NON È FRANCESCA

Inizierò questo post con qualche nota personale.
Da quando è iniziata la guerra, sulla quale fin dal primo giorno ho preso una posizione molto netta, parecchi dei miei lettori si sono riposizionati – non tutti allo stesso modo. Qualcuno “non mi riconosce” (il motivo è molto semplice: non mi conosceva, anche se credeva di sì). Qualcuno non mi capisce, mi critica, e occasionalmente me lo dice, educatamente (le mie risposte lo sono state un po’ meno, oggettivamente, e me ne scuso. A proposito, se sei interessato a conoscermi, qui di fianco c’è un indirizzo email). E poi c’è chi, a causa della posizione che ho preso e del tipo di documenti che pubblico, ha smesso di leggermi. Ovviamente il fatto di perdere un lettore è l’ultima cosa al mondo a preoccuparmi, la qualità mi interessa molto più della quantità. Quello che non solo mi preoccupa, ma proprio mi fa paura, è la quantità di gente che si rifiuta di affrontare qualunque cosa che contrasti con la vulgata: vedo il rifiuto totale della discussione, del confronto, il rifiuto totale di qualunque microscopica divergenza dall’unico pensiero consentito; vedo gente che banna a dozzine per volta dai propri profili coloro che osano scrivere commenti scomodi perché “non voglio dover leggere idiozie”; vedo giornalisti che fanno quello che dovrebbe essere l’unico compito di un giornalista, ossia porsi e porre domande, indagare, mettere in discussione qualunque verità preconfezionata, li vedo, dicevo, derisi, sbeffeggiati, insultati, cacciati dai programmi che li ospitavano e dalle università in cui insegnano, intimati a riconsegnare premi ricevuti per la loro attività di indagine e ricerca della verità come inviati di guerra, inviti a metterli a tacere (come Mussolini per Matteotti?), chiudere loro la bocca, silenziarli. E ho visto amicizie pluridecennali chiuse con un lapidario “non posso continuare a dialogare con te”. Nessun argomento ha diritto di cittadinanza al di fuori di quelli conformi al Verbo stabilito, perché quello, e solo quello è LA Verità. E c’è stato chi è addirittura arrivato all’infamia di tirare fuori il termine negazionismo (giuro, mi viene freddo a scriverlo) nei confronti di chi sottolinea le palesi incoerenze e contraddizioni.  Qualcuno ha citato Katyn, per dire che i russi sono stati capaci di commettere una tale mostruosa strage attribuendone poi la paternità ai tedeschi, e quindi perché non dovremmo credere che adesso abbiano fatto quella di Bucha? Ecco, Katyn mi sembra un ottimo esempio: uno dei belligeranti ha perpetrato un orribile eccidio e poi ne ha attribuito la responsabilità al nemico, e dato che quel nemico era l’invasore, il colpevole, il cattivo per definizione, la menzogna è stata creduta. Le successive indagini, effettuate prima dall’accusato, poi da fonti indipendenti, hanno poi dimostrato che l’attribuzione dell’eccidio era falsa. Adesso abbiamo dei morti civili sulle strade di una città ucraina, e una delle due parti in causa ne incolpa l’altra. E nonostante i numerosissimi elementi che contrastano con la versione ufficiale, nonostante l’illogicità della cosa, nonostante sia nota e ben documentata l’efferata spietatezza dei nazisti ucraini, nonostante la prudenza che l’esperienza dovrebbe suggerire, tutti ci credono. Ci credono perché si rifiutano di prendere in considerazione le prove contrastanti, o addirittura di leggere i documenti in questione, per non rischiare che i fatti si scontrino con l’ideologia e la verità precostituita. E a me questa gente fa paura. Questa gente è quella che il Duce ha sempre ragione, il Führer ha sempre ragione, il compagno Stalin ha sempre ragione, gli ebrei sono la causa di tutti i nostri mali, lo ha detto lui, i kulaki sono la causa di tutti i nostri mali, lo ha detto lui, i russi sono un pericolo per l’Ucraina e per l’Europa e per il mondo intero, dobbiamo strangolarli economicamente e armare i loro nemici perché Russia delenda est, e se dissenti, anche solo in minima parte, sei un nemico del popolo, da cancellare, da spazzare via. Indegno di esistere. E chissà se questa brava gente – parecchi di loro ebrei, parecchi di loro, anche fra i non ebrei, filoisraeliani – si rende conto che questo è lo stesso, identico giochetto che dal ’67 in poi viene fatto con Israele (a proposito: è iniziato il mese sacro di Ramadan ed è partita la solita mattanza in Israele: ve ne siete accorti? Questa invece è la lotta contro l’apartheid israeliana nei campus americani

Forte, no?). In realtà è tutto sotto gli occhi di tutti, ma siccome abbiamo deciso che non è Francesca, bisogna per forza che sia Filippa Maria. E tuttavia ci sono quelle famose riprese satellitari, che smentiscono irrefutabilmente la vulgata antirussa, ma tranquilli, non è Francesca. E ci sono le foto col bracciale bianco – quei “collaborazionisti” dai quali i miliziani ucraini, appena rientrati, si sono precipitati a ripulire la città

e sui quali Capuozzo, sì, il solito rompiscatole di Capuozzo, si pone qualche domanda, ma non preoccupatevi, non può essere Francesca. E poi c’è questo organo ucraino in cui si lamenta che i russi hanno lasciato mine dappertutto, ma nessun cenno di morti, ma è escluso che possa essere Francesca. E c’è anche questa splendida registrazione, in cui uno dei due interlocutori è incazzato nero perché non è stata messa sulla strada neanche una donna, il che toglie parecchia credibilità alla narrazione del massacro di civili da parte dei russi e l’altro gli assicura che non succederà più – cioè che la prossima volta che insceneranno una strage russa lavoreranno con più attenzione – ma non agitatevi, non è Francesca, garantito. E ci sono quelle foto (un’immagine vale più di mille parole, lo sappiamo, e quindi le guardiamo, le foto, tutte, con molta molta attenzione) coi morti per strada e la gente che ci passeggia in mezzo, con aria del tutto indifferente, come se non ci fossero,

che addirittura ci cammina sopra senza neppure accorgersene, proprio come se non ci fossero,

ma voi dormite i vostri sonni sereni: è chiaro che non può essere Francesca. Ed è anche sempre più chiaro chi e perché ha tutto l’interesse a fomentare la narrazione dei crimini di guerra russi e io, davvero, non capisco come qualcuno abbia potuto inventarsi che fosse Francesca. Poi adesso è arrivato un missile a Kramatorsk,

lanciato naturalmente dai russi, che ha provocato una trentina di morti e un centinaio di feriti Si tratta di un Tochka U, di fabbricazione russa ma non più usato in Russia da tre anni e attualmente in dotazione unicamente all’esercito ucraino. Nella foto sottostante si può vedere un esemplare di questo tipo di missile, i rottami del missile atterrato a Kramatorsk e un missile Iskander, quello usato dai russi.

Inoltre il missile è arrivato da sud-ovest, zona attualmente sotto controllo ucraino, ma Francesca a Kramatorsk non ci è neppure andata, figuriamoci.
E arrivati a questo punto, direi che vale la pena di ascoltare anche un po’ di gente che le guerre le ha conosciute da vicino.

Giancarlo Vitali Ambrogio

Come ormai mi capita di dire spesso non ho più parole per descrivere gli orrori di questa guerra scellerata e non ho più parole per descrivere, anticipandolo, il burrone dentro cui ci sta spingendo Biden con la complicità dei governi europei e di una “stampa” senza più misura nell’accompagnarli per mano, ubbidiente e compatta: non più diplomazia, pressione politica, accordo di pace ma, guerra permanente e ucraini sacrificabili sognando la distruzione della Federazione russa e di conseguenza un’equa ridistribuzione delle enormi riserve di materie prime strategiche presenti nel sottosuolo dello “Zar”.
Mi chiedo se gli ucraini ne siano coscienti.
Malauguratamente per ora i risultati sono questi:
– morte, distruzione, sofferenze e dolore senza una fine prevedibile per il popolo ucraino e presto per quello russo;
– seri rischi che la guerra possa estendersi all’Europa o alla meglio che possa trasferire pur a distanza i suoi pesantissimi, inevitabili effetti sociali ed economici;
– aver “spinto” forse definitivamente la Cina e la Russia ad abbracciarsi in una alleanza che lascia prevedere il risorgere della guerra fredda di recente memoria, anzi freddissima, perché questa volta non sarà più fra occidente e Russia ma fra occidente e oriente, con tutte le terribili conseguenze che comporterà.
Complimenti alla Politica d’occidente!
Si poteva fare meglio?
Leggete sotto cosa racconta il Wall Street Journal
P.S. consigliato a chi è interessato a vedere tutta la storia al di la di Putin boia: oggi il Fatto Quotidiano riporta quello che definisce lo scoop di febbraio del Wall Street Journal. La ricostruzione dei fatti ricorda che cinque giorni prima dell’invasione russa, il cancelliere tedesco propose all’Ucraina un accordo con la Russia che sarebbe stato siglato da Biden e Putin in persona, nel quale Kiev si impegnava a dichiararsi neutrale rinunciando alla Nato: Kiev, cioè Zelens’kyi, non accettò sostenendo “di non credere che Putin avrebbe tenuto fede a un accordo di quel tipo” e perché ” la maggioranza degli ucraini vuole la Nato”
Di nuovo, non ho parole!

LETTERA DI 10 EX CORRISPONDENTI DI GUERRA CONTRO LA PROPAGANDA DEI NOSTRI MEDIA

“Ecco perché sull’Ucraina il giornalismo sbaglia. E spinge i lettori verso la corsa al riarmo”: lo sfogo degli ex inviati in una lettera aperta. “Basta con buoni e cattivi, in guerra i dubbi sono preziosi”
Undici storici corrispondenti di grandi media lanciano l’allarme sui rischi della narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto: “Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin”. L’ex inviato del Corriere Massimo Alberizzi: “Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni”. Toni Capuozzo (ex TG5): “Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori. Trattare così il tema vuol dire non conoscere cos’è la guerra”.
“Osservando le televisioni e leggendo i giornali che parlano della guerra in Ucraina ci siamo resi conto che qualcosa non funziona, che qualcosa si sta muovendo piuttosto male”. Inizia così l’appello pubblico di undici storici inviati di guerra di grandi media nazionali (Corriere, Rai, Ansa, Tg5, Repubblica, Panorama, Sole 24 Ore), che lanciano l’allarme sui rischi di una narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto nel giornalismo italiano (qui il testo integrale sul quotidiano online Africa ExPress). “Noi la guerra l’abbiamo vista davvero e dal di dentro: siamo stati sotto le bombe, alcuni dei nostri colleghi e amici sono caduti”, esordiscono Massimo Alberizzi, Remigio Benni, Toni Capuozzo, Renzo Cianfanelli, Cristiano Laruffa, Alberto Negri, Giovanni Porzio, Amedeo Ricucci, Claudia Svampa, Vanna Vannuccini e Angela Virdò. “Proprio per questo – spiegano – non ci piace come oggi viene rappresentato il conflitto in Ucraina, il primo di vasta portata dell’era web avanzata. Siamo inondati di notizie, ma nella rappresentazione mediatica i belligeranti vengono divisi acriticamente in buoni e cattivi. Anzi buonissimi e cattivissimi“, notano i firmatari. “Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin e quindi, in qualche modo, di essere corresponsabile dei massacri in Ucraina. Ma non è così. Dobbiamo renderci conto che la guerra muove interessi inconfessabili che si evita di rivelare al grande pubblico. La propaganda ha una sola vittima: il giornalismo”.
“L’opinione pubblica spinta verso la corsa al riarmo” – Gli inviati, come ormai d’obbligo, premettono ciò che è persino superfluo: “Qui nessuno sostiene che Vladimir Putin sia un agnellino mansueto. Lui è quello che ha scatenato la guerra e invaso brutalmente l’Ucraina. Lui è quello che ha lanciato missili provocando dolore e morte. Certo. Ma dobbiamo chiederci: è l’unico responsabile? Noi siamo solidali con l’Ucraina e il suo popolo, ma ci domandino perché e come è nata questa guerra. Non possiamo liquidare frettolosamente le motivazioni con una supposta pazzia di Putin“. Mentre, notano, “manca nella maggior parte dei media (soprattutto nei più grandi e diffusi) un’analisi profonda su quello che sta succedendo e, soprattutto, sul perché è successo”. Quegli stessi media che “ci continuano a proporre storie struggenti di dolore e morte che colpiscono in profondità l’opinione pubblica e la preparano a una pericolosissima corsa al riarmo. Per quel che riguarda l’Italia, a un aumento delle spese militari fino a raggiungere il due per cento del Pil. Un investimento di tale portata in costi militari comporterà inevitabilmente una contrazione delle spese destinate al welfare della popolazione. L’emergenza guerra – concludono – sembra ci abbia fatto accantonare i principi della tolleranza che dovrebbero informare le società liberaldemocratiche come le nostre”.
Alberizzi: “Non è più informazione, è propaganda” – Parole di assoluto buonsenso, che tuttavia nel clima attuale rischiano fortemente di essere considerate estremiste. “Dato che la penso così, in giro mi danno dell’amico di Putin”, dice al fattoquotidiano.it Massimo Alberizzi, per oltre vent’anni corrispondente del Corriere dall’Africa. “Ma a me non frega nulla di Putin: sono preoccupato da giornalista, perché questa guerra sta distruggendo il giornalismo. Nel 1993 raccontai la battaglia del pastificio di Mogadiscio, in cui tre militari italiani in missione furono uccisi dalle milizie somale: il giorno dopo sono andato a parlare con quei miliziani e mi sono fatto spiegare perché, cosa volevano ottenere. E il Corriere ha pubblicato quell’intervista. Oggi sarebbe impossibile“. La narrazione del conflitto sui media italiani, sostiene si fonda su “informazioni a senso unico fornite da fonti considerate “autorevoli” a prescindere. L’esempio più lampante è l’attacco russo al teatro di Mariupol, in cui la narrazione non verificata di una carneficina ha colpito allo stomaco l’opinione pubblica e indirizzandola verso un sostegno acritico al riarmo. Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni e nemmeno chi si informa leggendo più quotidiani al giorno riesce a capirci qualcosa”.
Negri: “Fare spettacolo interessa di più che informare” – “Questa guerra è l’occasione per molti giovani giornalisti di farsi conoscere, e alcuni di loro producono materiali davvero straordinari“, premette invece Alberto Negri, trentennale corrispondente del Sole da Medio Oriente, Africa, Asia e Balcani. “Poi ci sono i commentatori seduti sul sofà, che sentenziano su tutto lo scibile umano e non aiutano a capire nulla, ma confondono solo le acque. Quelli mi fanno un po’ pena. D’altronde la maggior parte dei media è molto più interessata a fare spettacolo che a informare”. La vede così anche Toni Capuozzo, iconico volto del Tg5, già vicedirettore e inviato di guerra – tra l’altro – in Somalia, ex Jugoslavia e Afghanistan: “L’influenza della politica da talk show è stata nefasta”, dice al fattoquotidiano.it. “I talk seguono una logica binaria: o sì o no. Le zone grigie, i dubbi, le sfumature annoiano. Nel raccontare le guerre questa logica è deleteria. Se ci facciamo la domanda banale e brutale “chi ha ragione?”, la risposta è semplice: Putin è l’aggressore, l’Ucraina aggredita. Ma una volta data questa risposta inevitabile servirebbe discutere come si è arrivati fin qui: lì verrebbero fuori altre mille questioni molto meno nette, su cui occorrerebbe esercitare l’intelligenza”.
Capuozzo: “In guerra i dubbi sono preziosi” – “Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori”, argomenta Capuozzo. “Invece è proprio in queste circostanze che i dubbi sono preziosi e l’unanimismo pericolosissimo. Credo che questo modo di trattare il tema derivi innanzitutto dalla non conoscenza di cos’è la guerra: la guerra schizza fango dappertutto e nessuno resta innocente, se non i bambini. E ogni guerra è in sè un crimine, come dimostrano la Bosnia, l’Iraq e l’Afghanistan, rassegne di crimini compiute da tutte le parti”. Certo, ci sono le esigenze mediatiche: “È ovvio che non si può fare un telegiornale soltanto con domande senza risposta. Però c’è un minimo sindacale di onestà dovuta agli spettatori: sapere che in guerra tutti fanno propaganda dalla propria parte, e metterlo in chiaro. In situazioni del genere è difficilissimo attenersi ai fatti, perché i fatti non sono quasi mai univoci. Così ad avere la meglio sono simpatie e interpretazioni ideologiche”. Una tendenza che annulla tutte le sfumature anche nel dibattito politico: “La mia sensazione è che una classe dirigente che sente di avere i mesi contati abbia colto l’occasione di scattare sull’attenti nell’ora fatale, tentando di nascondere la propria inadeguatezza. Sentire la parola “eroismo” in bocca a Draghi è straniante, non c’entra niente con il personaggio”, dice. “Siamo diventati tutti tifosi di una parte o dell’altra, mentre dovremmo essere solo tifosi della pace”.

Quindi è chiaro: è assolutamente escluso che possa essere Francesca.

barbara

ANCORA DUE PAROLE SU QUEL BRAV’UOMO

Un buon articolo.

Tutu, un Nobel del politicamente corretto

Il defunto vescovo anglicano era un socialista, fatto passare per il Martin Luther King africano. Era nota la sua collateralità all’Anc, che usava metodi in stile Black Lives Matter. E le sue parole sugli ebrei erano cariche di antisemitismo.

Il corpo di Desmond Tutu verrà liquefatto, qualunque cosa ciò voglia dire. Bufala? Boh. Ormai non si capisce più niente e quello giornalistico è diventato un mestiere dinastico in via di patetica estinzione. Se è vero (e non è una errata traduzione dell’afrikaans «cremato», prima che qualche speaker francofilo dica «Tutù»), è quanto meno singolare per un arcivescovo (anche gli anglicani sono cristiani).

Premio Nobel per la Pace 1984, uno dei primi della svolta politicamente corretta di Oslo, fu fatto passare per il Martin Luther King degli africani. Il solito boomerang occidentale in piena Guerra Fredda, quando l’Urss cercava di «dialettizzare i contrasti» in Sudafrica, da cui, prima dell’allargamento del canale, passavano le grandi petroliere troppo larghe per Suez. La carriera di Tutu era stata stupefacente. Lasciati gli esami di medicina per il sacerdozio, dopo gli studi a Londra eccolo subito vescovo del Lesotho. Un anno, ed è segretario generale del Consiglio delle Chiese Sudafricane. E immediatamente comincia a viaggiare in tutto il mondo. Scopo di questi viaggi, propagandare il boicottaggio economico del Sudafrica reo di apartheid. E il tirannico governo di Pretoria che fa, gli revoca il passaporto? Per niente. E giù premi. Anche quello intitolato a Martin Luther King. Il Nobel, poi, gli vale anche l’arciepiscopato di Città del Capo. En plein.

La sua amicizia e collateralità con l’Anc (African National Congress) è nota e dichiarata. Anche se sui trenta membri del direttivo Anc una ventina erano membri del Partito comunista sudafricano. E mentre dal vicino Mozambico, in piena dittatura comunista, la gente scappava verso l’apartheid sudafricano, evidentemente considerato preferibile. L’Anc, per abbattere il regime, provocava disordini continui, conditi da distruzioni e saccheggi in stile Black Lives Matter ante litteram. I più anziani tra noi ricorderanno le foto dei famosi necklaces, le «collane» di pneumatici cosparsi di benzina e incendiati, messi al collo dei «collaborazionisti» neri con le mani legate dietro la schiena. Il primo presidente dell’Anc era l’altrettanto celebrato Mandela, premio Nobel pure lui e immortalato da Hollywood con un film agiografico. Aspettiamoci dunque un film su Tutu.

Scartabellando tra le notizie d’epoca ho trovato un bel florilegio di frasi storiche di quest’ultimo, compilato da Ettore Ribolzi per «Cristianità» nel 1987, dunque in corso d’opera. Mi permetto di riproporne alcune. Vancouver, 1983: «Trovo il capitalismo del tutto orrendo e inaccettabile. Io sono socialista». Zambia, 1985: «Se i russi venissero in Sudafrica oggi, allora la maggior parte dei neri che rifiutano il comunismo perché ateo e materialista li accoglierebbe come salvatori. Ogni cosa sarebbe migliore dell’apartheid». Stesso anno, alla rete televisiva Wnbc di New York: «Ma noi siamo i loro domestici, siamo noi che ci prendiamo cura delle case della gente bianca. Facciamo da mangiare e sorvegliamo i loro bambini. Alcuni domestici potrebbero essere reclutati e potrebbe essere loro fornita una fiala di arsenico» (l’intervistatore aveva fatto osservare che le armi le avevano i bianchi).

Uno dei pochissimi a non aver aderito alle sanzioni economiche contro il Sudafrica era stato Israele. E Tutu, nel 1984 invitato dal Gruppo dei deputati ebrei sudafricani, minacciava: «Secondo il Nuovo Testamento gli ebrei devono soffrire. Pertanto metteremo ciò in pratica, se prenderemo il potere». Infatti, «gli ebrei sono i maggiori sfruttatori dei neri, perciò devono soffrire». Concludendo, «non ci sarà simpatia per gli ebrei quando i neri prenderanno il posto dei bianchi». Plauso dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina, di Arafat, altro premio Nobel, anche lui per la Pace), il cui rappresentante nello Zimbabwe, Alì Halimeh, diceva: «Siamo convinti che il collasso del sistema del Sudafrica condurrà alla distruzione dello Stato sionista in Medio Oriente». Peccato che il Mossad sia sempre più furbo di loro.
Rino Cammilleri, qui.

E un po’ di esperienza diretta.

Gentile Redazione, Vivevo in Sud Africa. Cinque splendidi anni fino al 1986, quando fu chiaro che il Paese sarebbe finito in altre mani, con le conseguenze che possiamo vedere. Anche negli anni della “feroce apartheid” Tutu viveva nel quartiere più esclusivo di Città del Capo: Costancia. Ho rispetto per Nelson Mandela; ha saputo gestire il passaggio di poteri. Winnie Mandela – invece – amica e sodale, compagna di partito di Tutu, presenziava processi in cui neri erano imputati, assistendo alla condanna, molto etnica e pittorescamente tribale: Il necklace, la collana. Al condannato, immobilizzato, veniva posto, intorno al collo, un copertone di auto. Tipo collana, appunto. Poi una generosa spruzzata di benzina e lo spettacolo era garantito. Ustioni e soffocamento. L’arcivescovo ignorava tutto ciò? Lo sapevano tutti. Premio Nobel per la pace. Ognuno si diverte come può, come ritiene giusto. Ma è giusto? Il suo antisemitismo d’accatto non è sorprendente. Non per me. Saluti,
Gianfranco Pacini, qui.

Abbiate pazienza ma io, come è noto, detesto i santini.

barbara

AKKO (13/16)

Ovvero dell’apartheid. Quella di Israele intendo, naturalmente, che tutti noi ben conosciamo, quella che costringe il mondo intero a mobilitarsi, a invocare condanne Onu e a boicottare e a marciare, e a bruciare bandiere, e a proclamare giornate settimane mesi anni della rabbia e del tetano e del tifo e del colera e della diarrea fulminante. Di cui mi sono già ampiamente occupata.

Akko, l’antica San Giovanni D’Acri, si trova qui:
Akko
in Israele, come vedete. Non nei famosi Territori palestinesi/occupati/contesi/disputatierisputati, no, proprio Israele Israele, assegnata a Israele già nel piano di partizione del 29 novembre 1947 (risoluzione Onu 181), decine di chilometri distante dalla famigerata linea verde rossa gialla ciclamino fucsia amaranto. Che effettivamente sarebbe stato di gran lunga meglio: ve lo immaginate condannare “la costruzione di sei appartamenti e un capanno degli attrezzi più il casotto del cane e la cesta del gatto oltre la linea blu di Prussia”? O la notizia che “l’incidente è avvenuto oltre la linea eliotropo”, “il missile è caduto oltre la linea grigio asparago”, “un colono è deceduto in seguito a uno scontro a fuoco con un militante oltre la linea incarnato prugna”, “disordini oltre la linea giallo paglierino come la pipì delle persone giovani e sane” “boicottiamo i kaki coltivati oltre la linea kaki”: si sentirebbero talmente ridicoli che sarebbero costretti a smettere da soli. Purtroppo quella verde avevano a portata di mano, e tocca rassegnarsi. Akko comunque è di qua. Ed è caratterizzata da una popolazione con una forte componente araba (ho già raccontato che immediatamente dopo l’incidente, mentre ero a terra gridando per il dolore disumano, i ragazzini intorno mi gridavano sharmutta sharmutta, puttana in arabo); girando per le strade della cittadina ho fotografato questi cartelli coi nomi delle vie.
cartelli Acco 1
cartelli Acco 2
cartelli Acco 3
cartelli Acco 4
cartelli Acco 5
cartelli Acco 6
cartelli Acco 7
Per chi avesse poca confidenza con le scritture diverse da quella latina, preciso che sono scritti in arabo. Solo in arabo. A Gerusalemme invece, città ebraica per antonomasia fin dalla notte dei tempi, i cartelli sono così
cartello stradale Isr 1
cartello stradale Isr 2
cartello stradale Isr 3
Via Dolorosa
Ha-Kotel (Western wall) street sign, Jerusalem
Akko, città antichissima, ha una storia talmente complessa che rinuncio a raccontarvela (anche perché non la so mica tutta); ricordo solo che è stata sede degli Ospitalieri, di cui è rimasta la cittadella, che non ho fotografato. Per chi fosse interessato ho fatto qualche foto nel primo viaggio, quello in cui ho attraversato tutta Israele da nord a sud e da est a ovest con entrambe le zampe rotte (poi ho fatto due mesi in sedia a rotelle e un anno intero prima di tornare a camminare quasi normalmente, ma ne valeva la pena) e se il cannocchiale funziona le trovate qui (fatte con la Minolta con lo zoom da quasi un chilo sempre in precario equilibrio sulle suddette zampe rotte). Stavolta ho fotografato solo un albero, ripreso in tre tappe
albero 1
albero 2
albero 3
e manca ancora l’ultimo pezzo, per il quale, non essendo contorsionista, mi sarei dovuta sdraiare per terra. E poi ho fatto ancora queste foto
Acco 1
Acco 2
Acco 3
Acco 4
e questa è l’ultima perché subito dopo mi sono sfracellata.

barbara

IL PRONTO SOCCORSO E VARIE AMENITÀ (13/2)

Arriva l’ortopedico, dice “Italia?”, diciamo di sì e lui fa un cenno a un altro medico che si trova nei paraggi, che si avvicina e si mette a fare da interprete con un inconfondibile, anche se non eccessivamente marcato, accento siciliano; per la precisione siciliano della costa orientale. Terminata la visita, e quindi anche il suo compito di interprete, Manuel gli chiede: “Di dove sei?” “Di qui.” “ Ma i tuoi genitori?” “Di qui.” “Ma questo italiano e questo accento siciliano?” “Ho studiato a Messina.” Dubito che, se non lo avesse detto lui, sarei arrivata ad accorgermi che non era di madrelingua italiana.

Manuel. Era il nostro capogruppo, nonché presidente del gruppo sionistico piemontese. Non era con noi nel momento in cui sono caduta; informato dalla guida, ha preso un taxi e mi ha raggiunta all’ospedale, ed è rimasto con me tutto il tempo, occupandosi delle formalità, chiamando quando avevo qualche necessità, sopportando stoicamente il freddo polare dei condizionatori a palla di cui c’è la mania in Israele esattamente come in America (quando sono entrata nella mia stanza a Tiberiade, ho trovato il termostato addirittura a 6°!); io ad un certo punto ho chiesto una coperta perché tremavo, un po’ certamente anche per lo shock, ma un po’ tanto per il freddo, e lui con una polo a maniche corte, saltando entrambi pranzo e cena. È sempre lui che ha provveduto a fotografarmi, alle tre, stravolta dal dolore atroce,
ore 15 1
ore 15 2
e alle otto, col dolore attenuato dall’iniezione di Voltaren ma sfinita dalla lunga permanenza.
ore 20
Claudia, che si è preoccupata di recuperare il mio zaino sull’autobus, lo ha aperto per vedere se ci fosse qualcosa che le desse l’impressione di essere particolarmente importante, ha individuato la borsina delle medicine e me l’ha fatta recapitare, e poi in albergo a Tel Aviv si è occupata della mia valigia facendomela portare in camera, e la mattina dopo è venuta a prenderla per farla caricare sull’autobus.

Sharon, che da Tel Aviv si è occupata di chiamare il taxi per portarci da Nahariya a Tel Aviv, contrattando lei il prezzo della corsa per non rischiare di farci fregare (col tassista, ovviamente arabo dato che era sabato, con lo smartphone attaccato al vetro della macchina, che ad ogni avviso di messaggio su FB cliccava, leggeva, rispondeva, guardava video…), mi ha richiesto il volo assistito, ci ha aspettati in albergo facendoci anche trovare qualcosa da mangiare.

I raggi. Me ne sono stati fatti molti, credo una decina o giù di lì. Il tecnico non mi ha fatta spogliare (mi sarebbe stato in ogni caso impossibile perché il dolore mi paralizzava, non ero in grado di muovere il busto neanche di un millimetro), ma per gli ultimi ha avuto bisogno di abbassarmi la gonna. Solo che, essendo la gonna un po’ stretta, tirando giù quella venivano giù anche le mutande, sicché si è assistito alla scena del povero tecnico che con una mano, un colpo a destra e uno a sinistra, tirava giù la gonna e con l’altra teneva ben salde le mutande. E ogni volta che lo racconto mi viene da ridere.

Il ristoro. Ad un certo punto, verso sera, è passata un’infermiera con un carrello con tè, caffè e piccole fette di dolce. Io ho chiesto se c’era del latte: sul carrello non c’era ma è andata a prenderlo; Manuel ha chiesto se fosse possibile avere un sandwich, e lei è andata a farglielo. In nessun ospedale italiano ho mai visto il servizio ristoro al pronto soccorso.

Percorrendo i corridoi del pronto soccorso steso sulla barella, i tuoi occhi si godono questo spettacolo:
soffitto
Solo in un secondo momento, ricordandomi che eravamo al piano terra, mi sono resa conto che non poteva essere il cielo, tanto le immagini sono realistiche. E alle pareti si vedono invece queste “finestre”:
pareti
I costi. Lì dentro ho ricevuto una decina di radiografie, visita dell’ortopedico, iniezione di Voltaren, TAC, visita del neurologo e dischetto con le immagini dei raggi: il tutto mi è costato poco più di 300 euro. In Italia non mi sarebbero bastati per le radiografie.

L’apartheid. Durante la mia permanenza al pronto soccorso sono stata trattata da medici israeliani e medici arabi, infermieri e infermiere israeliani e infermieri e infermiere arabi. Che, per inciso, percepiscono lo stesso stipendio.

barbara

TU CHIAMALA SE VUOI APARTHEID

DUE PAZIENTI, ISRAELIANO E PALESTINESE, SALVATI L’UNO DALLA FAMIGLIA DELL’ALTRO

Quella raccontata ieri dal The Jerusalem Post / JPost.com è una storia che ha dell’incredibile, soprattutto per chi immagina che Israele sia uno “Stato di Apartheid”.
Due ragazzi, un arabo ed un ebreo, avevano bisogno di un trapianto di rene, nessun membro delle loro famiglie era compatibile per il proprio caro, ma un membro della famiglia israeliana era compatibile con il paziente palestinese, mentre un famigliare palestinese era compatibile con il paziente israeliano.
Per questo motivo, i chirurghi del Rambam Medical Center hanno eseguito un’operazione a incrocio: la mamma del 19enne ebreo ha donato un rene al 16enne di Jenin, mentre il fratello del ragazzo palestinese ha donato uno dei suoi reni all’israeliano.
Le operazioni non sono state facili soprattutto dal punto di vista logistico – hanno affermato i chirurghi – perché dovevano essere svolte in contemporanea. Decine di medici e infermieri sono stati coinvolti nei trapianti, che sono riusciti con successo. Ora i pazienti sono in fase di recupero.
Il Rambam
רמבם הקריה הרפואית è stato il primo ospedale israeliano ad eseguire trapianti di reni da donatori vivi e tutt’ora è l’unica struttura del nord di Israele ad eseguire trapianti di organi. (qui)

barbara