UDITE FRATELLI, UDITE!

E si aprano bene le vostre orecchie, perché ciò che state per apprendere potrebbe cambiare la vostra vita per sempre e guai, guai a voi se non foste pronti!
E dunque vado. Vado, eh? Siete pronti a sentire? Posso andare? Sì? OK, allora vado. Ariel Toaff. Sentito nominare, vero? Si tratta, per chi avesse un momento di amnesia, di quel geniale studioso nonché coraggioso – cosa dico coraggioso: eroico! – divulgatore che per primo e forse unico al mondo ha osato infrangere un terribile tabù: gli omicidi rituali. Avete presente, vero? Quella cosa terribile – che noi allocchi creduloni abbiamo sempre considerato leggenda antisemita – che fanno gli ebrei, ossia di rapire bambini cristiani (adesso anche palestinesi musulmani, sembra), per scannarli e prenderne il sangue per impastare le azzime. Ecco, questa qui, ha rivelato il Nostro che si è generosamente preso la briga di scrivere un libro per farlo sapere all’urbe e all’orbo, questa qui non è una leggenda bensì una drammatica realtà. Grande esultanza, all’uscita del libro – che ha aperto la strada ad altre analoghe coraggiose iniziative – nelle file naziste, i cui adepti hanno accolto nei loro blog e siti e forum l’eroico libro, dedicandogli il posto d’onore (gli ebrei tanto per cambiare hanno avuto da ridire, ma si sa che quelli hanno sempre da ridire su tutto). (no, io non l’ho letto. Ne avevo letto un altro di suo, in precedenza, e raramente ero incappata in una così clamorosa incapacità di scrivere, ed essendo una vecchia signora con l’ulcera, qualche riguardo me lo devo).
Sì va bene, diranno i miei piccoli lettori, ma perché adesso ritiri fuori questa vecchia storia? Eh, bella domanda. Ma non preoccupatevi che adesso ci arrivo.
Il Nostro, come già abbiamo avuto modo di constatare, è un amante, nonché inflessibile cultore, della verità. Anzi, della Verità. Ma, apprendiamo ora, non solo della Verità: anche della Giustizia è amante nonché inflessibile cultore, anche della Giustizia! E come tutti gli amanti della Giustizia odia quella quintessenza dell’Ingiustizia che è il Fascismo, ossia la Destra. Per non parlare della Destra Estrema. (Buoni, che stiamo per arrivare al punto) Ora, fra i più abominevoli abomini che la Destra sta perpetrando ai danni delle persone oneste, c’è un sito, questo, che si occupa di informazione su Israele (state cominciando a cogliere?). Sito che, non contento di fare questa cosa abominevolissima che è l’informazione su Israele – pagato da chissà chi, oltretutto – si permette anche di fare una vergognosa pubblicità a “siti amici” che “vanno dalla destra alla destra estrema senza alcuna eccezione”. Ecco, finalmente siamo arrivati al traguardo: fra i siti amici ci sono anch’io. Anche per il signor Ariel Toaff – che se attacchiamo un collegamento alla tomba di suo padre buonanima ci illuminiamo una città con l’energia prodotta dai suoi rivoltamenti – in buona compagnia di Antonio Caracciolo (ne metto uno solo, sia per modestia, sia perché vi voglio bene e ho pietà di voi, ma non avete idea di quante attenzioni mi ha dedicato), Sherif el Sebaie (Salamelik), Dacia Valent (ex poliziotta cacciata perché beccata a firmare centinaia di permessi di soggiorno a gente che non ne aveva il diritto, ex europarlamentare cacciata dopo avere pubblicamente dichiarato che a Gaza Israele ha costruito camere a gas per i palestinesi, ex galeotta cacciata in galera per avere accoltellato l’amante, attualmente ex viva), Miguel Martinez (kelebek), Moni Ovadia (che a suo tempo ha minacciato di denunciarmi), Angela Lano, Maurizio Blondet, Mirko Viola (autodefinentesi “il derattizzatore”, dove i ratti sono naturalmente gli ebrei, che mi dedica un’attenzione addirittura ossessiva) più sicuramente altri che al momento mi sfuggono – sono io il nemico da battere – se non da abbattere (qui dettagli su tutta la storia). Vi assicuro che una simile, tragica scoperta mi ha letteralmente tolto il sonno e davvero non so se ce la farò a sopravvivere, ma prima di decidere se suicidarmi o no, dato che come detto sopra vi voglio bene, ho ritenuto doveroso mettervi in guardia: la persona che voi quotidianamente frequentate è un’abominevolissima persona di Destra. Forse addirittura di Destra Estrema. Potreste restarne contaminati: regolatevi.

E immagino che se per caso vi sentite affranti e furiosi per l’assassinio di una ragazzina di tredici anni,
Hallel Yafa Ariel
massacrata a coltellate nel suo letto mentre dormiva,
stanza Hallel
dovrete qualificarvi anche voi come sporchi fascisti.

barbara

Annunci

I PASSATEMPI DI EYAL

Eyal Yifrah, intendo, uno dei tre ragazzi israeliani rapiti e fatti fuori. Ecco, lui nel tempo libero faceva (anche) questo:
Eyal Yifrah volontariato
andava a tenere compagnia ai vecchi, a regalare loro un sorriso e un po’ di conforto. Un po’ di vita. Adesso non l’avranno più. Perché come è vero che chi salva una vita salva il mondo intero, così chi distrugge una vita, se non proprio IL mondo, almeno UN mondo lo distrugge di sicuro.

barbara

MA NON PARLATE DI DUE PESI E DUE MISURE

Tre ragazzi israeliani vengono rapiti mentre fanno autostop per tornare a casa da scuola. Diciotto giorni più tardi verranno trovati i loro cadaveri.
3 bachurim-g
Un ragazzo palestinese viene rapito, assassinato e il suo corpo bruciato.
khdeir2

Per tutti i diciotto giorni da moltissime parti – mass media, politici, Onu – si parla di ragazzi “scomparsi”, “allegedly kidnapped”, all’Onu si dichiara che “non vi sono prove che i ragazzi siano stati rapiti.
Nonostante l’esistenza di altre possibilità (una faida in atto fra la famiglia del ragazzo e un’altra famiglia; la notoria omosessualità del ragazzo, a causa della quale era stato precedentemente minacciato di morte all’interno della propria famiglia; l’esistenza di un video che sembrerebbe mostrare cose diverse da quelle raccontate dai presunti testimoni), immediatamente tutti, mass media, politici, opinione pubblica, gridano alla vendetta dei “coloni” israeliani, etichettati in massa come “ebrei fanatici”. Tutti sanno come sono andate le cose, tutti sanno chi è stato, nessun dubbio, nessun bisogno di aspettare indagini e prove.
I tre ragazzi israeliani vengono regolarmente chiamati “coloni”, se non addirittura “coloni nazisti”.
Il ragazzo palestinese viene chiamato unicamente “ragazzo” o “ragazzino”, o addirittura “bambino”.
L’intera “Palestina” è in festa per il rapimento dei tre ragazzi israeliani, si distribuiscono dolci per le strade, si inventa il gesto delle tre dita a imitazione di quello delle due dita con la V di vittoria, si disegnano festose e spiritose vignette come quella dei tre topolini con la stella di David sulla schiena presi all’amo, e si festeggia anche in molti siti e blog e forum stranieri.
L’intera Israele inorridisce per l’efferato delitto. Siti, blog e forum filoisraeliani condannano l’assassinio senza mezzi termini.
L’autorità palestinese invita la popolazione a fare tutto il possibile per ostacolare le ricerche.
Il governo israeliano chiede di mettere in atto ogni mezzo per scoprire gli autori del crimine, da qualunque parte si trovino, e la popolazione israeliana chiede giustizia.
La madre di uno dei presunti assassini dichiara che, se il figlio fosse realmente responsabile del rapimento e dell’assassinio, ne sarebbe orgogliosa.
Quando la polizia israeliana arresta alcuni ragazzi ebrei che sembrerebbero essere effettivamente gli autori del rapimento e dell’assassinio del ragazzo palestinese, gli israeliani dichiarano la propria vergogna ad avere tra di loro simili mostri e chiedono che vengano puniti nel modo più severo possibile.

Nel frattempo una ragazza israeliana viene rapita da due arabi ma questa volta la polizia arriva in tempo a liberarla, e ovviamente nessuno ne parla. Nel frattempo, la stessa notte di Muhammad Hussein Abu Khdeir, è stata rapita e assassinata anche Omaima Jaradat,
Omaima
ragazzina palestinese. Purtroppo non c’è mai stata, neanche per un momento, la possibilità di darne la colpa agli ebrei, e io che sono molto maligna oso insinuare che sia per questo che nessuno ne ha parlato. E nel frattempo, nel silenzio generale dei mass media, dei politici e della cosiddetta opinione pubblica, i missili da Gaza continuano a cadere a centinaia su Israele. Ma che non vi venga in mente di accusare i bravi pacifisti di usare due pesi e due misure, perché loro sono tanto tanto buoni e gli israeliani (gli ebrei?) sono tanto tanto cattivi. E questo è un dogma che nessuno si deve permettere di mettere in discussione.

barbara

ILAN HALIMI OTTO ANNI FA

Il martedì 17 gennaio il presunto capo della banda ha dunque portato la sua esca sul Boulevard Voltaire, e le ha indicato i negozi di telefoni come negozi appartenenti ad ebrei. «Lo sapeva, ha detto la ragazza, perché aveva verificato che di sabato, giorno di shabbat, molti negozi di Sentier e Boulevard Voltaire erano chiusi.» E voleva rapire un ebreo, perché, secondo lui, «gli ebrei sono ricchi, appartengono ad una comunità molto unita, disposta a pagare». Semplici pregiudizi, hanno detto alcuni. Come hanno potuto sottovalutare la gravità di questo discorso?
Mio figlio ne è morto, di questi pregiudizi, come milioni di ebrei prima di lui. Chiunque sia dotato di memoria sa che questo fantasma è il fondamento stesso dell’antisemitismo.
Il mito dell’ebreo e del denaro è stato il tema centrale della propaganda nazista, il leitmotiv della stampa e della radio fasciste, il delirio dei collaborazionisti che senza vergogna mandavano a morte i loro connazionali. Ma qualcuno oggi ci dice che quelli che gridavano «l’ebreo pagherà, lui può pagare» non hanno niente a che fare con i delinquenti di Bagneux. Che quelli erano antisemiti perché erano colti, come se l’antisemitismo fosse una questione di cultura, come se le SS non avessero mai reclutato fra la teppaglia… Così, i torturatori di mio figlio, a causa delle loro origini svantaggiate, sarebbero incapaci di odiare gli ebrei? Non potrebbero essere antisemiti per il fatto che si troverebbero, come ha spiegato il procuratore della repubblica, al «grado zero del pensiero»? Ma l’odio, mi sembra, non è mai stato una questione di intelligenza. L’odio, al contrario, è viscerale, e quanto odio sarà occorso a questi giovani per sequestrare Ilan per tre settimane, affamarlo, torturarlo, picchiarlo, bruciarlo, e infine abbandonarlo in un bosco come un cane… Un odio senza limiti. Un odio assoluto per gli ebrei, che il presunto capo della banda diceva essere «i re». «Per lui, ricorda l’esca, gli ebrei divoravano i soldi dello stato, e lui, siccome era nero, era considerato dallo stato come uno schiavo.»
Questo fantasma, che ho sentito in bocca a un comico, ha dunque fatto strada… ha contagiato le menti di questi giovani, fino al punto di farne dei barbari. Ci sono parole che uccidono. E pure delle immagini. Quelle di questi islamici che riversano il loro odio antisemita sui canali satellitari, come non comprendere che abbiano influenzato il rapitore di Ilan? Come non capire che questo uomo, che ha cantato al telefono un passo del Corano e che ha poi chiesto di sollecitare la comunità ebraica, è dominato dallo stesso odio antiebraico di questi folli di Dio?
Coloro che ancora ne dubitassero, avrebbero dovuto vederlo, il 17 ottobre 2007, davanti alla XVI sezione penale del tribunale di Parigi. Comparendo per «oltraggio a magistrati» dopo aver inviato una lettera di insulti alla giudice, accompagnata da una foto di un kamikaze palestinese che si era fatto esplodere in una discoteca di Tel Aviv, Youssouf Fofana, con in testa un fez bianco, si è alzato in piedi e ha gridato: «A nome dei musulmani e degli africani vittime dei terroristi sionisti, i barbuti in kippà, Inshallah, ci sarà un commando che mi verrà a liberare.»
Ha buscato un anno di prigione, che ha salutato al grido di «Allah Akhbar». (24 giorni, la verità sulla morte di Ilan Halimi, pp. 49-50)

Per non dimenticare Ilan, il cui martirio si è concluso il 13 febbraio di otto anni fa. Per non dimenticare che l’odio che ha portato alla morte lui, e milioni di ebrei prima di lui, e un numero tutt’altro che trascurabile di ebrei dopo di lui, è più vivo che mai, a volte goffamente mascherato, a volte a viso aperto. Per non dimenticare che nessuno di noi, ebreo o no, ha il diritto di abbassare la guardia, per non rischiare che diventino fin troppo vere le parole di Mordekhay Horowitz: «Gli arabi amano i loro massacri caldi e ben conditi… e se un giorno riusciranno a “realizzarsi”, noi ebrei rimpiangeremo le buone camere a gas pulite e sterili dei tedeschi….».
IlanHalimi
barbara

AMABILI RESTI

Che poi, se vogliamo essere precisi, dovrebbe intitolarsi “Amabile resto” perché il resto in effetti è uno solo: un gomito, per la precisione, scappato fuori dal sacco del pedofilo assassino che l’aveva violentata, uccisa e poi fatta a pezzi, per meglio liberarsi delle ingombranti prove del delitto.
A raccontare la storia è Susie, la vittima: ci narra di come è stata intrappolata e tutto il resto, e poi continua a raccontarci quello che è successo dopo la sua morte, le reazioni dei suoi familiari, le indagini, che nonostante le prove che via via emergono non arrivano a incastrare l’assassino, la decisione del padre di farsi allora giustizia da solo. Parla anche di se stessa, del posto provvisorio in cui si trova, e dal quale, per il momento, può vedere ciò che accade sulla terra, e nel quale incontra anche tutte le altre vittime del suo assassino.
Potremmo aspettarci qualcosa di macabro, da una storia così, o di greve, e invece non lo è, neanche un po’. È una storia bella, avvincente, un po’ triste ma neanche poi tanto; ed è profonda indagine psicologica delle reazioni di persone normali di fronte a una vicenda che di normale non ha nulla, ed è descrizione e racconto di relazioni umane, di sentimenti, ed è anche un cercare di entrare nella mente dell’assassino – e questa è una cosa che Alice Sebold conosce bene, vittima, al tempo dell’università, di un brutale stupro. Che potrebbe sembrare un pleonasmo, perché come potrebbe mai uno stupro non essere brutale? E invece ci vuole, perché il suo è stato davvero uno stupro eccezionalmente brutale, al punto che il libro autobiografico in cui narra la vicenda si intitola Lucky, fortunata: fortunata ad essere uscita viva da una cosa come quella, come le dice anche l’agente di polizia che raccoglie la denuncia. E insomma è un libro bello, che si legge bene, che non crea incubi né crampi allo stomaco, e vale davvero la pena di leggerlo (ma la copertina dell’edizione italiana, lasciatemelo dire, è veramente orrenda).

Alice Sebold, Amabili resti, edizioni e/o
amabiliresti
barbara

VISTO CHE È COSTATO COSÌ TANTO

Nella ricorrenza del nono anniversario della macellazione sulla pubblica via del regista Theo van Gogh, vi ripropongo il suo film-denuncia Submission.

 

La vicenda di Theo van Gogh la conosciamo tutti. Quello che segue, invece, forse no. All’indomani dell’assassinio Chris Ripken, un artista di Rotterdam, scioccato, dipinge sul muro esterno del suo studio, in Insuindestraat, un angelo stilizzato, con la scritta “Gij zult niet doden”: “Non uccidere”. Nelle vicinanze del suo studio, purtroppo per lui, c’è una moschea, i cui frequentatori trovano il messaggio estremamente offensivo, e si rivolgono al sindaco di Rotterdam, il liberale Ivo Opstelten per chiedergli di farlo rimuovere. La mattina del 4 novembre il sindaco ordina alla polizia di cancellare il dipinto dal muro, con la motivazione che questo è “razzista.” Quando la polizia e i dipendenti comunali sono arrivati per cancellare il dipinto “razzista”, Wim Nottroth, un giornalista televisivo, si è piazzato di fronte al dipinto in segno di protesta. La polizia lo ha arrestato. Una cameraman che ha filmato ogni cosa è stata costretta dalla polizia a cancellare parte delle riprese. La parte di riprese sopravvissuta al tentativo di annientare la verità potete vederla qui.

 

barbara

GIANCARLO SIANI

siani-giancarlo
Ventotto anni fa di questi giorni cadeva, vittima della camorra, il giovane giornalista Giancarlo Siani, che coraggiosamente ne denunciava crimini e infiltrazioni e complicità. Per questo fu deciso di chiudergli la bocca.
Siani
(Qui per chi fosse troppo giovane per ricordarlo)
Particolarmente interessante mi sembra una testimonianza di Fulvio Del Deo:

“Una sera, sto tornando a casa, nella piazza un mare di poliziotti. «Ma ch’è successo?» L’ho saputo dalla televisione. «NON ERA UN NOSTRO GIORNALISTA, -dichiarò ai microfoni della RAI il direttore del giornale per cui lavorava- era, diciamo così, UN ABUSIVO…»”
Il direttore del Mattino all’epoca era Pasquale Nonno.

Ecco: se in quelle specie di sagre che ogni tanto si fanno per festeggiare e omaggiare le “vecchie glorie” del giornalismo italiano vi capiterà di sentire il nome di Pasquale Nonno, ricordatevi di queste parole.
E ricordiamolo anche con questo video che gli è stato dedicato, con una canzone che sembra scritta proprio per lui.

barbara

I RACCONTI DELLA KOLYMA

Questo invece non è un romanzo: è una raccolta di ricordi personali di chi nell’inferno della Kolyma ci è stato per diciassette anni: lavorare a quaranta, a quarantacinque, a cinquanta gradi sottozero – perché la Kolyma è oltre il circolo polare artico, dove è normale vedere, in pieno luglio, paesaggi così:
Kolyma 5.7
–  vedere i propri compagni morire, uno dopo l’altro, di fame, di freddo, di malattia, o assassinati per capriccio; con due consapevolezze: che il prossimo potresti essere tu, e che la tua condanna, senza formalità e senza spiegazioni, può essere aumentata, raddoppiata, prorogata all’infinito fino alla pura e semplice cancellazione della scadenza – cosa che, senza il provvidenziale aiuto di una persona che aveva un favore da ricambiargli, sarebbe accaduta anche a Šalamov.
Credo che la cosa migliore, per dare un’idea, sia riportare alcuni passi della postfazione.

Varlam Tichonovic Šalamov nacque nel 1907 a Vologda. A Mosca, dal 1924, lavorò per due anni come conciatore; si iscrisse poi alla facoltà di Diritto Sovietico ma continuò a coltivare il suo vivo, precoce interesse per la letteratura. Il 19 febbraio 1929 fu arrestato per aver diffuso la «Lettera al Congresso» di Lenin e condannato a tre anni di reclusione in un campo di concentramento degli Urali Settentrionali. Nel 1932 tornò a Mosca. Sei anni più tardi comparve sulla rivista «Oktjabr’» il suo primo racconto. La notte tra il 1936 e il 1937 fu nuovamente arrestato – «per attività controrivoluzionaria trockista» – e condannato a cinque anni di lavori forzati nelle miniere della Kolyma, la vasta e impervia regione che il fiume omonimo attraversa prima di sfociare nel Mare Siberiano Orientale. Nel 1942 la condanna gli venne prolungata «fino alla fine della guerra»; l’anno seguente, questa volta per aver sostenuto che Bunin era un classico russo, venne condannato ad altri dieci anni nell’«inferno» (così nel racconto «Il treno») della Kolyma. Ma la Kolyma – ha scritto Michail Geller nella prefazione alla prima edizione unitaria e pressoché integrale dei Kolymskie rasskazy apparsa in Occidente (1978, «Overseas Publications Interchange») – «non era un inferno. Era un’industria sovietica, una fabbrica che dava al paese oro, carbone, stagno, uranio, nutrendo la terra di cadaveri. Era una gigantesca impresa schiavista che si distingueva da tutte quelle conosciute della storia per il fatto che la forza-lavoro fornita dagli schiavi era assolutamente gratuita. Un cavallo alla Kolyma costava infinitamente di più di uno schiavo-detenuto. Una vanga costava di più». «L’esperienza di Šalamov nei lager» ha testimoniato Solženicyn «è stata più amara e più lunga della mia, e con rispetto riconosco che proprio a lui e non a me è stato dato in sorte di toccare il fondo di abbrutimento e disperazione verso cui ci spingeva tutta l’esistenza quotidiana nei lager». Non a caso, leggendo Una giornata di Ivan Denisovíc’, Šalamov scrisse a Solženicyn: «E come mai lì da voi va in giro un gatto nell’ospedale? Come mai non l’hanno ancora ammazzato e mangiato?». Per un reduce della Kolyma anche un gatto vivo era assurdo, impensabile. E a Pasternak, dopo averlo brevemente messo a parte di alcuni episodi della vita quotidiana alla Kolyma, Šalamov scrisse: «L’essenziale non è qui, ma nella corruzione della mente e del cuore, quando giorno dopo giorno l’immensa maggioranza delle persone capisce sempre più chiaramente che in fin dei conti si può vivere senza carne, senza zucchero, senza abiti, senza scarpe, ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore né senso del dovere. Tutto viene a nudo, e l’ultimo denudamento è tremendo. La mente sconvolta, già attaccata dalla follia, si aggrappa all’idea di “salvare la vita” grazie al geniale sistema di ricompense e sanzioni che le viene proposto. Questo sistema è stato concepito in modo empirico, giacché è impossibile credere all’esistenza di un genio capace di inventarlo da solo e d’un sol colpo.  Perdonatemi se vi parlo di cose così tristi ma vorrei che aveste un’idea più o meno corretta di questo fenomeno capitale e singolare che ha fatto la gloria di quasi vent’anni di piani quinquennali e dei grandi cantieri che vengono definiti “audaci realizzazioni”. Giacche non v’è una sola costruzione importante che sia stata portata a termine senza detenuti, persone la cui vita non è che un’ininterrotta catena di umiliazioni, la nostra epoca è riuscita a far dimenticare all’uomo che è un essere umano…». Fu un medico detenuto, A.M. Pantjuchov, che salvò la vita a Šalamov: nel 1946, rischiando la propria carriera, lo destinò ai corsi di addestramento per infermieri che si tenevano nell’Ospedale centrale, sulla «riva sinistra» del Kolyma. Liberato dal lager nel 1951, lo scrittore poté tornare a Mosca solo nel dicembre 1953 e per due giorni soltanto (come ex detenuto gli era vietato di risiedere nelle città con più di mille abitanti). Nella capitale rivide la moglie e la figlia, da cui era però destinato ad essere diviso per sempre; incontrò Boris Pasternak, con cui era entrato in corrispondenza nel marzo 1952. Stabilitosi nella regione di Kalinin, iniziò a scrivere I racconti della Kolyma. Nel luglio 1956, riabilitato, poté far ritorno nella capitale. Dal 1961 al 1967 videro la luce tre sue raccolte di poesie, ma i racconti sulla Kolyma gli venivano puntualmente restituiti dalle redazioni di riviste e case editrici. Altrettanto dolore provocò in lui il destino dei suoi racconti all’estero, dove per lunghi anni vennero pubblicati in modo sparso e frammentario, secondo approssimativi criteri filologici, come ai tempi del samizdat avveniva di frequente per gli scritti che riuscivano a filtrare dalle ferree maglie della cortina di ferro. L’interesse che l’Occidente manifestò subito per la sconvolgente testimonianza artistica di Šalamov impensierì le autorità sovietiche, che nel 1972 costrinsero lo scrittore in disgrazia a sconfessare i Racconti della Kolyma con un documento in cui tra l’altro affermava che «la loro problematica era stata superata dalla vita», dal XX Congresso del Pcus. Gravemente provato nel fisico dagli anni di lager e nello spirito dagli anni di «libertà», Šalamov non smise di scrivere. […] Nel 1973 terminò il lavoro sulla vasta e agghiacciante epopea della Kolyma, […] I racconti della Kolyma, titolo divenuto canonico per l’intero corpus dei racconti. […] Varlam Šalamov morì il 17 gennaio 1982 nella casa di riposo in cui il Litfond lo aveva fatto ricoverare nel 1979. Nel suo paese una scelta dei Kolymskie rasskazy comparve per la prima volta nel 1988, sulle pagine della rivista «Novyj Mir». Il testo integrale russo ha visto la luce a Mosca nel 1992, per le edizioni Russkaja Kniga, in due volumi. La traduzione italiana si basa su quest’ultima pubblicazione e presenta un’ampia scelta dai quattro «libri» che costituiscono il nucleo fondamentale dei Racconti della Kolyma.

I Racconti della Kolyma sono davvero agghiaccianti: per la durezza delle condizioni di vita, per l’efferatezza dei carnefici, per la disumanizzazione del sistema, e davvero non hanno niente da “invidiare” ai più noti campi di concentramento e di sterminio nazisti. E tuttavia questo libro, giustamente da più d’uno definito capolavoro, è talmente bello che si può e si deve leggere.

Varlam Šalamov, I racconti della Kolyma, Adelphi
kolyma
barbara

VOI LO SAPETE CHE COS’È UNA NASCITA PARZIALE?

Io non lo sapevo. Adesso lo so.
nascitaparziale
La scorsa settimana la più famosa clinica per gli aborti d’America, la Women’s Health Care Services a Wichita, Kansas, ha riaperto i battenti dopo l’uccisione nel 2009 del suo fondatore, il dottor George Tiller, per mano di un attivista pro life. La riapertura della clinica è stata salutata dalla stampa liberal come un “gesto di coraggio” contro le intimidazioni dei “terroristi della vita” che per anni hanno insanguinato i selciati delle cliniche. Nelle stesse ore a est, in Pennsylvania, nella città dell’Amore Fraterno, a Philadelphia, in un’aula di tribunale iniziava il processo-choc a un’altra clinica degli aborti, la Women’s Medical Society del dottor Kermit Gosnell, da trent’anni sulla piazza con la sua ditta di “pianificazione familiare”.
Come Gosnell, Tiller era specializzato nel porre fine alla vita di bambini sani e in grado di sopravvivere fuori dal corpo della madre. “Così va il mondo”, ripeteva il dottor Gosnell alle sue assistenti che ponevano scrupoli morali. Ma a differenza della clinica in Kansas, di quella a Philadelphia, ribattezzata “l’ossario dei bambini”, la stampa per giorni non ha parlato, provando vergogna, quasi a esorcizzarne l’esistenza stessa tramite un silenzio surreale. Poi il caso è scoppiato sulle pagine di tutti i giornali del paese. Il Weekly Standard, giornale neoconservatore, ha sbattuto il caso Gosnell in copertina: “Barbarie a Philadelphia”, accostando il nome del dottor Gosnell addirittura a quello di Pol Pot. WorldNetDaily, un media conservatore fra i più noti d’America, lo ha chiamato “angelo della morte di Philadelphia”, paragonando Gosnell al medico nazista Josef Mengele. Che differenza c’è fra le due cliniche di Tiller e Gosnell, chiedono i conservatori dell’American Thinker? “L’igiene”. Tiller, ucciso da un militante antiabortista, aveva una clientela bianca della middle class e proveniente da ogni parte del mondo. Perché la sua a Wichita era una delle sole cinque cliniche d’America in cui si eseguivano “aborti a nascita parziale”, ovvero oltre la 24esima settimana di gravidanza. Prima dell’uccisione, Tiller si vantava nel sito web della clinica di avere “più esperienza nell’aborto tardivo di ogni altra persona nell’emisfero occidentale, con più di 60 mila aborti dal 1973”. Avendo la Corte suprema degli Stati Uniti deliberato che il termine “persona”, così come viene usato nel 14esimo emendamento della Costituzione, non si applica al bambino non nato, se n’è dedotta la possibilità di porre un termine alla vita senza incorrere in azioni giudiziarie, fino al momento del parto. E’ l’avvento dell’“aborto a nascita parziale”. E’ la tecnica dell’aspirazione del cervello del bambino partorito soltanto a metà, perché altrimenti sarebbe omicidio (per questo Gosnell è a processo). Il medico afferra con una pinza i piedi del feto e porta fuori dall’utero prima le gambe poi il corpo, tranne la testa. A quel punto esegue un’incisione alla base del cranio per aspirare il cervello, poi completa il parto. Almeno mille aborti all’anno in America avvengono così. Scriveva nei giorni scorsi Jonah Goldberg sul Los Angeles Times: “Gosnell è accusato di aver eseguito aborti illegali e di aver fatto nascere e poi ucciso numerosi neonati. Ma la domanda più profonda è quale sia la differenza morale fra uccidere un bambino fuori dal corpo della madre per pochi secondi e ucciderlo ancora al suo interno”. Per questo il caso Gosnell non è un caso di malasanità o di orrore (Gosnell è stato ribattezzato “uno dei serial killer più spietati della storia americana”), ma apre la ferita degli aborti tardivi legali e indiscriminati negli Stati Uniti. Per questo sulla rivista cattolica First Things il filosofo conservatore Robert George ha implorato i giudici di salvare la vita al dottore: il problema non è lui, ha scritto George, ma l’aborto di massa.

Perché il processo a Gosnell non ha attirato un centesimo dello spasimo che i media nutrono sempre per gli assassini seriali? Perché la grande stampa ha paura della storia. Perché Gosnell, come Tiller, aveva fama di paladino dell’aborto. Ma a differenza di Tiller, Gosnell attirava donne povere e spesso abbandonate. Di ritorno da New York, dove si era laureato in Medicina e aveva appreso i rudimenti della lotta abortista, Gosnell era tornato a Philadelphia, per aprire una clinica di aborti nel Mantua, una zona per poveri e minoranze, sostenuto dalla Planned Parenthood, la più grande, capillare e potente organizzazione abortista d’America. “Volevo essere una forza positiva per le minoranze”, ha detto Gosnell al Philadelphia Daily News. “Aspiravo alla perfezione per i miei pazienti, a dare loro quello che avrei dato a mia figlia”. Ma andiamo con ordine. La vicenda inizia il 18 febbraio 2010, quando l’Fbi fa irruzione nella clinica abortista di Philadelphia Women’s Medical Society, dove il medico progressista Gosnell opera da molti anni. Gli agenti scoprono che molti dei bambini abortiti avevano un’età di gestazione superiore al limite di 24 settimane fissato dalla legge dello stato (un bambino che viene fatto nascere dopo la 24esima settimana ha molte probabilità di sopravvivere se riceve cure mediche adeguate). Non solo, Gosnell avrebbe praticato l’infanticidio su centinaia di bambini nati. Nelle ultime due settimane in aula gli assistenti del medico raccontano come la clinica fosse frequentata, giorno e notte, da donne fuori tempo limite per ottenere un aborto legalmente, proprio perché il celebre medico “assicurava la morte fetale”.
Molti stanno raccontando di avere ancora vivi negli occhi le “contorsioni dei bimbi appena venuti alla luce” e nelle orecchie “il pianto dei bambini nati” e successivamente uccisi da Gosnell attraverso una metodica spietata e semplice: la recisione del midollo spinale, con una tecnica che lui stesso chiamava “snipping”.
I testimoni raccontano di decine, pare un centinaio, di “morti fetali” perpetuate così: bambini di trenta settimane lasciati piangere per venti minuti e poi messi a tacere con lo “snipping”. Di un bambino appena nato, il medico disse “è così grande che potrebbe accompagnarmi alla fermata dell’autobus”. Secondo James Taranto del Wall Street Journal, la vicenda è “un colpo mortale alla Roe vs. Wade”, la sentenza che ha reso assoluto il diritto all’aborto in America. L’argomento dei sostenitori della sentenza è che la proibizione dell’aborto, o anche solo di alcune sue pratiche come quello a “nascita parziale”, costringerebbe le donne al pericolo di interventi clandestini. Il caso Gosnell dimostrerebbe il contrario: anche in presenza di un quadro legalistico permissivo, l’aborto sfugge di mano ai suoi demiurghi, scrive Taranto. L’aborto non è mai “safe”. Sicuro. Gosnell avrebbe praticato centinaia di simili interventi di infanticidio e in tribunale deve rispondere di sette in particolare, compresa la morte di una donna. “Non riesco e descriverlo, sembrava un piccolo alieno”. Così Sherry West ha raccontato le urla di un bambino nato vivo a seguito di un aborto tardivo. Stephen Massof, un altro membro dello staff di Gosnell, racconta come il dottore con una sforbiciata secca alla colonna vertebrale separasse il cervello dal resto del corpo dei bambini. Una specie di “decapitazione”, l’ha definita il collaboratore del medico. “Queste uccisioni erano diventate talmente di routine, che nessuno ha potuto dare una cifra esatta”, dice il rapporto del Gran Giurì. “Erano considerate ‘procedure standard’”.
Contro l’aborto a nascita parziale, praticato per anni nella sua forma estrema da Gosnell, si schierò l’ex presidente George W. Bush, che nel 2003 firmò una legge approvata dal Congresso Usa per il bando della brutale pratica, che il senatore democratico liberal Moynihan definì “infanticidio”. Nel 2007 la Corte suprema confermò la costituzionalità della messa al bando di questo tipo di intervento, ma in tredici stati le corti statali hanno bloccato il divieto. Anche il presidente Barack Obama si è sempre opposto a misure che limitassero il ricorso all’aborto a nascita parziale. Il caso Gosnell porta dunque alla luce una pagina vergognosa della medicina occidentale. I pro life lamentano la scarsissima attenzione che tv, siti internet e giornali hanno dedicato alla storia della clinica di Philadelphia.

La deputata Marsha Blackburn parla del “più grande scandalo mediatico della storia americana”. “Se Gosnell fosse entrato in una clinica e avesse ucciso sette bambini con un AR-15 (un fucile semiautomatico, ndr), sarebbe stata una notizia nazionale”, ha detto il deputato repubblicano Chris Smith, che ha definito il processo Gosnell come quello “del secolo”, per via delle implicazioni che dovrebbe e potrà avere nel dibattito sull’aborto. Il caso Gosnell getta luce anche sulla volontà politica e generale di mettere un freno all’industria degli aborti. La clinica, infatti, venne del tutto lasciata senza controlli nel 1993, quando il democratico pro life Bob Casey perse le elezioni da governatore a favore di un candidato repubblicano pro choice, Tom Ridge. Da quella data – spiega il rapporto – il dipartimento della Salute della Pennsylvania ha optato per un blocco dei controlli per non “porre una barriera contro le donne” in cerca di un aborto. “Meglio lasciare fare le cliniche come volevano, anche se, come ha dimostrato Gosnell, questo significava che a pagare fossero sia donne che bambini”, continua il documento. Michelle Malkin ha scritto sulla National Review che l’intera vicenda della Women’s Medical Society è rivelatrice del dibattito sull’aborto. “L’indifferenza mortale per proteggere la vita non è marginale all’esistenza dell’industria dell’aborto: è la sua essenza”, sottolinea l’autrice. “L’orrore di Philadelphia non è una anomalia. E’ la logica, raccapricciante conseguenza di una malevola impresa con radici eugenetiche, sotto una veste femminista”, così conclude la Malkin. Al Wall Street Journal Leon Kass, bioeticista principe sotto i due mandati di George W. Bush e intellettuale straussiano di Chicago, ha detto che il caso Gosnell indica qualcosa di più rispetto ai sofismi legali che circondano l’aborto in America. Si tratta della mancanza di orrore che circonda ormai il maltrattamento della vita umana. Jeb Bush, ex governatore della Florida e probabile sfidante repubblicano nel 2016, ha scritto: “I media si sono dimenticati cosa va messo in prima pagina”. Anche fra i media mainstream si sono levate voci di scandalo per il silenzio giornalistico e culturale che circonda il caso Gosnell. Fra le tante quella di un editorialista dell’Atlantic di Boston, Conor Friedersdorf, che ha sottolineato come il caso metta in discussione tutti i punti che il pensiero abortista evita sempre di trattare: “Le regole interne alle cliniche, la legalizzazione dell’aborto a nascita parziale, le pene per chi non denuncia gli abusi, i termini di prescrizione per omicidi come quelli di cui è accusato Gosnell, la responsabilità del personale per il cattivo comportamento dei medici con cui lavorano”.
Durissima Kirsten Powers su Usa Today: “Decapitazione infantile. Feti buttati nei barattoli. Il pianto di un bambino ancora vivo dopo che è stato prelevato dalla pancia della madre durante un aborto. Avete mai sentito parlare di queste ripugnanti accuse? No e non è colpa vostra. Da quando il caso Gosnell è finito in tribunale la copertura mediatica è stata molto scarsa mentre invece la storia sarebbe dovuta essere su tutte le prime pagine dei giornali”. Per la giornalista “non era necessario essere contro l’aborto per trovarlo ripugnante, soprattutto se praticato oltre la scadenza dei termini o per considerare il caso Gosnell degno di attenzioni. L’assordante silenzio della stampa, prima una forza di giustizia in America, è una disgrazia”.
In fondo, quello che ha fatto Gosnell, con strumenti rozzi e sporchi, è teorizzato da un po’ di tempo da molti celebri bioeticisti. Un anno fa è apparso sul prestigioso Journal of Medical Ethics il saggio di due studiosi italiani che fanno ricerca in Australia, Alberto Giubilini e Francesca Minerva: “Se pensiamo che l’aborto è moralmente permesso perché i feti non hanno ancora le caratteristiche che conferiscono il diritto alla vita, visto che anche i neonati mancano delle stesse caratteristiche, dovrebbe essere permesso anche l’aborto post nascita”. Ovvero: al pari del feto, anche il bambino già nato non ha lo status di “persona”, pertanto l’uccisione di un neonato dovrebbe essere lecita in tutti i casi in cui è permesso l’aborto. Sembra che la Women’s Medical Society di Philadelphia mettesse in pratica queste idee.
Secondo il professor Jon A. Shields, docente al Claremont McKenna College che ha firmato un lungo saggio su Weekly Standard, “il dottor Gosnell si adatta al profilo di un killer sociopatico. Ma a differenza di molti deviati, Gosnell potrebbe sostenere di aver agito nell’esercizio dei suoi diritti costituzionali. Sotto le sentenze Roe e Doe, i medici hanno il diritto costituzionale a eseguire aborti durante il terzo trimestre di gravidanza”. Sarà questa la difesa di Gosnell al processo.
Secondo Shields, quello che ha commesso Gosnell è lecito in altri stati americani. “La Pennsylvania è uno dei nove stati che richiedono un secondo medico per concorrere con il ‘giudizio professionale’ di un dottore che vuole eseguire un aborto al terzo trimestre di gravidanza. Gosnell ha omesso di chiedere un secondo parere. Se Gosnell avesse eseguito le stesso aborto tardivo oltre il fiume a Cherry Hill, in New Jersey o in altri stati, non avrebbe commesso un reato procedurale”. Quanto a uccidere i bambini sopravvissuti agli aborti, Shields dice: “La protezione dei bambini che sopravvivono agli aborti rimane oggetto di controversie, non è una questione di diritto risolta. Mentre 27 stati tra cui la Pennsylvania hanno leggi che proteggono questi bambini, altri 23 stati e nel Distretto di Columbia non le hanno. Quindi, si potrebbe ragionevolmente chiedere se qualcuno merita la pena di morte per un atto che è legale in quasi la metà degli stati, un atto che non è visto di buon occhio da personaggi pubblici come il presidente degli Stati Uniti”.
L’accusa del professor Shields è a Obama, perché quando era senatore dell’Illinois votò per negare i diritti di base, protetti dalla Costituzione, ai bambini sopravvissuti all’aborto – non una sola, ma ben quattro volte. I pro life puntano già il dito contro il governatore democratico di New York, Andrew Cuomo, il cui disegno di legge parla infatti dell’aborto come di un “diritto fondamentale”, abolendo ogni limite temporale. Eccolo il lato più tragico del caso Gosnell: è la legge ad aver aperto le porte a questo orrore. Nel 1977 il giudice della Corte suprema Clement Haynsworth stabilì, nel caso di un bambino sopravvissuto all’aborto, che “il feto in questo caso non è una persona da proteggere”. Morì dopo venti giorni. Due anni dopo, in Colautti vs. Franklyn, la Corte attribuì ai medici la libertà di determinare la “vitalità fetale”, conferendo loro un potere che andava oltre la Roe. Il giudice William Rehnquist dissentì dall’opinione della maggioranza. Quattro anni dopo ci fu il caso Planned Parenthood vs. Ashcroft. Il magistrato Lewis Powell in quel caso stabilì che un aborto “effettivo” doveva comportare un nuovo nato privo di vita. Durante un caso di aborto tardivo il giudice della Corte suprema del New Jersey, Maryanne Barry, stabilì che quel bambino con la testa fuoriuscita dal corpo della madre non è “nato”, è diverso da un bambino “voluto”. Di queste e altre parole risuona l’aula di tribunale di Philadelphia dove si processa il dottor Gosnell. Nel paese in cui l’aborto è stato santificato come un diritto civile al pari della libertà di parola e che ha registrato 40 milioni di aborti in quarant’anni, nel ventre della nazione che giustamente si commuove per i bambini di Newtown, è passato sotto silenzio il caso di una “clinica della salute” in cui per anni si uccidevano bimbi appena nati recidendo loro la colonna vertebrale. Una macellazione civile giustificata per legge . Per dirla col dottor Gosnell, “così va il mondo”.
Giulio Meotti, Il Foglio, 27/04/13

barbara

IN UN ANGOLO DI SARDEGNA, DIECI ANNI FA

Anziché un asettico articolo di giornale, ho preferito riprendere, per ricordarla, questo post, molto partecipe, pubblicato l’anno scorso.

Era il Luglio del 2003, sembra passato un secolo perché di lei si parla poco, ormai. Roberta Zedda era una giovane dottoressa, stava per ultimare la specializzazione in “Malattie Infettive”, amava l’Africa e sognava di poter fare delle esperienze di vita proprio lì, dove di aiuto ce n’è davvero bisogno. La sorte è stata crudele con lei, nel suo cammino ha messo Mauro Zancudi, un 23enne disoccupato e senza sogni di Solarussa che forse di lei si era invaghito. E allora come si può attirare l’attenzione di una donna? Se non si hanno gli strumenti, sia culturali che psichici, si diventa bestie e s’impone con la forza una volontà che altrimenti, difficilmente potrebbe accadere spontaneamente. Mauro è andato in Guardia Medica, Roberta gli ha aperto la porta, era sola, gli ha chiesto di cosa avesse bisogno, lui le ha detto qualche balla, ha aspettato che si girasse di spalle e ha deciso di prendersi con la forza quel corpo che voleva fare suo. Roberta ha reagito duramente, ha cercato di difendersi con tutte le sue forze ma lui, ha cominciato a picchiarla selvaggiamente, solo che Roberta resisteva così eroicamente che, invece di soccombere davanti a quella sfrenata voglia di difendere il proprio onore, ha tirato fuori un coltello e ha cominciato a colpirla. L’ha fatto per 20 volte. Quando ancora vi era in lei un debole soffio di vita, si è approfittato ancora di quel corpo nel modo più vile, disumano e vergognoso. Così siamo arrivati alla ventunesima. E lei l’ha sentito. L’ha visto. L’ha vissuto. Poi lui ha preso le chiavi della sua macchina ed è andato via. Roberta è rimasta lì…agonizzante, nuda, in un freddo pavimento di una squallida Guardia Medica in un paesino dell’oristanese. Chissà quali pensieri le hanno fatto compagnia in quei terribili momenti, chissà cosa è passato nella sua mente prima di cedere a un destino infame che l’ha fatta finire così miseramente. Il suo corpo è stato ritrovato 24 ore dopo, un tempo infinito, e la beffa è stata che, a permettere l’inizio delle ricerche, è stata la telefonata della mamma del suo assassino. Una mamma capisce tutto, le è bastato guardare suo figlio in faccia per capire che qualcosa non quadrava. Ha chiamato i carabinieri e poco dopo è stata effettuata la macabra scoperta. Lui dopo ciò che ha fatto, ha avuto il coraggio di prendere la macchina di Roberta, ha buttato in un canale i suoi effetti personali, compresi gli slip, forse perché voleva violentare anche la sua vita oltre che il suo corpo, prendendo con la forza anche le sue cose, i sui oggetti. A Mauro Zancudi hanno dato 30 anni di carcere ma la condanna, forse peggiore, è quella che Roberta non l’ha mai avuta, nonostante quello che le ha fatto, ha dovuto indebolirla per violentarla e anche dopo questo, lei l’ha respinto, fino alla fine. Dalla morte di Roberta è diventata obbligatoria la presenza delle Guardie Giurate negli ambulatori e i medici devono essere sempre due in tutta Italia.
Ma di mamma in questa storia ce n’è un’altra. Si chiama Efisiana Pia. Roberta era di Sanluri e la sua famiglia ancora risiede qui. Efisiana trascina il suo dolore con una forza e una caparbietà encomiabile. Quando a un anno dalla morte di Roberta il Presidente della Repubblica Italiana in persona, all’epoca Carlo Azelio Ciampi, le voleva consegnare la medaglia d’oro, lei ha detto “Non vogliamo che il nome della nostra Roberta sia usato strumentalmente in campagna elettorale…chiediamo solo giustizia e vogliamo ricordare Roberta per come era, non per come la vogliono ricordare gli altri per una manciata di voti in più”. Sì, perché di lì a poco ci sarebbero state le elezioni e lei non voleva che qualcuno si potesse nuovamente approfittare di Roberta senza il suo volere. Aveva già sofferto abbastanza. Nonostante la famiglia avesse comunicato il proprio volere a chi organizzava il patetico siparietto, loro l’hanno fatto lo stesso tra fotografi e giornalisti e facevano la gara a chi difendeva maggiormente il suo nome per conquistare più voti. Ma Efisiana e la sua famiglia non sono cascati nella trappola, loro non si sarebbero mai prestati a questi squallidi giochi di potere perché “…a me non interessa ricevere medaglie. Mia figlia non me la restituisce mica.” Efisiana ha fatto solo una richiesta, quella di non lasciare il corpo di sua figlia in un loculo, voleva un posto “privilegiato” – sempre se così si possa chiamare- per sua figlia. E la motivazione a tutto questo strappa ulteriormente il cuore: “La mia bambina sognava una casa tutta sua, stava già mettendo da parte qualche soldo ma me l’hanno strappata prima. Adesso vorrei dargliela io una piccola casetta, una tomba tutta sua”.
Guardando Efisiana, capisci subito che è una donna speciale, lo è per quel suo sorriso cordiale, per quel portamento elegantemente semplice e soprattutto per quegli occhi, scuri, espressivi ma coperti da un eterno velo di dolore. Io non sapevo nulla di questa storia, un’amica me l’ha raccontata e qualche tempo dopo c’è stato uno strano incontro proprio tra me e lei. Strano il destino. Eravamo nello stesso negozio di abbigliamento e ci siamo ritrovate alla cassa con la stessa maglia di lana tra le mani. Stesso colore, stesso modello. Abbiamo parlato un po’, perché la scena era carina, lei diceva che forse era “da giovane”, io le ho detto che di sicuro a lei stava meglio , visto il suo esile corpo, lei si è lasciata scappare un “a mia figlia sarebbe stata benissimo”. Io mi feci seria, la guardai negli occhi e le dissi “lo so”. Lei allora mi ha stretto il braccio, l’ha fatto con affetto nonostante il gesto fosse repentino, mi ha guardata allora anche lei dritta negli occhi e mi ha chiesto “Chi sei tu?”, io le ho sorriso e le ho detto “ Non ha importanza. Lo so e basta”. Lei mi ha guardata con un’espressione fatta di sorpresa, incredulità e piacere , l’ha fatto col cuore, l’ho sentito. Mi ha salutato da mamma, mi ha augurato buona giornata e lo stesso ho fatto io. Lì ho capito che Efisiana ricerca negli occhi delle persone il ricordo di Roberta, mi consola il fatto che, anche solo per un attimo, li abbia ritrovati nei miei, anche perché io in quel momento avevo l’età che aveva Roberta in quella sciagurata notte di Luglio a Solarussa.

Abbiamo strade, piazze e luoghi di rappresentanza intitolati a personaggi talvolta di dubbia, talaltra di evidente decadenza morale, che solo male hanno fatto alla nostra gente (Vedi la Famiglia Savoia). Non sarebbe male che Sanluri dedicasse a Roberta una strada, una piazza o, magari, il teatro che presto inaugurerà. Questa la mia miserissima opinione…anche se, so già, in tanti la pensano come me.
Facciamo che Roberta viva ancora tra noi. (qui)

Solo un appunto, farei, a questa rievocazione. Precisando che non ho conosciuto questa persona e non so quali fossero i suoi pensieri e la sua mentalità, a me verrebbe da dire che, più che per “difendere il proprio onore”, ha lottato per difendere il proprio corpo, il proprio diritto di decidere a chi offrirlo e a chi no, diritto che appartiene a ogni essere umano. Abbiamo combattuto per decenni per ottenere che lo stupro fosse riconosciuto come delitto contro la persona, e non contro la morale: non lasciamoci, ora, fregare dalle parole; quell’individuo non ha straziato un “onore”: ha straziato una persona. Ha straziato Roberta. Non dimentichiamolo mai. (Oggi, chissà, Roberta potrebbe avere dei figli, che un giorno potrebbero avere a loro volta dei figli: l’assassino ha annientato anche loro. Perché se è vero che, come dice il Talmud, chi salva una vita salva il mondo intero, è vero anche che chi distrugge una vita distrugge il mondo intero. E se non proprio “il” mondo, almeno UN mondo lo ha distrutto sicuramente).

barbara