CIÒ CHE NON SI DEVE DIRE, CIÒ CHE NON SI DEVE MENZIONARE, CIÒ CHE NON SI DEVE RICORDARE

L’ISLAM

La maledetta autocensura politicamente corretta

DI PIERLUIGI BATTISTA · PUBBLICATO 17 DICEMBRE 2018

Abbiamo persino abolito nella nostra lingua, e forse persino nella nostra mente, il nome di quella religione che ha armato il terrorista responsabile della strage al mercatino di Natale di Strasburgo. Non c’è più, abrogata dal linguaggio, dai servizi dei media, dal discorso pubblico. Chi fa quel nome viene deplorato come un irresponsabile fomentatore di una guerra di religione. Ed è obbligatorio non voler credere alle invocazioni rituali gridate da chi sta per spargere la morte in nome della sua religione.

Si dice: non tutti quelli che professano quella religione sono terroristi, ci mancherebbe. Però devono spiegare perché questo tipo di terrorismo viene sempre motivato da chi ne è seguace con parole, dogmi, passaggi ideologici, rivendicazioni che in quell’universo religioso traggono alimento e coerenza.
Non bisogna pensare che hanno compiuto il massacro di Charlie Hebdo perché in quel giornale satirico alcune vignette colpivano il profeta di cui neanche io, per paura e opportunismo, farò il nome. Non bisogna pensare che siano convinti che i loro atti servano a sterminare gli infedeli, i blasfemi, gli apostati.
Non bisogna dar retta a chi, come Gilles Kepel su Le Figaro, sostiene che per quella religione, che io mi guarderò bene dal nominare, la festa di Natale ha qualcosa di intollerabilmente «empio»: dobbiamo piuttosto inventarci un inverosimile attentato «anti-europeo» pur di non nominare l’innominabile.
È la prima guerra, costellata di decine e centinaia di attentati terroristici contro aeroporti, stazioni, metropolitane, stadi, corse podistiche, musei, spiagge, treni, chiese, monumenti, ponti, strade con molti pedoni da asfaltare, pub, ristoranti, teatri, di cui non vogliamo vedere il nemico.
Non possiamo nemmeno definirli «nemici», per fare in modo che non si offendano. Ci balocchiamo con la categoria psichiatrica e non religiosa dei «lupi solitari», anche se poi scopriamo che solitari quei lupi non lo sono mai del tutto, anzi, è vero il contrario.
Non dobbiamo credere alle rivendicazioni di un’entità terroristica che aveva messo quel nome nella sigla di uno Stato. Non dobbiamo sentire quello che i «nemici» dicono, perché lo dicono, cosa hanno in testa. Dobbiamo negare, chiudere gli occhi, voltarci dall’altra parte. E non pronunciare più quel nome, che qui mi guardo bene dall’indicare apertamente. Mica per paura, beninteso. (Corriere della Sera)

LO STERMINIO DEI CRISTIANI DA PARTE DELL’ISLAM

Nigeria, per Amnesty International la strage di cristiani è dovuta al «clima»

Leone Grotti 17 dicembre 2018 Esteri

Un rapporto denuncia la morte di 3.641 persone in tre anni a causa degli «scontri» tra pastori musulmani Fulani e agricoltori. Per l’Ong «la religione non c’entra» ma le vittime cristiane raccontano un’altra storia

Negli ultimi tre anni almeno 3.641 persone sono morte in Nigeria nel conflitto tra pastori musulmani Fulani e agricoltori cristiani. Lo denuncia Amnesty International in un interessante rapporto (“Harvest of Death: Three Years of Bloody Clashes Between Farmers and Herders”) pubblicato oggi. Nel prezioso documento si sottolinea come il conflitto si sia intensificato nel 2018 e come le autorità non facciano nulla o quasi per fermare o prevenire «stragi, vandalismi e incendi di case e villaggi».
Tra il 5 gennaio 2016 e il 5 ottobre 2018 sono stati lanciati 310 attacchi, soprattutto negli Stati della fascia centrale del paese. Il rapporto parla di villaggi distrutti, religiosi bruciati vivi, donne e bambini fatti a pezzi in assalti condotti con armi sofisticate come kalashnikov e lanciarazzi. Viene anche documentata l’inerzia, spesso complice, delle forze di sicurezza.

«LA RELIGIONE NON C’ENTRA»

Il rapporto di Amnesty International sottostima sicuramente il numero delle vittime, ma è ugualmente importante per accendere i riflettori su un conflitto sanguinoso, ma dimenticato dalla maggior parte della stampa internazionale. C’è però un problema: fin dalle prime pagine il rapporto afferma con certezza che «i conflitti sono diventati particolarmente ferali a causa del peggioramento delle condizioni ambientali, che hanno obbligato gli allevatori a muoversi verso sud» alla ricerca di terreni. «La scarsità di risorse e la competizione soprattutto per la terra, l’acqua e i pascoli», dovute ai cambiamenti climatici, «costituiscono una delle principali cause degli scontri». Osai Ojigho, direttore di Amnesty International Nigeria, aggiunge anche che «questo conflitto non ha niente a che fare con la religione».

«ISLAMIZZARE LA NIGERIA»

Non è chiaro come i ricercatori possano affermare con tale apodittica certezza che la religione non c’entri con le stragi. Le vittime dei musulmani Fulani, infatti, si sono fatte un’altra idea degli “scontri”. Presentando un rapporto sul massacro di 646 cristiani in otto mesi nel solo Stato di Plateau, il reverendo Dacholom Datri, presidente della Chiesa di Cristo in Nigeria (Cocin), ha dichiarato al presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, anch’egli di etnia Fulani e accusato di complicità: «La narrativa che va per la maggiore è quella di uno scontro tra agricoltori e allevatori. Ma questa è solo una scusa inventata per nascondere la verità e continuare a perpetrare il male». La verità è che i musulmani Fulani che stanno massacrando i cristiani non sono «assalitori sconosciuti» o semplici allevatori ma «membri di milizie» armati di tutto punto: «Fucili sofisticati, kalashnikov, lanciarazzi, che usano per attaccare e uccidere i cristiani. Solo dopo gli attacchi i Fulani fanno pascolare il loro bestiame sui campi».
La Chiesa cattolica nigeriana, nella persona del vescovo di Makurdi, monsignor Wilfred Chikpa Anagbe, ha denunciato inoltre «un’agenda precisa, un chiaro tentativo di islamizzare tutte le aree a maggioranza cristiana della Middle Belt nigeriana». Il prelato si chiede anche «chi finanzi i Fulani, visto che attaccano con armi troppo sofisticate per dei pastori». Il National Christian Elders Forum ha anche avvisato che «il cristianesimo in Nigeria è vicino all’estinzione. Potremmo essere noi l’ultima generazione di cristiani del paese se non cambieranno le cose».
amnesty-nigeria-rapporto

«SONO LORO CHE CI ATTACCANO»

Anche per l’ex presidente della Nigeria, Olusegun Obasanjo, «non si possono negare le violenze contro i cristiani. Gli scontri con gli agricoltori cristiani sono cominciati così: gli allevatori cercano terre e acqua dove far pascolare le vacche, occupano le terre degli agricoltori e poi quando gli agricoltori reagiscono, gli allevatori si vendicano. Ma una volta non avevano armi automatiche, ora sì. Il problema principale è chi gli dà le armi. Gli allevatori non possiedono il bestiame che pascolano ma chi dà loro il bestiame adesso fornisce anche le armi. Queste persone sono responsabili».
Per concludere, anche l’arcivescovo anglicano di Jos, monsignor Ben Kwashi, ha criticato la vaga narrazione degli “scontri”: «Non è giusto parlare di conflitto tra cristiani e musulmani. Sono loro che ci attaccano e ci uccidono».
Ben venga dunque il rapporto di Amnesty International per mettere pressione al governo nigeriano perché si impegni per fermare la strage in atto. Ma servirebbe più coraggio, e meno ideologia, quando si indagano le cause: per quanto il tema della scarsità  di terra e acqua contribuisca a scatenare la violenza, come affermato da tutti, non sono i cambiamenti climatici che hanno portato al massacro dei cristiani in Nigeria negli ultimi tre anni. In alcun modo una disputa sul possesso di un terreno può trasformarsi, come avvenuto a giugno, nell’attacco coordinato da parte dei musulmani Fulani di 10 villaggi. L’assalto è durato 48 ore, durante le quali le autorità non sono intervenute per fermare la strage, e i pastori erano armati di kalashnikov e lanciarazzi. Sono morti in tutto più di 200 cristiani e un deputato della zona ha parlato di «olocausto doloroso, pulizia etnica e genocidio del mio popolo». Una violenza difficile da spiegare in modo esaustivo usando solo la lente climatica. (qui)
@LeoneGrotti

IL TERRORISMO PALESTINESE

Un capitolo della storia del terrorismo palestinese in Italia 17 dicembre 1973, l’attentato di Fiumicino. La strage dimenticata

42 anni fa un commando di Settembre Nero attaccò l’aeroporto Leonardo Da Vinci. Fu un massacro in cui morirono 32 persone. All’epoca il più grave attentato terroristico in Europa. Nessuna targa, e nessuna commemorazione, oggi lo ricorda

di Giuliano Sadar 17 dicembre 2015

Giunsero a Fiumicino da Madrid con un volo Iberia. Erano in cinque, forse più, e fu l’inferno. Uccisero trentadue persone con armi automatiche e bombe al fosforo. Erano di Settembre Nero. Anche se Settembre Nero in quel dicembre 1973 si stava già sfarinando, dopo la Collera di Dio, anzi del Mossad, ovvero le spietate vendette israeliane che seguirono la strage di Monaco di un anno prima.
Sicuramente appartenevano a una fazione dissidente da Fatah, probabilmente finanziata da Gheddafi che di petrodollari ne possedeva già tanti. Decollati da Fiumicino, dopo aver lasciato il boeing Pan Am in fiamme, iniziarono una delirante odissea sopra aeroporti di paesi che si affacciano sul Mediterraneo, che terminò il giorno dopo a Kuwait City. Lì si arresero. Vennero incarcerati, poi trasferiti in Egitto, poi condannati. Per svanire nel nulla, forse giustiziati dagli stessi palestinesi di Arafat, impegnato in quei mesi, dopo la malaparata della guerra del Kippur, a rifarsi una verginità minacciata da sei anni di ambigui dirottamenti e attentati.

Gli anni dei dirottamenti

Erano iniziati nel 1968 i dirottamenti, sponsorizzati dal Fronte per la Liberazione della Palestina dei cristiani George Habbash e Wadi Haddad, della pasionaria Leila Khaled, di Abu Bassam Sharif. Acclamati come eroi dalla sinistra europea. Poi il trasferimento delle azioni proprio in Europa. Nel 1972 gli attentati alle raffinerie di petrolio olandesi di Ommen e Ravenstein, di cui non rimane quasi traccia, poi il primo attentato in Italia, a Trieste. Quattro cariche esplosive colpirono la tank farm petrolifera dell’oleodotto per la Baviera. 160mila tonnellate di petrolio a fuoco. E ancora, fra il 1972 e il 1973, l’attentato cosiddetto del mangianastri, sempre a Fiumicino, e una serie senza fine di sequestri d’armi all’aeroporto internazionale romano e la storia misteriosa dei missili di Ostia, con i terroristi che avevano installato su un terrazzo una batteria terra-aria per abbattere un aereo El Al.
Dopo innumerevoli rimpatri di soppiatto che fecero imbufalire gli israeliani, quando già il governo italiano stava trattando con i palestinesi l’accordo di “non belligeranza” oggi conosciuto come Lodo Moro, ecco questo attentato assurdo e terribile, fuori scala, dalla rivendicazione confusa e arruffata. Un attentato nascosto fra le pieghe della Storia, nonostante sia stato, dopo la strage di Bologna, il più sanguinoso.

17 dicembre 1973, alle 13,00 si scatena l’inferno

Era quindi il 17 dicembre 1973, quarantadue anni fa. Dopo la guerra del Kippur di due mesi prima i paesi arabi produttori di petrolio avevano raddoppiato il prezzo del barile, ed era arrivata l’austerity, e le domeniche in bici e a piedi. Quel 17 dicembre era un lunedì, e la mattinata agli scali internazionali di Fiumicino era trascorsa tranquilla. Alle 12.50 un gruppo di arabi con solo bagaglio a mano, valigie tipo 24 ore, dopo aver superato in Spagna i controlli della guardia civil e in Italia quelli in entrata dei carabinieri, viene accompagnato nell’area transiti e si accoda ai banchi per il controllo di imbarco. Alla richiesta di controllo le valigie si aprono e scoppia il finimondo. Il gruppo di terroristi si divide: alcuni prendono in ostaggio sei agenti, vulnerabili, perché costretti al servizio senza colpo in canna, e li trascinano giù per la rampa 14 verso il piazzale degli aerei. Altri sparano verso le vetrate, provocando un inferno di proiettili e schegge di vetro, prima di seguire gli altri. Sul piazzale ci sono tre aerei fermi. Il comandante del Boeing Air France si accorge in tempo del pericolo e fa chiudere i portelloni. Un gruppo si dirige verso il 707 “Celestial clipper” Pan American diretto a Teheran via Beirut, 56 passeggeri a bordo. Sale di corsa la scala e lancia due bombe al fosforo dentro la carlinga, accompagnando l’attacco con sventagliate di mitra. Muoiono in 29 in quella trappola, orribilmente ustionati o soffocati. Poi i terroristi si riuniscono all’altro gruppo e salgono su un 737 Lufthansa, non prima di aver ucciso, sparandogli alla schiena, l’agente Antonio Zara, 20 anni, di servizio sul piazzale sotto l’aereo tedesco, che aveva accennato a una reazione.
I terroristi prendono altri due ostaggi e costringono il comandante dell’aereo tedesco a decollare, mentre il Boeing Pan Am giace scoperchiato e fumante, con il suo carico di morte. Volano verso Atene, chiedono uno scambio prigionieri, minacciano di far precipitare l’aereo sulla città, interviene l’intelligence italiana di servizio nella capitale greca, e clamorosamente gli stessi detenuti palestinesi, due di Settembre Nero autori di un sanguinoso attentato proprio nell’aeroporto del Pireo, rifiutano lo scambio. Un altro italiano viene ucciso, si tratta del tecnico Domenico Ippoliti, e gettato giù dall’aereo. Poi un inquieto, disperato e insensato vagare. A Beirut le autorità aeroportuali impediscono l’atterraggio ponendo ostacoli sulla pista, così fanno in altri aeroporti. Infine all’aereo viene consentito di atterrare a Damasco, ma solo per un rapido rifornimento di carburante. Una notte d’inferno, il giorno dopo è uguale, gli ostaggi si sentono perduti. Il tragico vagare termina la sera del giorno dopo a Kuwait City. Gli ostaggi sopravissuti vengono liberati, il gruppo si costituisce alle autorità kuwaitiane, alzando le mani in segno di vittoria. Dopo qualche giorno saranno trasferiti al Cairo, poi nulla di sicuro si saprà di loro, se non che, forse gli stessi palestinesi li abbiano eliminati.

L’inchiesta

Le ragioni questa tragica azione sono ancora un rebus. Le indagini condotte dal giudice istruttore Rosario Priore hanno trovato muri di gomma. Il grande clamore dei primi giorni, il cordoglio del ministero degli interni Taviani, del primo ministro Rumor, i titoloni dei giornali, le foto angoscianti, lasciarono spazio al silenzio. Per anni storici (pochi) e giornalisti (ancora meno) si sono scapicollati per venire a capo di questa storia. Un’ipotesi è che il gruppo, finanziato come detto da Muhammar Gheddafi con armi e 370 milioni di lire, fosse comandato da un fuoriuscito ex dirigente dell’Olp, Abdel Ghafour alias Mahamoud Sasy, poi ucciso il 12 settembre a Beirut, in una vendetta interna alle fazioni palestinesi. Problematica è anche la collocazione politica. Il periodo è cruciale: in ottobre era scoppiata la guerra del Kippur, stava per iniziare a fine anno la conferenza di pace a Ginevra. Fu un atto contro il processo di pace? Altri mettono in collegamento la strage con il Lodo Moro, l’accordo segreto con cui l’Italia, permettendo ai palestinesi di usare la penisola come base logistica, avrebbe poi goduto di più di dieci anni di assenza di attentati palestinesi sul suolo nazionale e forniture privilegiate di petrolio. I primi colloqui segreti fra funzionari del ministero degli Esteri e palestinesi, al Cairo, iniziarono in ottobre. Ma la galassia palestinese era variegata e litigiosa e alcune fazioni, come quella di Ghafour, pronte a tutto. A Lodo già attivo, la strage poteva essere un tentativo di sabotarlo. Oppure, al contrario un tentativo di impedirne la messa in opera. Rimane certo che è stato un episodio isolato, con modalità diverse da quelle solite del terrorismo palestinese. E non rivendicato da nessuno.

Perché è accaduto? La tesi di “Epoca”

Gli articoli a firma Pietro Zullino, Marzio Bellacci e Raffaello Uboldi apparsi su Epoca le settimane successive alla strage, paventano uno scenario inquietante: i servizi italiani forse sapevano di imminenti attacchi a strutture aeroportuali, ma non si sono mossi, lasciando l’aerostazione pattugliata da giovani inesperti e male armati. Le richieste di chiarimento dei giornalisti al governo rimangono senza risposta. Lentamente, su quell’episodio cala il silenzio, tanto che oggi nessuno ricorda, e chi ricorda, ricorda poco. Così come la seconda strage palestinese di Fiumicino, quella del 27 dicembre 1985, a Lodo concluso. Ma sarebbe stata tutta un’altra storia.

Quelle vittime dimenticate

Sei gli italiani che quel 17 dicembre 1973 persero la vita. Erano il finanziere Antonio Zara, il tecnico ASA Domenico Ippoliti, il funzionario Eni Raffaele Narciso, e una famiglia intera, Giuliano De Angelis, la moglie Emma e la piccola Monica, 9 anni,che erano sull’aereo americano. Veri e propri tragici fantasmi della Storia. Antonio Zara è stato insignito di medaglia d’Oro, a Fiumicino c’è, nascosta, una targa che lo ricorda, sempre a Fiumicino gli è stata dedicata una via. Tutto qua. Nomi che inspiegabilmente non figurano nell’elenco dell’Aiviter, l’Associazione italiana vittime del terrorismo. Vi si ricordano i morti di Peteano, di piazza Fontana, dell’Italicus, di Piazza della Loggia sino a Bologna e oltre, ma di questi sei poveri morti non c’è traccia. Del terrorismo mediorientale, “quel” terrorismo mediorientale, che uccideva nel nome di una lotta di liberazione e non nel nome di Allah, ancora oggi, è meglio parlare il meno possibile. C’è odore di petrolio, l’odore del benessere di cui, bene o male, l’Italia godette lungo quegli anni. E il Lodo Moro, oramai storicamente accertato, deve rimanere quello che era quarant’anni fa. Un indicibile segreto. (qui)

Giuliano Sadar, giornalista della sede Rai di Trieste e scrittore, ha pubblicato recentemente Il grande fuoco, un libro-inchiesta sull’attentato al Siot di Trieste e su Settembre Nero. Il fuoco e il silenzio è il suo blog

 

Quelle stragi palestinesi dimenticate dall’Italia

di Alessandro Frigerio

È il secondo mattatoio dello stragismo dopo la stazione di Bologna. Ma è anche il simbolo perverso della selettività con cui istituzioni e opinione pubblica elaborano il ricordo. Perché ci sono fatti di sangue che si vuole rafforzino il comune sentire, di una parte più o meno ampia della collettività, e altri che ragion di Stato e ideologia rigettano come corpi estranei.

All’aeroporto «Leonardo Da Vinci» di Fiumicino i corpi estranei sono quarantotto. Tante le vittime causate dal terrorismo arabo-palestinese nel corso di due diversi attentati, nel 1973 e nel 1985. E il primo di questi è un modello di rimozione storica esemplare.

«A mio fratello Antonio hanno conferito la medaglia d’oro al valor militare – spiega Angelo Zara -, il suo nome compare su due caserme, su un pattugliatore della Guardia di finanza e sulla targa di una piazza nel paese. Ma questa storia è ancora un buco nero: non ho mai avuto notizia di un’indagine, di un processo. Solo tempo dopo ho appreso dai giornali che il Mossad aveva scovato i terroristi». Daniela Ippoliti aveva nove anni quando le uccisero il padre. Ricorda il funerale così vicino al Natale, l’assedio sfrontato dei giornalisti e poi il silenzio. «I colleghi di lavoro gli dedicarono un busto, ma dove siano finiti i terroristi e perché fecero quella strage non ce l’ha mai detto nessuno. Siamo stati dimenticati».
Un abbandono che si spiega con i numerosi aspetti mai chiariti della vicenda: le ambigue scelte di politica internazionale del nostro Paese negli anni Settanta, la Libia di Gheddafi che ospitava e sosteneva il terrorismo palestinese e il ruolo dei nostri servizi segreti. «Il Sid aveva avuto notizia dell’imminente attacco – racconta il generale Corrado Narciso, fratello di un’altra vittima – ma l’aeroporto non venne messo in sicurezza».
E l’inchiesta fu sbrigativa. Appurò che alle 12 e 50 di lunedì 17 dicembre 1973 un commando composto da cinque uomini di Settembre Nero, proveniente con volo Alitalia da Madrid, aveva aperto il fuoco nella zona transiti dello scalo romano e lanciato due bombe al fosforo in un jumbo fermo sulla pista, uccidendo 32 passeggeri. Tra loro anche quattro italiani: l’ingegnere Raffaele Narciso, il funzionario dell’Alitalia Giuliano De Angelis, la moglie Emma Zanghi e la figlia Monica, di nove anni. Prima di sequestrare un aereo della Lufthansa i terroristi avevano ucciso il finanziere Antonio Zara e preso in ostaggio sei agenti di polizia e un addetto al trasporto dei bagagli, Domenico Ippoliti. Il dirottamento, dopo una tappa ad Atene, che con l’assassinio di Ippoliti aggiunse sangue a sangue, si concluse a Kuwait City tra l’affettuosa simpatia riservata ai terroristi dalle autorità. Alla richiesta di estradizione il governo kuwaitiano oppose un rifiuto, adducendo il carattere «politico» della carneficina.
Pochi mesi dopo i cinque furono affidati all’Egitto e quindi rilasciati come contropartita per la liberazione degli ostaggi di un aereo di linea britannico.
Fin qui la tragica sequenza dei fatti. Ai quali seguì l’immediata rimozione. Lo fece a modo suo l’Unità, evitando di citare nei titoli, nei sommari e nell’articolo di fondo del 18 dicembre l’origine degli attentatori. Vi contribuì il Pci, definendo la strage «un chiaro tentativo di marca reazionaria» contro il popolo palestinese. Fece molto di più la Dc, spingendo il piede sull’acceleratore della politica di appeasement verso il mondo arabo.
A funerali appena conclusi l’allora ministro degli esteri Aldo Moro visitò le principali capitali del mondo arabo, compresa Kuwait City. Ci si aspettava, se non un atteggiamento intransigente, almeno parole ferme e chiare. Invece la richiesta di consegna dei colpevoli fu sacrificata sull’altare della crisi energetica e dell’esigenza di nuove forniture petrolifere. E per scongiurare nuovi attacchi, il governo perfezionò con l’Olp il patto scellerato che avrebbe garantito impunità e libertà di transito agli uomini dell’organizzazione palestinese.
Da allora su quei 34 morti è calato il silenzio. I loro nomi non sono negli elenchi delle associazioni delle vittime del terrorismo e nelle pubblicazioni ufficiali. Una lapide nella zona transiti dell’aeroporto di Fiumicino ricorda solo il sacrificio di Antonio Zara.
Per tutti gli altri, compresi i 14 dell’attentato del 1985 ai banchi della Twa e dell’El Al, non una riga. Passati trentacinque anni dagli eventi ci sembra doveroso rimuovere questa cappa di omertà. Per ricordare chi non c’è più. E per inserire a pieno titolo il terrorismo arabo-palestinese nella galleria degli orrori del Novecento. (qui)

Dobbiamo riappropriarci della lingua, nella sua interezza, dobbiamo riappropriarci della capacità di vedere, nella sua interezza, dobbiamo riappropriarci delle nostre memorie, nella loro interezza. O verremo inesorabilmente spazzati via. Nella nostra interezza.

barbara

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PERCHÉ SÌ

             Israeli-flag
Questo l’ho scritto nel maggio del 2002. Secondo me va ancora benissimo, basta solo sostituire Agnoletto con qualche altro personaggino.



• Perché senza Israele l’intero Medio Oriente sarebbe un’unica immensa polveriera e il numero dei morti sarebbe di proporzioni ruandesi.
• Perché senza Israele con la sua democrazia a fare da gendarme, tutte le satrapie mediorientali sarebbero molto peggio.
• Perché senza Israele l’Iraq oggi avrebbe l’atomica e la userebbe senza il minimo scrupolo, così come senza il minimo scrupolo ha sempre usato le armi chimiche.
• Perché nessuno, tranne Israele, ha mai dato ai palestinesi una speranza e un’opportunità di riscatto.
• Perché senza Israele gli antisemiti sarebbero privati dell’alibi della questione palestinese, e chissà quale nuova diavoleria si inventerebbero.
• Perché senza Israele Human Rights Watch sarebbe costretto ad occuparsi di tutti quei posti in cui i diritti umani vengono VERAMENTE violati, e tutti si accorgerebbero della sua ignavia.
• Perché senza Israele Amnesty International sarebbe costretto ad interessarsi ai VERI abusi, e tutti si accorgerebbero della sua inconsistenza.
• Perché senza Israele l’Onu sarebbe costretto a intervenire sui VERI massacri, e tutti si accorgerebbero della sua impotenza.
• Perché senza Israele qualcuno sarebbe costretto ad accorgersi dei 250 milioni di cristiani oppressi, discriminati, perseguitati e dei 160.000 assassinati ogni anno perché cristiani, e nessuno ha voglia di farlo.
• Perché senza Israele Agnoletto resterebbe disoccupato e ci toccherebbe anche pagargli il sussidio di disoccupazione.
• Perché senza Israele saremmo privi della più bella bandiera e del più bell’inno nazionale del mondo.
• E poi perché sì.

barbara

ECCO, ADESSO È TUTTO CHIARO

Roma, 31 lug. – (Adnkronos) – «L’attacco della notte del 29 luglio contro una scuola elementare della Striscia di Gaza, che ha causato almeno 20 morti e decine di feriti, può costituire un crimine di guerra e dev’essere oggetto di un’indagine indipendente». Lo sostiene Amnesty International.
[…]
«Se l’attacco alla scuola fosse il risultato dell’azione dell’artiglieria israeliane, si tratterebbe di un attacco indiscriminato e come tale di un crimine di guerra – denuncia Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty – L’artiglieria non dovrebbe mai essere usata contro obiettivi situati in zone densamente abitate […]

Perfetto. Se invece fosse il risultato dell’azione dell’artiglieria palestinese, NON si tratterebbe di un attacco indiscriminato e NON vi sarebbe alcun crimine di guerra. Lo dice chiaramente il direttore stesso.

barbara

DUE PAROLE ALLA SIGNORA MICHELLE

Cara Michelle, perché taci sui rapiti israeliani?

Nessuno in piazza per gli ebrei. Alla giusta mobilitazione della Obama per le ragazze rapite in Nigeria non ha fatto seguito quella per i tre ragazzi presi da Hamas. Michelle, ci spieghi: se sono israeliani si possono rapire?

di Maria Giovanna Maglie

Eyal Yifrah, Gil-Ad Shayer e Naftali Frenkel. Com’è che per tre ragazzini israeliani rapiti da terroristi arabi non vedo mobilitazioni speciali, indignazioni planetarie, campagne a colpi di tweet e vip? Non che cambi niente, le ragazze rapite in Nigeria restano in mano ai terroristi, ci vuol altro che un cartellino in mano a Michelle Obama, un bel tweet «Bring back (…) (…) our girls», e via di nuovo a fingere di coltivare pomodorini e zucchine rigorosamente organic nell’orto presidenziale; ci vuol altro che le telefonate propagandistiche di Matteo Renzi e le magliette della nazionale di calcio con i nomi dei due marò, esibite dal ministro Pinotti per far tornare a casa Latorre e Girone; ci vuol altro anche per i tre ragazzini israeliani rapiti da Hamas. Pure, disturba, e anche in questi tempi di disillusione un po’ indigna, il double standard, l’abitudine volgare di distinguere tra le cause politically correct sulle quali gettarsi in sfoggio di propaganda senza pudore, dalla first lady dell’ordine mondiale all’ultimo consiglio comunale, e quelle meno per bene, un po’ scomode, sulle quali far partire infami distinguo, richiami severi mascherati da solidarietà, richieste alle vittime che alla fine dei conti a dirla tutta assomigliano a quelle dei rapitori terroristi.
Funziona così quando viene intaccato il tabù dell’ipocrisia mondiale pacifista, funziona sempre così quando c’è di mezzo Israele. Non è tanto una questione di comune antisemitismo, so di dire una cosa scomoda, sul quale tra brutti libri, pessimi film, pellegrinaggi ai lager che furono, e abbastanza inutili Giornate della Memoria, il senso di colpa cambia forma, si acqueta e vince pure gli Oscar; è che l’antisemitismo quello profondo si è convertito in causa palestinese, ha preso le vesti di critica e pregiudizio verso lo Stato di Israele, comanda le organizzazioni internazionali e le commissioni europee, lambisce e anche penetra tanti ebrei d’occidente, ha caratterizzato la pessima presidenza di Barack Obama in uno strappo terribile con la tradizione degli Stati Uniti. Un alibi stantio, ché io posso anche non poterne più di sentir ricordare retoricamente l’Olocausto, figuriamoci la Resistenza, e vorrei non essere additata per questa saturazione a pubblico scandalo, ma mai dimentico che quello Stato piccolo e guerriero è l’avamposto d’Occidente in territorio nemico, che lo sterminio di ieri si riscatta oggi in Medio Oriente.
Invece che ci tocca leggere? Che, lancio Ansa del 18 giugno, «Amnesty chiede immediato rilascio 3 ragazzi rapiti», ma subito dopo che «Israele sospenda immediatamente le punizioni collettive». Che sono in realtà due misure indispensabili: la chiusura del distretto di Hebron e del valico di Erez tra Gaza e lo Stato israeliano, che serve a impedire il trasferimento dei tre ragazzi nella Striscia, e la detenzione dei membri dell’organizzazione terroristica Hamas, dai quali si possono ottenere informazioni vitali. Seguono articoli di quotidiani vari, ma vi raccomando di non perdervi le perle di Avvenire, informazioni che negano qualsiasi coinvolgimento di Abu Mazen e dell’Autorità Palestinese, peccato che il governo da lui messo in piedi di Fatah-Hamas qualche agevolazione di circolazione ai terroristi islamici l’ha certamente fornita; altre che sostengono che il nuovo ostacolo alla pace siano non il terrorismo o i sequestri, ma la costruzione di nuove case a Gerusalemme. Peccato anche che, l’ho visto ricordato solo su Repubblica, a Hebron circoli un manuale di Hamas di 18 pagine, titolo «Guida per il rapitore», con suggerimenti e consigli per rapire israeliani e ottenere in cambio la liberazione di detenuti palestinesi.
Quanto alla Nigeria, senza un adeguato pagamento o un’azione di forza, le 276 studentesse della scuola di Chi-bok rapite dai Boko Haram il 14 aprile scorso non saranno liberate, e la campagna di buonismo mondiale servirà soltanto ad alzare il prezzo del riscatto e a far diventare più famosi in Africa i talebani neri. Impazzano, va detto, da anni, nell’indifferenza dell’Occidente: hanno massacrato cristiani, bruciato le chiese in cui li hanno sorpresi a pregare, hanno ucciso migliaia di nigeriani, e due italiani, Franco Lamolinara e Silvano Trevisan, sono nelle loro mani Giampaolo Marta e Gianantonio Allegri, i due preti italiani rapiti il 4 aprile, con la suora canadese Gilberte Bussier. Il gruppo di fanatici islamici Boko Haram sconfina allegramente dalla Nigeria in Camerun. Sono terroristi in nome e per conto dell’islam, come quelli che hanno rapito i tre ragazzi israeliani, come quelli che Israele non rinuncia a combattere.

(Libero, 20 giugno 2014)
michelle

Nel frattempo anche il papa continua a tacere – ritenendo, evidentemente, di avere portato a termine la sua missione fermandosi in accorato silenzio accanto a quel muro che vergognosamente impedisce ai terroristi di fare carneficine di ebrei e accogliendo l’imam che ha pregato per la sconfitta degli infedeli – mentre l’inviato dell’Onu Robert Serry, coordinatore per il processo di pace in Medio Oriente, tenta di far trasferire a Hamas 20 milioni di dollari e critica i tentativi di Israele di trovare e liberare i tre ragazzi rapiti. Come già ho avuto occasione di dire, la prostituzione è davvero un mestiere redditizio, e quindi assai ambito.
(E Rachel Frenkel, mamma di Naftali, invoca: “Io credo che ritorneranno, ma se così non dovesse essere, per favore, siate uniti. Siate uniti”)

barbara

 

E MAGARI ANCHE AMNESTY INTERNATIONAL, SECONDO TE…

amnesty
Amnesty International poi è quella che
A giugno, il governo israeliano ha imposto un blocco senza precedenti nella Striscia di Gaza, imprigionandone di fatto l’intera sua popolazione pari a 1,5 milioni di persone, sottoponendole a punizione collettiva e provocando la più grave crisi umanitaria che si ricordi. (Amnesty International, rapporto annuale 2008)
GAZA AFFAMEE

Amnesty International poi è quella che ogni due per tre strilla alla violazione dei diritti umani e a ogni sorta di mostruosi crimini da parte di Israele e mai che dia un fiato sulle birichinate di Hamas e dell’ANP.

Amnesty International poi è quella che pubblica migliaia di pagine di condanna sull’uso sproporzionato della forza da parte di polizia ed esercito israeliani, e mai un fiato sull’uso che della propria forza fanno i terroristi contro Israele.

Amnesty International poi è quella che non si lascia scappare un’occasione per intimare a Israele di non rispondere ai lanci di missili, non rispondere agli atti di terrorismo, non rispondere agli assassini di bambini, non rispondere a nessuna azione da parte dei terroristi che fanno, sì, cose mica tanto belle, ma ciò non rappresenta una giustificazione alle reazioni israeliane.

Amnesty International poi è quella che nel periodo caldo dell’intifada levava almeno un paio di volte al mese alti lai per le terribili punizioni cui venivano condannati i soldati israeliani renitenti e disertori

COMUNICATO STAMPA Giornata Internazionale dell’Obiezione di Coscienza: le preoccupazioni di Amnesty International per la situazione in Israele In occasione della Giornata Internazionale dell’Obiezione di Coscienza, Amnesty International esprime forte preoccupazione per il crescente numero di soldati israeliani e riservisti detenuti a causa del loro rifiuto a svolgere il servizio militare nei Territori Occupati. Dall’inizio dell’Intifada almeno 114 obiettori di coscienza sono stati condannati a pene detentive, almeno venti di questi continuano ad essere ancora oggi detenuti. Gli obiettori di coscienza in Israele scontano condanne di alcune settimane, a volte anche mesi, al termine di processi iniqui. In molti casi,  vengono condannati a ripetuti periodi di detenzione. “Israele deve riconoscere il diritto di rifiutare il servizio militare in base a motivi di coscienza così come contemplato dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che Israele ha sottoscritto” ha dichiarato oggi Amnesty International. “Le forze militari israeliane dovrebbero prestare maggiore attenzione alle preoccupazioni dei propri riservisti, soldati e coscritti. Perché esprimono un messaggio volto a fermare ogni azione che disattende gli standard internazionali sui diritti umani e le leggi umanitarie internazionali”. Lo scorso gennaio, 460 riservisti hanno sottoscritto una lettera aperta nella quale dichiarano di non voler partecipare ad azioni militari tese a sottomettere, espellere, affamare e umiliare un intero popolo. Già nel settembre 2001, 62 studenti tra i 15 e i 18 anni avevano dichiarato di non voler svolgere il servizio militare firmando un appello inviato al primo ministro Ariel Sharon. Uno dei firmatari, Ig’al Rosenberg ha appena cominciato il suo quinto periodo di detenzione. Per essersi rifiutato di svolgere il servizio militare, Ig’al ha già scontato 21 giorni di carcere dal 3 al 21 febbraio, 28 giorni dal 26 febbraio al 22 marzo, 14 giorni dal 10 al 22 aprile ed altri 14 dal 29 aprile: sono 77  complessivamente i giorni trascorsi in prigione. Ma dal 13 maggio, Ig’al è di nuovo in carcere e dovrà scontare ulteriori 14 giorni. Rafram Haddad, riservista, è stato recentemente condannato a 28 giorni di carcere per essersi rifiutato di prestare servizio come guardia alla prigione militare di Megiddo, dove i Palestinesi vengono detenuti per periodi molto lunghi senza un processo. Rafram Haddad, sergente maggiore, è un giornalista del settimanale “Kol Ha’ir” ed attivista della comunità pacifista di Gerusalemme. Uscirà di prigione il prossimo 24 maggio. Il 25 aprile 2002, Shay Biran, Yiftah Admoni, Alon Dror e Tomer Friedman sono stati condannati a 28 giorni di prigione per essersi rifiutati di prestare servizio come guardie alla prigione Ketziot (meglio nota come Ansar III) nel deserto di Negev, riaperta recentemente per trattenere centinaia di Palestinesi arrestati nelle recenti operazioni militari svolte dalle forze israeliane nei Territori Occupati. Amnesty International considera obiettore di coscienza qualsiasi persona soggetta alla chiamata al servizio militare o all’obbligo legale di assolvere il servizio militare che rifiuta di compiere il servizio stesso o di partecipare sotto  qualsiasi forma, diretta o indiretta, a guerre o conflitti armati, per motivi di coscienza o in ragione delle sue convinzioni religiose, etiche, morali, umanitarie, filosofiche, politiche o altre motivazioni analoghe. Tale diritto si estende anche a coloro che hanno già iniziato il servizio militare, come pure ai soldati che operano in eserciti professionali, che hanno maturato l’obiezione di coscienza dopo essersi arruolati. Chiunque venga detenuto per le predette ragioni, viene considerato da Amnesty International prigioniero di coscienza. Amnesty International chiede al governo israeliano il rilascio immediato e incondizionato di tutti coloro che sono detenuti per aver rifiutato di svolgere il servizio militare per motivi di coscienza. “Nella drammatica complessità del conflitto in Medio Oriente e nella spirale di violazione dei diritti umani che registriamo in quelle terre, non meno grave appare la situazione dell’obiezione di coscienza” dichiara Marco Bertotto, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International. “Nonostante l’ormai crescente riconoscimento di questo diritto nel mondo e le Raccomandazioni del Consiglio d’Europa, di cui è membro anche Israele, l’obiezione di coscienza in questo paese costituisce ancora un reato piuttosto che un valore e un principio di libertà di espressione e opinione. Il governo israeliano, pur in un periodo delicatissimo quale quello attuale, non può continuare a disattendere un diritto riconosciuto a livello internazionale e a imprigionare centinaia di suoi cittadini per una scelta di coscienza”. FINE DEL COMUNICATO Roma, 15 maggio 2002

(in situazione di guerra si chiama alto tradimento; in qualunque Paese normale tali soldati finirebbero davanti alla Corte Marziale e con tutta probabilità condannati a morte) e non un fiato sul destino riservato ai palestinesi non ossequienti alla volontà dei loro padroni
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Amnesty International poi è quella impegnata a tempo pieno a diffondere ogni sorta di menzogne (compresa quella, tredici anni fa, che Israele condannerebbe a morte i bambini, con un articolo pubblicato dalla sezione norvegese, “documentato” da un volgare fotomontaggio. Questa purtroppo non la posso documentare perché era fra le cose che mi sono andate perse quando i pallestinisti mi hanno distrutto il computer bombardandomelo di virus micidiali).

Amnesty International poi è quella che si dedica a condannare ogni starnuto di Israele con tanta intensità, con tanta passione, che poi non le resta più tempo e spazio per condannare praticamente nient’altro.
Mi fermo, ma potrei continuare ancora molto molto molto molto a lungo.

barbara