DIALOGO COL MIO ANESTESISTA

Cioè quello che finalmente, dopo che per quindici mesi mi è stato fatto di tutto per mettere a tacere un’infiammazione del nervo sciatico – che il mio ortopedico di Brunico mi addormentava con tre infiltrazioni, ossia in due settimane – senza neppure farle venire un po’ di sonnolenza, e quindi lasciandola aggravare sempre più fino a un livello di sofferenza e di disperazione non più sostenibili, sembra avere finalmente trovato la strada giusta. Che poi per tutta la durata del trattamento, nonostante la cospicua dose di anestetico, ho urlato come un porco scannato, ma se funziona va bene anche così. Ma non è della sciatica che voglio parlare, che se volevo parlare della sciatica, nel titolo ci mettevo quella, non vi pare? E invece no, è del dialogo che voglio parlare. Perché il tizio (bello, ma di un bello, ma una roba guarda che mi mancano perfino le parole per dire quanto è bello) arriva, mi vede col busto, si informa sul guaio, dico vertebra fratturata e lui chiede “È caduta?” Dunque, comincio a dire, a fine febbraio sono caduta in bagno dallo sgabello, all’indietro, andandomi a sfracellare tra water vasca bidè mobiletto altro mobiletto. “E si è fratturata la vertebra”. No. Poi sono andata in Israele e abbiamo piantato un albero in una foresta del KKL (spiegazione su che cos’è il KKL) e il terreno era scosceso sicché la terra che toglievo riscivolava giù e ci ho messo un tempo infinito e siccome non posso appoggiare le ginocchia per via di un incidente che me le ha distrutte ero lì tutta sbilanciata in avanti con la schiena curva. “E lì si è rotta la vertebra”. No. Poi la sera siamo rientrati in Italia, ho dormito a Milano e la mattina dopo ho preso il treno e ho caricato la valigia. “E lì si è rotta la vertebra”. No…
Ecco: mi è venuto in mente che sembrava quella barzelletta, di cui esistono un sacco di varianti, di quello che racconta come è morto il nonno / l’amico in visita / il vicino di casa… e comincia a dire è successo questo e poi quest’altro e poi quell’altro e in conclusione viene fuori che alla fine hanno dovuto abbatterlo a fucilate. Ecco, la mia vertebra più o meno uguale: gliene sono state fatte di tutti i colori e lei niente, non voleva saperne di spaccarsi, un altro po’ e mi toccava prenderla a martellate.
Poi mi vengono a dire eh, ma magari hai l’osteoporosi. Tzè, osteoporosi a me!

(no, non c’entra: l’ho messa perché mi va e basta)

barbara

E ALLE SEI DI MATTINA

Saltare in macchina e correre al pronto soccorso a farmi cucire uno squarcio di una decina di centimetri, largo uno e profondo altrettanto. Le infermiere quando l’hanno visto sono inorridite, e anche il medico, in pratica l’unica a non lasciarsi impressionare sono stata io. Ho discretamente mugolato quando mi ha disinfettata e quando mi ha infilato l’ago per l’anestesia, ma direi che tutto sommato sono stata piuttosto brava. Il dottore ha detto che è una brutta posizione, che si cicatrizzerà male; ho detto va bene, mi rassegnerò a rinunciare a partecipare al concorso per modelle. Vabbè, adesso torno a stendermi a letto col ghiaccio, tanto più che l’effetto dell’anestesia è completamente esaurito. E domani mattina alle sette, di nuovo all’ospedale per l’operazione. Uffa però.

barbara