LA GUERRA È PACE, LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ, L’IGNORANZA È FORZA

E il razzismo più becero è antirazzismo.

L’America in rivolta perché a scuola i Dem dividono i bambini in base alla razza

L’America è in rivolta per la “teoria critica della razza” nelle scuole pubbliche. Una oscura ideologia accademica formulata negli anni Settanta, spiega il Wall Street Journal, è oggi al centro del dibattito politico. I legislatori della California e dei distretti scolastici di Washington e dell’Oregon l’hanno introdotta nel curriculum; i legislatori del Texas, dell’Idaho, dell’Oklahoma e, più recentemente, della Florida, hanno vietato agli insegnanti di promuovere in classe la teoria critica della razza. 
Cosa sia lo spiega su Usa Today il ricercatore che segue questo filone da un anno, Christopher Rufo del Manhattan Institute. “La teoria della razza critica è una disciplina accademica che afferma che gli Stati Uniti sono stati fondati sul razzismo, sull’oppressione e sulla supremazia bianca e che queste forze sono ancora alla radice della nostra società. Riformula la vecchia dialettica marxista di oppressore e oppresso, sostituendo le categorie di classe di borghesia e proletariato con le categorie di bianco e nero. Ma la conclusione fondamentale è la stessa: per liberare l’uomo, la società deve essere trasformata attraverso la rivoluzione morale, economica e politica”. 
Una forma di “marxismo basato sulla razza”, scrive Rufo, che fa molti esempi della sua penetrazione. A Cupertino, in California, una scuola ha costretto i ragazzi di terza elementare a decostruire le loro identità razziali e sessuali e classificarsi in base al loro “potere e privilegio”. A Springfield, nel Missouri, una scuola media ha costretto gli insegnanti a collocarsi su una “matrice di oppressione”. “Maschi, cristiani, etero di lingua inglese sono i più grandi oppressori”. A Filadelfia, una scuola ha costretto gli alunni di quinta elementare a celebrare il Black Communism e simulare un raduno del Black Power. A New York, un preside di una scuola pubblica ha inviato ai genitori materiale sostenendo la completa “abolizione dei bianchi”. A Portland, in Oregon, gli studenti sono istruiti sulla giustizia razziale in termini di “rivoluzione e/o resistenza”. In pratica, scrive Rufo, la teoria critica della razza nelle scuole è una forma di razzismo approvato dallo stato. 
La Stanford University ha obbligato i dipendenti a partecipare a “gruppi di affinità” basati sulla razza per riflettere sui propri pregiudizi. Due ebrei hanno denunciato la Commissione sulle pari opportunità per essere stati costretti a partecipare al gruppo dei bianchi, i quali hanno dovuto discutere il loro “privilegio razziale in quanto bianchi” e le “responsabilità dei bianchi”. Rufo ha anche diffuso i documenti relativi alle “sessioni di formazione” imposti dalla città di Seattle: dipendenti comunali e comuni cittadini vengono invitati a elaborare i loro white feelings, sentimenti di “tristezza, vergogna, paralisi, confusione, negazione”. 
“Se insegniamo che in qualche modo la fondazione degli Stati Uniti d’America era in qualche modo imperfetta, era corrotta, era razzista, è davvero pericoloso”, ha detto l’ex segretario di Stato Mike Pompeo a “The Cats Roundtable”. “Colpisce le… fondamenta stesse del nostro Paese. Si chiama teoria critica della razza, ma alla fine stanno attaccando le intese centrali che abbiamo condiviso insieme per 245 anni e tentano di dividere il Paese”. “Non dovrebbe essere difficile capire che risolvere il vecchio razzismo con un nuovo razzismo produrrà solo più razzismo” scrive anche Bret Stephens sul New York Times
Ma voci di rivolta contro questa ideologia arrivano anche dal mondo afroamericano. “I democratici lavorano notte e giorno per mantenere in buona salute l’ideologia della razza”. Lo scrive Barrington Martin II su Newsweek, che definisce la teoria critica della razza “un enorme business e fornisce un importante capitale politico ai democratici che desiderano far credere ai neri americani che il razzismo è onnipresente”. È in nome della teoria critica della razza che “stanno indottrinando questa generazione, invitando i nostri figli a guardarsi per il colore della pelle”. 
E non se ne esce. Come dice il ricercatore James Lindsay, uno dei principali critici di questa teoria: “Noti la razza? E’ perché sei razzista. Non la noti? E’ perché sei privilegiato, quindi razzista”. Nel dubbio non resta che inginocchiarsi.
Giulio Meotti

Sapevamo con certezza che con Biden, ossia il quadrumvirato (anche se in realtà sarebbe un triginato + un monovirato) Obama-Harris-Pelosi-Clinton alla Casa Bianca sarebbe iniziato un disastro planetario, sia per la pace mondiale che per la pace sociale interna, ma difficilmente si poteva immaginare che il disastro sarebbe stato di proporzioni così immani e di così rapida attuazione. Chi è credente preghi, chi non lo è si inventi qualche scongiuro o formula magica, perché il prossimo futuro lo vedo proprio nero nero, e non so se e fino a che punto sarà reversibile.

barbara

TUTTO IL BIDEN MINUTO PER MINUTO

Iniziamo con questa gustosa miscellanea di alcuni dei suoi momenti top

E passiamo alla recente conferenza stampa, chiamiamola così, con alcune annotazioni dell’amico Myollnir

ho appena visto la cd Conferenza stampa di Biden, la prima da quando è in carica. Penosa. E’ la prima volta che vedo qualcuno leggere le risposte ad un conferenza stampa (guai a pensare che le domande fossero concordate con la stampa amica…)

E subito dopo

Ci sono sviluppi. Guarda qua: fra gli “appunti” c’è la scheda dei (pochi) giornalisti ammessi, con la foto per non sbagliarsi e con evidenziati quelli da ammettere alla domanda, con il numero d’ordine con cui chiamarli.
Allucinante. E nessuno dei presenti ha nulla da obiettare.
https://nypost.com/2021/03/25/biden-used-cheat-sheet-during-his-first-press-conference/

E perfino così riesce a incasinarsi, come potete vedere nel video che trovate al link. Qui alcune interessanti riflessioni, a cui aggiungo alcune considerazioni di

Lorenzo Capellini Mion

The White House

Ad ogni conferenza stampa il Presidente Trump si trovava di fronte dei pitbull ringhianti e dei lupi ululanti. Il Presidente Biden si è trovato degli agnellini scelti accuratamente che ponevano domande pre concordate.
Dopo due mesi e mezzo senza concedersi alla stampa per un confronto teoricamente senza filtri è apparso stanco, senza verve, con poche idee e spesso confuse. Fatti zero, a parte lamentarsi e addossare colpe all’amministrazione precedente, persino per il disastro da lui creato al confine sud. The blame game a cui gioca da 48 anni.
Ha ammesso di non poter sapere se i bambini migranti separati dai genitori alla frontiera siano davvero i loro figli.
E ha ammesso che in larga parte siano maschi prossimi alla maggiore età, cioè quella militare.
Dovranno tornare alle politiche di Trump se non vogliono la guerra civile, prima del previsto.
Timidissimo sulla Cina vago su tutto il resto, dando l’impressione che senza appunti sarebbe stato perso. E in effetti non è riuscito a completare più di qualche concetto.
Alla domanda sul controllo delle armi, e quindi sul secondo emendamento, ha risposto dettagliatamente riguardo al piano per le infrastrutture. Senza che nessuno lo incalzasse, come si confà con i dittatori, mi ha ricordato l’ultimo Breznev.
I nemici degli Stati Uniti e del mondo libero si saranno goduti lo spettacolo, compresi quelli che vivono alla Casa Bianca. E sono tanti.
In una parola è stato avvilente.

E infatti i terroristi hanno immediatamente ripreso a colpire, la Corea del Nord ha ripreso a lanciare missili, la Cina sbertuccia l’America di santa ragione, l’Iran si è reimpossessato del manico del coltello e, giusto per chiarire chi stabilisce le regole del gioco, ha bombardato due navi israeliane nel giro di tre settimane, ma niente sembra scalfire l’amore cieco di Biden per i macellai iraniani, al cui altare appare pronto a sacrificare gli accordi di Abramo, ossia la pace del Medio Oriente, che se decade trasformerà l’intero Medio Oriente in una macelleria, in aggiunta alle numerose macellerie create da Obama con le cosiddette primavere arabe, le cui vittime si contano – per ora – in centinaia di migliaia (quando si dice “mani grondanti di sangue”), da far scomparire, per numero di vittime ottenute, i successi di Arafat, per non parlare di pidocchietti quali Totò Riina e Tano Badalamenti.
E poi i bambini nelle gabbie, già, che nessuno può visitare. Ma si sa che poche cose sono veramente impossibili se uno è davvero determinato ad arrivarci. E infatti

Qui

Quanto al ritornello che gli stragisti in America siano “per la grande maggioranza bianchi” queste sono le foto segnaletiche di tutti i responsabili di attentati o sparatorie in cui sono rimaste uccise almeno 4 persone per singolo episodio dal 2019 a oggi.

E infine la nave incagliata, che apprendo ora essere di Taiwan ma con carico cinese. Nel momento stesso in cui ho appreso la notizia mi sono chiesta: ma sarà stato davvero un incidente? A quanto pare non sono stata l’unica a pormi la domanda, e qualcuno si è preso la briga di tracciare il percorso della nave prima di andarsi a incagliare: lo potete vedere qui. Tuttavia, anche se le navi bloccate sono centinaia e non si prevede quando la situazione potrà essere sbloccata e nel frattempo il prezzo del greggio sale vertiginosamente, io non sarei poi così pessimista

barbara

COME AMPIAMENTE PREVISTO,

dopo quattro anni di sostanziale pace in Medio Oriente, ecco che in meno di tre settimane…

La spinta di Biden alla guerra in Medio Oriente

Lunedì, l’Iran ha testato un nuovo razzo . Il razzo Zuljanah è un razzo a tre stadi di 25 metri (82 piedi) con un motore a combustibile solido per i primi due stadi e un razzo a combustibile liquido per il terzo stadio. Può trasportare un carico utile di 225 kg (496 libbre).
La spinta dello Zuljanah è di 75 kilotoni, che è molto più di quanto richiesto per lanciare il satellite in orbita. La grande spinta rende lo Zuljanah più paragonabile a un missile balistico intercontinentale che a un veicolo di lancio spaziale. L’ICBM terrestre statunitense LGM-30G Minuteman-III, ad esempio, ha una spinta di 90 kilotoni. Lo Zuljanah può raggiungere un’altezza di 500 chilometri per l’orbita terrestre bassa o, se lanciato come un missile, la sua portata è di 5.000 chilometri (3.100 miglia), abbastanza lontano per raggiungere la Gran Bretagna dall’Iran.
Esperti missilistici israeliani stimano che l’Iran abbia pagato 250 milioni di dollari per sviluppare il progetto Zuljanah. Il solo lancio del razzo di lunedì è costato probabilmente decine di milioni di dollari.
L’Iran è oggi in profonda difficoltà economica. Tra la recessione globale del COVID-19, la corruzione e la cattiva gestione endemiche dell’Iran e le sanzioni economiche statunitensi, il 35% degli iraniani oggi vive in condizioni di estrema povertà. Il rial iraniano ha perso l’80% del suo valore negli ultimi quattro anni. I dati ufficiali collocano il tasso di disoccupazione al 25%, ma si ritiene che il numero sia molto più alto. L’anno scorso l’inflazione è stata complessivamente del 44%. I prezzi del cibo sono aumentati del 59%.
Se visto nel contesto dell’impoverimento dell’Iran, l’investimento del governo in un programma di missili balistici intercontinentali è ancora più rivelatore. Con il 35% della popolazione che vive in condizioni di estrema povertà e il prezzo del cibo in forte aumento, il regime ha scelto i missili balistici intercontinentali anziché nutrire la sua gente.
La maggior parte della copertura mediatica del lancio di Zuljanah non ha registrato l’importanza del progetto sia per quanto riguarda le capacità dell’Iran sia per ciò che rivela sulle intenzioni del regime. Invece, la copertura si è concentrata sulla tempistica del test. Gli iraniani hanno condotto il test mentre violano clamorosamente i limiti delle loro attività nucleari che hanno accettato quando hanno sottoscritto l’accordo nucleare del 2015.
Gli iraniani stanno ora arricchendo l’uranio al 20% di purezza, ben oltre il 3,67% consentito dal cosiddetto Piano d’azione globale comune (JCPOA). Stanno usando centrifughe avanzate proibite per l’arricchimento a cascata nel loro impianto nucleare di Natanz. Stanno iniziando le cascate di uranio con centrifughe di sesta generazione nel loro reattore nucleare sotterraneo di Fordo in totale sfida al JCPOA. Stanno accumulando scorte di uranio giallo ben oltre le quantità consentite dall’accordo. Stanno producendo uranio metallico in violazione dell’accordo. E stanno facendo lanci di prova con razzi che possono essere facilmente convertiti in missili balistici intercontinentali nucleari.
Il reportage sul nucleare aggressivo iraniano lo ha presentato nel contesto della nuova amministrazione Biden a Washington. Si sostiene che l’Iran stia adottando questi passi aggressivi per fare pressione sull’amministrazione Biden affinché mantenga la sua parola di far tornare gli Stati Uniti al JCPOA e abrogare le sanzioni economiche contro l’Iran. Nel 2018, l’allora presidente Donald Trump ha abbandonato il JCPOA e ha reintrodotto le sanzioni economiche che erano state abrogate nel 2015 con l’attuazione dell’accordo. L’idea dell’Iran è che per paura dei suoi rapidi progressi nucleari, il team di Biden si precipiterà a compiacere l’Iran.
In particolare, il test di Zuljanah ha messo in luce la follia strategica al centro dell’accordo, che è stato concepito, portato avanti e concluso dall’allora presidente Barack Obama e dai suoi consiglieri.
Il principale presupposto strategico che ha guidato Obama ei suoi consiglieri era che l’Iran fosse una potenza stabile e responsabile e dovesse essere visto come parte della soluzione – o “la soluzione” – piuttosto che del problema in Medio Oriente. La sponsorizzazione del terrorismo da parte dell’Iran, le sue guerre per procura e il suo programma nucleare, secondo Obama, erano spiacevoli conseguenze di un equilibrio di potere regionale che metteva troppo potere nelle mani degli alleati degli Stati Uniti – in primo luogo Israele e Arabia Saudita – e troppo poco nelle mani dell’Iran. Per stabilizzare il Medio Oriente, sosteneva Obama, occorreva potenziare l’Iran e indebolire gli alleati degli Stati Uniti. Come disse l’allora vicepresidente Joe Biden nel 2013, “Il nostro problema più grande erano i nostri alleati”.
Un nuovo equilibrio di potere, sosteneva Obama, rispetterebbe le “azioni” dell’Iran in Siria, Iraq, Libano e Yemen. Quanto al programma nucleare, che era illegale ai sensi del Trattato di non proliferazione nucleare, firmato dall’Iran, era del tutto comprensibile: dato che Pakistan, India e presumibilmente Israele hanno arsenali nucleari, hanno detto i consiglieri di Obama, il desiderio dell’Iran di costruirsene uno era ragionevole.
Con questa prospettiva che informa i suoi negoziatori, la legittimazione da parte del JCPOA del programma nucleare iraniano ha un senso. Lo scopo dell’accordo non era impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare, bensì “bilanciare” Israele delegittimando qualsiasi azione israeliana per impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare.
Mentre Israele e gli altri alleati dell’America sarebbero stati gravemente danneggiati da questo nuovo equilibrio di potere, Obama ei suoi partner europei hanno valutato che sarebbero stati più sicuri. Erano convinti che una volta al sicuro nella sua posizione di egemone regionale, l’Iran li avrebbe lasciati in pace. [Indubbiamente: lasciamogli rimilitarizzare la Ruhr e lui ci lascerà in pace, lasciamogli prendere l’Austria e lui ci lascerà in pace, lasciamogli prendere mezza Cecoslovacchia e lui ci lascerà in pace, lasciamogli prendere l’altra mezza Cecoslovacchia e lui ci lascerà in pace… E mi raccomando: che non ci venga in mente di voler morire per Danzica]
L’accordo rifletteva questa visione. Una clausola non vincolante del JCPOA chiedeva all’Iran di limitare la portata dei suoi missili balistici a 2.000 chilometri (1.240 miglia), che teneva gli Stati Uniti e la maggior parte dell’Europa fuori portata.
Molti commentatori considerano l’amministrazione Biden nient’altro che il terzo mandato di Obama. E dal punto di vista delle sue politiche iraniane, questo è certamente il caso. La politica iraniana del presidente Joe Biden è stata concepita e viene attuata dalle stesse persone che hanno negoziato il JCPOA sotto Obama.
A parte lo stesso Obama, il funzionario più responsabile del JCPOA è stato Rob Malley, che ha guidato i negoziati con l’Iran. In un articolo dell’ottobre 2019 su Affari esteri, Malley ha illustrato come dovrebbe essere la politica iraniana della prossima amministrazione democratica [Nell’ottobre 2019, mesi prima della comparsa del covid che ha indebolito la posizione di Trump, era talmente sicuro che la prossima amministrazione sarebbe stata democratica da prepararci addirittura dei programmi? Senti senti…]. Ha affermato che la strategia di massima pressione di Trump stava portando la regione sull’orlo della guerra perché si basava sul potenziamento degli alleati degli Stati Uniti – in primo luogo Israele e Arabia Saudita – per combattere l’aggressione regionale dell’Iran e il suo programma nucleare. In altre parole, si basava sul ripristino e sul rafforzamento dell’equilibrio di potere regionale che Obama si era prefissato di minare a vantaggio dell’Iran e a scapito degli alleati regionali dell’America.
Malley ha scritto che l’unico modo per prevenire la guerra era tornare al JCPOA e alla politica di Obama di rafforzare l’Iran a spese degli alleati degli Stati Uniti – in particolare Israele e Arabia Saudita.
Il test di Zuljanah lunedì ha dimostrato che l’Iran non condivide il punto di vista di Malley sulla sua posizione. Non ha speso $ 250 milioni per un razzo/missile che può colpire l’Europa perché ha paura di Israele e dell’Arabia Saudita. Ha sviluppato la Zuljanah perché vuole la capacità di attaccare l’Europa. E vuole attaccare l’Europa perché non è un regime stabile, bensì rivoluzionario, che cerca il dominio globale, non la stabilità regionale.
Per quanto riguarda i tempi, lo Zuljanah è stato testato nel febbraio 2021 anziché nell’ottobre 2020 perché l’Iran è stato scoraggiato da Trump e dalla sua strategia di massima pressione ed è autorizzato da Biden e dalla sua strategia di massimo appeasement. La prospettiva di una guerra è diminuita sotto Trump. Ora aumenta con ogni dichiarazione fatta dal Segretario di Stato americano Anthony Blinken e dal consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan. Negli ultimi giorni, entrambi gli alti funzionari hanno avvertito che l’Iran si sta avvicinando pericolosamente a capacità nucleari militari indipendenti. Ed entrambi hanno chiarito che per affrontare il problema, l’amministrazione intende tornare al JCPOA.
Questa politica è irrazionale anche se valutata all’interno del circolo cognitivo chiuso del team Biden/Obama. Intendono fare una concessione irrevocabile all’Iran: miliardi di dollari di entrate che confluiranno nelle sue casse una volta rimosse le sanzioni. E in cambio chiedono all’Iran di fare un gesto revocabile. L’Iran ha ripristinato il suo arricchimento nucleare a Fordo e innalzato il suo livello di arricchimento al 20% a Natanz in un batter d’occhio. Se spegne gli interruttori per ottenere lo sgravio delle sanzioni, può riaccenderli subito dopo che il denaro avrà iniziato a fluire.
Ciò avverrà quasi sicuramente al più tardi a giugno. Il 18 giugno l’Iran terrà le elezioni presidenziali. Il presidente Hassan Rouhani e il ministro degli Esteri Javad Zarif lasceranno entrambi l’incarico. Tutti gli attuali candidati possibili provengono dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie e si può garantire che abbandoneranno il JCPOA. Quindi, nella migliore delle ipotesi, la durata in vita del JCPOA è di quattro mesi.
Biden, Blinken, Sullivan, Malley e i loro colleghi devono tutti essere consapevoli che questo è ciò che succederà. Il fatto che stiano andando avanti con la loro strategia fallita indica comunque che sono ideologicamente impegnati nel loro piano e si atterranno ad esso anche se porterà la regione alla guerra.
Questo ci porta in Israele. Durante gli anni di Trump, Israele e Stati Uniti sono stati pienamente coordinati nelle loro azioni sia congiunte che separate per minare il programma nucleare iraniano e le sue operazioni in Siria e Iraq. Come ha spiegato di recente un alto funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale di Trump: “Lavorando insieme, le agenzie di intelligence di entrambi i paesi sono state in grado di realizzare più di quanto avrebbero potuto da sole”.
Ovviamente quei giorni adesso sono finiti. E mentre la squadra di Biden fa sentire pienamente la sua presenza, le opzioni di Israele per impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare stanno diminuendo.
Quando il capo di stato maggiore dell’IDF, il tenente generale Aviv Kochavi, ha annunciato il mese scorso di aver ordinato ai relativi comandanti dell’IDF di preparare piani operativi per colpire le installazioni nucleari iraniane, la maggior parte dei commentatori ha ritenuto che il destinatario fosse il regime iraniano. Altri hanno ipotizzato un avvertimento all’amministrazione Biden. I primi ritengono che abbia cercato di far retrocedere l’Iran dal baratro nucleare. Gli altri sostengono che stava chiedendo all’amministrazione Biden di prendere sul serio le posizioni di Israele prima di procedere con l’abrogazione delle sanzioni.
Ma di fronte al fanatismo strategico della squadra di Biden e alla corsa dell’Iran al traguardo nucleare, è almeno altrettanto probabile che il destinatario di Kochavi non fossero né gli iraniani né gli americani. Potrebbe invece aver avvertito gli israeliani di essere preparati per ciò che sta arrivando. E potrebbe anche aver detto ai partner regionali di Israele che il momento per un’azione comune è adesso.
Caroline Glick, 02/05/2021, qui (traduttore automatico con correzioni e aggiustamenti miei)

Pubblicato originariamente in Israel Hayom.

Quindi, se vedete qualcuno avvicinarsi alla vostra casa con una tanica di benzina e un accendino, la cosa migliore che possiate fare per salvarvi è regalargli un carro di paglia. Parola di Obiden e Harrinton. In ogni caso prepariamoci tutti, perché quando inizia una guerra, nessuno può sentirsi al sicuro, soprattutto se chi la scatena usa tutti i propri capitali per finanziare il terrorismo internazionale.

barbara

NEL CASO QUALCUNO FOSSE ANCORA INDECISO

fra Biden e Trump

Vi ricordate di come Trump è stato messo in croce per un’unica frase pronunciata vent’anni prima? Vi ricordate la macchina del fango messa in moto contro di lui? Le marce di protesta? La vera e propria guerra scatenata contro di lui? E organizzata e promossa da queste caste e pudibonde signore:
donne-vs-trump
madonna-vs-trump
miley cyrus 2
miley cyrus 1
miley cyrus 3
Avverrà qualcosa del genere per il bravo democratico Joe Biden, difeso perfino dal padre delle ragazzine molestate? Perché se qualcuno avesse dubbi se si tratti di carezze affettuose o palpate oscene e moleste, credo che le facce e le reazioni del corpo delle donne, delle ragazze, delle bambine vittime delle sue attenzioni siano più che sufficienti a fornire la risposta. Ma nessuno farà niente, vedrete. Ed è esattamente lo stesso spettacolo che sta andando in scena ora con la gente in ginocchio di fronte a un criminale che, fra le sue varie imprese, poteva vantare anche quella di avere puntato la pistola contro la pancia di una donna incinta nella cui casa aveva fatto irruzione. Leggete un po’ qua.

“Quando le persone usano il piede di porco e iniziano a buttare giù porte per saccheggiare, non stanno protestando, non stanno facendo una dichiarazione: stanno rubando. Quando bruciano un edificio, commettono un incendio doloso. E stanno distruggendo e minando le imprese e le opportunità nelle loro stesse comunità. Quindi è del tutto appropriato che il sindaco e il governatore, con cui ho parlato ieri, lavorino per fermare questo tipo di violenza e di distruzione senza senso. Questa non è una protesta. Questa non è una affermazione. Sono teppisti che approfittano di una situazione per i propri scopi e devono essere trattati come criminali”.

Barack Obama, 28 aprile 2015, all’indomani delle violenze esplose a Baltimora e altrove dopo la morte in seguito all’arresto da parte della polizia dell’afroamericano Freddie Gray, nel suo ruolo di presidente degli Stati Uniti.

Il governatore del Maryland, in base a queste parole in totale accordo con Obama, chiese e ottenne l’intervento nelle strade della Guardia Nazionale. Ovvero, di un corpo militare.

“Parlo ai milioni di americani che sono scesi in strada e hanno fatto sentire la loro voce, un’ondata di proteste che nascono da una legittima frustrazione. C’è un cambio di mentalità in atto, una maggiore consapevolezza che possiamo fare meglio. E questa non è conseguenza dei discorsi dei politici, ma il risultato diretto della capacità di così tanti giovani di mobilitarsi. La spinta dei giovani fa ben sperare per il futuro. Voglio che sappiate che voi contate, che le vostre vite contano, che i vostri sogni contano”.

Obama Barack, 3 giugno 2020, all’indomani delle violenze esplose a Minneapolis e altrove per l’uccisione da parte della polizia dell’afroamericano George Floyd.

Giovanni Sallusti, 6 giugno 2020, qui l’articolo completo.

Poco importa che del comportamento del poliziotto debba rispondere il capo della polizia, che è nero. Poco importa che sopra il capo della polizia ci sia il sindaco, democratico, e che tutta la trafila di comando del Minnesota sia democratica, poco importa che tutto dipenda dal governo dello stato e non da quello centrale: superior stabat lupus, ma l’acqua l’ha sporcata Trump.

E concludo con una illuminante sintesi di

Angelo Michele Imbriani

In due anni: sono corsi a Lampedusa e hanno messo le magliette rosse; le hanno tolte; sono diventati gretini con le borraccette di alluminio; hanno gettato le borraccette di alluminio; si sono ammassati in piazza come sardine; dalla piazza sono andati al bar e hanno abbracciato cinesi durante gli aperitivi; sono usciti dal bar e hanno messo al bando lo spritz; hanno smesso di assembrarsi e hanno praticato il “distanziamento sociale”. Hanno cantato Bella ciao dal balcone. Infine, si sono messi in ginocchio. Penso per vedere dove gli fosse caduto il cervello. Non l’hanno trovato.

In una cosa, caro Angelo Michele Imbriani, ti sbagli: il cervello non può essergli caduto. Confermano, comunque, di appartenere a pieno titolo al XXI secolo
offended
barbara

MINNEAPOLIS E DINTORNI

I fatti: un negro viene assassinato a sangue freddo da un poliziotto bianco. In conseguenza di questo episodio si scatena la protesta contro la sistematica violenza dei bianchi contro i negri.

Veramente? Ma proprio veramente veramente? Proviamo a guardare un paio di grafici:
uccisi-razze
Uhm… non sembrerebbe proprio che i neri siano le vittime principali. Guardiamo allora la questione da un’altra prospettiva:
violenza interrazziale

Anche qui la leggenda della violenza bianca contro i poveri indifesi negretti fa un po’ acqua, vero? Ma, restando allo specifico fatto di cronaca che ha dato il via a un vero e proprio attacco allo stato, come si comporta la polizia dal punto di vista razziale?
uccisi polizia

Leggiamo poi qui che

“lo studio dimostra altresì come sia il tasso di criminalità violenta da parte di un gruppo razziale a determinare la maggiore probabilità che gli agenti di polizia ricorrano ad uno strike e, tra il 1980 e il 2008, i dati del Dipartimento di Giustizia riportano che il 51 per cento degli omicidi (tipico esempio di criminalità violenta a cui si fa riferimento) totali commessi negli Stati Uniti sia stato eseguito da afroamericani.”

Prendiamo per esempio questa storia.
Justine-Mohamed
Nella tarda serata del 15 luglio 2017 Justine Ruszczyk Damond (usava anche il cognome del compagno, Don, con lei nella foto), veterinaria australiana, sente grida di donna provenire dal vicolo dietro casa sua, nel quartiere, considerato a basso crimine, Fulton, a Minneapolis, temendo che sia in atto un’aggressione o un tentativo di stupro telefona alla polizia, arriva un’automobile di servizio guidata dell’agente Matthew Harrity, al suo fianco il capo pattuglia, Mohamed Noor, cittadino statunitense di origine somala, durante la perlustrazione dichiarano di non notare attività criminali, mentre sono ancora in automobile nel vicolo Justine Damond si avvicina, in ciabatte e pigiama, presumibilmente per chiedere informazioni sulla situazione (e magari essere tranquillizzata), Mohamed Noor “sente se stesso e il collega in pericolo”, estrae la pistola e le spara all’addome, uccidendola. (Nel giugno 2019 viene condannato a 12 anni e sei mesi per omicidio di terzo e secondo grado). Non ricordo di manifestazioni violente e saccheggi da parte della popolazione per protestare contro l’uccisione di quella donna (bianca) da parte di un poliziotto (nero), ma veglie di preghiera e raduni per ricordarla.
(proteste della comunità somala, per la condanna a loro dire troppo severa), qui.

Se poi qualcuno si immagina che siano rivolte spontanee – che ci vuole comunque tanta ma tanta fantasia per crederlo – guardiamo questo appello:
fuck the city
Quello che gli appartiene, certo, perché sappiamo che black lives matter, only black lives and no other life.

Ma non è solo il prendere: qui c’è proprio il piacere orgasmico della devastazione
devastazione
e del colpire, massacrare, assassinare. Vi risparmio il video della donna selvaggiamente aggredita, bestialmente sprangata di fronte al suo negozio, e vi propongo invece questo breve articolo che mostra gli abissi di perversione e di infamia di queste belve mai sazie di sangue umano.

Lorenzo Capellini Mion
capo dip. Richmond
Il capo del dipartimento di polizia di Richmond, Virginia, non ha retto all’emozione raccontando di come i rivoltosi abbiano dato fuoco ad una casa plurifamiliare bloccando poi l’accesso ai vigili del fuoco che accorrevano per mettere in salvo un bambino bloccato all’interno.
È solo un esempio, non cercano giustizia, vogliono la guerra civile.
Media partigiani complici. (qui)

Poi chi sa il francese può leggere anche questo (chi non lo sa può sempre metterlo in un traduttore)

E di chi è la colpa di tutto questo? Ma come, non lo avete ancora capito?

Da Ema Bolo:

Ricapitolando: il Minnesota è uno stato che vota democratico, Minneapolis ha una amministrazione democratica, l’agente indagato s’era già reso protagonista di dubbi episodi di violenza, tra cui l’uccisione di una ventunenne con 2 colpi di pistola all’addome che l’avrebbe aggredito, ma mai rimosso dall’incarico, né dal capo della polizia (afroamericano) né dal sindaco, ma le colpe sono di Trump e dei repubblicani.

E cavalcare la tigre dell’antitrumpismo sembra essere uno sport particolarmente gratificante.

ANARCHIA ORGANIZZATA

“Un uomo di colore viene arrestato e ucciso in un atto di violenza atroce mentre è ammanettato e indifeso. Tre colleghi, nelle immediate vicinanze del poliziotto assassino, osservano il crimine, ascoltano l’uomo di colore che implora e non fanno nulla per fermarlo. Per i successivi giorni orde inferocite mettono a ferro e fuoco le città americane, saccheggiando negozi, bruciando edifici, macchine della polizia e bandiere americane e persino uccidendo persone sul loro cammino. La giustificazione offerta per la loro violenza e i loro atti criminali è che stanno protestando contro un sistema razzista – o nelle pittoresche parole del senatore Bernie Sanders, “Un sistema grottesco di razzismo radicato e disparità economica che ora più che mai ha bisogno di essere abbattuto”. Questi attacchi all’America sono ciò di cui ci stanno realmente parlando le rivolte. Il “sistema grottesco di razzismo radicato” di Sanders è una fantasticheria di sinistra che alimenta la rabbia dei rivoltosi e la loro violenza, la quale è diretta non solo contro gli americani bianchi ma anche contro gli americani di colore ai cui quartieri, centri commerciali e attività commerciali i compagni di Sanders sono lieti di appiccare il fuoco”.

Così comincia il lungo editoriale di David Horowitz su Frontpage Magazine.

L’omicidio di George Floyd da parte di un poliziotto brutale, una mela marcia del corpo di polizia, è diventato il pretesto per azioni coordinate di violenza urbana ben manovrate in cui si sono inseriti gruppi di estrema sinistra come “Black Life Matters” e “Antifa”.
Il loro scopo, dietro sigle roboanti e strumentali, è quello di generare il caos e di mantenerlo in vita il più a lungo. Si tratta di delinquenti comuni, di teppisti travestiti da “social warriors” e che hanno in personaggi come Bernie Sanders, ammiratore di Castro e Chavez, ottimi fiancheggiatori.
La risposta del governo non può che essere ferma.
Il Procuratore Generale William Barr ha dichiarato:
“Sfortunatamente, con le rivolte che si stanno verificando in molte delle nostre città in tutto il paese, le voci delle proteste pacifiche vengono dirottate da violenti elementi radicali. In molti luoghi sembra che la violenza sia pianificata, organizzata e guidata da gruppi estremisti di estrema sinistra e gruppi anarchici che usano tattiche simili all’Antifa”.
Stiamo assistendo a una concertata manovra il cui scopo ultimo è quello di colpire la presidenza Trump, nonostante il fatto che Minneapolis, la città dove è avvenuto l’episodio sia un feudo democratico, nonostante il fatto che Derek Chauvin, il poliziotto che ha ucciso George Floyd, fosse stato mantenuto al proprio posto malgrado si sapesse che era un poliziotto molto problematico, dal capo della polizia di Minneapolis, che è di colore.
La strategia progressista in atto da quando Trump fu eletto, è stata quella della demonizzazione costante della sua persona, della manipolazione e deformazione della realtà atta a fare credere che il responsabile di tutto ciò che di negativo accade negli Stati Uniti sia lui.
La società che i Sanders hanno in mente, la società che i Soros hanno in mente (e Soros è tra i finanziatori di Antifa e Black Life Matters), più “equa”, “libera”, “umana”, è la fantasia degli utopisti senza scrupoli per i quali, il venire in essere di un mondo irrealizzabile, che in realtà altro non è se non il loro modello di mondo giusto (e sappiamo che regimi modello abbia saputo indicare Sanders), si deve, all’occorrenza anche servire di estremisti e delinquenti.
Niram Ferretti, qui.

Il POPOLO

Per Joe Biden candidato sfidante di Donald Trump alle presidenziali del 2020, la decisione di Donald Trump di ricorrere all’Insurrection Act, la legge del 1807 che attribuisce al presidente degli Stati Uniti in casi di emergenza di mobilitare l’esercito federale e la Guardia Nazionale, significa usare “l’esercito americano contro il popolo”.
Per Biden dunque “il popolo” sarebbero le orde di teppisti e saccheggiatori, di delinquenti che in queste ultime ore hanno vandalizzato e saccheggiato. Ultimi episodi a New York dove sono stati presi di mira i grandi magazzini Macey’s e negozi sulla Quinta Avenue, come è accaduto precedentemente a Los Angeles a Rodeo Drive.
E’ bene saperlo. Joe Biden aspirante presidente abbraccia la marmaglia definendola “il popolo”, mentre il presidente in carica, come è nelle sue prerogative, ha il dovere di attivarsi per mantenere l’ordine e la legalità.
“Sono il vostro presidente, di legge e ordine alleato di tutti i manifestanti pacifici. Negli ultimi giorni la nostra nazione è stata tenuta nella morsa di anarchici professionisti, boss violenti, persone incendiarie, saccheggiatori, criminali, rivoltosi, antifa e altri” ha dichiarato Trump.
Fermare il caos è necessario. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con “il popolo” e il diritto a manifestare pacificamente. Qualcuno dovrebbe spiegarlo al candidato Biden.
Niram Ferretti, qui.

Per qualcuno, a quanto pare, cogliere certe differenze è cosa troppo complicata
protest-crime
Ma gli inutili – e spesso pericolosi – idioti, non sono una prerogativa d’oltre oceano.

Beppe Sala ieri chiedeva indignato la denuncia dei gilet arancioni che hanno fatto folklore ma nessuna violenza e oggi giustifica gli Antifa che stanno mettendo a ferro e fuoco l’America facendo danni a cittadini di ogni colore e credo?
beppe sala
Marco Lancini

Quando l’ignoranza e la mediocrità si incontrano, ne risulta solitamente una dichiarazione politica di Beppe Sala.
Le sue parole infatti non solo sono pericolose perché sdoganano l’esercizio della violenza come metodo per far sentire la propria voce, a danno di tutti coloro i quali stanno vedendo distrutto il lavoro di una vita dai riottosi, ma evidenziano una chiara mancanza di conoscenza dell’assetto istituzionale americano.
Affermare infatti che vi sia una centralità del Presidente nella gestione dell’ordine pubblico significa mancanza di conoscenza oppure malafede (e conoscendo il background di Sala propenderei per la prima) [io invece propenderei per una combinazione di entrambe: conciliare quell’individuo e la buonafede è come mettere l’acqua e l’olio nella stessa ciotola].
L’imposizione del coprifuoco al pari della richiesta di intervento della Guardia Nazionale è una scelta a discrezione dei governatori dei singoli stati federati.
E praticamente tutti gli stati interessati dalle rivolte sono a guida Democratica (Minnesota, Pennsylvania, California, New York).
Ps: quelli come Sala sono tendenzialmente gli stessi che nel 2014 quando Ferguson era una pentola a pressione scagionavano Obama da qualsiasi responsabilità. (qui)

Poi ci sono gli imbecilli ancora più imbecilli, ma talmente imbecilli da essere veramente convinti che nutrendo il coccodrillo si possa ottenere il privilegio di essere  mangiati per ultimi. È il caso di Bill Gates, che si è schierato anima e corpo dalla parte dei vandali devastatori assassini. E questa è stata la riconoscente risposta dei suddetti signori

In tedesco si chiama Schadenfreude: ebbene sì, sto godendo come un riccio.

Comunque non preoccupatevi: All you need is love, cantavano quelli là; e questo, esattamente, è ciò che ci stanno offrendo: pace, bene e amore universale
love
barbara

I LIBRI NON SI BRUCIANO

Mai. Per nessun motivo. Non potrei mai bruciare neppure il Mein Kampf, addirittura neppure il Corano. E tuttavia non posso non provare un’immensa ammirazione per questa ragazza e per tutti quelli come lei, che bruciano lo strumento della loro oppressione,
corani bruciati
sapendo che stanno rischiando, e spesso rimettendoci, la vita, perché “quelli” sparano ad altezza d’uomo;
cecchino
sapendo, anche, che da quelle parti una bella pallottola subito è un privilegio che non a tutti è concesso. Alle mie parole aggiungo queste altre, con diverse annotazioni importanti che vale la pena di leggere (e con alcune osservazioni mie inserite nei passi in cui non concordo).

La repressione iraniana che nessuno racconta

di Michael Sfaradi

“Abbasso Rouhani”, “Abbasso Khamenei”, “Abbasso il dittatore”, “Non avremo pace finché non riavremo i nostri diritti e la nostra libertà”. Questo è quello che gli iraniani gridano nelle piazze di oltre 95 città in 21 province di tutta la nazione. E chi come noi, e penso di parlare a nome di tutti coloro che pubblicano su questo sito, crede nella libertà in ogni sua forma, non può esimersi dal raccontare tutto ciò che riesce a filtrare la pesante censura degli Ayatollah. Chi davvero crede nei principi fondamentali della democrazia deve in queste ore sentirsi al fianco dei giovani che nelle piazze iraniane rischiano la vita nella speranza di ottenere ciò che da noi, erroneamente, viene dato per scontato.

Quello che fa rabbia in tutto questo è che i media occidentali continuano inesorabilmente a ignorare o a minimizzare quello che sta succedendo in Iran, continuano a raccontare che la rivolta è dovuta solamente all’aumento del prezzo della benzina ignorando volutamente, e a questo punto è lecito anche pensare che a qualcuno faccia comodo, tutto il malessere di una nazione intera. Perché l’Iran di oggi è una grande bomba a orologeria che può saltare da un momento all’altro, e gli iraniani dettero prova di saper fare le rivoluzioni quando costrinsero lo Scià Mohammad Reza Pahlavi a scappare da Teheran con la coda in mezzo alle gambe [va detto però che la ferocia di Reza Pahlavi non era neppure lontanamente paragonabile a quella degli ayatollah: per questo con lui ci sono riusciti]. Allora seppero fare la rivoluzione ma furono incapaci a gestirla, solo per questo si ritrovarono nel giro di pochi anni, e con molto sangue versato, sotto un tallone d’acciaio della peggiore dittatura possibile, quella religiosa [sicuro che il motivo risieda “solo” per incapacità propria e non, invece, per le armi in possesso ai religiosi e la spietata determinazione a usarle senza risparmio?].

“Preti vendicativi, Napoleon cascò, sapete voi perché? Perché non vi scannò. Già due volte cadeste senza cavarne frutto, v’avverto, un terzo fulmine v’annienterà del tutto”. Questo scriveva Pasquino, la statua parlante, durante il tragico periodo della Roma papalina: altri tempi ma sempre di dittatura religiosa si trattava [però, sinceramente, non so se il paragone ci stia proprio tutto…]. Basta togliere la parola preti e mettere Ayatollah e quel verso antico diventa magicamente contemporaneo. Negli ultimi anni ci sono state altre rivolte della gente esausta, rivolte soffocate nel sangue dai Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, gli invasati poliziotti del regime, la speranza è che un terzo fulmine si abbatta su Teheran, ma non sulla meravigliosa città, ma sulle teste di coloro che, come nei tempi bui della storia, tengono schiava la gente per bene in nome di un Dio che non ha dato mai a nessuno il mandato per uccidere o reprimere.

Internet in Iran è sempre stato sotto stretta censura, da giorni però è completamente staccato e questo dato è una delle tante cartine tornasole di una situazione tesa e difficile: non erano mai arrivati a tanto. Tutto questo mentre i leader della dissidenza, rivolgendosi in particolare ai giovani che hanno diritto a vivere la loro vita nella libertà vera e non come il regime decide per loro, stanno esortando il popolo a non cedere. Hanno ribadito che fino a quando il regime corrotto, medievale [forse dovremmo smetterla di usare un periodo ricchissimo di fermenti culturali e artistici come emblema del peggiore oscurantismo e della più bieca ferocia] e non più accettabile nel mondo moderno rimarrà al potere, la povertà, i prezzi elevati, la disoccupazione, la corruzione, la repressione e tutte le discriminazioni che giornalmente vengono imposte al popolo indifeso non cesseranno. Hanno inoltre ricordato la questione mai chiusa del più crudele esempio delle violazioni dei diritti umani, consumato davanti agli occhi di un occidente impotente allora come lo è oggi, quando durante il massacro del 1988 circa 30.000 prigionieri politici furono fucilati senza alcun processo.

Persone torturate e uccise proprio da coloro che poi diventarono i leader dell’attuale regime che, con una faccia tosta da guinness dei primati, continuano a difendere a spada tratta il crimine commesso. Ad oggi nei loro confronti non è stata mai aperta nessuna inchiesta e anche il tribunale dell’Aja, sempre pronto a perseguire i facili bersagli, non ha mai preso posizione su quello che accadde allora e che accade ancora oggi, anche nel momento in cui vi scrivo, nell’ex regno del Pavone. Ma per onore del giusto non possiamo denunciare il regime iraniano senza mettere davanti alle proprie responsabilità chi in questi anni è stato complice dello stesso, come ad esempio l’amministrazione Obama a cominciare dal Presidente e dalla sua segretaria di Stato Hillary Clinton che, aprendo il tavolo di trattativa sul nucleare, tolsero di fatto le sanzioni e spalancarono le porte agli affaristi da tutto il mondo che, fregandosene della situazione, hanno rinforzato un regime che da quasi quaranta anni fa vivere un popolo intero nell’oppressione.

Impossibile dimenticare le fotografie del Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif sul balcone dell’Hotel a Ginevra che, ridendo come al varietà, faceva vedere ai giornalisti appostati i fogli dell’accordo come fosse stata carta igienica in procinto di essere usata. Non possiamo ignorare che l’Europa, sia come Unione Europea che come singoli Stati, con le due ultime lady Pesc Catherine Margaret Ashton, baronessa Ashton di Uphollandin e Federica Mogherini che, come delle brave Dhimmi sottomesse, sono sempre state più impegnate a trovare il velo da mettersi in testa in tinta con le scarpe e la borsetta che non a capire che le donne iraniane avrebbero fatto di tutto per bruciarli quei veli. Ma alle due Lady Pesc in nome e nell’interesse di qualcuno o di qualcosa che con l’Europa libera e democratica dei Padri Fondatori non ha nulla a che vedere, hanno sempre portato avanti una politica ambigua nella ricerca di tutti i modi possibili per aggirare le sanzioni americane anche prima dell’avvento alla Casa Bianca del premio Nobel per la pace, l’inventore delle primavere, pardon, degli autunni arabi che nel caso dell’Iran, che nazione araba non è, si sono trasformati in Inverni sciiti.

Anche la “grande stampa” ha le sue responsabilità ed ha sporcato sia l’etica dell’informazione che il dovere nei confronti dei lettori, ogni volta che ha evitato di affrontare l’argomento Iran o, quando lo ha fatto, lo ha minimizzato. Per non parlare poi della politica internazionale che non ha mai risposto alle richieste di aiuto che arrivano dai giovani iraniani o del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che non si è mai azzardato a riunirsi per discutere un argomento come i diritti umani in Iran neanche fosse un dogma divino da accettare per come è scritto, un dogma che non doveva mai essere discusso. Neppure quando le fotografie di centinaia di impiccati che penzolavano dalle gru facevano il giro del mondo, come se nelle commissioni anziché i più importanti politici internazionali ci fossero state le tre scimmiette che non vedono, non parlano e neanche sentono.

In conclusione, visto che al ridicolo non c’è mai fine, secondo alcune fonti l’Italia e l’Iran stanno lavorando a un incontro tra i rispettivi Ministri degli Esteri, Luigi Di Maio e Mohammad Javad Zarif. Sembrerebbe che il governo italiano, come se non avesse altri problemi interni urgenti e gravi da affrontare, invece di condannare e prendere iniziative contro la repressione in atto voglia invece diventare negoziatore tra Iran e Stati Uniti. Se questo risultasse vero rimarrebbe come una macchia sulla coscienza della nazione intera, una macchia difficile da dimenticare e impossibile da perdonare. (qui)

Può essere forse di qualche conforto ricordare che le donne iraniane sono state, come ho mostrato qui, quelle che contro l’oppressione khomeninista hanno lottato fino all’ultimo:

forse, chissà, saranno di nuovo loro a riportare la luce dopo la lunga tenebra.

barbara

L’ENNESIMO REGALO DI TRUMP A ISRAELE

Cronaca: il ritiro di Trump allontana le forze anti-israeliane dal confine del Golan

Di David Israel 14 Tishri 5780 – 13 ottobre 2019

Secondo il NY Times, la decisione del presidente Donald Trump di aprire una strada per un’invasione turca di una larga striscia di terra sul lato siriano del confine tra i due paesi è stata presa sul momento, in una telefonata con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Durante la notte, Trump ha aperto le porte a un massiccio assalto turco ai curdi siriani, e i media sono stupiti da questo apparente tradimento di un alleato chiave che aveva sacrificato migliaia di vite nella guerra contro l’ISIS.

Il commentatore politico israeliano ed esperto del Medio Oriente Guy Bechor non è impressionato dalla difficile situazione dei curdi, che secondo lui collaborano da diversi anni con il regime siriano. Inoltre, Bechor ritiene la mossa degli Stati Uniti, seguita dall’incursione turca, utile agli interessi di sicurezza israeliani.

Descrivendo la situazione relativa all’eterno conflitto sunnita-sciita che divide il mondo islamico da 1.300 anni, decennio più decennio meno, Bechor ha suggerito sabato che questa invasione turca (sunnita), con migliaia – che presto saranno decine di migliaia —di soldati sunniti ben addestrati e ben armati, crea problemi all’esercito del presidente Bashar al-Assad, e anche, soprattutto, le milizie sciite satellite dell’Iran (che presto includeranno Hezbollah) che hanno ricevuto l’ordine di abbandonare il confine meridionale con Israele e spostarsi a nord per costruire difese contro l’invasione.

In altre parole, la mossa di Trump, che ha portato alla mossa di Erdoğan, ha spostato la guerra civile siriana e il vortice che attira la violenza araba da tutta la regione. E questo, per quanto riguarda Israele, è un’ottima cosa.

Il cambiamento creato dal presidente Trump ritirando alcune decine di soldati statunitensi è stato così massiccio, che sabato il presidente russo Vladimir Putin, in un’intervista con Al Arabiya, Sky News Arabia e RT, ha affermato che “coloro che si trovano illegalmente in [ …] La Siria dovrebbero lasciare la regione”, vale a dire tutti i Paesi coinvolti. In effetti, Putin si è offerto di ritirarsi anch’egli dalla Siria se il governo siriano avesse deciso che le truppe russe devono partire.

La straboccante generosità di quest’uomo …

Il presidente Trump, da parte sua, respinge l’affermazione secondo cui la sua mossa sarebbe stata un colpo di testa, insistendo sul fatto che il ritiro è l’adempimento della sua promessa elettorale:

“Sono stato eletto col compito di uscire da queste ridicole guerre senza fine, dove il nostro grande esercito esegue un’operazione di polizia a beneficio di gente che neppure ama gli Stati Uniti”, ha twittato il 7 ottobre. “I due paesi più scontenti di questa mossa sono la Russia e la Cina, perché adorano vederci impantanati a sorvegliare un pantano e spendere un sacco dollari per farlo. Quando ho preso il controllo, il nostro esercito era completamente impoverito. Ora è più forte che mai. Le guerre infinite e ridicole stanno FINENDO! Ci concentreremo sul quadro generale, sapendo che possiamo sempre tornare indietro e farci sentire!”

Domenica mattina, in risposta agli attacchi bipartisan sulla sua decisione di lasciare la Siria settentrionale, Trump ha twittato: “Le stesse persone che ci hanno trascinato nelle sabbie mobili del Medio Oriente, al costo di 8 trilioni di dollari e di molte migliaia di vite (e milioni di vite contando anche l’altra parte), ora stanno lottando per tenerci lì. Non ascoltate le persone che non hanno idea di che cosa si tratta: hanno dimostrato di essere inetti!”

Intendeva, più precisamente, il vecchio partito repubblicano, così come la senatrice Hillary Clinton (D-NY) e la maggior parte dei democratici del Senato, che nel 2003 appoggiarono la decisione del presidente GW Bush di invadere l’Iraq e sbarazzarsi di un uomo che una volta era stato “il più fedele alleato” degli Stati Uniti, Saddam Hussein. Facendo debiti, l’amministrazione Bush ha distrutto la minoranza sunnita al potere, trasformando l’Iraq in uno stretto alleato sciita dell’Iran, anche quando i sunniti si sono riorganizzati come ISIS, gettando paura nel cuore di ogni leader occidentale e musulmano per un decennio.

Bechor sostiene che ritirandosi dalla Siria settentrionale – ma mantenendo i circa 2000 soldati che ha nella Siria orientale, proteggendo lì i curdi e, cosa più importante, i giacimenti di gas ad ovest dell’Eufrate – Trump sta effettivamente ripristinando l’equilibrio religioso nella regione e indebolendo la presa dell’Iran sulle aree lungo il confine con Israele. (qui, traduzione mia)

Aggiungo una breve considerazione di puro buon senso, per ricordare quello che tutti oggi sembrano dimenticare

Che I Curdi abbiano “combattuto e sconfitto da soli l’Isis” è falso. Sono stati supportati da 22.000 missioni aeree USA. I Curdi avanzavano dopo che gli americani avevano fatto terra bruciata con le bombe (colpendo anche civili, inevitabilmente). Non ricordo però gli applausi dei pacifisti per questo sostegno militare ai valorosi combattenti curdi, alle fiere donne col mitra, che senza l’aviazione USA sarebbero forse finite col burka negli harem dei jihadisti. Ricordo anzi le proteste, gli slogan – “con la guerra non si risolve mai niente” – le invettive contro gli imperialisti a stelle a strisce, ricordo i ginostrada nei talk show dei conduttori sinistrati. Ora, ecco le stesse invettive antiamericane, ma non perché gli USA invadono, occupano, bombardano, ma perché non lo fanno più.
I pacifisti dovrebbero invocare la pace innanzitutto nel proprio cervello.
Angelo Michele Imbriani

e poi la raccomandazione di leggere questo.

E per concludere, abbiate pazienza, ma in mezzo a questo scomposto latrare e ringhiare, non posso farne a meno

e poi beccatevi anche questo (sì lo so, la scena della gomma è disgustosa, ma il resto merita)

E guardando – anche guardando – le facce di questi ragazzi mentre ascoltano il loro inno nazionale capiamo perché l’America è una nazione tanto grande.

barbara

MAESTRO DI VITA

E soprattutto di educazione:
al telefono col primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu
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mentre ascolta l’inno nazionale,
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mentre saluta un’ospite di riguardo,
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con cui, bizzarramente, non scambia una normale stretta di mano, bensì un curioso colpetto del pugno chiuso contro il pugno chiuso, come si vede più chiaramente in quest’altra foto scattata un attimo prima:
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evidentemente uno dei due – chissà quale – aveva paura di infettarsi toccando la mano intera (qui la bambina – e ribadisco bambina, anche se si narra che fra poco compie 17 anni – ha un aspetto ancora più spettrale e impressionante del solito).

Comunque, se l’educazione non è il suo forte, ha però al suo attivo i risultati
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e il fatto di potersi paragonare ad altri importanti statisti
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bibiob
ma soprattutto l’espressione intelligente:
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barbara

QUASI. FORSE. MA (COM’È UMANO LEI)

Paragonare i demagoghi di oggi a Hitler non è quasi mai una buona idea.

Quasi, certo, perché se guardiamo bene, qualcuno di paragonabile a Hitler dopotutto c’è. E chi potrà mai essere? Forse Assad, con tutte quelle centinaia di migliaia di morti? O Erdogan, che ha instaurato una vera e propria dittatura, imbavagliato la stampa, annientato l’opposizione, asservito l’esercito, e massacra senza posa  il popolo curdo? Mmmh… mi sa che siamo fuori strada.

[…] Donald Trump non sarà forse l’incarnazione di Hitler, ma

Ma, eccola la parola chiave: ma, a smentire prontamente il formalmente – ma solo formalmente – prudenziale “forse”. È lui il male assoluto, è lui una delle rare eccezioni alla sconvenienza di fare paragoni con Hitler, è lui il nemico da battere, anzi, da abbattere. E poi c’è questa cosa spettacolare:

Ciò che sino a pochi anni fa era inimmaginabile — un presidente Usa che insulta gli alleati e loda i dittatori

Ecco, questo lo dice all’inizio dell’articolo, prima di cominciare a fare nomi, e noi che un presidente USA che insulta e ostacola e danneggia in tutti i modi gli amici e non solo loda i dittatori, ma bacia loro devotamente il sedere e offre loro ogni sorta di vantaggi, lo abbiamo purtroppo dovuto vedere per otto lunghi anni, credevamo di avere capito di chi stesse parlando. E invece no, sta parlando di Trump. E a questo punto ci risulta anche ben chiaro chi siano per il signor Ian Buruma, autore di questo pregiato articolo, i dittatori e chi gli amici che dovrebbe onorare.

Di commenti a questo sordido articolo – che per dire che Trump è praticamente la fotocopia di Hitler ci spara addosso ben 919 parole – non ne faccio, perché sono di stomaco delicato e infilare le mani nella merda mi fa vomitare. Faccio invece seguire, e credo che sia il commento migliore, una testimonianza di un ex deportato.

Ex deportato ebreo: “Chi paragona noi ai clandestini è nauseante”

David Tuck è un deportato ebreo polacco che vive negli Usa. Gli è stato chiesto, alla luce dell’emergenza immigrazione e dei paragoni che in America e nel mondo vengono fatti tra deportati ebrei e clandestini attuali, cosa ne pensasse.
Gli è stato chiesto se, davvero, abbia senso il paragone tra i ‘centri migranti’ e i “campi di concentramento”.
“Paragone nauseante. Non potete fare dei paragoni; ogni volta che sento questo paragone è nauseabondo… Ascoltatemi, io ci sono passato. Per favore. Questi non sono campi di concentramento; loro sono liberi. Ho fatto una ricerca su questi posti e mi sono detto… Tutti i materassi, il cibo, qualsiasi cosa… A quel tempo (quando è stato imprigionato dai nazisti) avrei potuto pensare che questi fossero dei country club”.

(VoxNews, 4 luglio 2018)

Sia ben chiaro, non sono così cattiva da augurare al signor Ian Buruma – e a tutti i suoi devoti estimatori – di conoscere una vera dittatura, una vera incarnazione di Hitler, una vera deportazione. Ma se lo fossi, ci puoi giurare che glielo augurerei.

barbara

NOBEL: PRE-VENTIVI E POST-VENTIVI

Non avendo più tanti capelli (eufemismo) il mio barbiere non ha il tempo necessario per aggiornarmi sul mondo, costringendomi a fare in proprio le ricerche di cui godevo in modo felicemente parassitario da giovane.
Così facendo, ho appreso che Boris Johnson, Ministro degli Esteri britannico, adombra la possibilità di un Premio Nobel per la Pace per il Presidente USA Donald Trump, nel caso che addivenisse alla pace con la Corea del Nord e riuscisse a modificare l’accordo con l’Iran senza abrogarlo.
Se così fosse, avremmo il caso, inedito, di due Presidenti USA premiati uno dopo l’altro. Il Nobel a Barack Obama fu dato sulla fiducia, per ciò che avrebbe fatto, mentre quello eventuale a Trump verrebbe attribuito per ciò che ha fatto in passato. Ne consegue che l’uomo di sinistra non avrebbe bisogno di impegnarsi per essere premiato, mentre quello di destra dovrebbe, per contro, portare a casa dei risultati. Si tratta di una grave discriminazione, che perlomeno contrasta con l’art. 21 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Tant’è che ho avviato una raccolta di firme per far cessare quest’infamia; ho già la firma del mio barbiere – il quale non ha avuto il tempo per leggere il testo della proposta, per la sacrosanta paura di ferirmi col rasoio, e infatti ho solo un graffio – le altre firme seguiranno.
Emanuele Calò, giurista, 8 maggio 2018, pagine ebraiche

A giudicare da quanto scrive abitualmente, il signore qua sopra deve essere parecchio di sinistra, e infatti non concordo quasi mai con quanto scrive. Tuttavia questo pezzo (qui) dimostra che l’ironia (anche auto-) non gli manca. E che – e questo è ancora più raro – esistono addirittura giuristi con uno spiccato senso della giustizia. Onore al merito, dunque. E quanto alla questione trattata, direi proprio che ha ragione da vendere.

barbara