PER ADESSO IN FRANCIA

Ma vedrete che prima o poi avremo anche noi il privilegio di godere di questi spettacoli generosamente offerti da parte delle nostre risorse (che comunque già adesso, tra proteste per il cibo che non gli piace e altre simili amenità…) Volete sapere perché lo fanno? La risposta la trovate qui.


E a quasi due settimane dall’attentato in Belgio finalmente sono arrivati a rivelare ciò che per tutto questo tempo era stato tenuto accuratamente nascosto: i festeggiamenti islamici per la carneficina andata in onda all’aeroporto (dove lavorano una cinquantina di simpatizzanti dell’ISIS) e nella metropolitana: qui in francese e qui in inglese.

barbara

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PRESO FINALMENTE IL TERRORISTA DI TEL AVIV

Era riuscito a sfuggire per una intera settimana, ma poi ha commesso un errore da pollo: subito dopo la strage è salito su un taxi, poco dopo lo ha fatto fermare, ha ucciso il tassista e gli ha rubato il cellulare e adesso, da pollo, lo ha usato (a proposito, la Stampa scrive che “Secondo la polizia Melhem, durante la fuga, avrebbe ucciso anche un tassista arabo-israeliano”: il fatto che sia stato visto prendere il taxi, il fatto che il tassista sia stato ucciso, il fatto che lui fosse in possesso del suo cellulare, sono tutti dettagli insignificanti, se le informazioni vengono dalla polizia israeliana. Sempre per restare in tema, il Fatto Quotidiano e adnkronos parlano di “presunto autore” dell’attacco di capodanno): questo ha permesso di localizzarlo, e quando i poliziotti sono arrivati ha tentato di fuggire sparando contro di loro con lo stesso Falcon con cui aveva compiuto la strage (“presunto”, vero?); i poliziotti hanno risposto al fuoco e lo hanno ucciso (almeno siamo sicuri che non ci saranno ragazzi israeliani rapiti per scambiarli – o per scambiare i loro cadaveri – con lui).
Bene, chiusa la vicenda nel migliore dei modi, voglio proporvi una testimonianza di ieri.

Ieri sera, dopo una giornata di lavoro a Tel Aviv, ho ricevuto un messaggio di un’amica: “Ci incontriamo al Simta bar a Dizengoff. Ha riaperto. Vieni!”
Se avessi ricevuto il messaggio (che è simile a tanti altri che ho sul cellulare) una settimana fa, immagino che lo avrei semplicemente cancellato, rispondendo: “Sono un po’ stanco, ci vediamo domani”. Per chi non la conoscesse, Dizengoff è una delle strade principali a Tel Aviv, è un bel posto per prendere un aperitivo o una birra con amici. Esiste perfino un verbo speciale nello slang dei giovani per dire di andare a Dizengoff: “leizdangef”.
Sono stato lì tante volte. Questa volta però era diverso e il messaggio aveva un significato diverso. Mi spiego: il Simta bar era chiuso da venerdì scorso; ma, attenzione, non era chiuso per ferie o per lavori in corso. Era chiuso perché venerdì scorso un arabo con cittadinanza israeliana ha sparato alla gente che era lì e ha ucciso due persone: Shimi e Alon, sia il loro ricordo di benedizione. Così, nonostante la pigrizia, ho deciso di andare.
Camminando, sono passato dalla stazione della linea 5 dell’autobus (sempre a Dizengoff), e per la prima volta ho notato qualcosa che non avevo mai notato prima: una pietra.
Avvicinandomi alla pietra ho capito che era un memoriale e ho letto quello che c’era scritto: erano nomi. Cercando su internet ho letto che proprio in quel punto un terrorista palestinese, nel 1994, aveva fatto saltare in aria un autobus. Nell’attentato sono morte 23 persone e ne sono state ferite 104.
Camminando poi verso il Dizengoff center, mi sembrava come di camminare con la storia. Un’altra pietra, un altro memoriale, un altro attentato, altri nomi. Si trattava ora di quello del 1996, nel quale sono state uccise 13 persone e ferite 125.
Quando sono finalmente arrivato nel luogo dell’attentato più recente, cioè al Simta bar, mi sono sorpreso: c’era tanta gente! Non saprei dire un numero, ma sicuramente più di quando c’è una festa. Per terra erano sparse ancora più candele di quante ce ne fossero il giorno prima e al centro c’era un tavolo con due foto di due giovani ragazzi. Ma non era una pubblicità di un party e loro non erano due dj. Erano Shimi e Alon, le due giovani vittime dell’attentato.
La gente era seduta nel bar, che era tornato in funzione, e cantavano delle canzoni israeliane tradizionali, quelle che si chiamano “Shirei Eretz Israel”.
Ad uno dei tavoli, c’era anche una persona che sembrava conosciuta: era Ron Huldai, il sindaco d Tel Aviv.
ron-huldai
La gente parlava e sembrava come di essere in una Shivà moderna – una Shivà Tel Aviv style.

Parlando con una ragazza, mi ha raccontato: “A me non piace tanto la birra, ma questa volta sono venuta. Solo perché era aperto e solo per incoraggiarli”.
Tornando a casa ho riflettuto tanto su questa sera.
L’immagine di questa serata, di giovani che si riuniscono per parlare e cantare, con candele, fiori e foto era simile all’immagine del raduno dopo il ritrovamento dei corpi di Eyal, Gilad e Naftali, i tre ragazzi rapiti e uccisi nel 2014, e dopo l’assassinio di Shira Banki, la ragazza uccisa al gay pride di Gerusalemme e all’immagine del raduno dei ragazzi dopo l’assassino di Rabin.
In ognuno di questi si trattava di un tipo di terrorismo diverso, ma la risposta è sempre la stessa: la vita continua.
Chi vive In Israele conosce bene le immagini degli attentati e dei memoriali, questo è sicuro. Ma chi vive in Israele conosce anche l’immagine delle luci: l’immagine delle candele, dei progetti in memoria delle vittime. L’immagine della solidarietà israeliana.
Michael Sierra, 7 gennaio 2016, qui.

E chi non è giovanissimo, se le ricorda quelle terrificanti carneficine seguite immediatamente alla firma degli accordi di Oslo e alla famosa stretta di mano sul prato della Casa Bianca, se li ricorda quegli autobus che saltavano in aria una volta la settimana e le mamme che mandavano a scuola i figli su due autobus diversi nella speranza che almeno uno arrivasse intero, se li ricorda quei brandelli di corpi e di cervelli spiaccicati su per i muri e sui marciapiedi e sui vetri delle macchine, e il signor Lamberto Dini che chiedeva moderazione ad entrambe le parti. Ricordiamo, sì. Ricordiamo bene. Ricordiamo tutto.

barbara

MALALA DI NUOVO IN PERICOLO

Dopo essere miracolosamente sopravvissuta all’attentato di tre anni fa, quando i talebani tentarono di fermarla sparandole in faccia
Malala 1
(e quando parla ci si rende pienamente conto di quanto la sua faccia sia rimasta deformata), Malala ritorna nel mirino dei nemici della vita e del genere umano. Per ora la sua vita viene protetta tenendola sotto scorta 24 ore su 24, ma resto convinta che l’unica vera protezione, per lei e per tutti noi, dovrebbe consistere nel decidersi a combattere come si deve la guerra che i nemici dell’umanità stanno combattendo contro l’umanità, esattamente come si è combattuta la guerra contro il nazismo, che ha messo letteralmente in ginocchio la Germania, permettendo così la nascita di una nuova, fiorente democrazia.
Nel frattempo: FORZA MALALA!
Malala 2
barbara

QUESTA VOLTA CHE COSA INVENTERANNO?

Dubbi, sull’«eroe islamico», erano emersi fin dall’inizio; adesso lo sappiamo con certezza: Lassana Bathily non ha salvato nessuno.

L’islamico salva-ebrei era falso

Nel supermercato attaccato da Coulibaly. I sopravvissuti: non ci ha aiutati il magazziniere. Governo e media l’hanno santificato.

di Mauro Zanon

PARIGI – Vi dice qualcosa il nome Lassana Bathily? Forse ora no, dato che non se ne parla più nei giornali, né francesi, né italiani. Eppure a gennaio, subito dopo l’attacco terroristico al supermercato kosher Hyper Cacher di Porte de Vincennes, il suo nome era onnipresente nei titoli pomposi della stampa progressista. Le Monde dava il la celebrando «Lassana Bathily, l’eroe della presa di ostaggi di Vincennes, presto naturalizzato francese», L’Humanité si metteva in scia con un sentimentalistico «L’ex sans-papiers divenuto un eroe». Sul versante italiano, Repubblica non aspettava altro per titolare «La Francia celebra i suoi “musulmani eroi”». E tra quegli «eroi», c’era appunto Lassana Bathily, commesso di ventiquattro anni, musulmano e originario del Mali, che al momento dell’irruzione di Amedy Coulibaly si trovava all’interno del supermercato e che secondo la versione diffusa allora dai media e certificata dal governo socialista avrebbe salvato dall’attacco del terrorista islamista un gruppo di sei persone, tra cui un neonato, rinchiudendoli in una cella frigorifera, prima di fuggire all’esterno grazie a un montacarichi e raccontare agli agenti di polizia la situazione.

• La favola
Una storia bellissima cui dedicare paginate e servizi televisivi a ripetizione, un’impresa eroica da raccontare ai posteri e da incidere nei manuali di storia. Peccato però che si trattasse soltanto di una favola ricamata in maniera certosina dal sistema politico-mediatico per essere data in pasto ai sessantasei milioni di francesi e a tutti coloro che in quei giorni così sconvolgenti dal punto di vista emotivo seguivano con ansia i fatti di Parigi. Libération ha riunito per un’intervista alcuni degli ostaggi di quel drammatico 9 gennaio, e dalle loro testimonianze è emersa prepotentemente una realtà molto meno hollywoodiana e spettacolarizzata di quella cucinata e servita dai media francesi e da Hollande ai loro concittadini e al resto del mondo (soltanto il sito Fdesouche.com ha evidenziato a dovere la clamorosa discrepanza tra le versione dei media e del governo e quella degli ostaggi dell’Hyper Cacher).
Lassana Bathily, che si trovava nel seminterrato del supermercato quando Amedy Coulibaly fece irruzione, avrebbe soltanto proposto agli ostaggi di salire con lui nel montacarichi, come racconta Jean-Luc, uno degli ostaggi interrogati da Libération. Ma «il rischio era troppo elevato», «la morte sarebbe stata certa», perché «il montacarichi avrebbe fatto troppo rumore e non c’era posto per tutti», ha spiegato Jean-Luc, Decisero dunque di rifiutare, Lassana fuggì da solo all’interno del montacarichi, e loro si rinchiusero nella cella frigorifera. Yohann, un altro sopravvissuto, ha raccontato di aver staccato lui i fili della cella frigorifera, al fine di poter entrare e nascondersi con gli altri nella speranza di salvarsi.
Ma il colpo finale alla grande montatura politico-mediatica è quello inflitto da Sandra, madre 42enne: «I media e i politici hanno voluto abbellire la storia, aggiungendo che (Lassana, ndr) ci avrebbe fatto scendere, nascosti, etc. Non è vero, ma non è colpa di Lassana. In quel momento, la Francia aveva bisogno di un eroe».

• Impostori
Un «eroe della diversité», maliano, musulmano, sans-papiers, naturalizzato francese sotto gli occhi delle telecamere nella sala ricevimenti del ministero dell’Interno, una «storia repubblicana» da rifilare alla grande massa plaudente e assopita dei «je suis Charlie» per alimentare la retorica del «pas d’amalgame» tra islamisti e musulmani moderati. Il sito di opinioni liberali Boulevard Voltaire, tra i pochissimi a denunciare l’impostura del falso eroe dell’Hyper Cacher, si è chiesto: «Un governo che mente, che strumentalizza un sans-papiers, come lo dovremmo definire?». Lasciamo a voi la risposta.

(Libero, 25 giugno 2015)

Il governo francese, dunque, il giorno stesso dell’orribile strage all’Hyper Cacher, inventa il “musulmano buono”, lo fabbrica a tavolino, per dimostrare al popolo bue che “non bisogna generalizzare”, che “non si deve fare di tutta l’erba un fascio”, che “non tutti i musulmani sono terroristi”… Che magari uno lo pensa anche da solo, se non altro per banali ragioni statistiche, che non tutti i musulmani possono essere terroristi o comunque pericolosi. Ma quando poi uno si trova di fronte all’evidenza che il governo, per poter offrire al pubblico un musulmano buono, è costretto a fabbricarne uno falso, che cosa dovrebbe pensare? Comunque.
Adesso c’è stata un’altra strage, di inequivocabile matrice islamica, perpetrata in nome dell’islam – come tutte quelle che l’hanno preceduta, in ogni parte del mondo – e a noi che siamo ignoranti, ottusi, pieni di pregiudizi, xenofobi e islamofobi, potrebbe venire la tentazione di pensare che questa tanto sbandierata religione di pace, proprio tanto tanto di pace forse non è. E quindi mi chiedo: quale altra favoletta ci ammanniranno stavolta, per convincerci che ci stiamo sbagliando?

barbara

QUANDO I TERRORISTI COLPISCONO

Riescono sempre a beccare i bambini: a Roma
bimbo roma
come a Tel Aviv.
bimba tel aviv
Ma poi, alla brutta faccia degli adoratori del dio della morte, la vita riesce a continuare, a Roma
Gadiel Taché
come a Tel Aviv.
Shani Winterclic

(A Parigi, nel frattempo, si va estendendo la sindrome del disturbo mentale)

barbara

AVREI VOLUTO PARLARE DI TUTT’ALTRO, OGGI

Perché non mi piace l’idea di avere un blog monotematico. E perché non mi piace parlare sempre di tragedie e di odio e di terrorismo e di crimini efferati, non mi piace proprio per niente. Davvero, avevo tutt’altro genere di post in mente, per oggi. Ma non me lo lasciano fare. Quelli che hanno fatto della morte altrui una missione di vita non me lo permettono.

E dunque mi tocca parlare di Chaya, che aveva tre mesi,
chaya-zissel-braun-baby-terror-attack-jerusalem
come Hadas Fogel: come lei è stata immolata sull’altare del dio dell’odio e della morte. E come per Hadas, anche per Chaya gli assassini sono stati celebrati come eroi (e venitemi a raccontare che sono vittime incolpevoli di un regime oppressivo. Venitemi a raccontare che non dobbiamo confondere loro con il loro regime. Venitemi a raccontare che loro la pace la vorrebbero).
Certo è difficile aspettarsi qualcosa di diverso da gente i cui bambini giocano così


(non ci sono didascalie, ma credo che le immagini siano sufficientemente chiare).
E ora andate a leggervi il bellissimo e toccante pezzo di Deborah Fait.
chaya-zissel-braun2
E quelli che hanno regalato agli assassini miliardi di dollari perché possano al più presto ricominciare, mi raccomando, vadano a spremere bene la loro solita lacrimetta al prossimo ventisette gennaio, per ricordarci quanto ma quanto ma quanto gli piacciono gli ebrei morti. Sepolcri imbiancati li chiamava un ebreo di una certa notorietà.

barbara

FACCIA A FACCIA COL NEMICO – PARTE PRIMA

Questa è Gaza.
Gaza
E questo è un angolo della terrazza da cui ho scattato la foto.
terrazza su Gaza
Alzando la testa si può vedere un aerostato: è lui che segnala i missili nel momento in cui vengono lanciati; dal momento in cui partono, e scatta l’allarme a quello in cui arrivano, a questa distanza, passano quindici secondi. Lo sappiamo tutti, lo abbiamo letto, ne abbiamo visto i devastanti effetti, ma vedere a occhio nudo da dove partono i missili che in quindici secondi ti arrivano sulla testa, è diverso. Molto diverso.
Durante la guerra d’indipendenza del 1948 questo piccolissimo insediamento
avamposto 1
era ovviamente in prima linea (ma, come abbiamo appena visto, non è che da allora sia cambiato molto)
avamposto 2
E priorità assoluta dei nemici d’Israele, allora come oggi, era quella di privarli dell’acqua.
acqua

A poca distanza da qui c’è il kibbuz di Ruchama. Arrivandoci, dall’altra parte della strada, si trova questo:
riparo verso Gaza1
riparo verso Gaza2
lo hanno dovuto costruire perché i tiri verso le case all’interno del kibbuz stavano diventando sempre più precisi. È stato qui che nell’aprile del 2011 un missile teleguidato da 280.000 dollari (giusto per non dimenticarci che lì, in quella prigione a cielo aperto, in quel campo di concentramento in cui, a causa del feroce embargo israeliano, sta andando in scena l’olocausto palestinese, si muore letteralmente di fame) ha centrato un autobus che riportava a casa gli scolari; una trentina di ragazzi erano scesi alla fermata prima, ma almeno uno, Daniel Wiplich, sono riusciti a ucciderlo.

Nel frattempo, sull’altra frontiera di Israele, succede questo.

barbara

UNA MATTINA DI DICEMBRE

Quella di ventotto anni fa. Quella in cui all’aeroporto di Fiumicino i terroristi palestinesi hanno scatenato l’inferno – e altri terroristi palestinesi, in contemporanea, lo stavano scatenando all’aeroporto di Vienna – mentre pochi giorni fa è ricorso il quarantesimo anniversario del precedente attentato di Fiumicino, di cui potete leggere qui (e mi raccomando, cercate di trovare il tempo di leggere tutto)


E poi leggi anche qui (anche i commenti: sono interessanti).

barbara

IO SONO MALALA

Il fatto è che noi (io, per lo meno, ma probabilmente non solo io) il nome di Malala lo abbiamo sentito per la prima volta quando i talebani le hanno sparato in faccia, ma in Pakistan la conoscevano tutti, perché da anni Malala, insieme al padre, si batteva per il diritto allo studio, soprattutto per coloro ai quali tale diritto veniva (e viene) ostinatamente negato, ossia le bambine. Da anni parlava e scriveva, da anni teneva conferenze, di fronte a giornalisti, di fronte a politici, alla radio, alla televisione, in internet. E da anni sapeva di essere nel mirino degli estremisti; ciononostante non ha mai pensato, neanche per un momento, di tirarsi indietro, di smettere di condurre una battaglia che sapeva giusta.
Il libro è la storia di questa battaglia e, contemporaneamente, la storia di una famiglia (con un padre che, alla nascita di una femmina, impone a tutti lo stesso comportamento e gli stessi rituali che se fosse nato un maschio) e la storia del Pakistan. Il libro è diario e racconto e denuncia e storia e lucidissima – e incredibilmente matura – analisi sociale e politica. È un libro bello e commovente, consapevole e straordinariamente istruttivo, che andrebbe inserito in tutti i programmi scolastici e imparato a memoria, e del quale voglio lasciarvi una sola, grandissima, perla di saggezza:

Se si vuole risolvere una disputa o uscire da un conflitto, la primissima cosa da fare è dire la verità. Perché se hai mal di testa e al medico dici di avere mal di stomaco, come potrà aiutarti? Bisogna sempre dire la verità. Perché la verità elimina la paura.

(E questa andrebbe fatta imparare a memoria a tutti quei politici che hanno la responsabilità di gestire le cose del mondo). E poi un disegno, eseguito da Malala all’età di 12 anni, che rappresenta il suo ideale di società:
malaladisegno

Oggi è il 10 novembre, giorno che è stato decretato da Gordon Brown come Malala day. Nessuno di noi farà qualcosa di speciale per celebrare questo giorno, ma cerchiamo di fare almeno ciò che è in nostro potere: ricordare questa straordinaria ragazza nei nostri blog, siti, forum, pagine FB, e dare voce a chi ancora non ce l’ha.

Malala Yousafzai, Io sono Malala, Garzanti
iosonomalala
barbara