COMUNIONE E LIBERAZIONE

“[…] ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di tornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta.” Don Luigi Giussani, fondatore.

Cristianesimo vissuto, insomma, e non limitato alla messa e a qualche sporadica confessione e comunione, impegno che si concretizza, dal punto di vista sociale, con la catechesi e con i famosi incontri di Rimini, per gli esercizi spirituali. Ricordo anche, da parte di CL, una certa vicinanza all’ebraismo e a Israele. E ricordo che quando il compianto Giorgio Israel pubblicizzò nel suo blog il libro della mamma di Ilan Halimi, da me tradotto insieme a Elena Lattes e Marcello Hassan, qualcuno nei commenti suggerì di presentarlo al convegno CL di Rimini, ritenendolo il luogo più adatto, quello in cui avrebbe ricevuto la migliore accoglienza.

Questo accadeva otto anni fa; oggi il meeting di Comunione e Liberazione è questo:
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Per qualche informazione in più suggerisco di leggere qui.

Nel frattempo in Iran Nasrin Sotoudeh, avvocato per i diritti umani in carcere da giugno, dopo la decisione del governo di perseguitare, oltre a lei, anche i suoi familiari, i parenti e gli amici, ha dichiarato lo sciopero della fame (sì, lo so, adesso le femministe si mobiliteranno in massa all’unisono: a strepitare che si dice avvocata e non avvocato).

Giusto per chiarire le idee a chi non le avesse chiare del tutto, Evin è questo.

barbara

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ISRAELE, LA COSTITUZIONE E DANIEL BARENBOIM

Ma prima di parlare della Costituzione israeliana, due parole su quella italiana. La seconda parte dell’articolo 1 recita: “La sovranità appartiene al popolo”. Domanda: a quale popolo? Quello mozambicano? Delle isole Salomone? Azzardo troppo se penso che chiunque risponderebbe “al popolo italiano”? Azzardo troppo se suppongo che non sia stato specificato per il semplice fatto che è scontato che lo stato italiano è la patria del popolo italiano? Ci sono minoranze etnico-linguistiche in Italia? Sì: albanesi, catalani, croati, francesi, francoprovenzali, friulani, germanici, greci, ladini, occitani, sardi, sloveni per un totale di circa due milioni e mezzo di persone, riconosciuti e tutelati; ma la lingua ufficiale è una: l’italiano. Qualcuno lo trova scandaloso? Discriminatorio? Razzista? Fascista?
L’Italia ha deciso di stabilire la sua capitale a Torino, poi l’ha spostata a Firenze e infine a Roma, dopo averla sottratta con le armi al Vaticano che vi risiedeva da oltre un millennio e che l’aveva dotata del più grande patrimonio artistico esistente al mondo: ha chiesto il permesso a qualcuno? Qualcuno ha messo in discussione il suo diritto di farlo?
E passiamo ora a quella israeliana.

Legge Fondamentale: Israele, Stato Nazione del Popolo Ebraico

1) Principi fondamentali

A. La Terra di Israele è la patria storica del popolo ebraico, in cui lo Stato di Israele si è insediato.
B. Lo Stato di Israele  è la patria nazionale del popolo ebraico, in cui esercita il suo naturale, culturale, religioso e storico diritto all’autodeterminazione.
C. Il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unico per il popolo ebraico.

2) Simboli dello Stato

A. Il nome dello Stato è “Israele.
B. La bandiera dello Stato è bianca con due strisce azzurre verso le estremità e una stella blu di David al centro.
C. Il simbolo dello Stato è una menorah a sette bracci con foglie d’ulivo ad entrambi i lati e la scritta  “Israele” sotto esso.
D. L’inno nazionale è l'”Hatikvah”.
E. Ulteriori dettagli sui simboli di stati saranno determinati da legge ordinaria.

3) La capitale dello Stato

Gerusalemme, integra e unita, è la capitale di Israele.

4) Lingua

A. La lingua ufficiale è l’ebraico.
B. La lingua araba gode di riconoscimento speciale nello stato. La legge regolamenterà l’impiego dell’arabo nelle istituzioni di stato.
C. Questa previsione non pregiudica lo status riconosciuto alla lingua araba dalle normative preesistenti.

5) Ritorno degli esuli

Lo Stato è aperto all’immigrazione ebraica e al ritorno degli esuli

6) Collegamento con il popolo ebraico

A. Lo Stato si impegnerà affinché sia garantita la sicurezza dei membri del popolo ebraico in pericolo o in cattività a causa della loro ebraicità o cittadinanza.
B. Lo Stato agirà nell’ambito della Diaspora per rafforzare l’affinità fra esso e i membri del popolo ebraico.
C. Lo Stato agirà per preservare il patrimonio culturale, storico e religioso del popolo ebraico fra gli ebrei della Diaspora.

7) Insediamenti ebraici

A. Lo Stato considera lo sviluppo di insediamenti ebraici come valore nazionale e agirà per incoraggiare e promuoverne l’insediamento e il consolidamento

8) Calendario ufficiale

Il calendario ebraico è il calendario ufficiale dello Stato, e sarà affiancato dal calendario gregoriano come calendario ufficiale. L’utilizzo del calendario ebraico e di quello gregoriano sarà disciplinato dalla legge.

9) Giornata dell’Indipendenza e commemorazioni

A. La Giornata dell’Indipendenza è la festività nazionale ufficiale dello Stato.
B. La Giornata della Memoria per i Caduti in tutte le Guerre di Israele, per le vittime dell’Olocausto, nonché la Giornata del Ricordo dell’Eroismo, sono giorni di commemorazione dello Stato.

10) Giorni del riposo e Shabbath

Lo Shabbath e le festività di Israele sono i giorni di riposo fissati per lo Stato. I non ebrei hanno diritto a rispettare i loro giorni di riposo e le loro festività. I dettagli di questo tema saranno fissati dalla legge.

11) Immutabilità

Questa legge fondamentale non può essere emendata che da un’altra legge fondamentale, approvata dalla maggioranza dei membri della Knesset. (Traduzione a cura di Il borghesino)

Forse può essere interessante dare un’occhiata ad alcuni articoli della costituzione palestinese, tenendo presente che per “Palestina” o “terre palestinesi” non si intende Giudea-Samaria (“Cisgiordania”) e Gaza, bensì tutto il territorio di Israele.

Articolo (2) Il popolo palestinese ha un’identità indipendente. Essi sono l’unica autorità che decide il proprio destino e hanno completa sovranità su tutte le loro terre.
Articolo (3) La rivoluzione palestinese ha un ruolo guida nella liberazione della Palestina.
Articolo (4) La lotta palestinese è parte integrante della lotta mondiale contro il sionismo, colonialismo e imperialismo internazionale.
Articolo (5) La liberazione della Palestina è un obbligo nazionale che ha bisogno del supporto materiale e umano della Nazione Araba.
Articolo (6) Progetti, accordi e risoluzioni dell’Onu o di singoli soggetti che minino il diritto del popolo palestinese nella propria terra sono illegali e rifiutati.
Articolo (9) La liberazione della Palestina e la protezione dei suoi luoghi santi è un obbligo arabo religioso e umano.
Articolo (17) La rivoluzione armata pubblica è il metodo inevitabile per liberare la Palestina.
Articolo (19) La lotta armata è una strategia e non una tattica, e la rivoluzione armata del popolo arabo palestinese è un fattore decisivo nella lotta di liberazione e nello sradicamento dell’esistenza sionista, e la sua lotta non cesserà fino a quando lo stato sionista non sarà demolito e la Palestina completamente liberata.  (Enfasi mia, qui, traduzione mia)

Tornando invece alle democrazie – democrazie autentiche, indiscusse, riconosciute come tali da tutti (la precisazione è d’obbligo, dato che per il signor Ovadia Salomone, in arte Moni – e non sghignazzino i veneti – “Arafat non è un terrorista e chi dice questo è un pazzo. Arafat è il democratico e legittimo rappresentante del suo popolo”), può essere il caso di dare un’occhiata qui.

E veniamo ora al nostro Cicciobello.

Barenboim: «Mi vergogno di essere israeliano»

La legge sullo Stato nazionale del popolo ebraico

«Oggi mi vergogno di essere israeliano»: lo afferma il direttore d’orchestra Daniel Barenboim con un polemico intervento su Haaretz in seguito alla approvazione alla Knesset della legge che qualifica Israele come «lo Stato nazionale del popolo ebraico». Il significato di quella legge, sostiene, è che «gli arabi in Israele diventano cittadini di seconda classe. Questa è una forma molto chiara di apartheid». Barenboim sostiene che il parlamento ha tradito gli ideali dei Padri fondatori. Loro puntavano «alla giustizia, alla pace … promettevano libertà di culto, di coscienza, di lingua, di cultura». Ma 70 anni dopo, accusa, «il governo israeliano ha approvato una legge che sostituisce il principio di giustizia ed i valori universali con nazionalismo e razzismo». Barenboim conclude: «Non mi capacito che il popolo ebraico sia sopravvissuto duemila anni, malgrado le persecuzioni ed infiniti atti di crudeltà, per trasformarsi in un oppressore che tratta crudelmente un altro popolo».
(Il Messaggero, 24 luglio 2018)

Barenboim non si capacita e si vergogna. Non si capacita che Israele sia potuto sopravvivere duemila anni (in realtà sono molti di più), e quando un artista geniale non si capacita, non cerca di capacitarsi studiando e riflettendo un po’ di più, ma dà di piglio alla sua arte ed esprime ad alta voce il suo non aver capito niente. Poi aspetta gli applausi, che spesso, soprattutto quando si parla male di Israele, non tardano a venire. Ma oltre a non capacitarsi, lui si vergogna. Non del fatto di non aver capito niente, ma di essere israeliano. Nessuno gli dica che probabilmente in Israele sono molti di più quelli che si vergognano di lui.
Marcello Cicchese

E mi viene bene di riproporre questa cosetta a quattro mani fatta un po’ di anni fa.

LETTERA APERTA A DANIEL BARENBOIM

Stimatissimo e veneratissimo Maestro,
abbiamo appreso con dolore, con mestizia e anche, dobbiamo dirlo, con un po’ di vergogna, che un deplorevolissimo attacco mediatico è stato scatenato contro di Lei da parte di vari personaggi israeliani e anche da parte di altri ebrei del mondo libero. Questo è ciò che ci ha spinti a scriverLe questa lettera aperta, che cercheremo di pubblicizzare il più possibile: esprimerLe la nostra totale, incondizionata solidarietà. E la nostra sconfinata ammirazione per tutto ciò che Lei sta facendo, per la Sua coraggiosa opera a favore del meraviglioso popolo di Gaza, non ultimo mettendo a disposizione di questo popolo generoso la Sua sublime musica – tutte qualità, queste del popolo di Gaza, che i Suoi nemici non vogliono riconoscere. Che dire, per esempio, del fatto che da cinque anni stanno ospitando quel sionista, Gilad: cinque anni, cinque anni che gli provvedono vitto e alloggio e mai, mai una volta in cinque anni hanno chiesto un centesimo di rimborso spese? E sì che ne avrebbero bisogno, di contributi: basti pensare a quel missile teleguidato che hanno tirato sullo scuolabus: duecentoottantamila dollari per eliminare un unico, giovanissimo nemico! Quanti miliardi ci vorranno prima di liberare la Palestina dal fiume al mare? Eppure quelle anime generose continuano a ospitare il sionista completamente gratis! E i compatrioti di quel loro ospite cosa fanno invece di ringraziarli? Li criticano. E criticano Lei che generosamente si esibisce, immaginiamo gratis, di fronte a loro e di fronte agli eroici combattenti di Hamas che si dedicano senza risparmio alla loro lotta di liberazione – e sembra che la Sua presenza sia stata foriera di benefici effetti, visto che subito dopo Hamas e Fatah hanno trovato la forza di mettere una pietra sopra alle loro quotidiane carneficine reciproche occasionali piccoli dissidi e decidere uno storico accordo per combattere uniti contro l’unico vero, eterno nemico comune. Abbiamo saputo che questa volta, in questa Sua magnanima spedizione di pace, non ha potuto dirigere la Sua orchestra storica, la Divan – pare che ci fosse qualche difficoltà a far entrare nella Striscia i musicisti israeliani – ma ciò che conta è il risultato, no? E il risultato indiscutibile è stato l’entusiasmo di Hamas. Lei è talmente bravo, Maestro, da occultare persino i Suoi difetti congeniti: “Non sapevo che fosse ebreo”, pare abbia infatti detto un ragazzo palestinese per giustificare la propria presenza al concerto. Ed è vero: Lei è talmente bravo, talmente buono, talmente generoso, che non sembra neppure ebreo. E tanta è la nostra ammirazione per Lei che ci permettiamo di darLe due consigli: stracci il suo passaporto israeliano, Maestro: quegli ingrati sionisti non La meritano, non meritano di avere un concittadino come Lei. E si converta il più presto possibile alla religione di pace: non vorremmo davvero che ci dovesse capitare, dopo avere pianto il povero Juliano Mer-Khamis e il povero Vittorio Arrigoni, che ai loro e Suoi comuni amici avevano dedicato tutta intera la propria vita, di ritrovarci a piangere anche Lei.

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar

07/05/2011

Sì, direi che ci sta proprio bene.

barbara

VECCHIE SIGNORE A CONFRONTO

Io ho sessantasette anni e tre mesi e mezzo, lei ha sessantasette anni e nove mesi. Io ho i capelli grigi, lei no. Io ho diverse rughe intorno agli occhi e intorno alla bocca, lei no. Io ho le labbra un po’ assottigliate dall’età, lei no. Io ho le orrende, famigerate rughe del sonno sopra il labbro superiore (ben tre!), lei no.
iorughesì
berterugheno
barbara

PRIMA DI ILAN

Il rapitore sa che Ilan è ebreo, perché ha intenzionalmente scelto un ebreo. Me ne convinco nel momento stesso in cui David e Mony mi riferiscono la loro giornata al Quai des Orfèvres. E ne sono convinta perché l’altro ragazzo, che avrebbe potuto essere al posto di Ilan, Marc K., è ebreo anche lui. Non è un venditore di telefoni che voleva rapire, a che scopo? Voleva un ebreo. Tutti i giovani ebrei, che lavorino o no in negozi di telefonia, erano potenziali obiettivi. Altrimenti, perché il rapitore ci suggerirebbe ora di sollecitare la comunità ebraica?
Il comandante di polizia, a cui comunico le mie conclusioni, ritiene che mi sbagli. Il rapitore recita il Corano, nomina la comunità ebraica, Marc K., scampato per un pelo all’agguato, è ebreo anche lui, e il comandante mi dice che sono sulla strada sbagliata?! Perché si rifiuta di guardare in faccia la realtà? Perché si ostina a questo modo, sapendo che Ilan non è il primo ebreo ad avere incrociato la strada con delinquenti di questo stampo? Prima c’è stata la storia dei medici, poi Michaël D.
All’inizio del 2005, infatti, molti medici ebrei hanno denunciato tentativi di estorsione. Falsi pazienti si presentavano nei loro ambulatori e si facevano prescrivere un congedo fasullo per malattia. Questi individui sostenevano tutti di abitare in Rue Serge-Prokofiev, a Bagneux. La via dove Ilan è stato tenuto prigioniero e torturato. Gli investigatori dunque conoscevano bene questo indirizzo, era scritto nero su bianco sulle cartelle dei medici, vi si sono almeno recati? Qualche giorno dopo i ricattatori richiamavano i medici minacciando di denunciarli all’Ordine se non avessero pagato un riscatto. Come con noi, i negoziati venivano condotti attraverso due caselle email appositamente create. Questo medesimo modo di operare, molto particolare, non è sfuggito agli investigatori. Fin dall’inizio delle indagini hanno sospettato che si trattasse dello stesso racket, ma questa volta passando a un livello superiore: la presa di ostaggi. E, riguardo a questo, hanno subito presunto che non erano al loro primo tentativo, perché un altro ebreo, Michaël D., era scampato per un pelo a un tentativo di rapimento il 6 gennaio ad Arcueil, ossia quindici giorni prima della scomparsa di Ilan.
La disavventura di Michaël D. comincia ai primi di dicembre quando, con il figlio Jimmy, riceve la visita a sorpresa a casa loro di una cantante di nome Melvina. Questa ragazza vorrebbe sfondare nel mondo della musica, sostiene di aver sentito dire che Jimmy era un produttore, e per questo si permette di bussare alla sua porta. Jimmy risponde che non lavora più in quell’ambiente e non può fare nulla per lei, ma lei insiste così pesantemente che alla fine le dà il suo numero di telefono. Da allora Melvina lo tempesta di telefonate. Il 5 gennaio finisce per ottenere un appuntamento. Jimmy glielo concede affinché lo lasci in pace, ma non ci va. Melvina comprende che il ragazzo le ha dato buca, ma non per questo lascia perdere, al contrario: alle ventidue di quel 5 gennaio 2006, si presenta un’altra volta a casa sua senza preavviso. La accoglie François A., un amico che Michaël D. ospita a quel tempo. Quest’ultimo informa subito Jimmy per telefono. L’ex produttore, esasperato, chiede a François di mandare via questa «rompiscatole» e di dirle che non rientrerà per la notte. François A. esegue, e riaccompagna gentilmente Melvina.
Ma un’ora dopo la «cantante» si ripresenta, ben decisa ad aspettare Jimmy tutto il tempo che servirà. Questa volta François A. si lascia commuovere e la invita ad aspettare nella sala. Verso mezzanotte rientra Michaël D., il padre di Jimmy, e trova il suo amico in piena discussione con una bella ragazza. A sua volta simpatizza con lei e, vista l’ora tarda, le propone di riaccompagnarla a casa. Seguendo le sue indicazioni, lascia Melvina di fronte a un edificio di Arcueil. È allora che la sedicente cantante gli chiede di accompagnarla fino all’ingresso, dicendo che non si sente sicura. Michaël non vede alcun problema, finché non si rende conto che vuole attirarlo sulla scala che conduce all’interrato.
– Abiti davvero qui? le domanda.
Melvina, delusa, improvvisa. Racconta che voleva portarlo in un locale dove lei è solita cantare per recuperare dei modelli perché lui li consegni a suo figlio. Poi dice che ha perso le chiavi, che deve passare da sua madre, che ritorna subito. Scompare e lascia Michaël nell’atrio per cinque minuti. Al suo ritorno lo prega di accompagnarla a Bagneux da un’amica. Michaël accetta senza fare domande.
La faccenda si sarebbe dovuta chiudere lì, ma il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, Melvina richiama Michaël D. Gli ripete quanto sogni di fare carriera nella musica, lo supplica di organizzare un incontro con suo figlio. Michaël le risponde di nuovo che Jimmy ha cambiato tipo di lavoro e non è in grado di aiutarla. Ma Melvina si mostra così affranta che quando gli propone un incontro alla stazione RER15 ad Arcueil, non sa come rifiutare. E per tirarla su di morale, la porta a pranzo in un bistrot a St. Germain-des-Prés, e poi la riaccompagna, come il giorno prima, fino all’ingresso di quell’edificio di Arcueil. Questa volta, meno prudente, la segue sulla scala che porta al seminterrato. Mal gliene incoglie. Colpito alla testa da due uomini incappucciati, perde immediatamente conoscenza. Messi in allarme dalle sue urla, alcuni inquilini si precipitano al seminterrato. Trovano Michaël D. disteso sul pavimento, il viso coperto di sangue, caviglie e mani legate da manette.
Il 6 gennaio Michaël D. presenta la denuncia. L’inchiesta in flagranza di reato è chiusa il 20 gennaio – il giorno in cui viene rapito Ilan – e inviata il 25 alla procura del TGI16 di Créteil. Il 28 il giudice istruttore di questo tribunale invia una rogatoria al SDPJ 9417, poi, il 7 febbraio, passa la competenza del caso al giudice istruttore di Parigi incaricato del sequestro di Ilan. Il quale, a sua volta, invia una rogatoria alla polizia criminale in modo da poter indagare parallelamente sull’aggressione a Michaël D., nell’ipotesi che i suoi aggressori siano gli stessi di mio figlio.
La polizia dunque ha fatto presto a collegare modi operativi così simili: la presenza di un’esca, i negoziati con caselle di posta elettronica appositamente create a questo scopo e la vicinanza geografica delle aggressioni – Arcueil e Bagneux per Michaël D., Sceaux per Ilan. Ma sembra che sia sfuggito agli investigatori il più importante dei punti in comune di questi diversi casi: non si sono accorti che tutte le vittime erano ebree. I medici ricattati, Marc K., Michaël e Jimmy D., Ilan. No, non se ne sono resi conto, supporre una cosa simile era troppo insopportabile. Come supporre che in Francia, nel 2006, un ebreo poteva anche rischiare la vita solo perché ebreo?

Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp. 46-49 (traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan)
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Il 13 febbraio di dodici anni fa si concludeva il martirio di Ilan Halimi, durato 24 giorni. Durante i quali la polizia francese ha continuato a negare pervicacemente la natura islamica e antisemita del crimine. E dopo dodici anni ancora non ha smesso di negare e occultare la matrice islamica, e spesso anche antisemita, di tutto ciò che sta continuando a succedere. Il loro negazionismo estremo di allora ha portato all’atroce morte di Ilan: a che cosa ci porterà quello di oggi?

barbara

ULTIMA SU DACIA VALENT

E questa, scusate l’immodestia, non poteva mancare, perché qui si parla di me medesima in persona, dove si può constatare che quando passa dai massimi sistemi alle minime persone, non è che il suo stato mentale migliori granché.
NOTA: grassetti, corsivi e sottolineature sono tutti suoi.

La cosa che non mi spiego è una: perché, se le cose che dicono e scrivono sono così giuste, sentono il bisogno di nascondersi dietro un nick di facciata? Chennesò… Barbarella per esempio, sembrerebbe una tipa tosta, un po’ tonta è vero, ma tosta. Ma perché scrivere su Ebraismoedintorni con lo pseudonimo Barbara Mella e poi sul suo blog come Barbara e basta e poi su altri siti con il suo nome vero, Claudia Collina (che magari non è la stessa persona ma le piacerebbe tanto esserlo…)? Mi pare un po’ strano, insomma, questi sono davvero gli stessi che se la sono presa per Halima Barre quando hanno una che di personalità ne usa almeno 3 (non so cos’altro faccia in giro, magari potrebbe anche fingere di essere Samantha la Porkona su gangbang.com o Deborah (con l’acca come direbbe lei) su docilischiavettesadomaso.net?

[…]

Questa gente è strana forte, per esempio, questa è una chicca che trovate nel template del Blog di Claudia Collina a.k.a. Barbara/Barbara Mella, giusto per farvi capire quanto paura dovrebbe farvi, soprattutto se doveste incontrarla in una città abbandonata nel cuore della notte, che si aggira furtiva tipo Harry Pioggia di sangue: “Questo è il mio blog. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio blog è il mio migliore amico, la mia vita. Devo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio blog non è niente. Senza il mio blog io sono niente. Devo saper segnalare i post degli altri blogger. Devo dare * prima che il mio nemico dia *****. E lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo; il mio blog e me stesso siamo i difensori del Cannocchiale, i dominatori dei nostri nemici, i salvatori della nostra vita. E così sia. Finché non ci sarà più nemico, ma solo quello che pare a me in homepage. Amen.” Brrrrrrrrrr…

E qui penso che qualche parola di spiegazione la dovrò spendere. Il fatto che nel mio blog mi limiti a firmare Barbara mentre in un sito in cui scrivevo articoli firmassi anche col cognome, per qualcuno evidentemente è una bizzarria talmente incomprensibile da togliere il sonno. Poi c’è il mistero di Claudia Collina. La signora in questione è la moglie di un dentista israeliano che risiede a Bologna. Non l’ho mai incontrata, non ci siamo mai parlate neanche per telefono, non abbiamo mai avuto scambi di email privati, non so che faccia abbia. Anche lei all’epoca era attiva per Israele e mandava in giro cose. Scritte in uno stile molto diverso dal mio. Come diavolo a qualcuno possa essere venuto in mente che fossimo la stessa persona, lo sa solo il diavolo – appunto – che aveva preso possesso della sua animaccia nera. Quanto al blog che dice questo è il mio blog ce ne sono tanti come lui ma questo è il mio eccetera, dopo essermici rotta la testa per non so quanto tempo mi è venuto in mente che potrebbe essere quello condominiale in cui ho scritto da fine gennaio a inizio ottobre 2005, messo su da due ragazzi molto giovani che ad un certo punto mi hanno invitata a scriverci anch’io. Quella presentazione è ovviamente opera di uno di loro; che potesse essere una cosa ironica è evidentemente troppo complicato per le meningi della signora. Va da sé che per quel blog Claudia Collina non ci è mai passata neanche per sbaglio, e dubito fortemente che ne conoscesse l’esistenza. Certo che fra scoppi di Mach 4, DNA storici e candele di Purim, ce n’erano di cose in quella testa. E con questo chiudo definitivamente il discorso su quello squallido personaggio, che ha avvelenato la vita a tanta gente, senza neppure guadagnarci qualcosa. Con una lucidità mentale che fa concorrenza a questa qui

barbara

DI PAPI E DI LEGGENDE

Periscopio – “La leggenda bianca”

Confesso di provare un certo disagio tutte le volte che leggo dei ricorrenti incontri volti a riesaminare, col coinvolgimento congiunto di esponenti della Chiesa cattolica e del mondo ebraico, il ruolo svolto da Pio XII durante la guerra e, segnatamente, nei confronti della Shoah. Un disagio che deriva dalla netta sensazione di essere al cospetto di una sorta di ‘processo’ falsato e forzato, in cui tutti hanno già deciso quale deve essere l’esito finale (assoluzione piena, pienissima, anzi, pubblico encomio ed elogio per l’imputato, con nota di biasimo per tutti coloro che hanno assurdamente osato trascinarlo sul banco degli imputati), e i pochi giurati ancora tentennanti subiscono una fortissima pressione affinché sottoscrivano la dovuta sentenza (ma come fai ancora a dubitare? sei di un’ostinazione tremenda!). La celebrazione di questo processo, com’è noto, è funzionale al raggiungimento di un esito positivo del processo di canonizzazione in corso per papa Pacelli, per il quale pare che si ritenga necessario una sorta di ‘disco verde’ da parte del mondo ebraico, attestante che il Pontefice non ebbe – come molti sostengono, e come tanti elementi starebbero a dimostrare – un atteggiamento debole, se non connivente, nei riguardi del nazismo, e, segnatamente, nei confronti della Shoah. Ma questa delle responsabilità del Pontefice di fronte all’Olocausto non sarebbe altro, secondo un’espressione ormai molto in voga, entrata nella ‘vulgata’ comune, che una malevola “leggenda nera”, destinata inevitabilmente a essere sfatata e smentita. Riguardo a tale problematica, ho già, in più occasioni, esposto, per quel che vale, il mio pensiero, che si può sintetizzare in due punti essenziali: 1) la canonizzazione di Pacelli non è voluta con spirito anti-ebraico, anzi, il fatto che si desideri una sorta di beneplacito da parte degli ebrei può essere considerato una forma di rispetto, se non di amicizia; si tratta, comunque, di una faccenda esclusivamente interna alla Chiesa cattolica, su cui non è opportuno che si interferisca dall’esterno, e nessuno deve dare autorizzazioni di sorta; 2) se asserire che il papa sia stato un simpatizzante del nazismo può essere considerato una forzatura, molto di più lo sarebbe il presentarlo come un suo aperto oppositore e antagonista. Ci sono mille modi diversi di essere “a favore” e “contro”, e mille posizioni intermedie. Ed è francamente singolare come, per cercare nuovi elementi probatori a tale proposito, si cerchino affannosamente documenti segreti e riservati, che svelerebbero finalmente una presunta ‘verità’ nascosta, trascurando invece quelle che sono state le pubbliche parole e azioni del Pontefice: è tanto difficile ricordare, e paragonare, quello che Pacelli ha detto e fatto contro il comunismo, e ciò che ha detto e fatto contro il nazifascismo? Cosa ha detto il Pontefice sulla Shoah, nei ben tredici anni e mezzo intercorrenti tra la fine della guerra e la sua morte, avvenuta nel 1958? Ma ciò che soprattutto contesto, in questa sorta di riabilitazione coatta, è il volere fare violenza alla storia, applicando agli anni della guerra categorie e sentimenti che appartengono a epoche successive. Oggi, dopo il Concilio, sussiste, a vari livelli, un prevalente clima di amicizia e vicinanza spirituale tra ebraismo e cristianesimo, e di questo non ci si può non rallegrare. Ma si vuole forse dire che è stato sempre così? Si vuole dire che tutti i papi sono sempre stati amici degli ebrei? Cosa direbbero i riabilitatori di Pacelli se, per esempio, per assurdo, si dovesse riaprire il processo di canonizzazione di Sant’Ambrogio, che rimproverava aspramente l’imperatore per il suo voler punire i cristiani che bruciavano le sinagoghe? Anche lui, come Pio XII, è stato un amico degli ebrei? Ma si è deciso, comunque, che la “leggenda nera” deve essere debellata, a vantaggio non già della verità storica (della quale pare non importare niente a nessuno, e che comunque, come “atto certificato e notarile”, semplicemente non esiste, e per fortuna), bensì di una candida e benevola “leggenda bianca”. E non sarebbe certo la prima volta che succede. Su tutti i libri di storia, per esempio, si legge che Pio XI, predecessore di Pacelli, avrebbe firmato, nel 1937, una coraggiosa enciclica antinazista, “Mit brennender Sorge’, nella quale, fra l’altro, si sarebbe fatto paladino delle sorti del popolo ebraico minacciato. Lo dicono tutti, è scritto dovunque, quindi deve essere per forza vero, è certamente vero. Nessuno, ovviamente, perde tempo a leggere cosa in quell’enciclica fosse effettivamente scritto, a proposito del popolo ebraico: il quale non veniva mai neanche nominato, se non attraverso un riferimento, nel terzo capitolo, al “misfatto dei crocifissori di Cristo”, al quale questi avrebbe opposto “l’azione divina della sua morte redentrice”. Perché leggere? Perché sfatare un’altra bella “leggenda bianca”?
Francesco Lucrezi, storico (8 ottobre 2014)

Come del resto avevamo già documentato qui e qui.

barbara

PERCHÉ ISRAELE NON POTRÀ MAI VINCERE LA GUERRA

LE TREGUE “UMANITARIE” CHE PROLUNGANO LE GUERRE

di Gianandrea Gaiani, 1 agosto 2014

Dopo 24 giorni di guerra tra Israele ed Hamas si ripete l’ipocrisia della “tregua umanitaria”, rito buonista suggerito dalle pressioni della comunità internazionale e protagonista indiscusso degli scontri tra israeliani Hamas ed Hezbollah degli ultimi anni. I due contendenti hanno deciso ieri di sospendere le ostilità (o quasi perché questa mattina a un mortaio palestinese ha risposto l’artiglieria di Tsahal) per almeno 72 ore. L’annuncio è arrivato nella serata di ieri in un comunicato congiunto Usa-Onu, in cui si specifica che sono state ricevute assicurazioni da tutte le parti per un cessate il fuoco incondizionato durante il quale ci saranno trattative per una tregua più duratura. Il segretario di Stato Usa John Kerry ha specificato che le ostilità cesseranno alle 8.00 locali (le 6.00 italiane) di oggi ed inizierà un confronto tra israeliani e palestinesi al Cairo. “Questo cessate il fuoco a Gaza è fondamentale per dare a civili innocenti una tregua necessaria dalla violenza”, ha detto il portavoce delle Nazioni Unite, Stephane Dujarric, spiegando che durante questo periodo “i civili nella Striscia riceveranno assistenza umanitaria urgente e avranno la possibilità di svolgere funzioni vitali, tra cui seppellire i morti, curare i feriti, e fare approvvigionamento di cibo”.
Inoltre, le delegazioni israeliana e palestinese andranno immediatamente al Cairo per intraprendere negoziati con il governo egiziano, su invito dell’Egitto, per tentare di raggiungere l’accordo su un cessate il fuoco durevole” a Gaza, ha aggiunto Dujarric. Si tratta di uno spiraglio di speranza, arrivato nel giorno in cui Israele ha detto che non fermerà la sua operazione a Gaza, almeno finché non avrà terminato la distruzione dei tunnel annunciando poi il richiamo di altri 16.000 riservisti. Ai 61 caduti israeliani (le perdite più alte sofferte da Tsahal dal ritiro dal libano meridionale nel 2000) si aggiungono secondo fonti di Hamas circa 1.500 morti palestinesi che sarebbero per tre quarti civili mentre secondo Gerusalemme le proporzioni vanno invertite in 3 miliziani per ogni civile anche se è indubbio che la popolazione in molti casi è vittima della follia dei miliziani che utilizzano scuole, moschee e case come postazioni militari.
Come è noto la tregua è stata di breve durata, anche a causa del rapimento di un militare israeliano, ma ha evidenziato due aspetti: che il cessate il fuoco temporaneo ha favorito solo Hamas e che la pressione di Washington su Israele per lo stop alle ostilità vanifica gli sforzi compiuti finora da Tsahal e rende inutili i morti di questa guerra. Inutili quanto lo sono state le vittime dei conflitti che si sono sviluppati dopo il ritiro israeliano alla Striscia nel 2005.
Di certo la proposta di pace formulata dal Segretario di Stato John Kerry (e subito sposata dal nostro Ministro degli esteri, Federica Mogherini) fa morire dal ridere: Israele dovrebbe fermare l’offensiva e in cambio Hamas dovrebbe disarmare. Una barzelletta, come quella raccontata al mondo intero circa il disarmo di Hezbollah previsto dopo la guerra del 2006 dal rinnovo della missione dei caschi blu in Libano ma che nessuno ha mai neppure tentato. E poi chi andrebbe a Gaza a disarmare i miliziani palestinesi? I marines di Obama ritirati dall’Iraq, in ripiegamento dall’Afghanistan e in fuga in questi giorni da Tripoli?
Le “tregue umanitarie” che una Casa Bianca divenuta il miglior alleato di islamisti e jihadisti vuole imporre a Israele sono le stesse che Washington ha sempre respinto quando le sue truppe erano all’offensiva in Serbia, Afghanistan e Iraq con la giustificazione di non dare respiro all’avversario. Il paradosso della guerra che “risparmia” il nemico invece di annientarlo è da tempo una delle cause del crollo di credibilità militare dell’Occidente (incluso Israele) e della percezione della nostra debolezza sempre più avvertita tra i nostri nemici, certo meno tecnologici ma più spregiudicati e pronti alla guerra vera (e al martirio) di noi.
Per ridurre la pressione internazionale lo Stato ebraico effettua addirittura “bombardamenti umanitari” avvisando con volantini, altoparlanti e persino sms la popolazione palestinese che determinate aree verranno attaccate. Svelando dove colpiranno gli israeliani rinunciano alla sorpresa e le milizie palestinesi hanno tutto il tempo di ritirarsi (ovviamente mischiandosi ai civili per sfruttarli come scudi umani) lasciandosi dietro mine e trappole esplosive che sono la principale causa delle perdite israeliane.
Questi accorgimenti oltre a danneggiare le operazioni non ottengono neppure vantaggi politico-strategici dal momento che la comunità internazionale non risparmia dure critiche a Israele mentre i media sembrano abbeverarsi senza nessuno spirito critico alla propaganda di Hamas circa le vittime civili. Quando le guerre si combattevano per davvero colpire la popolazione contribuiva a minare il morale del nemico e a demolire il consenso nei confronti dei regimi e delle leadership. Questo era lo scopo nel 1940-45 dei bombardamenti aerei su Coventry, Londra, Amburgo, Dresda, Tokyo. Prima di portarci democrazia, cioccolata, collant e swing gli anglo-americani bombardarono le città italiane mietendo decine di migliaia di vittime ma ciò nonostante li abbiamo accolti come “liberatori”. Oggi che in Afghanistan usiamo i guanti di velluto continuiamo a venire percepiti come “invasori” per giunta inconcludenti dal momento che a fronte dei limitati danni collaterali non siamo riusciti a sconfiggere i talebani e dopo dodici anni ci ritiriamo con la coda tra le gambe.
Le guerre di un tempo erano più sanguinose ma alla loro conclusione vincitori e vinti erano ben chiari. Aveva ragione Edward Luttwak quando nel saggio “Give war a chanche” accusava le cosiddette “missioni di pace” di impedire ai conflitti di concludersi prolungando all’infinito l’instabilità e del resto la cultura buonista applicata alla guerra ha fatto molti danni, al punto che agli attacchi nemici un tempo si replicava con la massima concentrazione di fuoco, oggi con la “risposta proporzionata”. Se Israele non andrà fino in fondo, riconquistando la Striscia di Gaza e annientando le milizie palestinesi, le vittime registrate finora su entrambi i lati della barricata saranno state inutili e Hamas potrà ricostruire in breve tempo tunnel e arsenali di razzi prolungando all’infinito una guerra che potrebbe venire risolta in meno di una settimana con un uso più determinato della forza, più sanguinoso ma risolutivo.
Del resto le guerre combattute in punta di piedi non portano a vittorie durature. La rivolta contro gli americani nell’Iraq “liberato” da Saddam Hussein non sarebbe stata possibile nella Germania del 1945 per la semplice ragione che quasi tutti i tedeschi in età per combattere erano morti, feriti, prigionieri o invalidi. Invece in Iraq i tanti fans del raìs risparmiati dalla guerra leggera e “politically correct” del 2003 hanno dato una mano ai qaedisti a trasformare il nord dell’Iraq nel Califfato dello Stato Islamico. Già la guerra è una vicenda orribile ma il vero crimine è renderla inutile impedendone la conclusione con vincitori e vinti. (qui)

Cinismo? No: semplice realismo. Semplice constatazione di un dato di fatto che dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. Lo aveva perfettamente capito re Hussein di Giordania, che quando si è trovato a dover fare i conti col terrorismo palestinese non ha esitato a mettere in atto un vero e proprio massacro, da tremila a cinquemila morti in dieci giorni, e i sopravvissuti messi in fuga. E di problemi col terrorismo palestinese non ne ha avuti mai più. E, nel nostro piccolo, lo abbiamo sempre avuto chiaro anche noi. Vogliamo dunque suggerire di mettere in atto un massacro? No, certo che no. Solo, finché si continuerà a condurre la guerra coi guanti, dobbiamo rassegnarci all’idea che non ne vedremo mai la fine, e che questo stillicidio di morti, da una parte come dall’altra, continuerà all’infinito, e alla fine il conto sarà molto molto più alto. E metterci in testa che, in questo modo, dai nostri avversari otterremo solo il più grande disprezzo.

barbara

LETTERA A DAVIDE FRATTINI

Chi ha avuto in mano, sabato scorso, il supplemento del Corriere della Sera “Io donna”, avrà sicuramente visto l’indecente servizio di Davide Frattini «Gaza, la cavalcata delle amazzoni». Indecente e inaspettato, perché finora Frattini si era sempre mostrato sostanzialmente corretto. Naturalmente siamo assolutamente sicuri che la lettera inviatagli sarà prontamente pubblicata, ma per ogni evenienza la pubblico anche qui.

Buongiorno,
la lettura sul supplemento Io Donna dell’articolo recante la sua firma mi ha stupito non poco perché, conoscendola, mi aspettavo di trovarla più attento a non indurre il lettore a non corretti pensieri.
Già nel titolo, parlando di Gaza, si parla di terra contesa. Contesa? Tra chi? Forse tra Hamas e Fatah, ma non certo tra israeliani ed arabi, visto che Sharon ha obbligato tutti gli ebrei, pur tanti, ad abbandonare tutti i loro averi e ad abbandonare la Striscia.
Siamo poi al patetico quando si parla della giovane che viene al maneggio per dimenticare i blocchi sul confine verso Israele. Beh, a me sembra che i blocchi siano simili non solo verso Israele, ma anche verso l’Egitto, e bisognava forse spiegarlo bene al lettore meno informato, e illustrare anche il perché di tali blocchi, mentre i confini di Israele verso Egitto e Giordania che hanno riconosciuto il diritto di esistere di Israele sono aperti alla libera circolazione.
Ma chi è poi questa giovane amazzone che può permettersi di frequentare un luogo esclusivo, con bei prati verdi, pagando 1500 dollari per una sella? Semplicemente la figlia di un normale imprenditore edile? Crede forse che sotto i regimi totalitari ci si possa arricchire senza stretti legami col dittatore? Crede forse che, senza questi rapporti, a Gaza ci si possa acquistare un IPad? E che belle parole quando dice che non ci sono soldi per ricompense in denaro; semplici parole ad effetto se ci sono soldi per acquistare dei computer da dare come ricompense ai vincitori delle gare di equitazione! Per non parlare dei milioni di dollari spesi per armi ed esplosivi – per un solo missile teleguidato, come quello che due anni e mezzo fa ha centrato uno scuolabus, vengono spesi fino a 280.000 dollari! – e per i campi militari utilizzati per addestrare all’uso delle armi e istruire all’odio i bambini fin dalla più tenera età. Sarei inoltre curioso di conoscere la fonte di quel dato, 85% di abitanti di Gaza che sopravvivono con 2 dollari al giorno, così sfacciatamente contrastante con le immagini – che tutti abbiamo visto, sicuramente anche lei – di piscine e parchi giochi traboccanti di gente, mercati e centri commerciali di lusso pieni di ogni bendidio e di pasciuti acquirenti, strade piene di auto, che in occasione di qualche mattanza di ebrei si danno a festosi caroselli, più o meno come da noi per la vittoria ai mondiali.
Vorrei poi ricordare che non è giusto, parlando del conflitto del 2012, mettere sullo stesso piano i bombardamenti israeliani ed i missili lanciati da Hamas; so benissimo che non ho bisogno di spiegare a lei la ragione di questo.
Infine penso che, parlando dell’elettricità che va e viene, sarebbe forse stato il caso di ricordare che Gaza riceve l’elettricità dal nemico israeliano il quale, ogni tanto, è costretto ad interrompere le forniture a causa dei missili che, cadendo sulla centrale che produce elettricità anche per la Striscia, deve sospendere giocoforza la produzione.
Sono certo che, con le sue conoscenze della situazione del Medio Oriente, potrà concordare con le mie osservazioni, e la saluto distintamente

Emanuel Segre Amar, Barbara Mella
(Qui le immagini)

E poi, per restare in tema, vai a leggere qui.

barbara

IL RISCHIO DI UN NEGOZIATO OBBLIGATORIO

Un pezzo di Ugo Volli da leggere, stampare e imparare a memoria.

Cari amici,
Vale la pena di spendere ancora un po’ di tempo e di energia intellettuale a riflettere sulle trattative (o meglio sulle pre-trattative) che si dovrebbero aprire questa settimana a Washington. Sia perché intorno ad esse sta ripartendo una pericolosa mitologia, o meglio un pensiero desiderante (wishful thinking) da parte di coloro che magari preferirebbero davvero che tutti si volessero bene e non ci fossero problemi al mondo e quindi neppure in Medio Oriente e che si illudono che basti superare “la diffidenza reciproca” o “la cattiva volontà”, perché una soluzione debba saltare fuori subito.
Sia perché vi sono coloro che attendono davvero l’occasione di un indebolimento, magari di un mezzo suicidio israeliano per dare chances alla loro squadra del cuore (gli arabi) nella partita con Israele che stanno perdendo da 65 anni almeno.
Sia infine perché vi sono anche quelli già pronti a cercare di dare la colpa dell’eventuale, anzi probabile fallimento alla cattiveria israeliana, per rilanciare nuove sanzioni, boicottaggi e antisemitismi vari.
Il fatto su cui riflettere è che questa trattativa non la voleva nessuno, né gli israeliani (che hanno votato massicciamente sei mesi fa per partiti che avevano tutt’altre priorità, dando solo il 5 per cento al movimento di Tzipi Livni, il solo a insistere sul rilancio) e che in questo momento di confusione estrema del mondo arabo hanno tutte le ragioni per non fidarsi di trattati firmati da governi che il mese dopo possono essere travolti.
Non la voleva l’Anp, che da quattro anni e mezzo trova conveniente la linea del “chiagne e fotti”, del lamentarsi della non disponibilità di Israele e di cercare di danneggiarlo in tutti i modi e con tutti i pretesti. Anche l’Anp è naturalmente consapevole del disordine arabo una volta chiamato primavera e teme di essere rovesciata, com’è accaduto spesso, non per scelta di un “popolo” che per lo più pensa ad altro, ma di masse di militanti che nel suo caso ha educato accuratamente a protestare contro ogni accenno di “normalizzazione” e di dialogo con Israele; oltre naturalmente ad essere preoccupata della concorrenza di Hamas.
Dunque c’è stata una forzatura da parte di Kerry, molto lodata dalla politica occidentale e dalla stampa. Israele e Anp vanno a Washington non perché convinti di poter e voler trovare un compromesso, ma per non subire le conseguenze dell’ira americana contro la loro disobbedienza. Che gli Usa, impotenti in tutto, sconfitti in tutti i loro piani politici, disprezzati e presi in giro non solo da Putin ma anche dall’Equador, cerchino la rivincita imponendo la loro volontà a due realtà dell’ordine di grandezza rispettivamente della Lombardia e della Val d’Aosta, è significativo della piccolezza morale, oltre che politica di Obama e di chi lo circonda; ma non è questo il punto del mio discorso.
Il fatto è che la forzatura di Kerry è molto pericolosa, soprattutto se riuscirà a costringere i due contendenti a trattare per davvero e non si accontenterà delle rotture formali su temi vecchi (le costruzioni negli insediamenti, il rifiuto di riconoscere il carattere ebraico di Israele). Vi sono due precedenti che mostrano il pericolo della intraprendenza e ostinazione di Kerry, così ingiustamente lodate. Il primo è la trattativa voluta da Clinton allo scadere del suo mandato, ricostruita qui da Herb Keinon. Secondo quel che dice Keinon sulla base di fonti americane, sembra che Arafat non volesse andare a Camp David, avesse avvertito l’amministrazione americana della sua indisponibilità e subisse poi la convocazione di Clinton, motivata dalla ricerca di un successo finale per la sua amministrazione assai poco produttiva. Arafat avrebbe deciso di dare il via all’ondata terroristica nota come seconda intifada per tutelare la sua posizione nella cupola palestinese, messa in dubbio dalle trattative. Si può discutere su questa analisi, ma certamente il terrorismo palestinese in quegli anni fu fortemente correlato alle trattative più o meno imposte a un’organizzazione che ha oggi e allora aveva ancora di più un imprinting di violenza clandestina indiscriminata. Il rischio c’è ancora, fortissimo: ogni fase di trattativa ha presentato per i palestinesi la tentazione mai respinta di colpire il nemico che tendeva la mano e sembrava quindi più debole.
L’altro precedente parla di Israele e precisamente della tentazione della sua classe  politica, almeno di quella che si pensa volta a volta come “pacifista” di imporre al paese quel che essa considera giusto, senza badare alla volontà dei cittadini. È quel che una volta Peres (ah, il democratico, pacifista Peres…) ha espresso dicendo che “il guidatore di un autobus non deve chiedere ai passeggeri se girare il volante o no”. È accaduto a Sharon, nello sgombero di Gaza imposto con la forza agli interessati. È successo soprattutto con Oslo. Pochi si ricordano che l’accordo fu approvato alla Knesset con un solo voto di differenza, pur avendo coinvolto i partiti arabi (che allora come oggi volevano soprattutto la distruzione di Israele).
E anche con i partiti ideologicamente antisraeliani una decisione così importante non  aveva la maggioranza, finché un paio di parlamentari dell’opposizione furono letteralmente comprati per acconsentire a quello che, applauditissimo allora, appare oggi come il più grave errore strategico nella storia di Israele. Rabin e Peres si presero in casa quella banda di terroristi che stava a Tunisi carica di mille atti di terrorismo e li riconobbero come “unici rappresentanti del popolo palestinese, tagliando fuori così le forze tribali e i notabili locali che avevano interesse alla tranquillità e alla crescita della loro popolazione.
Inutile dire che i terroristi hanno continuato negli ultimi anni a fare i terroristi, con le armi quando hanno potuto, se no con la diplomazia,  la legge, l’educazione all’odio. Dalla scelta di Oslo sono derivati moltissimi mali per gli israeliani, ma anche per gli arabi, e sulle sue ambiguità, sul suo ingenuo utopismo dovuto agli uomini di estrema sinistra che circondavano Rabin allora, sull’illusione che non bisognasse badare troppo ai particolari né cercare di predisporre delle difese, perché “i dividendi della pace” sarebbero stati tali da eliminare ogni aggressione, derivano anche i nodi irrisolti che molto probabilmente non saranno sciolti neppure in queste pre-trattative. Perché a Fatah, all’Olp, all’Anp (che sono poi più o meno la stessa cosa), sono state fatte concessioni tali che oggi essi rivendicano il territorio di Giudea e Samaria come specialmente “palestinese”, e il mondo gli crede.
Per questa ragione Bennet ha chiesto, e Netanyahu sembra l’abbia concesso, un referendum, se mai si dovesse arrivare a un accordo. Perché non si ripeta il caso di una banda di utopisti professionisti che prenda il popolo come “passeggeri di un autobus” e lo porti a cascare in un nuovo burrone. Insomma, da questi incontri di Washington c’è molto da temere e poco da sperare. Perché la pace invece si costruisce sul terreno, con la collaborazione economica e la convivenza in Giudea e Samaria che non a caso i terroristi cercano di spezzare con la violenza e l’Unione Europea, ideologicamente antisraeliana (per non dire antisemita) cerca di boicottare economicamente.

Tre anni fa, in una circostanza esattamente identica a quella di oggi, Emanuel Segre Amar e io abbiamo scritto a quattro mani questa riflessione: dopo tre anni rimane valida fino all’ultima virgola.
E ricordate sempre che LA PACE COMINCIA QUI.

barbara