran Slam di Abu Dhabi senza bandiera e perfino senza le iniziali ISR sulla maglietta, con il commentatore sportivo che dice che Tal gareggia per la Federazione (e non invece per Israele), e poi esita un attimo e annuncia l’inno della Federazione che parte fuori tempo. Il tutto è già ridicolo fin qui. Ma quando le telecamere comunque inquadrano il vincitore con la medaglia d’oro al petto, che sta chiaramente cantando qualcos’altro, e cioè l’Ha-Tikva, l’effetto è un assurdo che nessun Jonesco e nessun Beckett avrebbero mai potuto allestire. Come se Israele non stesse per compiere settant’anni (fra poco più di sei mesi). Come se non fosse mai nata. Come se quel ragazzino dalla faccia zen non fosse in potenza una quarta generazione, nata nello Stato ebraico. Con la sua sola presenza lì, a quella gara, scardina tutta la messa in scena fatta per annullare la sua nazionalità. Ma gli Emirati Uniti preferiscono coprirsi di ridicolo con una sceneggiata che va contro il tempo e contro la ragione, per non dire contro la diplomazia internazionale e contro la stessa International Judo Federation che aveva richiesto che i contendenti israeliani fossero trattati egualmente, e quindi secondo la loro nazionalità, anche sul podio. Ma sorpresa, in barba agli Emirati i social media lo hanno premiato, probabilmente anche per la compostezza. Ha fatto di più una faccia zen di mille comunicati ufficiali allarmati, insultati, offesi. Questo Tal Flicker farà strada, dopo il Judo sarebbe bello vederlo al ministero degli esteri che non è ai suoi massimi storici.
Daniela Fubini, Tel Aviv (Moked, 30 ottobre 2017)

La battaglia della Turchia che ha tentato in tutti i modi di non fare ammettere Israele, la battaglia di Abu Dhabi che l’ha fatta gareggiare ma mascherata, mimetizzata e silenziata, la battaglia di tutto il mondo arabo che da sempre esclude Israele da ogni competizione raccogliendo succube obbedienza in varie parti del mondo, Italia compresa, è la sorella gemella della battaglia di Stan:

barbara

ALTRE IMMAGINI E ALTRE STORIE (13/17)

E parto da me, naturalmente, tanto per non smentire il mio congenito esibizionismo.
Elon Morè
Qui, vicino a questa bandiera dall’aria molto vissuta, sono a Elon Moreh,
Elon Morè 1
dove abbiamo avuto modo di sentire i canti degli studenti della vicina scuola religiosa. Elon Moreh si trova vicino a Nablus,
Elon Morè 2
che non abbiamo visitato, ma abbiamo visto dall’alto sia la città
Nablus 1
Nablus 2
che i suoi dintorni.
dintorni Nablus 1
dintorni Nablus 2

Questo è l’albero di Giuda del film Jesus Christ Superstar.
albero Giuda 1
albero Giuda 2
Si trova a Beit Shean,
Beit Shean
di cui ho già parlato in occasione di altri viaggi.
Beit Shean 1
Beit Shean 2
È un albero artificiale, e dopo la fine del film è stato deciso di lasciarlo lì.

E questa è la vista dalla mia stanza sul lago di Tiberiade,
Kinnereth 1
Kinnereth 2
Kinnereth 3
chiamato anche mar di Galilea: nell’antichità – non ricordo se ne ho già parlato – non avendo a disposizione viste aeree che ne mostrassero la differenza, non si faceva distinzione fra mare e lago, una grande estensione d’acqua era sempre e comunque un mare; si pensi del resto al tedesco, in cui lago è der See e mare die See: cambia il genere, ma il nome è lo stesso (e giustamente il mare, grande, bello, pieno di pesci saporiti è femminile; il lago, praticamente una pozzetta abitata da pescetti sciapi, è maschile). In ebraico però si chiama Kinnereth, da kinor, che oggi indica il violino ma nell’antichità indicava la lira, o cetra, a causa della sua forma.
Kinnereth  lira
Nelle traduzioni della bibbia troviamo cetra:
“Saul disse ai suoi servi: «Cercatemi un uomo che sia abile suonatore di cetra e conducetelo a me»” (Samuele 16, 17)
“Or quando lo spirito maligno investiva Saul, David, presa la cetra, si metteva a sonare e Saul si sentiva sollevato, stava meglio e il cattivo spirito si allontanava da lui”. (Samuele 16, 23)
E ancora: “Sui fiumi di Babilonia, là ci fermammo e piangemmo ricordando Sion. Ai salici che si trovavano in quel paese appendemmo le nostre cetre; poiché là coloro che ci avevano condotti in cattività ci chiedevano di cantare […] Cantateci qualcosa dei canti di Sion. Come potremmo cantare l’inno del Signore in terra straniera?” (Salmo 137, 1-4)
Curiosamente, solo quando, alcuni anni fa, mi è capitato di leggere questi versi in inglese, mi sono resa conto che era di questo che parlava la bellissima Rivers of Babylon del 1970.

Poi Temistocle Solera ha provveduto a trasformarla in arpa:
Arpa d’or dei fatidici vati,
Perché muta dal salice pendi?

(non so voi, ma a me sull’acuto di “arpa d’or” parte irrimediabilmente la lacrima. Sempre)

Vabbè, mettiamo fine alle pseudo dotte dissertazioni e torniamo a noi. Questo è l’ospedale del mio dolore,
ospedale
e questa la cena di shabbat,
shabbat.jpg
circa quattordici ore prima della catastrofe.

Naturalmente non poteva mancare Gerusalemme, stavolta vista da lontano.
Gerusalemme 1
Gerusalemme 2
E concludo con una nota amena: sul monte Bental, nel Golan, c’è un locale di ristoro. Essendo in montagna, accade spesso che lì ci siano nuvole; nuvola, in ebraico, si dice annan, e quindi il locale si chiama:
DSCF3413
sì, proprio Coffee Annan.

barbara

ILAN: SUA MADRE AVEVA RAGIONE

Quello che segue è un brano che ho postato qui poco meno di tre anni fa, e che ritengo utile riproporre, dopo quanto accaduto ieri a Bagneux, luogo del martirio di Ilan.

La gelida umidità di quel giorno perduto d’inverno ci trafigge le ossa e ci obbliga ad abbassare la testa. Avrei voluto riuscire a restare diritta, ma guardiamo i nostri piedi che sprofondano nel fango. È piovuto per tutta la settimana. I sentieri del cimitero non si distinguono più dalle sepolture. Ad ogni istante temiamo di inciampare e, nel buio, avanziamo a piccoli passi, dandoci la mano, come una banda di clandestini.
Perché è stata scelta l’alba per autorizzarci a riesumare il corpo di Ilan? Non avremmo potuto farlo uscire di qui in pieno giorno e alla vista di tutti? Avrei voluto che tutti noi vedessimo dissotterrare mio figlio assassinato all’età di ventitré anni, ma la prefettura di polizia ci ha convocati questo mercoledì 7 febbraio 2007 alle sei del mattino, e Ilan lascerà il cimitero di Pantin come ha lasciato la vita: in silenzio. Quando lo hanno ritrovato, esattamente un anno fa, non riusciva nemmeno a pronunciare il suo nome. Giaceva nudo lungo un binario ferroviario, solo un rantolo gli usciva dalla bocca. Aveva la testa rasata, le mani legate, il suo corpo interamente coperto di bruciature. Due poliziotti mi hanno detto signora, neanche a un animale si fa quello che hanno fatto a lui.
La sua stele è la ventunesima della terza fila nel viale dei Sicomori. La raggiungiamo infine e cerchiamo di formare un piccolo cerchio intorno ad essa. Il «primo cerchio», la famiglia, gli amici migliori, quelli che Ilan amava riunire quando soffiava sulle candeline dei suoi compleanni. Volati via. Come è possibile che noi siamo lì per lui, senza di lui? In questa mattina così fredda e così nera, come è possibile… Il rabbino intona una preghiera. Canta, ma ho la sensazione che pianga, tanto la sua voce è fievole. A meno che non siano i miei singhiozzi a deformarla? Li sento risuonare dentro di me, e stringo i pugni in fondo alle mie tasche per impedire che esplodano. Voglio essere degna, è tutto quello che mi resta. Guardo lontano. Fisso i piccoli riquadri di luce che si accendono qua e là nelle file di edifici che chiudono l’orizzonte, immagino che siano centinaia di lumi accesi per Ilan. Da tutte le altre parti, la notte resiste. Così ostile che ci costringe ad abbreviare la cerimonia. Il rabbino accelera, e le sue parole volano via nel brusio della città che il vento ci porta a raffiche. Non c’è quiete in questo cimitero nella regione di Parigi, né pace, né silenzio, solo un rumore sordo e incessante che impedisce il riposo dei morti. Forse è per questo che desideravo seppellire Ilan a Gerusalemme…
L’ho desiderato subito, fin dall’inizio, per me era chiaro. Ma suo padre e le sue sorelle la pensavano diversamente. Volevano tenerlo vicino a loro, potergli fare visita ogni volta che ne sentissero il bisogno. Ilan dunque è stato sepolto qui a Pantin, venerdì 17 febbraio 2006.
Centinaia di persone erano venute quella mattina a salutarlo per l’ultima volta, forse un migliaio, chi lo sa? C’erano tante persone che non conoscevo, e tanti altri che non vedevo da anni… Credo che ognuno pensasse al proprio figlio, al proprio fratello. Sì, ognuno deve aver immaginato suo figlio in quella bara, al posto del mio. Un brivido di angoscia percorreva la folla.
Sono tornata sulla tomba di Ilan in marzo, in aprile, in maggio, e poi tutti gli altri mesi fino a questo mercoledì 7 febbraio, primo anniversario della sua morte. Per tutta la durata di questo anno non ho mai abbandonato l’idea di trasferire i suoi resti in Israele. Sentivo che era mio dovere di madre offrire a mio figlio un riposo che giudicavo impossibile qui. Perché è qui, su questa terra, che Ilan è stato affamato, picchiato, ferito, bruciato. Come riposare in pace in una terra dove si è tanto sofferto? Questa domanda, alla quale né le mie figlie, né il mio ex marito hanno saputo rispondere, ci ha convinti che Gerusalemme doveva essere la sua ultima dimora.
Due figure che fino a quel momento erano rimaste in disparte avanzano sulla tomba e mi chiedo chi siano questi uomini. Parenti, amici? Sono solo dei becchini che vengono a dissotterrare mio figlio a colpi di vanga.
Ogni colpo mi fa l’effetto di una contrazione, e la violenza con cui queste contrazioni squassano il mio ventre, in modo così regolare, mi fa credere per un attimo, povera pazza, che Ilan uscirà dalla terra nello stesso modo in cui è uscito dal mio ventre. Mi dico tieni duro, sii coraggiosa. Non perdo d’occhio i due ragazzi che tirano le corde per issare la bara di Ilan, sento il legno che urta le pareti della fossa e, come il giorno della sua nascita, devo urlare per sfuggire a questo dolore. Sì, urlo. Con tutte le mie forze. Con tutta la mia anima. Ma il grido di una madre che partorisce non ha niente in comune con quello di una madre che riesuma suo figlio: questo è un grido senza liberazione.
La bara di Ilan finalmente raggiunge la superficie. Guardo, senza crederci, questa lunga scatola passare all’altezza dei nostri visi come un’ombra gigantesca. È possibile che il mio bambino sia lì dentro? Il bambino che ho portato, messo al mondo, nutrito al seno? È possibile che quel corpo sia ormai una «spoglia»?
I becchini la buttano sul carro funebre, e le porte si chiudono con uno scatto metallico. La macchina si avvia lentamente, poi si allontana. Si allontana. Si allontana… e io penso ecco, è finita. Ilan se ne va. Ilan lascia il cimitero di Pantin, lascia Parigi, lascia la Francia, e voi che l’avete massacrato, non potrete mai più fargli del male. Sono venuta a cercarlo per questo motivo, ora lo so, l’ho fatto uscire di qui perché un giorno voi sarete liberi, e sareste potuti venire a sputare sulla sua tomba.
Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp. 23-25

Infatti… Questa è la stele che lo ricorda,
stele Ilan
posta nel 2011, a cinque anni dalla sua morte, fatta a pezzi nel 2015 e sostituita da quest’altra. E mi torna alla mente la profanazione del cimitero ebraico di Carpentras, nel maggio del 1990, con lapidi spaccate, cadaveri tirati fuori dalle tombe, uno impalato con l’asta di un ombrellone. Chi ha potuto fare a Ilan quello che gli ha fatto da vivo, e gli abitanti del condominio che quando lo sentivano urlare per le sevizie a cui veniva sottoposto accorrevano a godersi lo spettacolo, chissà cosa potrebbe fare se, anziché una semplice stele, avesse a disposizione una tomba e un corpo. Grazie, mamma Ruth, per averlo portato in salvo.

barbara

UNA MOSTRA DA VEDERE

ASSOLUTAMENTE

Matanah
E queste sono le parole con cui, nella sua pagina FB (Laura Buccino), accompagna l’annuncio della mostra.

Questa è la locandina definitiva della expo personale in quel di Cornegliano Laudense
io sono incapace nelle cose pratiche, quindi grazie al Maestro Gennaro Esca per l’aiuto
a Mario Quadraroli (Naturarte) per l’organizzazione
all’assessore Ascrizzi per i permessi e per la location
il Signore Benedetto per mani ed occhi (e se volesse fare l’en plein con un paio di milioni di euro…)

Se poi decideste di fare un salto a casa sua, sempre a Cornegliano Laudense, oltre agli acquerelli sullo Shabbat ci trovereste acquerelli su miliardi di altri temi e disegni e oli e incisioni su vetro e… Insomma, andate a scoprire il pozzo di San Patrizio delle creazioni artistiche di Laura Matanah. Io in casa ho una ventina di quadri suoi – oltre a vari vasetti di vetro decorati con le incisioni – e se non ne aggiungo altri, credetemi, è solo perché ho esaurito lo spazio.

barbara

LUI SÌ CHE È IMMORTALE DAVVERO

Tornato, a 93 anni, per l’ennesima volta in Israele (ci era venuto per la prima volta nel 1949), ricevuto dal presidente Rivlin,
Aznavour-Rivlin
premiato con la medaglia “Raoul Wallenberg” per gli ebrei salvati dai suoi genitori durante l’occupazione tedesca, intervistato nel suo albergo,

e infine esibitosi in concerto, con una voce che certamente non è quella di mezzo secolo fa, ma che ancora si difende dignitosamente

e a cui la passione, nel cantare Sa jeunesse, “La sua giovinezza” riesce a tratti a restituire una forza inaspettata in un uomo di questa età.

Qui in italiano con qualche anno in meno (non pochissimi, comunque).

barbara