LA NUOVA, STESSA SHOAH

(Traduzione dall’inglese di Giovanni Quer)

http://www.israelnationalnews.com/Articles/Article.aspx/11537

Dopo il Giorno della Shoah (la giornata della memoria israeliana), Israele celebra Yom ha-Zikaron, la giornata del ricordo dei soldati caduti in guerra e delle vittime del terrorismo, e Yom ha-Atzmaut, la giornata dell’indipendenza.
Ho deciso di scrivere un articolo da un punto di vista personale e lo ritengo necessario a fronte dell’ipocrisia nei dibattiti israeliani sull’uso del termine Shoah in riferimento all’Iran.
Non perché sia impedito ai primi ministri far riferimento ai sei milioni di morti nel commentare le nuove minacce dirette al popolo ebraico; così la pensano ormai solo i deboli e gli ingenui. Ritengo necessario parlarne perché in realtà una mini-Shoah è già accaduta, ma la comunità israeliana si è categoricamente rifiutata di definirla così.
Solo la nuova Shoah che in realtà è già accaduta può aiutarci a capire le probabilità che un’ulteriore Shoah si abbatta sul popolo ebraico.
Per sei anni ho rintracciato e intervistato i testimoni israeliani delle atrocità del terrorismo, le famiglie delle vittime e i sopravvissuti. È stato un lavoro che è durato sei anni, portato avanti con determinazione, in solitudine e, oso aggiungere, con accanito impegno morale.
Il frutto di questo lavoro è il mio libro “Non smetteremo di danzare: le storie mai raccontate dei martiri di Israele“.
Quando ho incominciato a lavorare a questo progetto sapevo che sarebbe stato quasi impossibile per i sopravvissuti raccontare le storie in prima persona. La loro testimonianza è una sorta di conoscenza periferica, tenuta nell’ombra, ma che avrebbe potuto esser portata alla luce al momento opportuno. Testimonianza dopo testimonianza mi avvicinavo a comprendere la verità e cresceva in me il senso del passato che esiste dentro al presente.
Non ho scritto “Non smetteremo di danzare” come una raccolta di documenti d’archivio, bensì come denuncia di una piccola Shoah: una Shoah non di milioni di ebrei uccisi solo perché erano ebrei che vivevano in Europa, ma una nuova Shoah di due mila ebrei uccisi solo perché erano ebrei che vivevano in Israele.
È un immenso buco nero che in quindici anni ha inghiottito 1.557 vittime innocenti, lasciando 17.000 feriti: uomini, donne e bambini. In termini di percentuale di popolazione, per avere eguali proporzioni alle vittime israeliane del terrorismo arabo, ci vorrebbero 53.756 americani morti e 664.133 feriti. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno, attacco dopo attacco.
Mentre i media erano occupati a denunciare Israele, i terroristi suicidi palestinesi continuavano ad imperversare nelle strade delle città israeliane. Nessun luogo è stato in quel periodo completamente al sicuro, anche se alcune città sono state colpite più di altre.
Gerusalemme ha avuto il numero più alto di attentati suicidi; le comunità ebraiche di Giudea e Samaria erano sotto attacco quotidiano; gli insediamenti a ridosso del confine pre-1967 hanno sofferto innumerevoli attacchi; le città marine di Haifa e Tel-Aviv, Hadera e Netanya sono saltate tutte in aria.
C’è stato un tempo in cui l’Aeroporto Ben Gurion aveva più agenti di sicurezza che viaggiatori. Ai pochi che si avventuravano in quel periodo in Israele, ed io ero uno di loro, arrivato nel 2003 a girare un documentario sull’Intifada, il Paese di presentava come uno spettacolo surreale.
C’erano pochi danni visibili. Subito dopo un attacco, squadre di volontari specializzati e medici raggruppavano i morti, si prendevano cura dei feriti e letteralmente raschiavano i resti umani prima di metterli in borse di plastica.
Il personale delle municipalità si affrettava quindi a riparare i danni strutturali. Era solo questione di ore prima che la vita tornasse a scorrere “normalmente”, indipendentemente dalla brutalità dell’attacco o dal numero di vittime.
Il bisogno divorante di normalità di Israele si è manifestato in maniera inusuale qualche settimana fa, durante il decimo anniversario dall’inizio della Seconda Intifada.
Sorprendentemente, solo pochi articoli nei media israeliani si sono occupati del trauma decennale e delle vittime israeliane. Anche il silenzio degli scrittori ebrei, che dura da tempo, è stato sconcertante.
Perché ho deciso di usare il termine Shoah, che è un unicum nella storia dell’umanità, stando attento a non fare fallaci comparazioni?
Ciò che è successo a Israele, stretto dalla morsa del terrorismo, è uno specifico processo distruttivo. Le famiglie e le storie raccontate nel libro sono come un coro greco che esercita un potere quasi ipnotico, cantando un inno alla vita che si erge sopra l’esperienza della morte.
La parola “olocausto”, dalle connotazioni sacrificali, sarebbe stata inammissibile. “Shoah” è una parola che collega, almeno secondo me, la generazione dello sterminio agli israeliani sterminati nella loro terra. Per questo ho scelto “Una nuova Shoah” come titolo all’edizione inglese di “Continueremo a danzare”, perché il libro contiene un lamento funerario al più tragico passato, reso di nuovo presente. Volevo mostrare il carattere assoluto della tragedia ebraica. Volevo mostrare come gli ebrei siano stati vittimizzati e abbandonati dal mondo, oggi come allora. Le loro testimonianze, le loro lacrime, le loro emozioni sono più autentiche di molti documenti storici.
Sapevo che avrei pagato un prezzo molto alto per un libro simile.
Parlare oggi in tono amichevole di Israele, soprattutto in ambito giornalistico e accademico, significa rischiare una violenta reazione di condanna.
Le porte spesso si chiudono agli autori che rifiutano le bugie e rinnegano l’odio per Israele.
Ho deciso di mettere le vittime israeliane al centro di due storie, diverse e straordinarie: la grande storia delle loro società originarie (Europa, Nord Africa, Yemen, Russia e America), e la piccola storia che hanno scritto esse stesse venendo in Israele. La storia dei pionieri, la storia di dottori che curavano gli arabi prima di essere uccisi, la storia di soldati e professori, di laici e religiosi, insomma la storia dell’umanità di un piccolo Paese che ha una sola, imperdonabile, colpa: sopravvivere.
Non è un “libro israeliano”, perché lancio anche la sfida a considerare la realtà in un contesto nuovo e poco famigliare, dove il trionfalismo sionista si coniuga con una vulnerabilità inerente. Un popolo invincibile esprime sconcerto nel vedere il mondo che lo isola e aumenta le sue ferite. È il solito martirio del popolo ebraico, che invece di fucilazioni di massa e camere a gas da parte dei nazisti, deve ora affrontare un continuo, costante e cadenzato assassinio organizzato dai terroristi e presto dalla bomba nucleare dell’Iran.
I terroristi non puntano esplosivi, pistole e razzi contro obiettivi militari o soldati armati bensì contro una pizzeria, una discoteca, uno scuolabus, un ristorante, un hotel, una stazione ferroviaria e in ogni altro luogo dove ci siano ebrei da sterminare.
Civili come il padre, la madre, il fratello e il nonno di Menashe Gavish che ha perso i propri cari in una notte di terrore a Elon Moreh.
Civili come la quindicenne Malka Roth, che stava solo mangiando una pizza con un’amica, Michal Raziel prima di andare a casa, a Gerusalemme.
Civili come Gabi Ladowski, studente all’Università Ebraica di Gerusalemme. Civili come Yanay Weiss, che stava suonando la chitarra in un bar di Tel-Aviv giusto dietro il consolato USA. La settimana prossima ci sarà la commemorazione della sua morte.
Queste famiglie sono un esempio morale per il mondo intero. Ho descritto la bellezza delle loro vite per rendere l’insopportabile – sopportabile. Offro questo libro, opera di amore e lacrime, come un canto in memoria degli ebrei martiri. Ho tentato di onorarli con le parole di Simone Weil che ha scritto: “Se dovremo perire, prospettiva sempre più possibile, facciamo in modo di non perire senza esser esistiti”.
Non si può scrivere un libro come questo senza esser condannati alla solitudine. Più mi sono impegnato, più son diventato solo. Ma per dare al mondo un libro di questo tipo, uno scrittore deve amare profondamente la vita. Ed io amo la vita e la amo ancora di più dopo esser stato vicino a quelle famiglie e a quei testimoni. (Informazione Corretta)
Giulio Meotti

E nonostante l’odio e nonostante l’impegno e nonostante gli innumerevoli tentativi di annientarlo, AM ISRAEL CHAI, il popolo d’Israele vive.

barbara

IL MASSACRO DI JÓSEFÓW

Il libro della memoria contiene un resoconto del massacro perpetrato a Józefów la mattina in cui Felunia e suo fratello raccoglievano frutti di bosco. L’ha scritto Frantsishka Bram. Nelle prime ore di quel 13 luglio 1942 arrivò a Józefów un plotone tedesco incaricato di uccidere donne, bambini, anziani e malati. I maschi in grado di lavorare vennero separati dagli altri. Un viavai di camion prelevava le sventurate vittime dalla piazza del paese e le portava a morire nei boschi vicini.

In piazza, in mezzo alla folla disperata, c’era il Dottor Fürt, un ebreo di Vienna che aveva più di settant’anni ed era stato colonnello dell’esercito austriaco… Si voltò verso di noi e ci disse: “È duro morire, lo so. Consolatevi pensando che i vostri persecutori andranno incontro a una morte terribile. Le generazioni future non avranno pietà di loro. Sia maledetta la Nazione di questi scellerati.” Aveva parlato ad alta voce e in tedesco: loro lo guardarono esterrefatti… Videro le sue decorazioni della Grande Guerra. Il Dottor Fürt urlò poi agli ebrei: “Se qualcuno di voi sopravvive e per caso incontra mio figlio, gli dica che suo padre non ha avuto paura degli assassini al soldo di Hitler!”
I tedeschi lo fecero a pezzi. Sua moglie era una nobile austriaca, cristiana. Morì con lui.

Durante le incursioni nelle case degli ebrei, i tedeschi uccidevano sul posto i più vecchi e i più deboli, che non erano in grado di raggiungere la piazza. Fra loro ci fu anche Jacob Lipschitz, l’ultimo rabbino di Konin. Gli spararono nel letto.


Post scriptum   Nell’estate del 1993, quando avevo già scritto del massacro di Józefów, ho avuto occasione di leggere un libro agghiacciante, Uomini comuni, scritto dallo storico americano Christopher Browning. Studiando la documentazione sui crimini di guerra nazisti depositata a Stoccarda, sede del coordinamento delle indagini, Browning trovò un atto d’accusa contro il Battaglione di Polizia 101, unità della Ordnungspolizei, la polizia civile tedesca. Uomini comuni è basato sostanzialmente sui verbali degli interrogatori degli uomini del Battaglione, quasi tutti membri ormai di mezz’età della classe operaia di Amburgo. Per il Battaglione 101 le atrocità di Józefów dovevano essere una sorta d’iniziazione agli eccidi di massa. Il racconto di Browning di quel 13 luglio 1942 ci presenta il massacro attraverso un’ottica diversa, quella degli assassini. Salvo alcune marginali discrepanze, tutto coincide. Ma il quadro che emerge nel libro è assai più terrificante di quello lasciatoci dalle fonti ebraiche del Libro.
Browning ha scoperto che, mentre gli ebrei venivano rastrellati e condotti in piazza, il medico della squadra e un sergente tennero ai loro uomini un corso accelerato sul trattamento da riservare alle vittime. Il primo carico di trentacinque-quaranta ebrei fu portato nei boschi a qualche chilometro dalla città. (Browning non parla mai della cava di pietra.) Al loro arrivo «si fecero avanti altrettanti poliziotti della Prima Compagnia, che furono abbinati
faccia a faccia alle loro vittime». Agli ebrei fu ordinato di distendersi per terra, in fila. «I poliziotti, vennero avanti e piazzarono le baionette sulla spina dorsale delle loro vittime, al di sopra delle scapole, secondo le istruzioni ricevute» e, al segnale del sergente, spararono all’unisono.
«Quando giunse il rumore della prima salva, dalla piazza si levò un urlo terribile: gli sventurati avevano capito qual era il loro destino. Da quel momenta in, poi, tuttavia, gli ebrei manifestarono una compostezza “incredibile” e “sorprendente”.»
Le esecuzioni si protrassero per ore. Anche gli uomini della Seconda Compagnia parteciparono al massacro ma, diversamente dai loro commilitoni, non avendo ricevuto istruzioni sul modo di sparare, ignoravano che il modo migliore per uccidere fosse «innestare le baionette per prendere la mira». Browning cita le parole di uno degli uomini: «All’inizio sparavamo a mano libera. Se si mirava troppo in alto, esplodeva tutto il cranio: c’erano pezzi di cervello e di ossa dappertutto.» Puntando l’arma sul collo si rischiavano altri inconvenienti: «Con quello sparo a bruciapelo il proiettile colpiva la testa della vittima con una traiettoria che provocava l’esplosione dell’intero cranio o dell’intera nuca: sangue, frammenti di ossa e pezzi di cervello si spargevano ovunque, imbrattando gli uomini del plotone.» Ben pochi tedeschi avevano fatto richiesta di esenzione da quel lavoro, ed erano stati esauditi. Qualcuno trovò delle scuse per defilarsi. Terminato il lavoro tutti ricevettero dosi abbondanti di alcolici.
Alla fine di quel lungo giorno d’estate i tedeschi se ne andarono letteralmente saturi del sangue delle vittime, lasciando nel bosco 1500 cadaveri di donne, bambini e anziani. Alcuni giacevano morti sulle porte di casa, fucilati sul posto mentre tentavano di fuggire o di nascondersi. Mia zia Bayla doveva essere stata fra questi. (Konin, pp. 546-550)

Oggi, 27 di nissan, è Yom haShoah.

Qui qualche immagine di quel mondo che la Shoah ha cancellato dalla faccia della terra, ma che noi non ci stancheremo di far rivivere col nostro ricordo. Così come non ci stancheremo di di stare dalla parte degli ebrei vivi, combattendo sia chi cerca di eliminarli con le armi, sia chi cerca di eliminarli con le menzogne: mai più come pecore al macello.

am israel chai  

barbara