SUPREMATISTA BIANCA

sovranista fascista razzista eccetera aggredisce a calci e pugni poveri immigrati africani, colpevoli unicamente di essere del colore sbagliato

No, sul serio, se non fermiamo Salvini al più presto, finiamo peggio della Germania nazista, peggio dell’America del KKK, peggio del Sudafrica di Pieter Botha. E come se non bastasse ci si mettono anche quei nazisti di triestini che buttano fuori tutti i negri dalla mezza maratona. Roba da vergognarsi di essere italiani. Per fortuna c’è ancora qualcuno che, oltre a esporre coraggiosamente la propria fiera indignazione per il razzismo rosicone (sic!) che stiamo indecorosamente esibendo, ci mette anche quel pizzico (badilate, le chiama lei) di cultura che non guasta mai (nei commenti c’è anche un interessante scambio, che probabilmente verrà presto eliminato, come succede regolarmente a tutti gli scambi in cui non riesce a convincere l’interlocutore della propria intelligenza superiore e sconfinata cultura).

barbara

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IL VOLTO DEI NOVAX

Per una volta – credo sia la prima – condivido in pieno un articolo di Anna Foa.

Mi ha colpito, questa settimana, la foto degli antivax che aggrediscono tre deputati del PD davanti a Montecitorio. Si perché ormai, come all’inizio del fascismo, i deputati si aggrediscono. Ma non è stato tanto l’episodio in sé, risoltosi per fortuna senza feriti o danni, a colpirmi, quanto la foto di queste persone mentre gridano e attaccano i tre parlamentari. I loro volti, sono uomini e donne, sono deformati dall’odio. Non hanno più niente di umano. Si può parlare di una mutazione antropologica. Dietro ci immagini molte cose: innanzitutto, un’ignoranza crassa. Poi, un rancore sociale violento verso chiunque credano più ricco o più potente di loro. E una violenza sconfinata,
L’odio colpisce anche chi lo prova. Certo, prima di tutto colpisce gli oggetti dell’odio, in questo caso noi, persone civili, che crediamo nel patto sociale, che fondamentalmente ci fidiamo della scienza, che pensiamo che la violenza non va usata in nessuna circostanza. Ma poi l’odio colpisce anche chi lo alimenta, deforma il suo volto fino a farlo apparire mostruoso, riporta indietro il mondo a passati assai remoti, anche più remoti di quello squadrismo fascista che evocano a prima vista. Guardate i vostri volti, umani non più umani, e riflettete se ancora avete mente. (Pagine Ebraiche, 31/07/2017)
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NOTA: immagino che la signora col top nero rifiuti i vaccini perché ti infilano i metalli sotto la pelle…

barbara

AGGIORNAMENTO: poi vai a leggere questa sacrosanta presa di posizione.

AGGRESSIONI: QUELLE FASULLE STROMBAZZATE E QUELLE VERE IGNORATE

La svastica a Berkeley

“Vorrei con tutto me stesso essermi sbagliato. Spero e prego perché l’ondata di antisemitismo che avverto sia una profezia sbagliata”. Purtroppo per Lawrence Summers, allora presidente di Harvard (2001-2006), la sua profezia si è rivelata corretta. Alla University of California di Irvine, la confraternita ebraica ha trovato svastiche sugli edifici del campus, e lo stesso nei giorni scorsi è accaduto alla Vanderbilt University, alla University of Oregon e alla Emory University. Incidenti sempre legati alle attività antisraeliane. Newsweek lo chiama “il problema della svastica a Berkeley”. L’antisemitismo attecchisce come una pianta malefica nella Ivy League, la lega dell’edera, i laboratori delle “equal opportunities” e della counter culture inebriata di benessere, del “Black is beautiful” e del continuo ricatto delle minoranze etniche o sessuali, dove il ragazzo nero del profondo sud siede nello stesso banco dell’erede Rockefeller, le oasi verdi fatte di sole, ginnastica, jogging, piazze animate da concerti, manifestazioni di studenti, in un reticolo di strade costellate di librerie, caffetterie, ristorantini, pizzerie. E in mezzo, i premi Nobel e i templi della conoscenza. E’ possibile che i college più liberal del mondo stiano adesso incubando l’antisemitismo assieme al cinismo sull’occidente, al sospetto sul capitalismo e al politicamente corretto? I primi segni di quest’odio nuovo si ebbero proprio a Berkeley nel 2002, quando sulla scalinata della Sproul Hall nell’Università di Berkeley, dove nacque il Free Speech Movement, alzò la voce una nuova generazione di studenti. Stavolta contro Israele e il popolo ebraico. Il 54 per cento degli studenti ebrei del college oggi dice di aver subito aggressioni antisemite o di esserne stato testimone, secondo la ricerca pubblicata dal “Center for Human Rights Under Law” del Trinity College. E quando gli studenti hanno denunciato i disagi alle relative amministrazioni delle facoltà, le università non l’hanno quasi mai presa seriamente. Jessica Felber, una studentessa ebrea, ha denunciato Berkeley dopo essere stata aggredita da un altro studente, Husam Zakharia, mentre partecipava a una dimostrazione in favore di Israele. L’università era a conoscenza che Zakharia era un capo del gruppo “Studenti per la giustizia in Palestina”, e che si era reso responsabile di altre aggressioni nel campus. Nelle facoltà dove professori e studenti cercano maggiormente di proteggere i diritti etnici e delle minoranze razziali, i discorsi dell’odio contro la comunità ebraica sono diventati un problema dilagante. Dopo l’ultimo conflitto a Gaza, la scorsa estate, sono apparse sui muri del campus di Berkeley le scritte “Morte a Israele” e “Uccidiamo tutti gli ebrei”. Nei giorni scorsi è stata poi la volta dello slogan: “I sionisti dovrebbero essere mandati nelle camere a gas”. A Berkeley la madrina delle campagne contro Israele è la professoressa Judith Butler, che ha inventato gli “studi di genere” così popolari oggi anche in Europa. La Butler finì sotto accusa per una intervista in cui denunciava i memoriali per le vittime dell’11 settembre: “Dopo l’11/9, sono rimasta scioccata dal fatto che c’era un lutto pubblico per molte delle persone che sono morte negli attacchi al World Trade Center e nessun lutto pubblico per i lavoratori illegali del WTC”. Gary Tobin nel suo libro “Uncivil University” scrive che “antisemitismo e antisraelismo sono sistematici nel campo dell’istruzione superiore e possono essere rilevati nei campus di tutti gli Stati Uniti”. Ovunque nelle aule i professori dipingono i palestinesi come vittime degli “occupanti israeliani” e lo stato ebraico è ritratto come “razzista”, “stato di apartheid”, “genocida”. Negli edifici dei campus, i gruppi antisraeliani organizzano picchetti, conferenze per il boicottaggio, e i sostenitori di Gerusalemme sono quotidianamente interrotti, è loro impedito di parlare e studenti ebrei sono aggrediti, anche fisicamente. Nel giugno 2009, Tammi Rossman-Benjamin, che insegna all’Università di Santa Cruz, ha presentato una denuncia al dipartimento dell’Educazione degli Stati Uniti contro i campus universitari di Santa Cruz che sponsorizzavano conferenze e film “violentemente anti-Israele”, usando i soldi del campus, per diffondere antisemitismo in contrasto con il “Civil Rights Act” del 1964. Nell’ottobre 2010 il Dipartimento dell’Educazione ha stabilito che le università finanziate a livello federale sono obbligate a eliminare ogni pregiudiziale antisemita. Non va dimenticato che il simbolo del pacifismo antisraeliano nel mondo è Rachel Corrie, una studentessa universitaria americana, rimasta uccisa a Gaza sotto un bulldozer israeliano, nel tentativo di bloccare la demolizione di una casa di terroristi. Il mito di Corrie ha ispirato opere letterarie, boicottaggi, e articoli in tutto il mondo. La sua storia ha contribuito a diffamare Israele in un modo persino peggiore della storia di Mohammed al Dura. Dopo la morte di Corrie, la Caterpillar è stata bersaglio di molte campagne e persino la Church of England ha venduto le azioni di quella società. Hamas ha adottato il suo viso come mascotte e l’Iran le ha dedicato una strada. Una delle navi della flottiglia per Gaza portava il suo nome, come se fosse stata un’inerme ragazza occidentale. Corrie, invece, era nella Striscia di Gaza per fare da scudo umano ai terroristi. Alla Evergreen State University, gli ex professori di Corrie alle cerimonie di laurea indossano pantaloni cachi e kefiah, in omaggio alla loro ex studentessa. Nei giorni scorsi il David Horowitz Freedom Center, un think tank conservatore in California, ha diffuso la lista nera dei peggiori campus d’America. Svetta in testa alla classifica la Columbia University. I primi a denunciarla sono stati alcuni studenti con un documentario, “Columbia Unbecoming”, prodotto da un gruppo di Boston chiamato The David Project, il cui obiettivo dichiarato è “contrastare l’atteggiamento ingiusto e sleale delle nostre università, dei mezzi di informazione e delle comunità”. Il film mostra una serie di studenti che accusano i docenti della Columbia di allontanarli, intimidirli e offenderli quando fanno sfoggio di opinioni filoisraeliane. “Quanti palestinesi hai ucciso?”, chiede il professor Joseph Massad a uno studente che ha fatto la leva in Israele. Nel documentario, uno dei più illustri islamisti del paese, George Saliba, a una ragazza ebrea dice che non può vantare diritti sulla Palestina perché non aveva “occhi abbastanza semitici”. La Columbia è l’ateneo di Rashid Khalidi, direttore del Middle East Institute di quella Università, che ha definito “legittima resistenza” il terrorismo suicida contro Israele e l’esercito israeliano “un’arma di distruzione di massa”. La Columbia è un centro strategico perché è l’Università dove ha insegnato Edward Said, l’accademico palestinese più illustre del XX secolo. Said era la quintessenza dell’intellettuale occidentale, coccolato dai liberal e bestseller di lungo corso nelle librerie europee. E, al tempo stesso, l’esponente culturale più prestigioso del fronte del rifiuto palestinese. Celebre la foto in cui Said si fece ritrarre, al confine del Libano meridionale, mentre tirava sassi contro i soldati israeliani. Fu lui a inventarsi una patria palestinese, molto prima che Yasser Arafat piazzasse bombe negli aeroporti europei per rivendicarla. Fu Said a scrivere lo storico discorso con cui il rais si presentò nel 1974 all’Onu, con il ramoscello d’ulivo in una mano e nell’altra la pistola. La sua definizione dei palestinesi come “vittime delle vittime”, “profughi dei profughi”, ha avuto una risonanza straordinaria in occidente. E’ l’attrazione fatale per la vittima che diventa carnefice. In una intervista del 1989 Said disse, senza equivoci: “Quello che fanno i palestinesi per mezzo della violenza e del terrorismo è comprensibile”. Questa condiscendenza ha seminato nel profondo i campus americani. A Berkeley è stato tenuto un corso sulla “Politica e Poetica della Resistenza palestinese”. Nemmeno a Georgetown, l’ateneo dei gesuiti lautamente finanziato dai mercanti arabo-islamici, si lesina moderazione. Yvonne Haddad, docente di storia dell’islam e di Relazioni cristiano-musulmane, ha detto che Intifada, quella dei kamikaze, significa “non mi rompere le palle”. Hamid Dabashi, docente di Studi iraniani alla Columbia, ha fatto proiettare pellicole dove s’inneggia alla fine di Israele. A Yale è durato appena quattro anni l’Initiative for Interdisciplinary Study of Anti-Semitism, il primo centro accademico al mondo completamente dedicato allo studio dell’antisemitismo. Quattro anni dopo è stato chiuso, essendo stato accusato di “servilismo verso Israele”, a causa della pressione dei diplomatici palestinesi negli Stati Uniti, del politicamente corretto e delle laute donazioni dei paesi arabi. Come ha scritto sul Washington Post il professor Walter Reich, che insegna alla George Washington University, “Yale ha ucciso il miglior istituto americano per lo studio dell’antisemitismo” perché “critico dell’antisemitismo arabo e iraniano”. Nessuna polemica invece venne sollevata quando gli studenti del Jackson Center for Global Affairs di Yale vennero portati dai loro docenti a incontrare il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in visita all’Onu (in quell’occasione il leader iraniano negò nuovamente la Shoah). Ci sono diciassette centri di studi mediorientali negli Stati Uniti e quasi tutti ospitano ricercatori antioccidentali e antisraeliani. Lo scorso ottobre centinaia di antropologi in tutto il mondo hanno firmato un appello per il boicottaggio di Israele. C’erano anche tredici professori dalla Columbia University, nove da Harvard e otto da Yale. Tra loro nomi importantissimi del mondo dell’antropologia, come i professori Jean e John Comaroff di Harvard, decani degli studi post coloniali e africani, e Michael Taussig della Columbia, lo studioso della mimesi e dell’America latina. L’American Studies Association ha recentemente aderito alla campagna internazionale di boicottaggio contro le università israeliane. E viene da Harvard il professore che ha scritto “Israel Lobby” (si tratta di Stephen Walt), la versione dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” aggiornata a Israele. E’ anche un problema di fondi che arrivano dai paesi islamici. Basta scorrere l’elenco delle donazioni dai potentati arabi del Golfo dal 1995 a oggi: Boston University (1,5 milioni), Columbia University (500 mila dollari), George Washington University (12 milioni), Georgetown University (16 milioni), Harvard (12 milioni), Mit (10 milioni), University of Arkansas (18 milioni). L’intolleranza intanto dilaga ovunque. Dall’Hampshire College, dove uno studente pro Israele è stato aggredito da parte di individui dai volti coperti al grido di “Baby Killer”, alla Rutgers University, dove in un evento i palestinesi sono stati paragonati alle vittime dell’Olocausto. Intanto, dalla mensa della Università di Harvard, è scomparsa la Sodastream, azienda israeliana leader nella gassificazione dell’acqua. Il pensiero corre al 1934. L’anno in cui Harvard accolse Ernst Hanfstängl, sodale di Hitler nonché finanziatore del “Mein Kampf”. Quando un rabbino gli chiese delle violenze antisemite a Berlino, Hanfstängl rispose: “Sono in vacanza fra vecchi amici”. E si avviò a prendere un tè con il presidente di Harvard, James Conant. Questa ondata di irrazionalità antisemita e di isteria antisraeliana nei campus d’America è l’inveramento della profezia non soltanto di Lawrence Summers, ma anche di Allan Bloom, il docente di Filosofia all’Università di Chicago che deprecò la caduta di questi santuari della conoscenza con un libro che destò scalpore, “La chiusura della mente americana”. Dove tutto ormai deve essere istantaneamente gratificante. Compreso l’odio per Israele. Quest’oppio delle élite. L’ultima buona causa liberal e umanitaria.
Giulio Meotti

Come dicevano i latini, ubi maior minor cessat: di fronte a un’aggressione verbale all’ebrea buona Noa, che saranno mai le aggressioni fisiche ad ebrei che non si sa mica se siano buoni o no, capaci magari di essere addirittura sionisti?

barbara

METTI UNA SERA A CENA

Metti una sera a cena tra quattro amici. Quattro blogger, per la precisione.
Metti che ad un certo momento blogger A e bloggera B sono in soggiorno mentre la padrona di casa e blogger C sono in cucina, e blogger C aggredisce la padrona di casa che ne riporta – documentato nel suo blog – ecchimosi in varie parti del corpo. Ritenendo di potersi difendere da sola non chiede aiuto, non grida (non è una mia illazione, né un sentito dire: lo so perché lo ha scritto lei), e quelli nel soggiorno non si accorgono di niente; ne verranno informati solo in seguito.
Metti che in giro per la rete ci sono un bel po’ di avvoltoi (non dico sciacalli, che sono animali bellissimi; non dico iene, che sono animali esteticamente repellenti ma in compenso sono madri dolcissime). Metti che c’è in giro qualcuno che mastica amaro, magari perché è uno che ci prova con tutte e nessuna gliela dà, mentre blogger A è uno splendido esemplare di maschio umano trentacinquenne. Fatto sta che gli avvoltoi – più di uno – si buttano su questa storia e la ricostruiscono a modo loro, e altri poi la riprendono e la ri-rielaborano a loro volta. Avete presente il giochino del telefono senza fili che facevamo da bambini, che il primo dice Teresa si mangia le unghie e dall’ultimo viene fuori l’America bombarda Perugia? Ecco, è andata più o meno così, tranne il fatto che nel gioco gli sfasamenti sono involontari e innocenti, qui no: ognuno, ad ogni passaggio, ci ha aggiunto del suo, e un’aggressione che non ha provocato rumori tali da poter essere uditi in un’altra stanza e che ha lasciato alcune ecchimosi diventa alla fine – in mano a persone che non c’erano e riferiscono racconti di quarta mano – una donna violentata, una serie interminabile di sevizie con lembi di pelle strappati e costole rotte. E questo non è ancora niente. A parte le volgari insinuazioni su bloggera B, presentata come una specie di ninfomane assatanata costantemente a caccia di uccelli (e non casualmente gratificata, come soprannome, del nome di un noto personaggio storico che comincia con “Pomp”), blogger A che essendo in un’altra stanza non ha visto né sentito niente diventa un complice dell’aggressore, che sta a guardare le sevizie che si svolgono davanti ai suoi occhi ammazzandosi dalle risate per il divertentissimo spettacolo che gli viene offerto; in un punto viene addirittura chiamato “aguzzino” (per non parlare dei vari “sei un verme”, “fai schifo”, sei una merda”, “sei ancora più merda” ecc.) E non è finita: insieme a bloggera B tiene in ostaggio fino alla mattina la padrona di casa per indurla a non denunciare l’aggressione. E giusto per non farsi mancare niente, quel tale che mastica amaro non trova di meglio che affibbiargli l’appellativo di Cazzocorto (proiezione?), che in un’altra narrazione, sempre di un uomo, diventa Minchiamozza (proiezione?)
Il fatto è che siamo in parecchi a conoscere da vicino blogger A: conosciamo la sua onestà, conosciamo la sua straordinaria sensibilità, conosciamo la sua cristallina pulizia morale, e – oltre ad andare nel blog dell’aggredita a darle la nostra doverosa solidarietà – andiamo anche nel blog di lui a testimoniargli la nostra fiducia nella sua correttezza e nella sua innocenza. Ad un certo punto, in questa brutta storiaccia, emergono anche due donne coraggiose che, autentiche agnelle tra i lupi (e le lupe), indignate da questo osceno linciaggio mediatico, vanno proprio nella tana del lupo a tentare di togliere dalla gogna chi tale gogna non merita, a tentare di ristabilire la realtà dei fatti. E qui, oltre ai sarcastici sfottimenti del padrone di casa, parte un ulteriore ribaltamento della frittata: da donne che tentano di difendere un innocente diventano “donne che odiano le donne”. Una Signora – e che Signora! – chiamandole ripetutamente “donnette”, dopo avere spiegato che “difendono ogni uomo che gli capita a tiro solo perché uomo” (proiezione?), dopo avere pubblicato un post successivamente eliminato in tutta fretta perché evidentemente qualcuno deve averla avvertita che c’erano tutti gli estremi per una denuncia (e a chi ne chiede la ragione spiega che lo ha tolto “dato che pareva non interessasse a nessuno!”), ne pubblica un altro intitolato appunto “donne che odiano le donne”, in cui vomita tutto il suo isterico livore. Sembrerebbe, tra l’altro che la logica non sia la qualità più spiccata della Signora (non solo la logica, per la verità, ma questa è un’altra storia), dato che due dei commenti agnelleschi nella tana del lupo (più un terzo in modo indiretto, quindi in tutto quasi la metà del totale) erano in difesa di bloggera B, trattata dal lupo padrone della tana alla stregua di una baldracca, senza che la Signora avesse alcunché da recriminare: evidentemente deve avere ricevuto un’investitura divina che le conferisce la facoltà di stabilire a suo unico e insindacabile giudizio quali donne siano da amare e difendere e su quali invece, non importa se colpevoli o innocenti, sia lecito rovesciare impunemente carrettate di merda. E quando una delle due agnelle tenta di commentare, scopre che non le è consentito farlo, perché, evidentemente, dopo avere fabbricato il mostro e averlo sbattuto in prima pagina, adesso “il mostro è mio e me lo gestisco io e guai a chi si azzarda a tentare di riabilitarlo”.
Ecco, questa, per chi non l’ha visto e per chi non c’era e per chi quel giorno lì inseguiva un’altra chimera, è tutta la storia, quella autentica, dell’aggressione e dello sciacallaggio mediatico e della gogna e del linciaggio morale e di una banda di squallidi personaggi che, per dare un senso alla propria misera vita, hanno bisogno di qualcuno da spolpare a pranzo e a cena.

barbara

È ESAGERATO RIEVOCARE GLI ANNI TRENTA?

Ebrei messi al bando dal vertice dell’Unione Africana

Rifiutate le dichiarazioni programmatiche di sostegno da parte delle nazioni africane; i rappresentanti della Lega Araba esigono che siano mandati via gli “israeliani” per poter iniziare il summit.
La cerimonia di apertura del 23° vertice dell’Unione Africana di giovedì a Malabo stava per cominciare con la dichiarazione, da parte di un certo numero di Stati partecipanti, in sostegno dei tre ragazzi israeliani rapiti, finché il cattivo sangue non ha portato le tensioni allo stato di ebollizione.
“Non avevo mai assistito a una tale forma di razzismo e di antisemitismo. Siamo stati umiliati”, hanno dichiarato alcuni degli ebrei presenti, i quali hanno lasciato la Guinea Equatoriale di fretta, dopo aver anticipato il loro volo.
«Tutto è iniziato quando uno dei delegati arabi, dall’Egitto, ci ha avvicinati a cena la sera prima dell’apertura, chiedendoci cosa facessero qui, indicando gli uomini che indossavano la chippà”, ha detto l’imprenditrice israeliana Yardena Ovadia, che aveva organizzato l’invito della delegazione ebraica al summit.
Ovadia, che ha stretti legami con il presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang, ha detto di aver spiegato al delegato che lei e i suoi amici erano ebrei provenienti dagli Stati Uniti, ma non israeliani. Il giorno seguente, i rappresentanti della Lega Araba si sono rifiutati di entrare nella sala fino a quando tutti gli ebrei (o come li chiamavano loro, la “delegazione israeliana”) non fossero andati via.
“Eravamo già seduti nella sala conferenze”, ha detto Ovadia. “quando i capi della Lega Araba hanno annunciato il boicottaggio della conferenza fino a quando la ‘delegazione israeliana’ nono fossa andata via. Abbiamo dichiarato ufficialmente che siamo Americani e non Israeliani, ma non è servito a nulla.”
“C’era una rappresentante del Congresso degli Stati Uniti con noi. Era scioccata e ha detto che seguirà una dichiarazione ufficiale del governo”, ha aggiunto Ovadia.
Quattordici delegati della delegazione della Conferenza dei presidenti delle maggiori organizzazioni ebraiche americane si sono alzati e hanno lasciato la sala, e la cerimonia di apertura è stata posticipata di un’ora.
Era in programma la partecipazione del presidente palestinese Mahmoud Abbas, ma questi si è fatto sostituire dal suo vice. Il Segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon era nella hall, così come il presidente egiziano al-Sisi, nonché il primo ministro spagnolo, quattro ministri iraniani, e di altri dignitari stranieri.
Lo scontro con la “delegazione israeliana”, è stato avviato dal presidente della Mauritania.
Il rappresentante dell’Autorità palestinese, ha detto nel suo discorso al vertice che gli ebrei hanno sperimentato un olocausto, ma che attualmente stavano istigando un olocausto contro il popolo palestinese. Una dichiarazione rilasciata dal capo della delegazione ebraica ha detto che nessun orecchio avrebbe potuto assorbire tali parole minacciose.
“Nel nostro hotel ci sono quattro ministri iraniani di alto livello”, ha detto Ovadia. “Sono stati molto cordiali fino al giorno dell’apertura del vertice. Poi ci hanno sbattuto la porta in faccia ingiustificatamente. Ciò non rimarrà senza risposta.”
Ha aggiunto: “Il presidente della Guinea Equatoriale ci ha chiamato per scusarsi personalmente e ha invitato la Conferenza dei presidenti di delegazione a una cena speciale, ma noi avevamo già riprogrammato il loro volo privato di rientro e già erano andati via.” (qui, traduzione FDD)


Gravissimo atto antisemita alla Unione Africana. ONU ed UE silenti

Quanto successo ieri al summit dell’Unione Africana che si teneva a Malabo, in Guinea Equatoriale, è davvero uno dei fatti di antisemitismo più gravi mai avvenuti nella storia della Istituzioni mondiali, non tanto per l’evidente manifestazione di antisemitismo alle quali ci si è fatta l’abitudine, quanto piuttosto per la sostanziale indifferenza dimostrata da ONU e rappresentanti europei.

L’antefatto

Una delegazione di ebrei americani era stata invitata al summit dell’Unione Africana dal Presidente della Guinea, ma quando la delegazione si è presentata è stata subito attaccata dalla delegazione della Lega Araba che si è rifiutata di entrare in sala fino a quando gli ebrei non se ne fossero andati. Alla Lega Araba si sono uniti anche alcuni stati africani e, naturalmente, l’Iran. Tutto questo nel più completo silenzio del Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-Mon e dei tantissimi rappresentati dell’Unione Europea presenti. Solo pochi minuti prima durante l’apertura dei lavori il Presidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang, aveva fatto una dichiarazione a sostegno dei tre ragazzi israeliani rapiti da Hamas.

Il seguito
Il rappresentante della ANP è arrivato a congratularsi per questa scelta in quanto, a sua detta, «gli ebrei hanno sperimentato l’orrore dell’olocausto ma stanno attuando un olocausto contro il popolo palestinese». Quando qualcuno gli ha fatto notare che un olocausto è lo sterminio di un popolo e che, solo nei territori contesi i palestinesi sono quintuplicati negli ultimi 20 anni e che quindi non c’è alcun olocausto, il rappresentante palestinese ha abbandonato l’aula.

Il vergognoso silenzio delle Istituzioni mondiali
Tutto questo è avvenuto nel completo e vergognoso silenzio delle maggiori istituzioni mondiali, a partire dall’ONU e dall’Unione Europea, quasi si trattasse di “silenzio-assenso”. Ormai le manifestazioni di antisemitismo e di odio verso Israele vengono sostanzialmente accettate e persino avvallate. Andrebbe ricordato a certi personaggi che ieri stavano allegramente pranzando insieme a un gruppo di “grandi violatori di Diritti Umani”, gente persino ricercata dal Tribunale Penale Internazionale per crimini di guerra e genocidio, che il 100% dei rappresentanti della Lega Araba rappresentano Stati in cui non esiste il concetto di Democrazia e di Diritti Umani. Ormai le istituzioni mondiali hanno perso anche l’ultimo barlume di dignità.
Claudia Colombo (qui)

Poi magari, volendo, ci sarebbe anche questo.

barbara

UNA SOLA PAROLA: VERGOGNA

Due piccole precisazioni:
Nassi aveva assicurato al Presidente di Italia-Israele di Roma che avrebbe potuto leggere un breve discorso in ricordo della Brigata.
Quando Nassi è tornato indietro è stato per recuperare il gruppo di “Free Palestine” come viene correttamente accennato nella descrizione del video.

C’è anche da ricordare che:
anche l’anno scorso è stato impedito allo stesso Presidente di parlare,
qualche anno prima (2010?) poté farlo, ma fra mille difficoltà perché venne più volte interrotto da urla, fischi e aggressioni verbali
qualche anno ancora prima vennero aggrediti fisicamente due ex deportati (Alberto e Piero Terracina) perché portavano lo striscione (nessuna bandiera) della Brigata Ebraica.
A voi le conclusioni…
Elena

Ai manifestanti: “Su richiesta della polizia abbiamo dovuto sospendere questi interventi, e noi non possiamo fare niente, non possiamo fare niente.”
Al giornalista: “No, più che disposizione è stato un consiglio, per onestà, un consiglio…
E non ho altro da aggiungere.

barbara

AGGIORNAMENTO: e a Milano questo.

 

 

STASERA INIZIA L’ULTIMO GIORNO DI SUKKOT

E per l’occasione vi propongo questa bella immagine di una sukkah a Gerusalemme nel 1900.
sukka-Gerus-1900
(No, un momento, come sarebbe a dire? Nel 1900?)
(Sì, nel 1900)
(A Gerusalemme?)
(Sì, a Gerusalemme. Perché?)
(Ma c’erano ebrei a Gerusalemme nel 1900? Non sono arrivati nel 1948?)
(No, cosa dici! Gli ebrei ci sono sempre stati, a Gerusalemme! Nel 1948, al contrario, su una parte di Gerusalemme è iniziata l’occupazione illegale della Giordania e gli ebrei sono stati cacciati dalle loro case in cui vivevano da generazioni, alcune famiglie addirittura ininterrottamente dai tempi della Bibbia, pensa un po’…)
(Ma allora dici che mi hanno raccontato balle?)
(Eh, sapessi quante ne raccontano, di balle! Per esempio, hai sentito quella storia dei diplomatici stranieri aggrediti e maltrattati dai soldati israeliani?)
(E come non l’ho sentita! Una cosa vergognosa, quella povera donna presa con la forza e scaraventata a terra…)
(Ecco, proprio quella cosa lì, dicevo. Beh, non è mai successa)
(No?)
(No)

Felice conclusione di sukkot a tutti.

barbara