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Armi biologiche in Ucraina? A Washington c’è il panico

Cosa stanno cercando di nascondere gli Stati Uniti in Ucraina? Perché è stato dato l’ordine di distruggere tutto prima dell’arrivo dei russi? Perché gli USA non lasciano entrare gli esperti internazionali dell’OMS nei propri laboratori?

Nell’articolo di ieri abbiamo avuto modo di parlare dei laboratori biologici statunitensi [per favore, leggetelo: sono fatti gravissimi per la sicurezza di tutti, che si evita accuratamente di divulgare, ndb] presenti in Ucraina, la cui esistenza è stata definitivamente provata dopo l’entrata dell’esercito russo nel Paese confinante. Tuttavia, molte domande restano ancora senza risposta, soprattutto in seguito alle scomposte reazioni da parte di Washington. Cosa stanno cercando di nascondere gli Stati Uniti?
Come provato dai documenti ritrovati e pubblicati dall’esercito russo, subito dopo il lancio dell’operazione speciale di Mosca in Ucraina i laboratori hanno ricevuto l’ordine di distruggere tutto il materiale in loro possesso, ufficialmente per evitare che questo finisse nelle mani della Russia. Ad esempio, il documento che ordina la distruzione di tutti i campioni presenti nel laboratorio di Charkiv data del 25 febbraio, ovvero un giorno dopo il lancio dell’operazione speciale russa, ma un altro documento riguarda addirittura il laboratorio di L’viv, nell’estremo ovest del Paese, ben distante dall’attuale fronte. Perché tutta questa fretta?
Il documento riguardante il laboratorio di Charkiv indica la distruzione di campioni di ben sedici batteri differenti, tutti piuttosto comuni e nessuno dei quali ritenuto particolarmente pericoloso. Allora perché affrettarsi a distruggerli? In fondo, si tratta di batteri già noti agli scienziati russi, e non particolarmente utili come armi biologiche. Non vogliamo sposare teorie cospirazioniste, tuttavia viene il dubbio che il documento non riporti tutto, oppure che i nomi utilizzati indichino in realtà batteri artificialmente modificati e dunque diversi da quelli presenti in natura.
Diverso il discorso per quanto riguarda il laboratorio di L’viv, dove ufficialmente venivano studiati agenti patogeni pericolosissimi, come quelli che provocano peste, antrace e brucellosi. Secondo le informazioni del ministero della Difesa russo, a Leopoli sono state distrutte 232 scatole contenenti l’agente patogeno della leptospirosi, 30 della tularemia, 10 della brucellosi e cinque della peste. Resta poi da capire cosa contengono gli altri circa trenta laboratori di questo tipo presenti sul territorio ucraino, ma interamente gestiti dall’esercito statunitense attraverso l’agenzia militare DTRA (Defense Threat Reduction Agency).
Igor Kirillov, capo delle truppe russe di protezione NRBC (nucleare, radiologica, biologica e chimica) ha fatto notare che, dalla ripresa del progetto statunitense in Ucraina dopo il colpo di Stato del 2014, il Paese ha registrato l’aumento incontrollabile dell’incidenza di infezioni come rosolia, difterite e tubercolosi, mentre l’Ucraina ha addirittura raggiunto la seconda posizione tra i Paesi maggiormente colpiti dal morbillo in tutto il mondo, alle spalle solamente del Madagascar, con statistiche neppure comparabili a quelle degli altri Paesi europei.
Secondo Kirillov, sebbene alcuni laboratori avessero funzioni “normali” come monitorare la situazione biologica di alcune aree, altri effettuavano ricerche su agenti patogeni che possono essere trasformati in armi biologiche specifiche per regione, hanno focolai naturali e possono essere trasmessi all’uomo, fatto che conferma quanto riportato sin dal 2013 dai rapporti del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (Служба безпеки України – СБУ; Služba Bezpeky Ukrayïny – SBU), che abbiamo citato nel nostro precedente articolo. In tutto gli Stati Uniti avrebbero speso oltre 200 milioni di dollari per portare avanti questi progetti in Ucraina, ma anche alcuni Stati europei, come la Germania, avrebbero preso parte a studi simili.
Sempre in base a quanto dichiarato dallo stesso Kirillov, la fretta con cui l’Ucraina ha lanciato la distruzione di tutti i ceppi di agenti patogeni in questi laboratori biologici americani risulta alquanto sospetta, e potrebbe indicare che in quei laboratori si svolgevano studi contrari alle convenzioni internazionali, al fine di rafforzare gli agenti patogeni e di renderli più facilmente trasmissibili alla popolazione di etnia slava. Inoltre, il fatto che i laboratori si trovassero in territorio ucraino avrebbe sollevato giuridicamente dalle proprie responsabilità il governo degli Stati Uniti d’America.
Le alte sfere della politica statunitense sapevano tutto questo, e hanno fatto finta di nulla. Pochi giorni fa, Victoria Nuland, portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, ha dichiarato quanto segue di fronte al Senato di Washington: “L’Ucraina dispone di strutture di ricerca biologica di cui temiamo che le truppe e le forze russe cercheranno di prendere il controllo. Quindi stiamo lavorando con gli ucraini su come poter impedire che questo materiale di ricerca cada nelle mani delle forze russe”. Come abbiamo detto, se si fosse trattato solo di batteri comuni noti agli scienziati di tutto il mondo, non ci sarebbe stato nessun bisogno di distruggerne i campioni.
Anche la Cina, oltre alla Russia, ha posto domande agli Stati Uniti, ma fino ad ora non ha ricevuto risposte. Ricordiamo che, dopo l’esplosione della pandemia di Covid-19 a Wuhan, gli Stati Uniti hanno accusato la Cina di aver prodotto il virus nel laboratorio del capoluogo dello Hubei. La Cina, però, ha risposto permettendo un’ispezione da parte degli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del laboratorio, smentendo tutte le accuse. A parti invertite, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Liqian ha chiesto lo scorso 8 marzo agli Stati Uniti di fare altrettanto con i propri laboratori: “Esortiamo ancora una volta la parte americana a chiarire completamente le sue attività di militarizzazione biologica in patria e all’estero”, ha affermato il diplomatico. “Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti controlla 336 laboratori biologici in 30 Paesi con il pretesto di lavorare insieme per ridurre i rischi di biosicurezza e rafforzare la salute pubblica globale. Avete sentito bene, 336“, ha sottolineato. Tuttavia, gli USA non hanno fornito alcuna risposta, né hanno aperto le porte di almeno uno dei propri 336 laboratori agli esperti internazionali.
Tornando alle dichiarazioni di Victoria Nuland, costei ha anche aggiunto di essere “al 100% sicura che, se ci sarà un attacco biologico, sarà colpa della Russia”. Una dichiarazione del genere sembra quasi un mettere le mani avanti per preparare l’opinione pubblica ad una sceneggiata simile a quelle che abbiamo visto in Siria: un falso attacco chimico per accusare il nemico di turno. Un attacco chimico o biologico, vero o presunto, verrebbe certamente utilizzato dai media occidentali per accusare Vladimir Putin di essere il nuovo Hitler, proprio come fatto in passato con Ṣaddām Ḥusayn o Baššār al-Asad.
Secondo il Ministero della Difesa di Mosca, lo scorso 9 marzo il gruppo terroristico neonazista noto come battaglione Azov avrebbe consegnato circa 80 tonnellate di ammoniaca ad un villaggio situato a nord-ovest di Charkiv, denominato Zoločev, forse per preparare un’esercitazione di un attacco con sostanze tossiche. Assisteremo presto ad una nuova messa in scena come quella siriana?
Giulio Chinappi, qui.

Com’era quella storia dello stato sovrano?
Poi ci sarebbe questa cosa qui del 21 febbraio, tre giorni prima dell’intervento russo: voi l’avete letta sui giornali? Vista alla televisione? Sentita commentare sui social con alti lai e generale esecrazione? NOTA: Putin ha riconosciuto l’indipendenza delle due repubbliche il 22 febbraio, l’intensificarsi dei bombardamenti ucraini sul Donbass (NON l’inizio: l’intensificarsi) risale al 17 febbraio. Ma quello che ha cominciato è stato Putin, che con la sua provocazione ha scatenato la messa in allerta dell’Ucraina. D’altra parte lo sappiamo da oltre due millenni e mezzo che superior stabat lupus.

La Repubblica Popolare di Doneck denuncia l’imminente invasione ucraina

L’esercito ucraino starebbe preparando un’invasione su larga scala del Donbass. Intanto proseguono i bombardamenti di Kiev che hanno anche provocato vittime tra la popolazione civile.

Siamo oramai al quinto giorno consecutivo di attacchi dell’esercito ucraino nei confronti delle repubbliche popolari del Donbass, la Repubblica Popolare di Lugansk (RPL) e la Repubblica Popolare di Doneck (RPD). Dalla mattina del 17 febbraio, infatti, le autorità delle due repubbliche autoproclamate hanno denunciato l’intensificarsi dei bombardamenti da parte delle forze di Kiev, vedendosi costrette a reagire con l’evacuazione della popolazione civile verso la Russia.
Secondo quanto affermato da Denis Sinenkov, capo della Milizia Popolare della RPD, l’Ucraina sarebbe pronta a lanciare un piano per l’invasione massiccia del Donbass con l’approvazione delle potenze occidentali. “Le forze armate nemiche sono pronte per l’acquisizione forzata del Donbass. Kiev, con l’approvazione dell’Occidente, ha iniziato a mettere in atto un piano per invadere il territorio della nostra repubblica“, si legge sul canale Telegram del dipartimento della Difesa della RPD.
Anche la missione della RPD presso il Centro congiunto per il controllo e il coordinamento ha confermato che le forze governative di Kiev hanno continuato a bombardare il territorio della repubblica nel corso della giornata di domenica. Alle 02:16 ora di Mosca, le forze ucraine hanno bombardato ancora una volta l’insediamento di Staromichajlovka, alla periferia occidentale di Doneck. Colpi di mortaio hanno raggiunto anche altri insediamenti circostanti la città di Doneck. Secondo le fonti locali, sarebbero stati registrati almeno otto bombardamenti solamente nelle prime cinque ore di domenica 20 febbraio.

Ivan Filiponenko, rappresentante ufficiale della Milizia popolare della RPL ha a sua volta annunciato che le forze armate dell’Ucraina hanno tentato di attaccare le posizioni della Milizia Popolare della repubblica. “Intorno alle 5 del mattino del 20 febbraio, le truppe della 79ma Brigata d’assalto aviotrasportata hanno tentato di attaccare le postazioni della milizia popolare nell’area dell’insediamento di Pionerskoe con l’attraversamento del fiume Severskij Donec. Come risultato dello scontro, il nemico ha subito perdite e si è ritirato“, ha affermato Filiponenko. “Le azioni illegali delle forze armate ucraine hanno portato alla distruzione di cinque edifici residenziali e vittime tra la popolazione civile”, ha aggiunto.
Il tocco di comicità a questa situazione tragica arriva da Josep Borrell, alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, il quale ha dichiarato che Bruxelles condanna il massiccio bombardamento delle infrastrutture civili nell’Ucraina orientale, ma che “elogia l’atteggiamento di moderazione dell’Ucraina” di fronte alle provocazioni. Insomma, quasi un incoraggiamento nei confronti del governo di Kiev a continuare con i bombardamenti indiscriminati contro le repubbliche popolari del Donbass.
La situazione di guerra che si respira nella regione del Donbass ha un unico grande responsabile, e questo è l’imperialismo occidentale. Il conflitto armato è solamente la conseguenza finale dell’espansione della NATO ad Oriente e del colpo di Stato perpetrato in Ucraina nel 2014 con il favore delle potenze occidentali, che ha portato ad una vera e propria guerra civile all’interno del Paese. Le regioni a maggioranza russofona non hanno avuto altra scelta se non quella di staccarsi dal governo di Kiev, al fine di evitarne le persecuzioni etniche in pieno stile nazista.
Non contento, l’Occidente imperialista, capeggiato da Washington, continua a gettare benzina sul fuoco diffondendo fake news sulle reali intenzioni della RussiaViktor Medvedčuk, leader dell’opposizione filorussa al governo di Volodymyr Zelens’kyj, ha chiaramente puntato il dito contro i responsabili: “I partner occidentali hanno guadagnato miliardi dall’isteria militare. In mezzo a questa isteria militare, gli Stati Uniti, il Regno Unito e altri Paesi che hanno aiutato l’Ucraina a resistere all’”imminente occupazione” sono riusciti a risolvere i loro problemi interni e a guadagnare buoni soldi. Hanno dato in pegno spazzatura militare non necessaria, locomotive vendute a prezzi gonfiati, firmato contratti commerciali redditizi“, ha scritto Medvedčuk attraverso i social media.
Secondo il politico, la campagna mediatica di notizie false su un’imminente invasione russa è costata 12 miliardi di dollari all’economia dell’Ucraina in cambio di un sostegno finanziario di soli 4 miliardi di euro proveniente da Unione Europea, Stati Uniti, Canada e Giappone: “Questa somma non coprirà le perdite di questa guerra virtuale. Inoltre, i partner occidentali hanno gettato l’Ucraina in un buco nero di debito praticamente senza fondo“. “Dopo un massiccio deflusso di capitali e investimenti, l’Ucraina sarà costretta a tornare ancora una volta dal Fondo Monetario Internazionale, diventando sempre più dipendente dall’assistenza finanziaria internazionale“, ha aggiunto Medvedčuk. In questo modo, l’Ucraina verrà definitivamente trasformata in una repubblica delle banane svenduta al capitale straniero.
Giulio Chinappi, qui.

E aggiungerei anche questa, del dicembre dell’anno scorso quando di Ucraina, mi sembra, non parlava nessuno.

L’Ucraina usata dalla NATO come spina nel fianco della Russia

Dal colpo di stato del 2014, l’Ucraina è divenuta uno strumento nelle mani delle potenze occidentali per dare fastidio alla Russia, fino al rischio di provocare uno scontro armato diretto.

Nell’ambito dell’espansione della NATO verso est, fino a spingersi ai confini della Russia, l’Ucraina ha un ruolo strategico importante, come dimostrano le tante risorse spese dai Paesi occidentali per sostenere i governi nati dalla rivoluzione colorata del 2013-2014, a sua volta fomentata dalle potenze del Patto Atlantico.. 
Aleksandr Fomin, vice ministro della Difesa della Federazione Russa, ha riassunto questa situazione nelle dichiarazioni rilasciate lo scorso lunedì. Il rappresentante del governo russo ha infatti affermato che la crisi ucraina è stata provocata dalla NATO, che ha usato tale situazione come pretesto per interrompere la cooperazione con la Russia: “Qualsiasi cooperazione con la Russia è stata interrotta da una risoluzione del Consiglio della NATO del 1° aprile 2014. Come pretesto, i nostri partner occidentali hanno utilizzato gli sviluppi in Ucraina, provocati dall’Occidente stesso“, ha detto.
Sono stati gli Stati Uniti e i suoi alleati a sostenere il sanguinoso colpo di stato in quel paese e a riconoscere la nuova amministrazione che è salita al potere illegalmente con il sostegno dell’Occidente“, ha aggiunto il viceministro Fomin.
I nodi cruciali della disputa tra Russia e Ucraina restano la Repubblica di Crimea, che dal marzo del 2014 è entrata a far parte della Federazione Russa attraverso un trattato di adesione, e le repubbliche popolari del Donbass, la Repubblica Popolare di Doneck (RPD) e la Repubblica Popolare di Lugansk (RPL), che hanno proclamato la propria indipendenza dall’Ucraina rispettivamente nell’aprile e nel maggio del 2014.
La propaganda antirussa in Ucraina e in Occidente ha portato alcuni media ad utilizzare queste dispute come pretesto per accusare Mosca di voler invadere il territorio ucraino. Il primo vice ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Dmitrij Poljanskij, ha risposto a tali accuse in occasione di una conferenza stampa tenuta martedì: “Per quanto riguarda i presunti avvertimenti che la Russia potrebbe invadere l’Ucraina, penso che questo problema possa essere risolto molto facilmente, perché è emerso nelle teste di alcuni politici, quindi morirà nelle teste di questi politici“, ha detto il rappresentante diplomatico. “Non c’è stata alcuna attività militare significativa contrariamente a tutte le accuse di questo tipo“, ha aggiunto Poljanskij.
Va notato come la Russia non abbia reagito militarmente nonostante le continue provocazioni provenienti dall’Ucraina e dalla forze NATO, in particolare in occasione delle esercitazioni militari tenute da quei Paesi nel Mar Nero. A tal proposito, Poljanskij ha sottolineato che anche la Russia è libera “di spostare le truppe e di condurre esercitazioni“. “Si tratta di un nostro diritto e non dobbiamo renderne conto a nessuno“.
Per quanto riguarda la regione del Donbass, il pacchetto di misure di Minsk (Minsk-2), firmato il 12 febbraio 2015, rappresenta la base giuridica per la risoluzione del conflitto nella regione. Il documento, oltre a un cessate il fuoco e al ritiro delle attrezzature militari, prevede una profonda riforma costituzionale in Ucraina con il conseguente decentramento del potere, tenendo conto dello status speciale delle regioni di Doneck e Lugansk, nonché dello svolgimento delle elezioni. Mentre la Russia continua ad insistere per l’applicazione delle misure previste, il piano non è stato attuato fino ad oggi a causa della posizione della parte ucraina che, contrariamente all’ordine stabilito dagli accordi di Minsk, si rifiuta di attuare i punti politici fino a quando non saranno risolte le questioni di sicurezza.
Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha recentemente ricordato che il governo ucraino si è rifiutato di sostenere l’accordo per il cessate il fuoco raggiunto nel luglio del 2020, che invece era stato immediatamente accolto con favore da parte dei governi de facto delle due repubbliche popolari. Lo stesso leader della diplomazia russa ha affermato che la Russia non esclude che l’Occidente voglia organizzare “una piccola guerra” in Ucraina e dare la colpa a Mosca per imporre sanzioni con questo pretesto: “Non escludo che ci sia un tale desiderio di alimentare sentimenti militaristi [in Ucraina] per organizzare una ‘piccola guerra’ e poi accusarci e imporre nuove sanzioni per sopprimere i nostri vantaggi competitivi“, ha detto Lavrov.
La posizione che hanno mantenuto l’Occidente e la NATO è insolente. Gli Stati baltici, i polacchi e gli ucraini li stanno chiaramente incoraggiando“, ha ancora detto il ministro degli Esteri. Come affermato dal presidente Vladimir Putin in una recente conferenza stampa, e come confermato dallo stesso Lavrov lunedì, i Paesi della NATO si vantano di aver fornito all’Ucraina 2,5 miliardi di dollari di munizioni e sistemi di combattimento dal 2014, con il chiaro intento di creare tensioni con Mosca.
Il culmine di questo processo potrebbe essere l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, fatto che verrebbe visto quasi come una dichiarazione di guerra da parte di Mosca. “Sembrano aver perso il senso della realtà e anche il buon senso, ma spero che non abbiano perso il senso di autoconservazione“, ha commentato il vice ministro degli Esteri russo Sergej Rjabkov, lasciando intendere che le potenze occidentali rischierebbero in questo modo di dare vita ad un grande conflitto armato con la Russia.
Giulio Chinappi, qui.

E infine alcune testimonianze, finalmente, di ciò che sapevamo fin dall’inizio: l’esercito di colui che i fedeli della religione del Pensiero Unico amano chiamare “eroe” usa i propri civili come scudi umani.

MARIUPOL: LE TESTIMONIANZE.

-Da dove siete arrivati?
Da Mariupol.
-Come ci siete riusciti?
I militari russi ci hanno portato qui.. Hanno aperto il sotterraneo del palazzo dove siamo stati e ci hanno lasciato uscire e hanno portato qui. Grazie a loro.
-e l’esercito ucraino vi ha aiutato?
-l’esercito ucraino ha sparato.
-hanno sparato proprio nel nostro palazzo, non ne voglio parlare.
-pensate, siamo stati chiusi nel sotterraneo del palazzo dal 26 febbraio.
Siete contenti che siete arrivati qui?
-Certo! Grazie.
Perché non siete usciti prima?
-perché non ce lo hanno permesso.
-perché hanno detto che non dobbiamo andare dove c’è l’esercito russo.
-Ucraina non dava il corridoio, non ci hanno permesso di uscire dalla città.
Lì, nel sotterraneo si soffocava
La bambina: mi prude la testa!
Eravamo 300 persone nel sotterraneo!
-sono venuti i militari ucraini da noi e hanno detto che tutto è bloccato e che non c’è via d’uscita.
Volevano che continuassimo a fare da scudo a loro.

NOTA: il burattino che governa l’Ucraina è di madrelingua russa. Quindi, oltre a tradire l’identità ebraica, oltre a tradire il popolo che dovrebbe governare, oltre a tradire tutti gli impegni presi, ha tradito anche l’identità russa. Bell’eroe vi siete scelti!

Comunque tranquilli: adesso arrivano i nostri soldati e vedrete come spezzeremo le reni alla Russia.

barbara

SALVATI DA ISRAELE 2

La seconda volta è stato undici anni fa, in Siria. Per chi segue la stampa ebraica sono fatti noti, ma i retroscena sono nuovi anche per noi.

Per capire l’emozione che come un’onda altissima ha investito Israele ieri mattina, quando a 11 anni di distanza sono stati resi noti i particolari della distruzione della base atomica siriana di Deir al Zur, bisogna mettersi nei panni di un padre che ha salvato il figlio da morte certa riprendendolo per un braccio, e questo figlio non è soltanto il popolo di Israele ma il mondo intero: infatti la sede della centrale, Deir al Zur, la città più grande della Siria orientale fu catturata dall’ISIS nel 2014 ed è rimasta nelle sue mani per più di tre anni. Immaginiamoci quindi non solo cosa sarebbe successo se oggi Assad, insieme ai suoi amici iraniani e Hezbollah, avesse nelle mani il plutonio e le strutture per la bomba atomica, ma anche quali pazzeschi ricatti i tagliagole avrebbero potuto imporre a tutti se Israele non avesse lanciato i suoi F16 e F15 in questa operazione di salvataggio del suo popolo e del mondo.
“È molto raro che il capo del Mossad chieda al Primo Ministro di vederlo immediatamente” racconta nel suo libro appena uscito l’ex premier israeliano Ehud Olmert  “stavolta mi disse” ecco lo smoking gun”. E sul tavolo si dispiegarono le incredibili foto rubate a Vienna a Ibraim Matman, il capo siriano dell’Operazione bomba, per cui quel cubo laggiù nel deserto, di cui né il Mossad né la CIA avevano indagato l’uso, si dimostrava  un reattore nucleare che nel giro di giorni, se non immediatamente, sarebbe stato in grado di fornire a quell’individuo pazzoide e feroce che è Assad di Siria la bomba atomica.
La tecnologia, fu subito chiaro era fornita dalla Corea del Nord, ma la timidezza dei servizi israeliani era legata all’incapacità, a suo tempo, di capire che il Pakistan aveva fornito a Gheddafi la possibilità di costruire il suo reattore.
Ma adesso Olmert vede la realtà dispiegata sul tavolo, la minaccia è immediata: il Mossad portò la “pistola fumante”. Tuttavia già la discussione ferve e Aman, i servizi militari, rivendica la sua parte nell’osservazione dei fatti che tuttavia non era giunta alla conclusione.
Il Mossad porta 30 foto rubate a Vienna dal computer del capo progetto siriano impegnato nel bar di un albergo con una signorina mentre vengono forzate la sua stanza e il suo computer.
Olmert dopo riunioni molto nervose, mentre soprattutto ci si interroga sul pericolo che la struttura sia già “calda” e quindi, se colpito e ridotto in fumo, in grado di contaminare tutto il Medio Oriente, parla con George Bush. Alla fine di una discussione gentile e simpatetica Bush dice tuttavia che gli USA tenteranno la strada diplomatica. Olmert risponde: “Noi sappiamo che la struttura è pronta a usare la bomba, e quindi dobbiamo agire subito”. Israele agisce da sola.
Il raid di otto velivoli contro quell’anonimo quadrato di cemento prende corpo pochi minuti dopo la mezzanotte fra il 5 e il 6 di settembre. Un complicato sistema elettronico confonde il sistema anti-aereo siriano, tonnellate di esplosivo distruggono fino nel profondo della terra il progetto imperialistico di uno dei peggiori tiranni del Medio Oriente, una struttura quasi identica a quella di Yonbyon in Nord Corea.
Adesso il velo del silenzio è stato sollevato, le due grandi agenzie segrete di Israele confliggono; Ehud Barak che era Ministro della Difesa si difende dalle accuse di Olmert di aver cercato di ritardare l’operazione. Israele è una società molto litigiosa, sempre. Resta il fatto che il mondo è già stato salvato dalla minacciata nucleare due volte dal coraggio di Israele: nell’81 con la distruzione della struttura di Osirak, in Iraq, dove Saddam voleva costruire l’arma del suo impero, nel 2007 da quella di Assad… Il seguito alla prossima puntata?
Fiamma Nirenstein, Il Giornale, 22 marzo 2018

Lo ricordo bene quel bombardamento “strano” sul quale la Siria, quella volta, non ha levato neppure le solite proteste formali, per non parlare di minacce di ritorsione: niente, silenzio assoluto, come se niente fosse accaduto. E proprio questo ha indotto, da subito, a supporre che il bersaglio fosse un impianto nucleare. Adesso abbiamo la conferma che ancora una volta, dopo il bombardamento di Osirak, Israele ha salvato il mondo intero (e poi sì, c’è stata una prossima puntata con un seguito).

barbara

ULTIME COSE (11/16)

Prima di chiudere i resoconti di questo viaggio, bisogna che racconti ancora un paio di cose. Per esempio di quando sono caduta. Ricordando che ero freschissima reduce della frattura alla vertebra, come già avevo ricordato qui. La vertebra si era saldata, ma la situazione generale era ancora estremamente precaria; in conseguenza di ciò, molte cose mi erano state categoricamente vietate, ma ho dovuto farle, nonostante il divieto, per esempio fare scale, e Gerusalemme, da questo punto di vista, è molto peggio di Venezia, perché a Venezia sono al massimo un paio di decine di gradini per volta, mentre a Gerusalemme sono anche qualche centinaio al colpo. E non avrei dovuto sollevare e portare pesi, ma anche se sono stata molto aiutata, come si fa ad evitarlo del tutto quando si gira con un trolley e uno zaino? Ma la cosa proprio vietatissima, assolutamente vietatissima, assolutissimamente vietatissima, era ovviamente cadere: quello proprio non doveva succedere. Ed è successo (ne avevo accennato qui). È successo a Zfat, dove la strada del centro è così,
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con le vecchissime pietre levigate da milioni, decine di milioni, forse centinaia di milioni di piedi, rese simili a marmo cosparso di talco, e con quel piccolo gradino fra il canale di scolo centrale e le due parti laterali. E stato esattamente lì che ho posato il piede, e sono caduta in avanti. Non mi sono fatta male, per niente: avendo lo zaino in spalla, avevo le mani libere e le ho portate in avanti, e le ginocchia, martoriate dall’incidente di tre anni fa, non le ho quasi neanche posate. Ma l’unica cosa che avevo in mente era che “non doveva succedere”. Non doveva succedere ed era successo, e sono entrata in una sorta di stato di shock, ho cominciato a tremare convulsamente, quasi incapace di parlare, due compagni di viaggio, i più vicini a me, si sono precipitati ad aiutarmi a rialzarmi ma io restavo ferma lì, continuando a ripetere no, aspetta. Alla fine mi sono lasciata sollevare, la proprietaria del negozio di fronte al quale ero caduta ha portato una sedia, e poi un bicchier d’acqua. Ed è stata una cosa abbastanza buffa, perché proprio in quel negozio ero stata l’anno prima, a comprare un paio di cose, perché era pieno di cose bellissime, e mi ero fermata abbastanza a lungo (il resto del gruppo era andato a visitare le sinagoghe, che io avevo già visto, e quindi avevo tempo) per via della signora del negozio, persona straordinariamente interessante. Sentendomi parlare in italiano, mi si era rivolta in questa lingua, spiegandomi poi che era mezza italiana e mezza tedesca, nata cattolica e convertita all’ebraismo ortodosso. In occasione della caduta e delle sue ripercussioni, non avrei potuto imbattermi in una persona più adatta: calma, dai movimenti armoniosi, dalla voce bassa e calda, è quel tipo di persona che rilassa solo a guardarla. Ogni tanto qualche turista italiano, sentendola parlare così bene la nostra lingua, le dice “Parla bene l’italiano!” (immaginare che una persona che parla italiano possa essere per caso italiana, richiede evidentemente uno sforzo di fantasia troppo grande per certa gente), e lei, atteggiando il viso allo stesso stupore dei suoi interlocutori: “Anche voi”. Anche se non è nata ebrea, l’umorismo ebraico lo ha, a quanto pare, assorbito tutto. Quando ci ero stata la prima volta, mi aveva chiesto da dove venissi: domanda che, nel mio caso, può avere varie risposte: da dove arrivo in questo momento, di dove sono originaria, dove ho vissuto la maggior parte della mia vita… Sicché ho risposto: “È una storia lunga”. E lei, pronta: “Da dove comincia?” Realizzando così un importantissimo insegnamento dell’ebraismo: le domande sono molto più importanti delle risposte perché se vuoi avere risposte utili, devi fare le domande giuste. L’ho apprezzata poi in particolar modo quando un compagno di viaggio, dopo avere scambiato una breve chiacchierata con lei, le ha porto la mano per salutarla. Evidentemente ignorava che fra gli ortodossi non sono ammessi contatti fra uomini e donne: niente baci, niente abbracci, niente strette di mano (è per questo che di solito gli ortodossi si sposano giovanissimi, e raramente un fidanzamento dura più di due mesi: perché le regole sono regole e vanno rispettate, ma anche gli ormoni sono ormoni, e hanno il sacrosanto diritto di essere rispettati). La signora ha avuto un attimo di esitazione, indecisa fra il rispetto di una regola religiosa e quella che l’altro avrebbe sicuramente percepito come una incomprensibile scortesia e sarebbe quindi stata, di fatto, una scortesia; solo un attimo, poi ha porto la mano e ricambiato il gesto (pochissime fra le donne ortodosse che conosco avrebbero fatto altrettanto. Naturalmente avrebbero spiegato, molto gentilmente, il motivo per cui non prendevano quella mano tesa, ma non l’avrebbero presa). Ah, dimenticavo: tra l’altro era anche molto bella.

E poi devo raccontare di Moti, la nostra guida. A cui per ben due volte ho mandato ogni sorta di maledizioni possibili quando di sua iniziativa, senza consultarci e senza neppure informarci, ha ordinato la sveglia per tutto il gruppo. La prima volta avevo impostato quella del cellulare per mezz’ora più tardi, e quel brusco risveglio anticipato è stato un vero trauma. Gliene ho dette di tutti i colori e lui ha promesso che da quel momento in poi l’avrebbe fatta dare solo a chi voleva. Il giorno dopo una parte del gruppo doveva andare a visitare Masada e una parte in spiaggia sul mar Morto; io ovviamente avevo programmato di andare al mare, e avevo messo la sveglia alle otto, e di nuovo mi arriva la sveglia alle sei. E quella volta ho avuto una vera e propria crisi isterica, e ne ha fatto le spese chiunque mi sia arrivato a tiro per un bel po’ di ore successive. E poi c’è stata la volta che prima di andare a mangiare ha accompagnato alcuni a cambiare i soldi. Dovevano impiegare una decina di minuti, ma poi si sono divertiti a scommettere su non ricordo più che cosa e dopo un’ora non erano ancora tornati. E io non posso stare più di quel tanto senza mangiare, e la scorta per le emergenze che avevo portato con me, l’avevo già esaurita, sicché ad un certo punto ho cominciato a dare fuori di testa. Uno aveva una caramella e me l’ha data, un altro un biscottino, ma io avevo bisogno di mangiare. E quando finalmente sono tornati e siamo arrivati al posto in cui si poteva mangiare, la mia resistenza era completamente esaurita, e le ginocchia hanno cominciato a scendere. Per fortuna Eyal era proprio di fianco a me: mi ha raccattata su prima che arrivassi al pavimento e portata di peso fino a una sedia e mi ha ordinato lui due panini, su cui mi sono buttata come una lupa famelica. Però era simpatico, faceva cose originali come quella della recita in costume a Beit Shean, di cui ho già parlato, o l’impasto con farina e uova per mostrare come si è formato il monte Sodoma. Ed era veramente molto bravo come guida, oltre ad avere uno straordinario senso dell’umorismo. È stato grandioso la volta che rivolgendosi a un membro del gruppo, teologo (credo autodidatta, ma comunque molto preparato), gli ha posto un quesito “che da tanto tempo mi tormenta, e non trovo risposta”: perché Gesù chiede per ben tre volte a Pietro se lo ama? E il povero Ennio lì a distillare spiegazioni, interpretazioni, esegesi… E lui: “Ma tutto questo, sai, non mi convince mica più di tanto. A me però viene in mente un’altra cosa”; prende il vangelo e legge il brano della guarigione, da parte di Gesù, della suocera di Pietro: “Ecco, nessuno mi toglie dalla testa che Gesù avesse una gran paura che Pietro non gliel’avesse perdonata, e per questo ha così tanto bisogno di essere ripetutamente rassicurato”.

E poi bisogna che racconti della visita al Golan. Ci sono stata molte volte, nella maggior parte dei miei viaggi in Israele, ma questa volta è successo qualcosa che non era mai successo nei viaggi precedenti: i cannoneggiamenti su Damasco.
Golan-Damasco
Che tutti leggono sui giornali, che tutti vedono e sentono in televisione, ma essere lì, essere fisicamente lì, e sentire con le proprie orecchie, dal vivo, che lì si sta bombardando, che lì si sta uccidendo, è proprio un’esperienza radicalmente diversa. Noi eravamo lì, vedevamo Damasco a occhio nudo, e a orecchie nude sentivamo bombardare. Una cosa veramente da dare i brividi alla schiena.

barbara

 

A DAMASCO C’È UN HITLER DA DESTITUIRE

Il Giornale, 05 aprile 2017

Ha una data di nascita il seme della sofferenza disumana dei bambini che ieri sono morti strangolati dal gas Sarin, alla mercé del gas nervino che procura un’agonia fra indicibili sofferenze. Ha una data quella sicumera hitleriana per cui Assad ha deciso di bombardare Khan Sheikun, nella provincia di Idlib nelle ore del mattino di ieri, e poi di inseguire i feriti con altre bombe negli ospedali dove i medici cercavano, in molti casi invano, di affrontare il gas, invincibile nemico dell’organismo umano. Ma per Assad che ha fatto il 70 per cento dei morti nel conflitto siriano, questa è routine. E lo sta diventando per tutti; che immensa vergogna.
Fu quando nel settembre 2013 Obama annunciò con la sua consueta assertività di toni e di principi che l’accordo stretto con Assad di Siria avrebbe consentito di «rimuovere la minaccia senza usare le armi», che il rais siriano si accomodò sulla sua poltrona a Damasco sicuro che avrebbe potuto fare quel che voleva col sostegno di Putin il grande; degli iraniani, icona della mano tesa degli Usa all’islam; degli Hezbollah milizia la cui ferocia si diparte dal Libano per colpire tutto il mondo.
Obama con quel discorso rinnegò la promessa da lui fatta di intervenire militarmente se il rais siriano avesse di nuovo superato «la linea rossa» ovvero l’uso delle armi chimiche con cui aveva ucciso mille persone a Damasco. Kerry aveva spiegato come si sapesse benissimo che l’uso del gas sarin e di altre porcherie chimiche usate dall’esercito di Assad avesse ucciso quei civili atrocemente perché erano contro il regime.
Fu allora, nel 2013, che la vicenda siriana acquistò sempre più dimensioni bibliche, che furono incrementate le stragi, che l’abbandono di Obama ha spinto Putin a una decisa politica mediorientale, ha gonfiato l’ondata di profughi terrorizzati che ha travolto l’Europa, ha reso l’Iran una potenza militare in cinque Paesi con un’estensione terroristica negli Hezbollah. Assad si approfittò bene della tregua, prese tutto il tempo a disposizione e ancora di più per consegnare parte delle armi chimiche, si calcola tuttavia che da quell’agosto del 2013 con quello che era riuscito a conservare abbia compiuto un’altra quarantina di attacchi con i suoi Sukoi 22.
Da quando la tregua è in atto, ieri è stata una giornata un po’ più pesante del solito: i morti sono un centinaio, mentre in genere Assad ha conservato una sua media di 35 morti al giorno, sempre alla ricerca di bersagli come quello di ieri in seno alle quali individua organizzazioni nemiche come Hayat Tahrir al Sham, che ha sede a Idlib, ma sempre allargando l’obiettivo ai civili e anche ai bambini. L’attacco di ieri è un segnale molto pesante di quanto Assad, da quando Obama decise di non fermarlo, si senta sicuro.
Non teme di riempire il mondo di disgusto e di rabbia. Se ne infischia. Anche Trump, avendo condannato l’attacco, non ha tuttavia annunciato nessun cambiamento di rotta politica. L’ipotesi più probabile è che specialmente dopo l’attacco terrorista di lunedì alla Russia di Putin, forse una reazione islamista al suo impegno militare contro l’Isis in Siria, Assad abbia agito, se non con il permesso, almeno certamente senza ricevere nessun divieto dai suoi alleati russi. E non ha nemmeno temuto di avvicinarsi al confine della Siria con la Turchia: tanto gli è favorevole la geopolitica del momento.
Ma questo è orribile, come si fa a non conservarne la coscienza e a desiderare una reazione? Come si può intenerirsi per quel povero bambino, figlio di tutti noi, affogato e gettato dai flutti sulla spiaggia, e non per le creature uccise dal gas? I bambini di Idlib sono soli di fronte al mondo, nessuno segnerà una linea rossa dopo il fallimento del 2013, se non muoiono in un attacco chimico o in un bombardamento verranno avvolti, su acque in tempesta, dalla coperta della fuga sunnita che investe l’Europa.

Fiamma Nirenstein

Analisi corretta (a parte l’attribuzione dell’ondata di “profughi” che ci stanno invadendo, alla Siria e alle sue vicende), profezia sbagliata: a differenza del suo predecessore, tutto chiacchiere sorrisi ammiccamenti e niente fatti, Trump mi ha immediatamente ricordato il motto di uno stemma che devo ancora avere da qualche parte:
aerob1
veloce, deciso, preciso, centrando perfettamente il bersaglio. Senza proclami urbi et orbi. Come ha detto qualcuno, c’è un nuovo sceriffo in città, ed è bene che tutti se ne accorgano. La stessa Fiamma ne ha dato atto nell’articolo successivo. Personalmente approvo incondizionatamente l’intervento di Trump; come ho già scritto altrove: come qualunque genitore e qualunque insegnante sa perfettamente, non c’è cosa più disastrosa del minacciare e poi non mettere in atto la minaccia. È quello che Obama ha fatto per due interi mandati, stabilendo linee rosse e restando inerte ogni volta che queste venivano superate, dando così un’esplicita autorizzazione ad andare oltre, e il risultato è la macelleria in cui si è trasformato l’intero Medio Oriente, la cui fine è difficile in questo momento ipotizzare. L’intervento di Trump, al di là di ogni considerazione (giusto/sbagliato, efficace/inefficace, buono/cattivo) è, molto semplicemente, LA COSA CHE ANDAVA FATTA, e lui l’ha fatta (e comunque la ritengo una cosa buona, efficace e giusta). Altre opinioni, con qualche sfumatura di differenza nei dettagli, ma pienamente concordi nel merito, sono quelle di Ugo Volli, di Paolo Mieli e di “Parsifal”, tutte e tre meritevoli di essere lette.

barbara

BOMBARDAMENTI INDISCRIMINATI?

Civili bersagliati? Guardate questa immagine
QG-hamas
Arrivano persino a cancellare un’operazione già avviata, nel momento in cui si accorgono che quei vermi hanno piazzato dei civili come scudi umani

Video rubato qui. E adesso andate a leggere tutto l’articolo: è un ordine.
(Poi, con tutto questo risparmiare vittime civili, i poveri palestinesi sono costretti a fabbricare cose come questa)

barbara

9 SETTEMBRE 1940: BOMBARDAMENTO ITALIANO DI TEL AVIV

Judith Levy, Ed.

Su Haaretz di oggi c’è un articolo interessante sulla ricorrenza storica odierna. Il 9 settembre 1940, otto anni prima della nascita dello stato di Israele – quando la terra da cui scrivo questo post era ancora parte del mandato britannico – l’aeronautica italiana bombardò Tel Aviv, uccidendo 137 persone. Questa non fu l’unica volta in cui la Palestina mandataria venne colpita – Haifa ha subito una dozzina di incursioni aeree italiane durante l’estate del 1940 – ma fu quella di gran lunga la più costosa in termini di perdita di vite.
BOMB-IT-TEL AVIV
Il contesto, in breve. A metà del 1940 la Germania era in fase ascendente, avendo invaso l’Europa occidentale in maggio. Il Belgio e l’Olanda si erano arrese in fretta, e più di 300.000 soldati francesi e inglesi erano state evacuati dalle spiagge vicino a Dunkerque. Nel mese di giugno, i tedeschi erano entrati a Parigi, senza incontrare resistenza. All’inizio dell’estate tutta la Francia settentrionale e l’intera costa atlantica francese fino alla Spagna erano occupate dai tedeschi.
Nel frattempo, il Ghetto di Lodz era stato sigillato il 1° maggio, e il 20 maggio il campo di concentramento di Auschwitz nella Polonia occupata era diventato operativo.
Per tutta l’estate del 1940 e all’inizio dell’autunno, Hitler era ancora intenzionato a invadere la Gran Bretagna, progetto che richiedeva la preventiva distruzione delle difese aeree della Gran Bretagna. Alla fine Hitler non riuscì a realizzare la superiorità aerea sulla RAF e l’invasione tedesca delle isole britanniche fu definitivamente accantonata; ma all’inizio di settembre 1940, il destino della Gran Bretagna era ancora in bilico.
Il 7 settembre, la Luftwaffe cominciò il Blitzkrieg – 57 notti consecutive di bombardamento aereo della città di Londra. E il 9 settembre l’Italia – che aveva aderito all’Asse in giugno e subito aveva firmato il patto tripartito con Germania e Giappone – bombardò Tel Aviv, nella Palestina sotto controllo britannico.
I britannici avevano fornito ai residenti opuscoli di istruzioni su come rispondere a un’incursione aerea o un attacco con gas, ma non avevano autorizzato gli ebrei a portare armi (non che fucili o pistole avrebbero aiutato molto durante un bombardamento). Più precisamente, non c’erano difese antiaeree nella Palestina mandataria.

Haaretz descrive così l’attacco:

Il 9 settembre ha avuto luogo il raid alle 16:58 ed è durato tre minuti, durante i quali sono state sganciate 32 bombe da 10 bombardieri italiani Cant Z1007bis. La particolarità di questo attacco è che tutte le bombe sono cadute su zone residenziali, principalmente nel quartiere delle vie Bograshov e Trumpeldor, mentre nessuno ha colpito il porto di Giaffa, ossia l’obiettivo naturale. (Questo non ha impedito agli italiani di rilasciare una dichiarazione attestante che “durante il raid su Giaffa, installazioni del porto sono state colpite provocando vasti incendi.”)

Secondo lo storico italiano Alberto Rosselli, la destinazione originale dei bombardieri era infatti Haifa, con il suo porto e le raffinerie, ma gli aerei italiani vennero intercettati da aerei britannici. Gli italiani ricevettero quindi l’ordine di scaricare le bombe sul porto di Tel Aviv prima di tornare alla base, e il fatto di avere colpito bersagli residenziali fu semplicemente un errore. Fu colpito anche il villaggio palestinese di Sumail, che si trovava in quello che oggi è Ramat Aviv. Sette delle vittime del bombardamento, cinque delle quali bambini, erano da lì.
…Alla mattina del 10 settembre, un martedì, erano stati recuperati 100 corpi; 53 delle vittime erano bambini. Nei giorni e settimane successivi, altri 30 residenti di Tel Aviv morirono a causa delle ferite…
Condanne dell’attentato vennero da Winston Churchill, primo ministro britannico e dal Presidente Franklin D. Roosevelt. Quella stessa settimana, per coincidenza, i britannici iniziarono a reclutare ebrei residenti del paese per sottoporsi all’addestramento militare e combattere con gli alleati. Diversi giorni dopo l’attacco di Tel Aviv, aerei britannici effettuarono incursioni di rappresaglia contro le basi italiane a Rodi e Leros.
All’epoca molti ebrei in Palestina desideravano aiutare i britannici nella lotta contro l’asse, ma i britannici erano estremamente riluttanti a permettere la creazione di una Brigata ebraica. (Ricordate che il libro bianco era ancora in vigore). Una Brigata ebraica non nacque all’interno dell’esercito britannico fino al 1944, quando Churchill – “colpito dallo sterminio degli ebrei ungheresi [e]… sperando di impressionare l’opinione pubblica americana,” secondo lo storico Rafael Medoff – acconsentì a costituirlo. Il primo impegno della Brigata ebraica fu nel novembre 1944, quando raggiunge l’ottava armata britannica nell’offensiva finale contro i tedeschi nella campagna italiana. (qui, traduzione mia, e grazie alla segnalazione del prezioso Primo Fornaciari. Qui qualcos’altro sulla Brigata Ebraica)
memoriale Tel Aviv

barbara