QUANDO LE FABBRICHE DI SANTI DIMENTICANO I MARTIRI VERI

Vi hanno fatto vedere per giorni “Josefa che non aveva lo smalto”. Vi hanno detto di prostrarvi, fino al ridicolo, di fronte a una ragazzina, Greta. Hanno elevato Carola a simbolo della vostra Europa. Oggi, sui nostri media, non una parola, non una, su questa donna, Suzan, insegnante, cristiana, armena, rimasta nel villaggio siriano soltanto per le sue allieve, rapita, stuprata in gruppo per nove ore, torturata, infine lapidata. Non credete mai a questo falso umanitarismo dove non c’è compassione né verità, ma è soltanto una corda con cui l’Occidente si impicca. Ci ha impedito di vedere e parlare e aiutare le vere vittime con cui dovevamo solidarizzare, i nostri morti, innocenti uccisi dai malvagi, non icone della società dello spettacolo ma martiri.
Giulio Meotti

I santi cristiani non tirano, di questi tempi, neanche se martiri, neanche se torturati peggio di san Lorenzo sulla graticola. Non solo non tirano, ma neanche interessano, molto più attraenti i santi laici, le grete, le carole, le daisy, o altri ancora più laici. E i martiri veri si fottano pure.

barbara

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GLI EROI CHE NON CONOSCEVI

Il segreto della famiglia Aznavour: «Ebrei salvati nella Parigi nazista»

Il cantante: i miei, scampati al genocidio armeno, aiutavano i fuggiaschi. «Non ne abbiamo mai parlato perché ci sembrava naturale, una sorta di nostro dovere».

di Aldo Baquis

TEL AVIV – In  una Parigi che negli anni Quaranta pullulava di nazisti, una coppia di armeni sopravvissuti al genocidio del loro popolo diede rifugio a persone di nazionalità diverse (ebrei, armeni, russi, comunisti attivi nella Resistenza) mettendo in costante pericolo la propria esistenza. La loro abnegazione e il loro coraggio sono rimasti per decenni avvolti nel silenzio familiare, «per una forma di pudore». Solo adesso, a 92 anni compiuti, il figlio Charles Aznavour, con la sorella maggiore Aida, ha accettato di parlarne con un ricercatore israeliano, Yair Auron, che ha pubblicato un libro commovente: ‘Salvatori combattenti’. Uscito in ebraico e in francese, presto sarà tradotto anche in armeno.
Nel rione Marais, scrive Auron, ebrei e armeni vivevano in buon vicinato. Al mercato, i banconi degli uni si mischiavano a quelli degli altri. I genitori di Aznavour, Micha e Knar, erano rimasti soli al mondo dopo le stragi perpetrate dai turchi. Dotati di spirito artistico, avevano mantenuto un approccio positivo alla vita. Fra i loro amici, un’altra coppia di emigrati armeni: la poetessa Melinee Manouchian e il suo compagno Missak, futuro leader di un gruppo di resistenza ai nazisti, l’Affiche Rouge. Gli Aznavourian avevano un appartamento di 90 metri quadri al 22 della Rue Navarin: tre stanze, ingresso, un cucinino e i servizi. Per 1500 giorni consecutivi furono là ospitati fuggiaschi che a volte i padroni di casa nemmeno conoscevano. Arrivavano. Bruciavano ogni cosa potesse tradirli. Si munivano di documenti falsi. Poi ripartivano. In un’occasione gli Aznavourian nascosero undici persone contemporaneamente. Quanti riuscirono a salvarsi? Charles e Aida, a distanza di decenni, non ne hanno idea. «La prima donna a bussare alla nostra porta – ricorda Aznavour nella prefazione – era in apparenza armena e cercava rifugio per il marito, ebreo». Questi dormiva nello stesso letto di Charles, allora 16enne. «Dopo di lui abbiamo avuti altri due-tre ebrei, poi tanti altri».
Il libro si legge come un thriller. Gli Aznavuorian avevano una vicina di casa di origine tedesca, ammiratrice di Hitler. Poteva bussare senza preavviso, per fare quattro chiacchiere amichevoli. I fuggiaschi dovevano trovare un nascondiglio immediato e «smettere di respirare». La polizia francese e anche la Gestapo visitavano talvolta la casa. «Ci sono estranei nell’edificio?», chiedevano. La coppia di portinai mantenne sempre il segreto, a protezione degli Aznavourian. Nel frattempo Missak Manouchian – oggi eroe nazionale in Armenia – guidava un gruppo armato clandestino composto da immigrati armeni, ebrei e anche italiani. Per loro Knar trafugava armi in un passeggino.
«I miei – dice Aznavour – hanno fatto quello che sembrava loro un dovere, senza pensare che mettevano in pericolo le nostre vite. Quello che abbiamo fatto durante l’occupazione ci sembrava la cosa più naturale, al punto che col tempo abbiamo cominciato a dimenticarcelo: finché un anno fa Auron è venuto a farcene parlare». A gennaio Aznavour sarà in Israele per piantare un ulivo in ricordo dei genitori a Nevé Shalom: il vilaggio di Auron, dove coabitano arabi ed ebrei e dove si tiene viva la memoria di giusti di varie nazionalità fra cui turchi, armeni, circassi, palestinesi, israeliani.

(Nazione-Carlino-Giorno, 25 ottobre 2016)

E a 92 anni lui canta così (peccato solo per l’orchestra così fracassona).

barbara