NOSTALGICI DEL FASCISMO?

La vostra spiaggia è servita: si chiama Punta Canna (probabile richiamo alla spiaggia caraibica di Punta Cana, nella Repubblica dominicana) e si trova a Chioggia, in provincia di Venezia. Ci trovate ritratti di Mussolini, saluti fascisti, spiritosi cartelli che introducono alle camere a gas, e varie altre amenità, mentre il duce della spiaggia vi intrattiene – ogni mezz’ora, se ho capito bene – con la sua filosofia

qui notizie dettagliate.
Per fortuna, per una volta tanto, il clamore suscitato da questo obbrobrio ha ottenuto i risultati sperati: gli è stato gentilmente spiegato, da parte della Digos, che quella non è casa sua, e ordinato di rimuovere tutta quella spazzatura. Naturalmente – che razza di fascista sarebbe se no? – il signor Gianni Scarpa (omonimo e quasi concittadino di un mio collega in Somalia; per fortuna l’età mi assicura che si tratta di un’altra persona) ha obbedito. (Grazie a “Ben” per la segnalazione)

barbara

HEBRON, PATRIMONIO PALESTINESE

storico, artistico, religioso eccetera eccetera, da mettere sotto la protezione dell’UNESCO in quanto sito in pericolo. Messo in pericolo da Israele, beninteso.

Hebron nella Bibbia

Esempi:
– Allora Abramo levò le sue tende e venne ad abitare alle querce di Mamre, che sono a Hebron; e là costruì un altare all’Eterno. (Genesi 13:18)
– E Sara morì a Kirjath-Arba, (che è Hebron), nel paese di Canaan; e Abrahamo entrò a far lutto per Sara e a piangerla. (Genesi 23:2)
– Poi Giacobbe venne da Isacco suo padre a Mamre, a Kirjath-Arba, (cioè Hebron), dove Abrahamo e Isacco avevano soggiornato. (Genesi 35:27)
– Allora Giosuè lo benedisse e diede Hebron in eredità a Caleb, figlio di Jefunneh. Per questo Hebron è rimasta proprietà di Caleb, figlio di Jefunneh, il Kenizeo, fino al giorno d’oggi, perché aveva pienamente seguito l’Eterno, il Dio d’Israele. (Giosuè 14:13-14)
– Davide condusse anche gli uomini che erano con lui, ognuno con la propria famiglia, e si stabilirono nelle città di Hebron. (2 Samuele 2:3)
– Il tempo che Davide regnò a Hebron sulla casa di Giuda fu di sette anni e sei mesi. (2 Samuele 2:11)
– In Hebron a Davide nacquero dei figli… Questi nacquero a Davide in Hebron. (2 Samuele 3:2,5)
– Allora tutte le tribù d’Israele vennero da Davide a Hebron e gli dissero: Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne. Già in passato, quando Saul regnava su di noi, eri tu che guidavi e riconducevi Israele. L’Eterno ti ha detto: Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai principe sopra Israele. Così tutti gli anziani d’Israele vennero dal re a Hebron e il re Davide fece alleanza con loro a Hebron davanti all’Eterno, ed essi unsero Davide re sopra Israele. Davide aveva trent’anni quando cominciò a regnare e regnò quarant’anni. Hebron regnò su Giuda sette anni e sei mesi; e a Gerusalemme regnò trentatré anni su tutto Israele e Giuda. (2 Samuele 5:1-5)
– Allora tutto Israele si radunò presso Davide a Hebron e gli disse: Ecco noi siamo tue ossa e tua carne; … Così tutti gli anziani d’Israele vennero dal re a Hebron, e Davide fece alleanza con loro a Hebron davanti all’Eterno; quindi essi unsero Davide re sopra Israele, secondo la parola dell’Eterno pronunciata per mezzo di Samuele. (1 Cronache 11:1,3).

*

Hebron nel Corano

Esempi:

 

 

Marcello Cicchese su http://www.ilvangelo-israele.it/

L’amico David Pacifici mi fa notare che in questa interessante carrellata di citazioni bibliche della città di Hebron manca quella che è forse la più importante di tutte: l’acquisto in contanti, da parte di Abramo, della Grotta di Machpelà per seppellirvi la moglie Sarah, come si può leggere qui.

Poi, già che ci siamo guardiamoci anche questo video

e leggiamo il solito, imprescindibile, Ugo Volli.
E prossimamente su questi schermi:
baccalà
barbara

BAMBINATE

In dodici stuprano una ragazzina di quindici anni, la quale è poi costretta a lasciare il paese perché quelli sono minorenni e vengono “messi in prova” nel paese stesso, ossia continuano a restare in circolazione. E il sindaco commenta “È stata una bambinata”.

Ora, non avendo esperienze in materia, non so se quella delle dimensioni dei negri sia realtà o leggenda, ma nel caso fosse realtà, auguro al signor sindaco una bella bambinata negra, rigorosamente minorenne beninteso (se no non sarebbe una bambinata), diciamo diciassette anni e undici mesi, per andare sul sicuro, ma di quelle proprio robuste. E poi torniamo a intervistarlo.

barbara

TRAMONTO

Il braccio destro intorno alle spalle della figlia. Si avvicina la moglie e lui apre il braccio sinistro, affinché si unisca all’abbraccio, poi avvicina le braccia per stringere il cerchio, in modo che la donna e la ragazza possano abbracciarsi tra di loro. Lento, quasi guardingo, si avvicina il figlio adolescente, ostentando superiorità verso tutto quel tenerume. La madre apre il braccio sinistro, senza parlare, guardandolo. Alla fine si annida anche lui in quell’abbraccio tenerissimo, tutti e quattro con sorrisi vaghi e gli occhi persi in quel tramonto bellissimo, struggente.

Più in là un ragazzo e una ragazza, intrecciati stretti. Talmente stretti che sarebbe arduo capire fin dove arrivi l’intreccio. Forse lo stanno sentendo, il tramonto, ma sicuramente non lo stanno vedendo, persi unicamente l’uno negli occhi dell’altra.

Due bambini, sordi ai richiami della madre, continuano ostinatamente a giocare, per rubare ancora un minuto, ancora un secondo, ancora un respiro all’estate finché dura, finché c’è.

E io continuo nella mia camminata lenta, lentissima, nella luce che a poco a poco svanisce mentre le onde, con sensuale delicatezza, venendo a morire sulla battigia, con l’ultimo respiro mi accarezzano i piedi.

barbara

DEDICATO AL NOSTRO CARO PAPA ARGENTINO

Al final se aclaro el dilema !!!!!!!!!!!!!!

Finalmente se logro echar luz sobre tan discutido y delicado tema…

Existen 3 pruebas de que Jesús podía haber sido Judío:
1. Trabajo en el negocio de su padre.
2. Vivió en su casa hasta los 33 años.
3. Estaba seguro de que su madre era virgen, y su madre estaba segura de que el era Dios.

Asimismo hay 3 pruebas de que Jesús podía haber sido Puertorriqueño
1. Su primer nombre era Jesús
2. Siempre tenia problemas con la ley.
3. Su madre no sabia quien era su padre.

Otras 3 pruebas dicen que Jesús podía haber sido Negro:
1. Llamaba a todo el mundo “hermano”.
2. No tenía domicilio permanente.
3. Nadie lo contrataba.

Aparecieron 3 pruebas de que Jesús podía haber sido Californiano:
1. Nunca se cortaba el pelo.
2. Caminaba descalzo.
3. Invento una nueva religión.

Pero, existen 10 pruebas de que Jesús podía haber sido Argentino:
1. Fue condenado mientras que, el verdadero ladrón fue perdonado.
2. Cuando lo encontraron muerto, estaba en calzoncillos.
3. Sus familiares fueron a visitar su tumba y ya no estaba.
4. Estaba rodeado de pobres y cada día eran más.
5. No pagaba impuestos.
6. Era bueno con las prostitutas.
7. En la ultima cena con sus amigos, no pagó la cuenta.
8. Hizo aparecer mas alcohol en una reunión donde solo había agua.
9. Siempre tenia una explicación para todo.
10. Nunca tenia un peso en el bolsillo.

Ya no quedan dudas, Jesús, era Argentino!!!

Che poi la versione italiana faceva “lei non c’è, lei non c’è, esce con tutti ma non con te” e Boncompagni chiedeva ma che è? e Arbore rispondeva (o viceversa): “È una corpivendola!”.

barbara

UN NUOVO TIPO DI DETECTIVE

“Fare il detective di accessibilità non era il lavoro che volevo”, dice Maayan Ziv (@maayanziv_), fotografa nata con distrofia muscolare. “Ma ero così frustrata per le ore perse a chiamare in anticipo per sapere se i luoghi in cui volevo andare erano accessibili a una sedia a rotelle. Volevo uscire e fare le cose che voglio, semplicemente, come chiunque altro.” La soluzione di Maayan è stata quella di avviare Access Now (@ accessnowapp), una app che raccoglie informazioni sull’accessibilità dei luoghi a persone con disabilità in tutto il mondo. È stata ispirata dallo spirito aperto della sua casa di Toronto: “Ovunque vada, si parla di creare pari opportunità per tutti, non importa il tuo background, il sesso, la religione, la capacità o l’etnia”, dice. “Molte persone pensano che l’accessibilità sia solo qualcosa per le persone con disabilità. Ma le persone non sono disabili; sono i nostri ambienti che mettono in difficoltà. La verità è che gli spazi accessibili facilitano la vita a tutti”. (da Instagram, traduzione mia)
Maayan Ziv
Foto di @maayanziv_

barbara

VIA DALL’INFERNO

Credo che la cosa migliore, per presentare questo libro, sia riprodurre l’introduzione della co-autrice.

A partire dagli anni Ottanta assistiamo all’incremento del fenomeno delle bande, a cui è connessa la mitizzazione della figura del piccolo boss, per il quale il gran numero degli stupri di gruppo commessi, i cosiddetti “progetto troie”, costituisce motivo di vanto. Il film La Squale ha portato sullo schermo e rivelato al pubblico la pratica della “giostra”, durante la quale un ragazzo fa “girare” la sua ragazza.
Questo libro e un pugno allo stomaco. Ci sbatte in faccia un fenomeno sociale che, in alcune cité così vicine alle nostre grandi città, consiste nell’istituzione e nella banalizzazione della violenza sessuale. Oggi, la sessualità è spesso ridotta a un rapporto di forza e di prevaricazione. La legge che regna è quella del più forte contro il più debole: la legge della giungla. Questo libro alza il velo sulla condizione intollerabile che alcune ragazze vivono, combattute fra due schiavitù: obbedire restando chiuse in casa o rischiare, nella strada, di diventare preda delle bande e della loro ferocia sessuale.
Samira è una sopravvissuta. È stata vittima di due stupri di gruppo all’età di quattordici anni, poi di un terzo all’età di diciassette. Ha vissuto un’adolescenza devastante, attanagliata dalla vergogna, dai sensi di colpa, da un sentimento di totale abbandono e dalla paura di nuove aggressioni. Schiacciata dalla sofferenza, dall’incomprensione e dalla solitudine, non ha potuto reagire che con la violenza e l’illegalità, con una vita sbandata in perenne fuga da casa. Si è lentamente distrutta fino a diventare un piccolo animale selvaggio, una carica di dinamite.
Nel 1998 la polizia ha arrestato 994 minori accusati di stupro di gruppo su ragazze minorenni. Secondo l’inchiesta nazionale sulla violenza nei confronti delle donne, appena il 5 per cento degli stupri commessi su donne maggiorenni sarebbero oggetto di denuncia. Non si conoscono statistiche relative alle ragazze minorenni, ma si sa che pochissime osano sporgere denuncia. La vergogna e la paura di rappresaglie le spingono a chiudersi nel silenzio. È per questa ragione che la giustizia si occupa di crimini di questo tipo solo da poco tempo. Molti responsabili di quanti occupano posti di responsabilità continuano a far finta di non vedere, affermando che si tratta di fenomeni isolati e che la miseria sessuale è presente ovunque. Sembra che in questi quartieri che eufemisticamente vengono definiti “sensibili”, dove la maggioranza delle famiglie sono immigrate, sia difficile assegnare alla donna una precisa collocazione. Alcuni giovani sono preda della contraddizione tra il rigore delle proprie radici culturali (integralismo religioso, idealizzazione della donna, poligamia…) e un ambiente culturale fortemente erotizzato. Il flirt è proscritto, così come l’amicizia ragazzo-ragazza, mentre la tensione sessuale è esasperata. La sola educazione sessuale che ricevono questi ragazzi è quella dei film pornografici, non hanno nessun’altra immagine della relazione d’amore. Questi adolescenti non hanno più alcun punto di riferimento e non hanno coscienza della gravità delle loro azioni. Per loro la “giostra” è un gioco e le ragazze degli oggetti.
Le ragazze stuprate diventano agli occhi dei ragazzi e di tutta la cité delle “poco di buono” verso le quali tutto è permesso. La violenza inflitta alle ragazze non è solo fisica. Oltre al trauma dello stupro, esse devono affrontare la violenza morale, rappresentata da una reputazione compromessa, dalla vergogna, dall’umiliazione e dalla paura di rappresaglie qualora osino sporgere denuncia.
Questo è l’inferno che ha vissuto Samira ma, se è vero che tante altre sono sprofondare nella droga, nella prostituzione, nella follia, lei è riuscita a riprendersi in modo esemplare e a ventinove anni è una giovane donna piena di vita e di speranza.
È questa storia che vogliamo raccontare, questa inversione di marcia, questa metamorfosi, questo passaggio dalle tenebre alla luce, questa speranza che Samira vuol far rinascere in quelle che, come lei, hanno visto la propria infanzia depredata, il proprio futuro annientato. È soprattutto per loro che Samira ha scritto, per dire loro che tutto, sempre, è possibile.
Borys Cyrulnik, in Dolore meraviglioso, si sorprende del fatto che alcune persone possiedano la capacità di trionfare su disgrazie immani e di costruirsi una vita di uomo o di donna, malgrado tutto. Questa capacità è da lui definita “capacità di resilienza”.
«Un’avversità è una ferita che si inscrive nella nostra storia, non è un destino». Ecco che ci allontana dai discorsi fatalisti ai quali siamo stati abituati. Ci si può interrogare su ciò che ha dato a Samira la forza per venirne fuori, quando tante altre sue compagne di sventura sono state totalmente distrutte, Samira aveva due elementi a suo favore fin dall’inizio: una natura particolarmente combattiva, ereditata da sua madre, e la stabilità affettiva di cui ha beneficiato nella sua famiglia d’adozione, durante i suoi primi quattro anni di vita. Non ha mai perso la speranza. Non ha mai smesso di volerne venire fuori, di tornare alla carica dopo i ripetuti fallimenti, ma era come se il suo passato la riafferrasse inesorabilmente e lei continuasse a pagare per il fatto di essere stata vittima.
È Fanny, la psicologa che la segue da cinque anni, che l’ha aiutata, pazientemente e intelligentemente, a uscire dal tunnel e a gettare le fondamenta della sua ricostruzione. È grazie a questo lavoro terapeutico che Samira è approdata al libro e che noi ci siamo incontrate.
La scrittura del libro è stato il secondo stadio della sua liberazione. Avrei potuto scegliere di intervistare Samira e scrivere io stessa la sua storia. Ho preferito che fosse lei a scrivere. Prima di tutto perché ha un modo di esprimersi intenso e ricco di immagini, poi, e soprattutto, perché ha già un luogo per la parola, mentre la scrittura richiede un diverso lavoro su di sé. È un lavoro personale di introspezione e precisione. Scrivere con l’obiettivo di essere letta, da me nella seduta successiva e in seguito da un eventuale lettore, l’ha obbligata a mantenere un certo rigore e a non “abbandonarsi” a un’espressione spontanea. Il libro non doveva essere il prolungamento della sua terapia. Ho cercato, attraverso il confronto con me, di portarla a una maggiore concisione e coerenza. Collaborando alla scrittura per renderla più accessibile, spero di aver rispettato il più possibile il colore del racconto e la personalità di Samira. Ho perciò accettato di sostenere Samira nella stesura del suo libro e sono contenta di averlo fatto. Sono stata colpita al cuore dalla sua rabbiosa voglia di farcela e dalla crudeltà della sua storia. Ho riso fino alle lacrime quando questa piccola donna tutto pepe mi demoliva il suo mondo, con un vocabolario spassosissimo e un umorismo corrosivo. Samira, la piccola beurette, ha condiviso la mia vita, ha occupato i miei pensieri e anche un po’ quelli della mia famiglia e dei miei amici. Ho beneficiato al cento per cento di questa avventura comune. È una grande occasione poter partecipare alla liberazione di un essere umano.
Per un anno ci siamo incontrate due, tre ore alla settimana. Nei primi tempi del nostro lavoro in comune, Samira era ancora piena del suo passato, ferita, sofferente. I ricordi e la loro comprensione erano confusi. Era attaccata al suo vissuto e lo viveva ancora come se fosse colpevole e avesse meritato quanto aveva subito. Non possedeva le parole per esprimere le emozioni legate ai suoi traumi. Tuttavia, il suo corpo reagiva e soffriva man mano che i ricordi riaffioravano in lei.
Una volta che le violenze della sua storia sono state estirpate dalla memoria, stampate, lette e rilette, lei ha cominciato a prendere le distanze dal suo passato e a pacificarsi. Tutto era stato detto, urlato, pianto. Tutto era stato ripensato, compreso, integrato. Aveva ricollocato al proprio posto ogni avvenimento della sua vita. Tutto era stato ordinato, sistemato, messo per iscritto. Finalmente c’era posto per qualcos’altro.
Oggi Samira non si definisce più come “Samira, violentata” ma come una Samira che riesce a non parlare più del suo passato, una Samira rinata, pronta per vivere.

JOSEE STOQUART

Le banlieues parigine, popolate da immigrati di prima, seconda o terza generazione, e l’inferno che questi vi hanno creato. In quelle di cui parla Samira non ci sono ancora tutte le cose che vediamo oggi, ma la violenza sì, quella c’è tutta, l’arroganza c’è tutta, la prevaricazione c’è tutta. Violenza in strada e violenza in famiglia (il padre che, quando apprende che non solo è stata violentata, ma che a violentarla sono stati dei NEGRI, le urla “mi fai schifo!” e la caccia di casa, ragazzina adolescente). E come in tutti gli inferni, ci sono molti sommersi e qualche salvato. Samira, apparentemente, appartiene ai salvati; le ultime parole del libro sono

Non devo più utilizzare la mia carta di identità di vittima, ora esisto diversamente. Sono Samira, ho ventinove anni. Credo nella vita e aspiro alla felicità. Ho fatto quello che dovevo fare per esserne capace.

Due anni dopo è morta di cancro allo stomaco. Aveva trentun anni. Ironia della sorte, nel raccontare il baratro in cui si trovava a ventisette anni, scrive “se pensavo a me di lì a dieci anni, mi vedevo già morta”. Invece se n’è andata sei anni prima delle previsioni più nere. E tuttavia il fatto di essere uscita dall’inferno aiuta a credere che una via di uscita, se davvero si vuole uscire, forse si riesce a trovarla.

Samira Bellil, Via dall’inferno, Fazi Editore
Via dall'inferno
E qui una testimonianza di Samira Bellil.
Père-Lachaise_Bellil
barbara

CHISSÀ QUANTI DI VOI

si saranno innamorati con questa canzone! Chiunque ascolti la radio ha occasione di sentire questa frase almeno una volta al giorno, e io ogni volta mi chiedo come funzioni. Cioè, sono vicino a Carlo, suonano Questo piccolo grande amore e io mi innamoro di Carlo; sono vicino a Giulio, suonano Questo piccolo grande amore e io mi innamoro di Giulio; sono vicino a Carlo, suonano Fin che la barca va e non mi innamoro di Carlo; sono vicino a Giulio, suonano Fin che la barca va e non mi innamoro di Giulio. A volte si sentono anche le testimonianze: noi ci siamo innamorati proprio con questa canzone, e lì le mie perplessità aumentano ulteriormente. Sull’intelligenza umana, intendo. Io mi sono innamorata a un tavolo da ping pong, in uno studio dentistico, ai piedi di un ciliegio, in un’aula universitaria, a Hyde Park… Mi sono innamorata di una persona, di uno sguardo, di un gesto, di un corpo, di una voce… Innamorarmi “con” qualcosa è un concetto che proprio mi sfugge. E a voi?
Ad ogni buon conto, per dispetto, vi schiaffo giù questa.

barbara