TIRA E TIRA LA CORDA…

Gli offrono la cattedra di Black Studies. Ma per lui l’ateneo è «razzista»

Un nuovo capitolo si aggiunge all’assurdo con cui siamo quotidianamente costretti a convivere. Lo scrive il sociologo Kehinde Andrews prendendosela con la Birmingham City University, la stessa che non solo l’ha assunto ma ha istituito per lui la prima cattedra di Black Studies nella storia del Regno Unito. Ciò nonostante, siccome nell’ateneo da una parte si sono rifiutati di ampliare lo spazio sui temi a lui cari – prova provata, secondo Andrews, di «razzismo istituzionale da manuale» – e, dall’altra, non hanno sanzionato una collega con cui non corre buon sangue, ecco che il prof. grida al razzismo. «Vengo trattato come un nero arrogante che dovrebbe essere sempre grato per tutto senza mai protestare», lamenta.

Da parte loro, alla Birmingham City University fanno presente, senza nascondere delusione, che il professor Andrews «non è stato sospeso o minacciato di sospensione». Insomma, sembra abbia fatto tutto da solo. Del resto, il personaggio ha idee parecchio originali. Secondo lui, l’intero «Occidente è stato edificato sul razzismo» e Churchill e l’impero britannico sarebbero stati peggiori dei nazisti. Quindi, a suo dire, la piaga è ovunque, perfino in chi lo ha fatto crescere sul piano professionale. Una vicenda che, per quanto certamente singolare, fa capire come ormai basti un attimo finire accusati di razzismo. Nessuno, rispetto a questo, si può sentire al sicuro. Il che suggerisce l’importanza di combattere sì la xenofobia, ma pure l’antirazzismo ideologico. Sono parenti stretti. (qui)

Poi finalmente qualcuno ha cominciato a accorgersi che tutte queste porcate pro negri e anti bianchi, oltre che infami, sono anche un tantino illegali.

Un tribunale ha respinto l’agevolazione COVID di Joe Biden basata sul colore della pelle

Il razzismo mascherato da “antirazzismo” sostenuto dai Democratici, dai media e dal mondo accademico ha subito finalmente un colpo d’arresto in Tribunale.

In questo editoriale del Washington Examiner dell’8 giugno è stato affrontato il problema del razzismo mascherato da “antirazzismo” nel quale, negli Stati Uniti, almeno stando a quanto dice la dottrina scellerata della “Teoria Critica della Razza” – sostenuta dai Democratici, dai media e da una parte del mondo accademico – tutto si sintetizza come uno battaglia contro il “privilegio dei bianchi“, dove – ovviamente – i bianchi sarebbero macchiati dal “peccato originale” del razzismo e quindi dovrebbero diventare cittadini di “serie B” a causa del loro passato da oppressori e per garantire “l’equità” alle minoranze, ma dove le stesse minoranze – per quanto alberghino anche in esse dei sentimenti “anti-bianchi” – per via della loro etnia o colore della pelle, non potranno mai essere tacciate di razzismo. Il razzismo sarebbe, in questo caso, solamente a senso unico: solo un bianco può essere “razzista” – anzi lo è per definizione secondo queste teorie.
Democratici negli ultimi provvedimenti legislativi in sostegno all’economia a causa della pandemia di Coronavirus, nel concedere dei sussidi, hanno determinato dei requisiti razziali in favore delle minoranze, quindi, per fare un esempio, ad un ristoratore o ad un agricoltore bianco in difficoltà economica, sulla base di questi criteri e solo perché ha il colore della pelle sbagliato – secondo i Democratici – dovrebbe essergli negato il sussidio.
Ovviamente, i Tribunali hanno iniziato a bocciare questi provvedimenti che, oltre ad essere incostituzionali, sono senza ombra di dubbio razzisti

Di seguito la traduzione dell’editoriale.

Joe Biden ha ricevuto un avvertimento dal Tribunale che ha respinto il sussidio COVID basato sul colore della pelle

Dato che il presidente Joe Biden sta portando avanti le iniziative che ha annunciato a inizio giugno per “aiutare a ridurre il divario razziale nella ricchezza”, dovrebbe prestare attenzione ad un avvertimento di fine maggio della Corte d’Appello degli Stati Uniti del 6° Circuito secondo cui il trattamento preferenziale basato sulla razza sia da ritenersi non valido.
Questo è come dovrebbe essere. È giusto che i tribunali, in nome della giustizia, abbattano le preferenze razziali, un razzismo pernicioso e buonista che travolge scuole, aziende e media. Tratta tutta l’esperienza americana attraverso il filtro della razza. Sarebbe ancora peggio se il razzismo che sta dietro alla cosiddetta “Teoria Critica della Razza” fosse sostenuto dalla forza del governo.
Biden ha ragione a volere che tutti i segmenti della società prosperino. Se elaborate senza criteri razziali, le sue iniziative per aiutare ad avviare le imprese impoverite e svantaggiate o ad incrementare il valore delle abitazioni nei quartieri in difficoltà sarebbero anche le benvenute. Ma le dichiarazioni della Casa Bianca si concentrano costantemente sulle “disparità razziali“, e la chiara implicazione è che le soluzioni proposte implicheranno inevitabilmente delle preferenze razziali.
È qui che entra in gioco la sentenza del 6° Circuito. Nella decisione 2 a 1 del 27 maggio in Vitolo vs. Guzman, la Corte ha affermato che il governo non possa assegnare del denaro per i sostegni dovuti al Coronavirus sulla base della razza o del sesso.

La Small Business Administration (SBA) aveva distribuito 29 miliardi di dollari in sovvenzioni nella risposta al COVID-19 ai proprietari di ristoranti in base a delle regole che permettevano ai sussidi stessi di essere destinati solamente a quei ristoranti che erano di proprietà per almeno il 51% da donne o proprietari non bianchi. Scrivendo per la Corte, il giudice Amul Thapar ha spiegato che il precedente della Corte Suprema (per non parlare della semplice equità) permette tali preferenze solo in funzione di un interesse pubblico “convincente”, un termine d’arte con tre criteri rigorosi. Un mero e vago desiderio di porre rimedio alle discriminazioni del passato non è sufficiente a permettere al governo stesso di favorire o sfavorire dei cittadini, altrimenti idonei, solo perché sono bianchi.
Ma istituzionalizzando questa discriminazione che viene imposta dal governo, la SBA offendeva illogicamente sia la Costituzione che l’equità. Antonio Vitolo e sua moglie, che è ispanica, possiedono ciascuno la metà di un ristorante, il che significa che solo il 50% – invece che il 51% – era detenuto da una proprietaria donna ed ispanica. Così, sulla base di una distinzione razziale di dubbia importanza, ai Vitolo era stato negato l’accesso al sussidio. Se per ipotesi il signor Vitolo avesse venduto anche solo l’1% della sua proprietà alla moglie oppure anche ad un’altra donna o ad un latinoamericano, il ristorante avrebbe potuto ricevere i fondi federali.
L’assurdità della quota arbitraria del 51% come “soglia etnica” è evidente. Altrettanto assurda, come ha notato Thapar, è la politica della SBA che concede “preferenze ai pakistani ma non agli afgani; ai giapponesi ma non agli iracheni; agli ispanici ma non ai mediorientali”. Il risultante “Spoil System etnico” è la definizione stessa discriminazione razziale.
Se l’amministrazione Biden cerca di appellarsi alla decisione del 6° Circuito e far rivivere le pratiche palesemente discriminatorie della SBA, perderà sicuramente presso una Corte Suprema il cui giudice capo, John Roberts, ha notoriamente insistito sul fatto che “il modo per fermare la discriminazione sulla base della razza è smettere di discriminare sulla base della razza”.

Oggi, una patologia ossessionata dalla razza sta infettando le istituzioni che esercitano il potere culturale. Sotto la falsa bandiera dell’antirazzismo, coloro che diffondono la patologia trattano la nostra intera vita nazionale come una battaglia ineluttabile tra il “privilegio bianco” e il perpetuo vittimismo delle minoranze etniche (escludendo in particolare gli asiatici). In questa narrazione, tutti i bianchi sono intrinsecamente razzisti, macchiati dall’equivalente razzista di un “peccato originale“, e devono diventare cittadini di seconda classe al fine di ristabilire l’equità. Ma nel frattempo, nessuna persona afroamericana o ispanica potrà mai essere razzista, non importa quanto grande ed ovvio sia il suo animus contro i bianchi (o gli asiatici, se è per questo) sulla base della loro razza.
Questa dottrina postula che i bianchi non hanno la capacità di pentirsiespiare o imparare dalle loro colpe collettive. Non possono essere né migliorati né educati. Secondo un conferenziere celebrato alla Yale University School of Medicine, c’è, infatti, un “Problema Psicopatico della Mentalità Bianca“, come se tutti i bianchi fossero incapaci di pensieri o azioni individuali ma fossero, piuttosto, un unico – ed irrimediabilmente corrotto – organismo conglomerato.
Questa folle ideologia abbracciata dal mondo accademico e dal Partito Democratico è psicopatica. Poiché discrimina solo sulla base della razza, la sua risposta è premiare e punire indiscriminatamente. Il suo scopo è quello di abolire le differenze fondamentali come il libero arbitrio individuale e di sostituirlo con una “colpevolezza collettiva“, il “vittimismo collettivo” e con la “responsabilità collettiva” che non ha alcuna somiglianza con l’equa giustizia per la quale questa nazione si batte.

nuovi razzisti, come i peggiori bigotti di un tempo, rifiutano la verità che la razza non sia un indicatore di colpevolezza o di innocenza. I tribunali devono ora intervenire per impedire la resurrezione e l’istituzionalizzazione di questa ideologia. In caso contrario, il razzismo e la “discriminazione alla moda” – ma ripugnante – verrebbero approvati a livello nazionale.

WashingtonExaminer.com , qui.

Teoria critica della razza: qualcuno saprebbe offrire una spiegazione convincente della differenza fra la teoria della razza nazista e la teoria critica della razza democratica progressista buonista antifascista?

Quanto a quell’altro tizio là sopra, con questa faccia

da paraculo presuntuoso arrogante e se non si offende troppo aggiungerei anche un bel po’ figlio di puttana, il quale a quanto pare non ha avuto la cattedra in seguito al superamento di un regolare concorso, come ho avuto io la mia modesta cattedra di scuola media, bensì non solo gliel’hanno regalata, ma l’hanno addirittura fabbricata apposta per lui, ebbene sì, è proprio uno stronzetto di negro arrogante e insolente che dovrebbe come minimo essere grato per ciò che gli viene regalato senza alcun merito. D’altra parte, che cosa aspettarsi da uno a cui il nazismo piace di più di uno stato imperfetto quanto si vuole, ma pur sempre indiscutibilmente democratico?

Noi, comunque, nella nostra patologia consistente nell’essere bianchi, non siamo curabili, sappiatelo.

E ancora una volta, per non dimenticare le mostruose colpe che gravano sulla coscienza dei bianchi e solo sulla loro e su quella di nessun altro, se vi resta un po’ di tempo vi invito ad andare a leggere questo.

barbara

ANTIRAZZISMO

Minacciata per la pelle bianca. L’assurda storia di Portland

Nella fortezza del politicamente corretto, contestare un’auto parcheggiata male può farvi finire licenziati e odiati da mezza America. Questo naturalmente se avete la pelle del colore sbagliato, cioè bianco. Siamo a Portland, una delle città più progressiste d’America. Forse la più progressista d’America. Portland, per intenderci, è la città dove poche settimane fa i militanti di Antifa (gruppo antifascista e/o fanatici dell’ultra sinistra? Fate voi) hanno bloccato per ore alcune vie delle città senza che le autorità battessero ciglio. In questo video si vedono i malcapitati automobilisti insultati in quanto bianchi (“You’re a fucking whity, aren’t you?”) dai militanti di antifa (bianchi anche loro…).

Questa progressivissima città ci regala ora un’altra perla. Una donna nota un’auto che, malamente parcheggiata, blocca le strisce pedonali. Decide quindi di chiamare gli ausiliari del traffico (Parking authority). È il comportamento di una cittadina coscienziosa oppure eccesso di zelo? Fate voi. Non è questo il punto.
Il punto è che, da un vicino negozio, spuntano fuori i proprietari dell’auto. E loro sono due POC (Persons of color) mentre la donna invece è una bianca. I due sono una coppia: si chiamano Rashaan Muhammad e Mattie Khan. Miss Khan caccia subito fuori un cellulare e riprende lo scambio di battute. Il video comincia con la donna che indica la macchina e dice: “Non potete bloccare il passaggio”. La risposta di miss Khan è pronta e fulminea: “Ecco un’altra persona bianca chiamare la polizia contro una persona nera”.
Un esempio sublime di quello che si chiama play the race card: una questione di parcheggio e senso civico, trasformata in un altro “allarmante” caso di razzismo. Una chiamata alle armi a cui i media non riescono a resistere.
Il primo ad andarci a nozze è il Portland Mercury con un titolo che già implica colpevole e vittima: “Donna chiama polizia per un parcheggio. Lei è bianca, lui è nero”
“Signora bianca chiama la polizia perché non gradisce come ha parcheggiato un nero” scrive un’altra testata. Newsweek almeno è dubitativo: “Donna bianca accusata di aver chiamato la polizia contro coppia di colore”.
In tutti questi casi, ad essere intervistati sono sempre e solo Khan e Muhammad che si atteggiano, naturalmente, a vittime del pregiudizio. Anzi, fanno la figura degli eroi perché hanno reagito e sono passati al contrattacco. “Non possiamo permettere che casi come questo si ripetano nella nostra comunità”, proclama Muhammad.
Notare come i media parlano di chiamata “alla polizia” per aizzare ancora di più gli animi, mentre poi si accerterà che la telefonata era indirizzata alla locale parking authority, l’equivalente dei nostri ausiliari del traffico.
In tutto ciò, la “signora bianca” (soprannominata Crosswalk Cathy) si ritrova con la sua faccia esposta in tutta la nazione, senza il minimo rispetto per la sua privacy e con l’accusa infamante di razzismo, il tutto per aver segnalato un’auto parcheggiata sulle strisce.
Ma la gogna mediatica e sociale è solo agli inizi. Uno dei tanti attivisti del politically correct condivide il video su Twitter ed incita i propri follower: “Fate il vostro dovere e scovate questa donna”.
Interviene un’altra attivista dei diritti delle minoranze, Sha Ongelungel, che mette online i dati del luogo di lavoro della donna e si attiva per chiederne il licenziamento. Il caso della Ongelungel è particolarmente imbarazzante considerando questa intervista apparsa, poche settimane prima, sul Guardian. Nell’articolo la Ongelungel viene glorificata come un’eroina che si batte contro l’odio online. Proprio così… l’odio online. Poi però è la prima ad aizzare la folla di internet contro una sconosciuta, senza neanche curarsi di verificare i fatti (l’imbarazzo ovviamente è solo nostro. Non ci risulta che il Guardian abbia sconfessato l’articolo).
Poi voci più ragionevoli riflettono sul fatto che la “signora bianca” non poteva conoscere la provenienza etnica dei proprietari dell’auto quando ha fatto la telefonata. E quindi l’accusa di razzismo proprio non regge.  Chi poi si prendesse la briga di vedere il video senza paraocchi etno-ideologici, si renderebbe conto del tono aggressivo della coppia. Lui le grida contro: “Buffona, vattene a casa tua. Tornatene al tuo quartiere” (immaginate la reazione se la stessa, identica frase fosse stata pronunciata da un sostenitore di Trump a una persona di colore).
Lei risponde: “Io sono di qui”. E lui. “Non sei di qui. Basta cazzate. Sei un’idiota”. Ma è troppo tardi. La donna ha dovuto cancellare ogni sua presenza online, non ha perso il lavoro ma il suo nome è stato cancellato dal sito del datore di lavoro. Alcuni familiari, con lo stesso cognome, sono stati costretti a fare la stesso. È diventata, almeno temporaneamente, un paria sociale, marchiata dall’infamante (quanto ingiustificata) accusa di razzismo. Una moderna lettera scarlatta. Perché nella nuova militanza dell’antirazzismo, una cosa conta più di tutto: il colore delle pelle. È il compasso ultimo del bene e del male che definisce chi siete e perché lo fate.
Morale della storia: la prossima volta fatevi i fatti vostri o, almeno, accertatevi dell’etnicità dei proprietari dell’auto prima di sporgere denuncia.

Stefano Varanelli, 25 novembre 2018 – qui

Come già avevo segnalato qui, partiti dalla sacrosanta lotta contro la discriminazione dei negri considerati cittadini di serie B e privi di ogni diritto, non si è trovato di meglio, per combattere il razzismo, che capovolgere la situazione discriminando i bianchi e trasformando loro in cittadini di serie B, ontologicamente colpevoli – tutti, indistintamente – in ragione del loro (del nostro) essere bianchi. Esattamente come, per superare la drammatica situazione maschio padrone-femmina schiava, qualcuno ha ritenuto che la cosa migliore fosse la riduzione del maschio a soggetto potenzialmente colpevole, e quindi colpevole di fatto, talmente colpevole che nascere maschio è la stessa identica cosa che nascere figlio di boss mafioso, ipsa dixit. La cosa tragica è che non si rendono neppure conto di essere diventati la fotocopia del mostro che dicono di voler combattere.
PS: esilarante, nella sua tragicità, il dettaglio dell’attenuante, invocata dalle “voci più ragionevoli” che la donna non poteva conoscere l’etnia dell’automobilista. Vale a dire che se so che sei bianco sono autorizzata a segnalare le tue infrazioni, mentre se so che sei negro, puoi anche parcheggiare in mezzo alla strada e io devo starmene buona a cuccia.

barbara

HE HAD A DREAM

he had a dream
Ci illudevamo che i sogni non potessero invecchiare? Che non potessero passare di moda? Ci sbagliavamo, purtroppo. Tanto è vero che qualcuno sembra convinto che le vite di bianchi, gialli, rossi (e chissà dove si collocheranno i negri albini) non contino,
blacklivesmatter
lebensunwerte Leben le chiamava qualcuno, qualche decennio fa: vite indegne di essere vissute, e noi lo chiamiamo, quel qualcuno, razzista.
E non mi si venga a raccontare che è per via della mano più pesante che certi poliziotti sembrano avere nei confronti dei negri (non so se si sia notato: ho deciso di abbandonare i ridicoli sostituti inventati per evitare la parola negro, come se negro fosse un insulto o una parolaccia, come quando si dice signorine allegre ma lo sanno tutti che si intende puttane) rispetto ai bianchi: se di questo si trattasse, troverei logico rivendicare che “all lives matter” o, meglio ancora, “every life matters”. Invece no: rivendicano che valgono le vite dei negri; non anche quelle, no: quelle e basta. E questa cosa si chiama razzismo. Se esiste un aldilà in cui le anime sopravvivono al corpo e “conoscono”, il povero Martin Luther King deve sembrare un’elettroturbina.

barbara