LE CURIOSE IDEE DEL SIGNOR GOOGLE SULLE DONNE

Le immagini presenti nelle varie categorie indagate le ho accuratamente contate, così come ho accuratamente contato le diverse tipologie. Non mi è possibile pubblicarle con le corrette percentuali, altrimenti dovrei pubblicarne centinaia, ma ho cercato di darne almeno un’idea. E dunque cominciamo.

Happy asian woman

Da questa ricerca emerge che il 98% delle donne asiatiche sono in grado di essere felici da sole, mentre il 2% per essere felici hanno bisogno di accoppiarsi, con un nero per la precisione.

Happy black woman

Da questa ricerca emerge che il 97% delle donne nere sono in grado di essere felici da sole, il 2% è felice accoppiandosi con un nero, poi sembrerebbe esserci un 1% di donne nere felici con un uomo bianco, ma in realtà si tratta della pubblicità di un sito per accoppiamenti interrazziali (? Ma non ci avevano detto che le razze non esistono? Boh).

Happy white woman

E qui viene il bello.

(certo che poverina… sembra perfino finta)

Solo il 18% delle donne bianche sono capaci di essere felici da sole, mentre l’80% ha bisogno del negro e un misero 2% riesce a essere felice accoppiandosi con un bianco. Non so, vedete un po’ voi. Certo che sto signor Google ne deve avere di problemi.

barbara

CHISSÀ QUANTI DI VOI

si saranno innamorati con questa canzone! Chiunque ascolti la radio ha occasione di sentire questa frase almeno una volta al giorno, e io ogni volta mi chiedo come funzioni. Cioè, sono vicino a Carlo, suonano Questo piccolo grande amore e io mi innamoro di Carlo; sono vicino a Giulio, suonano Questo piccolo grande amore e io mi innamoro di Giulio; sono vicino a Carlo, suonano Fin che la barca va e non mi innamoro di Carlo; sono vicino a Giulio, suonano Fin che la barca va e non mi innamoro di Giulio. A volte si sentono anche le testimonianze: noi ci siamo innamorati proprio con questa canzone, e lì le mie perplessità aumentano ulteriormente. Sull’intelligenza umana, intendo. Io mi sono innamorata a un tavolo da ping pong, in uno studio dentistico, ai piedi di un ciliegio, in un’aula universitaria, a Hyde Park… Mi sono innamorata di una persona, di uno sguardo, di un gesto, di un corpo, di una voce… Innamorarmi “con” qualcosa è un concetto che proprio mi sfugge. E a voi?
Ad ogni buon conto, per dispetto, vi schiaffo giù questa.

barbara

PRIMA PERSONA PLURALE

Boh. Dice che ha ventiquattro personalità diverse. Dice che hanno cominciato a venire fuori all’improvviso, una dopo l’altra, quando aveva trentotto anni. Dice che una è del bambino che veniva abusato sessualmente dalla madre e un altro quello che ha visto la nonna chiudersi in bagno con la donna di servizio e farsi leccare e che poi anche lei ha abusato di lui. Eccetera. Dice che è perché gliene sono capitate talmente tante che una persona sola non è capace di reggerle e allora si scinde. Dice che vengono fuori all’improvviso e che suo figlio quando gli sente all’improvviso cambiare voce e tono si spaventa. Dice che è stato trattato e il successo del trattamento è che le personalità rimangono, tutte e ventiquattro, ma lui è entrato nell’ordine di idee che deve imparare a conviverci, e prima o poi si abituerà anche suo figlio e imparerà a convivere coi suoi ventiquattro padri e, quando una personalità viene fuori all’improvviso, magari a metà di una frase, a capire quale dei suoi ventiquattro padri ha di fronte in quel momento. Dice la recensione che è “una storia davvero difficile da dimenticare” ma io mi sono già dimenticata un sacco di cose. Dice che è una storia vera. Boh.

Cameron West, Prima persona plurale, Sonzogno
Prima persona plurale
barbara

BOH

Dice che la pistola, una Beretta calibro 9 Parabellum, stava in un borsello che stava in un cassetto della scrivania che non era chiuso a chiave. Dice che la bambina l’ha presa mentre i genitori erano in giardino e ci si è messa a giocare ed è partito un colpo (cioè, la pistola stava lì nel cassetto aperto senza sicura e col colpo in canna? A casa mia, prima di imparare come si carica un’arma, si imparava che un’arma non si tiene mai mai mai mai mai carica, per nessuna ragione al mondo, neanche all’aperto, figuriamoci in casa. A casa mia armi e munizioni stavano addirittura in due mobili separati. E un poliziotto non prende queste elementarissime precauzioni e tiene una calibro 9 senza sicura e col colpo in canna in un cassetto aperto? Boh). Dice che giocando, la bambina ha fatto accidentalmente partire un colpo, che il bossolo si è conficcato nella parete, che, forse spaventata dal colpo partito, ha sparato una seconda volta e il proiettile l’ha raggiunta alla tempia uccidendola sul colpo. Cioè, dalla pistola con cui sto giocando – perché in undici anni di vita nella casa di un poliziotto non ho mai avuto modo di sentir dire che una pistola non è un giocattolo, che è una cosa un tantino pericolosa e che non è il caso di usarla per giocare – mi parte un colpo e io, per lo spavento, invece di lasciarla cadere premo il grilletto una seconda volta? E lo faccio tenendo la pistola rivolta alla mia tempia? Boh. Dice che non ci sono dubbi sul fatto che si sia trattato di un tragico incidente. Boh.

barbara

1948

Ne parlavano tutti un gran bene. Dicevano tutti che era assolutamente da leggere. “Per capire che cosa è stata veramente la guerra d’indipendenza di Israele”, dicevano. E così l’ho letto, e adesso posso dare il mio responso: boh. Se la morale della favola vuole essere che la guerra è un gran casino, ok, allora ci siamo: questo libro è un gran casino, che procede a suon di cose come eravamo in un posto, non so dove, poi siamo andati in un altro posto, non so dove, qualcuno ha sparato, qualcuno è morto, uno è rimasto ferito, non so chi, però non lo so se questo è successo davvero o se me lo sono solo immaginato… Il tutto per costruire “lo stato di Benny Marshak” che sarebbe uno che credeva nella rinascita dello stato di Israele e quindi lo stato di Israele è una roba che riguarda praticamente solo lui. E considerando gli autentici capolavori che Kaniuk aveva scritto in passato, l’unica cosa che mi viene da dire è: brutta bestia la vecchiaia.

Yoram Kaniuk, 1948, Giuntina
1948
barbara

OGGI VI PARLO DI “SVEVA CASATI MODIGNANI”

Rigorosamente fra virgolette, dato che l’entità che per decenni ha pubblicato con questo vagamente aristocratico pseudonimo è in realtà una coppia. Nove anni fa, a dire il vero, la metà maschile del sodalizio ha pensato bene di defungere (sì, lo so, secondo lo Zingarelli e il Devoto-Oli non esiste, ma il post è mio e me lo gestisco io), ma la metà superstite ha proseguito imperterrita, con lo stesso pseudonimo, forse ignara del fatto che, come diceva la nota pubblicità, du gust is megl che one e quindi, per la proprietà transitiva dei vasi comunicanti nonché per la reversibilità del rasoio di Occam e la retroattività della spada di Damocle nel taglio dei nodi gordiani, one gust is pegg che du. Vabbè. Naturalmente non mi è mai passato per la testa di comprare un libro della suddetta entità, però è successo che ne ho ricevuto uno in omaggio per un acquisto di una certa consistenza, e dal momento che lo avevo, mi è venuta la curiosità di vedere come scrive “una delle firme più amate della narrativa contemporanea: i suoi romanzi sono tradotti in venti Paesi e hanno venduto oltre undici milioni di copie”. E dunque ecco, adesso lo so e lo posso dire: questa donna non sa scrivere. Non sa raccontare. Ha una prosa piatta, banale, senza slanci, senza personalità, monotona, monocorde, noiosa, non appassiona, non cattura. Sono arrivata alla fine del libro solo perché è smilzo smilzo, e una buona metà è occupata da una serie di ricette, che ho in parte saltato, ognuna accompagnata da un commentino che, per dirla in buon italiano, fa cascare le palle. L’unico aspetto che, se non fosse raccontato così male, potrebbe essere interessante in questo libro autobiografico, è il rapporto con la madre (quell’atteggiamento così incomprensibile, fino a quando, a portare uno squarcio di luce, non arriva il grido della nonna esasperata: “Tu questa bambina non l’hai mai voluta, speravi di abortirla come tutti gli altri!”), ma anche questo è abbastanza affogato nella melassa dei raccontini insulsi e sciapi, e l’interesse si risveglia giusto per lo spazio di mezza frase per poi riaddormentarsi. Buffo poi il fatto che, dopo avere ripetutamente, anche se bonariamente, preso in giro la madre per il suo snobismo estremo e il suo orrore per tutto ciò che ritiene “ordinario”, ci racconta che lei, “Sveva”, non si è mai sognata di usare la cipolla per fare il risotto (né per nessun’altra cosa, del resto), perché la cipolla è ordinaria e dà a tutti i cibi con cui viene a contatto un sapore ordinario (e lasci che glielo dica, cara signora: lei non sa cosa vuol dire mangiar bene!). Che poi a guardarla in fotografia, assomiglia precisa sputata alla mia ex vicina contadina quasi analfabeta quando si metteva un po’ in tiro per andare alla messa grande. Per dirla in tre parole: l’ordinarietà fatta persona.
sveva
Quello che volevo dire, comunque, a parte la faccenda della firma fra le più amate, che chi scrive per il risvolto di copertina è pagato apposta per fare panegirici e quindi è inutile stare a discuterne, è che mi resta da capire come possa farsi pubblicare e tradurre e vendere milioni di copie, e magari addirittura farsi leggere una simile fabbricatrice di ciofeche. Boh.

barbara