DONALD TRUMP

Il titolo di questo articolo rispecchia esattamente il percorso della mia posizione nei confronti di Donald Trump: autentico sconosciuto sulla cui elezione ho sperato come unica possibilità di evitare il disastro planetario rappresentato da Hillary Clinton, che avrebbe proseguito e completato il disastro obamiano, con le centinaia di migliaia di morti in tutto il Medio Oriente, la crescita esponenziale del potere del peggiore estremismo islamico, e tutto il resto. E poi, appena insediato, la sorpresa di un politico che mantiene le promesse elettorali, che gestisce con competenza e saggezza complicatissimi scenari, che serve il proprio Paese e non un’ideologia vuota e astratta, e giorno dopo giorno ha conquistato tutta la mia stima.

Trump da incognita a garanzia di stabilità, mentre tra i Dem regnano confusione e socialismo

Donald Trump rappresenta una figura politica destinata a rimanere nella storia. Anzi, senza timore di esagerare, pensiamo che il 45° presidente degli Stati Uniti d’America stia già facendo la storia, giorno dopo giorno, e questa verità dovrà essere riconosciuta prima o poi anche dai più feroci critici dell’ex-tycoon newyorchese. Durante l’inizio della sua avventura politica, ovvero le primarie repubblicane del 2016, conquistava progressivamente la maggioranza della base del partito, ma allo stesso tempo veniva visto come un marziano o un intruso dall’establishment del Gop e da quei repubblicani, per così dire, più tradizionali, abituati, per esempio, alla famiglia Bush. Molti conservatori e liberali classici, questi ultimi da non confondere con i liberal, si trovavano in parte spaesati di fronte alla dirompenza di un personaggio che andava oltre i consueti canoni del conservatorismo liberale ereditato da Ronald Reagan.

Una volta conquistata la nomination, ben pochi ritenevano che l’eccentrico milionario dalla bizzarra capigliatura potesse battere la ben navigata Hillary Clinton, e un certo scetticismo circa le possibilità di vittoria del candidato Trump non riguardava solo i radical chic di tutto l’Occidente, noti per la loro sicumera ma anche per le previsioni sballate, bensì diversi ambienti conservatori. Invece l’outsider Donald Trump, come ormai sappiamo, è riuscito a ribaltare tutti i pronostici, umiliando l’ex first lady democratica, la quale probabilmente aveva già organizzato il proprio trasloco nello Studio Ovale. Trump si è rivelato una sorpresa anche espletando il proprio mandato da presidente non in maniera negativa, almeno finora. Non ha tradito le promesse dei comizi, come al contrario può capitare ai politici, abituati a dirne una in campagna elettorale e a farne un’altra al raggiungimento della stanza dei bottoni. Donald Trump ha semplicemente adattato, con una coerenza di fondo, i toni di piazza alle complessità di una nazione particolare come gli Stati Uniti. Smentendo chi vedeva in questo leader, per molti aspetti inedito, quasi un fascista autarchico, l’isolazionismo trumpiano si è caratterizzato invece non per l’affossamento tout court della globalizzazione, bensì una ridiscussione di regole, e di qualche consuetudine squilibrata e sfavorevole all’America, con i principali competitor come la Cina, ma anche con gli alleati storici europei e i vicini Canada e Messico.

Lo stesso discorso può essere ripetuto per quanto riguarda la Nato, che non ha mai corso il rischio di subire un colpo di spugna da parte di Trump. Richiamare l’Europa, spesso distratta e dormiente, alle proprie responsabilità, anche economiche, verso l’Alleanza Atlantica, significa semmai volere più Nato, e non auspicarne lo scioglimento. L’America di Trump non si è affatto ritirata dal resto del mondo, e quando serve, (pensiamo all’eliminazione del generale iraniano Soleimani e alla costante salvaguardia della sicurezza di Israele), sa come ricordare la propria presenza ai nemici del mondo libero. In economia Donald Trump ha varato uno storico taglio delle tasse e ridotto il ruolo dello Stato. Grazie a questo la locomotiva a stelle e strisce non è mai stata forte come negli ultimi anni, a livello di Pil e di occupazione, e in tal modo è stato possibile rincuorare anche chi, giustamente, non vuole gettare alle ortiche gli insegnamenti reaganiani. Nemmeno l’assai presunto razzismo trumpiano, sventolato perlopiù dalla Cnn e dai commentatori liberal, può essere più un’arma credibile per screditare l’attuale presidente, visto che proprio la classe lavoratrice afroamericana vive meglio oggi che durante gli anni di Barack Obama.

L’imprevedibile outsider degli inizi ha dimostrato insomma di essere in grado di far politica e di saperla fare anche piuttosto bene, quindi, già solo a partire da questo, non è da escludere la sua rielezione. Ma il famoso “Four more years” diventa indispensabile se pensiamo al livello rasoterra a cui sono giunti gli avversari democratici. Trump potrebbe puntare ad essere riconfermato per i propri meriti, ma i demeriti altrui fanno del presidente in carica una garanzia di continuità e stabilità per gli Usa in primo luogo, ma anche per il resto del mondo, considerato il ruolo globale della democrazia americana.

I mainstream media ci hanno annoiato con le prediche riguardanti i metodi rozzi e spicci del presidente americano, ma non vi è mai stato nulla di più volgare ed offensivo, nella storia politica recente degli Stati Uniti, del comportamento di Nancy Pelosi alla fine del discorso di Trump sullo stato dell’Unione. La speaker democratica, strappando platealmente i fogli contenenti il testo del discorso del presidente, ha pugnalato uno dei tratti distintivi della democrazia d’oltreoceano. Le campagne elettorali americane sono piuttosto dure e non mancano di certo i colpi bassi, ma dinanzi al vincitore, che diviene ormai il presidente di tutti gli americani, si palesa il rispetto istituzionale degli avversari, eppure la Pelosi ha ritenuto di calpestare tutto ciò. Lo stordimento ed una certa disperazione politica, che stanno caratterizzando in questo momento il partito dell’Asinello, possono portare evidentemente a gesti poco nobili. L’impeachment è finito in barzelletta e le primarie democratiche in Iowa si sono rivelate ancora più comiche. Non si riesce ad individuare un candidato forte da contrapporre a Trump, e per ora si agitano solo figure di vecchi socialisti come l’arcinoto Bernie Sanders o fragili come Pete Buttigieg. Si può obiettare che vi sia anche Michael Bloomberg, per ora impegnato a scaldare i motori dietro le quinte, e che le primarie Dem in Iowa e New Hampshire siano solo le prime e molto parziali prove. L’ex sindaco di New York ha anch’egli, riteniamo, più di una debolezza. Anzitutto, per quanto voglia rappresentare un’alternativa al trumpismo, rischia di esserne una copia sbiadita, con il conto corrente e l’età anagrafica simili a quelli del presidente uscente, e si sa, alle fotocopie si preferisce quasi sempre l’originale. Inoltre, non sarà facile per il “moderato” Bloomberg aggregare attorno a sé la base di un partito democratico che negli ultimi anni si è spostato molto a sinistra ed è caduto ostaggio dei vari Sanders e delle varie Ocasio-Cortez. I Democratici Usa, che ebbero in passato riferimenti del calibro di Roosevelt e Truman, oggi sembrano essere animati solo più da socialisti e pasticcioni di varia natura.

Roberto Penna, 15 Feb 2020, qui.

Aggiungo questo commento che condensa una serie di dati reperibili in vari articoli presenti in rete.

Il Presidente Trump in tre anni, ha portato gli Stati Uniti ad avere 7.300.000 persone in più al lavoro, un PIL che aumenta a una media del 3.00%, inflazione al 1.2%, una riduzione sostanziale delle tasse sia per le compagnie che per i privati, ora al 21%, aumento delle deduzioni per individui da 6.000 dollari a 12.000 per i singoli e da 12.000 a 24.000 dollari per le coppie. Aumento dei salari al più basso livello che permette un risparmio personale annuo di dollari 5.000.

Ha cambiato il disastroso (per gli USA) accordo Nafta con Messico e Canada ad un accordo più equilibrato che porterà circa 100.000 posti di lavoro in più negli USA nei settori agricolo e dei latticini. Ha firmato il primo accordo con la Cina per equilibrare la bilancia dei pagamenti degli USA.

Ha FATTO PAGARE AI PAESI Nato 400 MILIARDI di dollari IN PIÙ ALL’ ANNO PER LA DIFESA COMUNE dell’EUROPA. Ha eliminato tre dei più pericolosi terroristi islamici in circolazione, ha rimesso le sue forze armate dissestate da Obama ai livelli migliori nel mondo. Sta ritirando le truppe dalla Siria e dall’ Iraq e sta trattando con il Talebani per ritirarsi dall’Afghanistan. Ha dichiarato che non vuole che gli USA siano il poliziotto del mondo, né voler cambiar nessun regime di altri paese.

La borsa americana ha aumentato tutti i suoi indici. Il Dow Jones da 18.300 punti al momento in cui Trump ha preso il comando del paese è oggi a 29.200. Un aumento del 60% nei risparmi degli americani, specialmente per i possessori del sistema 401K per le pensioni.

Ha fatto rispettare e riconoscere non solo il diritto della donna di decidere sul destino del nascituro ma anche il diritto del nascituro stesso, diritto del quale non parla mai nessuno

E non ha ancora finito il suo primo mandato.

Donald Trump è il Presidente degli Stati Uniti e lavora per il suo paese.

Come andrebbe meglio il Mondo se tutti i capi di stato lavorassero per i loro cittadini come fa Trump per gli americani.

Lorenzo Roncari, qui.

La differenza fra l’Italia e gli Stati Uniti che quello che lavora per il bene dei cittadini è al comando e quelli che lavorano unicamente per abbatterlo sono all’opposizione, mentre qui chi ha tentato di lavorare per il bene dei cittadini è all’opposizione e quelli che lavorano per portare il Paese al disastro sono al comando e, non contenti di questo, continuano a lavorare per toglierlo di mezzo del tutto. Di stati in cui il governo combatte le opposizioni ne abbiamo visti diversi: la Germania nazista, l’Unione Sovietica soprattutto al tempo di Stalin, il Cile di Pinochet, l’Iran degli ayatollah… Ecco, più o meno è lì che ci vogliono portare.

barbara

C’È CHI SOSTIENE

che chi si dota di macchinoni superveloci lunghi da qui a lì, lo fa per compensare un pipo lungo due millimetri. Ora, a parte che io fin da bambina ho sempre amato le macchine grandi e ancora di più la velocità pur non essendomi mai dovuta confrontare con quel genere di misure, a parte questo, dicevo, nel caso l’ipotesi fosse corretta, che dire di chi sente bisogno di esibire roba così?
fallico
barbara

RULA JEBREAL E IL SUO COMMOVENTE MONOLOGO

Le vere donne violate di cui Rula non parlerà mai

di Lorenza Formicola

Succede che Sanremo finisce e che gli abiti sbrilluccicanti, che devono fare scena e rima con le parole da mettere al posto giusto perché nessuno deve sentirsi offeso, ritornano negli armadi. E succede che la protagonista del monologo che la critica ha giudicato da Oscar, Rula Jebreal, finisce di nuovo in prima pagina. Perché si può diventare l’eroina del giusto, del vero, del bello e del puro, per poi un attimo dopo prendere in giro sull’aspetto fisico il maschio bianco, il presidente Trump. Non le sue idee, non le sue parole, ma la sua esteriorità.

La Jebreal con una foto pubblicata su Twitter vorrebbe umiliare il presidente Usa e sbugiardare i capelli incollati alla testa e il colorito sistemato con il trucco. Fermo restando che la foto postata dalla Jebreal non sarebbe neanche l’originale, viene da notare subito due cose: che non c’è niente di più odioso che cercare di screditare qualcuno criticando il suo aspetto fisico e la contraddizione di un gesto che, se avesse avuto come protagonista il trucco e i capelli di una signora, sarebbe diventato la prova della “violenza sulle donne”. Già quella violenza tanto stigmatizzata e che ha commosso il mondo intero – giurano i titoli di giornale -, ma resta avvolta da un bel velo di patinata ipocrisia. Lasciamo perdere, infatti, chi bullizza l’aspetto fisico di Trump o di chi per esso. E, per una volta, invece di parlare di tutti, e quindi di nessuno, andiamo in fondo alla verità dell’argomento.

Chi sa o si ricorda di Rotherham? La cittadina inglese dove per anni almeno 1400 ragazze minorenni sono state aggredite sessualmente, molestate o violentate da gang di maschi islamici.

Per sedici anni i fatti sono stati taciuti da istituzioni negligenti e timorose di essere accusate di “razzismo” o “islamofobia”. Dagli assistenti sociali alla polizia fino ai giudici nessuno ha voluto sfiorare un argomento che avrebbe voluto dire denunciare il barcone del multiculturalismo.

Mohammed Shafiq, a capo di una organizzazione giovanile musulmana, la Ramadhan Foundation, confiderà al Daily Mail che “gli asiatici non tendono ad andare con ragazze delle loro comunità, perché qualcuno potrebbe venire a bussare alla loro porta. Non vogliono padri o fratelli, o leader delle comunità che si scaglino contro di loro”.

Nel 2015, un anno dopo che lo scandalo scoppiasse, la British Muslim Youth in un messaggio su internet ancora ordinava ai giovani musulmani di boicottare le indagini delle forze dell’ordine, magari facendo scoppiare qualche bella rivolta contro gli “islamofobi”. Eppure nessun discorso contro la violenza sulle donne ha mai osato denunciare fatti simili. Che poi non sono accaduti solo a Rotherham, ma anche a Oxford, e poi Bristol, Derby, Rochdale, Telford, Peterborough, Keighley, Halifax, Banbury, Aylesbury, Leeds, Burnley, Blackpool, Middlesbrough, Dewsbury, Carlisle… Sono più di 15 le città di una delle patrie per eccellenza del “multikulti”, il Regno Unito, in cui musulmani di origine pakistana e afghana andavano a caccia di bambine bianche.

“Per gli abusi sessuali si sono serviti di coltelli, mannaie, mazze da baseball, giocattoli sessuali… Gli abusi erano accompagnati da comportamenti umilianti e degradanti  – quanta delicatezza e parsimonia di giudizio! ndr – come mordere, graffiare, urinare, picchiare e ustionare le ragazzine. Le violenze sessuali sono state compiute spesso da gruppi di uomini e, a volte, la tortura è andata avanti per giorni e giorni. […] I luoghi in cui sono state effettuate le violenze spesso erano case private di Oxford. Gli uomini che pagavano per violentare le ragazze non erano sempre di Oxford. Molti venivano, appositamente, anche da Bradford, Leeds, Londra e Slough. Spesso previo appuntamento”, si leggerà in un estratto del rapporto della procura inglese alla fine di uno dei tanti processi degli ultimi anni. Tanti altri sono ancora in corso. E chissà  perché nessuno ne scrive.

“Tutte le donne bianche sono buone solo a una cosa. Per gli uomini come me sono da abusare e utilizzare come spazzatura. Nient’altro”, è un altro degli imputati, uno della gang islamica, a parlare.

Ed è meglio non approfondire i numeri, perché quelli lì sono davvero agghiaccianti.

La stessa Svezia che i media hanno continuato a difendere dagli “attacchi insensati” di Donald Trump; la Svezia dell’Ikea che ci ricorda ogni giorno che, a conti fatti, vale tutto, l’importante è sentirsi se stessi; la Svezia che ancora qualcuno osa portare a modello di integrazione e oasi di pace. Quella Svezia lì, come il Regno Unito, ha visto perpetrare abusi sessuali di massa da immigrati islamici nell’occasione di due affollatissimi festival musicali nazionali.

E sempre a proposito di violenza sulle donne, quanti monologhi sono stati fatti dopo il capodanno di Colonia del 2016? E sulle misure adottate per gli anni successivi? Sarebbe stato bello ascoltare, poi, monologhi sulla solidarietà femminile quando la deputata laburista Sarah Champion è stata costretta alle dimissioni. Perché dopo anni di denunce aveva osato scrivere un editoriale in cui denunciava le bande di pakistani che, a zonzo per il Paese, violentano le ragazzine bianche. Considerazioni troppo disdicevoli per la sinistra inglese. E cosa dire ancora delle oltre mille ragazze cristiane e indù che, ogni anno, vengono rapite, violentate, convertite forzatamente all’islam e costrette a sposare un musulmano molto più grande. Una barbarie che si compie con la complicità delle autorità. Solo qualche giorno fa l’Alta Corte del Sindh ha deciso che il matrimonio di una 14 enne cristiana con un musulmano – malgrado rapimento, violenza e tutto il resto – è da ritenersi valido.

Il Pakistan può continuare tranquillamente a perseguitare i cristiani, a favorire il rapimento e lo stupro delle ragazze cristiane, a uccidere chi chiede di non essere discriminato, tanto nessuno farà mai un monologo o una denuncia come si deve da nessun palco con una certa eco. E nessuno racconterà  delle torturatrici della polizia religiosa istituita dall’Isis a Raqqa. Dove l’organizzazione terroristica aveva istituito una vera gestapo al femminile.

Donne che torturano altre donne e una sola la parola d’ordine: rapire, colpire, torturare e uccidere le infedeli, le donne crociate o semplicemente senza velo. La violenza sulle donne è una cosa seria, ma di quella vera e diffusa nessuno ne parlerà mai, perché troppo brutale per i discorsi che devono piacere a tutti quelli che piacciono. Troppo complessa per l’evanescente ideologia di cui è imbevuta quella approvata dal pensiero unico. (qui)

E non è ancora tutto. Anzi, questo è ancora il meno

RULA JEBREAL HA RACCONTATO UNA MAREA DI BALLE SULLA SUA VITA? NEL 2011 DESCRIVEVA SUO PADRE COME UN EROE, MA PER FARE LA FENOMENA A SANREMO LO HA DESCRITTO COME UN MOSTRO

di Gianluca Baldini (tratto dal web)

Rula Jebreal sul palco di Sanremo ha raccontato di sua madre, morta suicida dopo anni di soprusi subiti dal padre.
Rula lacrime
Bene, in questa intervista recuperata dal webarchive (CLICCA QUI PER IL LINK) raccontava una storia profondamente diversa, dipingendo il padre come un santo che aveva subito le follie di una madre alcolizzata e promiscua e che aveva cercato in ogni modo di salvarla nonostante le sofferenze arrecate e le corna.
Il discorso di Rula è stato scritto da Selvaggia Lucarelli (evidentemente Rula non era in grado di scriverlo da sola), ma l’ha letto lei, avallando quella versione ritoccata.
Raccontando che il padre era uno stupratore e la madre una vittima.
Quale sia la verità lo sa solo lei, ma questo interessante aneddoto mette in evidenza l’ipocrisia, la falsità e l’opportunismo di questa donna, che infanga la memoria dei suoi cari per fare spettacolo.
Quando ho pubblicato la foto della Jebreal con Weinstein
jebreal-weinstein 1
jebreal-weinstein 2
qualcuno tra i miei contatti si era risentito.
Così ho dovuto spiegare che lei è una cara amica di Weinstein, che fu produttore del suo film e amico intimo dell’ex di Rula, nonché regista del medesimo film Julian Schnabel.
A casa di Schnabel si tenevano i festini in cui Weinstein incontrava le sue vittime (questo sostengono un certo numero di accusatrici) e in quella casa Rula ci ha vissuto per anni.
Sarà per questo che nel pieno dello scandalo #metoo si è tenuta a debita distanza dal dibattito social.
C’è altro da aggiungere? (qui)

No, in effetti. Al primo momento qualcosa pensavo di aggiungere, ma mi rendo conto che non ci sono aggettivi adeguati a qualificare questo essere che non solo mi rifiuto di chiamare donna, ma che ho anche qualche difficoltà a considerare umano.

barbara

PER QUANTO INCREDIBILE POSSA SEMBRARE

Io, la seconda persona più stonata del pianeta (fino al 1984 ero la prima, poi è salito alla ribalta Jovanotti che mi ha rubato la prima posizione) all’ultimo incontro del corso di teatro ho fatto questo (no, non il pezzo, solo il gorgheggio, che è comunque tanta roba) e, ancora più incredibile, non solo nessuno è svenuto dall’orrore, ma addirittura l’hanno riconosciuto.

La cosa bella del corso di teatro (teatro contemporaneo per la precisione, in cui più che con la voce si lavora con il corpo) è che mi fa sentire libera: libera di fare, di provare, di sperimentare, di mettermi in gioco senza inibizioni di sorta. Libera, anche, di non lasciarmi condizionare dai miei limiti. Nel video della nostra piccola rappresentazione che ho postato qualche giorno fa, si vede chiaramente la mia schiena deforme, totalmente priva sia di cifosi che di lordosi e di conseguenza (in conseguenza anche di questo) quasi completamente rigida. Con in più gli esiti di due fratture vertebrali (di cui una con avvallamento, che in sei settimane mi ha fatto perdere due centimetri di statura), tre ernie discali, due protrusioni, artrosi cervicale, artrosi lombare, alcune vertebre bloccate. Tutto questo comporta che molti movimenti li faccio in maniera estremamente goffa. E tuttavia li faccio senza provare il minimo imbarazzo, non solo nel gruppo, ma anche di fronte al pubblico. E le ginocchia distrutte dall’incidente che non mi permettono di inginocchiarmi rendono ancora più goffo il mio alzarmi da terra, il che non mi induce a cercare di limitare le situazioni in cui mi trovo seduta o sdraiata per terra. Davvero, non avrei potuto avere idea migliore di quella di iscrivermi a questo corso di teatro, l’anno scorso (grazie Stefano!)

barbara

UNA BREVE RIFLESSIONE PER CONCLUDERE

(Precedenti uno, due, tre, quattro)

Il bambino quando viene al mondo, e per molti anni ancora, ha un certo numero di bisogni che non può soddisfare da solo: qualcun altro deve provvedere. Per questo il primo bisogno in assoluto, prima di quello di essere accudito e pulito, prima di quello di essere curato se sta male, prima ancora di quello di essere nutrito, è quello di essere accettato: se il bambino non è accettato, non saranno soddisfatti neanche gli altri suoi bisogni. E il bambino lo sa: molto prima di acquisire la capacità di ragionare, anche in età precocissima (per quella di due mesi posso garantire personalmente), il bambino istintivamente percepisce che per sopravvivere deve compiacere in ogni modo chi possiede le chiavi di questo bene primario e vitale, e per compiacerlo è pronto a fare qualunque cosa, ad accettare qualunque compromesso, a mentire spudoratamente ogni volta che si renderà necessario. E così quando la vicina cretina fa alla bambina di quattro anni l’immancabile domanda cretina “Chi sposerai da grande?”, la bambina sa che il padre si aspetta che lei risponda con entusiasmo “Il papà!”; sa che se non rispondesse così, il papà resterebbe molto deluso, e sa che il papà deluso è un’esperienza che è decisamente meglio non rischiare di affrontare. L’entusiasmo magari no, quello con tutta la buona volontà proprio non riesce a mettercelo, però la risposta, decisa, è quella: “Il papà”. Anche se quell’uomo le provoca soprattutto ansia e terrore (e più avanti anche ribrezzo e schifo. E orrore). E il papà gongola soddisfatto. Poi magari dieci o venti o trenta anni dopo, capiterà che in un normale scontro fra madre e figlia, la madre in vena di vittimismo chieda “Ma che cos’ha quella con me?”, e allora il padre le spiegherà con aria saputa: “Tutte le figlie odiano la madre, perché sono innamorate del padre e vorrebbero andare a letto con lui”.

Ecco, il famigerato complesso di Edipo e di Elettra è tutto qui. Poi, come già detto altrove, saggi e trattati non li scrivono i bambini bensì i genitori dei bambini, i quali hanno provveduto a riaggiustare tutta la faccenda a loro uso e consumo.

barbara

VIOLAZIONI DEL SETTING

Ovvero le violazioni dei limiti nei rapporti fra terapeuta e paziente in campo psicanalitico. Un libro (del 1995) da una parte scontato, dall’altra sconvolgente. Scontato perché non ho mai avuto il minimo dubbio sul fatto che gli psicoanalisti siano psicopatici, sconvolgente perché nonostante tutto non immaginavo fino a che punto arrivassero gli abusi degli psicanalisti nei confronti dei pazienti. Qualche riga dell’introduzione potrà cominciare a darne un’idea.

Non conosciamo la reale portata del problema, ma nella zona di Boston e dintorni più di 400 donne hanno frequentato gruppi di supporto per pazienti che hanno subito abusi sessuali da parte del loro analista o terapeuta.

Abusi di ogni genere, fra cui quelli sessuali, particolarmente gravi e abbietti in quanto perpetrati su persone fragili, usando ogni mezzo, dalla persuasione alla pressione al ricatto fino allo stupro vero e proprio.

Un esempio concreto.

Il caso del dottor G

Il dottor G era un analista di 48 anni accusato di comportamenti sessuali scorretti dopo che sei pazienti si fecero avanti dichiarando che aveva avuto rapporti sessuali con loro. Ognuna di loro descrisse la medesima situazione. Inizialmente si dimostrava affettuoso e comprensivo con queste donne, tutte con gravi difficoltà nelle relazioni interpersonali. Dopo alcune settimane di terapia o di analisi, il dottor G diceva che il loro problema principale consisteva nell’incapacità di fidarsi degli uomini. Diceva così: “Probabilmente non ha nemmeno abbastanza fiducia in me da togliersi la camicetta”. Alla risposta indignata delle pazienti che ovviamente non si sarebbero spogliate di fronte a lui, egli replicava “vede cosa intendo?”.
Con modi affascinanti e persuasivi, continuava a fare proposte sessuali alle pazienti facendo loro più o meno questo discorso: “Se lei non riesce a fidarsi di me tanto da avere con me dei rapporti sessuali, come può pensare di riuscire mai a fidarsi degli uomini al di fuori della terapia? Questa relazione è un luogo sicuro in cui esplorare i suoi problemi relativi alla fiducia e alla sessualità. Deve pur cominciare da qualche parte”. In questa maniera poteva riuscire a intaccare la riluttanza delle pazienti ad avere rapporti sessuali con lui. Quando infine accettavano le sue avance, egli chiedeva loro di confessargli le loro più spaventose fantasie sessuali. Quindi le agiva con le pazienti per aiutarle a “elaborare” le loro paure.
Anche se inizialmente negò le accuse, quando gli venne revocata la licenza per praticare la professione riconobbe che c’era una parte di verità nei resoconti delle pazienti ma negò con forza di aver sbagliato. Sostenne che in ognuno dei casi i rapporti sessuali erano stati consensuali e che le donne avevano tratto dei benefici dall’aver fatto l’amore con lui. Non aveva alcun rimorso e si fece tranquillamente beffe della possibilità di aver fatto del male. […]
La grande maggioranza di questi casi coinvolge un terapeuta maschio e una paziente femmina. Tuttavia, esiste un piccolo numero di casi in cui le terapeute hanno sistematicamente sedotto le loro pazienti e le hanno coinvolte in attività sessuali umilianti, degradanti e sadiche (Benovvitz, 1995). Terapeuti con caratteristiche predatorie, omosessuali o bisessuali, possono a loro volta sedurre pazienti dello stesso sesso (Gonsoriek, 1989).

Ma accade anche che una terapeuta donna si lasci irretire dal giovane tossicodipendente belloccio in cui “intuisce” una carenza di attenzioni materne e quindi decide di risarcirlo dandogli tutta se stessa, e tutti i soldi che chiede, e siccome ne chiede sempre di più trova che sia più semplice dargli la sua carta di credito, e quando si accorge che la sta svenando e lo invita a moderare le spese, il bimbo viziato diventa violento e lei è costretta a fuggire e nascondersi, vivendo poi nel terrore che lui riesca a trovarla. E queste sono le persone a cui soggetti resi fragili dai problemi, soprattutto relazionali, spesso relativi ad abusi subiti, che si sono trovati ad affrontare, affidano la propria sorte. Impressionante anche l’elenco dei disturbi più frequentemente riscontrati negli analisti: disturbi psicotici, parafilie e psicopatia predatoria, mal d’amore, resa masochistica, narcisismo, e, onnipresente sullo sfondo, la diffusa convinzione che il sesso fra terapeuta e paziente fosse di per sé terapeutico.

Un altro brano significativo.

Anna Freud riconobbe in tarda età che si era sentita sfruttata in molti modi dall’analisi del padre su di lei, inclusa la pubblicazione da parte di Freud dei resoconti dei sogni diurni della figlia (Young-Bruehl, 1988). La Klein incoraggiava i suoi analizzandi a seguirla nella Foresta Nera per le vacanze, dove avrebbe analizzato i pazienti stesi sul letto nella sua stanza d’albergo (Grosskurth, 1986). Winnicott aveva tenuto per mano Margaret Little per molte sedute quando si stendeva sul lettino e, alla fine, ruppe la riservatezza raccontandole di un altro paziente che stava trattando e delle sue reazioni controtransferali verso quel paziente (Little, 1990). ]udy Cooper (1993) ha riferito che quando era in analisi con Masud Kahn, lui continuava a darle i suoi scritti chiedendole di leggerli. Indubbiamente, le aspettative di fedeltà degli analisti didatti da parte del candidato che hanno in analisi è stato uno dei più gravi problemi dei confini nel corso della storia della psicoanalisi, fino addirittura al punto che in alcuni casi degli analisti si sono presi cura dei loro precedenti analisti didatti quando sono diventati anziani.
Le violazioni dei confini sia sessuali che non sessuali erano comuni tra analisti molto influenti nello sviluppo della psicoanalisi negli Stati Uniti. Margaret Mahler ebbe una relazione sessuale con August Aichorn, che la stava analizzando (Stepansky, 1988). Frieda Fromm-Reichmann (1989) si innamorò di un suo paziente e lo sposò. Karen Horney presumibilmente ebbe una relazione con un suo candidato che aveva in analisi (Quinn, 1987). Stephen Farber e Marc Green (1993) hanno fatto il resoconto della storia di numerosi analisti infatuati di dive nel sud della California, i quali condussero analisi prive di confini con le loro celebri pazienti. Inoltre, alcuni diventarono i consulenti tecnici dei film prodotti dai loro pazienti; altri collaborarono alle sceneggiature con i loro pazienti; altri ancora addirittura incoraggiarono donazioni da parte di pazienti per varie fondazioni a cui l’analista era legato. Soprattutto, c’era una mancanza di definizione del confine tra relazione sociale e analitica.

Per non parlare dei casi in cui l’analista agisce in modo da evitare accuratamente che il paziente migliori e arrivi alla guarigione, per non dovere subire il “lutto” della fine del rapporto.

Come ho detto prima, anche per chi come me dal mondo della psicanalisi si aspetta il peggio del peggio, la quantità di letame che viene sciorinata in questo libro è davvero sconvolgente. Da raccomandare a chiunque stia meditando di affidarsi a uno psicanalista per risolvere i propri problemi.

Glen O. Gabbard – Eva P. Lester, Violazioni del setting, Raffaello Cortina Editore
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barbara

FREUD DIETRO LE QUINTE

Per la serie “Tutto quello che avevamo sempre saputo ma che adesso viene scientificamente dimostrato”.

Come Sigmund Freud ha cercato di smontare e ricostruire la sua fidanzata

Di  Frederick Crews

22 agosto 2017

Quando Sigmund Freud e la sua fidanzata Martha Bernays erano separati, come lo erano per la maggior parte dei quattro anni e mezzo del loro fidanzamento, si scrivevano a un ritmo che avrebbe fatto sfigurare qualsiasi romanziere epistolare. Fino a poco tempo fa, tuttavia, il pubblico ha visto solo una modesta selezione delle lettere di fidanzamento di Freud, redatte principalmente dai suoi eredi con l’obiettivo di rendere “un ritratto dell’uomo” – un ritratto, cioè di un fidanzato costantemente affettuoso, a volte di cattivo umore ma gradualmente indotto dalla forza del suo amore a un maggiore autocontrollo.
L’archivio completo permette di trarre alcune conclusioni meno lusinghiere. Leggendo le lettere, anche il simpatetico biografo di Freud Ernest Jones ha osservato, confidenzialmente, a un fidato sostenitore, “Martha esce dalle lettere in modo eccellente ma Freud era molto nevrotico!” Jones ha constatato che il fidanzamento aveva messo in luce un infantilismo in Freud che deve essere stato presente da sempre; e alcuni dei suoi comportamenti più strani, che Jones aveva notato ma lasciato cadere il più rapidamente possibile, si erano verificati verso la fine della lunga dilazione.
Nelle Brautbriefe (lettere di fidanzamento), vediamo che Freud stava già vivendo un problema che un giorno avrebbe attribuito a tutti gli uomini: un’incapacità, presente fin dalla prima infanzia, di conciliare la sessualità femminile con la purezza e la devozione materna. La sua sposa doveva arrivare intatta, sottomessa e sessualmente ignorante, ma anche per ricambiare una lussuria che sperava sarebbe sopravvissuta alla luna di miele. Tuttavia si aspettava anche che lo coccolasse e assecondasse come un figlio [senti senti…]. Quel ruolo, secondo Freud, era la più alta vocazione di una donna. Come avrebbe detto nel 1933, “Persino un matrimonio non è reso sicuro fino a quando la moglie non è riuscita a far diventare suo marito anche suo figlio e ad agire come madre per lui” [ma senti senti senti…].
Nella stessa maniera infantile, Freud ricordò cupamente alla sua fidanzata che la loro felicità ideale non poteva durare a lungo, perché “compaiono presto pericolosi rivali: la cura della casa e quella dei figli”. Temeva che i compiti quotidiani di Martha, con o senza figli tra i piedi, lo avrebbero derubato della sua piena attenzione.
Poiché Freud era preoccupato di proteggere la sua fidanzata dalla conoscenza sessuale, si è supposto che abbia generalizzato l’avversione all’erotismo della moglie, attribuendola poi alle vergini in generale. Le Brautbriefe , tuttavia, ci mostrano una Martha molto diversa: una civettuola che si è lasciata baciare da un altro uomo dopo essersi impegnata con Freud, e che ha provato piacere a infiammare il desiderio del suo amato. In una lettera, per esempio, ha raccontato un sogno in cui loro due si tenevano per mano, si guardavano negli occhi e poi “hanno fatto qualcosa di più, ma non voglio dire cosa.” Nota anche che questa burla amorosa arrivò meno di due settimane dopo l’inizio del fidanzamento segreto.
Quando non era occupato a lamentarsi dei suoi disturbi attuali e della negligenza futura, l’insoddisfatto fidanzato stava istruendo la sua amata su come diventare una compagna adeguatamente deferente. Chiariva che avrebbe dovuto cambiare alcuni dei suoi modi, e quanto prima, tanto meglio. Erano proprio le qualità più ammirevoli di Martha – candore inconsapevole e spontaneità, una natura fiduciosa, libertà dal pregiudizio di classe, lealtà verso la sua famiglia e i suoi valori – a colpirlo come bisognose di revisione. Così la rimproverò per aver tirato su una calza in pubblico; le proibiva di andare a pattinare sul ghiaccio se c’era un altro uomo; le chiese di interrompere le relazioni con una buona amica che era rimasta incinta prima del matrimonio; e giurò di annientare ogni residuo della sua fede ortodossa e farla diventare atea.
L’ambito in cui Martha aveva più urgentemente bisogno di essere rieducata, credeva Freud, era quello dell’eccessivo rispetto per la propria famiglia. Aveva bramato il suo nome prima del loro fidanzamento, ma ora la reputazione della famiglia di Martha suscitava la preoccupazione che lei e gli altri Bernayes potessero guardarlo dall’alto in basso come un parvenu. Avrebbe provato incessantemente, quindi, a estirpare quanto di “Bernays” c’era nella sua fidanzata e sposa. “D’ora in poi”, la ammonì con una sentenza falsamente gioviale, “sei solo un’ospite della tua famiglia, come una gemma che ho impegnato e che sto per riscattare [ auslösen ] non appena sarò ricco.”
Allo stesso modo, nonostante i passaggi sciropposi nella sua Brautbriefe , Sigmund voleva che Martha ricordasse che lei stessa non era niente di molto speciale. Ad appena nove settimane dall’inizio del fidanzamento, ad esempio, è stata informata che il suo aspetto non era affatto fuori dal comune. (Nel sottolineare invece la sua sobrietà, Sigmund stava evidentemente cercando di scoraggiarla dal flirtare con altri uomini.) E a volte la prendeva in giro con condiscendenza per la sua mancanza di esperienza e l’incapacità di collaborare al suo lavoro. Dopo aver provato ad aiutarlo con un progetto di traduzione, scrisse: “Non sono per niente contento della pochezza della mia piccola donna.”
La scusa di Sigmund per provare i limiti di Martha era che occasionalmente eseguiva lo stesso esercizio su se stesso. Come scrisse il 10 novembre 1883, “Dato che sono violento e passionale, con ogni sorta di diavoli repressi che non possono emergere, questi si agitano dentro oppure si scatenano contro di te, mia cara.” I vizi che si riconosceva erano il malumore, una propensione all’odio – “Non riesco a resistere alla silenziosa crudeltà” – e “una vena di tirannia” che ha reso “le bambine [cioè Martha] intimorite da [lui]” e lo ha reso del tutto incapace di “subordinarsi “a qualunque altra persona. Ammettendo queste caratteristiche, tuttavia, Freud non stava decidendo di frenarle nel suo matrimonio. “Vedi che despota che sono”, ha avvertito dopo appena un mese di fidanzamento. Martha doveva capire che il dispotismo sarebbe persistito.
Il fidanzamento non prevedeva alcun periodo di romantico cameratismo prima che il nuovo padrone di Martha iniziasse a stabilire le regole. Le è stato detto fin dall’inizio che ci si aspettava che soddisfacesse i suoi bisogni, gestisse la sua esistenza domestica e rispettasse le sue decisioni in tutte le altre questioni. I diminutivi da casa delle bambole con cui si rivolgeva a lei non facevano altro che rafforzare il messaggio che la sua adorata ragazza doveva vivere solo per lui, senza esercitare alcuna volontà personale. Quanto ai mezzi “femminili” per ottenere un vantaggio, dichiarò che non sarebbero stati tollerati. “Ti lascerò governare [la famiglia] quanto desideri”, decretò, “e mi ricompenserai con il tuo amore intimo e sollevandoti sopra tutte quelle debolezze che provocano un giudizio sprezzante sulle donne”.
Sebbene Freud stesse facendo eco all’ideologia delle sfere separate della sua era, lo fece consapevole di visioni più liberali che stavano cominciando ad attirare l’attenzione. In effetti, nel 1880 egli stesso aveva tradotto in tedesco, come incarico a pagamento, un volume delle opere di John Stuart Mill che conteneva il più entusiasmante appello del secolo per l’uguaglianza di genere, La servitù delle donne. Lì incontrò una discussione appassionata contro gli atteggiamenti e le abitudini oppressivi che avevano risparmiato ai maschi europei di dover competere accademicamente, professionalmente e politicamente con il 50 percento dei loro contemporanei.
Per Freud, la posizione di Mill era assurda. “Per esempio”, riferì a Martha sconcertato, l’autore “trova un’analogia per l’oppressione delle donne in quella del negro. Qualsiasi ragazza, anche senza voto e diritti legali, la cui mano è baciata da un uomo disposto a rischiare tutto per il suo amore, avrebbe potuto correggerlo a questo proposito. E aggiunse,
“È anche un’idea del tutto inattuabile mandare le donne nella lotta per l’esistenza allo stesso modo degli uomini. Dovrei pensare alla mia delicata, cara ragazza come a una concorrente? L’incontro non potrebbe che terminare con il dirle, come ho fatto diciassette mesi fa, che la amo e che farò ogni sforzo per tirarla fuori dalla competizione e inserirla nell’attività senza ostacoli e tranquilla della mia casa…
No, qui sto con gli anziani…  La posizione della donna non può essere diversa da quella che è: essere un’adorata innamorata in gioventù e un’amata moglie nella maturità.”
Freud non chiese alla sua fidanzata se fosse d’accordo con quei sentimenti. Un’eventuale opinione contraria non avrebbe contato, tranne, ovviamente, come un segno che non era ancora riconciliata con il ruolo a lei destinato. Come osservò Ernest Jones con insolito coraggio, Freud stava pretendendo niente di meno che “completa identificazione con se stesso, le sue opinioni, i suoi sentimenti e le sue intenzioni. Non era davvero sua fino a quando egli non riuscisse a percepire il suo “marchio” su di lei. E ancora, la relazione “deve essere assolutamente perfetta; la minima macchia non sarebbe stata tollerata. A volte sembrava che il suo obiettivo fosse la fusione piuttosto che l’unione. ”
Questo zelo per rifare un’altra personalità non sembra promettente per una carriera in psicoterapia, un campo che si basa sull’empatia con i tratti degli altri. Come è noto, Freud sarebbe rimasto disorientato dalle donne ma avrebbe coperto la sua ignoranza con il dogma di un’inferiorità biologica che fa sì che tutte rimangano infantili, invidiose e subdole. Quella dottrina offensiva non sarebbe radicata nelle scoperte cliniche ma nei pregiudizi e nelle paure che il teorico aveva manifestato molto prima di ambire alla competenza sulla mente.

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Da Freud: The Making of an Illusion  Utilizzato con il permesso di Henry Holt and Co. Copyright © 2017 di Frederick Crews (qui, traduzione mia)

Disturbato da sempre, dunque. Come avevamo (sì, plurale maiestatis) sempre sostenuto.

barbara

COMPLESSO DI EDIPO: NE VOGLIAMO PARLARE?

Restando in tema col post precedente, ripropongo questa riflessione che avevo pubblicato nell’altro post una quindicina d’anni fa.

Secondo la teoria messa a punto da un povero signore col cervello spappolato dalla cocaina (se qualcuno avesse ancora dei dubbi, da qui può ricavare la prova definitiva di quanto faccia male) consisterebbe nel desiderio – più o meno inconscio – del bambino di far fuori il papà e scoparsi la mamma. L’archetipo di questo impulso si riscontrerebbe nel mito di Edipo che, ci viene spiegato, ha appunto ucciso il padre per poi accoppiarsi con la propria madre. Ma siamo davvero sicuri che le cose siano andate proprio così? Proviamo ad esaminare con una qualche attenzione il mito di Edipo, così come ci viene tramandato. Innanzitutto è opportuno ricordare che quello di essere ucciso dal figlio con contorno di corna postume non è, per Laio, un tragico destino, bensì una punizione: in tempo di gioventù aveva infatti rapito e violentato il figlio di Pelope, suo amico e ospite. Ricordiamo che nella cultura greca la pedofilia, poetico nome che significa “amore per i bambini” era cosa normalmente accettata e praticata; ricordiamo che questo “amore per i bambini” non si estrinsecava confezionandogli la calza della befana, o portandoli al cinema, o regalandogli la play station: i greci manifestavano il loro amore per i bambini inculandoseli. Quindi Laio, innamorato del figlio del suo amico e ospite, per averlo non avrebbe dovuto fare altro che chiederlo, e lo avrebbe sicuramente avuto senza la minima difficoltà. Ma lui ha scelto di rapirlo e violentarlo, infrangendo così le regole sociali, i doveri di ospitalità, il legame dell’amicizia. Quindi la maledizione che viene scagliata su di lui è la giusta punizione per il suo crimine. Punizione alla quale cerca in tutti i modi di sfuggire: quando gli nasce il figlio, Edipo, gli perfora entrambe le caviglie con un gancio, gli lega i piedi con una corda e lo espone sul monte Citerone affinché muoia di freddo e fame. E qui, come si suol dire, la domanda sorge spontanea: chi vuole uccidere chi? E tutto questo, non dimentichiamolo, avviene con la complicità – passiva secondo alcuni autori, attiva secondo altri – della moglie Giocasta, madre di Edipo. Salvato dal pastore che aveva il compito di esporlo, Edipo cresce, e un giorno, fatalmente, incontra il padre Laio nel crocicchio di Delfo. E Laio aggredisce Edipo. Per motivi banali, per giunta. Semplicemente per il gusto, che ha accompagnato tutta intera la sua vita, di aggredire e usare la violenza. E per la seconda volta tenta di ucciderlo. Ed Edipo, per legittima difesa, è costretto ad uccidere il padre, di cui, beninteso, ignora l’identità. E infine l’ultimo atto della tragedia: l’incontro con la madre Giocasta e l’accoppiamento con lei. Edipo, cui era stato persino vietato di indagare sulla propria nascita, non ha alcun elemento per sospettare l’identità della donna, ma lei? Lei che conosceva le profezie? Lei che conosceva i fatti? Davvero lei era così completamente all’oscuro dell’identità del suo compagno di letto? E dunque, chi vuole scopare chi? In conclusione, nel mito di Edipo abbiamo un figlio che i genitori tentano di assassinare alla nascita, che il padre tenta una seconda volta di uccidere, con cui la madre, pur avendo molti buoni motivi per sospettarne l’identità, si accoppia senza esitazioni: siamo davvero sicuri che sia Edipo il cattivo? Siamo davvero sicuri che sia lui il colpevole? Siamo davvero sicuri che sia il figlio a odiare i genitori e non, come quotidianamente accade nella nostra vita reale e come la cronaca non manca di ricordarci, l’esatto contrario?

Aggiungo alcuni commenti, miei e altrui, lasciati nel post pubblicato all’epoca. Il primo, mio, è una risposta a un lettore che afferma che “Freud non dice questo”.

“Il suo (di Edipo) destino ci commuove soltanto perché sarebbe potuto diventare anche il nostro, perché prima della nostra nascita l’oracolo ha decretato la medesima maledizione per noi e per lui. Forse a noi tutti era dato in sorte di rivolgere il nostro primo impulso sessuale alla madre, il primo odio e il primo desiderio di violenza contro il padre: i nostri sogni ce ne danno convinzione. (…) Davanti alla persona in cui si è adempiuto quel desiderio primordiale dell’infanzia indietreggiamo inorriditi, con tutta la forza della rimozione che questi desideri hanno subito da allora nel nostro intimo. Portando alla luce della sua analisi la colpa di Edipo, il poeta ci costringe a prendere conoscenza del nostro intimo, nel quale quegli impulsi, anche se repressi, sono pur sempre presenti.” Sigmund Freud, da Interpretazione dei sogni, 1900

E adesso guardiamo la cronaca quotidiana: quanti sono i genitori che uccidono i figli e quanti i figli che uccidono i genitori? Quanti sono i genitori che seviziano i figli e quanti i figli che seviziano i genitori? Quanti sono i genitori che stuprano i figli e quanti i figli che stuprano i genitori? E fra i figli che uccidono i genitori, quanti lo fanno per pura malvagità e quanti per legittima difesa? Tra i figli che odiano i genitori, quanti sono i casi in cui si tratta di odio gratuito e quanti quelli in cui l’odio è provocato dalle inenarrabili sofferenze inflitte dai genitori ai figli? – E il mito di Edipo rappresenta ESATTAMENTE questa realtà. Il fatto che si sia tentato di capovolgerlo mi sembra niente altro che un tentativo di mascherare la realtà. E visto che non sono i bambini a scrivere saggi e trattati, bensì i genitori dei bambini, è anche evidente il motivo per cui ciò viene fatto: è esattamente lo stesso processo per cui lo stupratore ti racconta che è stata lei a provocarlo, lo stesso per cui il nazista ti spiega che sono gli ebrei che con i loro comportamenti fanno nascere sentimenti antisemiti. Nessuna sostanziale differenza.

Per quello che ne so, da sempre mamma orsa deve difendere i piccoli dagli appetiti, anzi: dall’appetito del padre (Erasmo)

Cronos, che si mangiava i figli, e a sua volta unico scampato alle grinfie di Urano che eliminava tutti i suoi figli: nessuno si chiede come mai in TUTTE le mitologie ci siano i padri che fanno fuori i figli? Da dove saranno mai scaturite?

ma Crono uccideva i propri figli per il timore di essere spodestato da uno di essi… (Djakomo)

1. a) Crono – e così suo padre Urano – non poteva avere motivi ragionevoli per temere di venire spodestato se non, mettendola in termini psicanalitici, per un meccanismo proiettivo; b) nella migliore delle ipotesi possiamo comunque dire che il potere gli interessava molto di più della sopravvivenza dei propri figli.
2. Stai continuando a trascurare ciò che sta alla base del mito di Edipo: per Laio non si tratta di un tragico destino bensì della punizione per il suo crimine. Perché Laio è un criminale, e lo è molto prima della nascita di Edipo.
3. Prendi per buone le pulsioni raccontate da Freud, e io invece non ho una sola ragione al mondo per prenderle per buone. In effetti tutta la faccenda si basa unicamente sulle elucubrazioni di Freud, che per arrivarci ha dovuto letteralmente capovolgere la vicenda di Edipo.

E vogliamo parlare della figlia Anna, costretta per tutta la vita al ruolo di sua vestale, di cui era così patologicamente geloso da non avere mai permesso a nessun uomo di avvicinarlesi – e chissà se avrebbe scelto il lesbismo se fosse stata libera di scegliere la propria vita… Figlie innamorate del papà, eh? Figlie gelose delle donne che si avvicinano al papà, eh? Figlie che sognano di scoparsi il papà, eh?

barbara

IDA

Ida si chiamava, Ida e non Dora, come l’ha ribattezzata il suo aguzzino, lo psicopatico dal cervello spappolato dalla cocaina, inventore del complesso di Edipo e dell’invidia del pene; lo psicopatico che ha fabbricato due etichette in cui riversare le proprie perversioni; lo psicopatico che proiettava poi le sue personali perversioni sulle proprie pazienti; lo psicopatico che quando una paziente denunciava i continui abusi sessuali subiti dal padre si inventava che questi non erano mai esistiti, che erano tutte fantasie sviluppate dalla paziente per mascherare a se stessa il folle desiderio di essere scopata dal paparino. Lui.

Era stato suo padre a portare Ida da Freud. Il padre aveva un’amante, e il marito dell’amante aveva ripetutamente insidiato Ida, fin da quando era quasi una bambina. Quando Ida si decide a raccontare al padre quanto avvenuto, il padre chiama l’amico e molto pacatamente gli chiede se sia vero, e l’amico – indovinate un po’? – non solo nega categoricamente, ma insinua che, a dirla proprio tutta, in realtà è la ragazza che… E il padre – indovinate un po’ anche questa – sceglie di credere all’amico, che gli è parso sincero e convincente. Ida, persona evidentemente un po’ fragile che anche in passato aveva avuto dei problemi, somatizza il doppio colpo ricevuto dall’amico di famiglia e dal padre. Il quale prima va da Freud e gli racconta i fatti dal suo punto di vista (la ragazza si comporta male e si è inventata che…) e poi la costringe ad andare dal geniale dottore che, bontà sua, accetta di prenderla in cura: un’ora al giorno, sei giorni la settimana. E, come in un processo staliniano in cui la colpevolezza è stata stabilita a priori e l’unico scopo della commedia è quello di costringere l’imputato a confessare, senza limiti né legali né morali agli strumenti usati per raggiungere lo scopo, comincia la tortura, ossia il tentativo di convincerla che lei è follemente innamorata del padre, che muore dalla voglia di scopare col padre, che è follemente innamorata anche del persecutore sul quale ha trasferito l’amore impossibile per il padre, e naturalmente, avendo deciso che questa è la verità, qualunque argomento, qualunque episodio, qualunque spiegazione serve a dimostrarlo. I periodi di afonia? La prima volta è durato esattamente quanto l’assenza del suo amante (sic!): chiaro: se manca lui che è la sua ragione di vita, non vale la pena di parlare. Ma altre volte sono rimasta afona anche quando lui era presente: chiaro, per mascherare la verità, che sarebbe apparsa evidente a tutti se la tua afonia avesse coinciso con l’assenza di lui. La tosse? Un tentativo per indurre il padre a lasciare l’amante. E come?! La tosse è una proiezione: speri che venga a lui così non potrà più incontrare la sua amante, della quale sei gelosa perché vorresti essere tu al posto suo. E in che modo la tosse potrebbe impedirglielo? Non c’è un solo tipo di rapporto sessuale, tu stai pensando al rapporto orale (naturalmente la ragazza non ha la minima idea di che cosa stia parlando, usando oltretutto termini latini, ma questo non ha importanza: lei non conosce quella faccenda, ma il suo inconscio sicuramente sì). Mal di pancia? Viene alle donne che si masturbano. Perdite vaginali? Vengono alle donne che si masturbano (lui è al corrente del fatto che il padre nel corso delle scorribande prematrimoniali si è beccato una malattia venerea, che dopo il matrimonio l’ha trasmessa alla moglie che non è mai guarita e ne soffre tuttora, e che non si può escludere che lei l’abbia a sua volta trasmessa alla figlia durante la gravidanza, ma dal momento che lui sa qual è la vera causa, neppure per un momento è disposto a prendere in considerazione questa possibilità). Apre la borsetta appena comprata e infila le dita per accarezzare le sue iniziali ricamate nella fodera? Sta simulando un atto masturbatorio. Ha comprato la borsetta coi soldi che le ha regalato il padre? Allora è chiaro come il sole: sta morendo dalla voglia che quel gesto su di lei lo faccia suo padre. E così via, con un crescendo di toni aggressivi e intimidazioni, in un delirio senza fine, in un abisso di follia in cui tenta di trascinare la vittima, come fa con tutte le sue vittime – ma questa volta accade qualcosa di imprevisto: la vittima oppone resistenza, la vittima riesce a sottrarsi al tentativo di lavaggio del cervello, la vittima, pur con qualche perplessità e dubbio iniziale, sa perfettamente che non è innamorata del proprio padre, sa che non sta rimuovendo desideri proibiti nei suoi confronti, sa che quell’altro uomo le fa schifo, sa che tutto quello che emerge nelle sedute quotidiane è unicamente la fantasia malata del dottore, la sua insana perversione, e si rifiuta di lasciarsi portare come una pecora al macello: la vittima sacrificale rifiuta di essere sacrificata, si ribella al carnefice e lo abbandona, per sempre. E Freud scriverà il suo Dora come cronaca di un fallimento. Perché una vittima che sfugge alla scure del boia, per il boia è indubbiamente un fallimento.

Questo libro è stato scritto dalla pronipote di Ida: raccogliendo testimonianze, documenti e ricordi ricostruisce la sua vita fin dall’infanzia, la tormentata vita familiare, i problemi fisici che la assillano, il bellissimo rapporto con il fratello e, fuori di casa, la Vienna della belle époque, la guerra, il fratello Otto capo della socialdemocrazia austriaca, i disordini del ’34, l’avvento del nazismo, l’annessione alla Germania, i crescenti problemi per gli ebrei, la fuga in America… È un libro che merita di essere letto, perché è bellissimo, perché rende finalmente giustizia a una donna trattata da isterica – e passata alla storia come tale grazie al libro a lei dedicato dallo psicopatico – a causa di presunte pulsioni sessuali represse  (il mantra, da Freud in poi, del più becero maschilismo misogino), e perché ci rende un interessante spaccato di un’epoca intensa e travagliata.

Katharina Adler, Ida, Sellerio
Ida
barbara