SULLE ARMI CHIMICHE E SUL BOMBARDAMENTO AMERICANO

E su alcune altre cose

Ve ne siete accorti? È tornato di moda il complottismo selvaggio, con nuovi personaggi e interpreti: fino a ieri figurati se ci credo che le torri siano crollate per l’impatto con gli aerei, figurati se ci credo che l’attentato sia stato fatto dai musulmani, figurati se ci credo che i vaccini servano a prevenire malattie e non ad arricchire Big Pharma, figurati se ci credo alle balle della medicina ufficiale; oggi abbiamo i nuovi furbi superilluminati “che non se la bevono” e il nuovo protagonista: il bombardamento chimico di Assad: e dove sono le prove che ci sia stato, e dove sono le prove che sia stato lui (vabbè, c’è anche chi chiede le prove delle camere a gas, se è per quello: stare dalla parte dei carnefici è da sempre molto più figo), e figurati se non l’abbiamo capito che era tutta una scusa per… Ecco, propongo di leggere questo articolo di Daniele Raineri. È piuttosto lungo, ma vale la pena di leggerlo tutto, perché mi sembra che chiarisca bene tutti quei punti che i complottisti di turno stanno facendo di tutto per oscurare.

DOV’E’ LA GUERRA IMPERIALISTA?

Daniele Raineri, Il Foglio

A questo punto l’imbarazzo per alcuni commentatori dev’essere terribile. Per tutta la settimana intercorsa tra la strage di civili siriani con armi chimiche di sabato 7 aprile a Duma e l’azione militare di sabato 14 mattina hanno spiegato che era in arrivo una nuova guerra di aggressione americana. Che i civili uccisi erano una messinscena, un pretesto per imporre un altro capitolo di interventismo imperialista in medio oriente. Che i morti soffocati erano “fake news per creare il casus belli”. Che era tutta una riedizione dell’Iraq 2003, quando l’invasione americana fu preceduta dalla falsa notizia delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein (che poi non era proprio del tutto pulito, chiedere alle famiglie dei non meno di tremiladuecento curdi sterminati con il gas dall’esercito iracheno nel marzo 1988 a Halabja durante la campagna genocida Anfal). Che era una replica dell’intervento Nato in Libia del 2011. Che era una manovra dei sauditi o degli israeliani oppure di entrambi per buttare giù il presidente siriano Bashar el Assad – tesi suggestiva che attira clic e lettori e condivisioni sui social media e tuttavia è offerta ai lettori creduloni senza l’ombra di una prova. C’è addirittura chi ha avvertito che la Nato sarebbe stata trascinata nella guerra, e con essa anche l’Italia. L’unico precedente che contava qualcosa è stato ignorato: si tratta del raid missilistico americano contro l’aeroporto militare di al Shayrat nell’aprile 2017 dopo un bombardamento con il gas nervino che aveva ucciso cento civili vicino Idlib, un raid così limitato che non ottenne alcun effetto di deterrenza.
La ritorsione militare contro la Siria è arrivata alle quattro del mattino locali e ha raso al suolo tre obiettivi che fanno parte del programma siriano per la produzione e lo stoccaggio delle armi chimiche. A differenza della guerra in Iraq durata otto anni e dell’intervento Nato in Libia durato otto mesi è durata meno di un’ora. Gli edifici erano deserti perché erano stati evacuati. Il governo francese ha detto di avere avvertito in anticipo i russi ed è possibile che i russi abbiano condiviso l’avvertimento con i loro alleati siriani e iraniani. Il numero delle vittime varia tra zero e uno. Il Pentagono nel primo briefing in contemporanea con la fine dell’attacco ha spiegato che si era trattato di un colpo singolo, “one shot”, e che non si sarebbe ripetuto. Dodici ore dopo la fine dei bombardamenti, nel pomeriggio italiano, ci sono state manifestazioni sparse contro “la guerra imperialista”– forse il primo caso nella storia di proteste per fermare una guerra che cominciano quando la guerra è già finita.
La logica fallata di chi diceva che la strage era una messinscena organizzata per provocare una guerra è stata messa a nudo. Nessuno vuole un regime change a Damasco in questo momento e questo vale specialmente per i tre governi che hanno partecipato all’azione militare, America, Francia e Gran Bretagna. L’Amministrazione Trump insegue una politica molto nazionalista e molto poco universale, il suo motto è America First, e non ha interesse a gestire un’ipotetica deposizione di Assad a Damasco. Il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro inglese Theresa May non hanno semplicemente le forze – oltre che la volontà politica – per vagheggiare un regime change da soli in medio oriente nel 2018.
C’è una vecchia boutade che dice che i generali sono sempre perfettamente preparati a vincere l’ultima guerra, per dire che ogni conflitto è diverso e dev’essere studiato come un fatto nuovo. Forse vale anche per gli altri, per chi è rimasto fermo al marzo 2003 e si ostina ad applicare lo stesso schema e gli stessi slogan alla Siria del 2018. La guerra non c’è stata, nessuno era a caccia di un pretesto, nessuno ha le forze per deporre Assad adesso: perché allora qualcuno avrebbe dovuto inscenare un bombardamento con armi chimiche? I commentatori faranno finta di nulla.
Il governo russo ha preso due posizioni a proposito dell’inchiesta internazionale sulla strage di Duma: prima e dopo il raid punitivo. Fino a due giorni prima del raid la linea ufficiale del governo russo era che il 7 aprile non c’è stata alcuna strage di civili con armi chimiche a Duma. I russi sono stati i primi ad arrivare e a occupare il sito del bombardamento dopo la resa dei ribelli e l’evacuazione dei civili e a dispetto della mole di testimonianze dirette, delle centinaia di casi di soffocamento accertati dai medici, dei cadaveri, delle immagini e dei video hanno detto che non c’era alcun segno di un bombardamento chimico. Tre giorni dopo, quando Trump ha annunciato l’intervento militare, il governo siriano ha invitato a Duma gli ispettori dell’Opcw (l’Organizzazione internazionale per la proibizione della armi chimiche) e il governo russo ha detto che gli americani avrebbero dovuto aspettare i risultati dell’inchiesta prima di lanciare un attacco punitivo. Venerdì il governo russo ha rettificato la versione, ha detto che la strage è stata una messinscena organizzata e diretta dal governo inglese e ha anche detto di avere “prove certe” che però non ha mostrato. A partire da sabato mattina però, una volta che il raid si è consumato senza troppi danni, la posizione russa è mutata. Il lavoro degli ispettori Opcw doveva funzionare come ritardante per guadagnare tempo e come elemento da citare con i media – “Gli americani non aspettano i risultati delle analisi!” – mentre adesso potrebbe essere controproducente.
Poche ore dopo i missili occidentali Mosca ha detto che il rapporto dell’Opcw sul caso Skripal – è uscito giovedì e conferma l’uso di un agente nervino inventato dall’Unione sovietica nel tentato omicidio di un disertore dell’intelligence russa vicino Londra – è falso e che l’Opcw non è un’organizzazione credibile. Nel frattempo gli ispettori dell’Opcw invitati martedì erano atterrati a Damasco. Ieri la Russia e il governo siriano li hanno bloccati e non hanno consentito loro l’accesso a Duma perché – hanno detto – “manca il permesso delle Nazioni Unite e la situazione è poco sicura”, pur sapendo che nelle indagini di questo tipo il fattore tempo è importante. L’ultima volta che una missione Opcw aveva indagato su una strage con armi chimiche in Siria aveva stabilito la colpevolezza del regime siriano, è successo a ottobre 2017. Un paio di settimane dopo la Russia mise il veto al Consiglio di sicurezza sul prolungamento della missione e di fatto la sciolse.
In Italia si è parlato del fatto che la crisi siriana avrebbe potuto imprimere un’accelerazione alla formazione del governo e che la base aerea di Sigonella avrebbe avuto un ruolo centrale nelle operazioni di guerra – e che questa partecipazione rischiava di diventare un caso politico lacerante. In realtà ci siamo attribuiti più importanza di quella che effettivamente abbiamo. I bombardieri B-1 americani che hanno partecipato al raid di sabato mattina sono partiti dalla base di al Udeid, in Qatar – come del resto fanno tutti gli aerei americani che bombardano le posizioni dello Stato islamico in Siria dal settembre 2014. I Rafale francesi sono partiti dal territorio francese e sono stati riforniti in volo. I Tornado e i Typhoon inglesi sono decollati dalla base di Akrotiri, a Cipro. Per quanto riguarda i missili, sono stati lanciati da unità in navigazione nel Golfo, nel mar Rosso e nel settore est del Mediterraneo.
Gli israeliani non commentano mai – o quasi mai – i loro raid aerei in Siria ma è probabile che siano affascinati dalla reazione così selettiva dell’opinione pubblica internazionale. Due dei tre centri colpiti dalla ritorsione occidentale. Barzeh e Jamrayah, erano già stati bombardati – ma non distrutti – dai loro jet negli ultimi otto mesi, a settembre e poi ancora a dicembre e febbraio, e in pratica non ne ha parlato nessuno. E’ dal gennaio 2013 che gli israeliani bombardano in Siria, un raid circa ogni venti giorni, con lo stesso obiettivo dei governi occidentali: prevenire l’accumulo e il trasferimento di armi sofisticate o di distruzione di massa, ma tutte le loro operazioni combinate suscitano una frazione infinitesima dell’attenzione sollevata da un singolo tweet di Donald Trump. Di sicuro hanno notato da tempo che i due centri per la produzione e lo stoccaggio delle armi chimiche colpiti a ovest di Homs – come dice l’analista Michael Horowitz – sono a pochi chilometri dal confine libanese e a poca distanza dalla strada che taglia attraverso le montagne e porta in Libano, dove c’è il cuore territoriale del gruppo armato Hezbollah alleato degli iraniani e del governo siriano. Che quella posizione sia stata scelta per rendere più facile un trasferimento d’emergenza delle armi chimiche dalla Siria al Libano?
Il giorno dopo la strage di Duma gli israeliani hanno bombardato la base T-4, nel deserto siriano vicino Palmira e hanno ucciso una squadra delle Guardie della rivoluzione iraniane che si occupa di missioni con i droni, incluso il colonnello che li comandava – e come al solito questa è un’informazione che Israele non riconosce ufficialmente, tanto che il raid è stato scambiato per una reazione americana. Thomas Friedman ha scritto sul New York Times ieri che il drone iraniano che a febbraio è stato abbattuto mentre varcava il confine israeliano non era soltanto da ricognizione, ma era armato. Da mesi guardiamo molto la punta del dito, come l’intervento “one-off” di sabato mattina, e non vediamo la luna, israeliani e iraniani che cominciano a combattere e a uccidersi direttamente senza più agire tramite alleati e partner locali.
Il governo russo ha detto sabato che il sistema di difesa aerea siriano ha abbattuto 71 dei 105 missili occidentali. Ieri ha corretto la stima e ha detto che soltanto i bersagli non coperti dalla difesa aerea sono stati colpiti, per il resto le intercettazioni hanno funzionato al cento per cento. In pratica i russi dicono che se vogliono possono bloccare tutti i missili lanciati dagli americani, ed è terribilmente poco credibile. Il Pentagono dice invece che i siriani hanno sparato 40 contro-missili quando ormai però era troppo tardi, in pratica hanno cominciato a reagire mentre l’ultima bordata di missili stava colpendo i bersagli. E’ una ovvia guerra di versioni contrastanti, ma i russi fin dal settembre 2015 giocano sul fatto che la loro presenza in Siria funziona come un ombrello protettivo contro qualsiasi attacco esterno ed è chiaro che non è così. Non solo, ma se contavano sul fatto che l’operazione in Siria fosse una buona occasione per esibire la loro tecnologia bellica di fronte a possibili acquirenti adesso devono rifare i conti, perché gli aggressori hanno centrato gli obiettivi lanciano di missili da tre mari diversi e non c’è stata alcuna capacità solida di deterrenza – a dispetto del fatto che mercoledì l’ambasciatore russo in Libano avesse minacciato: “Abbatteremo tutti i missili e colpiremo i siti di lancio”, quindi le navi americane. Simpatizzanti del presidente Assad fanno circolare presunte fotografie dei resti di missili americani intercettati e abbattuti, ma gli esperti hanno già smontato questo tentativo: sono fotografie di resti di missili russi SS 21 Tochka.
Siamo stati testimoni di un evento molto raro: un’azione militare lampo di tre governi occidentali giustificata da un motivo pratico puramente umanitario, la necessità di evitare la “normalizzazione della guerra chimica”. Naturalmente si possono individuare altri motivi di fondo, la voglia di Donald Trump di deflettere l’attenzione dai suoi guai giudiziari, l’obbligo di conservare la credibilità davanti al resto del mondo, il tentativo riuscito di lanciare un messaggio anche per quanto riguarda altre aree – dai Paesi baltici che si sentono minacciati dalla vicinanza con la Russia fino alla Corea del nord – l’avvertimento all’Iran che sta usando la Siria come una base militare. Ma il significato politico rimane, l’occidente non è totalmente inerte e le stragi di civili possono ancora avere conseguenze.

Aggiungo due parole a proposito dell’equivoco che tuttora perdura a proposito delle armi chimiche dell’Iraq e del mantra delle “armi chimiche inventate” dato che “gli ispettori non le hanno trovate” e che quindi sarebbero state “un pretesto” per permettere all’America di intromettersi nell’area. Si tratta di un totale capovolgimento della realtà: gli ispettori NON dovevano trovare le armi chimiche (quelle che erano notoriamente in suo possesso, quelle con cui aveva sterminato cinquemila curdi a Halabja il 16 marzo 1988); NON era questo il loro mandato. Era Saddam che doveva dimostrare di averle distrutte. Che cosa è successo invece? Che per molti anni agli ispettori sono stati vietati molti siti, ossia tutti quelli “sensibili”, poi sono stati cacciati e tenuti fuori per dieci anni, poi alla vigilia dell’intervento americano del 2003 fatti rientrare ma con un elenco dei siti che non avevano il permesso di controllare, con severe limitazioni alle verifiche consentite nei siti permessi, divieto – fatto rigorosamente rispettare mediante la presenza costante di personale governativo – di interrogare chicchessia. Nel frattempo tredici scienziati che avevano lavorato alla produzione di armi chimiche sono stati assassinati un settimana prima che arrivassero gli ispettori, poi ci sono state quelle ventimila tonnellate di gas fatte passare in Giordania, più altri movimenti sospetti di notevoli trasporti. Naturalmente Saddam NON ha dimostrato – non poteva dimostrare – di avere distrutto le armi chimiche, dato che NON le aveva distrutte. E, ripeto, era questo il mandato degli ispettori: farsi fornire da Saddam le prove di averle distrutte, NON trovare le armi.

barbara

Annunci

A DAMASCO C’È UN HITLER DA DESTITUIRE

Il Giornale, 05 aprile 2017

Ha una data di nascita il seme della sofferenza disumana dei bambini che ieri sono morti strangolati dal gas Sarin, alla mercé del gas nervino che procura un’agonia fra indicibili sofferenze. Ha una data quella sicumera hitleriana per cui Assad ha deciso di bombardare Khan Sheikun, nella provincia di Idlib nelle ore del mattino di ieri, e poi di inseguire i feriti con altre bombe negli ospedali dove i medici cercavano, in molti casi invano, di affrontare il gas, invincibile nemico dell’organismo umano. Ma per Assad che ha fatto il 70 per cento dei morti nel conflitto siriano, questa è routine. E lo sta diventando per tutti; che immensa vergogna.
Fu quando nel settembre 2013 Obama annunciò con la sua consueta assertività di toni e di principi che l’accordo stretto con Assad di Siria avrebbe consentito di «rimuovere la minaccia senza usare le armi», che il rais siriano si accomodò sulla sua poltrona a Damasco sicuro che avrebbe potuto fare quel che voleva col sostegno di Putin il grande; degli iraniani, icona della mano tesa degli Usa all’islam; degli Hezbollah milizia la cui ferocia si diparte dal Libano per colpire tutto il mondo.
Obama con quel discorso rinnegò la promessa da lui fatta di intervenire militarmente se il rais siriano avesse di nuovo superato «la linea rossa» ovvero l’uso delle armi chimiche con cui aveva ucciso mille persone a Damasco. Kerry aveva spiegato come si sapesse benissimo che l’uso del gas sarin e di altre porcherie chimiche usate dall’esercito di Assad avesse ucciso quei civili atrocemente perché erano contro il regime.
Fu allora, nel 2013, che la vicenda siriana acquistò sempre più dimensioni bibliche, che furono incrementate le stragi, che l’abbandono di Obama ha spinto Putin a una decisa politica mediorientale, ha gonfiato l’ondata di profughi terrorizzati che ha travolto l’Europa, ha reso l’Iran una potenza militare in cinque Paesi con un’estensione terroristica negli Hezbollah. Assad si approfittò bene della tregua, prese tutto il tempo a disposizione e ancora di più per consegnare parte delle armi chimiche, si calcola tuttavia che da quell’agosto del 2013 con quello che era riuscito a conservare abbia compiuto un’altra quarantina di attacchi con i suoi Sukoi 22.
Da quando la tregua è in atto, ieri è stata una giornata un po’ più pesante del solito: i morti sono un centinaio, mentre in genere Assad ha conservato una sua media di 35 morti al giorno, sempre alla ricerca di bersagli come quello di ieri in seno alle quali individua organizzazioni nemiche come Hayat Tahrir al Sham, che ha sede a Idlib, ma sempre allargando l’obiettivo ai civili e anche ai bambini. L’attacco di ieri è un segnale molto pesante di quanto Assad, da quando Obama decise di non fermarlo, si senta sicuro.
Non teme di riempire il mondo di disgusto e di rabbia. Se ne infischia. Anche Trump, avendo condannato l’attacco, non ha tuttavia annunciato nessun cambiamento di rotta politica. L’ipotesi più probabile è che specialmente dopo l’attacco terrorista di lunedì alla Russia di Putin, forse una reazione islamista al suo impegno militare contro l’Isis in Siria, Assad abbia agito, se non con il permesso, almeno certamente senza ricevere nessun divieto dai suoi alleati russi. E non ha nemmeno temuto di avvicinarsi al confine della Siria con la Turchia: tanto gli è favorevole la geopolitica del momento.
Ma questo è orribile, come si fa a non conservarne la coscienza e a desiderare una reazione? Come si può intenerirsi per quel povero bambino, figlio di tutti noi, affogato e gettato dai flutti sulla spiaggia, e non per le creature uccise dal gas? I bambini di Idlib sono soli di fronte al mondo, nessuno segnerà una linea rossa dopo il fallimento del 2013, se non muoiono in un attacco chimico o in un bombardamento verranno avvolti, su acque in tempesta, dalla coperta della fuga sunnita che investe l’Europa.

Fiamma Nirenstein

Analisi corretta (a parte l’attribuzione dell’ondata di “profughi” che ci stanno invadendo, alla Siria e alle sue vicende), profezia sbagliata: a differenza del suo predecessore, tutto chiacchiere sorrisi ammiccamenti e niente fatti, Trump mi ha immediatamente ricordato il motto di uno stemma che devo ancora avere da qualche parte:
aerob1
veloce, deciso, preciso, centrando perfettamente il bersaglio. Senza proclami urbi et orbi. Come ha detto qualcuno, c’è un nuovo sceriffo in città, ed è bene che tutti se ne accorgano. La stessa Fiamma ne ha dato atto nell’articolo successivo. Personalmente approvo incondizionatamente l’intervento di Trump; come ho già scritto altrove: come qualunque genitore e qualunque insegnante sa perfettamente, non c’è cosa più disastrosa del minacciare e poi non mettere in atto la minaccia. È quello che Obama ha fatto per due interi mandati, stabilendo linee rosse e restando inerte ogni volta che queste venivano superate, dando così un’esplicita autorizzazione ad andare oltre, e il risultato è la macelleria in cui si è trasformato l’intero Medio Oriente, la cui fine è difficile in questo momento ipotizzare. L’intervento di Trump, al di là di ogni considerazione (giusto/sbagliato, efficace/inefficace, buono/cattivo) è, molto semplicemente, LA COSA CHE ANDAVA FATTA, e lui l’ha fatta (e comunque la ritengo una cosa buona, efficace e giusta). Altre opinioni, con qualche sfumatura di differenza nei dettagli, ma pienamente concordi nel merito, sono quelle di Ugo Volli, di Paolo Mieli e di “Parsifal”, tutte e tre meritevoli di essere lette.

barbara

L’ENNESIMO TONFO DEL NOBEL

Riporto integralmente l’articolo pubblicato da Fiamma Nirenstein su Il Giornale.

Un altro Nobel sulla fiducia e uno scivolone su Malala

Avevano Malala, la piccola pachistana che ha quasi dato la vita per aprire la strada verso la scuola a tutte le bambine in un mondo di talebani assassini: solo il Cielo sa che cosa può avere trattenuto la sussiegosa, pretestuosa giuria del Premio Nobel dall’assegnarle il Premio per la Pace per appuntarlo ancora una volta sullo smoking della loro stantia correttezza politica, fatta di prevedibili sorrisetti e formalità, riflessa nello specchio delle loro brame. Il Nobel è andato a un’aspirazione condivisibile: stavolta quello che in inglese si chiama wishfull thinking, letteralmente pensiero desideroso, o desiderante, è dedicato all’OPAC, l’Organizzazione per la Proibizione della Armi chimiche nata il 29 aprile del ’97 che lavora con l’ONU, gruppo meritorio che lavora duro, per “promuovere e verificare l’adesione alla convenzione sulle armi chimiche”. La motivazione del Nobel è legata al fatto che l’organizzazione ha 27 ispettori in Siria per smantellare l’arsenale chimico di Assad e distruggere circa 1000 tonnellate di gas nervino in una situazione di guerra molto pericolosa.
Per ora il team, certo fatto di gente coraggiosa, ha ispezionato tre siti e deve visitarne una ventina. Ha un compito difficilissimo per il quale li ammiriamo, che vorremmo vedere realizzato ma che, e questo è incontrovertibile, non è ancora stato realizzato e chissà se lo sarà mai. La collaborazione con gli uomini di Assad può condurre su false piste, la guerra può fermare o rallentare l’operazione in maniera definitiva, il trasbordo di armi chimiche compiuto da Assad in Iraq e in Libano può rivelarsi lesivo della possibilità di togliere di mezzo i pericoli peggiori, i ribelli possono boicottare un’impresa che sta giovando a Assad; insomma il Nobel sceglie una strada non pragmatica che rischia l’inconsistenza, soprattutto quando si sa che l’alternativa di Malala era pragmatica, una promozione politica, un messaggio a tutto il mondo islamico.
Il Premio Nobel per la Pace ha dimostrato molte volte una preferenza per la faciloneria: il desiderio di compiacere il gusto popolare lo rende irrilevante. L’Unione Europea, nel 2012, è stata premiata al picco del malessere economico che tutti i suoi abitanti soffrono; l’elogio della pace che avrebbe portato, è contraddetto dalla situazione di Serbi, Kosovari, Croati, Azeri, Armeni, Curdi, Turchi, Ciprioti, Ceceni, Osseti, Albanesi, Macedoni… In Medio Oriente l’Europa è un danno, il suo atteggiamento verso il conflitto israelo-palestinese tendenzioso, il suo tocco sulle “primavere arabe” è stato esornativo e subalterno.
Nel 2009 il bizzarro premio a Obama appena eletto gli fu assegnato solo perché non era George Bush, senza nessuna garanzia. Infatti il seguito ha dimostrato che quel premio lo ha issato, sin dal discorso del Cairo su una nuvola di universalità che ha gettato il mondo nella più grande confusione. Carter è stato mallevadore dell’accordo israelo-egiziano, ma ha lasciato che l’Iran fosse inghiottito nella deriva islamista; El Baradei, mentre era il capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica che avrebbe dovuto denunciare le strutture atomiche iraniane, di fatto e forse anche di diritto ha aiutato gli ayatollah nel loro scopo; Yasser Arafat ha rifiutato la migliore delle paci con Israele, mentre era senz’altro stato l’inventore di gran parte del terrorismo internazionale; Kofi Annan, come dice la motivazione forse avrebbe voluto che l’ONU “lavorasse per un mondo meglio organizzato e più pacifico”, ma ditemi voi se ce l’ha fatta. Poi ci sono i pressappochismi puri e semplici, come il premio a Rigoberta Menchu,sulla base di informazioni poi risultate false… e così via. Sarebbe bello istituire il Premio Nobel mancato: oltre a quello di Malala, ci sono due buchi neri nel 1948, quando il Nobel non fu assegnato per mancanza di candidature ritenute degne. Era l’anno in cui fu assassinato Ghandi, l’anno in cui Ben Gurion proclamava lo Stato d’Israele. A Oslo non se ne accorsero.

Di Malala mi ero occupata qui. Quanto al signor Barack Hussein Premionobelsullafiducia Obama, dal momento che l’Egitto gli ha fatto il dispetto di cacciare i Fratelli Musulmani, per castigarlo gli ha tagliato gli aiuti (dove sono le anime belle che si stracciano le vesti per le “punizioni collettive” quando Israele si difende dal terrorismo a Gaza?). E all’Egitto che di quegli aiuti ha disperato bisogno, non è rimasta altra scelta che rivolgersi a Putin. E questi sì che sono successi politici.

barbara

SIA IL DISONORE CHE LA GUERRA

Bernard-Henri Lévy : 
” Aiutare Assad non avvicina la pace. Il prezzo (pesante) d’un accordo “
CORRIERE della SERA 19-09-2013  

Come ho già avuto occasione di dire, non sono favorevole a un intervento armato in Siria oggi. Ne consegue che non condivido completamente quanto afferma in questo articolo Bernard-Henri Lévy. Ritengo tuttavia che ci siano diversi spunti interessanti che lo rendono meritevole di attenzione. Inserirò in corsivo nel testo alcune annotazioni.

Vorremmo credere che l’accordo russo-americano di sabato sulla Siria costituisca davvero il «passo avanti» di cui ci si riempie la bocca quasi ovunque.
E preghiamo affinché la fermezza della Francia — l’unica a dimostrarla! — sia una volta ancora proficua e finisca per trascinare la comunità internazionale.
Ma per il momento, che bilancio!
Non parlo del documento dell’accordo, al cui proposito gli esperti hanno subito osservato che era:

1) inapplicabile (come si può, in un Paese in guerra, raggruppare e poi distruggere mille tonnellate di armi chimiche disseminate su tutto il territorio?);
2) incontrollabile (sarebbe necessario, secondo le stime più ragionevoli, un numero venti volte maggiore d’ispettori rispetto a quelli mobilitati dalle Nazioni Unite l’estate scorsa, la maggior parte dei quali rimasero chiusi in albergo o furono portati in giro dal regime);
3) non finanziabile (gli Stati Uniti hanno investito fra gli otto e i dieci miliardi di dollari per distruggere le proprie armi chimiche e, vent’anni dopo, il lavoro non è finito);
4) sottoposto a un calendario (la «metà del 2014») che, oltre a non significare tecnicamente nulla, suona come una farsa in un Paese dove da due anni e mezzo vengono uccisi, con armi convenzionali, centinaia di civili al giorno;
5) equivalente a un gioco di destrezza il cui principale effetto sarà, scaricando il problema sugli ispettori, d’«esternalizzare» la tragedia e di tornare, con la coscienza perfettamente tranquilla, a dormire il sonno dell’Ingiusto (pensiamo, a prescindere dai morti, a quegli imprenditori mascalzoni che, all’alba della crisi finanziaria degli anni Duemila, isolavano i loro attivi tossici nelle filiali fantasma dove non li si vedeva più, ma da dove continuavano a emettere le loro radiazioni malefiche)…

Parlo invece di Bashar Al Assad che, come per incanto, passa dallo status di criminale di guerra e contro l’umanità (Ban Ki-moon dixit) a quello d’interlocutore inevitabile, addirittura corretto e di cui, scommetto, non si tarderà a riconoscere lo spirito di cooperazione e di responsabilità [e queste, con più o meno tutti i peggiori terroristi e assassini, sono giravolte a cui purtroppo siamo ben abituati].
Parlo di Putin che compie l’impresa — facendo intanto dimenticare i propri crimini in Georgia, in Cecenia, in Russia — di presentarsi come uomo di pace con la stessa disinvoltura con cui si presentava, l’estate scorsa e le precedenti, come l’atleta superman che stronca le tigri, le balene o i lucci giganti [e magari aggiungiamo, giusto per completare il ritratto del personaggio, che quando il presidente israeliano Katsav è stato condannato per violenza sessuale alquanto plurima, ha commentato ammirato: “Lui sì che è un vero uomo!” – senza ovviamente dimenticare questo].
Parlo dell’America esitante, timorosa, che abbiamo visto — nell’incredibile sequenza in cui entrarono in contraddizione il saggio e forte discorso di John Kerry [anche se io, a dire la verità, la mano sul fuoco sulla saggezza di uno che si sveglia dopo centomila morti, non so se ci metterei la mano sul fuoco] e quello, stranamente indeciso, di Barack Obama — assumere successivamente e quasi simultaneamente tutte le posizioni geopolitiche disponibili;
parlo dell’America che si fa debole senza ragione [sempre ammesso che sia vero, che lo fa senza ragione] e che lo stesso Putin, con la sua scandalosa lezione di morale democratica pubblicata sulle colonne del New York Times, si è concesso il lusso di andare a umiliare a domicilio.
Parlo della Corea del Nord o dell’Iran dove si avranno buone ragioni di pensare, ormai, che la parola dell’Occidente, le sue messe in guardia, le promesse fatte ai suoi alleati, non valgono niente:  sarà falso?
Imprudente? [Oddio, a voler essere appena appena un pelino pignoli, all’Iran è da più di dieci anni che vengono intimati ultimatum a raffica – ULTIMATUM ALL’IRAN -: davvero possiamo immaginarci che possa cominciare adesso a pensare che  le parole dell’Occidente valgano meno di zero?]
E gli stessi che avranno concesso ad Assad il permesso di uccidere s’irriteranno, quando saranno gli ayatollah a varcare la soglia del nucleare? Forse.
Ma il solo fatto che si possa pensarlo, il fatto che un qualsiasi islamista fanatico o un qualsiasi dittatore folle credano di poter godere, d’ora in poi, di un’impunità stile Damasco, costituisce nelle relazioni internazionali una fonte di malinteso, quindi d’instabilità, incomparabile con quello che sarebbe stato il colpo d’avvertimento militare programmato, poi abbandonato, dal Pentagono e dalla Francia [anche il più scalcinato maestrino supplente alla prima nomina sa che non c’è niente di più micidiale di una minaccia di punizione a cui non segue una punizione: evidentemente abbiamo a che fare con gente dalla competenza inferiore a quella di uno scalcinato maestrino supplente alla prima nomina].
Infine penso, nella stessa Siria, ai civili che ancora non sono stati uccisi, né messi in fuga dai bombardamenti e che si trovano più che mai stretti in una morsa: da un lato, l’esercito governativo, appoggiato dai suoi consiglieri russi, dai suoi ausiliari Hezbollah e dai suoi Guardiani della rivoluzione giunti da Teheran; dall’altro, i gruppi jihadisti che inevitabilmente addurranno a pretesto la dimissione dell’Occidente e si presenteranno, più che mai, con tutte le conseguenze che si possono immaginare, come l’unico scudo per un popolo allo stremo.

Nel vile sollievo che si percepisce quasi dappertutto all’idea che, qualunque siano le conseguenze, «si allontani la prospettiva dell’intervento armato», c’è un segnale che può solo far venire in mente odiosi ricordi.
Poiché la Storia ha più immaginazione degli uomini, supponiamo che Assad, inebriato da questa incredibile dilazione, commetta un nuovo «massacro di troppo»; o che un tragico contatore superi un altro record (150 mila morti? 200 mila?), improvvisamente ritenuto insopportabile dall’opinione pubblica che ormai decide sulla pace e sulla guerra; o che le ispezioni prendano una svolta drammatica [per esempio questa] di cui non si osa formulare lo scenario ma che obbligherebbe, stavolta, a una risposta e a un intervento militare.
Allora ci si ricorderà, fatte le debite proporzioni, di queste celebri e funeste parole:
«Per evitare la guerra, abbiamo scelto il disonore; in fin dei conti, avremo sia il disonore sia la guerra». [Infatti anche in Siria, come nella seconda guerra mondiale, l’intervento armato sarebbe stato da effettuare subito, alle prime notizie dei bambini rapiti torturati castrati e assassinati dal regime: sarebbe stato (quasi) pulito, rapido, avrebbe risparmiato quella mostruosa quantità di morti e mutilati e profughi e devastazioni che abbiamo quotidianamente davanti agli occhi. Ma quando fra la guerra e il disonore si sceglie il disonore, l’unico possibile risultato è quello di avere entrambi. E nella forma peggiore]. [E spacciare la propria vigliaccheria per amore per la pace è la peggiore delle ipocrisie]

E adesso andate a guardarvi questo

barbara

Piccola aggiunta dell’ultima ora: e, come sempre, mentre a Roma si discute Sagunto cade. Se poi oltre a commuovervi volete anche fare qualcosa di concreto, cliccate qui.

HALABJA, I SOPRAVVISSUTI CHIEDONO GIUSTIZIA

Iraq: i curdi di Halabja chiedono giustizia in Francia
Halabja_lawyers-4cb7b

Venti sopravvissuti del massacro con armi chimiche del villaggio iracheno di Halabja, commesso nel 1988 dal regime di Saddam Hussein, hanno chiesto lunedì [10 giugno] a Parigi un’inchiesta giudiziaria contro i fornitori francesi.
I sopravvissuti affermano che i dirigenti di queste società, che non sono identificati dalla denuncia, erano al corrente della possibilità che i materiali inviati al dittatore iracheno venissero utilizzati nella progettazione di armi chimiche.
La strage di Halabja, un villaggio curdo nel nord dell’Iraq, ha provocato circa 5000 vittime ed è il peggior attacco mai perpetrato contro la popolazione civile con armi chimiche.
L’avvocato che rappresenta il gruppo di curdi, Gavriel Mairone, ha sottolineato che i superstiti hanno tuttora problemi di salute. I denuncianti richiedono che le aziende che hanno fornito le attrezzature riconoscano la loro responsabilità.
Le vittime richiedono in particolare il ricovero in una clinica e cure mediche specialistiche, ha detto il signor Mairone.
L’avvocato spera che il Commissario inquirente acconsentirà ad avviare un’indagine, che potrebbe permettere l’acquisizione di ulteriori dettagli. A questo potrebbero aggiungersi altri casi, in particolare in Germania, negli Stati Uniti e nei Paesi Bassi.
L’avvocato ha sottolineato che ci sono voluti circa 25 anni per raccogliere nel dossier le prove necessarie, a causa, tra l’altro, del caos seguito alla caduta del regime di Saddam Hussein in Iraq. (qui, traduzione mia)

E chissà se un giorno qualcuno arriverà a chiedere conto alla Russia per il sarin fornito ad Assad.

barbara

ASSAD MORTO?

Secondo alcune indiscrezioni, sabato sera il dittatore siriano sarebbe stato gravemente ferito da una guardia del corpo iraniana. Sarebbe stato trasportato all’ospedale Shami di Damasco, i cui locali sarebbero stati sigillati dall’esercito. L’esercito siriano libero (ASL) avrebbe smentito la morte del suo nemico numero uno, mentre i programmi televisivi siriani sono stati interrotti. Alcuni parlano della morte di Assad, altri dicono che sarebbe tra la vita e la morte. (da un’agenzia francese, traduzione mia)

Se fosse morto due anni fa sarebbe stata festa grande, perché ci sarebbe stata la speranza dell’avvento della democrazia, o almeno qualcosa che un po’ le assomigliasse. Oggi c’è solo la certezza dell’avvento dell’integralismo islamico, e poche speranze della fine dell’opera di bassa macelleria in atto, e da festeggiare c’è ben poco.

barbara

E MENO MALE CHE IL COFFEE C’È

Hanno detto alla radio che Kofi Annan ha invitato Assad a cessare gli attacchi con le armi pesanti. Quindi il signor Assad è avvertito: d’ora in poi tollereremo unicamente massacri eseguiti con fucili, pistole e armi da taglio. Al massimo, occasionalmente, qualche granata e qualche sporadica raffica di mitra, ma solo in caso di comprovata necessità.
D’altra parte, potevamo aspettarci di meno dal ninfo egerio di Durban 1? Potevamo aspettarci di meno da uno dei maggiori responsabili del genocidio in Ruanda? (Un episodio forse non troppo noto: nel gennaio 1994 il generale Dallaire, comandante delle forze ONU in Ruanda, inviò a Kofi Annan, all’epoca capo delle missioni di pace dell’ONU, l’informazione che era imminente la messa in atto di un genocidio: Kofi Annan scelse di non intervenire. Tre anni e mezzo (e un milione di morti) più tardi Kofi Annan, diventato nel frattempo segretario generale dell’ONU, impedì al generale Dallaire di testimoniare in proposito. Altrettanto poco noto, per inciso, è probabilmente il fatto che nel 2005, sempre sotto il regno di Sua Maestà Kofi Annan, nella ricorrenza dell’anniversario della risoluzione Onu 181 del 29 novembre 1947, all’Onu si è tenuta una cerimonia di solidarietà con il popolo palestinese per la “tragedia” della nascita di Israele, con tanto di carta geografica in cui la Palestina copre tutta l’area e Israele non c’è).

Giornata di solidarietà col popolo palestinese

E infine, l’argomento decidivo: potevamo aspettarci di meno da un premio Nobel per la pace?

barbara