È INIZIATA CHANUKKAH

barbara

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LA RAGAZZA CON LA LEICA

La ragazza con la Leica è Gerta Pohorylle, nome d’arte Gerda Taro, compagna di André Friedmann, meglio noto come Robert Capa, morta in Spagna dove si trovava per documentare la guerra civile. Se ne sarebbe potuta fare una bella storia. Sarebbe. Perché quello che ne è uscito è un libro brutto, noioso, dispersivo, pesante, scritto male, con mucchi di nomi buttati lì spesso senza chiarire di chi si tratta, divagazioni che niente hanno a che fare con le vicende narrate e niente chiariscono, continui inserti in francese inglese tedesco spagnolo yiddish ebraico, continui salti temporali avanti e indietro, senza alcun criterio e senza alcuna logica, e spaziali, senza che il lettore venga avvertito del cambiamento, per cui solo dopo un bel po’ ti accorgi che non siamo più a Parigi bensì a Berlino o a Lipsia, dieci anni prima o tre anni dopo, magari anche con personaggi diversi. Precisando poi che questa non è una biografia, come ci si potrebbe aspettare dai lanci pubblicitari che inneggiano al disseppellimento dall’oblio della grande fotografa Gerda Taro, bensì un romanzo, costellato di dialoghi e di riflessioni che i protagonisti, tutti nati intorno al 1910, sicuramente non hanno raccontato all’autrice. Per non parlare dell’assurdità delle cornici, che sono tre. La prima è rappresentata da un amante di Gerda, residente a New York (tutti i personaggi sono ebrei sfuggiti al nazismo e quindi sparsi per mezzo mondo) che una domenica  del 1960 riceve una telefonata che gliela fa ricordare, e nel percorso a piedi fino a casa “rievoca” una fetta di storia, rievocazione interrotta ogni tanto dalla descrizione di ciò che incontra lungo il percorso, o dalla decisione di togliersi la giacca perché fa caldo, l’indecisione se prendere o no qualcosa nel negozio kasher e altre simili insulsaggini. La seconda è un’amica, che ad un certo momento Gerda ha mollato per andare a vivere con l’amante della prima cornice lasciandola, tra l’altro, a pagare da sola la stanza che, poverissime entrambe, dividevano a Parigi. Amante, peraltro, durato un solo mese, capriccio di un momento scaricato poi per Capa. Lei la storia la rievoca mentre sfoglia una rivista. La terza cornice è un altro amante, per la precisione quello che telefona, da Roma, a quello della prima cornice, e anche lui dopo la telefonata, mentre con la vespa va in una serie di posti e incontra delle persone, rievoca una paccata di storie – e non è molto chiaro in che modo, fra una domanda dell’amico e la sua risposta, riesca a rievocare una storia che tu impieghi un buon quarto d’ora a leggere. E ci mancavano solo le sigarette col filtro, a inizio anni Trenta. Per chiarire come vengono raccontati i “ricordi”, inserisco qui la narrazione, fatta dall’amica, degli allegri aborti di Gerda.

«È ufficiale: sono incinta. Ma venerdì mattina risolviamo. Basterà il fine settimana a riposo, dice la dottoressa. È una che capisce le esigenze delle donne. E si fa pagare così poco che conviene ricascarci, quasi quasi…» Gerda rideva della sua battuta, come se con quella fosse già tutto mezzo sistemato.
[…]
Il venerdì Ruth l’aveva accompagnata all’appuntamento medico. Si erano svegliate all’alba per prepararsi senza premura e poi attraversare mezza Parigi. Sul metrò avevano letto il giornale e commentato le notizie a voce bassa per non disturbare il popolo lavoratore che riempiva le prime corse con l’esigenza di un altro po’ di sonno. Erano scese a Filles du Calvaire, salite in una casa all’inizio di rue Oberkampf. «Voilà» aveva detto Gerda, appena erano entrate nel vestibolo simile a tante sale d’aspetto, salvo che a quell’ora del mattino era completamente vuoto. La dottoressa si era affacciata quasi all’istante. Per quel poco che Ruth aveva avuto modo di vederla, le era piaciuta: età media, acconciatura di media lunghezza, piccolo giro di perle sotto il camice, rossetto fresco. Aveva notato che nella pila di riviste sul tavolino della sala d’aspetto c’erano alcuni numeri di Vu e Regards, ma aveva preferito quelle femminili. Si era distratta con i nuovi modelli proposti da Le Petit Écho de la Mode (l’unica idea da copiare erano dei grandi fiocchi scozzesi da portare sui colletti). Aveva ricambiato il «bonjour, madame» di una giovane coppia, vedendo spuntare da uno scialle di lana chiara un ventre protuberante come un cocomero, e il ragazzo con il berretto sempre in testa le aveva detto: «Voyez, il-y en a deux, là-dedans», e poi le aveva chiesto se poteva dare uno sguardo all’Humanité lasciato da Gerda sulla sedia accanto. «Bien sur», e potevano tenere il quotidiano. «Merci, camarade!» «De rien. Et beaucoup de félicitations, camarades.» «Ce sera dur, putain, mais on va se débrouiller.»
La ragazza aveva accennato a una gomitata, e per istinto si era allisciata la pancia. Si erano sforzati di ridere. Avevano parlato di turni straordinari, di come sistemare i gemelli e della dottoressa che li riceveva gratis, perché il diritto di partorire con il minimo di rischio doveva spettare anche a un’operaia, come a qualsiasi futura madre. Così, quando la prima paziente era uscita dallo studio della compagna ginecologa, Ruth si sentiva ormai del tutto rassicurata. «On y va!» aveva squillato Gerda attraversando leggera la sala d’aspetto, però nell’ascensore si era lasciata andare contro il legno oleoso della cabina. Ruth voleva cercare un taxi, ma Gerda l’aveva insultata, «Sei cretina? Proprio qui davanti?», e aveva insistito per la metropolitana. Ne era uscito un compromesso, suggerito dal primo caffè apparso sul marciapiede, in cui l’amica dolorante si era infilata per farsi dare un bicchiere d’acqua. «Stai lì» le aveva detto Ruth, «vengo a recuperarti in taxi.» Nel tragitto Gerda guardava fuori dal finestrino. Aveva fatto le scale ignorando il suo braccio e fino in camera non aveva detto una parola. «Merde, brucia. La prossima volta nasco maschio!» L’aveva tamponata, aveva cambiato l’assorbente, piegato quello vecchio, portato via il vaso da notte pieno di broda rossa e riportato in camera risciacquato. Era uscita a fare commissioni e tornata per controllare se era tutto a posto. Gerda era sempre in posizione rannicchiata, immobile, non riusciva a capire se dormiva. Più tardi, sbirciandola dalla sua metà del materasso, le aveva fatto tenerezza. Un piccolo gomitolo di membra femminili che respirava russando un poco a bocca leggermente aperta. Il sonno disarma, anche i più combattivi. Il giorno dopo Gerda aveva dichiarato che stava bene pur sentendosi ancora una schifezza («come un pesce pulito prima di finire lesso»), e non aveva più bisogno di assistenza. «Mi serve solo l’aspirina.» «Te l’ho presa, sta lì sul comodino con una tazza di tè fresco.» «Sei un tesoro. Allora ci vediamo verso sera.» Questo era quanto. No, non del tutto. Aveva da poco trionfato il Front Populaire, quando si erano incontrate per caso al Café Capoulade, e Gerda le aveva raccontato, tra varie altre novità, che era stata di nuovo in rue Oberkampf da quella brava dottoressa: nessuno strascico, nessun problema, e c’era pure il lato positivo che i flic erano occupati con lo sciopero generale, così si era concessa un taxi subito, non come l’altra volta… Era probabile che l’artefice dell’incidente fosse André, ma quella domanda Ruth non se l’era posta neanche la prima volta, quando viveva assieme a Gerda.

Ecco, è tutto così, dettagli su dettagli, dialoghi su dialoghi, costruiti sul niente, storie di cui dice che potrebbe essere andata così ma forse potrebbe anche essere andata cosà. Dice che per scriverlo ha impiegato sei anni in accurate ricerche. E chissà chi sarà stato, fra tutte le fonti consultate, a raccontarle così accuratamente in che modo Gerda manifestasse i propri orgasmi, da permettere all’autrice di descriverli piuttosto dettagliatamente… E insomma, in tutto questo affastellamento di nomi e di tempi e di luoghi e di avvenimenti storici e privati e di personaggi e di elucubrazioni, finisce per restare sommerso quello che dovrebbe essere il personaggio principale, ossia Gerda Taro. E quel poco che ne emerge è un autentico stucchevole santino: Gerda che non aveva paura di niente e di nessuno, Gerda per cui tutti gli uomini impazzivano, Gerda a cui delinquenti parigini e scugnizzi delinquentelli napoletani tributavano un rispetto al limite della venerazione. Io ci ho buttato via tempo e soldi, voi risparmiatevelo, anche se ha vinto lo Strega e Roberto Saviano ci informa che “Helena è scrittrice vera, e questo, forse, è il suo libro più bello.”

Helena Janeczek, La ragazza con la Leica, Guanda
la ragazza con la leica
Ah, stavo per dimenticare. Questa foto
taro-miliziana
che credo sia una delle sue più famose, l’ho vista per la prima volta tanti anni fa, senza sapere di chi fosse. Quando ho letto nella didascalia che si tratta di “Una miliziana repubblicana mentre si addestra sulla spiaggia di Barcellona (agosto 1936)”, non riuscivo più a smettere di ridere, come riderà sicuramente chiunque abbia, una volta della vita, impugnato una pistola.

barbara

ANTIRAZZISMO

Minacciata per la pelle bianca. L’assurda storia di Portland

Nella fortezza del politicamente corretto, contestare un’auto parcheggiata male può farvi finire licenziati e odiati da mezza America. Questo naturalmente se avete la pelle del colore sbagliato, cioè bianco. Siamo a Portland, una delle città più progressiste d’America. Forse la più progressista d’America. Portland, per intenderci, è la città dove poche settimane fa i militanti di Antifa (gruppo antifascista e/o fanatici dell’ultra sinistra? Fate voi) hanno bloccato per ore alcune vie delle città senza che le autorità battessero ciglio. In questo video si vedono i malcapitati automobilisti insultati in quanto bianchi (“You’re a fucking whity, aren’t you?”) dai militanti di antifa (bianchi anche loro…).

Questa progressivissima città ci regala ora un’altra perla. Una donna nota un’auto che, malamente parcheggiata, blocca le strisce pedonali. Decide quindi di chiamare gli ausiliari del traffico (Parking authority). È il comportamento di una cittadina coscienziosa oppure eccesso di zelo? Fate voi. Non è questo il punto.
Il punto è che, da un vicino negozio, spuntano fuori i proprietari dell’auto. E loro sono due POC (Persons of color) mentre la donna invece è una bianca. I due sono una coppia: si chiamano Rashaan Muhammad e Mattie Khan. Miss Khan caccia subito fuori un cellulare e riprende lo scambio di battute. Il video comincia con la donna che indica la macchina e dice: “Non potete bloccare il passaggio”. La risposta di miss Khan è pronta e fulminea: “Ecco un’altra persona bianca chiamare la polizia contro una persona nera”.
Un esempio sublime di quello che si chiama play the race card: una questione di parcheggio e senso civico, trasformata in un altro “allarmante” caso di razzismo. Una chiamata alle armi a cui i media non riescono a resistere.
Il primo ad andarci a nozze è il Portland Mercury con un titolo che già implica colpevole e vittima: “Donna chiama polizia per un parcheggio. Lei è bianca, lui è nero”
“Signora bianca chiama la polizia perché non gradisce come ha parcheggiato un nero” scrive un’altra testata. Newsweek almeno è dubitativo: “Donna bianca accusata di aver chiamato la polizia contro coppia di colore”.
In tutti questi casi, ad essere intervistati sono sempre e solo Khan e Muhammad che si atteggiano, naturalmente, a vittime del pregiudizio. Anzi, fanno la figura degli eroi perché hanno reagito e sono passati al contrattacco. “Non possiamo permettere che casi come questo si ripetano nella nostra comunità”, proclama Muhammad.
Notare come i media parlano di chiamata “alla polizia” per aizzare ancora di più gli animi, mentre poi si accerterà che la telefonata era indirizzata alla locale parking authority, l’equivalente dei nostri ausiliari del traffico.
In tutto ciò, la “signora bianca” (soprannominata Crosswalk Cathy) si ritrova con la sua faccia esposta in tutta la nazione, senza il minimo rispetto per la sua privacy e con l’accusa infamante di razzismo, il tutto per aver segnalato un’auto parcheggiata sulle strisce.
Ma la gogna mediatica e sociale è solo agli inizi. Uno dei tanti attivisti del politically correct condivide il video su Twitter ed incita i propri follower: “Fate il vostro dovere e scovate questa donna”.
Interviene un’altra attivista dei diritti delle minoranze, Sha Ongelungel, che mette online i dati del luogo di lavoro della donna e si attiva per chiederne il licenziamento. Il caso della Ongelungel è particolarmente imbarazzante considerando questa intervista apparsa, poche settimane prima, sul Guardian. Nell’articolo la Ongelungel viene glorificata come un’eroina che si batte contro l’odio online. Proprio così… l’odio online. Poi però è la prima ad aizzare la folla di internet contro una sconosciuta, senza neanche curarsi di verificare i fatti (l’imbarazzo ovviamente è solo nostro. Non ci risulta che il Guardian abbia sconfessato l’articolo).
Poi voci più ragionevoli riflettono sul fatto che la “signora bianca” non poteva conoscere la provenienza etnica dei proprietari dell’auto quando ha fatto la telefonata. E quindi l’accusa di razzismo proprio non regge.  Chi poi si prendesse la briga di vedere il video senza paraocchi etno-ideologici, si renderebbe conto del tono aggressivo della coppia. Lui le grida contro: “Buffona, vattene a casa tua. Tornatene al tuo quartiere” (immaginate la reazione se la stessa, identica frase fosse stata pronunciata da un sostenitore di Trump a una persona di colore).
Lei risponde: “Io sono di qui”. E lui. “Non sei di qui. Basta cazzate. Sei un’idiota”. Ma è troppo tardi. La donna ha dovuto cancellare ogni sua presenza online, non ha perso il lavoro ma il suo nome è stato cancellato dal sito del datore di lavoro. Alcuni familiari, con lo stesso cognome, sono stati costretti a fare la stesso. È diventata, almeno temporaneamente, un paria sociale, marchiata dall’infamante (quanto ingiustificata) accusa di razzismo. Una moderna lettera scarlatta. Perché nella nuova militanza dell’antirazzismo, una cosa conta più di tutto: il colore delle pelle. È il compasso ultimo del bene e del male che definisce chi siete e perché lo fate.
Morale della storia: la prossima volta fatevi i fatti vostri o, almeno, accertatevi dell’etnicità dei proprietari dell’auto prima di sporgere denuncia.

Stefano Varanelli, 25 novembre 2018 – qui

Come già avevo segnalato qui, partiti dalla sacrosanta lotta contro la discriminazione dei negri considerati cittadini di serie B e privi di ogni diritto, non si è trovato di meglio, per combattere il razzismo, che capovolgere la situazione discriminando i bianchi e trasformando loro in cittadini di serie B, ontologicamente colpevoli – tutti, indistintamente – in ragione del loro (del nostro) essere bianchi. Esattamente come, per superare la drammatica situazione maschio padrone-femmina schiava, qualcuno ha ritenuto che la cosa migliore fosse la riduzione del maschio a soggetto potenzialmente colpevole, e quindi colpevole di fatto, talmente colpevole che nascere maschio è la stessa identica cosa che nascere figlio di boss mafioso, ipsa dixit. La cosa tragica è che non si rendono neppure conto di essere diventati la fotocopia del mostro che dicono di voler combattere.
PS: esilarante, nella sua tragicità, il dettaglio dell’attenuante, invocata dalle “voci più ragionevoli” che la donna non poteva conoscere l’etnia dell’automobilista. Vale a dire che se so che sei bianco sono autorizzata a segnalare le tue infrazioni, mentre se so che sei negro, puoi anche parcheggiare in mezzo alla strada e io devo starmene buona a cuccia.

barbara

UN COMMENTO AL COMMENTO DI DEBORAH

Chi è George Soros?
Commento di Deborah Fait

Chi è George Soros?
Uno dei più ricchi magnati del mondo, il suo capitale è stimato in 25 miliardi di Dollari. Nato a Budapest da una famiglia ebraica, completamente assimilata, che viveva anche molto male il proprio ebraismo, sopravvisse al nazismo grazie a documenti falsi. Emigrò negli USA nel 1947 si iscrisse all’università e incominciò la sua carriera di abilissimo investitore.
Quale è la filosofia di Soros?
La sua visione del mondo è monolitica, abolire i confini, essere tutti uguali, sostituire le popolazioni con una forte immigrazione. E’ fautore di una società aperta e di un nuovo ordine mondiale che in realtà limiterebbe la libertà delle persone. Per alcuni complottisti, che però a volte la imbroccano, Soros vuole omologare la società, liberalizzare le droghe, l’eutanasia e influenzare il modo di pensare di milioni di persone. Caroline Glick, giornalista e intellettuale ebrea, sionista, israelo-americana, ha scritto sul Jerusalem Post:” “La natura megalomane del progetto filantropico di Soros ha come obiettivo di sovvertire le democrazie occidentali e rendere impossibile per i governi mantenere l’ordine o per le società mantenere la propria identità e i propri valori unici”. Ha aggiunto inoltre che Soros, con le sue Ong, alimenta l’immigrazione clandestina in Europa e in Usa “per minare l’identità nazionale e la composizione demografica delle democrazie occidentali” con lo scopo di “indurre il caos”. La Glick non è certo una complottista ma tutte le ONG finanziate dal magnate sono la prova di quello che scrive.
Quali sono le maggiori ONG finanziate da Soros?
Finanzia da anni movimenti e organizzazioni palestinesi o ebraiche anti-israeliane. La sua Open Society Fundation con sede in Giordania, distribuisce soldi a palate al BDS che tutti conosciamo, a Adalah che promosse la condanna di Israele per crimini di guerra, Breaking the Silence che diffama l’esercito di Israele senza portare prove ma che è presente ormai un po’ in tutto l’occidente. Le associazioni antisemite e antisioniste che il magnate finanzia sono innumerevoli.
Perché Soros odia Israele?
Soros è contro ogni nazione del mondo, lui odia proprio l’idea di nazione, ogni realtà che difenda la propria sovranità, le proprie tradizioni, la propria identità culturale. Israele sente fortemente tutti questi valori che lui aborre perciò, unita al fatto che è la patria degli ebrei, popolo in cui non si riconosce, è forse il paese che odia di più, Israele è il nemico. Per Soros non esistono i popoli, non esiste la patria che considera una parolaccia, lui, filoislamico, vorrebbe, esattamente come l’islam, creare un enorme califfato tra MedioOriente, senza israeliani, e Europa, ripulita dagli europei. Siccome aborrisce anche le religioni questo enorme califfato dovrebbe diventare ateo (un bel problema) e assomigliare di più a un gigantesca Cina stile MaoTsè Tung, tutti uguali, vestiti di grigio, in marcia come tanti robot, senza pensieri, senza valori, senza patria.

Soros è un intellettuale?

Certamente e questo è il guaio.  E’ uno che pensa, il problema è che pensa male. Se fosse semplicemente una macchina per soldi si limiterebbe a contarli e a fare beneficienza, lui invece è, a modo suo, un idealista pericoloso, vuole cambiare il mondo, plasmarlo a modo suo. E’ un idealista nefasto che, se riuscisse a portare avanti il suo sogno, tutto il mondo occidentale sarebbe invaso dall’islam
Criticare Soros significa essere antisemiti? 
No. Innanzitutto perché lui non si sente ebreo, anzi credo che odi esserlo. Lui è criticabile perché pericoloso, ha portato al potere Obama, il peggior presidente nella storia degli Stati Uniti, finanzia tutti o quasi tutti i movimenti di protesta, quelli che vogliono dare un grande scossone alla società civile e produrre il caos. E’ lui stesso che alimenta l’antisemitismo con tutte le sue organizzazioni antigovernative filopalestinesi che vorrebbero la fine di Israele e del popolo ebraico. Soros è nemico di tutti i popoli che rivendicano le proprie tradizioni e la propria cultura. Per questo criticarlo non è antisemitismo, un’accusa che i suoi sostenitori diffondono in sua difesa e che purtroppo gode di vasta popolarità. Ebreo suo malgrado, combatterne le iniziative non solo è lecito ma doveroso.

Link di un mio precedente articolo su George Soros.

Leggendo questo articolo mi è venuto in mente Stalin: a volte accadeva che “venisse alla luce” una congiura per ucciderlo; centinaia di persone venivano arrestate, operai semianalfabeti, interrogati con le dovute maniere, confessavano di avere avuto intensi contatti con agenti nemici americani, francesi, tedeschi, di avere lungamente complottato insieme a loro e di avere ricevuto da loro la pistola per ucciderlo, grigi professori confessavano di avere per anni insegnato ai loro allievi a odiare il compagno Stalin eccetera eccetera; il tutto si concludeva, tra esecuzioni e deportazioni in Siberia, che nel 99% dei casi equivalevano a esecuzioni differite, con un migliaio di vittime. Accurati studi posteriori rivelavano che il tutto aveva avuto lo scopo di eliminare un unico nemico, confondendo le acque in modo che nessuno potesse capire quale fosse l’obiettivo. E torniamo a Soros: il sospetto, che sempre più prepotente mi si affaccia alla mente, è che l’obiettivo di cancellare popoli e nazioni e culture sull’intero pianeta, abbia in realtà lo scopo di annientarne uno in particolare, quello che gli fa ribollire il sangue e contorcere lo stomaco: il suo, il popolo ebraico, la cultura ebraica, e lo stato di Israele. Con l’aggiunta del fatto che, per quanto rinnegato, è pur sempre, per tutti gli antisemiti, “Soros l’ebreo”, che compie azioni abominevoli in modo che si possa dire: “Vedi che gentaglia immonda sono gli ebrei” (a pensar male, come diceva quel tale che di male se ne intendeva eccome…)

barbara

LA NUOVA GIUSTIZIA AVANZA

Normandia: giudicato per lo stupro di una liceale, viene assolto

22 novembre 2018

Un giovane processato dalla Corte d’Assise della Manica è stato assolto per lo stupro di una liceale e condannato per l’aggressione sessuale di un’altra minorenne. Il verdetto è stato emesso mercoledì 21 novembre 2018.

Il verdetto è stato pronunciato mercoledì 21 novembre 2018 nel processo in tribunale di un giovane di 21 anni accusato di stupro e violenza sessuale di due ragazze liceali a Saint-Lô (Manica) alla fine del 2015.  L’accusa aveva richiesto sei anni di reclusione.
L’accusato è stato assolto dallo stupro ma condannato per l’aggressione sessuale della prima vittima a due anni di carcere con sospensione condizionale legata a una messa in prova. Sarà inserito nel registro dei responsabili di reati sessuali. È dunque uscito libero dal tribunale di Coutances.

Niente “codici culturali”

Il difensore ha sostenuto le difficoltà di interpretazione che, secondo lei [sì, l’avvocato è una donna, esattamente come quella che ha esibito in aula le mutande della vittima
tanga tribunale
(d’altra parte c’è da credere che le mutande altrui siano le uniche che ha l’occasione di poter esibire, dovendosi fortemente dubitare che qualcuno abbia mai manifestato il desiderio vedere più in là del già troppo che tocca contemplare)]
sono il filo conduttore di questi casi. Difficoltà di interpretazione da parte del suo cliente che “non aveva i codici culturali” per rendersi conto di aver imposto una relazione per paura o sorpresa. Difficoltà di interpretazione da parte della vittima che potrebbe aver interpretato un’occhiata come una minaccia e quindi una costrizione [questa non l’ho mica capita: come è stato riconosciuto dallo stesso tribunale che lo ha assolto, lui non le ha dato un’occhiata da lei erroneamente interpretata come una minaccia: lui l’ha STUPRATA!]Difficoltà di interpretazione degli investigatori che non sapevano come misurare lo sgomento della vittima [? Cioè se io sono stata stuprata ma non appaio sufficientemente sgomenta non c’è motivo di condannare lo stupratore?].
Dopo la dichiarazione del verdetto, il presidente ha avuto cura di chiarire che “la decisione della corte non è una messa in discussione della sincerità” della denunciante. La corte ha valutato che l’imputato non aveva coscienza di imporre un rapporto sessuale. (qui, traduzione mia)

Si noti che in nessun punto dell’articolo c’è il minimo cenno all’identità dello stupratore, del quale solo con ulteriori ricerche si apprende che è un immigrato del Bangladesh, e si apprende, inoltre, che la ragazza stuprata ha tentato il suicidio. Noi, d’altra parte, l’anno scorso abbiamo avuto la geniale magistrata Carmen di Genio

che oltre a coltivare la bizzarra convinzione che per strada in casa in auto su un prato in discoteca nel fienile eccetera eccetera la legge italiana consente di stuprare a volontà (libero stupro in libero stato, madre, libero stupro in libero stato) e solo in spiaggia no, ignora anche che non esistono stati in cui lo stupro non sia reato. In vari stati, soprattutto islamici, non è considerato reato il rapporto sessuale imposto alla moglie, ma quello imposto a qualunque altra donna non solo è reato ma non di rado, e soprattutto proprio nei Paesi africani, comporta addirittura la pena di morte. E non ci fermiamo qui: abbiamo anche spacciatori colti in flagrante e assolti perché poverini lo spaccio è la loro unica fonte di sostentamento e varie altre analoghe sciocchezzuole. E niente, dobbiamo rassegnarci all’evidenza che esistono cittadini – e magari neanche cittadini – di serie A e cittadini di serie B. E non ho bisogno di esplicitare le identificazioni dei due gruppi, vero? Vabbè, mi fermo per non farmi venire un attacco di fegato; voi invece non fermatevi e andate a leggere anche qui.

barbara

QUANDO L’ISLAM SI INSTALLA IN CASA NOSTRA

succede esattamente questo (non ricordo se ho già postato questo video – probabilmente sì – ma meglio una volta in più che una in meno)

E guardate ora queste belle foto:
merc 1
merc 2
merc 3
merc 4
merc 5
Qui siamo a Berlino, al mercatino di Natale, con qualche piccolo accorgimento per ridurre il rischio di graziose attenzioni da parte dei seguaci della religione di pace. Dite che sembrano blindature da tempo di guerra? No, non lo sembrano: lo sono. Perché quando ci viene dichiarata guerra, SIAMO in guerra, ci piaccia o no. E fare finta che non sia vero non aiuta a uscirne.

barbara