PERCHÉ SÌ

             Israeli-flag
Questo l’ho scritto nel maggio del 2002. Secondo me va ancora benissimo, basta solo sostituire Agnoletto con qualche altro personaggino.



• Perché senza Israele l’intero Medio Oriente sarebbe un’unica immensa polveriera e il numero dei morti sarebbe di proporzioni ruandesi.
• Perché senza Israele con la sua democrazia a fare da gendarme, tutte le satrapie mediorientali sarebbero molto peggio.
• Perché senza Israele l’Iraq oggi avrebbe l’atomica e la userebbe senza il minimo scrupolo, così come senza il minimo scrupolo ha sempre usato le armi chimiche.
• Perché nessuno, tranne Israele, ha mai dato ai palestinesi una speranza e un’opportunità di riscatto.
• Perché senza Israele gli antisemiti sarebbero privati dell’alibi della questione palestinese, e chissà quale nuova diavoleria si inventerebbero.
• Perché senza Israele Human Rights Watch sarebbe costretto ad occuparsi di tutti quei posti in cui i diritti umani vengono VERAMENTE violati, e tutti si accorgerebbero della sua ignavia.
• Perché senza Israele Amnesty International sarebbe costretto ad interessarsi ai VERI abusi, e tutti si accorgerebbero della sua inconsistenza.
• Perché senza Israele l’Onu sarebbe costretto a intervenire sui VERI massacri, e tutti si accorgerebbero della sua impotenza.
• Perché senza Israele qualcuno sarebbe costretto ad accorgersi dei 250 milioni di cristiani oppressi, discriminati, perseguitati e dei 160.000 assassinati ogni anno perché cristiani, e nessuno ha voglia di farlo.
• Perché senza Israele Agnoletto resterebbe disoccupato e ci toccherebbe anche pagargli il sussidio di disoccupazione.
• Perché senza Israele saremmo privi della più bella bandiera e del più bell’inno nazionale del mondo.
• E poi perché sì.

barbara

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ECCO, ADESSO È TUTTO CHIARO

Roma, 31 lug. – (Adnkronos) – «L’attacco della notte del 29 luglio contro una scuola elementare della Striscia di Gaza, che ha causato almeno 20 morti e decine di feriti, può costituire un crimine di guerra e dev’essere oggetto di un’indagine indipendente». Lo sostiene Amnesty International.
[…]
«Se l’attacco alla scuola fosse il risultato dell’azione dell’artiglieria israeliane, si tratterebbe di un attacco indiscriminato e come tale di un crimine di guerra – denuncia Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty – L’artiglieria non dovrebbe mai essere usata contro obiettivi situati in zone densamente abitate […]

Perfetto. Se invece fosse il risultato dell’azione dell’artiglieria palestinese, NON si tratterebbe di un attacco indiscriminato e NON vi sarebbe alcun crimine di guerra. Lo dice chiaramente il direttore stesso.

barbara

DUE PAROLE ALLA SIGNORA MICHELLE

Cara Michelle, perché taci sui rapiti israeliani?

Nessuno in piazza per gli ebrei. Alla giusta mobilitazione della Obama per le ragazze rapite in Nigeria non ha fatto seguito quella per i tre ragazzi presi da Hamas. Michelle, ci spieghi: se sono israeliani si possono rapire?

di Maria Giovanna Maglie

Eyal Yifrah, Gil-Ad Shayer e Naftali Frenkel. Com’è che per tre ragazzini israeliani rapiti da terroristi arabi non vedo mobilitazioni speciali, indignazioni planetarie, campagne a colpi di tweet e vip? Non che cambi niente, le ragazze rapite in Nigeria restano in mano ai terroristi, ci vuol altro che un cartellino in mano a Michelle Obama, un bel tweet «Bring back (…) (…) our girls», e via di nuovo a fingere di coltivare pomodorini e zucchine rigorosamente organic nell’orto presidenziale; ci vuol altro che le telefonate propagandistiche di Matteo Renzi e le magliette della nazionale di calcio con i nomi dei due marò, esibite dal ministro Pinotti per far tornare a casa Latorre e Girone; ci vuol altro anche per i tre ragazzini israeliani rapiti da Hamas. Pure, disturba, e anche in questi tempi di disillusione un po’ indigna, il double standard, l’abitudine volgare di distinguere tra le cause politically correct sulle quali gettarsi in sfoggio di propaganda senza pudore, dalla first lady dell’ordine mondiale all’ultimo consiglio comunale, e quelle meno per bene, un po’ scomode, sulle quali far partire infami distinguo, richiami severi mascherati da solidarietà, richieste alle vittime che alla fine dei conti a dirla tutta assomigliano a quelle dei rapitori terroristi.
Funziona così quando viene intaccato il tabù dell’ipocrisia mondiale pacifista, funziona sempre così quando c’è di mezzo Israele. Non è tanto una questione di comune antisemitismo, so di dire una cosa scomoda, sul quale tra brutti libri, pessimi film, pellegrinaggi ai lager che furono, e abbastanza inutili Giornate della Memoria, il senso di colpa cambia forma, si acqueta e vince pure gli Oscar; è che l’antisemitismo quello profondo si è convertito in causa palestinese, ha preso le vesti di critica e pregiudizio verso lo Stato di Israele, comanda le organizzazioni internazionali e le commissioni europee, lambisce e anche penetra tanti ebrei d’occidente, ha caratterizzato la pessima presidenza di Barack Obama in uno strappo terribile con la tradizione degli Stati Uniti. Un alibi stantio, ché io posso anche non poterne più di sentir ricordare retoricamente l’Olocausto, figuriamoci la Resistenza, e vorrei non essere additata per questa saturazione a pubblico scandalo, ma mai dimentico che quello Stato piccolo e guerriero è l’avamposto d’Occidente in territorio nemico, che lo sterminio di ieri si riscatta oggi in Medio Oriente.
Invece che ci tocca leggere? Che, lancio Ansa del 18 giugno, «Amnesty chiede immediato rilascio 3 ragazzi rapiti», ma subito dopo che «Israele sospenda immediatamente le punizioni collettive». Che sono in realtà due misure indispensabili: la chiusura del distretto di Hebron e del valico di Erez tra Gaza e lo Stato israeliano, che serve a impedire il trasferimento dei tre ragazzi nella Striscia, e la detenzione dei membri dell’organizzazione terroristica Hamas, dai quali si possono ottenere informazioni vitali. Seguono articoli di quotidiani vari, ma vi raccomando di non perdervi le perle di Avvenire, informazioni che negano qualsiasi coinvolgimento di Abu Mazen e dell’Autorità Palestinese, peccato che il governo da lui messo in piedi di Fatah-Hamas qualche agevolazione di circolazione ai terroristi islamici l’ha certamente fornita; altre che sostengono che il nuovo ostacolo alla pace siano non il terrorismo o i sequestri, ma la costruzione di nuove case a Gerusalemme. Peccato anche che, l’ho visto ricordato solo su Repubblica, a Hebron circoli un manuale di Hamas di 18 pagine, titolo «Guida per il rapitore», con suggerimenti e consigli per rapire israeliani e ottenere in cambio la liberazione di detenuti palestinesi.
Quanto alla Nigeria, senza un adeguato pagamento o un’azione di forza, le 276 studentesse della scuola di Chi-bok rapite dai Boko Haram il 14 aprile scorso non saranno liberate, e la campagna di buonismo mondiale servirà soltanto ad alzare il prezzo del riscatto e a far diventare più famosi in Africa i talebani neri. Impazzano, va detto, da anni, nell’indifferenza dell’Occidente: hanno massacrato cristiani, bruciato le chiese in cui li hanno sorpresi a pregare, hanno ucciso migliaia di nigeriani, e due italiani, Franco Lamolinara e Silvano Trevisan, sono nelle loro mani Giampaolo Marta e Gianantonio Allegri, i due preti italiani rapiti il 4 aprile, con la suora canadese Gilberte Bussier. Il gruppo di fanatici islamici Boko Haram sconfina allegramente dalla Nigeria in Camerun. Sono terroristi in nome e per conto dell’islam, come quelli che hanno rapito i tre ragazzi israeliani, come quelli che Israele non rinuncia a combattere.

(Libero, 20 giugno 2014)
michelle

Nel frattempo anche il papa continua a tacere – ritenendo, evidentemente, di avere portato a termine la sua missione fermandosi in accorato silenzio accanto a quel muro che vergognosamente impedisce ai terroristi di fare carneficine di ebrei e accogliendo l’imam che ha pregato per la sconfitta degli infedeli – mentre l’inviato dell’Onu Robert Serry, coordinatore per il processo di pace in Medio Oriente, tenta di far trasferire a Hamas 20 milioni di dollari e critica i tentativi di Israele di trovare e liberare i tre ragazzi rapiti. Come già ho avuto occasione di dire, la prostituzione è davvero un mestiere redditizio, e quindi assai ambito.
(E Rachel Frenkel, mamma di Naftali, invoca: “Io credo che ritorneranno, ma se così non dovesse essere, per favore, siate uniti. Siate uniti”)

barbara

 

E MAGARI ANCHE AMNESTY INTERNATIONAL, SECONDO TE…

amnesty
Amnesty International poi è quella che
A giugno, il governo israeliano ha imposto un blocco senza precedenti nella Striscia di Gaza, imprigionandone di fatto l’intera sua popolazione pari a 1,5 milioni di persone, sottoponendole a punizione collettiva e provocando la più grave crisi umanitaria che si ricordi. (Amnesty International, rapporto annuale 2008)
GAZA AFFAMEE

Amnesty International poi è quella che ogni due per tre strilla alla violazione dei diritti umani e a ogni sorta di mostruosi crimini da parte di Israele e mai che dia un fiato sulle birichinate di Hamas e dell’ANP.

Amnesty International poi è quella che pubblica migliaia di pagine di condanna sull’uso sproporzionato della forza da parte di polizia ed esercito israeliani, e mai un fiato sull’uso che della propria forza fanno i terroristi contro Israele.

Amnesty International poi è quella che non si lascia scappare un’occasione per intimare a Israele di non rispondere ai lanci di missili, non rispondere agli atti di terrorismo, non rispondere agli assassini di bambini, non rispondere a nessuna azione da parte dei terroristi che fanno, sì, cose mica tanto belle, ma ciò non rappresenta una giustificazione alle reazioni israeliane.

Amnesty International poi è quella che nel periodo caldo dell’intifada levava almeno un paio di volte al mese alti lai per le terribili punizioni cui venivano condannati i soldati israeliani renitenti e disertori

COMUNICATO STAMPA Giornata Internazionale dell’Obiezione di Coscienza: le preoccupazioni di Amnesty International per la situazione in Israele In occasione della Giornata Internazionale dell’Obiezione di Coscienza, Amnesty International esprime forte preoccupazione per il crescente numero di soldati israeliani e riservisti detenuti a causa del loro rifiuto a svolgere il servizio militare nei Territori Occupati. Dall’inizio dell’Intifada almeno 114 obiettori di coscienza sono stati condannati a pene detentive, almeno venti di questi continuano ad essere ancora oggi detenuti. Gli obiettori di coscienza in Israele scontano condanne di alcune settimane, a volte anche mesi, al termine di processi iniqui. In molti casi,  vengono condannati a ripetuti periodi di detenzione. “Israele deve riconoscere il diritto di rifiutare il servizio militare in base a motivi di coscienza così come contemplato dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che Israele ha sottoscritto” ha dichiarato oggi Amnesty International. “Le forze militari israeliane dovrebbero prestare maggiore attenzione alle preoccupazioni dei propri riservisti, soldati e coscritti. Perché esprimono un messaggio volto a fermare ogni azione che disattende gli standard internazionali sui diritti umani e le leggi umanitarie internazionali”. Lo scorso gennaio, 460 riservisti hanno sottoscritto una lettera aperta nella quale dichiarano di non voler partecipare ad azioni militari tese a sottomettere, espellere, affamare e umiliare un intero popolo. Già nel settembre 2001, 62 studenti tra i 15 e i 18 anni avevano dichiarato di non voler svolgere il servizio militare firmando un appello inviato al primo ministro Ariel Sharon. Uno dei firmatari, Ig’al Rosenberg ha appena cominciato il suo quinto periodo di detenzione. Per essersi rifiutato di svolgere il servizio militare, Ig’al ha già scontato 21 giorni di carcere dal 3 al 21 febbraio, 28 giorni dal 26 febbraio al 22 marzo, 14 giorni dal 10 al 22 aprile ed altri 14 dal 29 aprile: sono 77  complessivamente i giorni trascorsi in prigione. Ma dal 13 maggio, Ig’al è di nuovo in carcere e dovrà scontare ulteriori 14 giorni. Rafram Haddad, riservista, è stato recentemente condannato a 28 giorni di carcere per essersi rifiutato di prestare servizio come guardia alla prigione militare di Megiddo, dove i Palestinesi vengono detenuti per periodi molto lunghi senza un processo. Rafram Haddad, sergente maggiore, è un giornalista del settimanale “Kol Ha’ir” ed attivista della comunità pacifista di Gerusalemme. Uscirà di prigione il prossimo 24 maggio. Il 25 aprile 2002, Shay Biran, Yiftah Admoni, Alon Dror e Tomer Friedman sono stati condannati a 28 giorni di prigione per essersi rifiutati di prestare servizio come guardie alla prigione Ketziot (meglio nota come Ansar III) nel deserto di Negev, riaperta recentemente per trattenere centinaia di Palestinesi arrestati nelle recenti operazioni militari svolte dalle forze israeliane nei Territori Occupati. Amnesty International considera obiettore di coscienza qualsiasi persona soggetta alla chiamata al servizio militare o all’obbligo legale di assolvere il servizio militare che rifiuta di compiere il servizio stesso o di partecipare sotto  qualsiasi forma, diretta o indiretta, a guerre o conflitti armati, per motivi di coscienza o in ragione delle sue convinzioni religiose, etiche, morali, umanitarie, filosofiche, politiche o altre motivazioni analoghe. Tale diritto si estende anche a coloro che hanno già iniziato il servizio militare, come pure ai soldati che operano in eserciti professionali, che hanno maturato l’obiezione di coscienza dopo essersi arruolati. Chiunque venga detenuto per le predette ragioni, viene considerato da Amnesty International prigioniero di coscienza. Amnesty International chiede al governo israeliano il rilascio immediato e incondizionato di tutti coloro che sono detenuti per aver rifiutato di svolgere il servizio militare per motivi di coscienza. “Nella drammatica complessità del conflitto in Medio Oriente e nella spirale di violazione dei diritti umani che registriamo in quelle terre, non meno grave appare la situazione dell’obiezione di coscienza” dichiara Marco Bertotto, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International. “Nonostante l’ormai crescente riconoscimento di questo diritto nel mondo e le Raccomandazioni del Consiglio d’Europa, di cui è membro anche Israele, l’obiezione di coscienza in questo paese costituisce ancora un reato piuttosto che un valore e un principio di libertà di espressione e opinione. Il governo israeliano, pur in un periodo delicatissimo quale quello attuale, non può continuare a disattendere un diritto riconosciuto a livello internazionale e a imprigionare centinaia di suoi cittadini per una scelta di coscienza”. FINE DEL COMUNICATO Roma, 15 maggio 2002

(in situazione di guerra si chiama alto tradimento; in qualunque Paese normale tali soldati finirebbero davanti alla Corte Marziale e con tutta probabilità condannati a morte) e non un fiato sul destino riservato ai palestinesi non ossequienti alla volontà dei loro padroni
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Amnesty International poi è quella impegnata a tempo pieno a diffondere ogni sorta di menzogne (compresa quella, tredici anni fa, che Israele condannerebbe a morte i bambini, con un articolo pubblicato dalla sezione norvegese, “documentato” da un volgare fotomontaggio. Questa purtroppo non la posso documentare perché era fra le cose che mi sono andate perse quando i pallestinisti mi hanno distrutto il computer bombardandomelo di virus micidiali).

Amnesty International poi è quella che si dedica a condannare ogni starnuto di Israele con tanta intensità, con tanta passione, che poi non le resta più tempo e spazio per condannare praticamente nient’altro.
Mi fermo, ma potrei continuare ancora molto molto molto molto a lungo.

barbara