AUSCHWITZ: QUELLA VERA E LE ALTRE

È cominciato tutto con questo post pubblicato su FB da Giulio Meotti, critico sulla scelta di accogliere i cosiddetti migranti al Memoriale della Shoah al binario 21 a Milano.

Pessima la decisione della comunitá ebraica di Milano e del Memoriale della Shoah di aderire alla campagna umanitarista sui migranti, con impliciti paragoni fra la Shoah e le carrette del mare. La stampa vive di queste storie, con titoli edificanti sui “migranti al binario 21”. È due anni, che da Emma Bonino ai ministri svedesi, ci propongono il paragone fra ebrei nella Shoah e migranti nel Mediterraneo, fino a Papa Francesco che paragona i centri per migranti ai campi di concentramento. Si poteva usare il Binario 21 di Milano per manifestazioni a favore dei cristiani perseguitati, delle yazide stuprate, di tante minoranze oppresse dagli stessi nemici del popolo ebraico, le vere vittime della destabilizzazione in corso, non certo i migranti accuditi e protetti. Quello era “onorare la memoria della Shoah”. Gli ebrei dovrebbero difenderla nel momento di massimo negazionismo e mistificazione, di cui i palestinesi fanno quotidiano abuso, anche evitando queste trappole ideologiche sentimentali. Israele lo fa, curando chiunque, onorando la memoria della Shoah ma anche difendendo confini e cultura.

Immediatamente si è scatenato il finimondo da parte dei Buoni di Professione, che hanno preso a latrare come cani rabbiosi, arrivando a dare a Meotti del fascista. Tenace come un pilastro di cemento armato e deciso come un caterpillar, Meotti ha continuato a scrivere per denunciare la vergognosa banalizzazione della Shoah – molto peggiore del negazionismo – sempre più rampante.


Come la Shoah diventa il prezzemolo ideologico per chiudere ogni discussione

 “L’immigrazione e il linguaggio della menzogna. C’è chi spaccia per nuova Shoah la gestione dei nostri confini”

Giulio Meotti

Roma. L’approccio pragmatico all’immigrazione clandestina, il “metodo Minniti”, gli accordi con la Libia e la sua guardia costiera che compie i blocchi, il faticoso tentativo di gestione dei flussi, la firma di un protocollo di intesa con le ong. Come combattere tutto questo? Manipolando il linguaggio, aumentando il peso di parole e immagini portandole a livelli impossibili da sopportare, dispiegando il paragone storico più eclatante, appellandosi all’inaudito, al mai visto. I migranti sono la “nuova Shoah”. Come ha scritto Pascal Bruckner nella “Tirannia della penitenza”, “è così che diventiamo responsabili retroattivamente degli orrori commessi dai nostri antenati o dall’umanità intera”. Non è soltanto quello che fa Roberto Saviano su Repubblica, accusando Matteo Salvini di “attirare la canaglia razzista”, una bella stimmate. E’ quello che fanno a tamburo battente media e ong. “Quello dei migranti è un Olocausto”, iniziò Furio Colombo sul Fatto Quotidiano. Famiglia Cristiana: “Nell’olocausto dei migranti che avviene quotidianamente nel Mar Mediterraneo”.
Le proteste all’hub di Bagnoli, riportate questa settimana dal Corriere della Sera, sono scandite da queste frasi: “Mettiamo fine a questo scempio da campo di concentramento”. Linkiesta ha appena chiamato gli hotspot “campi di concentramento dove mancano solo forni e Zyklon B”, il gas usato dai nazisti per sterminare gli ebrei a Birkenau. Padre Zanotelli questa settimana alla trasmissione “In Onda” su La7: “Sui migranti un giorno diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti e della Shoah”. Il Manifesto ci va giù a raffica: “Crepano nei campi di concentramento della Libia”. E ancora Guido Viale: “Come quello che ha preceduto lo sterminio nazista”. E Alessandro Dal Lago, che paragona le misure sulle ong a “quando la Svizzera chiuse le frontiere agli ebrei in fuga dal nazismo”. Sempre il Fatto Quotidiano la scorsa settimana: “Campi di concentramento gestiti dal governo”. Oxfam Italia, la ong critica dell’accordo del governo Gentiloni con la Libia, parla di “veri e propri lager”. L’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati: “Hotspot? Solo lager”. Se sono “lager”, le autorità italiane e libiche sono “carnefici”.
Giorgio Pagano, presidente dell’Associazione Mediterraneo, ha appena detto: “I nostri nipoti, se continuiamo così, forse diranno quello che oggi noi diciamo dei nazisti”. La Repubblica: “L’Olocausto dei migranti”. Moni Ovadia: “La Shoah di oggi? Il Mediterraneo”. Avvenire: “Profughi, l’Europa non ripeta l’errore che fece con la Shoah”. E poi la bella gente dello spettacolo. “Shoah ieri, migranti oggi: Ute Lemper canta per gli invisibili”. A ruota il Pime, il centro missionario di Milano: “La Shoah e i profughi”. “L’Olocausto che si ripete ogni giorno”, dicono le chiese evangeliche d’Italia. E ancora i convegni promossi dalla Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, con interventi di Pietro Grasso, Laura Boldrini e Gad Lerner, uno dei quali tenuto al Binario 21 di Milano, il Memoriale della Shoah che ospita i migranti. Titolo: “L’Europa, la Shoah, la strage nel Mediterraneo”. E richiami all’untermensch, il sub-umano nazista. E’ così che si azzera il dibattito su accoglienza e controlli, diventiamo tutti nazisti, in Libia come in Italia, e un governo italiano che prova a gestire i flussi è “collaborazionista”.
E’ la prima volta che in un paese occidentale si chiude ogni discussione sull’immigrazione evocando la Shoah, tara inespiabile. E’ manicheismo: da una parte, i buoni che vogliono “fermare la Shoah” e, dall’altra, i collaborazionisti. Chi si oppone è un “bystander” da anni Quaranta. “Salvare vite umane”, costi quel che costi. Impedire il “nuovo Olocausto”. “Fuck Imrcc” dice la nave dei tedeschi Iuventa. E alla fine, nella foga, ti scappa anche “l’Olocausto palestinese”.

(Kolot, 11 agosto 2017)

E ancora il giorno dopo.


La truffa del “nuovo Olocausto”

Giudici che paragonano un centro per migranti a un lager nazista. Intellettuali alla Erri de Luca che parlano di “sterminio di massa” di migranti. Alla radice del grande inganno culturale e lessicale di chi non vuole governare l’immigrazione

di Giulio Meotti

ROMA – L’ideologia, messa in circolazione dai giornali, finisce spesso per entrare nelle sentenze dei magistrati. Ieri, la prima sezione civile del tribunale di Bari ha condannato la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno a versare un risarcimento di 30 mila euro al comune di Bari. Motivo? Il “danno all’immagine” causato dalla presenza di un “cie”, i centri di identificazione dei migranti. “Si pensi ad Auschwitz, luogo che richiama alla mente di tutti immediatamente il campo di concentramento simbolo dell’Olocausto” osserva il magistrato. “E non di certo la cittadina polacca sita nelle vicinanze”.
Dunque, secondo la magistratura un centro per migranti sfigurerebbe il territorio barese come ha fatto il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau alla cittadina polacca di Oswiecim. L’uso sbrigativo, la reiterata propensione comparativa di categorie esplosive, come “sterminio” e “genocidio”, iniziò proprio contro i cie. “Quei lager chiamati Cie”, partì MicroMega dedicandogli un dossier. Poi La Repubblica, sorella nel gruppo Espresso: “Ecco l’inferno del centro immigrati. Campo di concentramento al San Paolo”. La Repubblica sembra aver ritrovato una missione nell’immigrazione, elevandola a causa ideologica, contro il tentativo del governo Gentiloni e del ministro dell’Interno Minniti di regolare i flussi dalla Libia. Si inizia con i pezzi di cronaca, come quello dell’8 agosto: “Libia, arrivano meno migranti che così finiscono nel lager” scrive Rep. Nei confronti dei migranti si consumano “atrocità degne dei peggiori campi di sterminio del XX secolo”. Si scopre che la Kolyma non è più battuta dalle tormente siberiane, ma dalle tempeste di sabbia del deserto libico. La polacca Sobibor oggi è la libica Sabha.
Coloro che consideravano “banalizzante” e dissacrante il paragone tra i sei milioni di ebrei dello sterminio nazista con i milioni nei regimi comunisti, gli anti-comparativi di allora, si sono trasformati nei supercomparativi che ora considerano doveroso mettere sullo stesso piano la più grande tragedia della storia con i campi per migranti in Italia e in Libia. Ieri è arrivato, rilanciato su Repubblica, l’appello firmato da intellettuali, personalità e ong, dal titolo “Io preferirei dino”, accompagnato dal filo spinato di un lager. Il titolo richiama i dodici professori che si rifiutarono di firmare il giuramento Gentile al regime fascista, lo storico Gaetano De Sanctis, il chimico Giorgio Errera, l’orientalista Giorgio Levi della Vida, il filosofo Piero Martinetti e lo storico dell’arte Lionello Venturi. Sui migranti, si legge nell’appello, “è in corso un nuovo sterminio di massa”. Allora “il nostro governo non è indifferente a questa carneficina ma complice”, inviando navi per impedire ai migranti di lasciare le coste e “perseguitando” le ong, Fra i firmatari, lo scrittore Erri de Luca e il critico d’arte Tomaso Montanari, l’Arei ed Emergency, sindacalisti, Mani Ovadia, sacerdoti come Alex Zanotelli e la Comunità di San Benedetto di don Gallo, ma anche i segretari di Sinistra Italiana e Rifondazione, Nicola Fratoianni e Maurizio Acerbo, e poi Vauro (quello che a Servizio Pubblico faceva vignette sull'”Olocausto dei migranti”). E’ lo stesso Erri de Luca che vede “vernichtung”, sterminio, ovunque, tranne dove c’è stato, come nelle terre dell’Isis. De Luca ha lanciato la campagna contro “lo sterminio degli ulivi pugliesi” (che tempi quando Elie Wiesel implorava i commentatori di tutto il mondo ad astenersi dal tirare in ballo l’Olocausto persino sul Kosovo). Paragoni che diminuiscono la capacità di capire e di distinguere.
Ma a una cosa servono: riaprire le rotte, costi quel che costi. Poi uno ripensa alle vecchie edizioni di Repubblica. E si ricorda che il “lager”, prima che nei centri per migranti, il grande quotidiano lo ha visto rinascere in una caserma di Genova: “Il lager Bolzaneto”. “Bolzaneto, il lager dei Gom”. “Il lager-prigione di Bolzaneto”. “Bolzaneto, immagini dal lager”. Di questo passo la Shoah è diventata tutto e niente. In Italia si iniziò chiamandola “Giorno della memoria”, quando in tutto il mondo è la “Giornata internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto”. Si è finiti istituendo la “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione”.

(Il Foglio, 12 agosto 2017)

E concludo la rassegna degli interventi di Giulio Meotti con questo post pubblicato, sempre su FB, poche ore fa in cui, con la sanguigna passione di sempre, risponde agli insensati attacchi della signora politicamente corretta di turno.

Mi ero promesso di non reintervenire, visto il liquame d’odio che mi era colato addosso dopo tre brevi articoli in cui si invitava il Memoriale della Shoah di Milano che ha aperto agli immigrati a non strumentalizzare e banalizzare la memoria. Ma se un deputato della Repubblica, Milena Santerini, mi attacca (articolo sotto), si merita una risposta, non rimarrò in silenzio. Specie perchè questa professoressa e politica, citando Liliana Segre, mi paragona alla “gente perbene” che nel 1943 rimase in silenzio mentre da Milano si deportavano gli ebrei ad Auschwitz. Santerini ha almeno l’onestà di paragonare gli ebrei avviati al macello industriale ai migranti avviati alla salvezza umanitaria: “l’indifferenza degli spettatori”, dice. Quella di Santerini è una pagliacciata ideologica spacciata per buoni sentimenti, è tornaconto elettorale, è falsa coscienza, è posizionamento di comodo, è abuso della storia, della politica e delle parole. Per questa gente la memoria è un banale rito pedagogico, o peggio, un intrattenimento popolare alla Vita è bella. La stanno uccidendo la memoria. A Milano ci sono state marce con decine di migliaia di persone a favore dei migranti. Ogni giorno sulla nostra stampa si paragonano gli ebrei decimati ai migranti salvati. Averne avuti gli ebrei di tanta “indifferenza” nel 1943, mentre li portavano al crematorio di Birkenau, ai camion a gas di Belzec, ai roghi a cielo aperto di Chelmno, nelle fosse delle Einsatzgruppen. Questi onorevoli, questi custodi della memoria, non si sono mai visti quando gli ebrei saltavano in aria nei bus ad Afula, quando i missili finivano nelle loro scuole a Sderot, quando venivano sgozzati nei loro letti a Itamar, quando venivano fatti a pezzi al Dolphinarium. Nessuno di loro parla mai sul mondo arabo-islamico negazionista dell’Olocausto. Anzi, spesso il giorno dopo questi compassionevoli di professione denunciavano la “rappresaglia” di Israele, la sua “occupazione” come causa di quei bagni di sangue. Ho incontrato troppi parenti di israeliani assassinati per non provare vergogna del loro doppio standard e della loro memoria vuota che usano come una clava. All’onorevole Santerini faccio infine notare che non sono affatto “per bene”, ma proprio un “fascista”, un “razzista”, uno “xenofobo”, peggio dunque degli spettatori di allora.

Aggiungo questa breve riflessione inviata a Informazione Corretta da Maria Pia Bernicchia (se dovesse esserci qualcuno che non la conosce, potrà agevolmente trovare informazioni in rete)

E’ davvero vergognoso che si speculi sulla Shoah e succede ancora troppo spesso. Fare paragoni significa non avere capito il principio basilare su cui poggia lo studio dello sterminio del popolo ebraico. Significa non avere letto, ascoltato, visto, pianto… abbastanza! E’ ora di finirla di equiparare i poveri profughi ai deportati ebrei. Nessuno li va a prendere, nessuno li tira giù dal letto a pugni e botte, nessuno li sbatte in carri bestiame, nessuno li deporta a morire in un altrove che l’INDIFFERENZA di tutti si rifiutava di vedere. E’ ora di finirla di equiparare gli israeliani ai nazifascisti. Chi continua a sostenerlo non sa, non vuole sapere… Infine è ora di finirla di considerare Auschwitz e Birkenau la Disneyland della Polonia. Non è sopportabile per chi come me fa ricerca da oltre 50 su quell’Inferno vederlo associato in viaggi di piacere che porteranno turisti a visitare Cracovia e…. già che siamo lì vediamo anche Auschwitz. Ad Auschwitz-Birkenau ci si va per andare ad Auschwitz-Birkenau. Se davvero ci si va dopo aver studiato e letto e pianto…. vi assicuro che non resta molta voglia per vedere altro. Shalom

M.Pia Bernicchia

E ancora una riflessione del giovane Gianluca Pontecorvo.

“Shoah e migranti, paragone che non esiste”

Gianluca Pontecorvo, Consigliere UCEI

Ho letto con dispiacere l’articolo di Gadi Luzzatto Voghera apparso venerdì su questo notiziario.
Polemiche simili sono ormai all’ordine del giorno all’interno dell’ebraismo italiano. Polemiche a cui si è sempre deciso di rispondere tramite altri canali ma è evidente che se il perimetro dello scontro/confronto diventa pubblico non ci si può esimere dal rispondere altrettanto pubblicamente. E pazienza se per una volta a rimetterci è la collettività. Se non scrivessi tali parole sul lungo periodo sarebbe solo peggio.
Giulio Meotti, soggetto non esplicitato nell’articolo dal direttore del CDEC, è un giornalista stimato e che merita con sincerità tutto il nostro apprezzamento. Un giornalista serio che non manca mai di metterci la faccia e mette costantemente a repentaglio anche se stesso per poter sostenere le proprie idee, tra cui ovviamente la difesa di Israele e degli ebrei. Ce ne fossero altri cento come Giulio Meotti nel panorama giornalistico italiano e non ci sarebbero problemi come antisemitismo e antisionismo in Italia.
Sottoscrivo inoltre le parole dell’amico Giulio nel registrare un certo sgradevole fenomeno politicizzato nel voler a tutti i costi rendere sempre più presente l’associazione tra Shoah e immigrati. L’ultimo della serie è comparso su Huffpost a firma di Roberto Della Seta: “Aiutiamoli a casa loro, significa nei lager libici?”.
Che senso ha fare tali paragoni? Che senso ha continuare ad ospitare migranti all’interno del Memoriale della Shoah di Milano che non rischiano, oggettivamente parlando, a causa dell’indifferenza, di finire nei forni crematori?
Certe cose bisogna dirle chiaramente e non ci si può più nascondere dietro un dito.

 (Moked, 13 agosto 2017)

Di questa indecente banalizzazione avevo, nel mio piccolo, scritto anch’io, già quasi quattro anni fa.
E infine ricordo – l’ho già fatto molte volte, ma non mi stancherò mai di continuare a farlo – il bellissimo libro di Giulio Meotti Non smetteremo di danzare.

barbara

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MAI PIÙ

Un “mai più” sostenuto da mezzi appropriati.

Diario di un soldato – Testimoni

Una cerimonia dall’atmosfera intensa, un susseguirsi di testimonianze e di voci, di inni di speranza e frasi semplici pronunciate con grande passione. Una cerimonia solenne, sorprendentemente seria se teniamo in considerazione lo spirito che da sempre contraddistingue gli israeliani, per la circostanza, dai toni volutamente spenti. Celebro così Yom HaShoah, per la prima volta in una base militare, per la prima volta dal giorno dell’arruolamento, sotto un cielo privo di stelle. Osservo e ascolto, assimilo dall’angolo riservato ad un soldato semplice quale sono, mentre gli oratori di fronte a me sfoggiano gradi, spille e simboli di ogni colore e forma. La scala gerarchica si fa sempre più chiara nella mia mente. Prende dunque la parola, per ultima, la comandante del mio battaglione. “Qualche anno fa ho preso parte ad un progetto chiamato Edim be Madim (testimoni in divisa), sono partita in Polonia insieme ad un variegato gruppo di comandanti, abbiamo studiato e visitato senza sosta, abbiamo visto e toccato con mano l’orrore. Il seminario si è concluso con una cerimonia nel campo di Auschwitz e d’un tratto, guardandomi intorno, mi sono immaginata cosa un superstite allo sterminio potesse provare nel vederci indossare la divisa con tanto orgoglio. Due bandiere di Israele ai nostri lati, un aereo dell’aviazione israeliana sopra le nostre teste. Tra sogno e realtà, mi sono ripromessa in quel preciso istante che mai più il popolo ebraico sarebbe stato vittima di odio e discriminazioni, mai più nessun ebreo avrebbe nascosto la propria identità, subito alcuna violenza. Mai più”. Abbasso lo sguardo e trovo finalmente le stelle assenti sopra di me. Decine e decine di candele accese riflettono ora la speranza di un popolo che non cesserà mai di esistere. Brillano sotto i miei occhi lucidi proprio come fossero stelle, di quelle che non si spengono nemmeno dopo il più feroce degli uragani.
David Zebuloni (Moked, 6 maggio 2016)

La cerimonia era questa.

E mai più vuol dire proprio mai più, se ne facciano una ragione svastiche, mezzelune e falci e martelli.

barbara

“FINALMENTE SALVO!”

Non è uno scrittore, Ariel Yahalomi, nato Artur Dimant. Non è uno scrittore, e tuttavia questo suo libro di memorie che si snodano attraverso l’infanzia spensierata in Polonia, gli undici campi di lavoro e di concentramento, la liberazione, il trasferimento in Israele, la guerra di liberazione condotta e incredibilmente vinta da un esercito composto in discreta misura da relitti umani reduci dai campi di sterminio, l’intensa attività lì svolta e ancora in atto in tardissima età, questo suo libro, dicevo, prende, cattura, e si legge, dalla prima all’ultima pagina, con la stessa passione con cui è stato scritto. Ne voglio riportare una pagina, particolarmente significativa (ma in realtà sono tutte particolarmente significative).

La prima volta che ebbi un’arma in mano compresi il significato che aveva la possibilità di difendersi. Fino ad allora le uniche mie armi erano state il valore della persona, la presenza di spirito, la volontà di sopravvivere e la capacita di resistere. Sono stato sempre una persona amante della pace. Tuttavia, quel mio primo contatto con un’arma da guerra ebbe su di me un effetto straordinario: adesso non ero più una vittima condannata a fuggire e nascondermi… Mi era assicurato un fondamento morale, potevo tranquillamente affermare che ora operavo in difesa dei miei interessi.
Gli anni trascorsi nei campi di concentramento avevano rappresentato una battaglia senza fine per la vita, per la sopravvivenza, per la propria persona e per il proprio spirito. Nei campi di concentramento, insomma,era stata una lotta incessante per la vita.
In Europa, ad annientarmi ci avevano provato i Tedeschi, adesso in Palestina la situazione non era molto cambiata, l’unica differenza era nel fatto, che qui avevo un’arma in mano, e questa non era una differenza da poco. Ero appena riuscito a venir fuori da una situazione disperata e di nuovo ero finito in una condizione piena di rischi. Ancora una volta la guerra, e insieme tutte le nefandezze ad essa collegate.
Si sa, non esiste una guerra piacevole, una guerra delicata. La guerra, non importa di che genere, è una cosa crudele e malvagia. Per il resto, dipende dal ruolo che ti tocca assumere, se quello di vittima braccata o quello di persona libera con un’arma legale in mano. Una cosa come questa può comprenderla solo chi l’ha vissuta.
Quella e stata una guerra di pochi contro molti, guerra di persone insufficientemente esperte nell’arte della guerra di fronte ad un esercito regolare.
[…]
Per noi era assolutamente chiaro che dovevamo combattere, non avevamo scelta alcuna. Al tempo stesso, però, dovevamo costruire, lavorare, vivere, accogliere i nuovi immigrati che fuggivano dai Paesi arabi.
Tutti quelli che arrivavano dalla Germania erano ex internati nei campi di concentramento; venivano inviati direttamente tra i combattenti. Alcuni miei compagni, giunti a Hajfa in nave nel 1948, furono addestrati all’uso delle armi, mentre ancora in autobus li accompagnavano al fronte. Non ne avevano ancora una pallida idea, per loro era una pratica del tutto ignota. (pp. 98-99)

Anche se di testimonianze come questa ne abbiamo lette a decine, penso che valga ugualmente la pena di leggerlo, per arricchire anora un po’ la nostra coscienza con la conoscenza di ciò che è stato.

Ariel Yahalomi, “Finalmente salvo!”, trad. Augusto Fonseca, Deltaedit
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barbara

LE VARIAZIONI REINACH

Struggente. Struggente? Sì, struggente lo è, ma se dici che è struggente capiranno che cos’è questo libro? No, non ne avranno neanche una vaghissima idea, magari penseranno a una di quelle cose sentimentali strappalacrime, niente di più lontano da ciò che è questo libro.
Ricerca? C’è, sì, la ricerca, rigorosa, puntigliosa, infaticabile, di documenti, di testimonianze, di ricordi, ma uno sente ricerca e magari pensa a un saggio, una di quelle cose per addetti ai lavori che se tu non lo sei ci sbadigli sopra, e ti pare che questo libro sia una cosa così? Per carità, non dirlo neanche per scherzo!
Fantasia? Uhm… Per esserci c’è, la fantasia, eccome se c’è, ma se poi si immaginano che sia un racconto di fantasia?

A volte ho l’impressione che i libri vivano di vita propria. Questo l’avevo comprato quindici anni fa, immagino che avessi letto una recensione che mi aveva convinta che valeva la pena di farlo, e poi era rimasto lì, senza che mai mi venisse in mente di leggerlo: altri acquisti, altre letture, altre urgenze, e lui sempre lì. Poi un giorno improvvisamente, finito un libro vado alla libreria dei libri non ancora letti e la mano si dirige – mi verrebbe da dire da sola – verso questo, lo estrae, toglie la sovracopertina, e comincio a leggere. Curiosamente ho trovato recentemente una sensazione simile qui: «A lettura ultimata, mi sono resa conto che Adieu Volodia mi si è improvvisamente imposto con un perentorio “leggimi, leggimi adesso!”» È esattamente così: improvvisamente sai, con ogni cellula del tuo corpo e del tuo cervello, che devi leggere quel libro. Che devi leggerlo adesso. E man mano che vai avanti a leggerlo tutto il tuo corpo e tutta la tua mente continuano a riconoscere che sì, era proprio il momento giusto per leggere questo libro, era proprio il libro giusto da leggere in questo momento. Un po’ come gli incontri: lo guardi negli occhi ed è colpo di fulmine; lo avessi incontrato tre giorni prima, o una settimana dopo, non lo avresti neppure notato.

Il fatto è che non è facile rendere l’idea di che cosa sia un libro come questo. Quello che posso dire con assoluta certezza è che è uno di quei libri che, quando li hai letti, ti senti molto più ricco. Variazioni, si intitola: esattamente come quelle musicali. Si parte da un tema esistente e vi si aggiunge la propria fantasia, la propria sensibilità, il proprio vissuto, la propria curiosità… e diventa una cosa propria. Qui il tema di partenza sono le foto e i documenti – che, all’inizio casualmente, poi puntigliosamente cercati, vengono a trovarsi in mano all’autore – riguardanti due ricchissime famiglie ebraiche parigine, sostanzialmente assimilate, talmente lontane dall’ebraismo vissuto, talmente estranee, da non poter neppure immaginare che le cose poco simpatiche che ad un certo momento cominciano a succedere agli ebrei possano avere qualcosa a che fare con loro. La conclusione la conosci, e tuttavia un brivido ti scende lungo la schiena quando, in un capitolo dedicato alle variazioni su tre momenti di buio benché non sia notte, arrivi al terzo che consiste in una sola frase: Il vagone è al buio benché non sia notte…
E dunque l’autore visita la villa donata allo stato e trasformata in museo
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e immagina la padrona di casa attraversarla per l’ultima volta, immagina i suoi pensieri, immagina i suoi gesti, immagina i suoi ricordi, parlando di se stesso in terza persona: La vede salire lo scalone… Legge una lettera e immagina le riflessioni che hanno indotto a scriverla. Guarda una fotografia e ricostruisce, a partire dalle espressioni dei volti, dall’atteggiamento dei corpi, una possibile conversazione tra le varie persone in quel momento, in quel luogo, in quella situazione, e i pensieri dietro le parole, e i ricordi dietro i pensieri. E visita Drancy
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e “sente” le voci, tutte quelle voci di coloro che ancora speravano, ancora si illudevano di avere una via d’uscita, un futuro, e invece non ne avevano. E poi ci sono le variazioni sul tema dei suoi ricordi personali, e su quello delle conversazioni con un amico sul libro che sta nascendo, e su quello delle visite con sua moglie ai luoghi che costituiscono la trama del libro… E man mano che leggi ti senti sempre più preso per incantamento in questo incredibile lavoro di ricostruzione che non disdegna il più apparentemente insignificante dettaglio sottratto all’oblio, come un paleontologo che da microscopici frammenti d’osso sottratti al fango ricostruisce l’immagine di un intero scheletro. E poi te lo presenta, e tu puoi ammirarlo in tutta la sua bellezza, in tutto il suo splendore.
Questo è proprio un libro che devi leggere. Magari lasciandolo lì fino a quando lui non ti dirà che è il momento giusto. Però lo devi leggere.

E questa è una di quelle recensioni che si scrivono a rate, perché anche tu devi raccattare, frammento per frammento, le tue sensazioni, le tue emozioni, e ad un certo momento dici basta adesso ho detto tutto posso pubblicarlo e poi dici no aspetta, che magari ti viene in mente qualcos’altro e infatti sì, la sera ti viene in mente ancora una cosa, e il giorno dopo un’altra ancora, e ti sembra sempre che il lavoro non debba finire mai, come quello dell’autore che spera di trovare ancora un documento, ancora una foto, ancora un frammento di ricordo riemergente dai meandri della memoria del nipote del terzo cugino… Poi alla fine ti decidi a pubblicare, perché prima o poi bisogna pur farlo, ma sai bene che sei lontana, molto lontana dall’aver completato il lavoro.
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Filippo Tuena, Le variazioni REINACH, Rizzoli

barbara

HO LETTO UN LIBRO

Si intitola Il racconto dell’anello e dice che è una storia vera raccontata in prima persona dal protagonista e tradotta dalla nipote che assicura che non c’è neanche una virgola di fantasia aggiunta e che poi oltre che una vicenda personale è anche un documento storico prezioso, una testimonianza accuratissima di fatti e luoghi, con interpretazioni di prima mano [qualunque cosa possa significare…] e notazioni che ne raccomanderebbero la lettura nelle scuole. E dunque c’è questo tizio che viene deportato a Treblinka e poi sogna una ragazza bellissima che gli dice tranquillo andrà tutto bene e poi il giorno dopo mentre è in fila trova per terra nella sabbia un anello sfuggito alle SS e sull’anello c’è un cammeo col ritratto preciso sputato della ragazza del sogno e lui decide di tenerselo e poi scappa da Treblinka e resta libero un sacco di tempo e va in giro e fa affari e ha una donna e poi lo riprendono e l’anello sfugge a tutte le perquisizioni tranne una volta però poi le SS glielo restituiscono e poi finisce ad Auschwitz dove solo i poveracci portano la divisa del campo mentre quelli che hanno un qualche ruolo o funzione se la fanno fare su misura dai sarti del campo con stoffe di buona qualità e con un ottimo taglio che gli stanno a pennello (c’era un bordello di ebrei ricchi ad Auschwitz, sapete) e poi racconta di tutti gli innumerevoli bombardamenti alleati su Auschwitz che ogni volta i tedeschi se la facevano sotto dalla paura e gli ebrei che preparavano la rivolta che avevano quantità industriali di armi nascoste dappertutto in giro per il campo e poi racconta un sacco di altre cose che adesso non mi ricordo più ed è un vero peccato perché sono tutte cose che non si trovano in nessun altro libro di memorie di sopravvissuti alla deportazione e poi arriva la liberazione e lui va a Roma e un giorno in campagna resta con la macchina in panne e gli dà un passaggio un camion che trasporta castagne che poi si ferma a tirare su anche una ragazza e indovinate un po’, era la ragazza del sogno e dell’anello, lei precisa sputata e anche con la stessa voce e poi si sposano e poi si trasferiscono in America e vissero a lungo felici e contenti.
No, non vi dico che è una cagata pazzesca perché sarebbe uno stratosferico eufemismo.

barbara

«CHE COSA SIGNIFICA PER LEI AUSCHWITZ?» «NULLA»

Riordinando e selezionando le montagne di carte che non avevo avuto tempo di sistemare prima del trasloco, mi è saltato fuori un ritaglio del Corriere della Sera, che facendo un po’ di calcoli dovrebbe risalire a quindici anni fa, con questo articolo.

BERLINO – «Lei deve sapere che ad Auschwitz uccidere le persone era assolutamente normale: ci si abitua presto, due o tre giorni al massimo». Ma le pesa essere stato laggiù? «Naturalmente no, ho fatto un lavoro importante per la scienza, ho potuto condurre su esseri umani esperimenti che normalmente sono possibili soltanto sui conigli».
Memorie di un ex medico nazista. L’ultimo ancora in vita del gruppo di macellai che assistevano Josef Mengele nel lager di Birkenau in uno dei più raccapriccianti capitoli degli orrori hitleriani. Memorie col cuore in mano, senza un’ombra di pentimento, con una pignoleria didascalica e agghiacciante nella cura di mimare perfino l’agonia delle vittime. Memorie raccontate all’ombra di un crocefisso nel decoro borghese e sereno di una casetta nella Baviera profonda. Difficile trovare illustrazione migliore per la «banalità dei malvagi» di cui parlava Hannah Arendt.
Lui si chiama Hans Münch, ha 87 anni e vive, tranquillo pensionato, a Rosshaupten sul Forggensee. Benvoluto da vicini e conoscenti, per nulla turbati dal suo passato: «Era medico ad Auschwitz? Ma è successo così tanto tempo fa». Nell’ubriacatura mediatica della campagna elettorale tedesca, è passata quasi sotto silenzio in Germania l’incredibile intervista concessa da Munch a Bruno Schirra, giornalista indipendente che l’ha pubblicata il 26 settembre su Der Spiegel. Nessuna reazione, nessun seguito.
Le molte telefonate ricevute, come ci ha spiegato Schirra, venivano tutte dall’estero, dalla Francia, dagli Stati Uniti, dall’Italia, dall’Ungheria.
Lavorò per 19 mesi, Hans Münch, alle dipendenze di Mengele, capo-medico nel più celebre lager dell’Olocausto e «amico fra i più simpatici» nel giudizio del nostro, il quale afferma «di non poterne dire che bene». Ci andò volontario, si fece perfino raccomandare per entrare all’«Istituto d’igiene» di Auschwitz dove «le condizioni di lavoro erano ideali». Il suo compito? «Analizzare il materiale umano che ci mandava Mengele: teste, fegati, midollo spinale». Oppure, racconta Munch a Schirra mentre sbocconcella un panino al prosciutto, si applicava a «iniettare ai prigionieri streptococchi nelle braccia o pus fra le gengive». Normale amministrazione, si sentiva «come un re». Compassione per le persone? «Questa categoria non esisteva. Io mi sono messo a posto la coscienza evitando a un paio di prigionieri di finire nelle camere a gas».
Processato per crimini di guerra a Cracovia nel 1947, Hans Münch era in effetti stato assolto dopo che alcuni ex detenuti avevano testimoniato in suo favore. «Ha rischiato personalmente», recitò la motivazione della sentenza. Nel 1995, Eva Kor, una ex deportata, ha invitato Münch ad Auschwitz per i cinquant’anni della liberazione e, prendendogli la mano davanti ai forni, lo ha perdonato. Schirra però smaschera la leggenda della «buona coscienza del lager».
L’intervista tradisce un antisemitismo privo di ogni remora. Ancora oggi l’ex collaboratore di Mengele accusa gli ebrei di «avere largamente infettato molti settori, in particolare la medicina». E definisce «i peggiori di tutti» gli ebrei dell’Est, «plebaglia terribile, cosi servile da non potere essere neppure definiti esseri umani». «Mio Dio, come mi vergogno di essere tedesca», commenta la moglie di Münch durante l’intervista. «Io no», reagisce lui sorpreso.
Le descrizioni quasi tecniche dello sterminio lasciano senza fiato: «Li gettavano a pile nei forni, i corpi si carbonizzavano ma non volevano saperne di bruciare. Un problema tecnico che fu presto risolto». Meglio, «senza dubbio molto meglio quando venivano gasati». Per Münch, testuale, «un atto umano» che lui può in tutta tranquillità recitare davanti al giornalista, aprendo la bocca come facevano i dannati di Auschwitz «per cercare di respirare l’ultima oncia d’ossigeno», mimando l’agonia dei morenti con «le mani strette alla gola» e cercando di riprodurre il rumore che saliva dal petto «come il ronzio di un nido d’api». Poi, aperte le porte, «stavano tutti li, ogni tanto affastellati a piramide, i bambini sempre sotto calpestati, altre volte in piedi, come statue di basalto». «Cosa significa per lei Auschwitz?», chiede Schirra. «Nulla››, risponde Münch.
Paolo Valentino

Dopo averlo letto l’ho ritagliato e portato a scuola per farlo fotocopiare e leggerlo in classe. Ed è stato qui che la mia Ruth se n’è uscita con una delle sue osservazioni fulminanti: “Ma questi qui si dovrebbero decidere: o gli ebrei erano esseri umani, e allora devono una buona volta ammettere di essere degli assassini, oppure non sono assassini perché gli ebrei non erano esseri umani, e allora perché gli esperimenti condotti su di loro dovrebbero essere più validi di quelli condotti sui conigli?”

barbara

UNA LUCE NELLE TENEBRE

Una sopravissuta della Shoah adotta il nipote del comandante di Auschwitz

Eva oggi
Eva Mozes, 80 anni, sopravvissuta alla Shoah, ha accettato di adottare Raines Höss, nipote del comandante di Auschwitz all’epoca della sua deportazione.
Questa iniziativa fa parte della missione che Eva Mozes si è data di perdonare chi ha fatto del male durante questo periodo buio in cui lei è stata vittima di crudeli esperimenti dei medici nazisti, compreso il famigerato medico Joseph Mengele.
La dolorosa storia di Eva Mozes ed il suo percorso finale verso il perdono è stata presentata in un reportage sul sito VICE NEWS in cui lei descrive gli inimmaginabili esperimenti che ha subito, e come, fino ad oggi, ha trovato la volontà di sopravvivere.
Eva e sua sorella Miryam facevano parte di un gruppo di un migliaio di gemelli utilizzati per gli esperimenti ad Auschwitz dal dottor Mengele conosciuto anche col nome di «SS, Angelo della morte».
L’anno scorso Eva ha ricevuto da Höss una mail in cui esprimeva il suo desiderio di incontrarla di persona e abbracciarla, riferisce il sito VICE.
Eva dapprima ha pensato che si trattasse di un impostore. Non riusciva a immaginare che il nipote di un nazista sarebbe stato capace di parlare contro il proprio nonno. Ma Höss ha inviato una seconda mail chiedendo a Eva di diventare la sua nonna adottiva. Allora ha deciso di riceverlo.
Nel luglio scorso si sono incontrati in Auschwitz ed Eva è stata immediatamente affascinata dalla sua intelligenza e dal suo coraggio. È stata colpita, confida al sito VICE, dal fatto che Höss, che è cresciuto nell’ambiente del Male, era tuttavia riuscito a diventare un essere umano decente.
Eva decide allora di accettare l’offerta di Höss di adottarlo come suo nipote. «Lo ammiro e lo amo. Aveva bisogno dell’amore della famiglia che non ha mai avuto».
Höss ha interrotto ogni rapporto con la sua famiglia nel 1985 ed è particolarmente arrabbiato con suo nonno a causa di crimini che ha commesso durante la Shoah.
Tuttavia, proprio come Eva ha perdonato chi è stato crudele con lei, ha esortato Höss a perdonare suo padre e suo nonno.
«Ho delle discussioni con lui, perché non sempre concordo con tutto ciò che fa. Ma lo amo veramente. C’è un vero cameratismo e una comprensione emotiva reciproca. Due persone estranee che si chiamano nonna e nipote possono dare un segno di speranza», ha detto.
Nata in Romania nel 1934 in una famiglia di contadini ebrei, Eva ha conosciuto il dolore della discriminazione fin dalla più tenera infanzia. Quando aveva 6 anni, il suo villaggio è stato occupato dai nazisti ungheresi.
I bambini del villaggio venivano incoraggiati a chiamare Eva e sua sorella «le sporche ebree».
Nel 1944, la famiglia Mozes viene trasferita in un ghetto ebraico e nel maggio dello stesso anno, sono deportati ad Auschwitz in un carro bestiame, stipati come sardine praticamente senza cibo durante tutto il viaggio.
Eva descrive i primi momenti del suo arrivo nel famigerato campo di concentramento.
«Quando siamo arrivati ad Auschwitz, abbiamo chiesto dell’acqua, ma abbiamo ricevuto ordini urlati in tedesco. Mi sono guardata intorno e in un attimo mio padre e le mie due sorelle più grandi (Edith e Alice) erano scomparsi tra la folla. Stavo attaccata a mia madre per salvarmi la vita. Pensavo che potesse proteggerci», racconta Eva.
Poi un ufficiale tedesco si è avvicinato a Yaffa, la madre di Eva e le ha chiesto se le sue figlie erano gemelle.
Quando lei ha risposto affermativamente, le due ragazze sono state prelevate dall’ufficiale. Questa è stata l’ultima volta che Eva ha visto sua madre.
«Abbiamo pianto entrambe e nostra madre ha alzato le mani al cielo in segno di disperazione. Non ci siamo neanche potute salutare, avevo la madre migliore del mondo», dice Eva.
Questo è stato solo l’inizio di una serie di esperienze traumatiche che Eva ha sopportato. Dopo essere state separate dalla madre; Eva e sua sorella Myriam sono state portate in una stanza dove sono state spogliate, rasate e tatuate.
Eva si è dibattuta con tanta forza che ci sono voluti 4 guardiani per domarla e tenerla ferma in modo che sulla sua pelle fosse inscritto un tatuaggio indelebile con il numero A-7063.
eva
Eva e sua sorella venivano sottoposte a esperimenti 6 giorni la settimana. Le gemelle erano poste sotto osservazione ogni lunedì, mercoledì e venerdì, erano spogliate e tutte le parti del loro corpo erano esaminate per più di 8 ore di fila.
«Passavano più di 3 ore sul mio bulbo oculare, era incredibilmente umiliante. Mi trattavano come se fossi niente, un pezzo di carne sul banco del macellaio», dice Eva.
Martedì, giovedì e sabato, Eva e le altre gemelle venivano torturate nei «laboratori del sangue» dove i medici con 5 enormi aghi trasfondevano nel braccio destro il sangue contemporaneamente prelevato dal braccio sinistro.
Eva non sapeva che cosa le iniettassero. Questi test la facevano regolarmente finire all’ospedale per diverse settimane. Eva dice che è stato durante questi periodi di ospedalizzazione, mentre soffriva di forti attacchi di febbre, che ha deciso di superare a qualunque costo malattie, e di restare unita a sua sorella.
La volontà di sopravvivere di Eva ha salvato la vita anche a sua sorella Myriam.
I medici nazisti avevano progettato di uccidere Myriam dopo la morte di Eva per consentire Mengele di effettuare esami comparativi.
Eva e Myriam sono sfuggite al loro terribile destino e sono riuscite a resistere fino al 18 gennaio 1945 quando i nazisti hanno ordinato a tutti i prigionieri l’evacuazione del campo per quella che è stata poi chiamata la «marcia della morte», durante la quale coloro che erano più in grado di camminare venivano abbattuti…
Dopo la Shoah, Eva e Myriam sono ritornate in Romania a vivere con la zia. Le ragazze sono emigrate in Israele nel 1950 dove Eva ha confessato di aver «dormito per la prima volta senza timore di persecuzioni in quanto ebrea».
Dopo aver studiato all’istituto agrario ed essersi arruolata nel corpo del genio dell’esercito israeliano, nel 1960 si è sposata con Michael Kor, un sopravvissuto della Shoah. Poi si sono trasferiti negli Stati Uniti, dove hanno avuto due figli, Alex e Rina.
Dopo il trasferimento nel suo nuovo paese, Eva ha iniziato un lungo processo di perdono nel 1978 al fine di liberarsi dai suoi sentimenti di vittimizzazione.
Eva e sua sorella hanno ritrovato altre 80 gemelle in una settimana e un po’ più tardi altre 42, riferisce il VICE.
Nel 1984, le sorelle Mozes hanno creato la Fondazione di CANDLES [candele, simbolo sia di memoria che di luce, ndb] (Children of Auschwitz nazi deadly labor experiments survivors) per diffondere il messaggio che c’è sempre una speranza nella disperazione.
Eva-good
Dopo l’incontro con il dottor Hans Munch, un ex medico nazista e aver letto la sua testimonianza più di 50 anni dopo la liberazione di Auschwitz, Eva ha deciso di scrivere una lettera in cui perdonava i nazisti per i loro crimini.
Eva ha impiegato 4 mesi per lavorare contro il dolore, ma ha detto: «quando ho finito questo lavoro, ho realizzato che la cavia aveva il potere di perdonare il Dio di Auschwitz».
«Io avevo il potere di perdonare. Nessuno poteva darmi o togliermi questo potere. Mi sono rifiutata di essere una vittima, e ora sono libera», ha concluso Eva.

Per gentile concessione di Ynet (qui, traduzione mia)

Ho conosciuto anch’io una signora sopravvissuta. Ai turisti tedeschi che le chiedono qualche informazione per strada è solita rispondere gentilmente in buon tedesco, e alla figlia che se ne stupisce e quasi la rimprovera replica: «E cosa dovrei fare? Passare la vita a odiare e vendicarmi? Ho cose più importanti da fare, io!» Perché “loro”, la stragrande maggioranza, sono così: si rattoppano le ferite, si rimettono in piedi e ripartono. Tornano a VIVERE. E poi ci sono quegli altri, i figli dei carnefici che scelgono di guardare in faccia il male di cui sono eredi e di imboccare una strada diversa.

barbara

IL FREDDO, PER ESEMPIO

“Avevo sentito raccontare di quanto freddo faceva ad Auschwitz. Avevo sentito di come le condizioni di lavoro affrontato con i sistemi messi in atto dai nazisti avevano come unico risultato la morte per gli ebrei. Mentre visitavo Auschwitz, ho deciso di togliere 3 strati di indumenti solo per sentire il freddo. Dopo 3 minuti avevo difficoltà a respirare, figuriamoci camminare o concentrarmi su qualcosa, così come i miei occhi stavano combattendo per riuscire a restare aperti. Non posso assolutamente dire di avere sperimentato qualcosa che si avvicini all’Olocausto, e tuttavia ci ho messo 3 minuti a crollare. Si possono solo immaginare gli orrori che le persone in questo e in altri campi hanno vissuto giorno dopo giorno giorno, soprattutto se erano fuori al freddo a lavorare in tali condizioni brutali. Non dimenticherò mai questo momento. Riposino in pace tutti coloro che perirono qui ad Auschwitz”. (Qui, traduzione mia)
Ori Herschmann

Ecco, il freddo. Questa era una. Poi c’era tutto il resto. A me è venuto da pensarci nel penultimo trasloco: andavo a scuola e trasportavo cose da una casa all’altra, trasportavo cose da una casa all’altra e andavo a scuola. Lavoravo ininterrottamente dalle sei di mattina alle due di notte. Dopo un mese sono crollata. Mangiando qualche panino di corsa in piedi, ma comunque a sufficienza. Dormendo in un letto. Coperta a dovere. Senza prendere botte. Senza il terrore di essere uccisa. Facendo ogni sera un bagno caldo. Un mese e sono crollata. Ad Auschwitz non avrei retto una settimana.
Vero comunque che avevo quarantasei anni, e ad Auschwitz probabilmente non avrei neppure passato la selezione all’arrivo.

barbara