MAGISTRATURA AL SERVIZIO DELL’IDEOLOGIA E DEL POTERE?

Non solo da oggi.

barbara

LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE

Classificato come romanzo, del romanzo ha in realtà solo la forma narrativa: l’intero contenuto è basato unicamente sui diari e sulle testimonianze di chi, in tutti gli anni della latitanza, ha avuto a che fare con lui. Dialoghi virgolettati e descrizioni sono praticamente assenti, e la ricchissima bibliografia che accompagna il racconto testimonia l’accuratezza e la vastità delle ricerche.
Del personaggio non ho molto da dire, se non che fra gli orrori perpetrati sulle vittime dei suoi “esperimenti” ve ne sono alcuni che non conoscevo, e la cui efferatezza non sarei mai arrivata a immaginare. Quello che invece voglio dire è che questo è un libro che dà soddisfazione, ma proprio tanta. Perché tutti noi, pensando a quest’uomo, ai suoi crimini, ai decenni di libertà, alla totale impunità di cui ha goduto, non riuscivamo a darci pace. Ebbene no, non è andata proprio così. Precisando, beninteso, che nessuna sofferenza patita da quest’uomo potrà mai lontanamente espiare i suoi crimini, che è blasfemo anche il solo pensarlo, emerge tuttavia che forse Eichmann, processato in una gabbia come un gorilla allo zoo, processato – horribile auditu! – proprio da quegli schifosi Untermenschen meritevoli solo di essere sterminati come scarafaggi, impiccato nel cortile di una prigione e cremato – cremato! Lui! Dagli ebrei! – e le ceneri disperse nel Mediterraneo affinché niente potesse restare di lui, ebbene Eichmann, a ben guardare, ha avuto forse una sorte meno malvagia di quella di Mengele. Che ha goduto, sì, delle immense ricchezze della famiglia che gli hanno permesso di comprarsi la libertà, con residenze ultraprotette e fedelissimi pronti a tutto, ma dopo alcuni anni relativamente sereni inizia, soprattutto con la spettacolare cattura di Eichmann da parte del Mossad, un inferno fatto di terrore di essere trovato, di messa in atto di misure di sicurezza che, letteralmente, gli impediscono di vivere, di isterismo e ipocondria che gli allontanano, a poco a poco, anche i più fedeli protettori. Non che con questo giustizia sia fatta, per carità, però a leggere il suo sprofondare sempre più, il ridursi a vivere – lui, l’elegantissimo e ricchissimo dandy che ha avuto tutto – in una baracca, sporco, trasandato, decrepito, evitato da tutti, ecco, una discreta soddisfazione la provi. Detto questo, aggiungo che è un libro davvero eccellente, che merita assolutamente di essere letto.
E voglio concludere riportando una pagina che non esito a definire spassosa. Ad un certo momento, dopo gli anni della grande rimozione, del grande silenzio, si comincia a parlare dei campi di concentramento e di sterminio, di ciò che vi è avvenuto, delle proporzioni di ciò che vi è stato perpetrato, e i nazisti argentini sono sconvolti da queste orribili calunnie che infangano l’onore della Germania. Con l’arrivo di Eichmann respirano di sollievo: lui era al centro di tutto, lui sa tutto, lui ha visto tutto coi suoi occhi: ora potranno, per suo tramite, gridare al mondo la verità!

A poco a poco il mondo scopre lo sterminio degli ebrei d’Europa. Escono sempre più libri, articoli, documentari dedicati ai campi di concentramento e di sterminio nazisti. Nel 1956, nonostante le pressioni del governo tedesco occidentale, che chiede e ottiene il suo ritiro dalla selezione ufficiale del festival di Cannes in nome della riconciliazione franco-tedesca, Notte e nebbia di Alain Resnais sconvolge le coscienze. Il Diario di Anne Frank conosce un crescente successo. Si parla di crimini contro l’umanità, di soluzione finale, di sei milioni di ebrei assassinati. La cerchia Dürer nega questa cifra. Si rallegra per l’impresa di sterminio ma stima in sole trecentosessantacinquemila le vittime ebree, smentisce gli omicidi di massa, i camion e le camere a gas; i sei milioni sono una mera falsificazione della Storia, l’ennesimo raggiro del sionismo mondiale per colpevolizzare e demoralizzare la Germania dopo averle dichiarato guerra e averle inflitto distruzioni spaventose, sette milioni di morti, le più belle città rase al suolo, la perdita dei territori ancestrali all’Est. Per Sassen e Fritsch solo un uomo è in grado di ristabilire la verità. Adolf Eichmann. Ha supervisionato tutte le tappe della guerra contro gli ebrei. Dopo la morte di Hitler, Himmler e Heydrich, è l’ultimo esperto, l’ultimo testimone chiave. Conosce gli attori, le cifre; potrà smentire. Gli ebrei hanno trascinato nel fango la Germania, Eichmann riscatterà il suo onore. Hanno montato la più grossa menzogna della storia per impadronirsi della Palestina, ma saranno pubblicamente sconfessati, le loro maschere e quelle dei loro manutengoli cadranno: la cerchia Dürer distruggerà le loro macchinazioni e lavorerà alla riabilitazione della Germania, alla redenzione del nazismo e del Führer. Fritsch e Sassen propongono a Eichmann di dire la sua sulla «pseudo soluzione finale». Dovrebbero ricavarne un libro, alla casa editrice Dürer piacerebbe pubblicarlo. L’idea affascina Eichmann. Dopo la chiusura della lavanderia ha lavorato in un’azienda di prodotti sanitari e, in mancanza di meglio, ormai alleva galline e conigli d’angora sotto il sole abbrutente della pampa. Le sue giornate sono lunghe e monotone, dà da mangiare agli animali, pulisce le gabbie, raccoglie gli escrementi e rimugina sul passato, sulla sua gloria di un tempo, sulla famiglia rimasta a Buenos Aires, sul quarto figlio appena nato, Ricardo Francisco, un miracolo, sua moglie ha quarantasei anni e lui quasi cinquanta. Si guadagna da vivere molto modestamente. Perciò, un libro sulla sua grande opera… basta anonimato e polli, una manna di quel genere non la si può rifiutare. Ridiventerà una star e si difenderà, lui che spulcia i giornali e la letteratura storica sa che il suo nome è regolarmente citato, a torto – si indigna –, i suoi figli devono conoscere la verità. I tedeschi lo plebisciteranno e la sua tribù potrà tornare in Europa a testa alta. Intanto lui, Fritsch e Sassen guadagneranno un mucchio di soldi con la vendita del libro.
Le sedute di registrazione cominciano nell’aprile del 1957, nel signorile domicilio del giornalista olandese. Tutte le domeniche uomini e donne si riuniscono intorno al grande organizzatore della Shoah, lusingato da tanta attenzione e felice di godersi i sigari e i whisky torbati del padrone di casa. Eichmann tormenta l’anello d’onore delle SS rispondendo alle domande di Sassen e di Fritsch, talvolta spalleggiati da ospiti con competenze più specialistiche, il grande Bubi von Alvensleben, ex aiutante capo di Himmler, e Dieter Menge, il fanatico asso dei cieli proprietario della grande estancia dove i nazisti amano riunirsi.
[…]
Frattanto Sassen e Fritsch proseguono i colloqui con Eichmann. Per sei mesi, «con l’infaticabile spirito dell’eterno tedesco», lui monologa, tutto fiero, a volte commosso fino alle lacrime dai propri racconti, dal proprio successo – «sei milioni di ebrei assassinati» –, dai rimpianti: non ha adempiuto la sua missione, «il completo annientamento del nemico». A Sassen, a Fritsch, alla cerchia Dürer, che non volevano credere alla «propaganda nemica», Eichmann conferma le proporzioni dello sterminio, descrive nei particolari le uccisioni di massa, le camere a gas, i forni crematori, i lavori forzati, le marce della morte, le carestie: la guerra totale ordinata dal Führer. Sassen e Fritsch, quegli agnellini, credevano che il nazismo fosse puro. Non si aspettavano le precisazioni di Eichmann. Oppure speravano che Hitler fosse stato tradito e Eichmann manipolato da potenze straniere. Sei milioni. Quella cifra li lascia scossi. Appena concluse le registrazioni prendono le distanze dal colpevole di crimini contro l’umanità. Hanno calato la loro ultima carta: hanno perso.

Olivier Guez, La scomparsa di Josef Mengele, Neri Pozza
la scomparsa di mengele
barbara

AUSCHWITZ: QUELLA VERA E LE ALTRE

È cominciato tutto con questo post pubblicato su FB da Giulio Meotti, critico sulla scelta di accogliere i cosiddetti migranti al Memoriale della Shoah al binario 21 a Milano.

Pessima la decisione della comunitá ebraica di Milano e del Memoriale della Shoah di aderire alla campagna umanitarista sui migranti, con impliciti paragoni fra la Shoah e le carrette del mare. La stampa vive di queste storie, con titoli edificanti sui “migranti al binario 21”. È due anni, che da Emma Bonino ai ministri svedesi, ci propongono il paragone fra ebrei nella Shoah e migranti nel Mediterraneo, fino a Papa Francesco che paragona i centri per migranti ai campi di concentramento. Si poteva usare il Binario 21 di Milano per manifestazioni a favore dei cristiani perseguitati, delle yazide stuprate, di tante minoranze oppresse dagli stessi nemici del popolo ebraico, le vere vittime della destabilizzazione in corso, non certo i migranti accuditi e protetti. Quello era “onorare la memoria della Shoah”. Gli ebrei dovrebbero difenderla nel momento di massimo negazionismo e mistificazione, di cui i palestinesi fanno quotidiano abuso, anche evitando queste trappole ideologiche sentimentali. Israele lo fa, curando chiunque, onorando la memoria della Shoah ma anche difendendo confini e cultura.

Immediatamente si è scatenato il finimondo da parte dei Buoni di Professione, che hanno preso a latrare come cani rabbiosi, arrivando a dare a Meotti del fascista. Tenace come un pilastro di cemento armato e deciso come un caterpillar, Meotti ha continuato a scrivere per denunciare la vergognosa banalizzazione della Shoah – molto peggiore del negazionismo – sempre più rampante.


Come la Shoah diventa il prezzemolo ideologico per chiudere ogni discussione

 “L’immigrazione e il linguaggio della menzogna. C’è chi spaccia per nuova Shoah la gestione dei nostri confini”

Giulio Meotti

Roma. L’approccio pragmatico all’immigrazione clandestina, il “metodo Minniti”, gli accordi con la Libia e la sua guardia costiera che compie i blocchi, il faticoso tentativo di gestione dei flussi, la firma di un protocollo di intesa con le ong. Come combattere tutto questo? Manipolando il linguaggio, aumentando il peso di parole e immagini portandole a livelli impossibili da sopportare, dispiegando il paragone storico più eclatante, appellandosi all’inaudito, al mai visto. I migranti sono la “nuova Shoah”. Come ha scritto Pascal Bruckner nella “Tirannia della penitenza”, “è così che diventiamo responsabili retroattivamente degli orrori commessi dai nostri antenati o dall’umanità intera”. Non è soltanto quello che fa Roberto Saviano su Repubblica, accusando Matteo Salvini di “attirare la canaglia razzista”, una bella stimmate. E’ quello che fanno a tamburo battente media e ong. “Quello dei migranti è un Olocausto”, iniziò Furio Colombo sul Fatto Quotidiano. Famiglia Cristiana: “Nell’olocausto dei migranti che avviene quotidianamente nel Mar Mediterraneo”.
Le proteste all’hub di Bagnoli, riportate questa settimana dal Corriere della Sera, sono scandite da queste frasi: “Mettiamo fine a questo scempio da campo di concentramento”. Linkiesta ha appena chiamato gli hotspot “campi di concentramento dove mancano solo forni e Zyklon B”, il gas usato dai nazisti per sterminare gli ebrei a Birkenau. Padre Zanotelli questa settimana alla trasmissione “In Onda” su La7: “Sui migranti un giorno diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti e della Shoah”. Il Manifesto ci va giù a raffica: “Crepano nei campi di concentramento della Libia”. E ancora Guido Viale: “Come quello che ha preceduto lo sterminio nazista”. E Alessandro Dal Lago, che paragona le misure sulle ong a “quando la Svizzera chiuse le frontiere agli ebrei in fuga dal nazismo”. Sempre il Fatto Quotidiano la scorsa settimana: “Campi di concentramento gestiti dal governo”. Oxfam Italia, la ong critica dell’accordo del governo Gentiloni con la Libia, parla di “veri e propri lager”. L’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati: “Hotspot? Solo lager”. Se sono “lager”, le autorità italiane e libiche sono “carnefici”.
Giorgio Pagano, presidente dell’Associazione Mediterraneo, ha appena detto: “I nostri nipoti, se continuiamo così, forse diranno quello che oggi noi diciamo dei nazisti”. La Repubblica: “L’Olocausto dei migranti”. Moni Ovadia: “La Shoah di oggi? Il Mediterraneo”. Avvenire: “Profughi, l’Europa non ripeta l’errore che fece con la Shoah”. E poi la bella gente dello spettacolo. “Shoah ieri, migranti oggi: Ute Lemper canta per gli invisibili”. A ruota il Pime, il centro missionario di Milano: “La Shoah e i profughi”. “L’Olocausto che si ripete ogni giorno”, dicono le chiese evangeliche d’Italia. E ancora i convegni promossi dalla Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, con interventi di Pietro Grasso, Laura Boldrini e Gad Lerner, uno dei quali tenuto al Binario 21 di Milano, il Memoriale della Shoah che ospita i migranti. Titolo: “L’Europa, la Shoah, la strage nel Mediterraneo”. E richiami all’untermensch, il sub-umano nazista. E’ così che si azzera il dibattito su accoglienza e controlli, diventiamo tutti nazisti, in Libia come in Italia, e un governo italiano che prova a gestire i flussi è “collaborazionista”.
E’ la prima volta che in un paese occidentale si chiude ogni discussione sull’immigrazione evocando la Shoah, tara inespiabile. E’ manicheismo: da una parte, i buoni che vogliono “fermare la Shoah” e, dall’altra, i collaborazionisti. Chi si oppone è un “bystander” da anni Quaranta. “Salvare vite umane”, costi quel che costi. Impedire il “nuovo Olocausto”. “Fuck Imrcc” dice la nave dei tedeschi Iuventa. E alla fine, nella foga, ti scappa anche “l’Olocausto palestinese”.

(Kolot, 11 agosto 2017)

E ancora il giorno dopo.


La truffa del “nuovo Olocausto”

Giudici che paragonano un centro per migranti a un lager nazista. Intellettuali alla Erri de Luca che parlano di “sterminio di massa” di migranti. Alla radice del grande inganno culturale e lessicale di chi non vuole governare l’immigrazione

di Giulio Meotti

ROMA – L’ideologia, messa in circolazione dai giornali, finisce spesso per entrare nelle sentenze dei magistrati. Ieri, la prima sezione civile del tribunale di Bari ha condannato la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno a versare un risarcimento di 30 mila euro al comune di Bari. Motivo? Il “danno all’immagine” causato dalla presenza di un “cie”, i centri di identificazione dei migranti. “Si pensi ad Auschwitz, luogo che richiama alla mente di tutti immediatamente il campo di concentramento simbolo dell’Olocausto” osserva il magistrato. “E non di certo la cittadina polacca sita nelle vicinanze”.
Dunque, secondo la magistratura un centro per migranti sfigurerebbe il territorio barese come ha fatto il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau alla cittadina polacca di Oswiecim. L’uso sbrigativo, la reiterata propensione comparativa di categorie esplosive, come “sterminio” e “genocidio”, iniziò proprio contro i cie. “Quei lager chiamati Cie”, partì MicroMega dedicandogli un dossier. Poi La Repubblica, sorella nel gruppo Espresso: “Ecco l’inferno del centro immigrati. Campo di concentramento al San Paolo”. La Repubblica sembra aver ritrovato una missione nell’immigrazione, elevandola a causa ideologica, contro il tentativo del governo Gentiloni e del ministro dell’Interno Minniti di regolare i flussi dalla Libia. Si inizia con i pezzi di cronaca, come quello dell’8 agosto: “Libia, arrivano meno migranti che così finiscono nel lager” scrive Rep. Nei confronti dei migranti si consumano “atrocità degne dei peggiori campi di sterminio del XX secolo”. Si scopre che la Kolyma non è più battuta dalle tormente siberiane, ma dalle tempeste di sabbia del deserto libico. La polacca Sobibor oggi è la libica Sabha.
Coloro che consideravano “banalizzante” e dissacrante il paragone tra i sei milioni di ebrei dello sterminio nazista con i milioni nei regimi comunisti, gli anti-comparativi di allora, si sono trasformati nei supercomparativi che ora considerano doveroso mettere sullo stesso piano la più grande tragedia della storia con i campi per migranti in Italia e in Libia. Ieri è arrivato, rilanciato su Repubblica, l’appello firmato da intellettuali, personalità e ong, dal titolo “Io preferirei dino”, accompagnato dal filo spinato di un lager. Il titolo richiama i dodici professori che si rifiutarono di firmare il giuramento Gentile al regime fascista, lo storico Gaetano De Sanctis, il chimico Giorgio Errera, l’orientalista Giorgio Levi della Vida, il filosofo Piero Martinetti e lo storico dell’arte Lionello Venturi. Sui migranti, si legge nell’appello, “è in corso un nuovo sterminio di massa”. Allora “il nostro governo non è indifferente a questa carneficina ma complice”, inviando navi per impedire ai migranti di lasciare le coste e “perseguitando” le ong, Fra i firmatari, lo scrittore Erri de Luca e il critico d’arte Tomaso Montanari, l’Arei ed Emergency, sindacalisti, Mani Ovadia, sacerdoti come Alex Zanotelli e la Comunità di San Benedetto di don Gallo, ma anche i segretari di Sinistra Italiana e Rifondazione, Nicola Fratoianni e Maurizio Acerbo, e poi Vauro (quello che a Servizio Pubblico faceva vignette sull'”Olocausto dei migranti”). E’ lo stesso Erri de Luca che vede “vernichtung”, sterminio, ovunque, tranne dove c’è stato, come nelle terre dell’Isis. De Luca ha lanciato la campagna contro “lo sterminio degli ulivi pugliesi” (che tempi quando Elie Wiesel implorava i commentatori di tutto il mondo ad astenersi dal tirare in ballo l’Olocausto persino sul Kosovo). Paragoni che diminuiscono la capacità di capire e di distinguere.
Ma a una cosa servono: riaprire le rotte, costi quel che costi. Poi uno ripensa alle vecchie edizioni di Repubblica. E si ricorda che il “lager”, prima che nei centri per migranti, il grande quotidiano lo ha visto rinascere in una caserma di Genova: “Il lager Bolzaneto”. “Bolzaneto, il lager dei Gom”. “Il lager-prigione di Bolzaneto”. “Bolzaneto, immagini dal lager”. Di questo passo la Shoah è diventata tutto e niente. In Italia si iniziò chiamandola “Giorno della memoria”, quando in tutto il mondo è la “Giornata internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto”. Si è finiti istituendo la “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione”.

(Il Foglio, 12 agosto 2017)

E concludo la rassegna degli interventi di Giulio Meotti con questo post pubblicato, sempre su FB, poche ore fa in cui, con la sanguigna passione di sempre, risponde agli insensati attacchi della signora politicamente corretta di turno.

Mi ero promesso di non reintervenire, visto il liquame d’odio che mi era colato addosso dopo tre brevi articoli in cui si invitava il Memoriale della Shoah di Milano che ha aperto agli immigrati a non strumentalizzare e banalizzare la memoria. Ma se un deputato della Repubblica, Milena Santerini, mi attacca (articolo sotto), si merita una risposta, non rimarrò in silenzio. Specie perchè questa professoressa e politica, citando Liliana Segre, mi paragona alla “gente perbene” che nel 1943 rimase in silenzio mentre da Milano si deportavano gli ebrei ad Auschwitz. Santerini ha almeno l’onestà di paragonare gli ebrei avviati al macello industriale ai migranti avviati alla salvezza umanitaria: “l’indifferenza degli spettatori”, dice. Quella di Santerini è una pagliacciata ideologica spacciata per buoni sentimenti, è tornaconto elettorale, è falsa coscienza, è posizionamento di comodo, è abuso della storia, della politica e delle parole. Per questa gente la memoria è un banale rito pedagogico, o peggio, un intrattenimento popolare alla Vita è bella. La stanno uccidendo la memoria. A Milano ci sono state marce con decine di migliaia di persone a favore dei migranti. Ogni giorno sulla nostra stampa si paragonano gli ebrei decimati ai migranti salvati. Averne avuti gli ebrei di tanta “indifferenza” nel 1943, mentre li portavano al crematorio di Birkenau, ai camion a gas di Belzec, ai roghi a cielo aperto di Chelmno, nelle fosse delle Einsatzgruppen. Questi onorevoli, questi custodi della memoria, non si sono mai visti quando gli ebrei saltavano in aria nei bus ad Afula, quando i missili finivano nelle loro scuole a Sderot, quando venivano sgozzati nei loro letti a Itamar, quando venivano fatti a pezzi al Dolphinarium. Nessuno di loro parla mai sul mondo arabo-islamico negazionista dell’Olocausto. Anzi, spesso il giorno dopo questi compassionevoli di professione denunciavano la “rappresaglia” di Israele, la sua “occupazione” come causa di quei bagni di sangue. Ho incontrato troppi parenti di israeliani assassinati per non provare vergogna del loro doppio standard e della loro memoria vuota che usano come una clava. All’onorevole Santerini faccio infine notare che non sono affatto “per bene”, ma proprio un “fascista”, un “razzista”, uno “xenofobo”, peggio dunque degli spettatori di allora.

Aggiungo questa breve riflessione inviata a Informazione Corretta da Maria Pia Bernicchia (se dovesse esserci qualcuno che non la conosce, potrà agevolmente trovare informazioni in rete)

E’ davvero vergognoso che si speculi sulla Shoah e succede ancora troppo spesso. Fare paragoni significa non avere capito il principio basilare su cui poggia lo studio dello sterminio del popolo ebraico. Significa non avere letto, ascoltato, visto, pianto… abbastanza! E’ ora di finirla di equiparare i poveri profughi ai deportati ebrei. Nessuno li va a prendere, nessuno li tira giù dal letto a pugni e botte, nessuno li sbatte in carri bestiame, nessuno li deporta a morire in un altrove che l’INDIFFERENZA di tutti si rifiutava di vedere. E’ ora di finirla di equiparare gli israeliani ai nazifascisti. Chi continua a sostenerlo non sa, non vuole sapere… Infine è ora di finirla di considerare Auschwitz e Birkenau la Disneyland della Polonia. Non è sopportabile per chi come me fa ricerca da oltre 50 su quell’Inferno vederlo associato in viaggi di piacere che porteranno turisti a visitare Cracovia e…. già che siamo lì vediamo anche Auschwitz. Ad Auschwitz-Birkenau ci si va per andare ad Auschwitz-Birkenau. Se davvero ci si va dopo aver studiato e letto e pianto…. vi assicuro che non resta molta voglia per vedere altro. Shalom

M.Pia Bernicchia

E ancora una riflessione del giovane Gianluca Pontecorvo.

“Shoah e migranti, paragone che non esiste”

Gianluca Pontecorvo, Consigliere UCEI

Ho letto con dispiacere l’articolo di Gadi Luzzatto Voghera apparso venerdì su questo notiziario.
Polemiche simili sono ormai all’ordine del giorno all’interno dell’ebraismo italiano. Polemiche a cui si è sempre deciso di rispondere tramite altri canali ma è evidente che se il perimetro dello scontro/confronto diventa pubblico non ci si può esimere dal rispondere altrettanto pubblicamente. E pazienza se per una volta a rimetterci è la collettività. Se non scrivessi tali parole sul lungo periodo sarebbe solo peggio.
Giulio Meotti, soggetto non esplicitato nell’articolo dal direttore del CDEC, è un giornalista stimato e che merita con sincerità tutto il nostro apprezzamento. Un giornalista serio che non manca mai di metterci la faccia e mette costantemente a repentaglio anche se stesso per poter sostenere le proprie idee, tra cui ovviamente la difesa di Israele e degli ebrei. Ce ne fossero altri cento come Giulio Meotti nel panorama giornalistico italiano e non ci sarebbero problemi come antisemitismo e antisionismo in Italia.
Sottoscrivo inoltre le parole dell’amico Giulio nel registrare un certo sgradevole fenomeno politicizzato nel voler a tutti i costi rendere sempre più presente l’associazione tra Shoah e immigrati. L’ultimo della serie è comparso su Huffpost a firma di Roberto Della Seta: “Aiutiamoli a casa loro, significa nei lager libici?”.
Che senso ha fare tali paragoni? Che senso ha continuare ad ospitare migranti all’interno del Memoriale della Shoah di Milano che non rischiano, oggettivamente parlando, a causa dell’indifferenza, di finire nei forni crematori?
Certe cose bisogna dirle chiaramente e non ci si può più nascondere dietro un dito.

 (Moked, 13 agosto 2017)

Di questa indecente banalizzazione avevo, nel mio piccolo, scritto anch’io, già quasi quattro anni fa.
E infine ricordo – l’ho già fatto molte volte, ma non mi stancherò mai di continuare a farlo – il bellissimo libro di Giulio Meotti Non smetteremo di danzare.

barbara

MAI PIÙ

Un “mai più” sostenuto da mezzi appropriati.

Diario di un soldato – Testimoni

Una cerimonia dall’atmosfera intensa, un susseguirsi di testimonianze e di voci, di inni di speranza e frasi semplici pronunciate con grande passione. Una cerimonia solenne, sorprendentemente seria se teniamo in considerazione lo spirito che da sempre contraddistingue gli israeliani, per la circostanza, dai toni volutamente spenti. Celebro così Yom HaShoah, per la prima volta in una base militare, per la prima volta dal giorno dell’arruolamento, sotto un cielo privo di stelle. Osservo e ascolto, assimilo dall’angolo riservato ad un soldato semplice quale sono, mentre gli oratori di fronte a me sfoggiano gradi, spille e simboli di ogni colore e forma. La scala gerarchica si fa sempre più chiara nella mia mente. Prende dunque la parola, per ultima, la comandante del mio battaglione. “Qualche anno fa ho preso parte ad un progetto chiamato Edim be Madim (testimoni in divisa), sono partita in Polonia insieme ad un variegato gruppo di comandanti, abbiamo studiato e visitato senza sosta, abbiamo visto e toccato con mano l’orrore. Il seminario si è concluso con una cerimonia nel campo di Auschwitz e d’un tratto, guardandomi intorno, mi sono immaginata cosa un superstite allo sterminio potesse provare nel vederci indossare la divisa con tanto orgoglio. Due bandiere di Israele ai nostri lati, un aereo dell’aviazione israeliana sopra le nostre teste. Tra sogno e realtà, mi sono ripromessa in quel preciso istante che mai più il popolo ebraico sarebbe stato vittima di odio e discriminazioni, mai più nessun ebreo avrebbe nascosto la propria identità, subito alcuna violenza. Mai più”. Abbasso lo sguardo e trovo finalmente le stelle assenti sopra di me. Decine e decine di candele accese riflettono ora la speranza di un popolo che non cesserà mai di esistere. Brillano sotto i miei occhi lucidi proprio come fossero stelle, di quelle che non si spengono nemmeno dopo il più feroce degli uragani.
David Zebuloni (Moked, 6 maggio 2016)

La cerimonia era questa.

E mai più vuol dire proprio mai più, se ne facciano una ragione svastiche, mezzelune e falci e martelli.

barbara

“FINALMENTE SALVO!”

Non è uno scrittore, Ariel Yahalomi, nato Artur Dimant. Non è uno scrittore, e tuttavia questo suo libro di memorie che si snodano attraverso l’infanzia spensierata in Polonia, gli undici campi di lavoro e di concentramento, la liberazione, il trasferimento in Israele, la guerra di liberazione condotta e incredibilmente vinta da un esercito composto in discreta misura da relitti umani reduci dai campi di sterminio, l’intensa attività lì svolta e ancora in atto in tardissima età, questo suo libro, dicevo, prende, cattura, e si legge, dalla prima all’ultima pagina, con la stessa passione con cui è stato scritto. Ne voglio riportare una pagina, particolarmente significativa (ma in realtà sono tutte particolarmente significative).

La prima volta che ebbi un’arma in mano compresi il significato che aveva la possibilità di difendersi. Fino ad allora le uniche mie armi erano state il valore della persona, la presenza di spirito, la volontà di sopravvivere e la capacita di resistere. Sono stato sempre una persona amante della pace. Tuttavia, quel mio primo contatto con un’arma da guerra ebbe su di me un effetto straordinario: adesso non ero più una vittima condannata a fuggire e nascondermi… Mi era assicurato un fondamento morale, potevo tranquillamente affermare che ora operavo in difesa dei miei interessi.
Gli anni trascorsi nei campi di concentramento avevano rappresentato una battaglia senza fine per la vita, per la sopravvivenza, per la propria persona e per il proprio spirito. Nei campi di concentramento, insomma,era stata una lotta incessante per la vita.
In Europa, ad annientarmi ci avevano provato i Tedeschi, adesso in Palestina la situazione non era molto cambiata, l’unica differenza era nel fatto, che qui avevo un’arma in mano, e questa non era una differenza da poco. Ero appena riuscito a venir fuori da una situazione disperata e di nuovo ero finito in una condizione piena di rischi. Ancora una volta la guerra, e insieme tutte le nefandezze ad essa collegate.
Si sa, non esiste una guerra piacevole, una guerra delicata. La guerra, non importa di che genere, è una cosa crudele e malvagia. Per il resto, dipende dal ruolo che ti tocca assumere, se quello di vittima braccata o quello di persona libera con un’arma legale in mano. Una cosa come questa può comprenderla solo chi l’ha vissuta.
Quella e stata una guerra di pochi contro molti, guerra di persone insufficientemente esperte nell’arte della guerra di fronte ad un esercito regolare.
[…]
Per noi era assolutamente chiaro che dovevamo combattere, non avevamo scelta alcuna. Al tempo stesso, però, dovevamo costruire, lavorare, vivere, accogliere i nuovi immigrati che fuggivano dai Paesi arabi.
Tutti quelli che arrivavano dalla Germania erano ex internati nei campi di concentramento; venivano inviati direttamente tra i combattenti. Alcuni miei compagni, giunti a Hajfa in nave nel 1948, furono addestrati all’uso delle armi, mentre ancora in autobus li accompagnavano al fronte. Non ne avevano ancora una pallida idea, per loro era una pratica del tutto ignota. (pp. 98-99)

Anche se di testimonianze come questa ne abbiamo lette a decine, penso che valga ugualmente la pena di leggerlo, per arricchire anora un po’ la nostra coscienza con la conoscenza di ciò che è stato.

Ariel Yahalomi, “Finalmente salvo!”, trad. Augusto Fonseca, Deltaedit
finalmente-salvo
barbara

LE VARIAZIONI REINACH

Struggente. Struggente? Sì, struggente lo è, ma se dici che è struggente capiranno che cos’è questo libro? No, non ne avranno neanche una vaghissima idea, magari penseranno a una di quelle cose sentimentali strappalacrime, niente di più lontano da ciò che è questo libro.
Ricerca? C’è, sì, la ricerca, rigorosa, puntigliosa, infaticabile, di documenti, di testimonianze, di ricordi, ma uno sente ricerca e magari pensa a un saggio, una di quelle cose per addetti ai lavori che se tu non lo sei ci sbadigli sopra, e ti pare che questo libro sia una cosa così? Per carità, non dirlo neanche per scherzo!
Fantasia? Uhm… Per esserci c’è, la fantasia, eccome se c’è, ma se poi si immaginano che sia un racconto di fantasia?

A volte ho l’impressione che i libri vivano di vita propria. Questo l’avevo comprato quindici anni fa, immagino che avessi letto una recensione che mi aveva convinta che valeva la pena di farlo, e poi era rimasto lì, senza che mai mi venisse in mente di leggerlo: altri acquisti, altre letture, altre urgenze, e lui sempre lì. Poi un giorno improvvisamente, finito un libro vado alla libreria dei libri non ancora letti e la mano si dirige – mi verrebbe da dire da sola – verso questo, lo estrae, toglie la sovracopertina, e comincio a leggere. Curiosamente ho trovato recentemente una sensazione simile qui: «A lettura ultimata, mi sono resa conto che Adieu Volodia mi si è improvvisamente imposto con un perentorio “leggimi, leggimi adesso!”» È esattamente così: improvvisamente sai, con ogni cellula del tuo corpo e del tuo cervello, che devi leggere quel libro. Che devi leggerlo adesso. E man mano che vai avanti a leggerlo tutto il tuo corpo e tutta la tua mente continuano a riconoscere che sì, era proprio il momento giusto per leggere questo libro, era proprio il libro giusto da leggere in questo momento. Un po’ come gli incontri: lo guardi negli occhi ed è colpo di fulmine; lo avessi incontrato tre giorni prima, o una settimana dopo, non lo avresti neppure notato.

Il fatto è che non è facile rendere l’idea di che cosa sia un libro come questo. Quello che posso dire con assoluta certezza è che è uno di quei libri che, quando li hai letti, ti senti molto più ricco. Variazioni, si intitola: esattamente come quelle musicali. Si parte da un tema esistente e vi si aggiunge la propria fantasia, la propria sensibilità, il proprio vissuto, la propria curiosità… e diventa una cosa propria. Qui il tema di partenza sono le foto e i documenti – che, all’inizio casualmente, poi puntigliosamente cercati, vengono a trovarsi in mano all’autore – riguardanti due ricchissime famiglie ebraiche parigine, sostanzialmente assimilate, talmente lontane dall’ebraismo vissuto, talmente estranee, da non poter neppure immaginare che le cose poco simpatiche che ad un certo momento cominciano a succedere agli ebrei possano avere qualcosa a che fare con loro. La conclusione la conosci, e tuttavia un brivido ti scende lungo la schiena quando, in un capitolo dedicato alle variazioni su tre momenti di buio benché non sia notte, arrivi al terzo che consiste in una sola frase: Il vagone è al buio benché non sia notte…
E dunque l’autore visita la villa donata allo stato e trasformata in museo
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e immagina la padrona di casa attraversarla per l’ultima volta, immagina i suoi pensieri, immagina i suoi gesti, immagina i suoi ricordi, parlando di se stesso in terza persona: La vede salire lo scalone… Legge una lettera e immagina le riflessioni che hanno indotto a scriverla. Guarda una fotografia e ricostruisce, a partire dalle espressioni dei volti, dall’atteggiamento dei corpi, una possibile conversazione tra le varie persone in quel momento, in quel luogo, in quella situazione, e i pensieri dietro le parole, e i ricordi dietro i pensieri. E visita Drancy
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e “sente” le voci, tutte quelle voci di coloro che ancora speravano, ancora si illudevano di avere una via d’uscita, un futuro, e invece non ne avevano. E poi ci sono le variazioni sul tema dei suoi ricordi personali, e su quello delle conversazioni con un amico sul libro che sta nascendo, e su quello delle visite con sua moglie ai luoghi che costituiscono la trama del libro… E man mano che leggi ti senti sempre più preso per incantamento in questo incredibile lavoro di ricostruzione che non disdegna il più apparentemente insignificante dettaglio sottratto all’oblio, come un paleontologo che da microscopici frammenti d’osso sottratti al fango ricostruisce l’immagine di un intero scheletro. E poi te lo presenta, e tu puoi ammirarlo in tutta la sua bellezza, in tutto il suo splendore.
Questo è proprio un libro che devi leggere. Magari lasciandolo lì fino a quando lui non ti dirà che è il momento giusto. Però lo devi leggere.

E questa è una di quelle recensioni che si scrivono a rate, perché anche tu devi raccattare, frammento per frammento, le tue sensazioni, le tue emozioni, e ad un certo momento dici basta adesso ho detto tutto posso pubblicarlo e poi dici no aspetta, che magari ti viene in mente qualcos’altro e infatti sì, la sera ti viene in mente ancora una cosa, e il giorno dopo un’altra ancora, e ti sembra sempre che il lavoro non debba finire mai, come quello dell’autore che spera di trovare ancora un documento, ancora una foto, ancora un frammento di ricordo riemergente dai meandri della memoria del nipote del terzo cugino… Poi alla fine ti decidi a pubblicare, perché prima o poi bisogna pur farlo, ma sai bene che sei lontana, molto lontana dall’aver completato il lavoro.
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Filippo Tuena, Le variazioni REINACH, Rizzoli

barbara

HO LETTO UN LIBRO

Si intitola Il racconto dell’anello e dice che è una storia vera raccontata in prima persona dal protagonista e tradotta dalla nipote che assicura che non c’è neanche una virgola di fantasia aggiunta e che poi oltre che una vicenda personale è anche un documento storico prezioso, una testimonianza accuratissima di fatti e luoghi, con interpretazioni di prima mano [qualunque cosa possa significare…] e notazioni che ne raccomanderebbero la lettura nelle scuole. E dunque c’è questo tizio che viene deportato a Treblinka e poi sogna una ragazza bellissima che gli dice tranquillo andrà tutto bene e poi il giorno dopo mentre è in fila trova per terra nella sabbia un anello sfuggito alle SS e sull’anello c’è un cammeo col ritratto preciso sputato della ragazza del sogno e lui decide di tenerselo e poi scappa da Treblinka e resta libero un sacco di tempo e va in giro e fa affari e ha una donna e poi lo riprendono e l’anello sfugge a tutte le perquisizioni tranne una volta però poi le SS glielo restituiscono e poi finisce ad Auschwitz dove solo i poveracci portano la divisa del campo mentre quelli che hanno un qualche ruolo o funzione se la fanno fare su misura dai sarti del campo con stoffe di buona qualità e con un ottimo taglio che gli stanno a pennello (c’era un bordello di ebrei ricchi ad Auschwitz, sapete) e poi racconta di tutti gli innumerevoli bombardamenti alleati su Auschwitz che ogni volta i tedeschi se la facevano sotto dalla paura e gli ebrei che preparavano la rivolta che avevano quantità industriali di armi nascoste dappertutto in giro per il campo e poi racconta un sacco di altre cose che adesso non mi ricordo più ed è un vero peccato perché sono tutte cose che non si trovano in nessun altro libro di memorie di sopravvissuti alla deportazione e poi arriva la liberazione e lui va a Roma e un giorno in campagna resta con la macchina in panne e gli dà un passaggio un camion che trasporta castagne che poi si ferma a tirare su anche una ragazza e indovinate un po’, era la ragazza del sogno e dell’anello, lei precisa sputata e anche con la stessa voce e poi si sposano e poi si trasferiscono in America e vissero a lungo felici e contenti.
No, non vi dico che è una cagata pazzesca perché sarebbe uno stratosferico eufemismo.

barbara