C’È APARTHEID IN ISRAELE?

Quello che segue è il testo della conferenza da me tenuta a Udine, su invito dell’associazione amicizia Italia-Israele e patrocinata dall’Università degli Studi di Udine. La conferenza, su mia richiesta, è stata preceduta da un minuto di silenzio in onore degli ebrei vittime della mattanza messa in atto da due terroristi arabi israeliani nella sinagoga HarNof a Gerusalemme OVEST.
(NOTA: alcuni dei testi qui presenti sono presi da precedenti post pubblicati in questo blog, che i lettori abituali conoscono già).

Il termine “apartheid”, da qualche tempo a questa parte, è uno dei mantra più gettonati quando si parla di Israele e, come tutti i mantra, succede piuttosto spesso che venga usato senza sapere esattamente che cosa significhi. È dunque per cercare di fare un po’ di chiarezza che ci troviamo qui oggi.

La parola, con la relativa politica, nasce in Sudafrica dove i bianchi, che costituiscono il 20% della popolazione, impongono al restante 80% di popolazione nera e mista un regime di totale separazione – questo è il significato del termine in lingua afrikaans. Tale politica, già almeno parzialmente in atto, viene codificata e istituzionalizzata nel 1948. Non intendo ripercorrere ora tutta la storia del Sudafrica: mi limiterò a ricordare che questa terra fu colonizzata a partire dal XVII secolo da varie popolazioni europee, fra cui predominavano gli olandesi (i boeri, ossia contadini, in lingua olandese) e gli inglesi. E vediamo in che cosa, esattamente, consisteva questa politica.

– Proibizione dei matrimoni interrazziali
– Proibizione di rapporti sessuali con una persona di razza diversa, che diventano un reato penalmente perseguibile
– Obbligo per tutti i cittadini di registrarsi come bianchi o neri
– Divieto ai non bianchi di entrare in alcune aree urbane
– Divieto di utilizzare le strutture pubbliche, come fontane, sale d’attesa, marciapiedi, ecc. Anche le cabine telefoniche erano separate, non sia mai che un bianco avesse a contaminarsi toccando una cornetta toccata prima da un negro
– Severe limitazioni all’istruzione
– Legge che sanzionava la discriminazione razziale in ambito lavorativo (per lo stesso lavoro un bianco poteva guadagnare anche 14 volte più di un nero)
– Istituzione dei bantustan – veri e propri ghetti – per la popolazione nera nominalmente indipendente ma sottoposta al controllo del governo sudafricano per mezzo di governi fantoccio
– Privazione della cittadinanza sudafricana e dei diritti a essa connessi per gli abitanti dei bantustan
– I neri che vivevano nei centri urbani erano costretti ad abitare in quartieri periferici, spesso formati da sole baracche, dai quali potevano uscire per lavorare solo con speciali lasciapassare
– I neri non hanno diritto di sciopero
– Pur essendo l’80% della popolazione, non possono possedere più del 7,3% del totale delle terre

Nel 1950 entra in vigore il Population Registration act, con il quale la registrazione della popolazione richiede che i sudafricani vengano classificati in una delle tre categorie: bianco, nero (africani), o di colore (categoria che comprendeva le razze miste e i sottogruppi di origine indiana e asiatica). Vi era anche un apposito Dipartimento responsabile della classificazione dei cittadini che puniva severamente il mancato rispetto delle leggi razziali.
Nel 1956 la politica di apartheid viene estesa anche ai cittadini asiatici.
Negli anni sessanta tre milioni e mezzo di neri, etichettati come Bantu, furono sfrattati con la forza dalle loro case e reinseriti nei bantustan. I neri erano privati di ogni diritto civile e politico; potevano frequentare solo l’istituzione di scuole agricole e commerciali speciali; i negozi dovevano servire tutti i clienti bianchi prima dei neri; dovevano avere speciali passaporti interni per muoversi nelle zone bianche, pena l’arresto o peggio.
Nel 1975 un ulteriore giro di vite: si decide di far rispettare una legge a lungo dimenticata: ogni norma doveva essere scritta esclusivamente in lingua afrikaans; la legge viene estesa anche alle scuole in cui sia insegnanti che alunni devono tenere le lezioni in tale lingua. Chi si oppone viene espulso dalle scuole.

Queste leggi, come possiamo vedere, differiscono molto poco dalle leggi di Norimberga in vigore nella Germania nazista. Aggiungo qualche annotazione di carattere sociale. Negli anni Ottanta la spesa totale pro-capite per l’educazione è di 780 $ per i bianchi e di 110 $ per i neri. L’87% del territorio (con oro e diamanti) è assegnato alla minoranza bianca. C’è un medico ogni 330 bianchi e uno ogni 91.000 neri (nel bantustan KwaZulu ce n’è uno ogni 150.000 ab.: è la proporzione più bassa di tutto il Terzo mondo). Un medico bianco non può soccorrere un nero. I bambini neri in carcere sono sempre privi di assistenza legale e i genitori non sanno dove vengono rinchiusi né di cosa sono accusati. Le condanne per loro variano da un minimo di 6 a un massimo di 9 anni di reclusione. Nei ghetti le scuole possono anche avere classi di 70 ragazzi. Nessuno può parlare agli studenti, nell’ambito della scuola, di argomenti che esulano dal programma ufficiale, alla cui base vi è il Manifesto dell’educazione nazionale cristiana, che afferma: “il compito del sudafricano bianco nei confronti dell’indigeno è quello di cristianizzarlo e aiutarlo a progredire culturalmente. L’istruzione degli indigeni deve essere basata sui principi di custodia, non-uguaglianza e segregazione. Lo scopo di questa educazione è quello di far capire qual è lo stile di vita dell’uomo bianco, specialmente quello della nazione boera”. A scuola non ci si può andare se non si ha un nome “cristiano”, che i bianchi sappiano pronunciare. Negli anni Settanta la media delle condanne a morte è stata di 79 all’anno; negli anni Ottanta, 119. A queste vanno aggiunte le numerosissime morti in carcere fra le decine di migliaia di detenuti (11.000 bambini e ragazzi alla fine degli anni Ottanta), e tutti morivano o di infarto, o per avere battuto la testa dopo essere scivolati su un pezzo di sapone mentre facevano la doccia, come documentato da Donald Woods nel suo libro dedicato a Stephen Biko, assassinato in carcere il 12 settembre 1977, all’età di trent’anni.
A conclusione di questo rapido quadro dell’apartheid in Sudafrica voglio aggiungere un ricordo personale, ossia un servizio pubblicato all’epoca su un giornale italiano, L’Europeo, se ricordo bene: vi si mostravano, tra l’altro, i minatori che a fine turno, prima di lasciare le miniere, venivano fatti spogliare e minuziosamente perquisiti, con tanto di ispezione anale, per assicurarsi che non trafugassero qualche diamante. Parecchi lettori, in seguito a questo servizio, hanno vigorosamente protestato per via della foto, qualificata come oscena, dei minatori nudi: non l’umiliazione imposta a questi uomini, oltre al lavoro massacrante e tutto il resto, scandalizzava queste brave persone, bensì la vista di un paio di peni.
Alcune immagini potranno dare un’idea ulteriore dell’apartheid in Sudafrica.
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E passiamo a Israele, secondo termine del confronto, di cui vorrei inquadrare brevemente la situazione statuale, che forse per qualcuno potrebbe non essere del tutto chiara e nota.
Lo stato di Israele occupa un pezzetto di terra (per oltre la metà desertico) che è il 60% del 22%, ossia circa il 13% della terra che era stata promessa nel 1917 con la Dichiarazione Balfour, impegno ripreso dalla Società delle Nazioni alla Conferenza di Sanremo il 24 aprile 1920, confermato dal Consiglio della Lega delle Nazioni il 24 luglio 1922 e diventato operativo nel settembre 1923. Qualcuno chiede: con quale diritto? Risposta: con quello che da che mondo è mondo compete a chi vince le guerre (tranne quando il vincitore si chiama “Israele” e lo sconfitto “Paese arabo a scelta” o “palestinesi”): l’impero ottomano e l’impero asburgico, dopo avere voluto la guerra e non essere stati in grado di vincerla, si sono dissolti, e le potenze vincitrici se ne sono spartite le spoglie e ne hanno fatto ciò che hanno voluto. Dite che è ingiusto? Può darsi, però in questo caso, per coerenza bisognerà contestare la legittimità dell’esistenza o dei confini di tutti o quasi gli stati del pianeta, a cominciare dalla Giordania, inventata dal nulla e fabbricata a tavolino per far piacere a un amico degli inglesi (estraneo al territorio), su terra rubata agli ebrei (il 78% di quella assegnata loro, per la precisione) – e diventata istantaneamente judenrein, perché tutti gli ebrei che vi risiedevano ne sono stati immediatamente cacciati.
Qualcuno dice: sì, ma quella era terra araba, ci stavano gli arabi. Momento. Lo sapete perché si chiamano arabi? Esatto: perché vengono dall’Arabia. Di tutto ciò che oggi chiamiamo il mondo arabo, gli stati arabi, le popolazioni arabe, ogni centimetro fuori della penisola araba è stato aggredito, invaso, occupato, arabizzato e islamizzato a suon di massacri, deportazioni, stupri etnici e conversioni forzate, con annientamento delle culture e quasi sempre cancellazione delle lingue originarie.
Qualcuno obietta: sì, ma in ogni caso quando hanno cominciato ad arrivare i primi pionieri ebrei lì c’erano gli arabi, e loro li hanno cacciati. Falso: è vero l’esatto contrario. Nei racconti di viaggio e nelle foto dell’epoca pre-sionistica troviamo paesaggi desolati e semidesertici, i dati dei documenti ottomani danno una densità abitativa di pochissime unità per chilometro quadrato, e nel 1939, Winston Churchill osservò che “lungi dall’essere perseguitati, gli arabi si sono ammassati nel paese e si sono moltiplicati… ” Già. La leggenda narra che sono arrivati gli ebrei e hanno cacciato gli arabi, ma la Storia e i dati demografici dicono l’esatto contrario: dopo che sono arrivati i pionieri ebrei, grazie alle condizioni di vita che questi ultimi avevano cominciato a creare, sono arrivati gli arabi dagli stati circostanti, come dimostra questa tabella.
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Immagino poi che vi sarà capitato di vedere quella serie di quattro cartine che mostrano il progressivo “furto di terra” da parte di Israele ai danni dei palestinesi cominciando, nella prima, con alcuni puntini bianchi in un mare verde che rappresentano le terre di proprietà ebraica, e il bianco che, nelle carte successive, si estende fino a eliminare il verde.
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Ebbene, quelle cartine sono delle colossali patacche: i puntini bianchi sono sì proprietà ebraica privata (interamente acquistata e pagata, per lo più da latifondisti ottomani residenti all’estero), ma il resto non è, come si vorrebbe far credere, proprietà privata palestinese, bensì, in grandissima parte, demanio: prima ottomano, poi del mandato britannico, e infine dello stato di Israele. Per la precisione, in base ai dati forniti dal governo britannico, nel 1946 l’8,6% del territorio corrispondente all’attuale stato di Israele era di proprietà di ebrei, il 3,3% di arabi rimasti nel Paese e il 16,5% di arabi che lo hanno successivamente abbandonato. Il terreno demaniale copriva quindi oltre il 70% del territorio. Per concludere il discorso sulla terra, può essere utile dare un’occhiata alle variazioni occorse nelle varie epoche.
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Quanto al “dramma dei profughi palestinesi”, vale forse la pena di rileggere un paio di notizie riportate all’epoca.
Il quotidiano del Cairo AKHBAR EL-YOM, il 12 Ottobre 1963 ricordava: “Venne il 15 Maggio 1948… quello stesso giorno il Mùfti di Gerusalemme fece appello agli Arabi di Palestina affinché abbandonassero il Paese, in quanto gli eserciti Arabi stavano per entrare al loro posto…”
Il 6 Settembre 1948, il “Beirut Telegraph” intervistava Emile Ghoury, segretario del Supremo Comitato Arabo: “Se esistono questi profughi, è conseguenza diretta dell’azione degli Stati Arabi contro la partizione, e contro lo stato Ebraico”.
Il 19 Febbraio 1949, il quotidiano Giordano FALASTIN scriveva. “Gli Stati Arabi che avevano incoraggiato gli Arabi di Palestina a lasciare le proprie case temporaneamente per essere fuori tiro degli eserciti d’invasione Arabi, non hanno mantenuta la promessa di aiutare questi profughi…”.
Interessante, per inciso, notare che fino al 1963 i giornali arabi non parlano di palestinesi, bensì di “Arabi di Palestina”: fino a quel momento, infatti, il nome di palestinesi designava unicamente gli ebrei: il Times of Palestine era il giornale ebraico, la Palestine Philharmonic Orchestra fondata nel 1929 era l’orchestra ebraica, questa era la bandiera della Palestina
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e magari ricordiamo anche che sui muri di mezza Europa, quegli stessi muri su cui oggi leggiamo “Ebrei, fuori dalla Palestina!”, gli antisemiti dell’epoca scrivevano “Ebrei fuori dai piedi! Tornatevene in Palestina!” L’espressione “popolo palestinese” nasce con l’OLP, ossia l’organizzazione per la liberazione della Palestina, fondata nel 1964 quando, sarà bene ricordarlo, NON c’erano territori occupati da Israele: l’unico territorio occupato da Israele era lo stato di Israele.
E non dimentichiamo, a proposito di profughi, il milione circa di ebrei che, in quello stesso periodo, furono costretti a lasciare i Paesi arabi in cui risiedevano da secoli, e in alcuni casi addirittura da millenni, abbandonandovi case, terreni, negozi, fabbriche e ogni altra proprietà, senza che nessuno abbia mai pensato a pretendere per loro il benché minimo risarcimento.
Quindi, ricapitolando, lo stato di Israele si trova in quel pezzetto di terra in cui scavando si trovano tombe ebraiche antiche di migliaia di anni, in cui nel corso dei due millenni seguiti alla deportazione operata dai romani non è mai venuta meno una presenza ebraica, i cui terreni sono stati acquistati e pagati, la cui legittimità è stata sancita da un organismo internazionale, la cui integrità è stata difesa in molte guerre subite, al costo di molti morti: quanti altri stati al mondo possono vantare una tale quantità di fattori a sostegno del proprio diritto a esistere?
E passiamo alla famosa apartheid. In Israele la legge sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini. Tutti i cittadini hanno libero accesso all’università (alla Hebrew University gli studenti arabi sono circa il 10% del totale, a Haifa il 20%), diritto a essere curati negli ospedali, (dove operano medici e infermieri arabi, sia cristiani che musulmani) perfino quando si tratta di terroristi,
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diritto ad accedere alla magistratura (ricordo che è stato un giudice arabo a condannare alla prigione per molestie sessuali il presidente dello stato – il quale presidente non si è messo a strillare alla persecuzione o al complotto: è andato in galera e basta), al parlamento, dove più di qualcuno usa il proprio ruolo per invocare la distruzione di Israele, e anche alle più alte cariche dello stato.
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Troviamo arabi fianco a fianco con gli israeliani ebrei nei negozi, nelle spiagge, nei posti di lavoro, nei luoghi di divertimento, e anche un paio di miss Israele: non avete bisogno di credermi sulla parola, potete andare a verificare coi vostri occhi. Un discorso a parte va fatto per l’esercito: gli arabi, per ragioni facilmente comprensibili, non sono obbligati a prestare servizio militare, però possono farlo se lo desiderano, e alcuni raggiungono anche gradi elevati, donne comprese, e ultimamente il numero di arabi che chiedono di entrare nell’esercito o nella polizia sembra in deciso aumento. Niente apartheid, dunque, da quelle parti? Beh, no: di apartheid in realtà ce n’è: dall’altra parte della barricata: gli israeliani non hanno diritto di entrare nei territori amministrati dall’Autorità Palestinese,
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sono passibili di morte se vendono proprietà agli ebrei,
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e in un eventuale futuro stato palestinese non sarà consentita la residenza a nessun israeliano.
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In pratica abbiamo quel fenomeno che in psicanalisi si chiama proiezione: tutto ciò che una parte fa e desidera, viene sistematicamente imputato all’altra.
Ancora due parole, prima di concludere il discorso sull’apartheid, su quello che viene universalmente chiamato “il muro dell’odio”, “il muro della vergogna”, “il muro dell’apartheid”. Una precisazione, innanzitutto: la barriera di difesa è muro per circa il 10% del suo tracciato, ossia nei tratti che costeggiano le strade su cui i cecchini palestinesi facevano il tiro al bersaglio contro le auto in transito; tutto il resto è barriera metallica dotata di sensori elettronici:
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NON una barriera elettrificata, come qualcuno ama dire, forse perché così assomiglia di più al filo spinato elettrificato di Auschwitz, ma sensori elettronici che segnalano eventuali tentativi di intrusione. La seconda cosa è un’immagine, che non credo necessiti commenti.
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Un altro mantra molto gettonato è quello dell’acqua: gli israeliani rubano l’acqua ai palestinesi appropriandosi delle fonti, e per giunta interrano i pozzi. Lo leggiamo in continuazione, lo sentiamo in continuazione, fa parte di quelle cose che “tutti sanno”: lo sanno talmente bene che non si sente neppure il bisogno di andare a verificare. E noi invece ci andremo, a verificare, partendo da alcune recenti accuse “firmate”, come per esempio l’interrogazione parlamentare grillina: «A seguito delle politiche israeliane di gestione dell’acqua i palestinesi che vivono in Cisgiordania possono disporre di meno di 60 litri al giorno (rispetto ai 100 litri minimi secondo gli standard internazionali), mentre i coloni dispongono di almeno 300». Poi è stata la volta di Martin Schultz, Presidente del Parlamento Europeo che alla Knesset ha detto: “Perché un Israeliano può usare 70 litri d’acqua al giorno e un Palestinese solo 17?” [interessante, noto io, la concordanza dei dati, evidentemente accertati con rigorosissimi metodi scientifici]
Nel 2011 l’agenzia Ma’an riportava: “Il capo della Palestinian Water Authority ha condannato la distruzione di Israele di tre pozzi d’acqua vicino a Nablus, invitando la comunità internazionale ad intervenire. Shaddad Atilli ha detto che i pozzi di Beit Hassan sono stati usati per irrigare 2.000 ettari di terra.” Non ottenne la stessa copertura mediatica delle accuse una lettera del 2012 da parte del capo delle infrastrutture per COGAT, che cercava di spiegare la verità. “Pochi giorni fa il dottor Atilli ha inviato una lettera, denunciando la distruzione di Israele di un certo numero di pozzi illegali situati in Beit Hassan, usando questo per spiegare la sua scelta di recedere dal programma di desalinizzazione. È un peccato che il dottor Atilli abbia scelto di intraprendere tale azione, soprattutto, in quanto è solo il popolo palestinese che soffrirà a causa della sua decisione. In risposta alla sua accusa, penso che sia essenziale informarvi di una serie di punti cruciali che il dottor Atilli ha omesso e che mettono in evidenza non solo le difficoltà che dobbiamo affrontare per quanto riguarda la cooperazione nel settore idrico, ma anche nell’esporre le consuete, noiose tattiche di pubbliche relazioni palestinesi, che siamo costretti ad affrontare in maniera regolare. La decisione di chiudere i tre pozzi illegali a Beit Hassan è stata concordata da entrambe le parti, Israeliani e Palestinesi, presso il Comitato Congiunto per l’Acqua nell’incontro tenutosi il 2.12.2007. Diversi pro-memoria di questa decisione sono stati inviati al Palestinian Water Authority che ha ribadito l’intenzione di proseguire nella decisione sopra indicata e ha anche promesso di presentare una relazione sulla sua attuazione. In diverse occasioni la parte palestinese ha sottolineato il suo impegno per combattere il fenomeno delle trivellazioni illegali , affermando che è nel migliore interesse di entrambe le parti. Nel marzo del 2011, quattro anni dopo la decisione iniziale congiunta di chiudere i pozzi , abbiamo chiesto ancora una volta che la decisione del Comitato Congiunto per l’Acqua fosse attuata. La decisione di chiudere i pozzi in Beit Hassan non è una questione politica – è sopravvivenza – poiché volta a proteggere la nostra risorsa naturale vitale collettiva più grande e più importante . Un esempio inquietante dei rischi connessi alle trivellazioni non monitorate è la distruzione della falda acquifera di Gaza , conseguenza della grande quantità di perforazioni non autorizzate . Questo non può e non deve essere ripetuto con la falda acquifera montana, ed è un mistero per noi il perché la parte Palestinese non abbia a cuore la propria sopravvivenza. È anche importante sottolineare che le perforazioni non autorizzate sono in contraddizione con l’articolo 40 dell’allegato III dell’accordo interinale, che Israele attua pienamente, superando anche i suoi obblighi derivanti dal contratto, ad esempio fornendo ai Palestinesi quantità di acqua ben oltre l’obbligo.”
Lt.Col Grisha Yakubovich, Responsabile della Branch Infrastructure COGAT, Ministero della Difesa
In un’altra accusa Atilli afferma che “Israele assegna solo il 10% delle fonti idriche comuni ai palestinesi”. La verità è che la quota di acqua per la Cisgiordania è stata concordata negli accordi di Oslo: il 33% delle acque nelle falde acquifere sotto la West Bank è assegnato ai Palestinesi. Nel 1993 i Palestinesi avrebbero potuto pompare 117 milioni di metri cubi e Israele ne avrebbe forniti ancora 31 milioni. Nel 2007 sono stati assegnati alla PA, 200 milioni di metri cubi, 51,8 milioni dei quali forniti da Israele. Tuttavia, di questi 200 milioni di metri cubi, solo 180 milioni sono stati effettivamente utilizzati.
La ragione principale di ciò è che la Palestinian Water Authority non ha attuato progetti per la falda acquifera orientale che avrebbe risolto gran parte della crisi idrica palestinese. Più della metà dei pozzi autorizzati per lo sfruttamento della falda orientale non sono ancora stati perforati. I permessi sono stati rilasciati nel 2000. In una lettera scritta il 4 aprile 2001, l’amministrazione civile ha invitato la Palestinian Water Authority ad eseguire questi progetti. Una lettera dell’8 Giugno 2009 ha ribadito la richiesta. Atilli ha anche mentito sul consumo idrico palestinese. Nell’articolo al JPost ha affermato che i palestinesi sono “costretti a una media di soli 60 litri.” Tuttavia, nel 2009 proprio la Palestinian Water Authority ha pubblicato un rapporto che menzionava una fornitura media di 110 litri pro capite al giorno.
Un’altra ragione per la perdita di acqua è la scarsa manutenzione delle infrastrutture idriche palestinesi. Un incredibile 33% della fornitura d’acqua dolce si perde a causa di perdite, furti e scarsa manutenzione. Altri documenti hanno fornito prove solide che la chiusura di 250 pozzi illegali è stata concordata nelle riunioni del Comitato Congiunto per l’acqua. Ad esempio, il verbale della riunione del 13 novembre 2007 mostra una decisione consensuale di distruggere ‘forature e connessioni illegali.’ Tuttavia, Atilli ha agito come se non avesse mai partecipato a queste riunioni o cofirmato le decisioni comuni. Sono centinaia, i punti di deviazione dell’acqua abusivi, utilizzati dai Palestinesi.
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I tubi che i Palestinesi collegano ai condotti principali dell’acqua alimentano vasche di irrigazione, serbatoi improvvisati di acqua rubata. I Palestinesi usano questi serbatoi per le esigenze agricole. Episodi di questo genere sono stati segnalati nelle condutture Shiloh-Migdalim così come in altri settori. Ogni anno 3,5 milioni di metri cubi di acqua in Giudea e Samaria vengono rubati in questo modo. Un nuovo studio condotto dal professor Haim Gvirtzman, che dirige l’Hebrew University’s Hydrology Studies Program e la cui relazione è stata pubblicata dal Centro Begin-Sadat per gli Studi Strategici presso la Bar-Ilan University, rivela che Israele perde circa 10 milioni di metri cubi di acqua all’anno in questo modo. In pieno giorno, i palestinesi trapanano illegalmente senza ricevere le necessarie autorizzazioni da parte della commissione dell’Autorità israelo-palestinese che gestisce le questioni idriche congiuntamente. Ramallah ignora volontariamente questi incidenti o tacitamente li approva. Il prof. Gvirtzman, che ora lavora per l’Autorità delle Acque, rivela che “il comitato congiunto israelo-palestinese ha concesso quasi 80 permessi di trivellazione ai Palestinesi, la maggior parte dei quali per attingere l’acqua dalla falda orientale. Eppure, i Palestinesi utilizzano meno della metà di questi permessi”, preferendo invece perforare senza permesso nella falda acquifera di montagna, soprattutto nel settore settentrionale nella zona di Jenin, e nel quartiere occidentale circostante Qalqilyah e Tul Karem. “Come risultato, Israele è stato costretto a ridurre la portata di acqua alle pompe di questa falda, al fine di evitarne la salinizzazione.” Gvirtzman ha anche scoperto che dei 52 milioni di metri cubi di acque reflue che i Palestinesi producono ogni anno, solo due milioni sono trattati nell’impianto di depurazione che hanno costruito in Al-Bireh. “Il resto del liquame scorre negli affluenti e inquina l’ambiente e il terreno”, scrive. È un allarme conosciuto da tempo e finora ignorato dall’Autorità palestinese. Diciassette milioni di metri cubi di acque reflue attraversano la linea verde. La maggior parte di questa acqua viene assorbita e trattata in Israele, ma solo dopo che ha danneggiato l’ambiente e inquinato le falde acquifere. Questo stato di cose si trova in totale contraddizione con gli accordi che i Palestinesi hanno firmato con Israele. Ci sono piani (rimasti sulla carta) per la costruzione di decine di impianti di depurazione in città come Nablus, Hebron, Betlemme e Tul Karem. Tutti questi progetti sono sovvenzionati dai paesi donatori, ma ora i Palestinesi hanno deciso che non vogliono costruire nelle aree A e B, ma nell’Area C (che è sotto il pieno controllo militare e amministrativo israeliano).
A conclusione di questo lungo discorso sull’acqua, vediamo ora alcune immagini, tutte rigorosamente di fonte palestinese, che illustreranno adeguatamente la drammatica carenza di acqua di cui soffrono i palestinesi – qui, dove ho trovato anche le informazioni qui riportate).

A questo punto è stata letta questa mia riflessione di qualche anno fa.

E per concludere, visto che stiamo andando per mantra, ne vorrei prendere in considerazione ancora uno: il genocidio palestinese, accompagnato dall’altro mantra tanto amato dai demonizzatori di Israele ossia che “i numeri parlano da soli”. E per farlo riporterò un brano di un mio articolo di circa sei anni fa in cui ho fatto, appunto, parlare i numeri (uno dei quali, proprio perché sono passati sei anni, è un po’ cambiato, ma non ho ritenuto necessario aggiornarlo). Gli armeni della Turchia hanno subito un genocidio: prima erano tre milioni, dopo breve tempo erano uno e mezzo. Gli ebrei d’Europa hanno subito un genocidio: prima erano 12 milioni, pochi anni dopo erano diventati 6. I cambogiani hanno subito un genocidio: prima erano quattro milioni e mezzo, dopo erano tre. I tutsi hanno subito un genocidio: erano un milione e mezzo e in brevissimo tempo si sono ridotti a mezzo milione. I palestinesi da sessant’anni stanno subendo un genocidio: nel 1947 erano un milione e duecentomila, oggi, dopo sessant’anni di ininterrotto genocidio, sono, a quanto pare, un po’ più di dieci milioni: due e mezzo in Cisgiordania, uno e mezzo a Gaza, uno e tre in Israele, e circa cinque milioni di cosiddetti profughi. Qualcuno, un giorno, ce la dovrà spiegare questa cosa.

barbara

LETTERA DI UNA STUDENTESSA NERA INCAZZATA

L’organizzazione studentesca Studenti per la giustizia in Palestina (SJP) è prominente in molti campus universitari, predicando il mantra “Palestina libera.” Si spaccia per un gruppo di diritti civili, ma non lo è. Anzi, in quanto afro-americana, sono profondamente offesa dal fatto che l’eredità del mio popolo venga scippata per un ordine del giorno così ripugnante. È dunque giunto il momento di esporre la sua agenda e mettere a nudo alcune delle falsità che queste persone diffondono.

• Se cercate di divulgare l’eredità dei primi colonialisti islamici che hanno stuprato e saccheggiato il Medio Oriente, soggiogato le popolazioni indigene che vivevano nella regione e imposto su di loro una vita di persecuzione e degrado — non potete rivendicare il titolo di “Combattenti per la libertà.”

• Se supportate una dottrina razzista di supremazia araba e desiderio (come corollario di tale dottrina) di distruggere lo stato ebraico, non potete sostenere che i pregiudizi che diffondete siano forme di legittima “resistenza”.

• Se i vostri eroi sono chierici che siedono in Gaza tramando il genocidio di un popolo; che piazzano i propri figli sui tetti, nella speranza che saltino in aria; che riempiono di lodi i membri della loro banda quando riescono a uccidere scolari ebrei e a bombardare i luoghi in cui si riuniscono gli ebrei, non potete atteggiarvi ad apollinei difensori della virtù umana. Non lo siete.

• Se vi dispiace che le prestazioni dei lanciatori di missili di Hamas siano tristemente incompetenti e di conseguenza milioni di ebrei siano ancora vivi – e i loro figli non siano stati assassinati dai loro razzi; le loro membra non siano state strappate; e non si possa godere del loro sventramento – non potete spacciarvi per difensori della giustizia. Fate mostra di essere irreprensibili. Assolutamente non lo siete.

• Se la vostra idea di una causa giusta comporta il prendere di mira e intimidire studenti ebrei nel campus, appropriarvi della loro storia di esilio e ritorno e modellarla a vostra somiglianza non potete raccontare che lo fate nome della libertà civile e della libertà di espressione.

• Non potete difendere regimi che uccidono, torturano, e perseguitano la propria gente, la tengono deliberatamente in miseria e le sottraggono miliardi di dollari – e pretendere di essere “pro-arabi”. Non lo siete.

• Non potete difendere un sistema in cui agli ebrei non è consentito acquistare terreni, viaggiare in determinate zone e vivere un’esistenza simile semplicemente perché sono ebrei — e sostenere di star promuovendo l’uguaglianza per tutti. Non potete promuovere boicottaggi di imprese, negozi ed entità di proprietà ebraica – e poi pretendere di essere “contro l’apartheid”. Ciò è male.

• Non potete giustificare calcolati e deliberati bombardamenti, percosse e linciaggi di uomini, donne e bambini ebrei trattando tali efferati episodi come parte di un nobile “rivolta” degli oppressi – questo è razzismo. È male.

• Non potete comportarvi come se voi e Rosa Parks foste stati grandi amici negli anni Sessanta. Rosa Parks era una vera combattente per la libertà. Rosa Parks era sionista.
Coretta Scott King era sionista.
A. Phillip Randolph era sionista.
Bayard Rustin era sionista.
Count Basie era sionista.
Il dr. Martin Luther King Sr. era sionista.
Infatti, essi e molti altri uomini e donne hanno firmato nel 1975 una lettera che dichiarava: “Noi condanniamo la lista nera anti-ebraica. Abbiamo combattuto troppo lungo e troppo duramente per sradicare la discriminazione dalla nostra terra per stare a guardare con le mani in mano mentre interessi stranieri importano l’intolleranza in America. Avendo tanto sofferto per tale pregiudizio, consideriamo estremamente ripugnante il tentativo degli Stati arabi di usare il potere economico delle loro recenti ricchezze petrolifere per boicottare imprese che trattano con Israele o che hanno proprietari, direttori o dirigenti ebrei e di imporre precondizioni antiebraiche per fare investimenti in questo paese.”
Vedete, la mia gente è sempre stata sionista perché il mio popolo si è sempre schierato per la libertà degli oppressi. Quindi una cosa è certa: non potete appropriarvi culturalmente della storia del mio popolo per i vostri scopi. Non avete il diritto di invocare la lotta del mio popolo per i vostri miserabili scopi e non potete fare le vittime in nostro nome. Non avete il diritto di infangare il buon nome della mia gente e collegare la vostra causa a quella del Dr. King. Le nostre due cause sono agli antipodi.
La vostra causa è l’antitesi della libertà. È costata centinaia di migliaia di vite di ebrei e arabi. Ha separato questi popoli e ha fomentato l’ostilità tra di loro. Ha creato angoscia, tormento, morte e distruzione.
Naturalmente potete di continuare a utilizzare frasi fatte per la vostra causa. Avete tutto il diritto di cantilenare parole come “uguaglianza”, “giustizia” e “combattente per la libertà.”
Potete continuare a utilizzare quelle parole quanto volete. Ma non penso che sappiate cosa significano.
Chloe Valdary, 28/07/2014 (qui, traduzione mia)

E poi ricordate sempre che Israele è uno stato di apartheid,
arabs in Israel
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che quello che a voi potrebbe sembrare volgare antisemitismo, in realtà è solo legittima critica alle criminali politiche del governo fascista di Israele, e soprattutto che i palestinesi sono tanto tanto tanto poveri.
aid per cap

barbara

SI CHIAMA APARTHEID

Lei è Lina Makhoul. È araba israeliana, ossia cittadina di serie B, defraudata dei propri diritti, ostracizzata, oppressa, angariata, vessata, schiavizzata. Ha avuto il fegato di presentarsi a Voice of Israel, e guardate, guardate in che maniera ignobile la trattano, guardate come la sbeffeggiano, guardate con che faccia tosta snobbano il suo indiscutibile talento! Altro che settimana dell’apartheid: almeno un semestre bisognerebbe fargli, a sta manica di delinquenti!
(I video sono in ordine cronologico)

barbara

NEL CASO NON CI AVESTE FATTO CASO

usb
vi ci faccio fare caso io. Poi, per chiarirvi le idee su quelle “norme di diritto internazionale” di cui tante nostre conoscenze si riempiono la bocca, andate a leggere qui, e poi magari anche qui. Infine, in merito a quella terrificante apartheid in nome della quale bisogna assolutissimamente boicottare l’orrendissimo stato di Israele, pardon, entità sionista, leggete qui e beccatevi questa.
Niral Karantinji
barbara

CORSI E RICORSI

Questo l’ho ricevuto stamattina dal mitico Livuso

GAZA: HAMAS, VICINI A NUOVA INTIFADA CONTRO ISRAELE
Il movimento islamico palestinese di Hamas ha annunciato di essere sull’orlo di una nuova Intifada contro Israele, la terza. In un messaggio postato su Facebook, infatti, il numero due dell’ufficio politico di Hamas Moussa Abu Marzouk ha scritto che ”siamo di fronte al fallimento politico dell’Autorità nazionale palestinese (l’Anp) e all’inizio di una nuova Intifada popolare* contro Israele”. In merito al piano di pace tra israeliani e palestinesi ripreso ad agosto dopo tre anni di stallo e con la mediazione degli Stati Uniti, il funzionario di Hamas afferma: ”Il piano economico da 4 milioni di dollari di John Kerry non ci toglierà dai guai”.
Vari gruppi palestinesi hanno inoltre convocato per venerdì una ”giornata della rabbia” in occasione del 13esimo anniversario dell’Intifada di Al-Aqsa.

* Dovendosi supporre che “popolare” significhi “fatta dal popolo”, “nata dal popolo”, e che quindi popolare sia da intendersi più o meno come sinonimo di spontanea, per chiarirti le idee in merito vai a leggere qui.

Quest’altro invece mi è stato inviato dodici anni nove mesi e quattordici giorni fa dall’altrettanto – anche se diversamente – mitico Toni in occasione della “giornata della rabbia e dell’odio” di turno.

Tu sei più forte di me ma io un pugno te lo do lo stesso perché ti odio.
Ma non ti faccio molto male. Tu magari alzi il braccio per non prendere il mio pugno e non sei cristiano e non porgi l’altra guancia.  Al decimo mio pugno ti stufi e mi rifili uno sganassone che mi fai un male bestia. Perdo qualche dente che mostro incazzato e un po’ piangente  alla telecamera politically correct a cui dico che sei cattivo cattivo. Se il mio dente è da latte fa ancora più impressione soprattutto al pubblico dello Zecchino d’Oro e delle telenovela.
Porto il dente in processione.
Dichiaro una giornata dell’odio.
Durante la giornata dell’odio ci riprovo e perdo un altro dente.
Ri-dichiaro un’altra giornata dell’odio.
Rimango così senza denti.
Smettiamo per un po’ fino a quando i miei amici e i telespettatori mi danno un po’ di soldi per comprare una dentiera nuova: alcuni lo fanno perché io possa mangiare, altri perché hanno bisogno di processioni.
Poi ricominciamo.
The circle of life direbbe il re leone.

Poi magari, visto che si sta parlando di quanto è cattiva cattiva cattiva Israele che, come tutti sanno, pratica l’apartheid (a proposito, lo sai che il giudice che ha presieduto il processo in cui è stato condannato alla galera l’allora presidente dello stato di Israele di cui ho parlato nel post precedente, è arabo?), potresti andare a guardare questo.

barbara

MENO DI COSA?

Al supermercato ho trovato una cosa che non c’era mai stata prima: un nuovo snack. Sul sacchetto c’è scritto: “GUSTOSO SNACK AllA Cipolla Non Fritto & Senza Glutine  50% DI GRASSI IN MENO”. La domanda è quella che dà il titolo al post: meno di cosa? Poi mi sono accorta che dopo “meno” c’è un asterisco, e in fondo al sacchetto si trova il richiamo: “*rispetto ai tradizionali snacks estrusi”. Ora, io non so che cosa sia uno snack estruso, lo ammetto, il mio campo di conoscenze è di una grandezza da vertigine, ma poi arriva il momento che finisce, e gli snack estrusi si trovano al di là del campo, non proprio là dove campeggia la scritta hic sunt leones, perché una qualche idea sul significato di estrudere tutto sommato ce l’ho, e poi c’è, notoriamente, quello che Gadda chiama l’estruso, ossia il prodotto dell’ultimo atto del processo digestivo, il che concorda con l’idea che ho io di estrudere, e quindi il termine in sé proprio arabo non è, ma gli snack estrusi proprio non ho idea di che cosa siano (a meno che, in accordo con Gadda, non si voglia significare che tutti gli altri sono degli snack di merda, ma per quante oscenità la pubblicità continui a propinarci – ricordo ancora con orrore e raccapriccio un video con la pubblicità di un rasoio per la depilazione “intima” in cui una squadra di gallinelle su un prato maneggiano abilmente dei tosaerba cantando allegramente in coro “rasa il pratino, rasa il pratino”, brrrrrr! (qui, per i più masochisti, giusto per documentare che non sto esagerando a parlare di raccapriccio) – per quante oscenità continuino a propinarci, dicevo, sarei un pelino restia a credere che siano arrivati a questo punto, anche perché dalla concorrenza si beccherebbero una tale vagonata di denunce da restare in ginocchio). E dunque sono andata a chiedere aiuto al solito san Google, che mi ha raccontato storie di metalli e plastiche che, anche trascurando la trascurabile questione della commestibilità, non mi risulta siano particolarmente ricchi di grassi – per non parlare poi del glutine. Restando invece in campo alimentare, e in quello degli snack noti, credo siano intensamente tradizionali i mini brezl che, pur non essendo esperta in materia, per cui prendete pure le mie affermazioni in merito con un prudente grano di sale, non mi sentirei di dire che siano propriamente delle bombe caloriche, delle badilate di colesterolo e via grasseggiando. E insomma, in conclusione, non sono riuscita a sapere meno di cosa.
Il fatto è che la gente – e i pubblicitari lo sanno – molto spesso legge ma non si preoccupa minimamente di interrogarsi su ciò che sta leggendo, e così succede, per dirne una, che un’acqua minerale venga reclamizzata con l’annotazione che “contiene 0% di grassi” (grazie al cazzo, mi verrebbe da dire se fossi usa al linguaggio scurrile), e nessuno li manda a produrre estrusi. Oppure legge che Israele è uno stato di apartheid e si precipita a protestare manifestare boicottare, evitando accuratamente di connettere quanto letto con le informazioni tratte da altre letture, per esempio quella sul giudice (presidente di tribunale) arabo che ha condannato alla galera il presidente ebreo israeliano dello stato di Israele (e quello ci è andato, in galera, perché quella è Israele, mica l’Italia), o quella della miss Israele araba, o della vincitrice di Voice of Israel araba, o degli arabi in parlamento (quanti negri c’erano nel parlamento sudafricano?). Eccetera. Oppure legge di Gaza afflitta dal black out provocato dall’infame embargo israeliano e si indigna per questi provvedimenti nazisti, trascurando di guardare mezzo metro più in là. O legge delle terrificanti carneficine eseguite dai malefici soldati israeliani e grida al genocidio, senza neppure accorgersi che qualche morto, stufo di stare lì a fare il morto, ha pensato bene di tirarsi su a sedere. Che mondo di estrusione, ragazzi!
miracolo Qana
barbara

ROMA, 5 APRILE 1775

EDITTO SOPRA GLI EBREI

Essendo prima cura pastorale fra quelle che occupano l’animo di Sua Santità nostro Signore fin dal principio del suo pontificato, quella di preservare intatta ne’ credenti la Fede Cattolica, per rimuover da essi la minaccia di perdizione, cui un’eccessiva familiarità con gli Ebrei potrebbe indurre,  ha stimato doversi seriamente provvedere, perché siano rigorosamente attese senza indugio le Disposizioni date da’ suoi gloriosi predecessori, in particolare considerando la sollecitudine della san[ta]. mem[oria]. di Clemente XII nel speciale Editto dato in questa Venerabile città di Roma li 17. Febbraio 1733., non meno che di Benedetto XIV in analogo Editto esso pure dato in questa Veneranda città li 17. Settembre 1751. E nuovamente udito al caso il parere de’ Venerabili signori Cardinali, Inquisitori e Generali [di ordini religiosi], Egli ha ordinato che il medesimo venga rinnovato, affinché questo istesso abbia esecuzione con la massima diligenza in ogni luogo del suo Stato Pontificio.

I. Innanzi a tutto Sua Santità, con espressa e ferma menzione della Disposizione seconda di Innocenzo IV., che principia con le parole = Impia Iudaeorum = comanda e dispone, che gli Ebrei non possano in alcun modo tenere in Casa, leggere, comprare, scrivere, copiare, volgere, vendere, dare in dono, o in altro modo, sotto qualsiasi pretesto, o titolo, o scusa, cedere un Libro o empi codici Talmudici o altrimenti sacrileghe e superstiziose opere Cabbalistiche, o Scritti che contengono errori contrari al tenore della sagra Scrittura o dell’Antico Testamento, o in genere quelli Scritti ne’ quali si rinvengono contumelie, empie espressioni e blasfemie contro i santissimi Misteri della Fede Cristiana, in particolare la santissima Trina Unità del nostro Signore Gesù Cristo, la perpetua Verginità di Maria, o i Santi. E ciò valga anche per qualsivoglia altro Libro proibito dalla Disposizione ventiquattresima della san. mem. di Giulio III de’ 29. Maggio 1554., che incomincia con le parole = Cum sicut = , e da quella data da Clemente VIII li 28. Febbraio 1593., che principia con le parole = Cum Hebraeorum = , e ancora da altre disposizioni e decreti Apostolici, siano gli  istessi Libri scritti in lingua ebraica, o in altro idioma, sotto pena della perdita de’ detti Libri, della confiscazione de’ Beni, e di altre gravissime corporali ad arbitrio, in ogni caso di contravenzione, a tenore del decreto della sagra Congregazione del S. Offizio dato li 12. Settembre 1553., e a discrezione di Sua Santità soccombano a tali pene anche quei Rabbini e Fattori degli Ebrei che ritengano i detti Libri nelle loro Biblioteche o in qualsivoglia altro luogo ad uso pubblico o privato.

II. Che non ardisca ciascheduno Ebreo di esporre, spiegare o insegnare gli errori di detti Libri, né in pubblico, né in privato, né nelle Scuole, né fuori di esse, a una qualsivoglia Persona di religione Ebraica, Cristiana, o altra, sotto eguale pena della perdita de’ Libri, della confiscazione de’ Beni, e di altre gravissime corporali ad arbitrio.

III. Che niun Stampatore, Libraio o Bottegaio Cristiano, o altra Persona di qualsiasi stato, grado, e condizione possa soccorrere agli Ebrei, con il consiglio, od opera nella attuazione di tali Libri, o prestar aiuto nel scriverli, stamparli, volgerli o tradurli, e neppure adoprarsi per conseguire la licenza di leggerli, o possederli, sotto pena della perdita de’ Libri, della confiscazione de’ Beni e di altre gravissime corporali, secondo il sopradetto Decreto della sagra Congregazione del S. Offizio de’ 12. Settembre 1553., e parimente sotto pena di scomunica latae sententiae [= automatica, senza che debba essere decretata esplicitamente] riservata al Sommo Principe della Chiesa.

IV. Che gli Ebrei non possano comprare, o accettare alcun Libro scritto in lingua Ebraica, o dall’Ebraico volto in altro idioma, tanto da Ebrei quanto da Cristiani, neppure in caso che esso sia stato ad essi mandato, o portato, senza che prima l’abbiano sottomesso al Maestro del sagro palazzo Apostolico in Roma, e in altri luoghi, o città a’ Vescovi, o Inquisitori locali, sì che eglino possano accertare, se a tenore delle Disposizioni vigenti, e delle predette ordinazioni Apostoliche, si possa dar loro licenza di accettarlo, e di trattenerlo, il tutto sotto pena di scudi cento e di carcere settennale in ogni caso di contravenzione; e in caso che venga scoperto un qualunque Libro che contenga alcuna cosa contrastante alle predette bolle e decreti Apostolici, in particolare alla sopradetta Bolla di Clemente VIII., esso non sia restituito agli Ebrei, ma consegnato al Tribunale del S. Offizio, e parimente si proceda quando si scopra un qualunque altro Libro interdetto agli Ebrei.

V. Che  Ebrei non possano far uscire dalla Dogana o introdurre per la medesima alcun Libro senza licenza del Maestro del sagro Palazzo in Roma, e dei Vescovi, o Inquisitori locali in altre città, e luoghi sotto pena della perdita del Libro, di scudi cento, e di carcere settennale, e a tali pene soggiacciano anche  Uffiziali di Dogana Cristiani che concorrano a far uscire o introdurre i predetti Libri, e parimente tutti coloro che vi concorrano con l’ajuto, o il consiglio.

VI. A tale oggetto ordiniamo al Maestro del sagro Palazzo, e parimente a’ Vescovi, o Inquisitori suddetti, che ponghino ogni loro cura, e diligenza nel far che nessun Libro, che riguarda gli Ebrei, in particolare in caso che sia scritto in lingua Ebraica, venga fatto uscire, o entrare senza loro espressa licenza, e a tale scopo essi ispezionino le Dogane e i Carri che scaricano i Libri presso le porte.

VII. È fatto divieto a ciascheduno Cristiano, e in particolare a’ Doganieri, Corrieri, Uffiziali di Posta, Carrettieri, e Trasportatori di qualunque specie per acqua, e per terra di consegnare alcun Libro agli Ebrei senza la previa licenza del Maestro del sagro Palazzo in Roma, e fuori di essa de’ Vescovi, o Inquisitori locali, a’ quali dunque subito dopo l’arrivo devono dar notizia ed elenco di ogni Libro sotto pena di scomunica Iatae sententiae riservata come sopradetto al Papa, e di altre pecuniarie, e corporali ad arbitrio, e alle

medesime soggiacciano in sé e per sé anche quelli, cui è stato mandato uno de’ Libri suddetti.

VIII. A tenore della mentovata Bolla di Clemente VIII. si vieta, e si proibisce a qualsisia Persona di qualunque grado, stato, e condizione riferita in detta Bolla, che qui si abbia per espressa, di concedere alcuno Indulto, licenza, o facoltà contraria alle Disposizioni della medesima Bolla, ed in caso che sia già stata conceduta, si dichiara nulla, e di niun valore, in forma tale, che  Ebrei soggiacciano alla pena, come se non l’avessero mai ottenuta, né impetrata.

IX. Che gli Ebrei non facciano, né compongano, né insegnino fattucchierie, incantesimi, auguri, sortilegi, Insalmazioni, o altri Atti, che importino superstizioni, per venire in cognizione delle cose occulte, o future, tanto ai Cristiani, che agli Ebrei stessi, sotto pena di scudi Cento, della Frusta, e della Galera in vita secondo le circostanze de’ delitti, in conformità di quanto viene ordinato nella Costituzione 70. della san. mem. di Gregorio XIII. che comincia = Antiqua Iudaeorum = , e le medesime pene s’incorrano ancora dai Cristiani, che imparassero dagli Ebrei i sopradetti Atti superstiziosi, o che ad essi ricorressero per rintracciare scioccamente le cose occulte, o future.

X. Si proibisce a qualsisia Argentiere Cristiano di formare per uso degli Ebrei alcuni Amuleti, o Brevetti, che sogliono gli Ebrei suddetti mettere addosso a’ loro Bambini, per preservarli dalle infestazioni delle Streghe, o da altri Maleficj, e specialmente quelli, che hanno la figura di Mandorla, o di Nocchia , e ne’ quali vi è impresso da una parte il nodo di Salomone, e dall’altra il Candelabro con sette lucerne, o altri simili vani Geroglifici, perché essendo questi superstiziosamente interpretati dagli Ebrei, non è convenevole, che gli Artefici Cristiani in alcuna maniera vi concorrano, e ciò sotto pena agl’Argentieri di scudi venticinque.

XI. Che gli Ebrei, anche secondo i Decreti degli 8. e 23. Ottobre 1625. non possano apporre, o far apporre ne’ loro Sepolcri lapide, o iscrizione veruna, e perciò s’intende in avvenire proibito ad ognuno di conceder licenza di apporre tali lapidi, o iscrizioni sotto pena della demolizione de’ Sepolcri, di scudi cento, di Carcere, e di altre maggiori ad arbitrio.

XII. Che gli Ebrei nel trasportare i Cadaveri non usino alcun Rito, ceremonia, o pompa funebre, e specialmente si astengano dal salmeggiare, e portare Torcie, e lumi accesi per la Strada sotto pena di scudi cento, della perdita della Cera, e sotto altre pene Corporali ad arbitrio, alle quali soggiaceranno i Fattori, ed i Parenti più prossimi del Defonto; ma solamente sia loro permesso di accendere lumi, e di usare i loro soliti Riti, e pompa funebre, tanto nella Sinagoga, quanto nel luogo della Sepoltura, purché in alcuno de’ predetti luoghi non sia presente alcun Cristiano di qualunque sesso, e condizione, sotto le pene predette da incorrersi tanto da’ Fattori, o altri Ebrei, che permetteranno l’accesso a’ Cristiani, quanto dai Cristiani, che interverranno a questa cerimonia, o Rito degli Ebrei.

XIII. Che a tenore di quanto viene prescritto così dal Gius Civile nella Leg. fin. Cod. de Judaeis, come dal Gius Canonico nel cap. Judaei 3., e Consuluit 7. de Judais, & Saracenis, e dalle Costituzioni della san. mem. di Paolo IV. = Cum nimis = 3., di S. Pio V. = Romanus Pontifex = 6., e di Clemente VIII. = Caeca, & obdurata = 9., oltre alle Sinagoghe, che colle dovute facoltà dagli Ebrei frequentemente si tengono, non se ne possa accrescere altra dentro i Ghetti, né quelle ornare, o ampliare in modo alcuno, e molto meno tenerne altre fuori de’ Ghetti medesimi, sotto pena di scudi cento, di Carcere, e di altre gravissime &c.

XIV. Che non possa alcun Ebreo, di qualsisia sesso, stato, e condizione andare, né accostarsi per lo spazio di trenta Canne [= 70 metri circa] alle Case de’ Catecumeni, né al Monastero della SSma Annunziata in Roma, né per sé, né per interposta persona sotto la pena di scudi trecento, della Galera, e di altre Corporali ad arbitrio.

XV. Che non possa alcun Ebreo sotto qualsivoglia pretesto ritenere nella propria Casa, Abitazione, o Bottega alcun Neofito, o Catecumeno, tanto maschio, che femmina, benché fosse in primo grado di consanguinità, o affinità congiunto, e molto meno possa mangiare, bere, dormire con veruno di essi, né dentro, né fuori de’ Ghetti, né in alcun altro luogo, né lavorare con alcuno di loro, né starvi per lavorante, né praticarvi, né conversarvi per qualsisia occasione sotto le pene di scudi cinquanta, e di tre tratti di corda in pubblico.

XVI. In caso che gli Ebrei non solo inducano, ma tentino ancora d’indurre con parola, o promesse, o in qualunque altro modo, tanto direttamente, che indirettamente da per sé, o per mezzo di altri i Neofiti, o Catecumeni, o qualsisia altra Persona a giudaizzare, incorrano subito nella pena della Carcere, della confiscazione de’ Beni, ed in altre imposte dalle costituzioni Apostoliche di Clemente IV. la 14., di Gregorio X. la 3., di Niccolò IV.

XVII. Se alcun Ebreo di qualunque sesso ardirà dissuadere, o impedire in qualsisia modo la conversione alla Santa Fede di qualche Ebreo, o Catecumeno, o di fargliela anche per brevissimo tempo differire, incorra subito nella pena della Galera, e nella confiscazione di tutti i beni, ed in altre arbitrarie secondo ciò che viene prescritto nelle dette Costituzioni di Clemente IV., Gregorio X. e Niccolò IV., che tutte principiano = Turbato corde = , con espressa dichiarazione, che debbano alle medesime pene soccombere quelli, che  presteranno in ciò ajuto, opera, consiglio, o favore. Le Donne poi Ebree invece della Galera, incorreranno nella pena della Frusta, dell’Esilio, ed in altre più gravi ad arbitrio, secondo le circostanze del delitto.

XVIII. Che più d’ogni altro siano tenuti all’osservanza delle sopradette cose i Fattori degli Ebrei, e specialmente ad in vigilare che non sia trafugato, occultato, o pervertito alcun Catecumeno Ebreo dell’uno, e dell’altro sesso, che abbia mostrato, mostri, o sia per mostrare volontà, o inclinazione di farsi Cristiano, come pure che non venga trafugato, o occultato alcun Ebreo, che dovesse trasportarsi alla Casa de’ Catecumeni a tenore de’ Decreti Pontificii, e particolarmente di quello della san. mem. di Benedetto XIII. de’ 16. Agosto 1724., nemmeno col pretesto, che non vi concorra il consenso de’ loro Genitori, e Parenti, e seguendo alcuni di detti casi, siano tenuti i Fattori a farlo riportare, o ricondurre, altrimenti siano multati colla gravatoria continua fino a che non resti effettuata la restituzione, o ritorno della Persona trafugata, o nascosta, o pervertita, ed inoltre soggiacciano alle pene pecuniarie, di carcere o di altre gravissime ad arbitrio.

XIX. Quando sia offerto alla Chiesa qualche Ebreo per esser Battezzato, non possano gli Ebrei in alcun modo molestare, o fare veruna ingiuria tanto all’Oblatore, che all’Oblato, particolarmente mentre staranno in Ghetto, sotto gravissime pene pecuniarie, o corporali ad arbitrio, e sia cura di Monsignor Vicegerente in Roma, e fuori di essa de’ Vescovi, o Inquisitori locali, subito che averanno notizia, o almeno qualche probabile congettura dell’offerta, procurare con tutta sollecitudine che l’Offerente, e l’Offerto non rimangano presso gli Ebrei.

XX. Che in esecuzione della Bolla di Paolo IV. che principia con = Cum nimis = , rinovata da S. Pio V. nella Costituzione = Romana Pontifex = data in Roma li 20. Maggio 1566., debbano gli Ebrei dell’uno, e dell’altro sesso portare il segno di color giallo, per cui vengano distinti dagl’altri, e debbano sempre portarlo in ogni tempo, e luogo, tanto dentro i Ghetti, quanto fuori di essi, e tanto in Roma, e ne’ luoghi abitati, quanto fuori, cioè, gli  Vomini debbano portarlo sopra il Cappello ben cucito sopra, e sotto la falda, senz’alcun velo, o fascia, se non in caso che fosse dell’istesso colore, e le Donne lo debbano portare in Capo scopertamente, senza mettervi sopra il Fazzoletto, o altra cosa con cui venga nascosto, sotto pena agli uni, ed alle altre di scudi cinquanta per ciascheduna volta, e di altre ad arbitrio, e a tale oggetto si ordina agli Ebrei sotto le stesse pene, che non portino altro Cappello che quello proprio col segno giallo, a riserva però de’ Cappelli da vendersi, quali debbano portare scopertamente in mano, e non in capo. Si permette però, che  Ebrei, tanto Vomini, che Donne, vadano senza il detto segno in caso che siano attualmente in viaggio, fuorché in caso che non più d’un giorno si trattengano in qualunque luogo, che se più del predetto tempo si trattenessero in qualsisia luogo, soggiacciano alle sopradette pene.

XXI. Su speciale comando del nostro Signore si sappia, che in futuro non avrà più alcun valore veruna licenza oltre quanto concesso, o disposto agl’Ebrei in conformità della prescrizione della predetta Bolla di Paolo IV., da qualsisia Tribunale, o Prelato o alto Uffiziale essa provenga, ancora che Presidente, e pure il Vescovo di Avignone, il Maestro del sagro palazzo Apostolico, il Cardinale Legato o Camerlengo di santa Chiesa, sotto pena di dichiarazione di nullità della mentovata licenza, in forma tale che  Ebrei soggiacciano alla pena, come se non l’avessero mai ottenuta. E in caso che qualsisia Uffiziale Subalterno ardisca pur anche a voce concedere siffatta licenza del non portare il segno, sia il medesimo punito ad arbitrio, e subito deposto dal suo uffizio, o incombenza, nel far che gli esecutori si guardino dal risparmiarlo sotto comminazione delle pene per i contraventori.

XXII. Gli Ebrei non possano distribuire, rimettere, donare, o vendere alcuna Carne di qualsivoglia specie, che essi hanno mattato, o fatto mattare sotto pena di scudi cento, o di carcere ad arbitrio, e viceversa i Cristiani non possano a lor volta, né accogliere, né comprare la medesima sotto pena di scudi venti, e di carcere, similmente ad arbitrio.

XXIII. In simil modo non possano gli Ebrei rimettere, donare, o vendere a’ Cristiani Pane Azzimo, detto volgarmente «Azzimelle », sotto pena di scudi cinquanta, e viceversa i Cristiani non possano accoglierlo sotto medesima pena.

XXIV. Essendo notorio, che gli Ebrei non contenti di comprare da’ Cristiani il Latte per la loro bisogna e uso ancor lo comprano in assai maggiori quantità che altrimenti usino, onde dipoi venderlo, e farne mercato, e far commercio co’ Cristiani, sia proibito sotto le istesse pene agli Ebrei comprar più Latte che non si voglia a coprir la loro bisogna, e il medesimo né elargire, né vendere a’ Cristiani, o in qualsisia altro modo cedergli ancor che esso sia tramutato in formaggio o in altre sorte di Latticini, e similmente a’ Cristiani [sia proibito] accogliere il medesimo sotto comminazione delle medesime pene.

XXV. Non sia in alcun modo permesso agli Ebrei, né da per sé, né per mezzo di altri, sotto qualsivoglia pretesto, o scusa comprare, o vendere Agnus Dei, o Reliquie de’ Santi, o farne commercio, né de’ medesimi insieme con ornamenti, né de’ medesimi senza di questi, né [far commercio] di Croci, Calici, Dipinti, Figure, o Immagini del nostro Signore Gesù Cristo, della Santa Vergine, o de’ Santi, né d’oggetti d’uso ecclesiastico, Breviari, Tovaglie d’Altare, Coperture d’Altare, od Ornamenti d’Altare, o di qualsisia altro oggetto che riguardi il sagro Culto, e neppur [far commercio] di Libri, ancor che i medesimi siano di contenuto profano, ne’ quali incorrano Figure sagre, pur se tutte le predette cose siano guaste, e lacerate, o ancor che si voglia usarne solo per bruciarle, e trarne il loro oro, o argento sotto pena di scudi duecento, e di galera, e i Cristiani che vendano qualsisia dei sopradetti oggetti agli Ebrei soggiacciono non oltre che alla pena di scudi duecento.

XXVI. Che gli Ebrei non possano, né da per sé, né per mezzo di altri, praticar Commerci, Affari, Banca, o Società in qualunque modo con Neofiti, o Catecumeni sotto pena di dichiarazione di nullità del Contratto, e di scudi cinquanta, di tre tratti di corda in pubblico, e di altre ad arbitrio.

XXVII. Che, a tenore della Disposizione 6. di S. Pio V., e del Decreto di Alessandro VII. de’ 10. Luglio 1659., essi non possano possedere Officine, Depositi di Tessuti, Fondachi, o Stallaggj fuori di Ghetto, e se non in caso di speciale scopo, o particolare necessità i Vescovi locali concedangli l’analoga licenza, ma per soli luoghi non molto discosti dal Ghetto, e però mai in luoghi pubblici, e a condizione che essi non vi pernottino, o ancora non tengano adunanza con Cristiani o pur con Ebrei, ma attendano se non al loro mestiere sotto pena di scudi cinquanta, e di altre Corporali ad arbitrio, e della perpetua perdita de’ detti Fondachi, Officine, Depositi, e Stallaggi.

XXVIII. Che gli Ebrei non possano invitare alcun Cristiano nelle loro Sinagoghe, e molto meno introdurlo nelle medesime, e viceversa che non sia mai permesso a’ Cristiani di entrare nelle medesime sotto pena di scudi cinquanta, tanto per  uni, che per gli altri.

XXIX. Che a tenore di quanto viene prescritto nella Leg. fin. Cod. de Judaeis ne’ cap. 16. e 18. (cod. tit.) e nel Decreto di Benedetto XIV. de’ 26 Agosto 1743.,  Ebrei non possano né in nome proprio, né di qualunque Cristiano o altra Persona possedere, o trasmettere Locazione, Affitto, o ancor che privata Società di Beni di qualsivoglia specie, e comunque avvenga, ancor che con la Reverenda Camera Apostolica, né possano essi prestare il loro Nome o Cittadinanza, o ancora avere una qualsisia insignificante parte in quelli, sotto la pena della perdita di quel istesso importo pel quale siano convenuti nel Contratto di Locazione, o di Affitto, alla quale [perdita] sono sottoposti pel fatto stesso della dichiarazione di nullità di Contratti analoghi, e sotto altre [pene] ad arbitrio; onde a’ Cristiani è stato di già comandato di trattenersi dall’avere simili negozi colli Ebrei sotto le medesime pene sopradette.

XXX. Che secondo quanto fu prescritto nel cap. Ad haec 8., e nel cap. Et si Judaeos 13. de Judaeis, e nella Disposizione seconda della san. mem. di Innocenzo IV., e nella terza della san. mem. Di Paolo IV.,  Ebrei non possano prevalersi di veruna Levatrice, o Nutrice Cristiana sotto pena di scudi cento, e di carcere ad arbitrio, e che parimente le Donne Cristiane non possano servir di Levatrice, o di Nutrice agli Ebrei sotto pena di scudi cinquanta la prima volta, mentre la seconda volta si aggiunga la frusta, alle quali pene soggiacciano anche i Mariti, tanto Cristiani che Ebrei, per le loro Mogli.

XXXI. Che a tenore di quanto fu prescritto nella Leg. Unica Cod. Ne Christianum Mancipium Haereticus, vel Judaeus, vel Paganus habeat, e ne’ cap. 2., 5., 8., e 13. de Judaeis, e parimente anche nella mentovata Disposizione seconda di Innocenzo IV., nella terza di Paolo IV. (par. 4), ne’ Decreti della sagra Congregazione de’ 14. Febbraio 1606., e de’ 15. Marzo, e 17. Maggio 1612., 12. Ottobre 1627, e 20. Ottobre 1652., gli Ebrei non possano ritenere alcun Cristiano per servitore o donna di Casa, e che essi se non per brevissimo tempo possano servirsi dell’uno, o dell’altra per la pulizia del Ghetto, per appiccare il fuoco, lavare gli abiti, o prestare qualunque opera servile sotto pena di scudi venticinque, ed altre corporali ad arbitrio, e perciò s’ingiunge a’ Padri di Famiglia, Tutori, o Curatori Cristiani di proibire a’ Figliuoli, ed a’ Fanciulli posti sotto la loro direzione di prestare agli Ebrei tali servigii, altrimenti si procederà contro di loro alle pene arbitrarie.

XXXII. Che secondo le proibizioni contenute nella Bolla della san. mem. di Paolo IV. la 3., e nella 6. di S. Pio V., e nella 19. della san. mem. di Clemente VIII., che incomincia = Caeca, & obdurata = gli Ebrei non giuochino, né mangino, né bevano, né abbiano altra familiarità, o conversazione con i Cristiani, né questi con essi tanto ne’ Palazzi, Case, o Vigne, che nelle Strade, Ostarie, Bettole, Botteghe, o altrove, e  Osti, Bettolieri, e Bottegaj non permettano la conversazione tra’ Cristiani, ed Ebrei, sotto pena agli  Ebrei di scudi dieci, e del Carcere ad arbitrio, ed a’ Cristiani di scudi dieci, e di altre corporali ad arbitrio.

XXXIII. Non ardiscano  Ebrei di lavorare in Ghetto, a tenore ancora della Costituzione 3. di Paolo IV. al par. 5. ne’ giorni festivi di precetto commandati dalla Chiesa, se non a porte chiuse, ed in niuna maniera fuori di Ghetto, nemmeno nelle Case de’ Cristiani di qualsisia stato, grado, condizione sotto pena di scudi cinquanta, e di tre tratti di corda ad arbitrio, e alla medesima pena di scudi cinquanta siano sottoposti i Cristiani, che permetteranno in tali giorni agli Ebrei il lavorare nelle loro case, incaricando li Confessori di seriamente ammonire, e riprendere i Penitenti, che ardissero permetterlo, per lo grave scandalo, che da ciò ne deriva.

XXXIV. Gli Ebrei di qualsivoglia sesso, ed età non possano andare in Carrozza, né in Calesse per Roma, né fuori sotto pena di scudi cento, e di Carcere, e di altre corporali ad arbitrio, ma solamente in caso di viaggio sia loro permesso di andare a cavallo, o in Calesse, e non altrimenti.

XXXV. Non possa alcun Ebreo, o Cristiano servire di Cocchiere, o di Vetturino agli Ebrei, fuorché in caso come sopra di viaggio, sotto pena di scudi cinquanta, e di tre tratti di corda, e sotto le medesime pene non possa alcun Cristiano prestare, dare a vettura, o fare accomodare Carrozze, o Cocchi agli Ebrei dell’uno, e dell’altro sesso, e molto meno condurli seco in Carrozza, o Cocchi.

XXXVI. Non possa alcun Ebreo pernottare fuori del Ghetto, e perciò debba ciascuno ritirarsi in Ghetto verso l’un’ora di notte, e la mattina non possa uscire prima del giorno sotto pena di scudi cinquanta, e di tre tratti di corda in pubblico agli Vomini, e della frusta alle Donne, e perciò sia incombenza de’ Portinari il non fargli entrare, o uscir dal Ghetto, se non nelle ore stabilite, e di non introdurvi Cristiani nel tempo, che  Ebrei sono rachiusi. Ed inoltre comandiamo all’Università degli Ebrei, che paghino ai Portinari l’intera provisione senza veruna diminuzione, non volendo che eglino siano tenuti a contribuirne parte veruna a chi che sia per qualsivoglia titolo, ragione, o causa; si guardino però li Portinari di prendere alcuna mancia, o ricognizione dall’Università, o dagli Ebrei in particolare, a riserva delle mancie solite darsi ne’ tempi proprj sotto pena di scudi 50., di carcere ad arbitrio, e della privazione dell’Uffizio.

XXXVII. Gli Ebrei dell’uno, e dell’altro sesso non possano abitare fuori del Ghetto, e star nelle Ville, Terre, Castelli, Tenute, Procoj [= recinti per il bestiame nella campagna romana], o altrove per qualunque pretesto, ancora per quello della necessità di mutar aria, e quando gli occorrerà andar fuori, e starvi ancora per un sol giorno, procurino, secondo il Decreto della Sagra Congregazione de’ 19. Maggio 1751., in conferma di altro simile di Alessandro VII. de’ 6. Settembre 1661., ottenerne l’opportuna licenza in iscritto, in cui oltre le altre cose si dovranno esprimere il nome, cognome, ed origine dell’Ebreo, la cagione legittima per cui è stata conceduta, il tempo che dovrà durare colle clausole, che debbano gli Ebrei portare il segno al Cappello, come si è detto di sopra al Cap. 20, che non coabitino co’ Cristiani, né conversino familiarmente co’ medesimi, e che ritornati restituiscano al Tribunale, onde l’averanno conseguita, la licenza ottenuta sotto le pene di scudi trecento, di carcere, ed altre arbitrarie in caso di ciascheduna contravenzione.

XXXVIII. In caso che gli Ebrei vogliano andare alle Fiere, siano parimente obbligati ottenere la licenza in scriptis o dal Vescovo, o dall’Inquisitore, o Vicario locale senza emolumento veruno, e tre giorni dopo terminate le medesime a tenore del Decreto de’ 21. Giugno 1747., debbano immediatamente partire, senza che o dal Vescovo, o Inquisitore, o Vicario locale predetti possa concedersi loro ulterior dilazione. Questa licenza però non dovrà suffragargli, se subito giunti  Ebrei al luogo destinato non la presenteranno al Vescovo, Inquisitore, o loro Vicari, o se questi per gravi, e giuste cause crederanno di non doverla attendere, o di doverla restringere, e limitare nel tempo, come da altro Decreto de’ 17. Febbraio 1751. Ritornati poi che saranno si dovrà da loro restituirsi subito la licenza al Tribunale, onde l’avranno ottenuta, il tutto sotto le pene della perdita de’ loro beni, di carcere, e di altre ad arbitrio.

XXXIX. Non sia permesso agli Ebrei entrare ne’ Parlatorj di Monasteri di Monache, né de’ Conservatori [= istituti religiosi di istruzione per le giovinette], né parlare con alcuna Persona in tali luoghi esistente, e nemmeno entrare nelle Chiese, Oratorj sagri, e Spedali sotto la pena di scudi cinquanta, di tre tratti di corda in pubblico per gli Vomini, e della Frusta alle Donne.

XL. Si avvertono i Superiori delle Case, e Monasterj de’ Regolari, e de’ Collegi, e de’ Luoghi Pii de’ Secolari, che in caso abbiano qualche volta bisogno di prevalersi degli Ebrei per uso delle stracciarìe, non permettano a questi l’ingresso nelle Chiese, e negli Oratorj, e non gli lascino conversare con Giovani, ma solamente con Persone avanzate in età, e che possono dar loro buon esempio, ed insegnamento a rivedersi, altrimenti sappiano, che ne renderanno stretto conto al Signore, ed alla Sagra Congregazione del S. Offizio.

XLI. Gli Ebrei, quantunque Rabbini, non possano vestire abitato [recte abito] consimile a quello degli Ecclesiastici, e particolarmente non usino Collare tondo, o alla Francese, solito usarsi dagli Ecclesiastici di quella Nazione, ma vestano in abito affatto Secolaresco, con il Collare grande, e scoperto, sotto pena a’ trasgressori di scudi dieci la prima volta, di venti la seconda, e poi in caso di ulterior contumacia, di carcere, ed altre ad arbitrio.

XLII. Nelle sopra riferite ordinazioni, e pene siano compresi anche gli Ebrei Forastieri sia dell’uno, che dell’altro sesso per il tempo che dimoreranno in Roma, ed in tutto lo Stato Ecclesiastico, ed essi parimente debbano per detto tempo abitare entro il Ghetto sotto le pene di scudi cento, di Carcere, ed altre Corporali anche gravi ad arbitrio.

XLIII. Essendo la Predica il mezzo più possente, e più efficace per ottenere la conversione degli Ebrei, come si raccoglie dalla Costituzione prima della san. mem. di Niccolò III., che incomincia =  Vineam Soreth = , e dalla Costituzione 92. di Gregorio XIII., che incomincia = Sancta Mater Ecclesia = , ordiniamo a’ Rabbini che ponghino ogni loro cura, e diligenza nel fare intervenire alla Predica, che si fa nel Sabbato, o in altro giorno della settimana quel numero di Vomini, e Donne, che secondo la diversità de’ Ghetti sarà stato o verrà prefisso a tenore della citata Costituzione 92. della san. mern. di Gregorio XIII., del Decreto della Santità Sua de’ 26. Agosto 1745., e della Lettera circolare de’ 29. Aprile 1749., e trascurando i medesimi di fare la descrizione delle Persone nel numero come sopra stabilito, o da stabilirsi, incorrano nella pena di scudi cinquanta per ciascheduna volta, siccome mancando di intervenire alla Predica alcuna delle Persone descritte, incorra nella pena di due giulj per ciascheduna volta.

XLIV. Ha per ultimo la Santità Sua dichiarato, e comandato, che per l’effettiva esecuzione di tutte le soprariferite Ordinazioni si procederà contro i Trasgressori anche ex Officio, & per Inquisitionem. E che affisso il presente Editto ne’ luoghi soliti, e confluenti, e di più nelle Scuole de’ Ghetti a maggior loro notizia (ove debbasi sempre affisso ritenere sotto la pena di scudi cento da pagarsi dalle Università in caso di ciaschecluna contravenzione, e sotto altre pene ad arbitrio) obblighi tutti, e ciascheduno, come se fosse stato ad ognuno personalmente intimato, e notificato.

Dato dal Palazzo della S. Rom. ed Univers. Inquisizione questo dì 5. Aprile 1775.
GIOVANNI BUTTARELLI DELLA S. ROMANA, & UNIVERSALE INQUISIZIONE NOTARO
Die 20. Aprilis 1775. supradictum Edictum affixum, & publicatum fuit ad Valvas Curiae Innocentiae, & in Acie Campi Florae, ac in aliis Locis solitis, & consuetis Urbis per me Petrum De Ligne SSmae Inquisitionis Cursorem [Addì 20 Aprile 1775. il soprariferito Editto fu da me affisso, e pubblicato alle porte della Curia Innocenziana, e in Campo de’ Fiori, e negli altri luoghi soliti e consueti della Città, da me Pietro de Ligne Messo della SSma Inquisizione.]
(Storia degli ebrei di Roma, pp. 264-275)

Oltre che chiaramente criminale, direi che si potrebbe tranquillamente chiamarlo anche un tantino paranoico.

barbara