FINE DI UN’ERA?

Almeno la fine di un capitolo, sicuramente sì.

“I Castro ci torturavano per non gridare ‘morte al comunismo’”

Da Pedro Boitel, che fecero morire di sete, ad Armando Valladares, ventidue anni di carcere. L’intellighenzia italiana, infatuata del comunismo caraibico, ha censurato i dissidenti cubani

Con le dimissioni di Raul finisce la lunga era del clan Castro. Mezzo milione di esseri umani passati attraverso il Gulag cubano. Dal momento che la popolazione totale dell’isola è di undici milioni, il regime dei Castro detiene uno dei più alti tassi di carcerazione pro capite al mondoMigliaia le esecuzioni, non sapremo mai quante. La tortura istituzionalizzata contro gli “elementi antisocialisti”. Senza contare la repressione sistematica, brutale e sproporzionata nei confronti della minima manifestazione di dissenso, con punizioni periodiche nelle quali gli oppositori sono giudicati in processi grotteschi e condannati a pene feroci. 
Un gruppo di dissidenti ha tenuto testa in questi decenni a questa feroce dittatura che ha stregato le sinistre di tutto il mondo.
Il dottor Oscar Biscet, il “Gandhi del Caribe”, che iniziò la sua lunga e agonizzante resistenza al regime quando scoprì che a Cuba si praticava l’infanticidio e gli aborti indiscriminati. Il muratore e idraulico Orlando Zapata Tamayo, morto in carcere per uno sciopero della fame. Guillermo Fariñas, premio Sakharov per la libertà di coscienza, che è facile ricordare per le fotografie in cui assomiglia a uno spettro, psicologo e giornalista costretto alla sedia a rotelle da una polinevrite. Jorge Luis Pérez “Antúnez”, che si è fatto diciassette anni di carcere. Il leader cattolico Julián Antonio Monés Borrero. E Pedro Luis Boitel, un leader degli studenti e coraggioso avversario di Batista e di Castro, che ordinò personalmente che a Boitel fosse negata l’acqua potabile. Boitel morì di sete, in una agonia orribile, cinque giorni dopo.
E poi il più celebre dissidente cubano, Armando Valladares, che nelle segrete castriste ci ha trascorso ventidue anni e che Amnesty International (quando era ancora Amnesty) nominò “prigioniero di coscienza”. Fu lui, nel 1982, a scioccare il mondo con il libro “Contro ogni speranza: ventidue anni nel gulag delle Americhe”, scritto dal suo esilio a Parigi (in Italia uscì per la minuscola Spirali edizione e mai ristampato, sotto censura da parte dell’intellighenzia di sinistra). Nel libro, Valladares raccontava la dittatura cubana, di come tappassero la bocca ai condannati perché al momento della scarica non gridassero “viva Cristo Rey!” o “muérte al comunismo!”, in una epopea di dolore che gli sarebbe valso l’appellativo meritato di “Solgenitsin cubano”. 
Valladares e gli altri furono tenuti in isolamento completamente nudi in piccole celle dall’alto delle quali i secondini gettavano sui prigionieri palate di escrementi fino a ricoprirne il corpo. Fa impressione pensare che negli stessi periodi in cui nelle prigioni della Cabana accadeva tutto questo, non pochi cronisti andavano e venivano dall’Avana sempre nella speranza di essere scelti da Fidel Castro per un’intervista. Lo arrestarono che Valladares aveva 22 anni nel dicembre del 1960 e ne sarebbe uscito nell’ottobre del 1982. Faceva l’impiegato presso la Cassa di risparmio postale. “Avevo solo espresso qualche dubbio sul futuro della rivoluzione”. Una paralisi gli bloccò le gambe, nel 1974, dopo che i dirigenti del carcere della Cabana gli rifiutarono il cibo per 46 giorni, non avendo Valladares accettalo di sottoporsi alla “rieducazione”. 
Ci hanno raccontato tutto dei gusti personali del Líder Máximo. Ma niente di questi eroi. Come Valladares, che dirà: “Eppure mi sentivo libero. La libertà è un atteggiamento interiore”.

Giulio Meotti

Bellissimo e sconvolgente il libro di Valladares, se riuscite a procurarvelo dovete assolutamente leggerlo.
Di Cuba in questo blog si è parlato spesso, tra l’altro qui, qui e qui
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barbara

OGGI LEZIONE DI PALEOANTROPOLOGIA

Ma forse qualcosa potrebbe tornare – con qualche limitazione, certo

“I night club riaprono, ma sono ammessi solo i vaccinati”

E sempre più abbiamo la certezza di ciò che vado dicendo da circa un anno, ossia che tutto il disastro che ci hanno provocato non è stato solo del tutto inutile, ma anche pesantemente controproducente.

L’esperienza COVID in Florida conferma che “l’approccio del lockdown è un approccio fallimentare”

Il Governatore repubblicano Ron DeSantis dice ad ‘Ingraham Angle’ che la risposta del Sunshine State è stata il giusto approccio.

Questo articolo è adattato dalla trascrizione dell’intervento di Laura Ingraham dell’edizione del 19 Marzo 2021 di “The Ingraham Angle”.

L’esperienza della Florida sulla pandemia di Coronavirus ha confermato che “l’approccio del lockdown è un approccio fallimentare“, ha detto il governatore repubblicano Ron DeSantis a “The Ingraham Angle“.
“Non solo è stato assolutamente distruttivo per quelle comunità [che lo hanno implementato]”, ha detto DeSantis alla conduttrice Laura Ingraham, “i dati del COVID in percentuale rispetto alla popolazione sono stati peggiori in posti come New YorkNew Jersey Pennsylvania“.
Il governatore repubblicano ha recentemente incontrato gli autori della Dichiarazione di Great Barrington, un piccolo consorzio di epidemiologi che ha prescritto una strategia di “protezione focalizzata” per combattere il virus, che spesso ha contraddetto le regole promosse dai vari governatori democratici e da alcune autorità sanitarie federali.
“Questi sono alcuni dei migliori esperti del mondo [che] sono stati in grado di certificare che l’approccio della Florida sia stato l’approccio corretto“, ha spiegato il governatore.
DeSantis ha aggiunto che la sua amministrazione ha supervisionato la vaccinazione del 70% della popolazione anziana dello Stato, molto più rispetto a molti altri stati per vaccinazioni pro capite.
“In Florida, abbiamo seguito una strategia di protezione focalizzata sugli anziani e persone vulnerabili, mantenendo l’economia aperta, mantenendo le scuole aperte“, ha detto DeSantis. “Il risultato è che la nostra disoccupazione è significativamente inferiore alla media nazionale. La nostra mortalità COVID pro capite è inferiore alla media nazionale”.
A questo proposito, Laura Ingraham ha notato che anche i critici nello Stato di DeSantis sono stati onesti nel giudicare la sua gestione dell’epidemia.
In una recente intervista, il Sindaco di Miami Francis X. Suarez, nonostante abbia criticato il governo di Tallahassee (la capitale della Florida, n.d.r.) per aver impedito alle autorità locali di far rispettare gli obblighi di indossare la mascherina con multe ed altre punizioni ha dichiarato:
“Devo lodare [DeSantis] perché ha preso alcune decisioni che sono state coraggiose, ed il fatto della questione è che l’economia è relativamente aperta e fiorente“.
DeSantis ha risposto dicendo che crede che i governi locali dovrebbero avere il controllo su alcuni aspetti della politica sanitaria, ma crede che tali direttive dovrebbero essere di natura “consultiva”.
La Contea di Miami-Dade, la contea di Broward, la Contea di Palm Beach, così come la Contea di Monroe hanno tutte adottato degli obblighi per le mascherine obbligatorie.

FoxNews.com, qui.

Uno studio smonta le chiusure: “Il Covid così va via tra 10 anni”

Secondo uno studio pubblicato su Science più Covid circolerà velocemente e più in fretta finirà l’incubo. Ma tutto deve avvenire proteggendo le categorie a rischio con cure e vaccini

Sul modo di affrontare il coronavirus bisogna essere cauti. Ancora oggi, a circa un anno dalla sua comparsa ufficiale, il Covid sta causando morti praticamente in tutto il mondo. Eppure vi è uno studio effettuato da Jennie S. Lavine del Dipartimento di Biologia della Emory University di Atlanta e Ottar N. Bjornstad del Dipartimento di Biologia e del Centro Dinamica delle malattie infettive dell’Università dello Stato della Pennsylvania che rivoluziona in modo clamoroso le nostre conoscenze sull’evoluzione del coronavirus.
Secondo i risultati di tale ricerca, infatti, parte delle misure adottate fino ad oggi contro il Covid potrebbero essere state controproducenti nella lotta al nemico invisibile. Nella ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Science, i due esperti sottolineano come sia fondamentale far diventare il virus endemico e non così virulento come lo è ora.
Lavine e Bjornstad sostengono che il Sars-Cov-2 è diventato così diffuso a livello planetario da esserci poche possibilità di una sua eliminazione diretta. Un problema, certo. Ma va ricordato gli esseri umani convivono con altri coronavirus endemici che causano più reinfezioni ma generano un’immunità diffusa sufficiente a proteggere gli adulti da gravi malattie, in quanto hanno un’aggressività decisamente più indebolita. In pratica si parla di virus paragonabili a quelli influenzali, con un rapporto di mortalità per infezione (Ifr) molto basso, pari allo 0,001.
Dallo studio, come ha evidenziato Affaritaliani.it, emerge che più il virus circolerà velocemente e più in fretta avremo finito di combattere questa guerra. Se, invece, si continua a tentare di limitarne la diffusione, allora ci vorranno 10 o 20 anni per tornare alla normalità. Ciò non significa lasciar correre in totale libertà Covid. Bisogna, infatti, usare tutti gli strumenti utili, come le cure diffuse ed i vaccini, per proteggere le categorie a rischio. Invece bisognerebbe eliminare qualsiasi forma di distanziamento sociale e di protezione per poterlo diffondere più possibile e ridurne l’aggressività. Così facendo il coronavirus si manifesterebbe come una normale influenza. Questo processo, oltre ad abbassarne la virulenza, offrirebbe anche un’altra opportunità: ridurrebbe l’età di diffusione interessando principalmente i bambini che hanno un sistema immunitario più forte.
Per le loro conclusioni, i due scienziati hanno seguito l’evoluzione degli altri coronavirus in circolazione tenendo anche conto del profilo della malattia strutturata per diffusione di età. Altro elemento utile è stato quello di valutare l’impatto della campagna vaccinazione che, in considerazione dell’attuale bassa diffusione, potrebbe avere effetti di protezione relativamente limitati.
“La nostra analisi dei dati immunologici ed epidemiologici sui coronavirus umani endemici (HCoV) mostra che l’immunità che blocca le infezioni diminuisce rapidamente ma che l’immunità che riduce la malattia è di lunga durata”, hanno sostenuto Lavine e Bjornstad. In pratica, per abbreviare i tempi occorrerebbe agire con strategie diverse. Senza dimenticare che la reinfezione è possibile un anno dopo la prima infezione, anche se con sintomi più lievi. Una volta raggiunta la fase endemica, l’esposizione primaria avverrebbe nell’infanzia. Quindi la strategia che si dovrebbe seguire è la seguente: “Affinché la maggior parte delle persone venga infettata così presto nella vita, persino più giovane del morbillo nell’era pre-vaccino, il tasso di attacco deve superare la trasmissione dalle sole infezioni primarie”.

Sconfiggere Covid

“Tuttavia, una volta che i dati demografici dell’infezione raggiungono uno stato stazionario, il nostro modello prevede che i casi primari si verifichino quasi interamente nei neonati e nei bambini piccoli, che, nel caso di Covid-19, sperimentano un CFR basso e un IFR contemporaneamente basso”, hanno spiegano ancora i due scienziati. “Si prevede che le reinfezioni negli individui più anziani siano comuni durante la fase endemica e contribuiscano alla trasmissione hanno proseguito-, ma in questa popolazione allo stato stazionario, gli individui più anziani, che sarebbero a rischio di malattia grave da un’infezione primaria, hanno acquisito l’immunità che riduce la malattia dopo l’infezione durante l’infanzia”, se si ragiona sul lungo periodo.
Questa transizione ad un virus più debole “può richiedere da pochi anni a pochi decenni, a seconda della velocità con cui si diffonde l’agente patogeno”, hanno scrittoLavine e Bjornstad che hanno anche sottolineato che “rallentare l’epidemia attraverso misure di allontanamento sociale che riducono R 0 vicino a 1 appiattisce la curva, ritardando così le infezioni e prevenendo la maggior parte dei decessi precocemente, offrendo un momento critico per lo sviluppo di un vaccino efficace”.
Per eliminare gli effetti più gravemente patogeni della Sars-Cov 2 il virus va fatto circolare. Così facendo sarà più facile trovare un vaccino sempre più efficace: “Se è necessario un frequente potenziamento dell’immunità mediante la circolazione virale in corso per mantenere la protezione dalla patologia, allora potrebbe essere meglio che il vaccino imiti l’immunità naturale nella misura in cui previene la patologia senza bloccare la circolazione del virus in corso”. Inoltre, i due scienziati hanno spiegato che i risultati preliminari suggeriscono che il vaccino a base di adenovirus sia “migliore nel prevenire infezioni gravi rispetto a quelle lievi o asintomatiche, e sarà importante produrre tecnologie simili per gli altri vaccini”. Dopo l’immunizzazione con un tale farmaco viene prodotta la proteina spike superficiale che attiva il nostro sistema immunitario affinché attacchi il virus e lo debelli. Tesi che di sicuro susciteranno polemiche e critiche.
Gabriele Laganà, 6 Marzo 2021, qui.

Corte marziale per alto tradimento e strage continuata e aggravata, e fucilazione alla schiena per tutti, questa sarebbe l’unica giustizia.
Concludo con uno spassoso commento in risposta a una signora che ritirava fuori la favoletta del vaccino che starebbe venendo sperimentato sulla nostra pelle:

Giannetto Michelassi 
Elena Bi 

sperimentazione su un centinaio di milioni e passa di casi mi pare di poter prendermi il rischio. Da un rapido giro di consultazioni gli amici maschi mi dicono che gli tira ancora e non gli è ancora diventato verde con squame argentate (purtroppo, sai che spettacolo!)

Non sono del tutto sicura che l’esperienza mi piacerebbe, però un’occhiatina effettivamente gliela darei volentieri.

barbara

VIVA DRAGHI! VIVA LE NOVITÀ! VIVA LE RIAPERTURE!

E poi ancora viva il ritorno alla normalità, viva la libertà, libiam nei lieti calici e viva tutto, viva viva viva!

E leggo in giro un sacco di gonzi che esultano: finalmente! Era ora! Vedi che le proteste funzionano! Hai visto Draghi come ha rimesso in riga Speranza! Qualcuno, per contro, ha evocato “il poliziotto buono e quello cattivo” che lavorano in tandem per spedirti in galera, e la cosa ha funzionato ancora una volta. E, a proposito di Speranza e dell’appello di Giorgia Meloni per sfiduciarlo, guardate un po’ qui, casomai qualcuno non riuscisse a ricordarle tutte:

Questi invece sono i gentiluomini che si sono mobilitati in suo soccorso

cliccando qui potete leggere un po’ meglio

Mentre il solito Galli, sconvolto da queste spropositate quanto sconsiderate aperture, gufa come al solito, prevede sfracelli e catastrofi e invoca chiusure totali, probabilmente sine die. Magari con massiccio intervento di delatori e di avvisi come questo apparso in un condominio, segnalato da Nicola Porro su quarta Repubblica

Forse farebbe bene a ricordare che

Nel frattempo, se vi restano ancora tre minuti, andate a leggere anche questo.

barbara

OGNI MEDAGLIA HA SEMPRE DUE FACCE

La Svezia per esempio ha questa

E poi ha questa

La Svezia apre alle spose bambine per “motivi speciali”

La socialdemocrazia capitola alla sharia e rigetta l’abolizione totale del matrimonio con minorenni. “E’ realtà nel paese”. Il relativismo morale li ha resi ciechi e paralizzati  

Il governo svedese dice sì ai matrimonio con le minorenni se ci sono “ragioni speciali”. E’ quanto afferma un disegno di legge che dovrebbe entrare in vigore il 1 luglio. L’opposizione di destra aveva chiesto il divieto totale di tutte le forme di matrimonio precoce. “Abbiamo ragazze e ragazzi in Svezia oggi, cioè cittadini svedesi, che convivono, che fanno sesso, che vivono insieme e che hanno figli insieme”, ha commentato invece il deputato socialdemocratico Hillevi Larsson.
La nuova proposta di legge abolisce l’attuale requisito di 18 anni per i matrimoni contratti in base al diritto straniero. Il governo lascerà alla magistratura decidere quali dovrebbero essere i “motivi speciali”. Secondo il testo giuridico, l’esenzione si applica se entrambe le parti hanno oggi più di 18 anni e la sposa era minorenne quando è stata sposata in Siria o in Afghanistan o in Somalia, prima di arrivare in Svezia. Nel 2016 si registrarono 132 matrimoni in cui la sposa era minorenne. In molti paesi africani si arriva a tassi del 50 per cento di matrimoni con minorenni. “È del tutto malato che non si possa semplicemente dire di no a qualcosa di così bizzarro come uomini adulti che hanno il diritto di sposare le bambine”, aveva detto Jimmie Åkesson, leader della destra dei Democratici svedesi. 
“Sentiamo parlare di questi casi tutto il tempo”, ha detto Sara Mohammad, fondatrice di GAPF, un’organizzazione svedese che si batte contro i matrimoni precoci. “Dobbiamo proteggere queste ragazze e abbiamo bisogno che la Svezia mostri al mondo che i matrimoni precoci non vanno bene”. Sara è arrivata in Svezia nel 1993 dopo essere fuggita dall’Iraq, dove suo fratello ha cercato di spararle dopo che era scappata dal suo matrimonio precoce. “Se la Svezia dimostra che questi matrimoni non sono consentiti, la maggior parte delle ragazze in matrimoni forzati non sceglierà di tornare dai propri mariti”, aveva detto alla Reuters. “Il governo deve dimostrare a queste ragazze che le proteggerà”.
Ma il relativismo morale li ha resi ciechi e paralizzati.
Giulio Meotti

Che è la stessa che abbiamo visto una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette (ma forse anche di più) volte.

barbara

IL TASSELLO MANCANTE

Malika Chalhy e la sua storia – quella vera

La cronaca non esiste più, esiste solo la propaganda, in questa versione peggiorativa dell’incubo orwelliano che sono i tempi in cui ci è dato vivere. Non è che il Media Unico politicamente corretto deformi la realtà, siamo oltre: non esiste nessuna realtà, se non quella che conferma i tic, le pose, l’ideologia perbene e pettinata del suddetto Media Unico. Prendete la storiaccia di Malika Chalhy, la ventiduenne di Castelfiorentino cacciata di casa perché lesbica. Insultata, minacciata di morte, diseredata. Tra il campionario offerto dai famigliari gentiluomini: «Se torni ti ammazziamo, meglio 50 anni di carcere che una figlia lesbica» (i genitori); «ti taglio la gola» (il fratello); «io non so chi sia questa persona» (la madre, dopo che la ragazza è tornata a casa in compagnia dei Carabinieri per ritirare almeno qualche effetto personale). Grande e sacrosanto baccano mediatico attorno a Malika, giustamente presentata a testate unificate come vittima di un’omofobia cieca, fanatica, bestiale. Scatta una gara di solidarietà tra i vip arcobaleno, la cantante Elodie lancia una raccolta fondi in sostegno della giovane che ha già superato i 30mila euro (applausi), Vladimir Luxuria definisce, con tutte le ragioni, «contronatura» i genitori che bandiscono la figlia, i sostenitori della legge Zan ne approfittano per inondare le agenzie di dichiarazioni sulla retriva e patriarcale inclinazione italica all’omofobia. Chi non resiste a buttarla direttamente in politica è Fedez, che nella veste di opinionista riesce a essere perfino più mediocre che in quella canora, e se la prende con «i vari Pillon, associazioni cattolico-estremiste, antiabortisti» (la colpa è di senatori leghisti e Chiesa cattolica, in sintesi). Tutto bene, anzi no, perché nessuno cita un lievissimo, infinitesimale dettaglio, quello per cui i famigliari di Malika, gli odiatori contro il diritto e perfino contro il proprio stesso sangue, sono di cultura islamica. Lo ha ricordato il portale FeministPost, non esattamente un covo di fascio-sovranisti. Che racconta come il padre si chiami Aberrazak e sia di origine marocchina, il fratello si chiami Samir, e soprattutto sul profilo Facebook del primo circolino foto di tutta la famiglia con le donne velate. Come riporta lo stesso sito, è impossibile stabilire il livello di ortodossia religiosa di quella casa, ma quel che è certo è che la tragedia di Malika ha come sfondo un contesto (pseudo)culturale musulmano. Spiace, editorialisti e musicanti che vi retwittate a vicenda, ma in questa storia inascoltabile non c’entra l’associazionismo cattolico, non c’entra nemmeno la tessera della Lega, c’entra invece quella che la grande scrittrice e dissidente somala Ayaan Hirsi Ali ha definito «la più pericolosa forma di omofobia ai giorni nostri»: quella «islamica». Del resto, per quanto non sia mai un tema gettonato negli appelli filo-gender della buona società nostrana, i gay vengono decapitati nella sunnita Arabia Saudita, impiccati nello sciita Iran, gettati dai tetti nei territori ancora controllati dall’Isis. Dove c’è Islam, spesso c’è persecuzione omicida e fondata teocraticamente delle persone omosessuali. Una lunga scia di odio, che può prolungarsi anche fino a un piccolo borgo sui colli fiorentini. Ma, statene certi, non arriverà mai sulle prime pagine dei giornaloni.
Giovanni Sallusti, qui.

Qualcuno la chiama ipocrisia, io la chiamo infame malafede, volgare disinformazione, vergognosa mistificazione dei fatti. Con, in questo caso, lo sciacallaggio su una povera ragazzina e il marchio del disonore gettato su chi non potrebbe essere più estraneo alla vicenda.. E chissà se tutte quelle anime belle continueranno a sostenerla quando sarà impossibile per chiunque continuare a fingere che sia vittima del patriarcato italico, del cattolicesimo bigotto, dell’«ostinato conservatorismo», come qualcuno lo ha definito, della scandalosa destra.

barbara

L’IMPARZIALITÀ DI AMNESTY INTERNATIONAL

Qui

Chiamarla cloaca è ancora un eufemismo, viste le vere e proprie campagne di odio anti israeliano che periodicamente organizza, e le montagne di merda che scaraventa su Israele. Della suddetta cloaca si è già parlato qui e qui – più qualche altro post che adesso però non ho voglia di cercare. Mi pare comunque che basti a dare un’idea.

barbara

E QUESTO SAREBBE GIORNALISMO?

Usa, poliziotto uccide ragazzo di colore a Minneapolis: nuove proteste

12 apr 2021
Un agente ha sparato e ucciso un ventenne afroamericano in un centro periferico della città, Brooklyn Center, e l’episodio ha innescato nuove proteste contro le forze dell’ordine, proprio mentre nella città è in corso il processo contro l’agente Derek Chauvin accusato dell’uccisione di George Floyd lo scorso maggio. Secondo le prime ricostruzioni, il ragazzo stava guidando ed era stato fermato per violazione del codice stradale.
Secondo quanto riporta Nbc, dopo l’accaduto in centinaia hanno protestato fuori dall’edificio del Dipartimento di Polizia del Brooklyn Center. In risposta, agenti in tenuta antisommossa hanno sparato proiettili di gomma e nuvole di sostanze chimiche irritanti. (qui)

Se un poliziotto uccide qualcuno, io troverei normale che mi si dicesse chi era la persona uccisa, se era già nota alla polizia per crimini precedenti, perché l’ha uccisa, che cosa aveva fatto questa persona per indurre l’agente a sparare, e se questa persona non aveva fatto niente e il poliziotto ha sparato perché razzista, perché psicopatico, perché aveva un vecchio conto con lui e non si è lascito scappare l’occasione, troverei logico che queste cose venissero dette. E invece no, niente di tutto questo.

Quali informazioni ci vengono date invece? Che l’ucciso era un negro, punto. Cioè un bel cartello a indicare la razza: non conta che cosa è accaduto, non conta come è accaduto, non conta perché è accaduto, l’unica cosa che conta è la razza. Perché noi siamo una società evoluta, antirazzista e antifascista.

Solo un bel po’ dopo emerge che il ragazzo aveva un mandato d’arresto pendente e che gli agenti, dopo averlo casualmente fermato per una violazione del codice (lo specchietto retrovisore coperto da dei deodoranti che impedivano la visione), accortisi che era ricercato, avevano tentato di arrestarlo e lui ha tentato di fuggire. Questo giustifica l’uccisione? Probabilmente no – ma comunque non lo so perché non c’ero – ma niente giustifica l’avere dato come unica notizia il colore della pelle. Questo, a casa mia, si chiama razzismo, nient’altro che vergognoso razzismo.

barbara

IL DOVERE E LA MATEMATICA

DUE possibilità:
1) Chiamare la polizia
2) Ignorare e sopportare
?) Scendere e suonare

Sul fatto che sia una merda modellata in forma vagamente umana non credo possano sussistere dubbi. Certo, capisco che quando da giovane sei stato così

e invecchiando ti ritrovi così

e a guardarti bene ti rendi conto che sei praticamente un incrocio fra Roberto Speranza e Saddam Hussein,

un po’ di acidità di stomaco ti debba venire, e chiunque ne abbia sofferto sa che questo disturbo non giova molto ai buoni sentimenti nei confronti dell’umanità. E capisco anche che in quel monolocale dalle pareti di carta velina tipico dei condomini poveri in cui è costretto a vivere, in cui si sentono tutti i vicini anche quando si limitano a respirare, non ci voglia molto a farsi saltare i nervi, ma resta una merda lo stesso.

Chiarito questo, colpisce il fatto che quando gli hanno insegnato i numeri si sono fermati al due. Cioè, non è che non sappia come si chiama il numero che viene dopo il due: quello ignora proprio che dopo il due esistano altri numeri. L’altra cosa straordinaria è che è riuscito a farmi trovare d’accordo con Vittorio Sgarbi, roba da non credere.

barbara

LA CINA E I VACCINI

Quando hanno cominciato ad arrivare le notizie sui vaccini in fase conclusiva di sperimentazione, ho detto: se posso scegliere scelgo quello genico, se non posso scegliere prendo quello che passa il convento tranne quello russo e quello cinese: quello russo perché è stato messo in commercio prima che la sperimentazione fosse conclusa, quello cinese perché di ciò che dicono i cinesi non credo mezza parola e perché delle robe cinesi, soprattutto in campo sanitario, non mi fido neanche morta.
Ora guardiamo questo sito, che ci dà i numeri delle persone vaccinate in tutto il mondo. I numeri, ovviamente, sono quelli comunicati dai singoli stati. Nelle occasioni in cui ho parlato del totale di persone vaccinate nel mondo, ho sempre precisato che non contavo quelle della Cina perché, come ho appena detto, non credo a una parola di quello che propaganda il governo cinese; ebbene stando ai numeri riportati qui, sembrerebbe che la Cina, contando anche i neonati, abbia vaccinato quasi il 12% della propria popolazione, ma dato che nessuno sta vaccinando i neonati, e neanche i bambini, possiamo tranquillamente salire almeno fino al 20%. Se poi quelle fossero le dosi e a tutti fossero già state somministrate entrambe le dosi, le persone vaccinate sarebbero comunque almeno il 10%. E adesso leggete un po’ qui.

In Cina nessuno si vaccina

La Cina ha vaccinato solo il 4% della popolazione. Nonostante abbia approvato cinque diversi vaccini locali, il governo fatica a convincere gli abitanti a farsi inoculare. Se continuerà così, difficilmente potrà raggiungere l’obiettivo più volte annunciato di immunizzare entro giugno il 40% della popolazione. La Commissione nazionale per la salute ha dichiarato che presto saranno vaccinati 10 milioni di cinesi al giorno, contro i 3 attuali, e che questa settimana saranno distribuite in tutto il paese 140 milioni di dosi. Il problema, al di là delle scorte, è che i cinesi non vogliono vaccinarsi.

Il Covid-19 non spaventa più la Cina

I motivi che alimentano la ritrosia dei cinesi sono diversi. Innanzitutto, è da almeno sei mesi che il governo si vanta urbi et orbi di aver azzerato i contagi. Se ancora si contano una ventina di nuovi casi al giorno in tutto il paese, il Partito comunista insiste nel dire che sono tutti contagi provenienti dall’estero. La retorica nazionale, inoltre, vuole che il virus stesso sia stato in realtà portato in Cina da soldati americani, tesi che contrasta con quella iniziale divulgata da Pechino, secondo cui era l’Italia ad aver contagiato il Dragone. Ma se è vero che da mesi, su 1,4 miliardi di abitanti, si contano appena un pugno di nuovi casi al giorno e se è vero che negli ultimi 12 mesi sono morte appena quattro persone, perché mai i cinesi dovrebbero temere il virus e vaccinarsi in massa?

Mancano i dati sui vaccini cinesi

Il secondo motivo che spinge i cinesi a non immunizzarsi è, da un lato, l’inaffidabilità storica del governo e delle case farmaceutiche cinesi quando si tratta di vaccini, dall’altra, l’assenza di dati sui vaccini proposti da Pechino. CoronaVac, il siero di Sinovac, non ha ancora completato la fase 3 di sperimentazione. La reale efficacia del vaccino dunque non è ancora nota: dati parziali provenienti da Turchia, Indonesia e Brasile mostrano che il siero sarebbe efficace nel 91%, 65% e 50% dei casi rispettivamente. Una differenza importante che non aumenta certo la fiducia dei cinesi.

Anche dei due vaccini che sta sviluppando Sinopharm non sono ancora disponibili i dati definitivi della fase 3. Un portavoce dell’azienda ha dichiarato il 30 dicembre che sono efficaci al 79%, ma mancano ancora studi pubblicati. Mentre secondo gli Emirati Arabi Uniti, dove sta avvenendo una seconda sperimentazione, l’efficacia è dell’86%. Non è chiaro quali siano le ragioni alla base della discrepanza dei dati, ancora parziali. Sono ancora alla fase 3 di sperimentazione, inoltre, anche i vaccini di CanSino Biologics, sperimentato in Arabia Saudita, e di Anhui Zhifei Longcom.

C’è anche un problema legato alle scorte. Sinovac può produrre “solo” 300 milioni di dosi all’anno. La Cina punta a vaccinare 700 milioni di persone nei prossimi due mesi, ma allo stesso tempo ha concesso prestiti miliardari a molti paesi africani e dell’America Latina per permettere loro di acquistare dosi del vaccino. Dosi che però, al momento, non esistono.

Troppi scandali legati ai vaccini

Al di là dell’assenza di dati e dosi, i cinesi non si fidano dei vaccini locali anche per la lunga serie passata di scandali. Nel 2019 a centinaia di bambini della provincia del Jiangsu è stato somministrato un vaccino per la polio scaduto. Nell’estate del 2018, almeno 250 mila bambini sono stati vaccinati per difterite, pertosse, tetano e rabbia con vaccini inefficaci. Pur di metterli in commercio, il produttore Changchun Changsheng aveva alterato i dati con la complicità di chi doveva controllare quei dati, il Wuhan Institute of Biological Products. [senti senti…]

Nel 2013, 17 bambini morirono dopo aver ricevuto il vaccino contro l’epatite B realizzato dalla Shenzhen Kangtai Biological Products, di proprietà del “re dei vaccini” Du Weimin, lo stesso con cui collabora AstraZeneca per produrre in Cina il proprio siero. Nel 2010, il giornale statale China Youth Daily riportò che 180 mila dosi di un vaccino per la rabbia erano inefficaci. La notizia, scoperta mesi prima, fu riportata in ritardo. Nel frattempo, Du vendette la proprietà dell’azienda (Jiangsu Yanshen) che aveva realizzato quei finti vaccini.

Nel 2016 il governo ammise, a un anno di distanza dalla scoperta, che 88 milioni di dollari di vaccini per polio, rabbia, epatite B e per diverse altre malattie erano stati inoculati nella provincia dello Shandong anche se alterati. La compagnia che li aveva realizzati aveva deciso di risparmiare sulla refrigerazione, rendendoli potenzialmente letali.

La Cina paga chi si vaccina

Questa lunga storia di scandali ha minato la credibilità delle campagna vaccinali in Cina. E anche se ora il governo prova a «incoraggiare» con il bastone o con la carota i cittadini a immunizzarsi contro il Covid-19, la maggior parte dei cinesi si tiene alla larga dai centri vaccinali. Secondo il Washington Post, molte scuole in tutto il paese vietano agli studenti non vaccinati di diplomarsi. A Pechino vengono offerti 50 o 100 yuan (6-12 euro) a tutti coloro che accettano di farsi immunizzare. In alcuni distretti della capitale vengono affissi striscioni con la scritta: «La vaccinazione è buona per il paese e per il popolo». Molti ristoranti offrono pasti gratis ai vaccinati.

Ma c’è anche chi usa il bastone. Nella provincia di Hainan, nella città di Wancheng, i funzionari comunisti hanno dichiarato che chi non si vaccinerà sarà inserito in una “lista nera” e non potrà più comprare da mangiare al mercato o salire sui mezzi pubblici. La notizia ha fatto scandalo in tutto il paese e il Partito comunista locale si è scusato. Difficile che l’iniziativa spingerà gli abitanti di Wancheng a farsi immunizzare con i vaccini di Sinovac e Sinopharm.

@LeoneGrotti  qui.

Della famosa straordinaria efficienza cinese, nonché delle sue meravigliose antichissime tradizioni, avevo già parlato anche qui, qui, qui e qui (anche da altre parti, ma non ho voglia di andarle a cercare, e comunque se linkassi trenta post non ne leggereste nessuno).

barbara

CARA GRETA TI SCRIVO,

così rinsavisci un po’…
E: Cari gretini, scrivo anche a voi, per mostrarvi la realtà che la favola verde vi nasconde accuratamente.

La grande eresia: la rivoluzione verde è un’enorme fake news?

L’autore del post è Enrico Mariutti, ricercatore e analista in ambito economico ed energetico. Founder della piattaforma di microconsulenza Getconsulting e presidente dell’Istituto Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG). Autore di “La decarbonizzazione felice” 

Ogni anno l’uomo estrae dal suolo e dal sottosuolo terrestre 50 miliardi di tonnellate di materiali da costruzione, combustibili fossili, minerali e metalli. Per intenderci, una massa pari a quella di 140.000 Empire State Building.
A questo gigantesco prelievo di risorse naturali è correlato un devastante impatto ambientale.
Tutti abbiamo in mente le immagini delle petroliere in avaria che riversano in mare migliaia di tonnellate di greggio. Non tutti sanno, invece, che uno dei disastri ambientali più gravi degli ultimi decenni è stato causato da una miniera di rame (il disastro di Ok Tedi) o che una delle principali cause degli incendi boschivi in Amazzonia e in Africa è proprio l’attività estrattiva.
Per allentare la pressione antropica (umana) sull’ecosistema terrestre un gruppo agguerrito di scienziati, comunicatori, attivisti e politici è riuscito gradualmente a imporre a un’ampia fetta dell’opinione pubblica occidentale una nuova prospettiva di sviluppo, incentrata apparentemente su un consumo più razionale delle risorse naturali.
Invece di estrarre miliardi di tonnellate l’anno di carbone, petrolio e gas naturale dovremo imparare a sfruttare l’energia del Sole e del vento, risorse rinnovabili il cui sfruttamento non danneggia l’ecosistema.
Tutto giusto, no?
No, tutto sbagliato.
Pannelli solari, pale eoliche, batterie e auto elettriche sono dispositivi tecnologici fatti di cemento, plastica, acciaio, titanio, rame, argento, cobalto, litio e decine di altri minerali.
Un commentary uscito su Nature Geoscience pochi anni fa stima che, solo per convertire un settimo della produzione di energia primaria mondiale (25.000 TWh), potrebbe essere necessario triplicare la produzione di calcestruzzo (da poco più di 10 miliardi di tonnellate l’anno a quasi 35), quintuplicare quella di acciaio (da poco meno di due miliardi di tonnellate a poco più di 10) e moltiplicare di varie volte quella di vetro, alluminio e rame. E stiamo parlando di convertire alle energie rinnovabili neanche il 15% del fabbisogno energetico mondiale.
Non solo, va considerato anche un aspetto tecnico: il “filone d’oro” esiste solo nei fumetti. Per fare un esempio, mediamente in un giacimento di rame il rame è presente con una concentrazione di circa lo 0,6%. Questo vuol dire che per estrarre una tonnellata di metallo bisogna sbriciolare più di 150 tonnellate di roccia. Le grandi miniere d’oro sudafricane macinano 5/6.000 tonnellate di roccia al giorno per estrarre meno di 20 tonnellate di metallo prezioso l’anno.
Ma non basta. Come si produce l’alluminio? Beh, con un procedimento che consuma moltissima energia: per produrre una tonnellata di alluminio, infatti, sono necessari circa 30.000 kwh (tra energia termica ed elettrica). E anche la siderurgia è un’attività energivora: la produzione di una tonnellata di acciaio richiede tra gli 800 e i 5.000 kwh equivalenti.
Quindi, solo per produrre l’acciaio necessario a costruire pannelli e turbine eoliche sufficienti a generare 25.000 TWh l’anno di energia rinnovabile, potremmo avere bisogno di 7.000/40.000 TWh l’anno di energia fossile in più.
E non è finita qui. Di circa una decina di materiali alla base della “rivoluzione verde”, infatti, le riserve conosciute basterebbero a coprire solo pochi di anni di consumo in uno scenario 100% rinnovabili. L’Unione Europea, per esempio, prevede che, per centrare gli ambiziosi target del Green Deal, avrà bisogno di molte più terre rare di quante ne vengano estratte attualmente in tutto il mondo.

Gli scenari ipotizzati dall’Unione Europea

Il fabbisogno di materiali dell’industria fotovoltaica vs attuale produzione 2030-2050
(la linea nera indica l’attuale disponibilità a livello mondiale)

Dy: Disprosio; Nd: Neodimio; Pr: Praseodimio; Tb: Terbio.
Fonte: 
Commissione Europea

È bene sottolineare che queste stime non sono le maldicenze di un mercante di dubbi pagato da Big Oil. L’ONU, la Commissione Europea, la Banca Mondiale hanno prodotto ampi rapporti in cui arrivano a conclusioni analoghe: serviranno moltissime risorse naturali in più. Gli studi che approfondiscono l’argomento d’altro canto sono numerosi, e pubblicati sulle riviste scientifiche più autorevoli del mondo: PNASScienceNature.

Eppure, nonostante il vasto panorama di riviste divulgative che seguono da vicino la “rivoluzione verde”, da Le Scienze alle tante testate digitali, curiosamente in lingua italiana non esiste un singolo approfondimento su questo aspetto, così enorme e così contraddittorio.
La percezione, piuttosto diffusa a dire il vero, è che chi fa divulgazione scientifica da un po’ di tempo si sia arrogato il diritto di scegliere cosa divulgare e cosa no. Abbia deciso di fare politica invece che informazione, insomma.

Non si spiega, altrimenti, come sia possibile scagliarsi quasi quotidianamente contro il paradigma della crescita e, nello stesso tempo, appoggiare una “rivoluzione verde” che immagina di raddoppiare – quantomeno – il prelievo di risorse naturali in pochi decenni. Oppure come sia possibile che, mentre ci si indigna per i disastri ambientali in Amazzonia o in Australia, si progetti di scavare fosse profonde 170 km per cercare i metalli necessari a soddisfare il fabbisogno dell’industria eolica e solare (una prospettiva che per il momento, tra l’altro, è fantascienza pura, dato che si parla di operare a temperature e pressioni ingestibili con la tecnologia attuale).

La miniera d’oro di TauTona, in Sud Africa, è la miniera a cielo aperto più profonda del mondo e arriva a 3,9 km di profondità. Immaginatela 40 volte più grande.

Su Econopoly ci eravamo già occupati di questo aspetto e lo avevamo fatto ben prima che la pandemia di Covid-19 mettesse in luce che la Scienza non è affatto monolitica come la dipingono alcuni media (Sul clima impazzito ascoltate gli scienziati. Ok, ma quali?).

In definitiva, dietro a quella che chiamiamo “rivoluzione verde” si nasconde in realtà un programma per accrescere rapidamente e drasticamente il prelievo di risorse naturali. Con tutto quello che consegue per la salute degli ecosistemi e anche degli esseri umani: per estrarre miliardi tonnellate di ghiaia, argilla, ferro, bauxite e rame in più, distruggeremo altre foreste incontaminate, inquineremo ulteriormente aria e acqua, spingeremo verso l’estinzione decine di migliaia di specie animali.
Quindi, in buona sostanza, uno scenario molto diverso da quello che viene venduto all’opinione pubblica.
Non si tratta di una distopia, di un futuro lontano avvolto nelle nebbie del probabilmente e del forse: la Commissione Europea ha appena annunciato un programma di finanziamenti per l’industria mineraria europea e il prezzo del rame vola (+40% da marzo a oggi), trainato proprio dalla domanda legata alle auto elettriche cinesi e al Green Deal europeo. Ci siamo già dentro, stiamo già devastando centinaia di ecosistemi alla ricerca di litio e cobalto per le batterie o terre rare per i magneti delle turbine eoliche.

 Sospinti dall’emotività, alimentiamo una bolla epocale.
Ci sono altre soluzioni? La temperatura continua ad aumentare, non possiamo fare finta di niente. [Ecco, questa è una delle questioni sulle quali gli scienziati sono tutt’altro che unanimi, sia sull’aumento della temperatura, sia sulla causa antropica dei presunti cambiamenti climatici, sia sull’emergenza climatica, sia sulla possibilità umana di influire sul clima]
Certo che ci sono altre soluzioni.
E, di nuovo, ci si scontra con il muro di gomma della divulgazione: l’opinione pubblica è stata convinta che non ci siano altre strade ma in realtà non è così.
Prendiamo un caso esemplare: la Cattura Diretta in Atmosfera (DAC).
La cattura diretta è una tecnologia dall’apparenza pionieristica, ma in realtà molto semplice, che permette di separare l’anidride carbonica dall’aria. Niente di fantascientifico, esistono decine di impianti pilota perfettamente funzionanti in tutto il mondo.
Genericamente questa tecnologia viene ridicolizzata in quanto molto costosa: i risultati certificati a livello scientifico si attestano su un costo minimo di 94 dollari per ogni tonnellata di anidride carbonica catturata dall’atmosfera. Oggettivamente, un costo non indifferente dato che ne emettiamo quasi 37 miliardi di tonnellate l’anno.
Chiunque faccia notare che stiamo parlando dei dati relativi a un impianto pilota, molto piccolo, e che in un impianto di grandi dimensioni i costi potrebbero essere già ora molto più bassi, viene accusato di pensiero magico, nonostante il potenziale delle economie di scala sia noto e facilmente misurabile.
Oltretutto, si pretende che la cattura diretta competa con le rinnovabili senza beneficiare di incentivi pubblici, mentre le rinnovabili vengono generosamente sussidiate.
Beh, la cosa curiosa è che le stime attuali sui costi della “rivoluzione verde” si aggirano intorno ai 5.000/6.000 miliardi l’anno, mentre catturare l’anidride carbonica direttamente dall’atmosfera a 94 dollari la tonnellata (ripetiamolo: un costo irragionevolmente gonfiato immaginando un impiego su larga scala) costerebbe “solo” 3.000 miliardi l’anno! È veramente difficile capire come si possa definire la cattura diretta costosa, appoggiando contemporaneamente una soluzione che costa il doppio.
Da non dimenticare, poi, come sottolinea proprio Nature, che la cattura diretta ha un vantaggio fondamentale rispetto a tutte le altre soluzioni: minimizza l’incertezza, aggredisce il nocciolo del problema. Da una parte parliamo di ridurre l’aumento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera attraverso complessi meccanismi culturali e sociali, dall’altra di toglierla direttamente con una tecnologia.
Ancora più curioso è il caso della riforestazione e dell’agricoltura rigenerativa (da non confondere con l’agricoltura biologica o biodinamica: parliamo di agricoltura intensiva con rese superiori a quella chimica tradizionale), due opzioni perfettamente ecosostenibili che ci permetterebbero di tamponare rapidamente il problema del cambiamento climatico, con un dispendio di risorse limitato e ricadute socioeconomiche allettanti. Eppure, le iniziative in questa direzione sono continuamente sotto il fuoco degli scienziati, dei divulgatori e degli attivisti green. Un paradosso. L’accusa è spiazzante: l’adozione di queste soluzioni potrebbe rallentare la transizione verso le energie rinnovabili.
Ma l’obiettivo finale di questo gigantesco sforzo è mettere al sicuro il pianeta dall’incertezza climatica oppure far fare un mucchio di soldi alla lobby delle energie rinnovabili? Oramai è diventato molto difficile capirlo.
Elon Musk è indubbiamente un imprenditore brillante, un genio del nostro tempo, ma non per questo ci dobbiamo sentire obbligati a versargli 1.000/2.000 miliardi di dollari l’anno, generosamente irrorati da fondi pubblici che togliamo alla sanità o all’educazione, solo per fare due esempi.
Sarebbe bello poter chiosare, come d’altronde va molto di moda in questi tempi, dicendo che è sempre più importante studiare, informarsi, approfondire, perché ne va del nostro futuro. Ma se a monte c’è un filtro che seleziona quali informazioni devono arrivare ai media e quali no, questo diventa solo l’ennesimo esercizio di stile altezzoso e inconcludente.
“Va notato che l’IPCC nel suo quinto rapporto, coerentemente con tutte le precedenti relazioni di valutazione, non affronta esplicitamente la questione delle implicazioni materiali degli scenari di sviluppo climatico” (World Bank).
Twitter @enricomariutti (qui, e grazie all’amica Maria Teresa a cui l’ho rubato)

Eravamo, se ricordo bene, negli anni Ottanta; i Verdi con le loro istanze ambientaliste stavano cominciando a emergere, e io ho detto a una collega, facendola inorridire, “Quella gente è pericolosa, mi fa paura”. Fanno paura perché la loro è una religione di quelle fanatiche, ricordano Arafat che esortava centinaia di bambini a diventare martiri per la causa della Palestina. Ricordano Ahmadinejad, che sapendo che a un eventuale attacco atomico Israele risponderebbe in uguale maniera, spiegava che anche se la bomba israeliana avesse ucciso trenta milioni di persone, era un prezzo che l’Iran poteva permettersi di pagare dato che Israele, infinitamente più piccolo, con una sola bomba sarebbe stato completamente distrutto. Il prezzo da pagare – e far pagare – non ha alcuna importanza, l’unica cosa che conta è vincere la battaglia. Anche se, come in questo caso, il prezzo sarà la totale distruzione del pianeta, oltre che della vita sia animale che umana su di esso.
Quanto al mio indirizzo iniziale, scherzavo naturalmente: non vivo nel mondo di Utopia, e non mi illudo che esista qualcosa in grado di far rinsavire la piccola analfabeta ritardata che non sa infilare due parole in croce se non ha davanti il testo fabbricato dai genitori da leggere (e non venitemi a parlare di Asperger: una delle caratteristiche peculiari degli Asperger è una spiccata intelligenza).

barbara