LA MOGLIE AFGHANA

Ad attirarmi, lo confesso, è stato il titolo, e sono contenta che mi abbia attirata perché è un libro che merita di essere letto; sta però di fatto che è un titolo quanto mai fuorviante: per sapere di che cosa tratta il libro bisogna guardare il titolo originale, Opium Nation. Di questo si occupa la giornalista autrice del libro: del suo ritorno in Afghanistan dopo la fuga, all’età di nove anni, dal terrore dei talebani, alla ricerca delle proprie radici; e del suo lavoro, come giornalista, di indagine a 360° – a volte anche rischiando la vita – sul mondo della droga: i coltivatori, gli acquirenti, i grandi trafficanti, i trasportatori, gli spacciatori, le raffinerie che trasformano l’oppio in eroina, i poliziotti e i politici corrotti, i poliziotti onesti che sacrificano la propria vita con la drammatica consapevolezza che il loro sacrificio sarà inutile, i tossicomani, relitti umani senza più speranza di riscatto. E si confronta anche, col passare del tempo e l’acquisizione di sempre nuove conoscenze, col maturare e mutare della sua consapevolezza nei confronti della droga nazionale, degli aspetti morali di tutta la questione: quando era bambina c’era il simpatico Jawal, amico della sua onestissima famiglia, mercante di oppio: un lavoro come un altro. Con l’arrivo dei talebani le cose cambiano: le coltivazioni di oppio vengono fortemente incoraggiate, per acquistare armi col ricavato dell’oppio; di conseguenza aumentano in misura esponenziale i traffici, la corruzione, la violenza e prima o poi, inevitabile, arriva anche la tossicodipendenza, sempre più diffusa fra i giovani disperati. Quindi, questo è chiaro, la droga è male. Epperò… Succede che va a intervistare la contadina disperata perché le hanno sradicato tutta la produzione del suo campo, e oltretutto non all’inizio della stagione, bensì al momento del raccolto, dopo mesi e mesi di lavoro. Quei papaveri sono la sua unica fonte di reddito, spiega, con quelli riesce a far mangiare i figli tutti i giorni, e al figlio più grande ha comprato una macchina, così adesso può fare il tassista e guadagnare onestamente di che mantenere la propria famiglia. Altri modi per guadagnare, altri lavori, non ce ne sono: o l’oppio  la fame per tutti. E allora non si è più così sicuri che sia moralmente raccomandabile sradicare qualunque coltivazione senza prima trovare, per questa gente al livello più basso della scala sociale, qualche fonte di reddito alternativa. E che chi, fra un campo di oppio e la fame per sé e per i propri figli, sceglie l’oppio, sia moralmente condannabile.
Poi sì, c’è anche lei, la moglie afghana, che però rientra a pieno titolo nella tematica in questione: si tratta infatti di una “moglie dell’oppio”, venduta dal padre, come migliaia di altre ragazzine e bambine, all’età di dieci anni per saldare un debito relativo al traffico di oppio. E tutto sommato anche relativamente fortunata rispetto a tante altre dato che lo sposo, di trentaquattro anni più vecchio di lei, ha la pazienza di attendere tre anni prima di portarsela a casa e consumare il matrimonio, oltre alla leggera attenuante di essere stato ingannato dal padre: “Mi aveva detto che la ragazza aveva vent’anni. Mi andava bene prenderla anche a scatola chiusa. Ma se avessi saputo che era così giovane l’avrei data a mio figlio. Abbiamo fatto il nikah con Touraj a Helmand, e adesso è troppo tardi per darla a mio figlio”.

Alcuni dei nomi sono stati cambiati, per ragioni di sicurezza, ma le vicende narrate sono tutte reali, le persone incontrate sono tutte reali, le esperienze vissute sono tutte reali. E molte delle cose che leggiamo qui, nei giornali non le abbiamo mai trovate.

Fariba Nawa, La moglie afghana, Newton Compton
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QUANDO LA NOTTE È PIÙ LUMINOSA

Anche qui, come nel precedente libro della stessa autrice, ancora Afghanistan, e ancora donne. Donne di ogni genere: la figlia, la madre, la matrigna, la suocera, l’amica, l’ospite, l’adescatrice, la volontaria, la prostituta; ognuna col suo carico di umanità, ognuna con qualcosa da donare.
Questa volta siamo nel tempo dell’invasione sovietica, e poi della guerra senza quartiere dei signori della guerra, tutti contro tutti, e poi dei talebani, del loro odio feroce per tutto ciò che è bello e buono, cioè per la vita, che infatti annientano spietatamente quanto più possono, ovunque ne vedano la minima traccia. Fortunatamente, oltre ai talebani, ci sono anche gli Uomini, ed è anche grazie a loro, oltre che alla straordinaria forza, allo straordinario coraggio delle donne (anche la fastidiosa adescatrice, sì, e anche la prostituta. Forse soprattutto la prostituta) che anche in questo libro possiamo trovare lo stesso messaggio che scaturiva dal precedente: per quanto lungo, per quanto buio sia il tunnel, prima o poi finisce, e si raggiunge la luce (sì, lo so, non è vero che c’è sempre un’uscita. Ma il fatto di non essere sicuri che ci sia non è una buona ragione per rinunciare a cercarla).
Bello quanto l’altro, intenso quanto l’altro, coinvolgente quanto l’altro, poetico quanto l’altro. Guai a voi se non lo leggete.

Nadia Hashimi, Quando la notte è più luminosa, Piemme
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DUE SPLENDIDI DESTINI

Che a me, a dire la verità, piace molto di più il titolo originale: La perla che ha rotto il suo guscio, sicuramente molto più realistico, perché parlare di destino splendido per una donna in Afghanistan, mi sembra davvero un po’ azzardato. È comunque un destino singolare quello di Rahima: è consuetudine, in Afghanistan, che se in una famiglia non ci sono figli maschi, la figlia più piccola si vesta da maschio e faccia tutto quello che fanno i maschi, ossia godere di una libertà che le femmine non possono neppure intravvedere. Ed è questo appunto il caso di Rahima, che ha il privilegio di poter godere di questa meravigliosa libertà… fino al momento della pubertà: poi, naturalmente, deve tornare a fare la femmina, coperta, silenziosa, chiusa in casa, obbediente. Soprattutto obbediente. Anche quando, ancora quasi bambina, le viene imposto il matrimonio – perché l’oppio costa, e suo padre non può farne a meno, e quindi non gli resta che vendere la figlia a un marito ricco (e mi ritorna in mente il tema di Leyla).
Il guscio delle perle è duro, come ben sa chiunque abbia provato a rompere con la forza un guscio chiuso, ma l’avere assaporato per qualche anno il divino gusto della libertà (compresa quella, fondamentale, di studiare), e l’esempio di una bisnonna molto speciale, le daranno la determinazione e l’energia necessarie a tentare l’impresa di infrangere le catene di quella schiavitù che sembra destino ineluttabile di ogni donna in quella infelice parte del mondo.
L’autrice è stata paragonata a Khaled Hosseini, autore di Il cacciatore di aquiloni, Mille splendidi soli e E l’eco rispose: direi che il paragone ci sta tutto, per l’ambientazione, per la forza narrativa, per il coinvolgimento che riesce a creare. Da leggere tutto d’un fiato.

Nadia Hashimi, Due splendidi destini, Piemme
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IL SEGRETO DEL MIO TURBANTE

Narrato in prima persona dalla protagonista, nella prima parte è senz’altro godibile: Nadia, bambina afghana, prima rimane sfigurata per l’esplosione di una bomba che distrugge la sua casa, poi, per una serie di vicende, si ritrova a dover sostenere la propria famiglia; decide così di farsi passare per ragazzo e accettare i lavori più duri pur di riuscire a guadagnare quanto necessario. Certamente credibile che una bambina impubere possa passare per bambino. Credibile che, lavorando duro, possa irrobustirsi fino a diventare forte quanto e più di un maschio. Ma è davvero credibile che a tredici anni, a quindici, a diciotto ancora nessuno si accorga che ha pelle da donna, mani da donna, piedi da donna, voce da donna?! E tuttavia tutte le recensioni reperibili in internet la danno, senza dubbi o titubanze, come storia vera. Mah. Se capita in mano, può comunque valere la pena di leggerlo per l’ambientazione, probabilmente descritta dal vivo e dall’interno, della vita in Afghanistan dopo la fine dell’occupazione sovietica, con l’inizio della guerra di tutti contro tutti prima, e l’avvento dei talebani poi.

Nadia Ghulam e Agnès Rotger, Il segreto del mio turbante, Sperling & Kupfer
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IL VERO POSTO DELL’INDIGNAZIONE

David Bouaziz

Lettera ai miei amici di Facebook:

Cari amici di Facebook, solo un piccolo annuncio, ma abbastanza importante:
nei prossimi giorni sarete probabilmente sommersi sotto un mucchio di immagini di guerra, con tutto ciò che comportano di atrocità, provenienti da media in diretta, direttamente da Gaza. Probabilmente vedrete esplodere edifici, i palestinesi insanguinati uscire dalle macerie a volte tenendo bambini nelle loro braccia, ecc, ecc. Immagini che conosciamo tutti, e che non vorremmo vedere. Ascolterete poi il discorso del cosiddetto giornalista che, con voce grave, come un potenziale Charles Enderlin, spiegherà che l’esercito israeliano ha di nuovo massacrato ciecamente dei civili bombardando ‘volontariamente’ una zona densamente abitata… In quel momento potrebbe montare in voi un sentimento di indignazione e i più sensibili di voi forse ne saranno nauseati… Poco importa che queste immagini provengano forse dalla Siria o magari da Gaza, ma vecchie di diversi mesi o più. Poco importa che siano state sì prese a Gaza il giorno stesso, ma tralasciando di specificare che il razzo che ha colpito l’edificio è stato lanciato da Hamas, incapace di prevedere dove atterreranno i propri missili… Poco importa tutto questo perché, qualunque cosa accada poi, il male sarà fatto, vi sentirete già indignati. Questo cade a proposito perché mi piacerebbe cogliere l’occasione per anticiparvi e parlarne, della vostra indignazione.
In questi ultimi mesi ho postato sulla mia pagina di Facebook un sacco di articoli e video dal Medio Oriente, mostrando atrocità spesso di massa e riguardati per lo più dei i civili, donne e bambini, in maggioranza musulmani. Ho continuato a indignarmi ad alta voce, perché è tutto ciò che potevo fare nel mio piccolo. Ho riferito quello che ho visto, con tutta la mia indignazione, sentendomi a volte solo al mondo. Ho visto un numero incalcolabile di esecuzioni sommarie; ho visto jihadisti giocare a calcio con teste che avevano appena tagliato; ho visto donne strangolate dai loro mariti per il solo sospetto di adulterio; altre lapidate in Pakistan per avere posseduto un cellulare; ho visto ribelli siriani che hanno deciso di applicare la sharia, tagliare mani, poco importa cosa ne pensano gli abitanti; ho visto bambini egiziani mitragliati perché erano cristiani; ho visto i fondamentalisti arrivare in una fattoria tenuta dalla stessa famiglia da tre generazioni, mettere in fila tutti i membri per abbatterli uno dopo l’altro in nome di Allah; ho visto un combattente insegnare a un bambino di dodici anni a decapitare un uomo con un coltello e mettersi poi in posa tenendo fieramente la testa della sua vittima col braccio teso; ho visto la popolazione siriana ricevere piogge di proiettili di obice sparati alla cieca dal suo esercito; ho visto chiese bruciare in Egitto; diritti umani violati in maniera orribile ovunque in tutti i paesi della regione…Tutte queste cose ho riferito per mesi, a volte a malincuore, rammaricato di intossicare il cervello degli altri con queste immagini che hanno intossicato il mio. Ma se avessi scelto di distogliere lo sguardo e far finta di niente con la scusa che questo non accade sotto la mia finestra, nel mio paese, che figura avrei fatto? Come mi sarei potuto guardare allo specchio? Sì, quando i musulmani massacrano altri musulmani non riesco a dormire, perché non capisco. Non capisco come gli uomini possano fare cose simili ad altri uomini che non conoscono, solo perché hanno un credo diverso dal loro. Ma non è della loro ferocia che voglio parlare, per quanto…
Il fatto è che su più di 500 amici (ne devono restare un bel po’ di meno ora), quanti hanno mostrato la loro indignazione? Quanti hanno inoltrato questa informazioni nascoste dai nostri media come segno di disaccordo? Quanti hanno almeno cliccato “like” (anche se qui non si tratta di gradire queste immagini, ma solo di sostenere queste vittime denunciando questi atti barbarici)? Quanti si sono almeno presi il tempo di leggere gli articoli o guardare i video? Lo so che c’è la crisi, che la vita quotidiana dei francesi è cupa, che è meglio vedere i video del bambino che ride a crepapelle, o un parrocchetto che balla a ritmo con la musica sul suo trespolo, perché fa bene al morale e fa sorridere ogni volta. Ma, ciononostante, vedo alcuni passare più tempo a inoltrare annunci di cani persi o altri maltrattamenti agli animali, con più convinzione (o compassione) che per gli esseri umani. Cosa devo pensare di quella parte di voi che ha deliberatamente distolto lo sguardo per tutto questo tempo? Sapendo che diffondere informazioni che i media si rifiutano di trattare, o manipolano volontariamente, ha già più volte contribuito a cambiare il corso della storia, come interpretare il vostro silenzio? Solo voi avete la risposta, io non mi azzardo a cercare le parole al vostro posto.
Ma torniamo alla vostra indignazione per ciò che accadrà presto in Gaza e nei territori, perché è il soggetto principale di questa lettera. Se dopo questo lungo silenzio da parte vostra di fronte a tutti questi orrori, vi venisse voglia di essere indignati per le azioni dell’esercito israeliano e di farlo sapere sulla vostra pagina Facebook inviando un commento non solo leggermente ma ciecamente pro palestinese, vi chiedo di porvi le domande giuste. Quale valore dare alla vostra indignazione? Perché la morte di terroristi che lanciano oltre 100 razzi al giorno su dei civili, con lo scopo di ucciderli volontariamente, meriterebbe più indignazione rispetto a quella di persone innocenti massacrate quotidianamente nel resto del mondo? La vostra indignazione per me vale quanto quella delle persone che vegliano con la candela davanti a una prigione federale degli Stati Uniti per impedire l’esecuzione di un criminale condannato a morte, mentre queste stesse persone non levano il mignolo per aiutare le persone innocenti di cui ho parlato. Se non arriva alcuna risposta, guardatevi allo specchio e chiedetevi qual è la vera ragione della vostra indignazione. Perché dal mio punto di vista e in tutta onestà, voi non avete niente a che fare con i palestinesi. Voi non fate niente per loro, in ogni caso molto meno degli israeliani, presso i quali i musulmani sono i meglio trattati del Medio Oriente.
Se, nonostante queste parole, la vostra voglia di pubblicare un articolo o un commento decisamente anti-sionista per denunciare atti secondo voi inammissibili fosse più forte di tutto, ecco la procedura da seguire per quanto mi riguarda:
Andate alla mia pagina su Facebook e cliccate sul quadratino a destra della mia foto, su cui è scritto “Rimuovere dalla lista degli amici”. Perché davvero non vorrei fra i miei amici delle persone che hanno tali paraocchi. I miei amici sono persone intelligenti, riflettono, si informano, sono curiosi. Ma soprattutto non confondono israeliani e coloni per via del lavaggio del cervello che hanno subito per anni da parte dei media francesi. Per favore, risparmiatemi questa azione orribile che non ho il coraggio di fare, questa “selezione”… Anticipatemi e fate clic su questo pulsante. Ma soprattutto, non dimenticate, passando, di prendere con voi la vostra “indignazione”, e di mettervela dove penso io, perché quello è il suo vero posto.

David. B, 9 luglio 2014 (qui, traduzione mia)

(e grazie ad “amica” per la segnalazione)

Questo testo, come potete vedere, è stato pubblicato una settimana fa e, a giudicare dal contenuto, scritto o almeno pensato probabilmente un po’ prima. Guardandoci un po’ in giro scopriamo che ieri 15 luglio in Afghanistan i talebani mussulmani hanno messo una bomba uccidendo in un colpo solo 89 civili, nessuno dei quali – per inciso – lanciava razzi, e ancor meglio avevano fatto il giorno delle elezioni, facendone fuori 106: indignazioni? Proteste? Manifestazioni? Boicottaggio? Richieste di riunioni straordinarie urgenti all’Onu per chiedere ferme condanne? Zero.
Poi se vi restano ancora cinque minuti, andate a rileggere – a leggere se siete nuovi da queste parti – quest’altro post.

barbara

E L’ECO RISPOSE

Le sue parole fanno riaffiorare i miei desideri infantili. Ricordo che quando mi sentivo sola sussurravo il suo nome, il nostro nome, e, trattenendo il respiro aspettavo un’eco, certa che un giorno avrebbe risposto.

Qualcuno ha detto che non è all’altezza di Il cacciatore di aquiloni e di Mille splendidi soli. Qualcuno ha detto che ci sono troppi personaggi e troppe storie. Qualcuno ha detto che poi alla fine non riesce più a reggere tutti i fili e qualche personaggio si perde per strada. Non è vero. Non è vero niente: il libro è talmente all’altezza degli altri due che stabilire quale sia il migliore dei tre sarebbe impossibile. E i personaggi sono esattamente quelli che servono per raccontare tutte le storie necessarie a farci comprendere la Storia. E restano in scena fino a quando non hanno esaurito la loro funzione, alcuni fino alla fine del romanzo, altri uscendo di scena prima. È un libro intensissimo e ricco ed emozionante, pieno di dolore e di amore, come lo è quella terra martoriata che si chiama Afghanistan, che magari tocca abbandonare per poter sopravvivere, ma che non si può, neanche un momento, smettere di amare.
(Poi magari ci sarebbe da dire due parole sull’uso – da imputare non so se all’autore o al traduttore – della parola tsunami nel 1974, ossia trent’anni prima che a chiunque potesse venire in mente di usare questo termine per indicare un avvenimento sconvolgente che travolge e stravolge la vita delle persone – o anche, semplicemente di conoscerlo – che meriterebbe un castigo di sei mesi in ginocchio coi ceci sotto le ginocchia. Ma si sa, nessuno è perfetto).

Khaled Hosseini, E l’eco rispose, Piemme
e l'eco rispose
barbara

RESISTERE RESISTERE RESISTERE!

Lei, Paradise Sorouri, prima cantante rap in Afghanistan, lo fa così, cantando la sofferenza delle donne della sua terra:

«Volevo correre e mi hanno rotto la schiena; volevo pensare e mi hanno rotto la testa; mi hanno bruciato il viso in nome dell’islam, mi hanno tagliato il naso per vendetta; mi hanno versato acido sulle mani e sul corpo; mi hanno venduta, perché non sono che una donna».
Paradise Sorouri
Naturalmente le minacce di morte fioccano. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi, ha detto il poeta; e ancora più sventurata quella che ha bisogno di eroine, aggiungo io. Ma per fortuna, quando il bisogno si fa sentire, gli eroi e le eroine non mancano mai. Coraggio, Paradise, resisti!

barbara

LEGGERE SHAKESPEARE A KABUL

È la storia vera di uno straordinario esperimento tentato – e pienamente riuscito – a Kabul, dopo la caduta dei talebani: mettere in scena un’opera di Shakespeare, Pene d’amor perdute. Gli ostacoli da superare sono moltissimi: dalla comprensione del testo, difficile e arcaico, alle difficoltà di comunicazione, a causa delle diverse culture, fra la regista e gli attori, dal far recitare insieme uomini e donne al far convivere le esigenze teatrali con le necessità quotidiane. E molti altri ancora. Ma tutti, con la tenacia e l’entusiasmo di chi, con la fine di un regime oppressivo e sanguinario, si illude di poter finalmente costruire un mondo nuovo, vengono, sia pur faticosamente, superati. (Unica eccezione, l’amore: nonostante ce la metta proprio tutta, la regista deve arrendersi all’evidenza che far capire che cosa sia l’amore è un’impresa davvero impossibile. Prova ulteriore – non che avessi bisogno di conferme – del fatto che l’amore è un fatto puramente culturale, inesistente in natura e, di conseguenza, inesistente in parecchie culture). Il libro è bello, corposo e succoso, e ricco di informazioni su una società e una cultura di cui conosciamo davvero molto poco. Purtroppo negli otto anni trascorsi dagli eventi narrati nel libro a oggi, sono successe molte cose, e molti dei progressi registrati in quel periodo sono stati cancellati, e oggi la situazione è più o meno questa.

Qais Akbar Omar – Stephen Landrigan, Leggere Shakespeare a Kabul, Piemme
LeggereShakespeareAKabul
barbara

MANDARE UN BIMBO A UCCIDERE. LA NUOVA STRATEGIA DELL’ORRORE

GIUSEPPE-LA-ROSA1
Il Giornale
, 09 giugno 2013

I talebani si vantano pubblicamente che a scagliare l’ordigno sia stato un ragazzino. Ma non è vero che non amino i loro fogli: pensano che sia giusto farne degli assassini

Ci tocca anche di venire a sapere dai comunicati, nel dolore, che i talebani sono molto fieri che sia stato un bambino di undici anni a scagliare l’ordigno che ha ucciso il nostro Giuseppe La Rosa. L’orrore per l’uso dei bambini si unisce alla consapevolezza che La Rosa era là proprio per aiutare quel ragazzino. E noi che facciamo dei bambini una religione rabbrividiamo di fronte a tanto orrore. E’ una degna aspirazione, per gli islamisti estremi, siano sunniti o sciiti, spingere un bambino a uccidere e a morire in nome di Allah. Attenzione: non c’è solo crudeltà qui: c’è del metodo, e quanto. Il bambino, cioè, è amato, e veramente, dalla mamma e dalla società (generalizzo, si capisce) anche (non diciamo soltanto) nella misura in cui infligge danno all’avversario, perché l’avversario è il male stesso. No, il bambino che va a sparare o salta per aria con una cintura esplosiva non è disarmato, o negletto. L’amore che gli dedica la società islamista estrema ci deve insegnare quanto può essere profondo il pericolo, e la diversità. E ha anche un doppio uso.
Domani si dirà anche, infatti, come si è detto, che l’invasione occidentale è causa della morte dei bambini afghani, o palestinesi, e anche la morte dei 1500 bambini siriani uccisi nella guerra sarà attribuita da chi li ha mandati a farsi fare a pezzi o li ha fatti a pezzi, a qualche complotto del nemico, sionista, americano, quel che sia. Giuseppe La Rosa era un amico dei bambini afghani, chiunque non sia un idiota lo capirebbe, ma non vogliamo spingerci a spiegare ai talebani, per carità, la differenza fra un oppressore e una mano tesa per un futuro migliore, lontano dall’idea di impossessarsi delle cose loro. Ma abbandoniamo la razionalità talebana. I bambini usati in guerra oggi sono circa 300mila, molti in zone islamiche, ma certo non solo. Abbiamo negli occhi un madornale precedente: durante la guerra fra l’Iran e l’Iraq,dal 1980 all’88, ai bambini iraniani veniva consegnata una chiave di plastica che, gli si spiegava, avrebbe aperto loro le porte del paradiso, e così muniti venivano spediti a marciare sui campi minati per ripulire la strada ai militari. Che seguivano, pestando le loro spoglie. I bambini iraniani durante la guerra morirono in 90mila, e prima si assiepavano a mucchi per ottenere l’onore di far parte della schiera dei martiri di Allah.
I talebani, nonostante le promesse del Mullah Omar di non toccare i piccoli, hanno campi di addestramento per ragazzini sul confine pakistano afghano. Si ricorda un’epidemia di attacchi di bambini suicidi nel 2011, nel maggio un bambino ha ucciso  4 persone, due nello stesso periodo hanno fatto fuori 15 poveretti. Naturalmente i piccoli assassini muoiono quasi sempre. Lo stesso è accaduto durante l’Intifada, 29 attacchi suicidi sono stati compiuti da ragazzini sotto i 18 anni fra il 2001 e il 2003, oltre a 22 attacchi armati e con ordigni esplosivi. In Iraq nel 2009 furono distrutte autentiche cellule di bambini reclutati e istruiti da Al Qaeda. La storia continua. A mettere le bombe, a imparare a far fuoco contro il nemico si impara prestissimo: il training è multiplo, religioso, politico, familiare, ha l’appoggio delle autorità, della tv, delle moschee (naturalmente non di tutti).
Una madre palestinese di “shahid” saltati per aria ha detto in modo alquanto tipico: “Il mi o messaggio a tutte le mamme è di sacrificare la propria creatura per la Palestina. Se fossi giovane e potessi partorire di nuovo, rifarei gli stessi figli (martiri)”. Un bambino è un bambino: quelli che non vogliono combattere e morire, vengono obbligati con la paura e con la forza a seguire gli ordini, o prendono pochi soldi, si fanno fotografare in pose eroiche e come i grandi, si fanno promettere un paio di vergini in paradiso. Poi vanno a ucciderci e a morire. Ho visto frugare a un checkpoint un bambino imbottito di esplosivo, ho visto una bambina di cinque anni con una borsa piena di TNT.
Mi hanno fatto tenerezza, ero contenta che fossero salvi. La nostra aspirazione alla ragione al bene, sono lontanissimi dall’essere condivisi.
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Propongo integralmente questo commento di Fiamma Nirenstein, che condivido in toto, tranne che per la seconda parte del titolo: no, questa strategia, purtroppo, questo mostruoso uso dei bambini, questo criminale indottrinamento fin dalla primissima infanzia per far loro amare la morte più della vita, sono ben lontani dall’essere nuovi. Per fare solo qualche esempio, ho ripescato nei miei archivi questo pezzo di 11 anni fa:

Pagati  5 Shekel  (1.24 euro=2400 lire ) dalla banda criminale di Arafat, per ogni bomba  da lanciare sugli israeliani, oltre  40 bambini palestinesi sono rimasti mutilati, con arti amputati, invalidi per tutta la vita per l’esplosione “intempestiva” delle bombe.
La denuncia è del giornale  giordano Arai del 20/06/2002.

Va poi ricordato il fondamentale saggio I piccoli martiri assassini di Allah, di Carlo Panella (qui la mia intervista), di ineccepibile documentazione. E concludo con due video, che meglio di ogni altra cosa aiutano a comprendere il clima che gira da quelle parti: due ragazzine il cui più grande desiderio è di porre fine alla propria vita con il “martirio”

e due bambini dell’asilo, orfani di una terrorista, oscenamente sfruttati da un essere che se non è il male assoluto, sicuramente ci va molto ma molto vicino.

barbara

AFGHANISTAN

Un vecchio articolo per riportare un po’ di equilibrio, rispondendo a chi temerariamente afferma che, in fondo, fra la mercificazione della donna nella nostra società occidentale e il burqa non c’è poi tutta questa gran differenza.
burqa
New York. La bambina tira giù il velo e scopre la faccia sfregiata, un occhio chiuso, l’hanno frustata con una catena da bicicletta, aveva le scarpe bianche, è un colore proibito. La donna è zoppa per le botte, per la strada un sasso le ha fatto perdere l’equilibrio, si è intravista una caviglia, l’hanno picchiata in cinque, lasciata per morta. Nello stadio la ragazza viene fatta inginocchiare, il burka le impedisce di vedere e lo tiene ben tirato, un colpo di pistola alla tempia la uccide, aveva un libro di matematica nascosto nella borsa. Anime belle del pacifismo italiano, ispirati sostenitori del relativismo culturale, femministe contro la guerra, quelli che “non abbiamo le prove”, quelli che “le donne stanno meglio lì che in questa società che che le mercifica”, quelli che “tutte le civiltà vanno rispettate”,  andate a vedere, come ho fatto io, “Beneath the veil”, dietro il velo, un documentario scarno scarno che una giornalista mezza inglese mezza afgana, Saira Shah, è riuscita a girare in cinque giorni passati in Afghanistan. Lei ha rischiato la vita a nobilitazione del nostro mestiere tanto mal ridotto, le donne afgane che l’hanno aiutata e accompagnata, che quando lei aveva troppa paura si sono prese loro la piccola telecamera, l’hanno nascosta sotto al burka,  hanno fatto un buco e sono andate a girare la loro vita quotidiana, forse non rischiano niente, sono già morte. Chiedete alle donne del Rawa, l’associazione femminile che combatte i talebani, duemila temerarie fra Afghanistan e Pakistan, che cosa pensano del pacifismo, se come donne sono per principio contrarie alla violenza, che cosa farebbero a uno dei loro torturatori se lo avessero tra le mani, che cosa farebbero se avessero delle armi.  Chiedete loro, come ho fatto io con Fatima, se odiano gli americani e li considererebbero invasori. Avrete le risposte che meritate, forse vi vergognerete.
“Beneath the veil”, dietro il velo, è prodotto dalla inglese BBC, l’americana Cnn ne ha mostrato una parte in questi giorni, andrebbe proiettato nelle nostre scuole, un sano schiaffone prima che vincano tanti cattivi maestri. La regista , accompagnata da una donna del Rawa, entra dal Pakistan, trascorre quattro giorni a Kabul, ne esce per filmare un percorso quotidiano di vita femminile. Indossa il burka, una enorme tovaglia che ti soffoca, impedisce di respirare, mette a rischio qualunque movimento. Niente più degli occhi dev’essere mostrato, le scarpe non devono emettere il minimo rumore, non si può uscire di casa se non scortate da un parente maschio. Non si può parlare a un uomo se non è strettamente obbligatorio; una donna non può lavorare, non deve studiare, non può essere visitata da medici maschi, ma non riesce più a trovare medici donne se non clandestinamente. La famiglia che la ospita è legata al Rawa, anche il capofamiglia è con loro. Faceva l’ingegnere, ora si arrangia come sarto, lavora tra le due e le cinque del mattino, unico periodo di tempo in cui c’è l’elettricità e può usare una rudimentale macchina da cucire. Il ricavato serve per comprare un po’ di cibo, niente di più. L’ospite e un accompagnatore vanno a visitare una scuola clandestina, quattro panchetti nella cantina di una casa. Gli studenti, ragazzi e ragazze, arrivano uno alla volta, a distanza di dieci quindici minuti, nel tentativo di non essere notati. Sudiano storia dell’Afganistan e geografia, scienze e matematica, tutto proibito dai talebani; le ragazze si dedicano al persiano e alla matematica, quel che serve per sopravvivere. In  ottomila andavano all’università, quarantamila a scuola, quando arrivarono i talebani, i contadini illetterati che odiavano la città, la televisione, il cinema, le risate. Sulla strada verso l’ospedale la regista e i suoi accompagnatori vengono fermati due volte, ma nessuno tocca la donna, frasi di disprezzo l’accompagnano mentre si allontana. Normale disprezzo per le donne, le spiegano, e le mostrano donne che piangono in terra, negli angoli delle strade, le hanno picchiate per qualche sconosciuta ragione. All’ospedale la camera arriva sotto i letti e nei gabinetti invasi di escrementi, sporcizia dappertutto, i malati buttati come stracci. C’è una donna anziana medico, l’unica ammessa a lavorare ai parti, gli occhi si riempiono di lacrime quando racconta com’era un tempo la città, le fontane e i giardini, le famiglie che la sera mangiavano al ristorante. La regista sta talmente male che il primo girato è inutilizzabile, deve vomitare ma come si fa con il burka; ci tornerà una ragazza del Rawa a filmare, il giorno seguente, rischiando ancora di più. Riesce bene invece il filmato allo stadio, pubblica esecuzione di prostituta. Le vedove della guerra lavorare non possono, se chiedono l’elemosina per strada vengono arrestate o picchiate a sangue, se si prostituiscono vengono messe a morte. Impiccate o, come in questo caso, un colpo alla testa davanti alle figlie, perché ricordino che una donna è impura e portatrice di peccato, l’unica sua possibilità è essere invisibile. Le bambine si vedono in giro fino ai sette otto anni, poi scompaiono, già a nove vengono vendute a un marito che le mantenga, chiuse in casa. Quando la regista torna finalmente a Islamabad, il burka se lo sente addosso per giorni e giorni, come lo sguardo dei soldati di Allah.
Fatima è in giro con il documentario per raccogliere un po’ di soldi. Le donne del Rawa che lavorano nei campi profughi in Pakistan non riescono più a stare in contatto con quelle rimaste dentro, la polizia pakistana le perseguita, le carica quando manifestano contro il regime dei talebani. Non si fidano della Northern Alliance, sono integralisti come gli altri, spiegano, l’unica possibilità di ritorno a una parvenza di civiltà, l’unica speranza di un po’ di libertà sta nel vecchio re. (Maria Giovanna Maglie ottobre 2001)
Taliban_execute_Zarmeena_in_Kabul_in1999_RAWA
Poi magari, per completare il quadro, vai a rileggere anche questo e questo.

barbara