RIPRENDO LA TELENOVELA

Quella dell’acqua in camera e del padrone di casa eccetera. Che alla puntata precedente si concludeva così:

E alla prossima pioggia…

Ecco. L’asfaltista è venuto e ha messo un po’ di guaina intorno a ciascuno dei due bocchettoni. Una settimana dopo è piovuto per alcune ore, e mi si è allagata la camera. Con nuovi buchi in aggiunta a quelli precedenti. L’ho visto quando sono entrata per andare a letto e mi è toccato ritirare fuori di corsa gli asciugamani e stenderli per terra e secchi e catini e tutto l’armamentario. E le macchie di umido sul soffitto ulteriormente allargate e l’intonaco con bolle e crepe, e quando ha smesso di piovere giù acqua ha attaccato a piovere giù intonaco. La mattina dopo ho chiamato il padrone di casa, che ha detto che avrebbe chiamato subito l’amministratore e lo avrebbe fatto venire da me insieme all’asfaltista. Dopo una settimana ho richiamato per sentire a che punto eravamo. Ho aspettato, dice lui, perché in tutti questi giorni c’è sempre stato il sole e anche per i prossimi giorni è previsto bel tempo, e volevo aspettare che piovesse per vedere cosa succede. E io ho cominciato a inquietarmi e agitarmi in pelino. Poi ha detto, Lei, signora Mella, deve essere buona. È stato lì che ho leggermente perso il controllo; tre ore e mezza dopo mi faceva ancora male la gola. Oggettivamente, quando mi incazzo sono molto sgradevole, e lui evidentemente non voleva rischiare di riavermi nelle orecchie un’altra volta incazzata; mezz’ora dopo mi ha richiamata per dirmi che nel pomeriggio si era impegnato a venire di nuovo l’asfaltista (il cialtrone dell’altra volta, quello che ha fatto la copertura tre anni fa e un anno e mezzo fa avevo già le macchie sul soffitto; quello che “ogni paio d’anni, quando piove forte è normale che succeda”, da cui si deduce che, primo, è destino ineluttabile che con un isolamento fatto da lui, ogni volta che piove forte l’acqua passi dalla terrazza alla stanza sottostante, secondo, che dopo che l’acqua ha aperto una mezza dozzina di buchi, poi i buchi si chiudono da soli e per un paio d’anni l’acqua non passa più; quello che ha risolto il problema e alla prima pioggia mi sono ritrovata con la camera allagata). Non è venuto, e il giorno dopo, benché fosse festa (il primo novembre), il vecchio ha mosso mari e monti e poi mi ha chiamata per dirmi che venerdì mattina sarebbe venuto l’altro asfaltista, quello che era venuto a vedere la situazione la prima volta. Naturalmente adesso si riscateneranno i condomini che dovranno pagare la loro parte, ma a quanto pare preferisce affrontare l’ira di una decina di condomini toccati nel portafogli che la mia. Poi nei giorni scorsi è piovuto e l’acqua non mi è scesa. Piccola nota a margine: dato che prima delle sei, sei e mezza non mi addormento, e il tizio sarebbe sicuramente venuto la mattina presto, la notte sono scesa ad attaccare sotto il campanello un bigliettino con su scritto “Asfaltista: suoni forte se no non mi sveglio!” L’asfaltista ha avuto pietà, e si è fatto aprire e dare la chiave della terrazza da qualcun altro. Poi, essendo proprio sopra la mia testa, a partire dalle sette e mezza ho sentito lavorare di gran lena, ma almeno mi ha risparmiato di alzarmi dal letto.

Già che siamo in tema di aggiornamenti, vi informo che ho fatto i raggi alla vertebra, e la situazione è ulteriormente peggiorata: l’avvallamento è aumentato (stronza). Poi dovrò anche fare un piccolo intervento. Avete presente l’alluce valgo? È quella cosa che viene ai comuni mortali. Naturalmente nessuno di voi si immagina che io sia una comune mortale, vero? E infatti non mi è venuto l’alluce valgo: mi è venuto il mignolo valgo. Un po’ stortino, fin dove arrivo a ricordare, l’ho sempre visto: stortino carino; simpatichino, anche. Ma adesso mi sono accorta che si sta proprio stendendo, e non voglio arrivare come quelle con l’alluce completamente di traverso sopra o sotto le altre dita, sicché quando, fra un mese, andrò a fare i nuovi raggi per la vertebra, li farò anche ai piedi e poi si farà l’interventino. L’ortopedica (la mia ortopedica d’oro), è d’accordo, e spero che mi operi lei.

Poi c’è un’altra grossa grossa grossa rogna, ma quella, se non si risolve, la scriverò a parte, perché voglio che la facciate girare e che la leggano almeno dodici miliardi di persone.

E visto che qua si sta praticamente scatenando la fine del mondo, regaliamoci almeno una fine del mondo… profumata.

barbara

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QUATTRO DIALOGHI

Postati tanti anni fa nell’altro blog, e scritti tanti anni prima ancora; il sottotitolo potrebbe essere “Questa sono io”. Anche il mio interlocutore esiste realmente, e il ritratto che emerge da questi dialoghi è assolutamente fedele.

TERRA

“Chi sei?”
“Io sono la terra. La terra che tu puoi calpestare, e lei non protesterà, ma non la puoi ignorare perché in qualunque momento può spalancarsi e inghiottirti. Sono la terra che nutre le radici e ne fa crescere i frutti di cui tu puoi nutrirti, ma non puoi violarla, o si vendicherà. Sono la terra ricca di tutti i tesori: posso darti oro e argento, ferro e rame, carbone e petrolio, rubini e diamanti, e tu ne potrai prendere quanti ne vorrai, ma bada, dovrai estrarli con molta, molta delicatezza, o tutti i tesori della terra franeranno su di te e ti sommergeranno, e per te non vi sarà scampo. Dal mio corpo scaturiscono i terremoti e nel mio ventre affondano le radici dei vulcani: non scherzare con loro, o avrai a pentirtene. Nel mio centro brucia un fuoco, che si estinguerà solo con me: non lo devi temere, è da lui che provengono la mia forza e la mia vita. Sono la terra grassa e fertile, che nutre l’intera umanità e sopporta la sua ingratitudine. Sono la terra che dà vita alla vita, ma stai attento: se la rifiuterai, lei ti punirà. E tu chi sei?”
“Io sono colui che vive al di sopra della terra, che tenta di volare con le aquile, che non osa sottrarre i tesori per timore che non gli siano destinati. Io sono colui che ammira e non coglie. Io, forse, sono troppo lontano da Adamo e non sono stato tratto dalla terra”

ARIA

“Chi sei?”
“Io sono l’aria. L’aria che ti fu insufflata quando per primo abitasti la terra, e da golem di terra ti trasformò in essere umano. L’aria che nutre i tuoi polmoni e mantiene viva in te la vita. L’aria che accarezza il tuo viso e sfiora il tuo corpo, e scompiglia malandrina i tuoi capelli. L’aria che solleva le gonne alle ragazze, donandoti una fuggitiva visione di fresca pelle. Posso spingere la tua barca e farti arrivare in porto sano e salvo, ma non mi devi sfidare, o affogherai miseramente senza il tempo di dire amen. Porto le nubi e la pioggia a dissetare i campi, ma non mi si deve fare arrabbiare, o scatenerò tempeste e uragani, cicloni e tornado e distruggerò ogni cosa sul mio cammino. Posso far stormire le fronde e scoperchiare le case, far fremere le ali delle farfalle o sradicare alberi secolari, perché il mio umore è bizzarro: bisogna conoscermi bene, e non prendermi alla leggera, se non si vogliono avere guai. Io so far piangere i tuoi occhi, e so asciugare le lacrime sul tuo viso, perché molti e vari sono i miei sentimenti. Potrai nutrirti di me quanto vorrai, perché grande è la mia generosità, potrai chiamarmi se vorrai fare il gioco della camicia, perché grande è la mia allegria, potrai cercarmi ovunque e ovunque mi troverai, perché grande è la mia anima, potrai interrogarmi, e sempre avrai risposta, perché grande è la mia fantasia. Solo una cosa non potrai fare mai: dimenticarmi, perché immediatamente ne morirai. E tu chi sei?”
“No, io, io sono uno che con l’aria non va tanto d’accordo. Anzi, mi sono anche fatto venire l’asma per non rischiare di respirarne troppa”.

ACQUA

“Chi sei?”
“Io sono l’acqua. L’acqua che ha accolto la vita prima che fosse vita e l’ha trasformata in vita. L’acqua che ha cullato il tuo minuscolo corpo e lo ha cresciuto fino a farlo diventare il corpo di un uomo. L’acqua che scorre lenta e piana e ti mormora storie senza fine, ma tu dovrai saperle ascoltare, o ti smarrirai nella foresta della vita. L’acqua che sa accarezzare il tuo corpo, ma non dovrai tentare di afferrarla, perché ti sfuggirà per sempre e non la ritroverai mai più. Io sono l’acqua che ti disseta, ma mi dovrai sorbire nella giusta misura: se ne prenderai troppa ti soffocherai, se troppo poca morirai. Ti posso cullare ma ti posso anche travolgere e spazzare via senza pietà, dipenderà solo da te salvarti e godere della mia frescura o perderti per sempre nelle mie rapide, non dovrai commettere errori o sarai perduto per sempre. Io nutro la terra e la rendo fertile e travolgo e spazzo via i villaggi; io do la vita e tolgo la vita, non a mio capriccio, ma secondo leggi inesorabili. Io sono colei che purifica col solo contatto, ma non mi si deve sporcare, o sporcherò a mia volta. Non mi si deve incatenare, o romperò ogni argine, non mi si deve sfidare, perché sarò sempre io la più forte, non dimenticarlo mai. Io do forza e calore, do energia e produco la luce. Con me si può giocare, ma non si deve sbagliare il momento, e non si deve sbagliare il gioco: il prezzo da pagare potrebbe essere molto alto. Io creo sublimi visioni e immani devastazioni, perché in me è la forza che tutto crea e tutto distrugge. In me ti puoi muovere, da me puoi lasciarti cullare, ma devi sapermi seguire, o ti sommergerò senza pietà. E tu chi sei?”
“No io, scusami, ma io non vado tanto d’accordo con te, io non amo lasciarmi cullare da te. In effetti mi piaci, mi affascini, ma preferisco non fidarmi troppo, sai, non si sa mai”.

FUOCO

“Chi sei?”
“Io sono il fuoco. Il fuoco che scalda il tuo corpo e scalda la tua anima e lenisce le ferite del tuo corpo e della tua anima. Io sono il cuore del sole e della terra e degli astri tutti. Per secoli e millenni e migliaia di millenni gli uomini hanno tentato di imprigionarmi. Alla fine hanno creduto di esserci riusciti, e per un po’ io glielo lascio credere, ma prima o poi fuggo e mi dirigo dove meno se lo aspettano. Per secoli e millenni e migliaia di millenni hanno tentato di domarmi, e alla fine anche questo hanno creduto di essere riusciti a farlo. E anche questo per un po’ glielo lascio credere, ma prima o poi mi ribello, poiché non sopporto catene. Io tengo lontani da te gli animali pericolosi e i fantasmi che turbano la tua mente. Da me nascono scintille che illuminano i tuoi occhi e il tuo spirito. Io scaldo il tuo sonno nelle gelide notti invernali e accompagno i tuoi sogni. Io rischiaro la tua via affinché tu non ti perda per selve oscure e rendo sacri i giorni di festa. Tale è la mia potenza che i popoli delle foreste mi credono un dio e mi adorano e mi pregano. Gli uomini delle macchine non mi credono un dio, ma hanno bisogno di me quanto quelli che essi chiamano “primitivi”. Io sono ovunque e sono il motore di ogni cosa, senza il mio calore nessuna cosa funzionerebbe sulla terra, e la vita stessa scomparirebbe. Io sono dunque il tuo calore e la tua fonte di vita. Forse potrei dire che io sono la tua vita stessa. E tu chi sei?”
“Ecco io, vedi, io sono un uomo dimezzato. Il mio spirito ti ama e ti cerca e ti desidera, ma il mio corpo ti teme, ha paura di restarne bruciato, e così il mio corpo e il mio spirito sono sempre lontani l’uno dall’altro”.
“Allora lascia che il tuo spirito sia completamente compenetrato da me. Quando ciò sarà avvenuto, il tuo corpo e il tuo spirito si riuniranno”.
“Ma non è facile”.
“No, non lo è. Ma nessuna cosa è facile su questa terra. E se tu vuoi vivere, e non solo sopravvivere, non hai altra scelta”.
“Ma tu sei pericoloso”.
“Sì, lo sono. Ma chi ha paura del pericolo non possiederà la vita”.

barbara

ACQUA

Mekorot
In aggiunta alla nerchiotomia politicamente corretta, soffermerei l’attenzione su quel 45% di dispersione a Roma e 35% in media in Italia: credo che per questo brillante risultato vada un sentito ringraziamento anche a quei 26 milioni di craniofallici, pari al 54% degli italiani con diritto di voto, che non avendo la più pallida idea della differenza fra gestione e disponibilità, né del funzionamento delle gestioni pubbliche, hanno votato per “acqua bene comune”.
Quanto invece al qui sopra menzionato Paese al di là del mare, può valere la pena di rileggere questo.

barbara

SCUSI

Una decina d’anni, forse meno. Capelli lunghi entrambe, l’unica cosa che ho specificamente notato. Io stavo facendo la mia solita camminata lenta sulla battigia dopo il bagno, un po’ per asciugarmi prima di rivestirmi, un po’ perché è bellissimo; loro camminavano un po’ più veloci e mi hanno superata. Ad un certo punto le vedo ferme, guardano verso il mare e parlottano. Quando le raggiungo “Scusi” dice una, in tono quasi perentorio. Mi fermo. “Quella è una boa o un bambino?” Guardo anch’io verso il mare, di luce non ce n’è più molta. “Ce ne sono tante”, dico, “tu quale intendi?” “Quella nera”. Già, c’è una cosa tonda nera, molto più piccola delle normali boe arancione, effettivamente compatibile, per grandezza e colore, con la possibilità che sia la testa di un bambino. Sono sicura al 99,9 periodico per cento che è una boa, ma quel centomiliardesimo di possibilità che non lo sia sarebbe più che sufficiente a togliermi il sonno, se non andassi a verificare. Loro non possono farlo perché sono vestite, e quindi vado io (oltretutto io mi sono dovuta immergere fino alle natiche: a loro l’acqua sarebbe arrivata alle spalle o quasi). Naturalmente è una boa, e la sollevo bene con tutta la sua corda per fargliela vedere. Sono visibilmente sollevate, e quando sono vicina alla riva, prima di riavviarsi, mi ringraziano, come se avessi fatto un favore a loro.
Due bambinette delle elementari che si guardano intorno, che si preoccupano di quello che vedono, che intuiscono la possibilità di un’emergenza, che se ne fanno carico, se ne prendono la responsabilità, che bloccano il primo adulto che capita loro a tiro perché si possa, se davvero ci fosse un’emergenza, intervenire. Sono tornata a casa bagnata fradicia ma felice: anche oggi la vita mi ha fatto il suo piccolo grande regalo. Il ringraziamento lo affido alla voce di un uomo che l’ha cantata quando aveva ancora davanti venticinque giorni di vita – e lo sapeva. E grazie anche al grandissimo Andrea.

barbara

 

E PER CONCLUDERE (11/17)

Per concludere, in realtà, ci sarebbero ancora tantissime cose da raccontare, emozioni da rievocare, momenti speciali da rammentare. Per esempio il bunker sul Golan dove, il buio rischiarato unicamente da microscopici lumini regalatici da Moti,
lumino
è stata letta la preghiera Unetanneh Tokef,
Unetanneh tokef
composta, secondo la tradizione, nell’XI secolo da Rabbi Amnon di Magonza mentre attendeva di morire con le mani e i piedi amputati come punizione per non essersi voluto convertire. Poi, in quell’atmosfera surreale, ce l’ha fatta sentire cantata, dal cellulare. Adesso chiudi gli occhi, immaginati dentro un bunker in cui non arriva alcun rumore dall’esterno, le volte che si rimandano i suoni, il buio quasi totale, tante persone, vicinissime le une alle altre, in religioso silenzio, il suono un po’ incerto di un cellulare, e ascolta:

E quella lunga camminata – mentre i compagni tiravano fuori e aprivano la bottiglia e preparavano i bicchieri – con i piedi in acqua, e poi anche le caviglie, e poi anche i polpacci, e le onde che ogni tanto si alzavano a inzupparmi il vestito, nella luce sempre più evanescente del tramonto telavivino, avanti e indietro, avanti e indietro, ultima e poi esco, no dai ancora una e poi esco, questa è proprio ultima e poi esco davvero, vabbè, penultima, ma poi veramente…

E il bagno nel mar Morto, con la compagna R. che appena entrata si mette a strillare ahiahiahi mi brucia la jolanda! La cosa buffa è che fra i vari nomi e nomignoli in uso, jolanda non l’avevo mai sentito, e probabilmente neanche gli altri, e ciononostante ci siamo messi tutti a ridere, perché nessuno ha avuto il minimo dubbio sul significato di quella parola – potenza dell’oggetto che riesce a superare quella del nome!

E poi basta, mi fermo. Fra una settimana sarò di nuovo lì, a inzuppare le chiappe nel Mar Morto e a vedere altre cose meravigliose che poi, come sempre, vi racconterò e vi farò vedere. Come ultimissima cosa, prima di chiudere la narrazione di questo undicesimo viaggio, vi lascio alcune foto prese dall’autobus mentre correvamo lungo il mar Morto (ho tolto le più storte e le più sfocate; di quello che rimane, pur storto e sfocato, vi accontenterete). Quegli arbusti che sorgono dal deserto di sale: ci era stato detto che cosa sono, ma non me lo ricordo; sono tuttavia sicura che arriverà la solita mano santa a provvedere.
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E i solchi lasciati dai piedi delle capre in transito.
perc 1
perc 2
E questo per ora è tutto. Arrivederci al prossimo viaggio.

E la sapete una cosa curiosa? A scrivere questo ultimo post mi sento come se dal viaggio mi stessi congedando veramente solo in questo momento. Come se questo fosse un addio. E me ne viene come una sorta di tristezza.

barbara

 

CENTRO VIDOR 1 (11/10)

L’interno

Il Centro Visitatori Vidor si trova nel deserto dell’Aravà. Quella che si vede in questa immagine
ingresso-centro
è una grande sala che riassume le attività delle varie aziende sorte nel cuore del deserto, sperimentazioni comprese. Sulla sinistra si vedono tre porte: aprendole si entra in altrettante “case”: appena aperta la porta parte un video in cui tre persone raccontano la propria esperienza di vita nel deserto, i propri ideali, le proprie motivazioni, il senso, per ognuno di loro, del dedicare la propria vita al deserto, al farlo fiorire, al far nascere e crescere la vita, come auspicava Ben Gurion, in un luogo che della vita sembra la negazione assoluta.
E questo angolo,
acqua
che con poche immagini e poche spiegazioni mostra nel modo più chiaro e semplice che cosa c’è dietro al (apparentemente) banale gesto di girare un rubinetto e vederne scorrere l’acqua.
In fondo le vetrine e gli acquari, di cui vi parlerò fra poco, e in mezzo delle installazioni interattive, in cui toccando un dettaglio delle immagini rappresentate si ottengono informazioni particolareggiate e approfondite sul dettaglio stesso.
Ma la cosa più spettacolare è questa installazione
sabbia
che si trova subito all’ingresso della sala: affondando una mano nella sabbia e scavandovi una piccola fossa, si crea una pianura verde, o una valle, cambiando l’aspetto geomorfologico; tenendo una mano sospesa sopra l’installazione si fa piovere, modificando anche in questo caso l’aspetto del terreno.
Vetrine e acquari, dicevo. Le vetrine mostrano le varie coltivazioni sperimentali, ossia con gli studi, per esempio, sugli antiparassitari migliori, cioè più efficaci, più naturali, meno invasivi e con meno effetti collaterali.
coltivazioni-1
coltivazioni-2
coltivazioni-3

Gli acquari illustrano l’altra incredibile specialità di questo deserto: l’itticoltura, sia per il pesce commestibile (circa l’80% del pesce consumato in Israele viene prodotto qui), sia per quello da acquario. Il pesce pagliaccio, in particolare, ha visto aumentare esponenzialmente le richieste dopo il successo del film Nemo, ed è quindi intensamente allevato qui, non solo per rispondere alla domanda, ma anche per non rischiarne l’estinzione nel suo ambiente naturale.
acquario-1
acquario-2
barbara

ISRAELE DIECI (4)

L’acqua

Se l’acqua è di primaria importanza ovunque, in Israele, deserto per il 60% del suo territorio, è vitale nel senso più letterale del termine, ed è per questo che Israele è all’avanguardia mondiale in tutti gli ambiti tecnologici che la riguardano: dai metodi di irrigazione al reperimento di sorgenti nel deserto scavando anche fino a 1000-1500 metri a tutti gli altri metodi che ho illustrato qui e qui (a questo argomento, in realtà, in questo blog sono state dedicate decine di post, ma non li linko perché sarebbero davvero troppi). Ma quello che si può davvero considerare, senza tema di smentite, il diamante della corona, è senz’altro il riciclo delle acque reflue. Dire che Israele, in questo campo, è primo al mondo, probabilmente non basta a rendere l’idea: più chiaro diventa se dico che Israele ricicla l’85% delle acque reflue; al secondo posto c’è Singapore, con il 35%, al terzo la Spagna con il 27%, al quarto l’Australia con il 15%.
Noi abbiamo visitato il più grande centro di riciclo dell’acqua della regione di Dan, in cui si trova Tel Aviv. In questa sala del centro visitatori
introduzione
abbiamo ricevuto le prime informazioni da questo signore (niente male, anche se in foto non si vede molto). Nella foto potete vedere anche delle bottiglie, che ora vi faccio vedere meglio.
bottiglie
Nella bottiglia a destra c’è l’acqua che arriva qui, in quella a sinistra il risultato finale.
Il processo di purificazione comporta vari passaggi; dopo il secondo l’acqua può essere utilizzata per irrigare prati, terreni con alberi e coltivazioni non commestibili, mentre per le verdure è necessario un ulteriore passaggio. L’acqua alla fine del processo di purificazione è perfettamente potabile, ma non viene usata per bere unicamente per motivi psicologici – il solo sapere che viene dalle fognature, per quanto potabile e magari anche buona, disturberebbe sicuramente molti – e dunque viene utilizzata unicamente in agricoltura.
Questo è un plastico che rappresenta l’intera struttura,
plastico
di cui abbiamo visitato diverse parti, sia all’interno che all’aperto.
impianti 1
impianti 2
impianti 3
E naturalmente, trovandoci nel regno dell’acqua, il paesaggio intorno non può che essere rigoglioso,
paesaggio 1
paesaggio 2
paesaggio 3
paesaggio 4
con le immancabili, spettacolari, esplosioni di colori.
paesaggio 5
E, per un momento di relax, non manca un lungo sedile
sedile
interamente fatto di materiale riciclato, ossia di roba trovata nelle fognature. E ricordatevi: quando vedete viola,
acqua riciclata 1
acqua riciclata 2
dentro c’è acqua riciclata.
Abbiamo anche visto un filmato, che mi ha fatto immediatamente cambiare un’abitudine che sicuramente condivido (condividevo) con molti: gettare nel water fazzoletti di carta, salviette detergenti e altre cose che vengono qualificate, con un orrido neologismo, come “gettabili nel water”, assicurando che si sciolgono nell’acqua. Non è vero: le ho viste, tutte queste cose, impigliate tra i denti dello strumento che provvede alla prima scrematura, ossia alla rimozione dei corpi estranei: sono tutte lì, assolutamente intatte. E dunque evitiamo, per il bene di tutti.
E grazie Israele, che mi hai insegnato anche questo.

barbara

ISRAELE NOVE (11)

Il relax

Trattandosi, come già ho avuto occasione di dire, di un viaggio intenso e piuttosto impegnativo dal punto di vista fisico, ci siamo concessi anche alcuni momenti di relax, tutti meritevoli di essere documentati.

Arugot, un wadi nell’oasi di En Gedi. Di foto mie qui non ne ho: il percorso per arrivarci, come vedrete fra un momento, è piuttosto faticoso e in alcuni tratti impervio, io avevo quel famigerato crampo al polpaccio e in quell’occasione ero anche rimasta senza angelo custode nonché badante (badanto?), per cui tutta la mia energia, tutto il mio impegno, tutta la mia concentrazione erano impegnati nell’impresa di andare avanti, di conseguenza userò ancora una volta quelle di Carla più due prese dalla rete per illustrare il percorso, e una presa dalla rete per la piscina naturale con cascata che abbiamo trovato all’arrivo. Il fatto è che siamo arrivati tutti talmente sfiniti e accaldati che abbiamo pensato solo a spogliarci e buttarci in acqua il più presto possibile, e di foto ne sono state fatte pochissime (io a dire il vero me ne ero fatte fare tre, fra cui una stesa sul ghiaino nell’acqua bassissima vicino alla cascata – così, tanto per intenderci – che doveva essere bellissima, dall’unica persona che aveva ancora le mani asciutte, ma non sono venute). C’è stata un’unica persona che ha scattato alcune foto di quello spettacolo, e me le aveva mandate, ma in seguito alla nota polemica con tanto di minaccia di querele e frignamenti e alti lai e falli vari misti per via di una persona meravigliosa il cui operato avevo un tantino preso per il sedere, mi è stato intimato di togliere quelle già postate in precedenza e quindi suppongo che il divieto valga anche per tutte le situazioni future e quindi niente, vi accontenterete della rete, e amen.
Arugot 1-c1
Arugot 2
Arugot 3-c2
Arugot 4-c3
Arugot 5-c4
Arugot 6-c5
Arugot 7-c6
Arugot 8
Arugot 9

Anche nei pressi del Kinneret, o Mare di Galilea o lago di Tiberiade si trova una piscina naturale di acqua limpidissima e fresca formata da una cascata (qui parzialmente coperta da uno strano ectoplasma che non si sa come sia finito lì).
piscina 1
Dietro la cascata c’è una piccola grotta
piscina 2
in cui è possibile sedersi e godere della frescura portata dall’acqua, in perfetto isolamento. Peccato solo che a pochi metri da lì si fosse accampata una banda di arabi con stereo a tutto volume e resti di cibo e spazzatura di ogni genere sparsa tutto intorno (“Preparatevi – ha detto la guida – che presto sarà così anche da voi”).

Sachne sarebbe questa cosa qui,
Sache 1
che non era in programma, è stata un’idea della guida di aggiungerla all’ultimo momento, dato che aveva il biglietto per tre ingressi ai parchi nazionali e ne avevamo utilizzati solo due, ma non è qui che siamo andati: la guida aveva trovato in internet che chiudeva alle cinque del pomeriggio e l’ingresso era consentito fino alle quattro, ma quando siamo arrivati, alle tre e dieci, gli hanno detto che era troppo tardi e l’ingresso non era più consentito, che uno si aspetterebbe che queste cose succedano solo in Italia e invece no, succedono anche in Israele, pensa un po’. Lui si è piantato lì come un mastino, ha fatto il diavolo a quattro ma niente da fare, non ci hanno fatti entrare. Così ci ha portati un po’ più in là, in una zona più o meno come questa,

Sachne 3
dove ci siamo cambiati più o meno all’aria aperta e ci siamo immediatamente buttati in acqua. Qui foto niente, da nessuno, perché buttarsi in acqua era proprio un’urgenza improrogabile.

E naturalmente non poteva mancare il mar Morto. Di foto non ne ho fatte avendone già pubblicate in abbondanza in occasione del secondo viaggio qui. Quindi vi metto solo questa,
2 mar Morto (c)
in cui sono vicino al nostro capogruppo in procinto di schiattare per tenere dentro la pancia, perché la pancia al naturale è roba da eclissi quasi totale, come si può ammirare qui.
pancia (c)
In acqua (spettacolarmente calda, praticamente pronta da buttare la pasta, proprio come piace a me) in realtà sono riuscita a restare pochissimo perché l’acqua salata mi provocava un tremendo dolore alle emorroidi (sì, lo so, non fa fine, ma i fatti sono fatti, abbiate pazienza): non bruciore per via del sale, proprio un dolore insopportabile, che nelle occasioni precedenti non mi era mai capitato di provare. Boh. A una compagna di viaggio invece – che naturalmente non nomino, e speriamo che non ci sia qualcuno che anche senza nominarla la riconosca lo stesso e mi mandi qualcun altro a minacciare querele e inondarmi di frignamenti e alti lai e falli vari misti – bruciava la jolanda, ma a quanto pare non proprio tanto tanto, visto che è riuscita a restarci più di me.

Poi l’ultimo giorno, a Tel Aviv, si è fatto anche un tuffo nel Mediterraneo, ed è stato bellissimo, ma dopo le perle precedentemente descritte appare fin quasi banale, tanto da non meritare una trattazione a parte.

barbara