RICORDIAMOCI CHE I NOSTRI PADRI E NONNI SONO STATI MIGRANTI

Non esattamente: sono stati emigrati per l’Italia e immigrati per il Paese d’arrivo, non “migranti” in eterno stato di migrazione. A parte questo,

Facciamo l’esempio classico del Belgio:

  • esisteva un protocollo italo-belga per il trasferimento di lavoratori italiani in Belgio, in cambio di carbone (vedi Protocollo italo-belga in Wikipedia)
  • tra l’altro, tale accordo prevedeva l’invio di 50.000 unità lavorative in cambio di carbone, ma alla fine le reali forze inviate furono più di 63.800. La manodopera non doveva avere più di 35 anni e gli invii riguardavano 2.000 persone alla volta (per settimana).
  • qui entriamo in ricordi di famiglia (paesino del centro Italia) e di altre fonti del centro-nord (altopiano di Asiago e Piemonte -eh, sì, cari neoborbonici, pure là c’era la fame…-)
  • tutti concordano sui bandi affissi nei vari comuni, preselezione con visite mediche, piuttosto accurate, scarto di elementi politicamente, invio dei lavoratori con treni speciali
  • all’arrivo in Belgio, altra selezione con ulteriori visite mediche, e diversi rispediti direttamente alla provenienza, se non ritenuti idonei
  • il già citato accordo italo-belga prevedeva il pressochè certo invio alle miniere, per l’estrazione del carbone
  • coloro che, per claustrofobia o altri motivi non riuscivano a resistere in cunicoli, effettivamente più adatti ai topi che alle persone, venivano rimandati in Italia, dopo il corretto versamento di quanto spettante per il lavoro fino a quel momento svolto
  • non esistevano contributi a fondo perduto del governo belga, nè si permettevano bighelloni a spasso, senza che riuscissero a motivare il loro tempo libero ed le modalità del loro mantenimento in Belgio
  • gli Italiani erano considerati una fastidiosa necessità e non venivano minimamente integrati nella società belga; erano costretti alla vita in comune in baracche fornite dalle miniere, dato che affittare privatamente anche solo una stanza era praticamente impossibile, data la diffidenza
  • qualcosa cambiò, in effetti, dopo la tragedia di Marcinelle del 1956, quando l’opinione pubblica belga si rese conto della vita che avevano sino allora condotto gli ospiti stranieri, quasi indesiderati

Ecco i punti del protocollo, come riportati nella pagina Wikipedia suddetta:

Protocollo del 23 giugno 1946

La conferenza che ha riunito a Roma i delegati dei Governo italiano e dei Governo belga per trattare dei trasferimento di 50.000 lavoratori nelle miniere belghe, è giunta alle seguenti conclusioni:

  1. Il Governo italiano, nella convinzione che il buon esito dell’operazione possa stabilire rapporti sempre più cordiali con il Governo belga e dare la dimostrazione al mondo della volontà dell’Italia di contribuire alla ripresa economica dell’Europa, farà tutto il possibile per la riuscita dei piano in progetto. Esso provvederà a che si effettui sollecitamente e nelle migliori condizioni l’avviamento dei lavoratori fino alla località da stabilirsi di comune accordo in prossimità della frontiera italo-svizzera, dove a sua cura saranno istituiti gli uffici incaricati di effettuare le operazioni definitive di arruolamento.
  2. Il Governo belga mantiene integralmente i termini dell’ “accordo minatore-carbone” firmato precedentemente. Esso affretterà, per quanto è possibile, l’invio in Italia delle quantità di carbone previste dall’accordo.
  3. Il Governo belga curerà che le aziende carbonifere garantiscano ai lavoratori italiani convenienti alloggi in conformità delle prescrizioni dei l’art. 9 dei contratto tipo di lavoro; un vitto rispondente, per quanta possibile, alle loro abitudini alimentari nel quadro del razionamento belga; condizioni di lavoro, provvidenze sociali e salari sulle medesime basi di quelle stabilite per i minatori belgi.
  4. Con determinazione speciale, il governo belga acconsente a che siano corrisposti gli assegni familiari alle famiglie dei minatori italiani i cui figli risiedano fuori dei territorio belga. All’atto della loro assunzione i minatori italiani presenteranno all’azienda carbonifera a cui sono addetti un certificato ufficiale attestante lo stato esatto della loro famiglia. Tale certificato sarà rinnovato ogni tre mesi. I minatori italiani autorizzeranno le aziende carbonifere a versare al beneficiario residente in Italia l’importo degli assegni loro dovuti. Essi forniranno, a questo riguardo, per iscritto tutte le notizie necessarie. Ogni eventuale frode in materia di assegni familiari sarà punita in conformità alla legge belga.
  5. Il Governo italiano si adopererà a che gli aspiranti all’espatrio in qualità di minatori, siano, nel migliore modo, edotti di quanto li concerne attirando, in particolar modo, la loro attenzione sul fatto che essi saranno destinati ad un lavoro di profondità nelle miniere, per quale sono necessarie un’età relativamente ancor giovane (35 al massimo) e buono stato di salute.
  6. La durata del contratto è riportata a 12 mesi.
  7. Allo scopo di ridurre al minimo il trasferimento di valuta dall’Italia in Belgio, è reciprocamente stabilito un conto di compensazione per tramite di una banca italiana e di una banca belga, designate ciascuna dal rispettivo Governo. In conseguenza, tanto i versamenti effettuati dai lavoratori italiani a favore della loro famiglia, saranno fatti alla banca belga di cui sopra delle somme dovute al “Comptoir Belge des Charbons”. Sarà compito della banca italiana sia di ricevere dal proprio governo le somme dovute in pagamento dei prezzo dei carbone importato dal Belgio sia di versare alle famiglie dei minatori italiani le somme che sono loro dovute.
  8. Il governo belga accetta il principio della possibilità di ricuperare mediante ritenuta sui salari dei minatori le somme anticipate a questi ultimi in Italia per le loro spese di trasferimento in Belgio, a condizione, pero, che sia riconosciuta la priorità dei debiti, eventualmente contratti dall’operaio verso la direzione delle miniere, e a condizione altresì che gli operai autorizzino esplicitamente tali ritenute.
  9. In ciascuno dei cinque bacini carboniferi belgi il governo italiano delegherà una persona di fiducia, la cui retribuzione corrisponderà a quella di “un delegato all’ispezione delle miniere”. Queste spese saranno a carico della “Federazione delle Associazioni Carbonifere dei Belgio”. Detta persona di fiducia avrà per compito di vigilare tanto sulla buona condotta dei suoi compatrioti al lavoro, quanta sulla tutela dei loro interessi particolari. Essa renderà conta della propria attività al governo italiano quanta a quello belga.
  10. Su tutti i treni a carico completo, un interprete designato dal governo italiano accompagnerà i minatori dal luogo di partenza previsto di detti treni fino a Namur a spese della Federazione delle Associazioni Carbonifere Belghe, la quale assicurerà il ritorno di detto delegato in Italia e le spese per l’eventuale suo soggiorno in Belgio. L’interprete sarà sottoposto all’autorità del capo della missione belga che accompagna i treni.
  11. II Governo italiano farà tutto il possibile per inviare in Belgio 2.000 lavoratori la settimana.
  12. Il ministero italiano degli Affari Esteri, o per sua delega le questure, rilasceranno a ciascun minatore un passaporto individuale o un foglio di identificazione personale, munito della fotografia dei titolare. Questi documenti, salvo il caso di lievi condanne, non saranno rilasciati ai minatori che abbiano subito condanne iscritte al casellario giudiziario. Il Consolato dei Belgio a Roma, ad esclusione di ogni altro Consolato belga in Italia, riceverà le liste dei minatori e, previo esame, rilascerà i visti sui passaporti collettivi per ciascun convoglio. I passaporti e i visti avranno la validità di un anno. I convogli saranno formati nel luogo designato di comune accordo fra le autorità italiane e belghe. Per nessun motivo detto luogo potrà essere modificato senza previo accordo dei due governi. Nella stazione di partenza saranno apprestati locali ai fini di un’accurata visita medica di ciascun operaio, della firma dei suo contratto di lavoro e del controllo della polizia belga. Un servizio d’ordine organizzato nella stazione avrà il compito di impedire l’accesso al treno ad ogni persona che non abbia adempiuto a tutte le formalità sopra indicate. Nessuna autorità potrà modificare l’itinerario dei treni, ne fissare ore di partenza che non lascino il tempo sufficiente per i controlli e per la definizione dei contratti di arruolamento.

Fatto in duplice esemplare a Roma il 23 giugno 1946 (qui)

Ecco. La favoletta che dobbiamo accettare tutte le orde di clandestini che fanno irruzione in Italia senza documenti, che prendono possesso di vari territori, che spacciano, stuprano, oltre a quisquilie come pestare i controllori che pretendono il biglietto, raccontatevela tra di voi.

barbara

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LE TRE DOMANDE DA PORSI PER RESISTERE ALL’ISLAMIZZAZIONE

Domande che molti di noi, in effetti, si pongono; quelli che non se le pongono sono quelli che più dovrebbero farlo, ossia i nostri governanti.

È la punta dell’iceberg. A volte alcuni episodi diventano oggetto di attenzione mediatica. Sono, verosimilmente, spie di cambiamenti diffusi, molecolari, quotidiani, che tendiamo per lo più ad ignorare. Si prenda il caso dei responsabili dell’ospedale di Parma che trasferiscono un’anziana assistita dal nipote per darla vinta a una islamica che non accetta la presenza di un uomo nella stanza in cui è ricoverata. Oppure il caso di coloro che, a Savona, coprono una statua per compiacere un gruppo di musulmani che sta per riunirsi in una sala. Non si tratta di folklore, forme di stupidità fastidiose ma innocue. Anticipano scenari che, in capo a pochi anni, potrebbero diventare drammatici. Tre domande meritano di essere poste. La prima: il passaggio dalla multietnicità (uno stato di fatto, in sé neutro: né buono né cattivo) al multiculturalismo (una seria minaccia per la democrazia) è inevitabile? La seconda domanda è una articolazione della prima: è possibile difendere la società aperta, o libera, dall’azione di minoranze culturali che le sono ostili senza sopprimere, mentre si cerca di difenderla, la società libera medesima? La terza domanda è: sarà possibile convincere gli italiani ad affrontare senza isterismi antistranieri ma anche facendo il contrario di ciò che si è fatto a Parma o a Savona, il difficile problema della convivenza fra immigrati extraoccidentali e noialtri indigeni?
La multietnicità non è in linea di principio incompatibile con la democrazia. Guidata nel modo giusto può anche infonderle vitalità mettendo i suoi cittadini a contatto con esperienze che in precedenza non conoscevano. In ogni caso, gli ostili alla multietnicità devono darsi pace: una società che ha scelto di non fare più figli non ha altri canali per alimentare la propria forza-lavoro o per mantenere la sua crescente popolazione anziana. Ma se la multietnicità è o può essere un’opportunità, diventa una minaccia se gli indigeni sono così sprovveduti, stupidi o sbadati da accettare che su di essa cresca la mala pianta del multiculturalismo. Il multiculturalismo è una situazione nella quale, di diritto o di fatto (per l’affermazione di nuove usanze), si accetta che l’insieme dei cittadini venga segmentato, diviso lungo le barriere che separano le diverse tradizioni culturali. Si afferma una disparità di trattamento: per i diversi «segmenti» valgono regole diverse, coerenti con le rispettive usanze. La formale uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge viene dapprima neutralizzata di fatto e, in seguito, anche di diritto (in virtù di adeguamenti normativi alla situazione di fatto). Non è difficile ritrovarsi in un «incubo multiculturale». È sufficiente che nei vari luoghi — dagli ospedali alle scuole agli uffici pubblici e privati — le domande di trattamenti speciali, in deroga, da parte delle minoranze culturali vengano accolte, un giorno qua e il giorno dopo là: il trattamento speciale, una volta concesso, diventerebbe, dal punto di vista della minoranza, un diritto, e i tentativi di revocarlo incontrerebbero dure resistenze. Nascerebbero controversie giudiziarie e non è impossibile che esse sfocino in sentenze volte a riconoscere il suddetto diritto. Ed ecco la società multiculturale, la frantumazione della cittadinanza, la fine dell’uguaglianza formale di fronte alla legge, l’affermazione di diritti speciali e diversità di trattamento a seconda del gruppo culturale di appartenenza.
Chi crede che quanto sta accadendo oggi in Belgio non ci riguardi è un incosciente. Il partito islamico, che si presenterà alle prossime elezioni amministrative, punta ad introdurre formalmente (di fatto, nei quartieri islamici è già operante) la sharia, la legge islamica, cominciando simpaticamente dall’idea di mezzi pubblici di trasporto separati per uomini e donne. Fin qui ho parlato dei rischi del multiculturalismo ma gli esempi negativi che ho citato hanno tutti a che fare con la presenza islamica. Benché problemi di vario genere sorgano anche in rapporto alle attività di altre minoranze, è quella presenza all’origine delle difficoltà maggiori. Non sto alludendo al tema della radicalizzazione pro jihad di giovani islamici (un problema speciale all’interno di un problema più generale). Mi riferisco alla delicata questione della convivenza — impossibile per i pessimisti, comunque difficile per gli ottimisti — fra comunità islamiche e democrazia occidentale. Il problema, nella sua potenziale drammaticità, è semplice. La società libera si fonda sul principio della separazione fra politica e religione, fra economia e religione, eccetera. Ma nell’Islam queste separazioni non hanno senso. Il che spiega perché le moschee (a differenza delle chiese) non siano soltanto luoghi di culto. Ne deriva una tensione inevitabile fra società aperta e comunità islamiche. È plausibile, come molti pensano, che la compatibilità fra Islam europeo e società aperta si realizzerà solo se e quando, un giorno, le donne musulmane, influenzate dall’individualismo occidentale, riusciranno a imporre l’abbandono di vecchie regole e principi. Fino ad allora bisognerà stare in guardia, essere consapevoli che si sta maneggiando materiale radioattivo: non bisognerà cedere alle richieste degli (fin troppo visibili) esponenti fondamentalisti delle comunità islamiche, bisognerà favorire solo i musulmani che abbiano già maturato un atteggiamento favorevole per le libertà occidentali, non bisognerà permettere, per eccesso di zelo, deroghe alle regole della nostra convivenza quotidiana. Si riuscirà a «educare» gli italiani? Si riuscirà a impedire che per un misto di ignoranza, opportunismo e desiderio di quieto vivere, passo dopo passo, permettano l’affermazione di principi incompatibili con la democrazia occidentale? Serve una buona dose di ottimismo per crederlo.

Angelo Panebianco, Il Corriere della Sera, 23/04/2018

E ricordiamo: gli islamici si sono insediati in tutto il Medio Oriente e TUTTI i popoli invasi hanno perso la propria cultura, le proprie tradizioni, i propri abiti tradizionali, i propri nomi e, più d’uno, la propria lingua. Si sono insediati in tutto il nord Africa e TUTTI i popoli invasi hanno perso la propria cultura, le proprie tradizioni, i propri abiti tradizionali, i propri nomi e TUTTI, SENZA ECCEZIONE, la propria lingua. Ora si stanno insediando in Europa (sì, lo so, siamo paranoici. E xenofobi. E islamofobi e razzisti e fascisti e naturalmente sionisti, che come tutti sanno è peggio che ladro assassino stupratore pedofilo messi insieme).

barbara

PER ADESSO IN FRANCIA

Ma vedrete che prima o poi avremo anche noi il privilegio di godere di questi spettacoli generosamente offerti da parte delle nostre risorse (che comunque già adesso, tra proteste per il cibo che non gli piace e altre simili amenità…) Volete sapere perché lo fanno? La risposta la trovate qui.


E a quasi due settimane dall’attentato in Belgio finalmente sono arrivati a rivelare ciò che per tutto questo tempo era stato tenuto accuratamente nascosto: i festeggiamenti islamici per la carneficina andata in onda all’aeroporto (dove lavorano una cinquantina di simpatizzanti dell’ISIS) e nella metropolitana: qui in francese e qui in inglese.

barbara

UNA COSA, COMUNQUE, È CERTA

Interi quartieri delle maggiori città europee sono stati trasformati in zone franche per il terrorismo, sulle quali gli stati che le contengono non hanno alcuna sovranità, anzi, per dirla tutta, c’è uno stato che la propria sovranità l’ha letteralmente venduta su tutto il territorio nazionale. Il terrorismo islamico si allarga a macchia d’olio e le carneficine sono all’ordine del giorno (anche se all’attenzione dei mass media ne arrivano solo alcune, accuratamente selezionate – meglio quando le vittime non sono portatrici di sangue giudeo). Aeroporti e metropolitane saltano in aria, portando non solo morte e distruzione, ma anche un pesante blocco, sia pure momentaneo, nelle comunicazioni di mezza Europa, ossia in uno dei pilastri del nostro concetto di vita civile.
In mezzo a tutto questo, la domanda da porsi, la domanda essenziale, la domanda VERA, la domanda che i VERI intellettuali ansiosamente si pongono è una sola:

CHE COSA FA SALVINI?

(poi volendo qui ci sarebbe anche un abbozzo di risposta)

barbara

CONOSCETE LA MARSIGLIESE?

Quella nuova, intendo dire, particolarmente indicata in questi giorni.

E poi già che ci sei vai a leggere qui. Come bandiera inalbero questa,
sick of shit
rubata a Toscano irriverente, da cui poi ti spedisco a leggere questo.

barbara