E PASSIAMO ALL’ALTRO “DISASTRO NUCLEARE” CHE HA INDOTTO A PRENDERE LE DISTANZE DA QUESTA FONTE DI ENERGIA: FUKUSHIMA

L’INCIDENTE DI FUKUSHIMA: UN’ECCELLENZA ITALIANA

Sono passati dieci anni da quando il mondo è stato col fiato sospeso per la paura a causa delle notizie che provenivano da Fukushima… forse è il momento di andare a vedere cosa è successo con un po’ più di freddezza e razionalità.

L’11 marzo 2011 il Giappone viene colpito dal quarto terremoto più forte mai registrato: magnitudo Richter 9.0, 30000 volte più potente di quello che ha raso al suolo L’Aquila. Nonostante il Giappone sia il paese più attrezzato al mondo contro i terremoti, questo riesce a provocare danni enormi: centinaia di migliaia di edifici vengono distrutti, centinaia di migliaia di persone restano senza fissa dimora. I morti ufficialmente sono 15.500, ma ad essi occorre aggiungere oltre 3000 dispersi.

In occasione del terremoto, la maggior parte delle centrali nucleari nel Giappone orientale viene spenta in via precauzionale: viene premuto il tasto di SCRAM e le reazioni si fermano istantaneamente, entra in funzione il raffreddamento ausiliario alimentato da generatori Diesel, e poi con calma si farà ripartire il tutto.

Questa operazione va a buon fine in tutte le centrali dove viene effettuata, e passata la scossa di terremoto nessuno dei 51 reattori suddivisi in 18 centrali ha registrato alcun tipo di problema.
50 minuti dopo il terremoto arriva lo Tsunami, e qui le cose si complicano. L’onda anomala, alta tra i 13 e i 15 metri, investe in pieno tre centrali site sulla costa orientale del Giappone: Fukushima dai-ichi, Fukushima dai-ni e Onagawa. Della seconda e della terza non sentirete mai parlare[1], semplicemente perché hanno assorbito anche un’onda anomala di 13 metri senza subire alcun danno; la prima invece diventerà tristemente famosa.

A Fukushima dai-ichi il muro di contenimento, costruito proprio per resistere a eventuali maremoti, è alto “solo” tredici metri (3,5 di barriera frangiflutti e 10 di barriera naturale): l’acqua tracima e allaga la centrale, i generatori diesel che alimentano il sistema di raffreddamento secondario vengono messi fuori uso.

È un problema? No, c’è un terzo sistema di raffreddamento di backup, alimentato con delle batterie, che hanno un’autonomia di sei ore. La TEPCO (Tokyo Electric Power COmpany) avrebbe dunque sei ore di tempo per sostituire le batterie o ripristinare i generatori diesel. Ma c’è appena stato un terremoto di Magnitudo 9.0, e il paese è in ginocchio: tutti i collegamenti autostradali e ferroviari del paese sono interrotti, ci sono blackout pressoché ovunque e le forze dell’ordine e l’esercito sono impegnati a tirare fuori le persone da sotto le macerie.

Esaurite le batterie, dunque, le barre di combustibile cominciano a scaldarsi, ma attenzione: i reattori sono spenti, non vi sono reazioni di fissione nucleare. Ciò che genera calore è il decadimento degli isotopi di transizione, e la quantità di calore è appena il 6% di quella che si genera con la fissione. Anche quel 6%, comunque, è in grado di causare danni: più precisamente, a 1200 gradi, lo zirconio di cui sono rivestite le canaline diventa chimicamente reattivo e catalizza l’idrolisi dell’acqua, generando idrogeno gassoso che esplode al minimo contatto con l’aria. Esplosioni di questo tipo vengono registrate nei reattori 1, 2 e 3. In assenza di acqua poi la temperatura continua a salire ancora più rapidamente, fino a raggiungere i fatidici 2800 gradi, il punto di fusione del diossido di Uranio. Il combustibile fuso è particolarmente pericoloso perché cola sul fondo del recipiente in pressione (pressure vessel) e può arrivare a fondere quest’ultimo.

Tuttavia qui non siamo a Chernobylgli edifici di contenimento ci sono e dunque la radioattività per il momento resta confinata. Occorre però raffreddare il reattore in qualche modo, e la cosa non è possibile per l’altissima pressione del vapore. Si decide così di operare un rilascio controllato di vapore per diminuire la pressione, con dei filtri che trattengono la maggior parte delle radiazioni all’interno, e poi di pompare acqua dal mare dentro la struttura.

Fino a questo momento l’incidente è ancora al livello INES-5.
Il reattore 4, nei giorni subito prima del terremoto, era stato messo in stand-by per il refueling, la sostituzione delle barre di combustibile vecchie con quelle nuove. Le barre esauste vengono tenute in una piscina per un certo periodo di tempo (fino a due anni), finché non sono abbastanza fredde e stabili da poter essere portate al sito di stoccaggio o al centro di riprocessamento.

La piscina in questione si trova all’esterno della struttura di contenimento primaria – che è una specie di bunker in cemento armato all’interno della centrale stessa. Quando i sistemi di raffreddamento saltano, le barre iniziano a scaldarsi e fanno evaporare l’acqua; la mattina del 15 marzo una sacca di idrogeno proveniente dal reattore 3 (gli edifici erano collegati) esplode, e fa saltare il tetto dell’edificio del reattore 4, permettendo al vapore radioattivo sottostante di finire in atmosfera. Visto che c’erano già uomini al lavoro sui reattori 1, 2 e 3, la situazione viene rapidamente riportata sotto controllo (in meno di tre ore), e le barre surriscaldate vengono subito raffreddate.

Dopo questa ulteriore dispersione radioattiva, che sarebbe un livello INES-6, il complesso degli eventi di Fukushima dai-ichi viene classificato come incidente di livello INES-7, ovvero “catastrofe”.

Orbene, vediamo i numeri della catastrofe.

  • Delle 170.000 persone evacuate, il numero di contaminati con potenziali conseguenze cliniche è stato di nove. Nessuno di essi ha comunque manifestato problemi di salute.
  • L’utilizzo di acqua di mare per raffreddare i reattori ha causato un iniziale aumento della radioattività marina nella zona, ma già dal 2012 il pesce pescato a Fukushima risulta indistinguibile da quello pescato da qualunque altra parte: la radioattività è rilevabile solo nei pesci di profondità ed è comunque al di sotto dei limiti di legge giapponesi.
  • L’incidente ha causato la morte di due operai, uno per il crollo di un controsoffitto causato dal terremoto e uno per annegamento causato dallo tsunami, nessuno per le radiazioni. Un terzo operaio è morto in maniera analoga nell’impianto di Fukushima dai-ni.
  • Dei 172 operai che hanno lavorato sull’impianto, 160 hanno assorbito dosi inferiori a 100 mSv (soglia sotto la quale non sono misurabili effetti sul corpo umano), i rimanenti 12 hanno assorbito dosi leggermente più alte (fino a 180 mSv), il che potrebbe aumentare leggermente la possibilità che contraggano in futuro un tumore alla tiroide, ma per il momento si trovano ancora in perfetta salute (il tumore alla tiroide comunque ha un tasso di sopravvivenza del 98-99%).
  • Nelle due settimane immediatamente successive all’incidente, gli abitanti della prefettura di Fukushima hanno assorbito una quantità extra di radiazioni pari a metà di una mammografia.
  • Uno studio sui bambini della zona un anno dopo gli eventi aveva inizialmente evidenziato una percentuale molto elevata di noduli nella ghiandola tiroide; un successivo studio fatto in doppio cieco ha poi smentito la possibilità che questi potessero essere stati causati dalle radiazioni.
  • Lo studio sugli effetti del “disastro”, effettuato da OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e UNSCEAR (Comitato Scientifico delle Nazioni Unite sugli Effetti delle Radiazioni Atomiche) nel 2013, circa i morti da radiazioni e i possibili danni alle generazioni future afferma quanto segue:
    “Non sono stati osservati casi di morti o di malattie indotte dalle radiazioni, né tra i lavoratori della centrale né tra i cittadini esposti alle conseguenze dell’incidente. Le dosi assorbite dalla popolazione nell’anno successivo all’incidente sono generalmente basse o molto basse, e ci si aspetta che rimangano tali per il resto della loro vita. Non si ci aspetta nessun tipo di aumento dell’incidenza di effetti sulla salute dovuti alle radiazioni sui cittadini esposti alla contaminazione o sui loro discendenti. Le conseguenze maggiori si sono avute dal punto di vista psicologico e sociale”.
  • Alcuni giorni fa è stato pubblicato un nuovo report UNSCEAR che non solo conferma i risultati del precedente, ma sostiene che gli effetti delle radiazioni sulla popolazione non saranno nemmeno percepibili.
  • L’evacuazione precipitosa della prefettura di Fukushima ha causato più morti di quanti ce ne sarebbero mai stati se le persone fossero rimaste nelle loro case, e anche questo è stato studiato approfonditamente.

Questi sono i numeri: a Fukushima le radiazioni non hanno ucciso nessuno[1].

A Fukushima nessuno è stato contaminato in maniera grave.

L’incidente di Fukushima non avrà conseguenze a lungo termine per nessuno.

Dunque l’energia nucleare si è dimostrata una tecnologia perfettamente sicura, che persino in caso di incidente causato da un evento naturale devastante causa danni contenuti: tutto è bene quel che finisce bene, giusto? Sbagliato.

Nonostante non abbia causato vittime e nonostante la contaminazione radioattiva sia stata molto limitata, l’incidente di Fukushima ha causato la diffusione a livello mondiale di qualcosa di assai peggiore delle radiazioni, perché molto più insidioso e molto più difficile da combattere. LE BALLE.

Una quantità invereconda, mostruosa, siderale di BALLE.

Palle talmente enormi che manco rimbalzano, ma schiacciano le regole, e all’arbitro che estrae il cartellino danno pure del daltonico.

Credete di aver capito di cosa sto parlando? Fidatevi, non ne avete idea. Voi state pensando ad errori giornalistici, esagerazioni, dati male interpretati; magari avete in mente le bufale, le fake-news… no, qui il livello è un altro. Qui parliamo di autentici romanzi di fantascienza distopica, partoriti dalla fervida fantasia di autori che certamente non vinceranno il Pulitzer, ma che per il premio Nebula potrebbero invece concorrere senza problemi.

Qualche esempio?

  • Un inviato dello Spiegel scrive che gli abitanti di Tokyo stanno acquistando in massa biciclette per evacuare la città: è falso, gli abitanti di Tokyo acquistavano bici perché la Metro, dopo il terremoto, era guasta.
  • Il Daily Mail titola “L’incubo ritorna” e allega all’articolo immagini di repertorio dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Si accoda la CNN.
  • Il Fatto Quotidiano attribuisce le 18.000 vittime del terremoto e dello Tsunami all’incidente nucleare. Lo stesso d’altra parte ha fatto Studio Aperto ancora ieri.
  • Diversi giornali pompano la storia dei “50 di Fukushima”, gli eroici operai che sacrificheranno le loro vite per mettere in sicurezza la centrale: in realtà il numero minimo di lavoratori nell’area è stato 64 ed è durato meno di 24 ore, la mattina dopo erano già in 172, ma in questa storia cascano Sky NewsLe FigaroThe Sun e molti altri. In Giappone la storia, resa celebre dai media occidentali, è diventata un film.
  • Il giornale tedesco Heise Telepolis scrive che “l’intero Giappone verrà reso inabitabile per migliaia di anni”, aggiunge che “la quantità di plutonio espulsa potrebbe essere letale per l’intero pianeta” e auspica che la comunità internazionale rilevi il governo del Giappone, che si è dimostrato incapace di affrontare la situazione.
  • Diversi giornali danno la notizia che il cibo e l’acqua di Tokyo contengono radiazioni, omettendo di dire che queste sono sotto ai livelli previsti dalle norme di legge giapponesi (che già sono molto conservativi, tanto che per loro è troppo radioattiva persino la marmellata Rigoni di Asiago). Cascano in questa fake ABCNewsDaily TelegraphThe MirrorNRC e molti altri.
  • Quando i cittadini giapponesi intervistati non si dimostrano abbastanza traumatizzati, i giornalisti occidentali scrivono che non osano esprimere il loro dolore perché sono troppo riservati o che non sanno la verità perché il governo racconta loro menzogne.
  • Qualcuno per provare che il governo giapponese è corrotto dalle lobby del nucleare intervista un politico giapponese condannato per corruzione.
  • Die Welt sostiene che la TEPCO stia mandando persone anziane o senzatetto a riparare i reattori di Fukushima. De Telegraaf rilancia: la TEPCO sono anni che manda a lavorare a Fukushima anziani, minorenni e personale non qualificato (perché? boh).

Ad un certo punto alcune persone residenti in Giappone (cittadini giapponesi o expat) decidono di raccogliere il bestiario del giornalismo internazionale su un sito, classificando il livello di scorrettezza giornalistica con un punteggio da 1 (errore in buona fede, basato su informazioni false, ma plausibili) a 10 (fearmongering isterico corredato da stereotipi razzisti), più il livello 11 (Satana).

Ed è questo il momento di tirare fuori il vostro orgoglio patriottico, amici, perché noi italiani saremo anche un popolo di furbetti, evasori fiscali, pizza, mafia e mandolino, ma se c’è una cosa che sappiamo fare meglio di chiunque altro è sparare palle: l’unica testata giornalistica al mondo che riesce a piazzare ben SEI articoli in classifica, di cui uno nella categoria 11 e uno nella 10 è infatti…

rullo di tamburi… LA REPUBBLICA[3]!

YEEEEEHHHH! VITTORIA! VITTORIA! ANDIAMO A BERLINO BEPPE! ANDIAMO A BERLINO!

Il fuoriclasse del quotidiano, all’epoca diretto da Ezio Mauro, si chiama Giampaolo Visetti: se googlate il suo nome saltano fuori interessanti storie di plagio e notizie inventate, ma i suoi articoli su Fukushima sono roba di un altro livello.

Il pezzo che si è guadagnato il titolo di “peggior articolo giornalistico al mondo” si intitola “Tokyo, una capitale in agonia” e la distopia che descrive va oltre i peggiori incubi post-apocalittici. I giornalisti stranieri parlavano di “cibo radioattivo”? Visetti inventa aumenti del costo dei generi alimentari fino al 700%. Dire che le persone sono spaventate non basta più? Spuntano gli spacciatori di pastiglie di Iodio agli angoli delle strade di Tokyo. Per non parlare delle persone che si proteggono dalle radiazioni con cappelli (!), ombrelli (!!) e mascherine (!!!).

Non finisce qui: Visetti piazza anche un secondo pezzo sul podio degli articoli più scandalosi mai scritti su Fukushima, ed è quasi meglio del primo. Si tratta infatti di una raccolta di scene di vita di sopravvissuti all’apocalisse, come recita anche il titolo. Oltre ai “vecchi che piangono con la schiena” (sic.) e al “certificato di pesce vecchio” che fa raddoppiare gli affari ai ristoranti, il piatto forte è il paragrafo intitolato “Il condannato di Fukushima e il segreto del reattore 4”, che vale la pena riportare per intero:

Futoshi Toba è il più vecchio tra i condannati a lottare per impedire che la centrale atomica di Fukushima esploda, distruggendo il Giappone. Ha 59 anni, è senza figli, e nella notte di sette giorni fa ha deciso che sarebbe toccato a lui. Giovedì, investito dalle radiazioni, è stato ricoverato in un centro di Tokyo e secondo i medici ci vuole tempo. La scelta dell’operaio Futoshi Toba, rivelata ieri in tivù, ha scosso il Paese come un altro terremoto. A giugno, perseguitato da una violenta bronchite cronica, sarebbe andato in pensione. “Hanno chiesto chi conoscesse il reattore 4 – ha raccontato – e vedendo i ragazzi che avevo vicino, ho risposto che io sapevo tutto. Ho capito che il mio destino era compiuto e che dopo anni vani avevo l’occasione di dare un senso alla mia vita”. Non ha voluto spiegare quale sia la situazione. “Mai visto prima il reattore 4 – ha aggiunto – ma prego il mio Paese di riflettere se questa è la strada giusta per assicurarci un futuro”.

Il fatto che questa storia sia inventata si può subodorare già da alcuni dettagli nel testo, come la curiosa diagnosi medica (“ci vuole tempo”), il livello di cringe insostenibile, e l’idea che in TEPCO nessuno sappia le mansioni precise dei dipendenti e che quindi per decidere chi ripara un reattore nucleare vadano per alzata di mano (geniale comunque l’idea del presunto operaio di offrirsi per un lavoro che non sa fare, così avrà la certezza matematica che dovranno mandare qualcun altro a rifarlo). Ma questo articolo non è una semplice opera di fantasia con tratti comico-grotteschi (il Giappone che esplode, vabbè): è persino peggio.

Futoshi Toba, infatti, esiste realmente, ed è il sindaco di Rikuzentakata, un paese di poco meno di 20.000 abitanti che lo Tsunami ha praticamente cancellato dalle cartine geografiche. Futoshi Toba è stato intervistato numerose volte (ad esempio qui) perché è stato uno dei testimoni diretti dell’orrore e della devastazione del maremoto: dopo essere riuscito a rifugiarsi sul tetto del municipio, ha visto i suoi concittadini annegare a centinaia, e al momento dell’intervista che Visetti ha plagiato, sua moglie era ancora tra i dispersi (il cadavere è stato poi trovato settimane dopo). Il giornalista italiano ha rubato il nome di una persona che aveva perso tutto per poter inventare di sana pianta una storia penosa e falsa. Viva la deontologia professionale.

Ovviamente in seguito a questo terrorismo psicologico spietato la paura del nucleare nel mondo è salita a livelli fantasmagorici, e anche in Italia ne abbiamo fatto le spese, visto l’esito del referendum del 2011. E quando la gente compra il terrore da giornali i cui standard di credibilità sono troppo bassi persino per i terroristi, i governi si adeguano.

Se il programma nucleare tedesco è stato chiuso, non è stato per i rischi associati alle radiazioni; se la Svizzera ha avviato il phase-out dal nucleare e i progetti di nuovi reattori negli USA sono stati sospesi, non è stato per il pericolo di incidenti; se molti stati hanno rinunciato all’unica forma di energia completamente pulita 3 milioni di volte più potente dei combustibili fossili è stato solamente grazie alla paura.

Perché un plotone di ciarlatani, mitomani e bugiardi dovevano a tutti i costi propinarci la loro personalissima versione del prequel di Ken il Guerriero sui giornali di tutto il mondo, sotto la direzione di pennivendoli inetti e irresponsabili, che hanno pubblicato questo ciclo di racconti cyberpunk senza controllare che contenessero anche solo uno straccio di verità.

I milioni di persone che ogni anno soffocano a morte col metallo nei polmoni a causa dei combustibili fossili vi ringraziano sentitamente.

[1] Andrebbe tuttavia detto che la centrale di Onagawa, nonostante fosse la più vicina all’epicentro del terremoto, fu utilizzata come rifugio antisismico da centinaia di persone, dal momento che era l’edificio più sicuro disponi. L’eccezionale tenuta dell’impianto è stata confermata quando, l’anno scorso, Onagawa ha ricevuto il via libera per essere riavviata.

[2] Nel 2018 il governo giapponese ha riconosciuto un risarcimento alla famiglia di un ex operaio di Fukushima, morto di tumore al polmone. Sebbene questo sia stato interpretato da diversi media come un’ammissione ufficiale che il tumore era stato causato dalle radiazioni, la realtà è probabilmente diversa.

[3] Lo Spiegel piazza anche lui sei articoli in classifica, ma con punteggi più bassi di quelli di Repubblica; il Daily Mail invece riesce a produrre due articoli di livello 10 e 11, ma non riesce a farne entrare in classifica tanti quanto il quotidiano italiano.

Luca Romano, 11 marzo 2021, qui.

Per quanto riguarda l’acqua radioattiva versata in mare, notizie più precise qui; a chi fosse interessato al tema suggerisco di seguire il blog, sempre molto preciso e documentato. Se poi qualcuno si chiedesse il motivo di tutto questo seminare terrore, la risposta è sempre quella data a suo tempo da Giovanni Falcone: follow the money. Prima di chiudere tengo a ricordare, come già altre volte ho fatto, che nel referendum del 1987, a conclusione di una vera e propria campagna terroristica condotta sfruttando le emozioni suscitate da Chernobyl, il quesito NON riguardava lo smantellamento delle centrali nucleari esistenti, bensì se costruirne altre o fermarsi lì. Quindi il successivo smantellamento NON è stato attuato per rispettare il risultato del referendum, ma è stata una iniziativa che dal referendum esulava completamente.

barbara

AVETE PRESENTE LA FACCENDA DEL “GENDER”?

Cioè quella storia che il sesso è quello che uno si sente di avere? Che il possesso di passera o pisello non ha niente a che vedere con il genere di una persona? Che l’abbinamento pisello-maschio e passera-femmina è tutto un costrutto sociale basato su sporchi giochi di potere? Ecco, è esattamente di quello che stiamo parlando.

Lo studioso del gender ammette: “Mi sono inventato tutto”

Christopher Dummitt, professore canadese della Trent University e autore di alcuni importanti saggi sul gender, ammette i propri errori: “Faccio mea culpa”

Roberto Vivaldelli – Mar, 05/11/2019

Non solo l’ideologia gender esiste, ma chi l’ha sponsorizzata per anni ora si pente e ammette di aver falsificato le conclusioni delle sue ricerche.
Parliamo del docente canadese Christopher Dummitt*, professore associato di storia presso la Trent University di Peterborough, autore di due libri: The Manly Modern: Masculinity in the Postwar Years (Vancouver 2007) e Contesting Clio’s Craft: New Directions and Discussates in Canadian History (London, 2009). Il primo, in particolare, è definito “il primo grande libro sulla storia della mascolinità in Canada” e “si rivolge a studiosi e studenti di storia, studi di genere e studi culturali“, nonché ai “lettori interessati alla storia e alla costruzione sociale del genere“. Il “genere” inteso dunque come una costruzione sociale e culturale, in una visione dei sessi in cui nulla è determinato: anche il corpo e la biologia sarebbero sottoposti all’agire umano, secondo una prospettiva post-moderna e costruttivista.
Ora Dummitt, ideologo del gender e docente di fama, ammette di essersi profondamente sbagliato. In un articolo intitolato Confessioni di un costruttivista sociale pubblicato su Quillette e tradotto da Le Pointe, il professore osserva che, inizialmente, “molte persone non erano della mia opinione. Chiunque – quasi tutti – non fosse pratico delle teorie sul genere aveva difficoltà a credere che il sesso fosse un costrutto sociale, tanto era contro il buon senso. Ma oggi le mie idee sono ovunque. Nei dibattiti sui diritti dei transessuali e sulla politica da adottare in merito ai trans nello sport“. Per molti attivisti, sottolinea, “dire che il sesso è una realtà biologica equivale a hate speech” e gli ultra-progressisti “accusano chiunque lo affermi di negare l’identità delle persone transessuali e ciò equivale a voler causare danni a un altro essere umano. A tal proposito, il cambiamento culturale è stato stupefacente“.
Piccolo problema: lo studioso del gender ammette di essersi sbagliato e di aver, in buona parte, essersi inventato tutto dalla A alla Z. È lo stesso professore canadese a illustrare la fallacia delle sue argomentazioni sugli studi di genere. “Innanzitutto – afferma – ho sottolineato come storico che il genere non è stato sempre e ovunque definito allo stesso modo. Come ho scritto in The Manly Modern, il genere è una raccolta di concetti e relazioni storicamente mutevoli che danno senso alle differenze tra uomini e donne“. Secondo aspetto: il potere, quello che, secondo gli studi di Dummitt, era alla base di tutto. “Pertanto – prosegue – se qualcuno negava che il sesso e il genere fossero variabili, se insinuava che c’era qualcosa di intramontabile o biologico nel sesso e nel gender, allora stava effettivamente cercando di giustificare il potere. E quindi legittimare le oppressioni“.
Nell’articolo-confessione pubblicato su QuilletteDummitt ammette: “La mia ricerca non ha dimostrato nulla, in un modo o nell’altro. Supponevo che il genere fosse un costrutto sociale e ricamavo tutte le mie ‘argomentazioni’ su quella base”. Le uniche critiche che il professore ha ricevuto, racconta lui stesso, cercavano di rafforzare ulteriormente il paradigma gender o di lottare per altre identità o contro altre forme di oppressione. In buona sostanza, in questa prospettiva costruttivista c’era (e c’è, ancora oggi), molta ideologia e pochissima scienza. Studi che si sono perfettamente sposati con il politically correct e con la politicità dell’identità imperante nelle università liberal canadesi e americane. Le conseguenze devastanti di questa deriva le spiega lo stesso professore: “Il mio ragionamento rozzo e altre opere accademiche che sfruttano lo stesso pensiero errato sono ora ripresi da attivisti e governi per imporre un nuovo codice di condotta morale“. (qui)

* In tedesco “dumm” significa stupido, imbecille, idiota: sarà un caso?

Nel frattempo… (qui)
levatrici
(ma con il popolo dalla dura cervice come la mettiamo?)

E in un ulteriore frattempo si denuncia con sconforto, con dolore, con tristezza una cosa assurda, una caduta nell’abisso, brividi, una vergogna, una giornata atroce per il mondo della cultura, ossia che in un paesucolo del Veneto degli individui ignoranti, oscurantisti, pazzi, che andrebbero denunciati, ovviamente appartenenti alla Lega, hanno chiesto che dalla biblioteca vengano rimossi i libri per bambini che insegnano la teoria gender. E qualcuno giustamente ricorda che chi brucia libri brucerà anche gli uomini, giusto per non dimenticare che fra Salvini e Hitler l’unica differenza è la barba.

barbara

GRETA: IL PIÙ BELL’ARTICOLO DI TUTTI I TEMPI

In viaggio con Greta per fare non si sa cosa, ma farlo in fretta

Correttore di bozze 18 aprile 2019 Società

L’estasi contemplativa di Repubblica a bordo del treno che ha portato la famiglia Thunberg in Italia a «dire qualcosa sul clima»

Correttore di bozze, nella sua insopportabile vanagloria, pensava di non avere nulla da imparare in quanto a cieco fanatismo bigotto. Ma ieri improvvisamente la rigida fede dogmatica e retriva di cui andava tanto fiero gli è sembrata una robetta da sbarbati quando ha letto la cronaca del viaggio di Repubblica in treno con Greta Thunberg. Uno sfoggio di religiosa devozione da far crepare di invidia il peggio trinariciuto dei baciapile di Verona.

Del resto, in confronto alle favolette evangeliche in cui crede quell’illuso di un Correttore, il verbo di Pippi Calzethunberg ha la solidità della roccia, la forza dell’evidenza, l’efficacia dell’assioma aritmetico, nonché l’urgenza del bisogno fisiologico. Vuoi mettere? E infatti il cronista di Repubblica, totalmente rapito dalla contemplazione della sua beniamina svedese in viaggio verso l’Italia, neanche avverte la necessità di farsele ripetere, quelle verità. Il reportage ferroviario di Giacomo Talignani dall’Eurocity Basilea-Milano gomito a gomito – beato lui – con la famiglia Thunberg è tutto un dire che «andiamo avanti: dobbiamo farlo», e un ripetere che «andremo avanti finché non ci daranno una risposta», e un ribadire che «i giovani italiani sono molto determinati, si stanno dando “davvero da fare”». Sì ma per fare che? Zitto lei, e cazzi quella gomena.

«Siamo stanchi, ma andiamo avanti: dobbiamo farlo», dice suo padre. Lei, Greta Thunberg, osserva fuori dal finestrino dell’Eurocity le montagne svizzere con la neve ormai sciolta. Quasi non apre bocca, aggiunge soltanto alle parole del padre: «Andremo avanti finché non ci daranno una risposta». Poi chiude gli occhi, deve dormire: ha bisogno di energie per esortare i potenti a “svegliarsi”. 

LA SCIENZA AL COSPETTO DELLA RELIGIONE

Svegliare i potenti ancora ancora. Svegliare il Correttore di bozze invece è impossibile. Ignorante di una capra. Neanche leggendo lo specchietto messo in pagina da Repubblica con gli appuntamenti di Greta in Italia, quell’asino è riuscito a cogliere l’impellente messaggio della signorina del meteo pazzerello. Per dire. Ieri doveva andare in piazza San Pietro all’udienza di papa Francesco poiché «è stata ammessa al Baciamano». E là dove il Correttore di suo avrebbe commentato «anvedi», Repubblica invece spiegava con un poco di emozione che Greta «porterà i dati della scienza al cospetto della religione», e cioè «al Papa dirà qualcosa sul clima». Sissignore, proprio così: qualcosa sul clima.

E in effetti alla fine ieri Greta è andata dal Papa e gliel’ha detto, qualcosa sul clima. «Grazie per la lotta per il clima», gli ha detto fra esclamazioni di stupore e meraviglia generale. E lui, Francesco, che sveglio lo è sempre stato anche senza le energie di Greta, fin qui sembra essere uno dei pochi potenti ad aver capito davvero la solfa: «Vai avanti, Greta!», ha risposto. Anche perché tanto, se le diceva «mo’ basta», quella andava avanti lo stesso.

AFFRONTARE LA CRISI

Intanto, prima di arrivare nella Capitale, Greta ha parlato all’Europarlamento: «È andata bene, abbiamo detto quello che c’era da dire». Il concetto ribadito dalla giovane svedese è che non c’è più tempo, il cambiamento climatico corre veloce e il mondo è indietro: «Notre Dame sarà ricostruita, ma la nostra casa sta crollando e il tempo stringe, i nostri leader devono agire, non lo stanno facendo. Bisogna pensare come se dovessimo costruire una cattedrale, vi prego di non fallire», ha detto Greta ad Antonio Tajani e colleghi.

E così, chiarito che all’Europarlamento «abbiamo detto quello che c’era da dire», riuscire finalmente a sapere che accidenti bisogna fare per non morire malissimo nei prossimi cinque minuti, in fondo non è così importante. L’importante per adesso è sbrigarsi. Dire quel c’è da dire e fare quel che c’è da fare. Ma soprattutto muoversi. Non c’è più tempo.

Per riuscire a salvare il Pianeta la giovane con la sindrome di Asperger cerca dunque di andare più veloce. È così che camminava a Basilea quando abbiamo iniziato il viaggio con lei: rapida, sguardo basso e entrambe le mani salde al cartello marrone che porta sotto braccio con scritto “sciopero per il clima”. Pare voler dire che non ha tempo, proprio come la Terra. […] Appena prima di salire in carrozza verso l’Italia un gruppetto di ragazzi la riconosce, fa per tirar fuori lo smartphone e scattare un selfie: Greta accelera, quasi a voler sparire, a rendersi invisibile. Lo ha detto lei stessa: «Non parlate di me, parlate del cambiamento climatico». Quello è il problema, quella è la sua missione: farsì che si affronti la crisi. 

Esatto: «Farsì che si affronti la crisi». Giustamente Repubblica, nell’ansia di fare qualcosa in fretta e furia per affrontare la crisi ma non sapendo che cosa, ha cominciato a risparmiare sugli spazi tra le parole.

HAI VOLUTO LA BICICLETTA?

Altrimenti, per soli euri 12,90, si può correre in edicola, sempre in fretta mi raccomando, e acquistare velocissimamente con Repubblica il libro di Greta Thunberg La nostra casa è in fiamme, possibilmente in molteplice copia, e in questo modo «farsì» che si acceleri anche il disboscamento del pianeta.

«È essenziale andare a votare, anche per chi come me non può farlo», ha ribadito la sedicenne, il cui libro “La nostra casa è in fiamme” è in vendita con Repubblica.

In aggiunta, visto che venerdì Greta parlerà alle 12.30 al Fridays for Future da un palco che «sarà alimentato dall’energia delle biciclette dei ragazzi», il Correttore di bozze da parte sua propone con la massima fretta che in quell’occasione, oltre a sfruttare giustamente i minorenni per generare energia a scrocco, si vieti loro anche per tutta la giornata di esalare le famose flatulenze che nuocciono all’ozono, vieppiù quando vengono sprigionate nel mentre che si pedala.

GIORNI INTERI SUI BINARI

Poi, di punto in bianco, ecco l’illuminazione. Finalmente anche agli occhi annebbiati del Correttore di bozze diventa chiaro che cosa accidenti è che bisogna fare con tutta questa urgenza. Bisogna fare il tagskryt, ovvio.

Anche il “tagskryt” fa parte del suo messaggio. È così che gli svedesi indicano, in senso buono, il vantarsi di prendere il treno, molto meglio dell’aereo in termini di emissioni. Qualche anno fa Greta rimproverò il padre Svante per essere andato in Italia con la sorella Beata usando l’aereo, “troppe emissioni” gli disse. Ora che tocca a lei, la famiglia viaggia soltanto sui binari. Ogni tanto scattano una foto per mostrare agli altri l’impegno: da stazione a stazione, inquinando meno. Sei ore da Stoccolma a Cophenaghen, altre sei fino ad Amburgo, altrettante fino a Strasburgo. Poi quasi sette per Milano e da lì a Roma. «Sono giorni interi che viaggiamo», ripetono i Thunberg sfiniti. Un sacrificio che per Greta fa la differenza: un solo viaggio in aereo dalla Svezia all’Italia significa oltre 300 kg di Co2, con il treno sono almeno un decimo.

A Greta perciò tutta l’ammirata gratitudine di Repubblica, e del Correttore di bozze, per questo magnanimo sacrificio, per merito del quale stamattina in tutta Europa, fateci caso, è già tornata a fare capolino dopo secoli una mezza stagione. Senza dimenticare naturalmente la sacra famiglia: grazie infinite e alleluia anche a voi, amici martiri Thunberg, cosa non darebbe un correttore di bozze per immolarsi al posto vostro tra le fauci del tagskryt.

Dopo di che, però, tanti auguri a spiegare ai potenti europei che devono svegliarsi, agire subito, rispondere in fretta, sbrigarsi, dai, su, adesso, che state aspettando. Ora che quelli arrivano in Parlamento per fare qualcosa sul clima, qualunque cosa sia, la nostra casa sarà già bella che bruciata. Per colpa di un treno del menga che inquina davvero niente ma ci mette sette ore a fare Milano-Strasburgo. (qui)

@Correttoredibox
greta morirete
Non ho idea di chi sia quest’uomo, ma lo adoro, l’ho adorato dalla prima riga. Poi però, se vi avanza un minuto e mezzo, andate a leggere anche questo. Che poi uno si chiede: ma con tutto sto terrificante riscaldamento globale talmente caldo da mandare a fuoco la casa per autocombustione- tipo Notre Dame, per intenderci – com’è che Pippi nostra ha bisogno di tre giacche e tre cappucci?
LA NOSTRA CASA È IN FIAMME
PS: ma sono solo io a vedere come il fanatismo ottuso abbia sempre a stessa espressione?
Ahed TamimiGreta Thunberg
barbara

QUANDO UN ONESTO CITTADINO

Uno vicino ai sentinelli. Perché le sentinelle, per quanto coraggiosamente in piedi, sono cattolicume da donnette, clericalicume da femminucce, robetta insomma, ma i sentinelli no! Loro sono fieramente maschi! Loro sono orgogliosamente virili! (ma non c’era quella storia che i generi non esistono, che il sesso è un’opinione, che il DNA è una balla, che sono tutti pregiudizi cattoborghesi, che… No vabbè, lasciamo stare che se no complichiamo troppo le cose). Dunque questo tizio, questo onesto cittadino, un bel giorno convoca i carabinieri (“ne sono arrivati tanti”), convoca l’ambulanza, convoca gli Stati Generali, pare che qualcuno abbia proposto addirittura di spostarsi nella Sala della Pallacorda ma purtroppo non è stato possibile, come capirete fra poco, cose grosse, insomma. Precisando che questo tizio non è un tizio qualsiasi come posso essere io, come puoi essere tu che mi stai leggendo, come può essere tuo cugino, chirurgo di fama ma insomma quello e basta, no no, neanche per sogno. Lui è un giornalista e poi anche scrittore e poi anche cantautore, e queste sono sicuramente cose importanti in merito ai fatti de quibus fabula narratur, dato che vengono riportate nell’articolo che ne dà conto. Insomma, ha raccontato che sulla porta di casa due persone lo hanno aggredito, ha raccontato, e lo hanno insultato, dice, gridandogli “sporco comunista di merda”, così ha detto lui. E poi uno aveva anche un coltello col quale gli ha tirato una coltellata al viso, racconta, che poi però la coltellata tirata non è arrivata perché “per reazione istintiva ho parato con un braccio che ovviamente [ovviamente!] ha un taglio non grave”, dice. [se passa di qui qualche medico, o magari un avvocato, giusto per curiosità: quanti sono i millimetri di lunghezza e i micron di profondità necessari perché un graffio possa essere definito “taglio non grave”?] E dopo averlo insultato [? Insultato? Ma non c’era stata anche una coltellata tirata al viso genialmente parata con una parata che se la vedono Bud Spencer e Terence Hill si vanno a nascondere distrutti dall’umiliazione? Già dimenticata? O talmente traumatica da avere avuto bisogno di operare una rapidissima rimozione per non dover soccombere al trauma psicologico?] i due sono fuggiti, così, senza lasciare traccia, niente. E lui non se ne capacita: “una violenza del genere contro un giornalista, uno scrittore, un cantautore, per le sue idee”. Fosse stato solo giornalista e scrittore passi, o solo giornalista e cantautore, o solo scrittore e cantautore, ma tutte e tre le cose insieme, cribbio! Ma come si può?! E insomma questo illustre personaggio ha raccontato tutta questa storia da tragedia greca su FB, cioè ha raccontato che gli sono successe queste cose tremende, ecco, come potete leggere qui.
Vi state per caso chiedendo perché vi stia raccontando che lui ha raccontato tutte queste cose? Ci arrivo. Sì, certo, anche per esprimere tutta la mia solidarietà e vicinanza a lui che dice di avere subito questa spaventosa tragedia. E anche per esprimere tutta la mia profonda indignazione per gli efferati comportamenti che lui afferma essere stati messi in atto da quei due loschi figuri. Ma soprattutto per esprimergli la mia sconfinata ammirazione per quella coltellata al viso parata con una tecnica che neppure i migliori maestri di arti marziali sono in grado di mettere in atto, guardare per credere!

barbara

PROVATE A IMMAGINARE

Centinaia e centinaia di cristiani in ginocchio col rosario in mano, o centinaia e centinaia di ebrei in talled e tefillin ammassati a pregare in un Paese islamico, magari davanti a una moschea…
bologna-giovani-islamici
islam Roma
Islam-Milano
Oppure un gruppo di ebrei che il giorno di Kippur si aggirino per le strade di un Paese cristiano o musulmano armati di catene per bicicletta per sprangare chi – cristiano o musulmano – si azzardasse a mangiare. Riuscite a immaginarlo? No, vero? Infatti non è mai successo. E quindi no, caro Tommaso, le storielline buoniste dell’accoglienza che NOI dobbiamo mettere in atto, del rispetto che NOI dobbiamo praticare, della tolleranza che NOI dobbiamo mostrare non sono disposta a lasciarmele raccontare. Soprattutto quando vengono raccontate per mezzo di ridicoli frignamenti. Ho insegnato per 36 anni, abbiamo avuto, soprattutto negli ultimi anni, un numero crescente di stranieri: non ho mai sentito un insegnante suggerire a chi non capiva di andare in una classe inferiore, non ho mai sentito gli scolari sghignazzare di chi, conoscendo poco o niente la lingua, la parla male, non ho mai visto bambini ridere sentendo che un compagno non è nato qui, non ho mai visto un immigrato con gli occhi di tutti addosso quando va per strada. E quando la scolara indiana (e sua sorella nell’altra classe) è arrivata a scuola con un abito tradizionale siamo tutti rimasti a bocca aperta per l’ammirazione, e più di una compagna ha timidamente chiesto se sua madre non sarebbe stata disposta a farne uno anche per loro. E quando è capitato che qualcuno fosse appena arrivato e non conoscesse una parola delle due lingue locali (è successo con una polacca e una kosovara), non si sono messe a frignare che non capivano e non venivano capite, ma si sono rimboccate le maniche e messe a studiare col massimo impegno per diminuire la distanza, altro che piagnistei cianciando di improbabili classi in cui sono tutti biondi.
Col buonismo non si va da nessuna parte, con l’apertura a senso unico non si va da nessuna parte, con la tolleranza a senso unico non si va da nessuna parte. E i fatti sono qui a dimostrarlo, ogni giorno.

barbara

AGGIORNAMENTO: assolutamente da leggere questo.