ACQUA

Mekorot
In aggiunta alla nerchiotomia politicamente corretta, soffermerei l’attenzione su quel 45% di dispersione a Roma e 35% in media in Italia: credo che per questo brillante risultato vada un sentito ringraziamento anche a quei 26 milioni di craniofallici, pari al 54% degli italiani con diritto di voto, che non avendo la più pallida idea della differenza fra gestione e disponibilità, né del funzionamento delle gestioni pubbliche, hanno votato per “acqua bene comune”.
Quanto invece al qui sopra menzionato Paese al di là del mare, può valere la pena di rileggere questo.

barbara

SCUSI

Una decina d’anni, forse meno. Capelli lunghi entrambe, l’unica cosa che ho specificamente notato. Io stavo facendo la mia solita camminata lenta sulla battigia dopo il bagno, un po’ per asciugarmi prima di rivestirmi, un po’ perché è bellissimo; loro camminavano un po’ più veloci e mi hanno superata. Ad un certo punto le vedo ferme, guardano verso il mare e parlottano. Quando le raggiungo “Scusi” dice una, in tono quasi perentorio. Mi fermo. “Quella è una boa o un bambino?” Guardo anch’io verso il mare, di luce non ce n’è più molta. “Ce ne sono tante”, dico, “tu quale intendi?” “Quella nera”. Già, c’è una cosa tonda nera, molto più piccola delle normali boe arancione, effettivamente compatibile, per grandezza e colore, con la possibilità che sia la testa di un bambino. Sono sicura al 99,9 periodico per cento che è una boa, ma quel centomiliardesimo di possibilità che non lo sia sarebbe più che sufficiente a togliermi il sonno, se non andassi a verificare. Loro non possono farlo perché sono vestite, e quindi vado io (oltretutto io mi sono dovuta immergere fino alle natiche: a loro l’acqua sarebbe arrivata alle spalle o quasi). Naturalmente è una boa, e la sollevo bene con tutta la sua corda per fargliela vedere. Sono visibilmente sollevate, e quando sono vicina alla riva, prima di riavviarsi, mi ringraziano, come se avessi fatto un favore a loro.
Due bambinette delle elementari che si guardano intorno, che si preoccupano di quello che vedono, che intuiscono la possibilità di un’emergenza, che se ne fanno carico, se ne prendono la responsabilità, che bloccano il primo adulto che capita loro a tiro perché si possa, se davvero ci fosse un’emergenza, intervenire. Sono tornata a casa bagnata fradicia ma felice: anche oggi la vita mi ha fatto il suo piccolo grande regalo. Il ringraziamento lo affido alla voce di un uomo che l’ha cantata quando aveva ancora davanti venticinque giorni di vita – e lo sapeva. E grazie anche al grandissimo Andrea.

barbara

 

E PER CONCLUDERE (11/17)

Per concludere, in realtà, ci sarebbero ancora tantissime cose da raccontare, emozioni da rievocare, momenti speciali da rammentare. Per esempio il bunker sul Golan dove, il buio rischiarato unicamente da microscopici lumini regalatici da Moti,
lumino
è stata letta la preghiera Unetanneh Tokef,
Unetanneh tokef
composta, secondo la tradizione, nell’XI secolo da Rabbi Amnon di Magonza mentre attendeva di morire con le mani e i piedi amputati come punizione per non essersi voluto convertire. Poi, in quell’atmosfera surreale, ce l’ha fatta sentire cantata, dal cellulare. Adesso chiudi gli occhi, immaginati dentro un bunker in cui non arriva alcun rumore dall’esterno, le volte che si rimandano i suoni, il buio quasi totale, tante persone, vicinissime le une alle altre, in religioso silenzio, il suono un po’ incerto di un cellulare, e ascolta:

E quella lunga camminata – mentre i compagni tiravano fuori e aprivano la bottiglia e preparavano i bicchieri – con i piedi in acqua, e poi anche le caviglie, e poi anche i polpacci, e le onde che ogni tanto si alzavano a inzupparmi il vestito, nella luce sempre più evanescente del tramonto telavivino, avanti e indietro, avanti e indietro, ultima e poi esco, no dai ancora una e poi esco, questa è proprio ultima e poi esco davvero, vabbè, penultima, ma poi veramente…

E il bagno nel mar Morto, con la compagna R. che appena entrata si mette a strillare ahiahiahi mi brucia la jolanda! La cosa buffa è che fra i vari nomi e nomignoli in uso, jolanda non l’avevo mai sentito, e probabilmente neanche gli altri, e ciononostante ci siamo messi tutti a ridere, perché nessuno ha avuto il minimo dubbio sul significato di quella parola – potenza dell’oggetto che riesce a superare quella del nome!

E poi basta, mi fermo. Fra una settimana sarò di nuovo lì, a inzuppare le chiappe nel Mar Morto e a vedere altre cose meravigliose che poi, come sempre, vi racconterò e vi farò vedere. Come ultimissima cosa, prima di chiudere la narrazione di questo undicesimo viaggio, vi lascio alcune foto prese dall’autobus mentre correvamo lungo il mar Morto (ho tolto le più storte e le più sfocate; di quello che rimane, pur storto e sfocato, vi accontenterete). Quegli arbusti che sorgono dal deserto di sale: ci era stato detto che cosa sono, ma non me lo ricordo; sono tuttavia sicura che arriverà la solita mano santa a provvedere.
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E i solchi lasciati dai piedi delle capre in transito.
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E questo per ora è tutto. Arrivederci al prossimo viaggio.

E la sapete una cosa curiosa? A scrivere questo ultimo post mi sento come se dal viaggio mi stessi congedando veramente solo in questo momento. Come se questo fosse un addio. E me ne viene come una sorta di tristezza.

barbara

 

CENTRO VIDOR 1 (11/10)

L’interno

Il Centro Visitatori Vidor si trova nel deserto dell’Aravà. Quella che si vede in questa immagine
ingresso-centro
è una grande sala che riassume le attività delle varie aziende sorte nel cuore del deserto, sperimentazioni comprese. Sulla sinistra si vedono tre porte: aprendole si entra in altrettante “case”: appena aperta la porta parte un video in cui tre persone raccontano la propria esperienza di vita nel deserto, i propri ideali, le proprie motivazioni, il senso, per ognuno di loro, del dedicare la propria vita al deserto, al farlo fiorire, al far nascere e crescere la vita, come auspicava Ben Gurion, in un luogo che della vita sembra la negazione assoluta.
E questo angolo,
acqua
che con poche immagini e poche spiegazioni mostra nel modo più chiaro e semplice che cosa c’è dietro al (apparentemente) banale gesto di girare un rubinetto e vederne scorrere l’acqua.
In fondo le vetrine e gli acquari, di cui vi parlerò fra poco, e in mezzo delle installazioni interattive, in cui toccando un dettaglio delle immagini rappresentate si ottengono informazioni particolareggiate e approfondite sul dettaglio stesso.
Ma la cosa più spettacolare è questa installazione
sabbia
che si trova subito all’ingresso della sala: affondando una mano nella sabbia e scavandovi una piccola fossa, si crea una pianura verde, o una valle, cambiando l’aspetto geomorfologico; tenendo una mano sospesa sopra l’installazione si fa piovere, modificando anche in questo caso l’aspetto del terreno.
Vetrine e acquari, dicevo. Le vetrine mostrano le varie coltivazioni sperimentali, ossia con gli studi, per esempio, sugli antiparassitari migliori, cioè più efficaci, più naturali, meno invasivi e con meno effetti collaterali.
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Gli acquari illustrano l’altra incredibile specialità di questo deserto: l’itticoltura, sia per il pesce commestibile (circa l’80% del pesce consumato in Israele viene prodotto qui), sia per quello da acquario. Il pesce pagliaccio, in particolare, ha visto aumentare esponenzialmente le richieste dopo il successo del film Nemo, ed è quindi intensamente allevato qui, non solo per rispondere alla domanda, ma anche per non rischiarne l’estinzione nel suo ambiente naturale.
acquario-1
acquario-2
barbara

ISRAELE DIECI (4)

L’acqua

Se l’acqua è di primaria importanza ovunque, in Israele, deserto per il 60% del suo territorio, è vitale nel senso più letterale del termine, ed è per questo che Israele è all’avanguardia mondiale in tutti gli ambiti tecnologici che la riguardano: dai metodi di irrigazione al reperimento di sorgenti nel deserto scavando anche fino a 1000-1500 metri a tutti gli altri metodi che ho illustrato qui e qui (a questo argomento, in realtà, in questo blog sono state dedicate decine di post, ma non li linko perché sarebbero davvero troppi). Ma quello che si può davvero considerare, senza tema di smentite, il diamante della corona, è senz’altro il riciclo delle acque reflue. Dire che Israele, in questo campo, è primo al mondo, probabilmente non basta a rendere l’idea: più chiaro diventa se dico che Israele ricicla l’85% delle acque reflue; al secondo posto c’è Singapore, con il 35%, al terzo la Spagna con il 27%, al quarto l’Australia con il 15%.
Noi abbiamo visitato il più grande centro di riciclo dell’acqua della regione di Dan, in cui si trova Tel Aviv. In questa sala del centro visitatori
introduzione
abbiamo ricevuto le prime informazioni da questo signore (niente male, anche se in foto non si vede molto). Nella foto potete vedere anche delle bottiglie, che ora vi faccio vedere meglio.
bottiglie
Nella bottiglia a destra c’è l’acqua che arriva qui, in quella a sinistra il risultato finale.
Il processo di purificazione comporta vari passaggi; dopo il secondo l’acqua può essere utilizzata per irrigare prati, terreni con alberi e coltivazioni non commestibili, mentre per le verdure è necessario un ulteriore passaggio. L’acqua alla fine del processo di purificazione è perfettamente potabile, ma non viene usata per bere unicamente per motivi psicologici – il solo sapere che viene dalle fognature, per quanto potabile e magari anche buona, disturberebbe sicuramente molti – e dunque viene utilizzata unicamente in agricoltura.
Questo è un plastico che rappresenta l’intera struttura,
plastico
di cui abbiamo visitato diverse parti, sia all’interno che all’aperto.
impianti 1
impianti 2
impianti 3
E naturalmente, trovandoci nel regno dell’acqua, il paesaggio intorno non può che essere rigoglioso,
paesaggio 1
paesaggio 2
paesaggio 3
paesaggio 4
con le immancabili, spettacolari, esplosioni di colori.
paesaggio 5
E, per un momento di relax, non manca un lungo sedile
sedile
interamente fatto di materiale riciclato, ossia di roba trovata nelle fognature. E ricordatevi: quando vedete viola,
acqua riciclata 1
acqua riciclata 2
dentro c’è acqua riciclata.
Abbiamo anche visto un filmato, che mi ha fatto immediatamente cambiare un’abitudine che sicuramente condivido (condividevo) con molti: gettare nel water fazzoletti di carta, salviette detergenti e altre cose che vengono qualificate, con un orrido neologismo, come “gettabili nel water”, assicurando che si sciolgono nell’acqua. Non è vero: le ho viste, tutte queste cose, impigliate tra i denti dello strumento che provvede alla prima scrematura, ossia alla rimozione dei corpi estranei: sono tutte lì, assolutamente intatte. E dunque evitiamo, per il bene di tutti.
E grazie Israele, che mi hai insegnato anche questo.

barbara

ISRAELE NOVE (11)

Il relax

Trattandosi, come già ho avuto occasione di dire, di un viaggio intenso e piuttosto impegnativo dal punto di vista fisico, ci siamo concessi anche alcuni momenti di relax, tutti meritevoli di essere documentati.

Arugot, un wadi nell’oasi di En Gedi. Di foto mie qui non ne ho: il percorso per arrivarci, come vedrete fra un momento, è piuttosto faticoso e in alcuni tratti impervio, io avevo quel famigerato crampo al polpaccio e in quell’occasione ero anche rimasta senza angelo custode nonché badante (badanto?), per cui tutta la mia energia, tutto il mio impegno, tutta la mia concentrazione erano impegnati nell’impresa di andare avanti, di conseguenza userò ancora una volta quelle di Carla più due prese dalla rete per illustrare il percorso, e una presa dalla rete per la piscina naturale con cascata che abbiamo trovato all’arrivo. Il fatto è che siamo arrivati tutti talmente sfiniti e accaldati che abbiamo pensato solo a spogliarci e buttarci in acqua il più presto possibile, e di foto ne sono state fatte pochissime (io a dire il vero me ne ero fatte fare tre, fra cui una stesa sul ghiaino nell’acqua bassissima vicino alla cascata – così, tanto per intenderci – che doveva essere bellissima, dall’unica persona che aveva ancora le mani asciutte, ma non sono venute). C’è stata un’unica persona che ha scattato alcune foto di quello spettacolo, e me le aveva mandate, ma in seguito alla nota polemica con tanto di minaccia di querele e frignamenti e alti lai e falli vari misti per via di una persona meravigliosa il cui operato avevo un tantino preso per il sedere, mi è stato intimato di togliere quelle già postate in precedenza e quindi suppongo che il divieto valga anche per tutte le situazioni future e quindi niente, vi accontenterete della rete, e amen.
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Anche nei pressi del Kinneret, o Mare di Galilea o lago di Tiberiade si trova una piscina naturale di acqua limpidissima e fresca formata da una cascata (qui parzialmente coperta da uno strano ectoplasma che non si sa come sia finito lì).
piscina 1
Dietro la cascata c’è una piccola grotta
piscina 2
in cui è possibile sedersi e godere della frescura portata dall’acqua, in perfetto isolamento. Peccato solo che a pochi metri da lì si fosse accampata una banda di arabi con stereo a tutto volume e resti di cibo e spazzatura di ogni genere sparsa tutto intorno (“Preparatevi – ha detto la guida – che presto sarà così anche da voi”).

Sachne sarebbe questa cosa qui,
Sache 1
che non era in programma, è stata un’idea della guida di aggiungerla all’ultimo momento, dato che aveva il biglietto per tre ingressi ai parchi nazionali e ne avevamo utilizzati solo due, ma non è qui che siamo andati: la guida aveva trovato in internet che chiudeva alle cinque del pomeriggio e l’ingresso era consentito fino alle quattro, ma quando siamo arrivati, alle tre e dieci, gli hanno detto che era troppo tardi e l’ingresso non era più consentito, che uno si aspetterebbe che queste cose succedano solo in Italia e invece no, succedono anche in Israele, pensa un po’. Lui si è piantato lì come un mastino, ha fatto il diavolo a quattro ma niente da fare, non ci hanno fatti entrare. Così ci ha portati un po’ più in là, in una zona più o meno come questa,

Sachne 3
dove ci siamo cambiati più o meno all’aria aperta e ci siamo immediatamente buttati in acqua. Qui foto niente, da nessuno, perché buttarsi in acqua era proprio un’urgenza improrogabile.

E naturalmente non poteva mancare il mar Morto. Di foto non ne ho fatte avendone già pubblicate in abbondanza in occasione del secondo viaggio qui. Quindi vi metto solo questa,
2 mar Morto (c)
in cui sono vicino al nostro capogruppo in procinto di schiattare per tenere dentro la pancia, perché la pancia al naturale è roba da eclissi quasi totale, come si può ammirare qui.
pancia (c)
In acqua (spettacolarmente calda, praticamente pronta da buttare la pasta, proprio come piace a me) in realtà sono riuscita a restare pochissimo perché l’acqua salata mi provocava un tremendo dolore alle emorroidi (sì, lo so, non fa fine, ma i fatti sono fatti, abbiate pazienza): non bruciore per via del sale, proprio un dolore insopportabile, che nelle occasioni precedenti non mi era mai capitato di provare. Boh. A una compagna di viaggio invece – che naturalmente non nomino, e speriamo che non ci sia qualcuno che anche senza nominarla la riconosca lo stesso e mi mandi qualcun altro a minacciare querele e inondarmi di frignamenti e alti lai e falli vari misti – bruciava la jolanda, ma a quanto pare non proprio tanto tanto, visto che è riuscita a restarci più di me.

Poi l’ultimo giorno, a Tel Aviv, si è fatto anche un tuffo nel Mediterraneo, ed è stato bellissimo, ma dopo le perle precedentemente descritte appare fin quasi banale, tanto da non meritare una trattazione a parte.

barbara

L’EXPO

Sono riuscita ad andarci, finalmente, praticamente in zona Cesarini. Il giorno non è stato dei più felici, perché pioveva e in più io stavo malissimo, in più di un’occasione sono stata sul punto di svenire, ma insomma, quel giorno lì doveva essere e quel giorno è stato: conoscete una sola occasione in cui io abbia rinunciato a fare qualcosa solo perché le condizioni non erano quelle giuste? (Se sono stata capace di partire per Israele e girarla tutta da nord a sud e da est a ovest con due zampe rotte che poi mi sono costate due mesi di sedia a rotelle e un intero anno prima di poter camminare quasi normalmente, figuriamoci se rinuncio a mezza giornata all’expo per qualche capogiro, qualche nausea – no, non sono incinta – qualche principio di svenimento – beh, uno per la verità è stato quasi completo ma alla fine sono stata fermata e raccattata su prima di arrivare a terra. Vabbè.
Naturalmente non ho pagato il costosissimo biglietto perché ero ospite speciale dell’ambasciata israeliana, e non ho fatto la fila (in nessun caso sarei riuscita a stare lì ferma in piedi), perché sono passata dall’ingresso VIP, e ho avuto come accompagnatore – speciale anche lui – il presidente della Federazione Sionistica Italiana. La prima cosa vista, entrando, è stato l’albero della vita,
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simbolo del padiglione Italia, che quando viene buio si riempie di luci e colori e di cose spettacolari. Poi ho visto quattro singolari sculture, e siccome sono di una smisurata bontà, ne ho fotografata una per voi: contenti?
expo 2
E poi sono arrivata al padiglione Israele, col famoso campo verticale che ho fotografato da entrambi i lati, così si vede meglio.
expo 3
expo 4
Dentro c’è un grande schermo (il risultato della foto al semibuio è quello che è perché ho una macchina fotografica da due lire. Quando divento ricca ci torno e ve ne faccio qualcuna di migliore. Comunque)
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expo 6
sul quale Moran Atias (qui con un suo illustre concittadino)
Moran Atias
ha fatto vedere le straordinarie realizzazioni agricole di Israele, compresa la coltivazione del deserto che voi avete già visto nel mio blog ma lì era tutta una cosa figosissima perché lei era dentro il paesaggio e dentro le case e vicino alle persone delle diverse generazioni dalle dune dei primi pionieri ai campi verdissimi che scorrevano e passavano che insomma non viene facile da spiegare e quindi l’unica è che andiate a vederlo, avete ancora due settimane e quindi sbrigatevi, e comunque era una cosa che io mi sono talmente emozionata che poi ho anche pianto, ecco. E poi c’era un’altra sala rotonda con gli schermi tutto intorno in cui si potevano vedere gli aiuti che Israele ha portato, in campo agro-alimentare, in tutto il mondo, dall’Africa all’Australia e ovunque. Poi fuori c’erano i punti di ristoro con le specialità israeliane (cui ho dovuto rinunciare perché il mio stomaco non avrebbe retto), e poi c’era anche lo stand coi prodotti del mar Morto e quelli sì li avrei presi volentieri, solo che è stato proprio lì che abbiamo incontrato la persona che aveva provveduto personalmente a farmi entrare gratis come ospite dell’ambasciata, e il mio accompagnatore ha cominciato a parlare con lei (e parlare e parlare e parlare e parlare…) e io mi sono appoggiata con la schiena alla bassa parete di legno che chiudeva lo stand, e poi non mi bastava e ci ho appoggiato sopra un braccio, e poi non mi bastava neanche quello e ho appoggiato l’altro braccio sulla parete che faceva angolo con quello, ma anche così le mie ginocchia hanno cominciato a scendere e scendere finché con l’ultimo fiato sono riuscita a dire sto svenendo e il mio accompagnatore mi ha afferrata al volo e sostenuta fino a quando l’altra tizia è arrivata di corsa con una sedia e poi insomma ho finito per dimenticarmi dei cosmetici e quando mi sono tornati in mente ero troppo lontana per sentirmela di tornare indietro e quindi niente.
Nel tragitto verso l’uscita ho fatto ancora qualche foto – non molte: non sono in periodo molto fotografaro, e comunque fotografara compulsiva non lo sono mai stata. Per esempio l’originale padiglione della Malaysia,
expo 7
questa installazione con l’acqua (giuro che quando l’ho inquadrata, l’acqua era diritta; poi in quella frazione di secondo tra inquadrare e scattare, per pura cattiveria, per farmi un dispetto, si è storta all’indietro),
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e i melograni,
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con una tizia di passaggio
expo 11
a cui un ramo con sopra almeno due litri d’acqua si è proditoriamente infilato nel collo. Perché il mondo è malvagio e crudele: prendiamone atto e facciamocene una ragione. Ho anche discretamente frequentato i bagni (le pastiglie per la pressione sono parecchio diuretiche) ma quelli non ve li ho fotografati.
Poi oggi in treno c’era un tizio coi jeans coi tagli. Ma non con le sfilacciature e sbrindellature come fanno le ragazze per mostrare spruzzate di pelle qua e là, no: aveva tre grossi squarci, di cui uno gli arrivava fino ai coglioni. Letteralmente. Il fatto è che con l’orecchino con crocefisso nero, il piercing nel naso di quelli infilati nella cartilagine centrale che vorrei proprio vederli quando hanno il raffreddore questi qua, anelli ai pollici più altri sparsi qua e là, e i capelli rasati sui lati e impiastricciati in cima, il tutto aggiunto a una notevole bruttezza generale, insomma, non è che il soggetto risultasse particolarmente appetitoso, ecco (e quello no, lo squarcio coi coglioni praticamente in vetrina non ve l’ho fotografato. E ringraziatemi).

barbara

 

ISRAELE NOVE (1)

Stavolta parto dalle disgrazie

così almeno ce ne liberiamo e non se ne parla più.
Fin dal primo giorno ho cominciato a coprirmi di lividi, grandi e dolenti, alle braccia e alle gambe, senza riuscire a immaginare da che cosa fossero stati causati.
Il secondo giorno mi sono svegliata con un crampo a un polpaccio, che mi rendeva quasi impossibile affrontare salite, discese, gradini, sentieri con sassi, costringendo il nostro povero capogruppo a farmi praticamente da badante ogni volta che si presentava un percorso di questo genere – ossia quasi ogni volta che ci si muoveva (foto di Carla)
crampo
Poi il penultimo giorno, quando ormai l’uso intensivo delle gambe era terminato, misteriosamente come era comparso, il crampo è scomparso.
Un po’ perché ho le caviglie fragilissime per via di tutti gli incidenti che hanno subito, un po’ perché a causa del crampo camminavo male, ho anche preso una storta a una caviglia, che però, per fortuna, non si è gonfiata eccessivamente, e ha fatto male solo per pochi giorni.
In acqua sono inciampata su una grossa pietra – riempiendomi tra l’altro la gamba di escoriazioni, ecchimosi ed ematomi -, sono finita con la testa sott’acqua, ho perso gli occhiali che, in quell’acqua piuttosto torbida, erano impossibili da vedere. Per fortuna c’era il mio solito badante a portata di voce, che si è precipitato e raspando il fondo con i piedi è riuscito a ritrovarmeli. E qui più o meno finiscono le disgrazie mie.
Una compagna di viaggio due giorni prima della partenza è stata colpita da una paresi. Ciononostante ha deciso di partire ugualmente, con mezza faccia morta e l’altra mezza sbilenca, imbottita di cortisone, ed è riuscita a reggere bene per tutto il viaggio.
Un’altra compagna di viaggio, a causa di un disturbo a un occhio, si è persa in cima a una montagna. Per fortuna aveva anche perso la nozione del tempo, sicché non è stata presa dal panico; anzi, non si è neppure accorta di essere rimasta sola, sicché la guida e il capogruppo che erano tornati indietro a cercarla quando, arrivati all’autobus, ci si è accorti che mancava, l’hanno trovata che passeggiava tranquillamente.
In compenso abbiamo beccato solo l’inizio della tempesta di sabbia che in questo momento sta semiparalizzando Israele, godendo, senza effetti collaterali, della visione di paesaggi suggestivi come questo (foto di Carla)
sabbia (c)
barbara

AGGIORNAMENTO sulla tempesta di sabbia.

IL VIAGGIO

Il viaggio era organizzato dal KKL (Keren Kayemet LeIsrael, fondo nazionale ebraico), fondato da Theodor Herzl nel 1901, che ha piantato in Israele oltre 240 milioni di alberi, costruito 180 dighe e bacini artificiali per la conservazione dell’acqua piovana, sviluppato tecnologie per il riciclo dell’acqua ad uso agricolo e industriale, prosciugato paludi, dissodato pietraie, coltivato e popolato il deserto (che rappresenta il 60% di quel microscopico frammento della Palestina mandataria – originariamente destinata a diventare tutta intera lo stato ebraico – sopravvissuto ai successivi furti di territorio perpetrati ai danni degli ebrei), creato più di 1000 parchi, costruito strade sicure dagli attacchi palestinesi contro i civili in transito e rifugi antimissile, bonificato aree inquinate… In pratica, quello che ha trasformato una terra desolata (“Non c’è un solo villaggio per tutta la sua estensione (valle di Jezreel) – non per 30 miglia in qualsiasi direzione… si può viaggiare per 10 miglia e non incontrare più di 10 esseri umani. Se cercate un perfetto stato di solitudine che vi renda mesti, venite in Galilea… Nazareth è desolata… Gerico giace in uno sgretolamento rovinoso… Betlemme e Betania nella loro povertà e umiliazione… inaccudite da anima vivente. Un paese desolato il cui terreno fertile è sufficientemente ricco, ma è dato interamente all’erbacce… una silenziosa e funerea estensione… una desolazione… Non abbiamo mai visto un essere umano sulla strada… raramente un albero o un cespuglio da qualche parte. Perfino gli ulivi e i cactus, quegli amici sicuri di un terreno incolto, hanno per lo più abbandonato il paese. La Palestina siede con sacchi su ceneri, desolata e brutta”. Mark Twain, The Innocents Abroad 1867) in un giardino.
Noi, insieme alle delegazioni di trenta Paesi (fra cui, per la prima volta, anche la Cina) abbiamo visitato alcune delle straordinarie realizzazioni a cui il KKL, grazie anche al contributo di tutti noi, ha dato vita. E adesso, grazie alla vostra musa, ne potrete avere un assaggio anche voi (non completo, ahimè, perché proprio nel giorno più “tosto” ho dimenticato la macchina fotografica in albergo…).
introduzione 1
introduzione 2
introduzione 3
introduzione 4
introduzione 5
barbara