A UN ANNO DA QUEL FAMOSO TERRIBILE SEI GENNAIO

In cui i crimini di Donald Trump hanno ampiamente superato quelli di Eichmann e Mengele e Idi Amin Dada messi insieme. Due interessanti articoli che, a un anno di distanza, fanno il punto della situazione.

Tucker Carlson: La fissazione dei Democratici sul 6 gennaio rivela quale sarà la loro strategia per le midterm

Perché i Repubblicani non dicono nulla in contrario?

Questo articolo è adattato dal commento di apertura di Tucker Carlson dell’edizione del 5 Gennaio 2022 di “Tucker Carlson Tonight”.

Oggi è il 5 gennaio – o, come verrà d’ora in avanti conosciuto da tutti i popoli civilizzati del mondo, il 6 gennaio. Stasera, a mezzanotte, tra poche ore, inizieremo la prima delle tante commemorazioni annuali delle orribili atrocità che hanno avuto luogo esattamente un anno fa al Campidoglio degli Stati Uniti.
Come si commemora una cosa del genere – un evento che cambia la storia, orribile da pensare, ma così significativo nella vita del paese? Il conteggio dei morti è la tradizionale unità di misura.
Quando la nazione è stata colpita da perdite inimmaginabili negli anni passati, è così che le ricordiamo: 40.000 vittime a Gettysburg2.400 morti Pearl Harbor. Quasi 3.000 americani morti l’11 settembre.
Ma questo è un nuovo tempo, un’epoca diversa. Quelle metriche antiquate non funzionano più mentre osserviamo un minuto di silenzio per i caduti del 6 gennaio.
Il 6 gennaio quanti ne abbiamo avuti… beh, vediamo, in realtà c’è stata solo Ashli Babbitt. Ashli Babbitt non era un soldato dell’Unione, o un marinaio della corazzata Arizona, o un eroico pompiere che si è precipitato in una torre di uffici che stava crollando. Era solo un’elettrice di TrumpEra disarmata. È stata colpita a morte senza preavviso da un agente di polizia di Capitol Hill in una storia ben documentata di quello che è stato un comportamento sconsiderato. Ashli Babbitt è stata la vittima del 6 gennaio.
Ma, onestamente, e quindi? Non si tratta di numeri, vero? Non si tratta di quante persone sono state uccise il 6 gennaio. Infatti, la lista di coloro che non sono stati uccisi quel giorno è piuttosto lunga. Include tutti i 535 membri del Congresso, così come il loro staff e l’intera stampa che era al seguito. Nessuno di loro è morto. Sono tutti ancora in giro. Ma, di nuovo, a chi importa? Non si tratta di contare i cadaveri.
Si tratta di sentimenti – di come si sentono i sopravvissutispecialmente dei reporter che sono sopravvissuti. I sentimenti dei reporter di Washington contano molto in America. Certamente contano molto di più di come vi sentite voi in questo momento. Come vi sentite voi, come probabilmente avrete già capito, è totalmente irrilevante per chiunque. Non importa a nessuno. Ma i giornalisti di Capitol Hill? A loro importaE sono sconvoltiMolti non si sono ancora ripresi da quello che hanno visto quel giorno. Quando si coricano per dormire la notte, le orribili immagini si ripetono in loop dietro le loro palpebre: Il tuono assordante delle raffiche di cannone. Il fumo del fuoco d’artiglieria spietato che oscura il sole. Le urla dei feriti che chiamano i loro cari, che riecheggiano come una colonna sonora demoniaca contro le pareti della hall della Speaker. L’inferno in un posto molto ristretto.
A meno che non siate stati lì, non potete capire come sia stato. Immaginate l’offensiva del Tet, più Falluja, più la notte prima del Ringraziamento al Whole Foods. Il 6 gennaio, non potevi dire chi fosse il nemico, a meno che non abbassavi lo sguardo e vedevi che aveva comprato le scarpe in un Walmart. Allora lo sapevi. Ma per il resto, era la nebbia della guerraamici miei.
Kasie Hunt era lì quel giorno. La Hunt è ora qualcosa che si chiama “capo analista degli affari nazionali” alla CNN. Come veterana dell’assedio del Campidoglio, la Hunt ha preso il suo profilo Twitter per dare speranza ai suoi compagni sopravvissuti. “Domani sarà dura per quelli di noi che erano lì o avevano i loro cari nell’edificio. Pensando a tutti voi e trovando la forza di sapere che non sono sola in questo….#6gennaio”
Questo è solo un tweet. Ma un giorno, bisogna che lo sappiate, perché questo è un paese pieno di speranza, la Hunt e i suoi compagni sopravvissuti al massacro insurrezionale del 6 gennaio si riuniranno in qualche modo più formale: Riunioni annuali, tenute all’ombra di un memoriale sul 6 gennaio di Washington, quello che costruiranno una volta abbattuto il Washington Monument per costruirlo. La Hunt e i grigi veterani del Washington Post e di Bloomberg News, di POLITICO, del The Daily Beast e dell’Atlantic Magazine alzeranno i loro artigli bianchi come una cosa sola, e ricorderanno come hanno ingannato la morte quel terribile giorno.
Okci fermiamo. È troppo imbarazzante. Proviamo vergogna anche solo a prenderci in giro. E infatti, come questione politica, l’anniversario del 6 gennaio non è uno scherzoÈ una cosa molto seriaFingere che una protesta sia stata in realtà un colpo di stato fallito è l’intera strategia del Partito Democratico per vincere le elezioni di midterm di quest’anno. A questo punto, è tutto ciò che hannoGovernare non ha funzionato. Ecco perché il procuratore generale degli Stati Uniti, uno degli uomini più politici di Washington, ha annunciato che il Dipartimento di Giustizia continuerà a molestare e ad arrestare le persone che hanno votato per Donald Trump.
MERRICK GARLAND“Il Dipartimento di Giustizia rimane impegnato a ritenere tutti i perpetratori del 6 gennaio, a qualsiasi livello, responsabili secondo la legge – sia che fossero presenti quel giorno o che fossero altrimenti penalmente responsabili dell’assalto alla nostra democrazia. Seguiremo i fatti ovunque ci condurranno”.
Tutti i responsabili“. Il Dipartimento di Giustizia ha già avuto la sua più grande caccia all’uomo nella storia. John Dillinger (un famigerato gangster americano degli anni venti, n.d.r.) starà ridendo dalla sua fossa all’inferno. Quella sul 6 gennaio sorpassa nettamente quella a Dillingere batte anche la caccia all’uomo dopo l’11 settembreSupera tutte le cacce all’uomo. Così la gente che stava lì a scattare foto con il telefonino è stata presa dall’FBI, alcuni di loro sono stati mandati in prigione, ma non sta ancora finendo, c’è ancora altro da fare.
Ma naturalmente, Merrick Garland non parla mai da solo. Il coro si unisce sempre a lui, perché si muovono sempre come un tutt’uno.
Frank Figliuzzi, per esempio, è stato un alto funzionario dell’FBI che ora lavora alla NBC News, ha twittato questa previsione/osservazione: “AG fa riferimento al Watergate. Capito? Merrick Garland si impegna a perseguire i sospetti del 6 gennaio a ‘qualsiasi livello’”. Un ex dirigente della NBC di nome Mike Sington ha scritto: “Non perdete la speranza, Trump potrebbe ancora essere arrestato“.
Arrestato per cosa? Immagino che non ci fosse spazio nel tweet per spiegare. Ma basta solo arrestato. Le persone cattive dovrebbero essere arrestate, questo è il punto. La cosa interessante è che ci sono un sacco di veri criminali che non hanno avuto spazio nel discorso di Garland.
Garland non ha fatto alcuna menzione del “pipe bomber” del 5 gennaio – Stiamo osservando l’anniversario del pipe bomber proprio ora. Quell’individuo è stato catturato – diremmo uomo ma non vogliamo entrare nello specifico nell’ambiente attuale – da un nastro di sorveglianza. Ha usato il suo telefono diverse volte. È tutto rintracciabile. Dov’è quella persona? Merrick Garland non ne ha parlato.
Ecco su cosa si è concentrato invece:
MERRICK GARLAND: “Abbiamo ricevuto più di 300.000 soffiate -+da cittadini comuni, che sono stati i nostri partner indispensabili in questo sforzo. Il sito web dell’FBI continua a pubblicare foto di persone in relazione agli eventi del 6 gennaio, e continuiamo a cercare l’assistenza del pubblico per identificare questi individui.”
Assicuratevi di controllare il sito web dell’FBIStanno pubblicando le fotoe non di persone che effettivamente lavorano per loro e che erano lì quel giorno. Non solo stanno pubblicando foto, le stanno togliendo dal sito, compresa la lista dei più ricercati. Ricordate Ray Epps? È in video diverse volte che incoraggia crimini, rivolte, violazioni del Campidoglio il 6 gennaio. Era sul sito dell’FBI. Ora è sparitoNon è stato accusato di nulla, a quanto pare. Perché? Questa è una buona domanda. Nessuno al Congresso sembra preoccuparsianche i senatori Repubblicani presunti conservatori.
Cosa sono impegnati a fare? Beh, sono impegnati a ripetere i punti di discussione che Merrick Garland ha preparato per loro.
SEN. TED CRUZ: “Ci stiamo avvicinando ad un solenne anniversario questa settimana ed è un anniversario di un violento attacco terroristico al Campidoglio, dove abbiamo visto le donne e gli uomini delle forze dell’ordine dimostrare incredibile coraggio, incredibile audacia, hanno rischiato la vita per difendere gli uomini e le donne che servono in questo Campidoglio.”
Siamo onesti, tutti i conservatori apprezzano Ted Cruz. Può non piacervi, ma dovete apprezzarlo. È legittimamente ritenuto intelligente, ed è una delle persone più capaci a servire al Congresso, forse la più capace. Non usa una sola parola a caso. Ogni parola che Ted Cruz usa è usata intenzionalmente, è un avvocato.
Ha descritto il 6 gennaio come un “violento attacco terroristico“. Tra tutte le cose che il 6 gennaio è stato, non è stato sicuramente un violento attacco terroristico. Non è stata un’insurrezione. È stata una rivolta? Certo, ma non è stato un “violento attacco terroristico“Mi dispiaceAllora perché ci stai dicendo che lo è stato, Ted Cruz? E perché nessuno dei tuoi amici Repubblicani che dovrebbero rappresentare noi e tutte le persone che sono state arrestate durante questa epurazione sta dicendo qualcosa?
Che diavolo sta succedendo qui? Ci state facendo credere che il Partito Repubblicano sia inutile come sospettavamo. Non può essere vero. Rassicuraci, per favore, Ted Cruz. (Qui)

Byron York – È la settimana del 6 gennaio e la caccia a Donald Trump continua

Giovedì 6 gennaio 2022 si è celebrato il primo anniversario della rivolta del Campidoglio. La Speaker della Camera Nancy Pelosi e i Democratici avevano pianificando una serie di eventi per commemorare l’occasione. Joe Biden ha tenuto un discorso. L’ex presidente Donald Trump doveva tenere una sua conferenza stampa (poi annullata). I media ne parleranno per tutta la settimana.
Ma la cosa più importante al momento in corso è il Comitato sul 6 gennaio della Camera. Soprattutto, i Democratici della Camera che hanno creato il comitato vogliono usarlo per processare Donald Trump – o, almeno, assicurarsi che gli sia legalmente proibito di ricandidarsi alla presidenza nel 2024 o, in mancanza di ciò, danneggiandolo politicamente così tanto da farlo perdere comunque anche se riuscirà a ricandidarsi.
Come conseguire questi obiettivi? Con il loro primo impeachment di Trump tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, alcuni Democratici avevano esplicitamente espresso la propria fiducia che il Presidente ne sarebbe rimasto così severamente macchiato da quell’impeachment tanto da non poter vincere la rielezione. Poi, dopo che Trump ha effettivamente perso nel novembre 2020, seguito dal suo rifiuto di accettare il risultato delle elezioni, e poi dalla rivolta del Campidoglio, speravano che un secondo impeachment avrebbe portato alla sua interdizione dal ricoprire nuovamente una carica pubblica.
Non è successoDonald Trump rimane, al momento, il principale candidato potenziale alle primarie presidenziali dei Repubblicani del 2024.
Ed è qui che entra in gioco il Comitato sul 6 gennaio.
I membri del comitato, i Democratici più i loro alleati Repubblicani selezionati personalmente da Nancy Pelosi, Liz Cheney e Adam Kinzinger, stanno cercando una qualsiasi ragione per sostenere delle accuse penali contro Donald Trump. Sembra aspettassero una decisione da parte di Trump se attendere o meno fino a dopo le ore 16:00 del giorno della rivolta – esattamente le 16:17 – per pubblicare un video che invitava i rivoltosi a ritirarsi e a tornare a casa.
La violenza si è svolta quel pomeriggio“, ha detto Liz Cheney il mese scorso. “Ma per 187 minuti il Presidente Trump si è rifiutato di agire“. Questi 187 minuti, a cui Cheney si riferisce spesso, sono apparentemente le tre ore e sette minuti che intercorrono tra la parte del discorso in cui Trump ha invitato i suoi sostenitori a protestare “pacificamente” al Campidoglio ed il video delle 16:17 in cui dice loro di andarsene. Durante questo periodocontrariamente all’affermazione fatta da Liz CheneyTrump aveva twittato due volte – una volta, alle 14:38, dicendo: “Per favore sostenete la nostra polizia del Campidoglio e le forze dell’ordine. Sono veramente dalla parte del nostro Paese. Rimanete pacifici!” e poi, alle 15:13, dicendo: “Sto chiedendo a tutti al Campidoglio di rimanere pacifici. Nessuna violenza! Ricordate, noi siamo il partito della legge e dell’ordine – rispettate la legge e i nostri grandi uomini e donne in uniforme. Grazie!” Infine, alle 16:17Trump ha postato un video in cui ha chiesto ai rivoltosi: “Ora dovete andare a casa. Dobbiamo riportare la pace. Dobbiamo ripristinare la legge e l’ordine”.
Liz Cheney non conta quei tweet – all’epoca forse la principale modalità di comunicazione di Donald Trump – nella sua formulazione della sua teoria dei “187 minuti”. Invece, dice che il fallimento di Trump nel chiedere immediatamente e con più decisione il ripristino dell’ordine ammonti ad una “negligenza del dovere” che potrebbe essere punita dalla legge ed usata per squalificare Trump dal ricoprire nuovamente la carica di Presidente.
Avrebbe potuto dire loro di ritirarsi“, ha detto Liz Cheney di Trump sulla ABC News domenica 2 gennaio. “Avrebbe potuto dire loro di andare a casa – e non l’ha fatto. È difficile immaginare una negligenza più significativa e più grave di questa”.
Liz Cheney ha notato che alcuni membri del Congresso, così come gli aiutanti di Trump e persino la famiglia del Presidente lo stessero esortando a fare una dichiarazione televisiva. “Qualsiasi uomo che non lo faccia… è chiaramente inadatto alla carica anche in futuro, chiaramente non potrà mai più trovarsi da nessuna parte nelle vicinanze dello Studio Ovale”, ha detto.
Liz Cheney stava solo esprimendo una sua opinione oppure delineando una strategia legale? Questa è la vera “domanda dietro la domanda” quando George Stephanopoulos della ABC le ha chiesto: “La sua mancata dichiarazione è una negligenza criminale?
Penso che ci siano… potenziali statuti penali che vengono in questione qui“, ha risposto la Cheney, “ma penso che non ci sia assolutamente alcun dubbio che sia stata una negligenza. E penso che una delle cose che la commissione dovrà considerare mentre stiamo esaminando una iniziativa legislativa è se avremo bisogno di pene più severe per quel tipo di negligenza del dovere”.
Osservate attentamente le parole di Liz CheneyDove vuole arrivare? Ecco una visione della situazione, dopo aver parlato con alcuni esperti legali e costituzionalisti di orientamento Repubblicano:
La negligenza non è un reatoTrump non può essere incriminato per negligenza. Si tratta, piuttosto, di qualcosa per cui il Congresso avrebbe potuto certamente rimuovere Donald Trump attraverso un procedimento di impeachment – ma questo non è successo. Il secondo impeachment di Trump si basava infatti su un singolo capo di accusa, che lo accusava di aver incitato alla rivolta contro il Campidoglio.
Quindi, come potrebbe il comitato sul 6 gennaio, come suggerisce Liz Cheney, invocare l’introduzione di “pene più severe” per “quel tipo di negligenza”? Certamente non per un crimine inesistente. E inoltre, la Costituzione impedisce al Congresso di approvare leggi penali che si applicano retroattivamente; i legislatori cioè non possono trasformare un atto del passato, che era legale nel momento in cui si è svolto, in un atto criminale che possa essere punibile in un secondo momento. Il Congresso non può nemmeno aumentare retroattivamente la pena per un crimine che sia già stato commesso. E, un’altra cosa: il Congresso non può approvare una legge per punire un singolo individuo, anche se questo singolo individuo è un ex presidente degli Stati Uniti.
Oltre a tutto ciò, la Commissione sul 6 gennaio non è un’inchiesta penaleIl Congresso non ha questa autorità. Il Dipartimento di Giustizia ce l’ha. Come comitato di supervisione del Congresso, il comitato sul 6 gennaio è tenuto ad avere uno “scopo legislativo“, cioè deve condurre una supervisione in modo da informare e creare una legislazione da sottoporre al vaglio del Congresso. Ecco perché Liz Cheney ha menzionato lo “scopo legislativo” di voler introdurre pene più severe” per la “negligenza del dovere“, anche se questo sembra legalmente impossibile. Ha fatto sembrare che il comitato stia effettivamente perseguendo una sorta di “riforma legislativa“, quando in realtà sta prendendo di mira Donald Trump.
Una cosa che il comitato, e la Camera nel suo complesso, può certamente fare è redigere il c.d. criminal referral – che consiste nel raccogliere delle prove ed inviarle al Dipartimento di Giustizia con la raccomandazione che un soggetto venga indagato. Questo è il motivo per cui Liz Cheney ha menzionato delle potenziali leggi criminali che potrebbero entrare in gioco.
Il Comitato sul 6 gennaio sta dunque chiaramente cercando qualsiasi prova che possa indicare che Donald Trump abbia violato qualche legge, così da poter poi chiedere alla Giustizia di perseguirlo. Per esempio, se il Dipartimento di Giustizia accusasse le persone intorno a Trump, o gli organizzatori della manifestazione del 6 gennaio, di “cospirazione”, potrebbe poi asserire che Trump stesso fosse parte attiva di quella cospirazione ed accusarlo di questo.
Finoranon abbiamo visto alcuna prova a sostegno di un argomento del genere, certamente non da parte del Comitato sul 6 gennaio. E per tornare allo “scopo legislativo” del comitato – non c’è modo che, anche se Trump fosse accusato di “cospirazione”, il Congresso possa introdurre delle nuove “pene più severe” da applicare ad una sua condotta del passato che impediscano Trump di ricoprire nuovamente la carica di Presidente.
Oltre alla Commissione sul 6 gennaio, le forze ‘anti-Trump’ stanno cercando altri modi per tenerlo fuori dalle elezioni del 2024.
Il più significativo tentativo è quello con il 14° Emendamento della Costituzione americana, che proibisce a chiunque abbia partecipato ad un’insurrezione o ad una ribellione [contro gli Stati Uniti], o abbia fornito aiuto o appoggio ai suoi nemici” di ricoprire una carica pubblica. (N.B. Approvato dopo la Guerra Civile, era originariamente destinato ad applicarsi solamente agli “ex funzionari confederati”). Ma per intraprendere qualsiasi azione ai sensi del 14° Emendamento, il Congresso dovrebbe prima stabilire che gli eventi del 6 gennaio costituiscano una insurrezione o ribellione” contro il governo degli Stati Uniti, e successivamente che Trump abbia partecipato attivamente all’insurrezione. Ma non basta, una tale sentenza dovrebbe anche reggere al vaglio di un tribunale.
I Democratici la perseguiranno? Non è chiaro. Ma, come minimo, sembra che stiano progettando di usare il 14° emendamento contro alcuni membri repubblicani del Congresso. Recentemente, Marc Elias – l’avvocato democratico che sta dietro allo sporco trucco del Dossier Steele nelle elezioni del 2016 – ha twittato: “La mia previsione per il 2022: prima delle elezioni di midterm, avremo una seria discussione sul fatto che dei singoli membri repubblicani della Camera debbano essere squalificati dalla Sezione 3 del 14° Emendamento dal servire nuovamente al Congresso. Potremmo persino assistere ad un contenzioso”. Elias ha allegato il testo della parte “insurrezione o ribellione” dell’emendamento.
I Democratici possono contare su Elias se vorranno andare fino in fondo. Dopo tutto, hanno raccolto enormi benefici politici dal caso messo in piedi dal falso Dossier Steele, e lui è sempre alla ricerca di nuovi modi, che siano legittimi o meno, per far deragliare il sistema a favore dei Democratici.
Niente di tutto questo è per difendere le azioni di Donald Trump quel 6 gennaio: nelle settimane precedenti a quel giorno, ha incitato i sostenitori a credere che le elezioni fossero state rubate. Ha rifiutato di concedere, anche dopo che le sue numerose sfide legali ai risultati dei singoli stati erano fallite. Poi, quando alcuni di quei sostenitori hanno preso d’assalto il Campidoglio, avrebbe dovuto immediatamente dire loro di fermarsi e di andare a casa, proprio in quel momento. Per molte persone, le azioni di Trump nelle settimane dopo le elezioni del 3 novembre 2020 sono state vergognose e lo hanno squalificato dal servire ancora come Presidente degli Stati Uniti.
Ma questo è un giudizio politico. I Democratici danneggeranno solamente la loro causa qualora tentassero di inventare qualche crimine o di abusare della Costituzione nel tentativo di impedire legalmente a Donald Trump di ricoprire nuovamente quella carica. Gli elettori potranno deciderlo da soli.
Tuttavial’anniversario ad un anno di distanza dal 6 gennaio trova i Democratici, sia nel Comitato del 6 gennaio che oltre, determinati a mantenere viva la lotta. E anche se i loro schemi ‘anti-Trump’ sembra improbabile che possano funzionare in senso legale, con l’aiuto di qualche mass media comprensivo, continueranno a focalizzare l’attenzione sul 6 gennaio per tutto il 2022.
Una domanda finaleMa le elezioni di novembre? Gli elettori sono profondamente preoccupati per l’economia, l’inflazione, il COVID-19, il crimine, l’educazione, la competenza di Joe Biden, ed altre questioni che stanno diventando sempre più difficili per i Democratici. Alcuni nel Partito sembrano pensare che fissarsi sull’anno scorso, e su un ex presidente in particolare, possa non essere il modo migliore per affrontare queste preoccupazioni. Il mese scorso, POLITICO ha riferito che i Democratici speravano che il [comitato sul 6 gennaioavrebbe concluso il suo lavoro questa primavera, lasciando al Partito un sacco di tempo prima delle elezioni di metà mandato per spostare l’attenzione sulle questioni ancora sul tavolo e che trovano un riscontro tra gli elettori”. Questo non accadrà.
Quindi, questa è la settimana del 6 gennaio. Ma se alcuni Democratici continueranno su questa posizione, ogni settimana del 2022 sarà la settimana del 6 gennaio. Ed allora gli elettori potranno dire la loro.
Luca Maragna, qui.

Hanno cominciato con la marcia delle donne perché Trump non le rispetta e le considera come meri oggetti, hanno proseguito con la buffonata della Russia, hanno fabbricato il 6 gennaio col rifiuto di rinforzare le difese intorno al Campidoglio in previsione di possibili disordini e tentativi di irruzione come tentativo postumo di impeachment per scongiurare una ricandidatura, nella quale sanno che con tutta probabilità avrebbe di nuovo la vittoria – già, perché quando i voti vengono seriamente controllati, gli imbrogli vengono fuori, eccome se vengono, altro che complottismo!
E se vi restano ancora cinque minuti, andate a leggere anche qui.

barbara

E DA UN CANTO ALL’ALTRO D’AMERICA UN SOL GRIDO RISUONA

Qui con commenti. E mentre il morbo infuria e il pan ci manca, soprattutto agli ispanici che Trump aveva almeno un po’ innalzato dalle loro spesso misere condizioni e Biden nuovamente affondato, e sul ponte di Del Rio sventola la bandiera bianca più bianca che mai occhio umano abbia visto, da tutti i riconteggi portati a termine sta inconfutabilmente emergendo ciò che fin da quella prima notte era apparso chiaro come il sole, e che del  resto sia Nancy Pelosi che Joe Biden avevano preannunciato ancora prima: senza i brogli quella vittoria non ci sarebbe mai stata. E con tutto questo tocca anche sperare che resista il più possibile, perché con Kamala diventerà tutto molto peggio.

barbara

VEDIAMO IN DETTAGLIO IL MEDIO ORIENTE

I probabili riflessi negativi della vittoria di Biden sulla situazione del Medio Oriente

Dal 20 gennaio del 2021, per quattro anni, sul palcoscenico della politica americana reciteranno [forse!] due nuovi attori principali, il presidente Joe Biden e la vice-presidente Kamala Harris. Il suggeritore sarà Barack Obama. Questo è ciò che si profila dopo le elezioni presidenziali del 3 novembre, che hanno visto la sconfitta [forse!] di Donald Trump: una sconfitta che mette in pericolo tutti i risultati politici raggiunti da Trump nell’arena mediorientale. È per questa ragione che i nemici dell’ex presidente americano presenti nel Medio Oriente pregustano un cambio di rotta radicale nella politica americana verso la regione.
Il regime di Teheran, durante i quattro anni trascorsi, era stato sottoposto a una politica stringente, sul piano politico ed economico, da parte dell’Amministrazione repubblicana. In primo luogo, Trump aveva ritirato gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare, il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), firmato dall’Iran, dall’Unione Europea, dai paesi componenti il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti), un accordo fortemente voluto dallo stesso Obama, ma che si era rivelato ben presto una cortina fumogena dietro la quale Teheran aveva continuato a sviluppare il suo progetto nucleare, come più volte denunciato da Netanyahu. A tutto ciò si erano aggiunte, da parte di Trump, sanzioni economiche sempre più pesanti al regime degli ayatollah, sanzioni che avevano messo in ginocchio Teheran e fortemente ridimensionato il peso della sua presenza politica nel Medio Oriente. Quest’operazione aveva rappresentato la base di partenza di una politica ad ampio raggio verso i paesi arabi sunniti, desiderosi di avere una protezione significativa contro le ambizioni egemoniche del regime sciita iraniano nel Medio Oriente. Tuttavia, questa politica aveva una prospettiva di ben più vaste finalità. Il coordinamento tra Netanyahu e Trump ha avuto lo scopo di raccogliere e sviluppare le aperture che il mondo arabo sunnita aveva mostrato di essere disposto a condividere con Israele. Da ciò è scaturita una fitta serie di incontri ad alto livello tra i rappresentanti di Israele e quelli dei paesi arabi, con la regia di Mike Pompeo, Segretario di Stato di Trump, gli Accordi di Abramo, firmati da Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, oltre alla volontà di altri Stati arabi di unirsi ad essi. La mappa del Medio Oriente stava, così, subendo una trasformazione epocale, foriera di una vera pacificazione della regione su basi stabili di collaborazione economica e politica. Ora, con l’avvento dei democratici alla Casa Bianca, questa situazione potrà subire mutamenti molto importanti, gravidi di conseguenze di segno opposto rispetto agli esiti fin qui raggiunti.
La ragione di tutto questo sta nella molto probabile formazione di un governo democratico alla Casa Bianca caratterizzato da una visione politica di sinistra. Il fatto stesso che un personaggio come Kamala Harris sia ora vice-presidente degli Stati Uniti, su suggerimento di Obama, sta a dimostrare la tendenza che potrà assumere il nuovo governo democratico sui problemi del Medio Oriente. Ma, dietro la figura di Harris, vi è tutto un mondo politico democratico che tende a influenzare, in modo diretto o indiretto, le decisioni di Biden nei suoi rapporti con Israele, con i palestinesi e con l’intero mondo arabo della regione in una direzione opposta rispetto ai risultati raggiunti dall’Amministrazione Trump. In primo luogo, con l’Iran. Il regime di Teheran nutre la speranza – fondata – che l’Amministrazione Biden reinserisca nuovamente gli Stati Uniti nel Jcpoa e azzeri le sanzioni economiche nei suoi confronti. Le conseguenze, in questo caso, sarebbero molto gravi. Il regime degli ayatollah riacquisterebbe fiducia nei suoi progetti regionali, oltre al fatto che il miglioramento progressivo delle condizioni economiche del paese potrebbe tacitare l’opposizione interna e ottenere di nuovo il sostegno della popolazione. In secondo luogo, il problema palestinese riacquisterebbe una centralità che potrebbe avere ripercussioni sui rapporti tra Israele e il mondo arabo sunnita. Infine, la Russia e la Cina, soddisfatti dai risultati elettorali americani, potrebbero avere spazi di manovra più ampi nel Medio Oriente, a danno dell’attuale posizione di Gerusalemme.
Antonio Donno, qui.

Va aggiunto il fatto che un Iran non più sottoposto a sanzioni, oltre a procedere ancora più speditamente verso l’atomica, vedrà migliorare la propria situazione economica, ed è altamente probabile che grazie  a questo torni ai livelli precedenti il finanziamento del terrorismo internazionale. Forse gli accordi già stabiliti con Israele da Emirati Arabi Uniti, Barhain e Sudan resisteranno (forse), ma quanti, fra quelli che stavano meditando di seguire l’esempio – a cominciare dal Libano, tuttora sotto la pesante tutela della Siria che è a sua volta legata a doppio filo con l’Iran – avranno il coraggio di sfidare un Iran di nuovo potente?

Abbas spera che Joe Biden abbia la memoria corta

È successo quattro anni fa. E’ martedì 8 marzo del 2016. Joe Biden, allora vicepresidente degli Stati Uniti in tournée nella regione, è appena arrivato in Israele e si reca direttamente al Centro per la Pace Shimon Peres, situato a Jaffa, per abbracciare calorosamente il suo venerabile fondatore. A poche centinaia di metri da lì, la folla si accalca sul lungomare nonostante la tensione per la sicurezza; due altri attentati terroristici avevano già marchiato quella mattina, uno a Gerusalemme e l’altro a Petah Tikvah. Bashar Masalha, un palestinese di ventidue anni che si trovava illegalmente in Israele, tira fuori un grosso coltello e inizia a colpire alla cieca i passanti. Prima di essere ucciso dalle forze dell’ordine, accoltella quattro turisti russi tra cui una donna incinta, un arabo che riesce a schivare il colpo e a fuggire, sei israeliani – uno di loro si salva colpendo violentemente l’aggressore con la sua chitarra – e Taylor Allen Force, uno studente americano di 29 anni che muore per le ferite riportate. Sui social network arabi si diffonde una vera e propria esplosione di gioia. Canti patriottici e foto dell’ “eroe” Masalha sono trasmessi in continuazione dalla televisione di Hamas a Gaza. La stampa mondiale, già mobilitata per la visita del vicepresidente, dà ampia copertura all’attacco e in particolare alla morte del giovane americano, che ha combattuto per il suo Paese in Iraq e Afghanistan. Il giorno successivo, Joe Biden va a Ramallah. Spera che Abu Mazen condanni l’attacco di Giaffa. Ma non è così. Il Presidente dell’Autorità Palestinese si accontenta di porgergli le sue condoglianze per la morte del giovane americano e di lui solo, mentre contemporaneamente la televisione ufficiale della suddetta Autorità trasmette un commovente omaggio all'”eroico Bashar Masalha” che ha dato la sua vita per la suprema gloria di Allah. Colui che era allora solo il vicepresidente di Barak Obama, rilascia una ferma dichiarazione, in cui esige che la leadership palestinese condanni gli attacchi terroristici contro degli israeliani e in particolare l’attentato del giorno prima, aggiungendo: “Lasciatemi dire con la massima fermezza che gli Stati Uniti condannano questi atti e condannano la mancata condanna di questi atti.” Ma le autorità di Ramallah respingono recisamente la sua richiesta. Quattro anni dopo, a Ramallah non è cambiato nulla: Abbas continua a incoraggiare ed a ricompensare il terrorismo. Il Politecnico di Palestina è stato appena dotato di un portale monumentale inneggiante alla gloria del terrorista Salah Khalaf, meglio conosciuto con il nome di Abu Iyad, il fondatore di Settembre Nero e il responsabile del massacro di undici atleti israeliani durante il Giochi Olimpici di Monaco nel 1972. Situata non lontano da Hebron, questa istituzione, che conta più di 6.000 studenti, ha lo scopo di formare l’élite dei giovani palestinesi e i leader di domani. Nel frattempo a Washington, Joe Biden che aveva affermato con tanta forza la propria determinazione e quella americana, è in procinto di diventare Presidente. Tuttavia Mahmoud Abbas probabilmente non ha nulla da temere. La signora Kamala Harris, pronta ad assumere la carica di vicepresidente se la vittoria di Biden viene confermata, il 31 ottobre scorso ha dichiarato in un’intervista al settimanale bilingue “The Arab American News” che la nuova amministrazione americana sarebbe pronta a riannodare, immediatamente e senza condizioni, i rapporti con i palestinesi e a fornire loro, senza indugio, assistenza economica e umanitaria. Ricordiamoci che in memoria del giovane americano assassinato, il Congresso americano ha approvato il Taylor Force Act che pone fine a qualsiasi aiuto americano all’Autorità Palestinese fintanto che quest’ultima continuerà a pagare gli individui colpevoli di terrorismo e le famiglie dei terroristi uccisi. La legge è entrata in vigore dopo essere stata firmata dal Presidente Trump il 23 marzo del 2018.
Michelle Mazel (qui)

Aggiungo un paio di cose extra. La prima relativa alle chiacchiere da mercato del pesce che continuano a diffondersi senza sosta.

Lion Udler

È stata smentita la notizia della #CNN secondo la quale il consigliere di #Trump Jared #Kushner l’avrebbe consigliato di accettare la sconfitta, il contrario è vero, l’aveva consigliato di procedere in ogni Stato dove ci sarebbero brogli elettorali.
Altre fake news che i media progressiste difendono senza alcuna fonte, che Melania sta contando i giorni per il divorzio…
E a proposito del “distacco” di Melania dal marito, del suo dissenso nei confronti della decisione di smascherare i brogli, dei propositi di divorzio:

La seconda sugli amori giovanili, e mai rinnegati, del signor Biden.

Nel 2007, Biden, nel suo libro Promesse da mantenere scriveva: ”Dal 1945 al 1980, Josip Broz Tito ha governato la Jugoslavia con personalità, determinazione e un’efficiente polizia segreta. L’astuto vecchio comunista mantenne insieme una federazione etnicamente e religiosamente mista”. E ancora: “Ci è voluto un certo genio per tenere insieme quella federazione multietnica e quel genio in particolare era Tito”. (qui)

La terza sull’ennesima colossale porcata messa in atto per non rischiare di offrire un vantaggio a Trump – e pazienza se per questo ritardo dovrà morire qualche americano in più.

Niram Ferretti

IL PRIMO MIRACOLO DELL’ERA BIDEN

Ma che strano, l’annuncio di un probabile vaccino contro il Covid 19, fatto dall’americana Pfizer e dalla tedesca Biontech, efficace, dicono, al 90%, giunge proprio adesso che Joe Biden risulta il vincitore delle presidenziali 2020.
Una settimana fa brancolavano nel buio, e poi, puff, improvvisamente, è giunto il risultato, proprio ora, nell’era escatologica che si inaugura con Joe Biden. Questo è il segno tangibile che è davvero cominciata.
Chissà se l’annuncio, fatto una settimana fa, avrebbe modificato l’esito del voto? Ma la storia, lo sappiamo, non si fa con i se.

La quarta la aggiungo io: ma tutti quei begli spiriti che gridavano inorriditi indignati disgustati per l’immorale arrivo alla Camera di Mara Carfagna grazie, si diceva, ai pompelmi offerti a Berlusconi, sulla sfolgorante carriera politica di una totalmente sconosciuta, fino all’altro ieri, Kamala Harris, nessun moralista ha qualcosa da ridire?

barbara

MENTRE L’ATTESA SI PROLUNGA 1

Di materiale ce n’è molto, troppo per un post solo. Quindi ve ne do una parte, e nei prossimi giorni con calma vi darò il resto. E cominciamo dunque con un po’ di dati di fatto.

Guglielmo Picchi

Perché Donald Trump ha vinto
E come i democratici provano a rubare le elezioni.
Avrebbe dovuto essere la notte del riscatto dei Democratici quattro anni dopo la sconfitta di Hillary Clinton da parte dell’odiato e avversato Donald J. Trump. Joe Biden sarebbe dovuto essere acclamato 46esimo presidente USA a furor di popolo e la parentesi trumpiana chiusa per sempre.
Ma gli elettori americani si sono espressi in modo sorprendente secondo gli esperti, i sondaggisti, gli analisti e il MSM che si aspettavano e avevano predetto un trionfo per Biden.
Ebbene dopo la notte elettorale è chiaro a tutti che ancora un vincitore apparentemente non c’è o se proprio stiamo all’apparenza dei dati elettorali pubblicati quel vincitore potrebbe essere Joe Biden e non il presidente Trump.
Tuttavia analizzando bene quando sta avvenendo possiamo trarre alcune conclusioni che poi andrò ad argomentare:

1. Donald Trump ha vinto superando la soglia dei 270 grandi elettori del collegio elettorale
2. I Democratici stanno facendo di tutto per vincere. E per farlo si scoprono alcune gravi anomalie che meritano prima attenzione e poi azione per rimediarvi-

I risultati elettorali per Donald Trump dimostrano una grande capacità di mobilitazione della sua base elettorale a livelli elevatissimi e in modo molto superiore rispetto al 2016. Questo a dimostrazione che le sue politiche hanno saputo raccogliere consenso aggiuntivo nonostante la netta avversione di media, big tech, deep state, internazionale globalista e compagnia cantante.
Alla fine dell’election day (ED) Trump dimostra in modo autorevole di poter vincere la sun belt Texas, Georgia, Florida e North Carolina.
Primo intoppo: Georgia e North Carolina pur con considerevole vantaggio di Trump interrompono o rallentano il conteggio dei voti e addirittura si fermano e non vengono assegnate.
Secondo intoppo: nella Rust Belt Trump dimostra di avere numeri buoni e di essere tonico. Netto vantaggio in Pennsylvania Wisconsin e Michigan aldilà di ogni sondaggio. Anche qui si decide di interrompere la conta.
Terzo intoppo: senza troppi complimenti l’Arizona viene assegnata prima ancora di cominciare lo scrutinio a Biden anche se molti indicatori facevano presagire che Trump potesse essere competitivo. Precisiamo che alla chiusura del seggio il 70% del voto postale è stato annunciato. Per cui chiusura delle urne, rilascio dei risultati del voto postale e assegnazione sono avvenuti contestualmente.
A questo punto gli esperti e i commentatori vanno a dormire consapevoli che molti voti per posta dovessero essere scrutinati, ma il vantaggio di Trump fosse tale da essere rassicurante per l’esito finale
Poi
Quarto intoppo: nella notte poi succede qualcosa di inspiegabile sia in Michigan che in Wisconsin arrivano aggiornamenti di voti da alcune contee con Biden beneficiario del 100% dei voti e Trump ZERO.
Ecco in Michigan Biden riceve in un solo colpo un aggiornamento da 138.339 voti e Trump ZERO.
Circostanza e numero troppo evidente per sfuggire all’attenzione dei commentatori compreso il sottoscritto.
E così tra gli altri Sean Davis analista del The Federalist su twitter pubblica la sorpresa per i 138.339 voti attribuiti all’improvviso a Biden.
Quinto intoppo. Twitter censura Davis e tutti coloro che tentavano di riportare la stessa notizia affermando che il contenuto era controverso e poteva confondere un processo elettorale.
Dopo una analisi si è scoperto che si sarebbe trattato di un typo ovvero uno 0 in più aggiunto ai dati della Contea Shiawassee in Michigan [certo, un errore: chi mai potrebbe essere così malpensante da pensare a qualcosa di diverso?]. L’errore scoperto proprio da utenti di Twitter che avevano colto il balzo spropositato di Biden. Che si sia trattato di un maldestro tentativo di favorire Biden? L’errore è stato comunque poi corretto.
Sesto intoppo: nella Contea di Antrim sempre in Michigan nel 2016 Trump vinse con oltre 30% di vantaggio sulla Clinton e invece i dati del 2020 riportavano un dato di Biden che sopravanzava Trump di 29 punti. Anche qui il county clerk ha detto che avrebbe investigato l’anomalia e fornito una risposta.
Settimo intoppo; in Wisconsin all’improvviso un aggiornamento di dati mostra Biden recuperare e chiudere un gap di 4,1% nei confronti di Trump con il solito metodo del 100% voti Biden e ZERO Trump
Ottavo intoppo. Anche in Michigan una misteriosa linea verticale che chiude il gap tra Biden e Trump appare all’improvviso.
La campagna di Trump ha chiesto naturalmente il riconteggio dei voti sia in Wisconsin che in Michigan e in entrambi ha inviato la propria squadra di legali.
Nono intoppo: in Pennsylvania anziché usare il metodi dell’aggiornamento selvaggio di voti 100% Biden ZERO Trump, si ritiene legale di poter contare tutte quelle schede prive di un qualsiasi tipo di prova che siano state spedite prima dell’ED come prevede la legge dello stato.
Decimo intoppo: in Arizona ci sono schede elettorali votate con dei pennarelli denominati Sharpie Marker che rendono difficile la lettura delle schede da parte delle macchine per la conta. Naturalmente è avvenuta in sezioni elettorali molto favorevoli al GOP e che ha prodotto per ora l’invalidazione di molte centinaia se non migliaia di schede.
UnDecimo intoppo: conteggio fermo in Arizona dove mancano 500.000 schede dell’ED che vedono il GOP prevalere 2 a 1 sui Dem che potrebbero portare lo stato dalla parte di Trump che attualmente segue Biden di 100.000 voti.
I democratici hanno molto da spiegare ed è evidente che i voti reali confermino la vittoria di Donald J Trump e possa continuare il proprio mandato come Presidente degli Stati Uniti d’America.
La via è NC, GA, PA e AZ. Ecco i 62 voti che mancano per arrivare a 279. E Trump è presidente. Adesso ha 217 voti (3 Alaska inclusi)

E qui abbiamo un paio di cosettine successe a Detroit,

il bollettino dei morti aggiornato

e qualcuno ha giustamente pensato di costruirci su qualcosa

Aggiungo una breve considerazione di:

Giovanni Bernardini

COVID E CINA

1) Il Covid è nato a Wuan. Da li ha raggiunto Londra, Milano e New York, ma NON Pechino o Shangai.
2) Il mondo lotta col Covid da quasi un anno. Ci sono state prime e seconde ondate. Sembra che in Cina il Covid sia stato sconfitto in due, tre mesi.
3) L’Italia ha circa 60 milioni di abitanti. Il Covid ha fatto finora in Italia quasi 40.000 vittime. La Cina ha oltre 1300 milioni di abitanti. Il Covid ha fatto in Cina poco più di 4000 vittime.
4) L’economia cinese è l’unica al mondo ad essere in forte crescita.
5) Grazie al Covid è stata possibile negli USA la truffa del voto postale che potrebbe togliere dalla circolazione l’unico serio oppositore del governo comunista cinese.
Ogni commento è superfluo.

Come ho già ripetutamente avuto modo di dire, sono assolutamente convinta dell’origine naturale del virus. Non è però casuale l’eliminazione di tutti i medici e ricercatori e giornalisti che tentavano di denunciare l’esistenza dell’epidemia, e l’occultamento di ogni informazione da settembre a fine gennaio. E non è casuale la chiusura di tutti i voli interni e la prosecuzione di quelli verso l’estero. E non è casuale che l’ammissione dell’epidemia in atto sia avvenuta non prima che questa si fosse ormai diffusa in quasi tutto il mondo. Quindi direi che, anche per le persone più refrattarie al complottiamo, il ragionamento fila.

E concludo la parte scritta con alcune osservazioni di

Giulio Meotti

Pensavano che accusando Trump di razzismo, di fascismo, di suprematismo bianco, di aver spaccato il paese, avrebbero creato una “onda blu” da catapultare Biden direttamente alla Casa Bianca. Ora i Democratici si ritrovano a sperare in una scheda dopo l’altra. Vinceranno loro, perché la demografia e il cambiamento americano li avvantaggiano. Ma ci hanno raccontato una America che non esisteva, pronta a emendare l’errore morale del 2016. Non è stato così. Emerge un paese spaccato a metà e questo nel lungo termine favorirà i Democratici. Da un lato l’America sempre più urbana, sempre più uniforme, sempre più liberal, dove si va a vivere sempre di più e che tende alla omogeneità politico-culturale (27 delle 30 principali città americane sono solidamente democratiche). Dall’altro, l’America “profonda”. La prima che crede nell’uguaglianza. La seconda nella libertà. La vecchia distinzione fra gli “anywhere”, che potrebbero vivere ovunque, i “somewhere”, che vivono da qualche parte. Speravano che le minoranze tirassero la volata a Biden. Trump si è rivelato il candidato repubblicano che ha raccolto più voti fra i non-bianchi nella storia dei repubblicani. I Latinos, che non sopportano che la sinistra colorata dica loro che si devono chiamare “Latinx”, in omaggio alla mania del transgender. I cubani della Florida. I cattolici conservatori e tradizionali. E poi gli afroamericani, che non hanno fatto muro con i Dem. E soprattutto la classe operaia bianca, che ha di nuovo votato per Trump. “L’aspettativa di vita in gran parte degli Appalachi è inferiore a quella del Bangladesh”, ha spiegato il Nobel per l’economia Angus Deaton in riferimento alla regione americana tipicamente rurale e bianca. Mi ha sempre colpito questa frase. A Norton, nel West Virginia degli Appalachi, il Ground zero americano della dipendenza da oppiacei, Trump ha preso il 70 per cento. Come a Grundy, dove è più facile soffrire di cuore e diabete che avere un lavoro. Sono luoghi dove le lauree scarseggiano e ci si fanno domande semplici: il mio paese andrà in rovina? Avrò abbastanza carburante? Che vita avranno i miei figli? Sapremo difenderci e proteggere gli amici? Gli oligarchi della tecnologia, gli accademici e le “persone intelligenti” non li capiscono o al massimo li considerano “omofobi e razzisti”. E’ l’America dei “nuovi yuppie”, i produttori delle serie tv, i dipendenti delle organizzazioni non governative, gli sceneggiatori, i giornalisti, gli amministratori di università, i bioingegneri, i consulenti finanziari, gli avvocati…. Fisici ben curati, leggono tutti le stesse cose e discutono di diseguaglianza. La loro polizza assicurativa è l’istruzione e vogliono una America di alte tasse, egualitarismo ed ecologismo. Vogliono essere non solo ricchi, ma “migliori”. Non vanno per centri commerciali, ma su Facebook. E’ una élite impegnata in un progetto spietato di riproduzione della propria posizione sociale. Poi c’è l’America rauca, ruvida, chiassosa, dove l’ascensore sociale è rotto, delle “steel town” della Pennsylvania, dove si menano le mani, delle fabbriche e delle famiglie scalcinate, degli agglomerati di capannoni del Michigan, l’America ritratta nel film “Il cacciatore”, di un’ansia sociale, del “white trash” come lo chiamano i sociologi, delle comunità di origine scozzese e irlandese, economicamente in rosso e moralmente indifendibili, dove non ti fidi di nessuno e si fatica a trovare lavoro, la caricatura grammaticalmente scorretta e un po’ obesa di tutti i media, l’America che non vuole che la Cina distrugga quel che resta dell’economia americana, che ci tiene al patriottismo, che non vuole che le minoranze di estrema sinistra e Black Lives Matter processino la storia americana. Non si preoccupano di un grado in più, ma di estrarre gas. Non vogliono che lo stato dica loro come devono vivere e morire o quale bagno usare. E’ l’America che vuole ancora “fare” delle cose, coltivare, tirare su il petrolio, che ogni tanto va ancora in chiesa e osserva la stagnazione economica, la disintegrazione umana, il declino dei punti di riferimento culturali. Non seguono gli Emmy Awards. Sono inorriditi dal politicamente corretto. Se ne fottono delle prediche delle star di Hollywood. Non accettano la soluzione approntata per loro dalle élite: l’oblio. E’ quello che chiamano, banalmente, “populismo”. Ecco, trovo ancora una volta molto triste questa incapacità dei nostri sondaggisti, dei nostri media e dei nostri scrittori di comprendere l’America dei “deplorevoli”. Quella che ancora si domanda: chi siamo?

Probabilmente quando Meotti ha scritto questo pezzo non erano ancora accertati tutti i brogli di cui poi è arrivata conferma, e questo può spiegare alcune affermazioni che potrebbero apparire un po’ singolare.
Per oggi con la parte scritta mi fermo qui. Vi regalo ancora un piccolissimo campione delle performance del possibile prossimo presidente della massima superpotenza mondiale

e una testimonianza in diretta sul posto.

Per oggi basta, tanto la fine dei conteggi non avverrà prima del 12, è stato detto, quindi avrò tutto il tempo di smaltire tutto il malloppo.

barbara

OBAMAGATE: LA GUERRA SEGRETA DI BARACK OBAMA CONTRO DONALD TRUMP

La questione Flynn era legata al tentativo di palesare una collusione tra Trump e la Russia, in modo da dimostrare che le elezioni del 2016 erano viziate e quindi da cancellarne il risultato, come se non fossero mai esistite. In un modo o nell’altro volevano mandare via Trump dalla Casa Bianca. Dimostrare che Flynn era colpevole era un primo passo importante per cercare di dimostrare la colpevolezza di Trump. La scoperta di documenti fino a poco tempo fa tenuti segreti ha ribaltato il tavolo, e ora quello che rischia di più non è Trump ma Obama. […]

Trump è stato dichiarato presidente eletto il 9 novembre del 2016, ma ha iniziato il suo mandato il 20 gennaio del 2017. Fino a quel momento è rimasto in carica Obama con pieni poteri. Ci sono quindi circa due mesi e mezzo di “interregno”. Questo dettaglio che non tutti conoscono, come vedremo, è fondamentale per lo sviluppo dell’Obamagate, perché i fatti contestati relativamente al caso Flynn sono avvenuti durante questa finestra temporale. […]

Le domande erano tutte a proposito del Russia-gate e della presunta collusione tra Trump e Putin. E che cosa si è scoperto leggendo queste audizioni segrete? Che nessuno dei protagonisti aveva la benché minima prova che Trump avesse avuto contatti con i russi. Né lui, né i suoi collaboratori. […]

La Fusion GPS viene pagata 12 milioni di dollari da Hillary Clinton e dal DNC (partito democratico americano) per fare una ricerca (opposition research) contro Trump. Curiosamente, la Fusion GPS aveva iniziato questo suo lavoro nel 2015 per mandato del Washington Free Beacon, finanziato da Paul Singer che al tempo stesso ha finanziato la campagna elettorale presidenziale di Jeb Bush e Marco Rubio. Dietro il famigerato Steele Dossier, c’erano inizialmente la famiglia Bush e Marco Rubio, rivali di Trump alle primarie repubblicane. Solo in un secondo momento sono subentrati i Clinton, apportando denaro fresco alla causa con ben 12 milioni di dollari (“The making of the Steele dossier”, The Washington Post, Feb. 6, 2018). Il dossier contiene materiale, a detta dello stesso autore, non verificato e proveniente da agenti segreti russi pagati da Steele coi soldi ricevuti da Simpson, a sua volta ricevuti da Hillary Clinton. Se già a questo punto vi chiedete come mai un dossier pagato da un avversario politico (e non verificato) possa essere usato per una indagine segreta dell’FBI e per una campagna di diffamazione a mezzo stampa durata per anni, senza che nessuno si chieda la legittimità di tutto questo, non siete i soli. […]

A metà del 2016 il figlio di Trump, Don Junior, incontra una avvocatessa russa che promette di avere prove contro la Clinton. Ovviamente era solo un adescamento, lei non aveva assolutamente nulla da dire. Questa avvocatessa di nome Natalia Veselnitskaya cena con Glenn Simpson sia la sera prima che la sera dopo l’incontro alla Trump Tower. Una curiosa coincidenza che fa sospettare l’ennesima trappola. Anche qui ci sarebbe da chiedersi come mai se Hillary Clinton può pagare 12 milioni per fare creare un dossier da agenti segreti inglesi e russi, allo stesso modo Don Junior non possa incontrare qualcuno che promette di avere documenti contro la Clinton. Perché se lo fa la Clinton pagando agenti russi si chiama “opposition research” ed è legale, mentre se lo fa il figlio di Donald Trump senza pagare nessuno si chiama collusione e tradimento ed è illegale? […] Dalle carte de-secretate si capisce che i vari componenti dei dipartimenti di giustizia uscente, DOJ FBI e CIA, scelti da Obama, la mattina venivano interrogati sotto giuramento in sessioni segrete dalla Commissione di controllo dei servizi segreti della Camera e dicevano di non avere prove; la sera andavano in TV sulla CNN e sulla MSNBC a dire che le evidenze erano chiare e inequivocabili contro Trump. […]

Tornando alle accuse verso l’amministrazione Obama molti sostengono in sostanza che si è trattato di un tentativo fallito di colpo di stato da parte dell’amministrazione Obama, dell’FBI, della CIA, con l’aiuto di alcuni media amici (e col supporto velato di una parte dell’establishment repubblicano), contro Trump. A parlare più esplicitamente di colpo di stato (coup d’état) è l’ex giudice Jeanine Pirro […].

I documenti segreti sono stati resi pubblici grazie a Richard Grenell: ambasciatore USA in Germania. […] Grenell, sorprende tutti, non guarda in faccia a nessuno, prende questi documenti segreti e li rende pubblici, forzando la mano all’attuale direttore FBI Christopher Wray (rimasto oramai quasi l’unico nemico interno visto che quasi tutti gli altri sono stati scoperti e sostituiti). […]
I documenti desecretati da Grenell, dicono tra l’altro che il 4 gennaio del 2017 – durante il periodo di transizione tra l’amministrazione uscente e quella subentrante – gli agenti dell’FBI […] dichiarano il caso Flynn sostanzialmente chiuso e Flynn innocente. A quel punto al 7 piano (dove risiede Comey, capo dell’FBI) si manda il chiaro ordine di tenere tutto aperto e di cambiare il verdetto. Il giorno dopo Obama chiama a sé tutti i suoi […] e ovviamente anche Joe Biden, per organizzare quello che a destra definiscono l’agguato al generale Flynn. Nelle riunioni che si susseguono e che sono documentate nelle carte Obama chiede a tutti come procedono le ricerche per incastrare Flynn, col quale aveva avuto pesanti screzi nel 2014.
Di che cosa è accusato Flynn? Di aver parlato con Sergey Kislyack, ambasciatore russo, pochi giorni prima. Loro lo sapevano perché lo stavano intercettando (anche lui con un ordine FISA che non trovava giustificazioni). Nelle telefonate i due non si dicono niente di strano, infatti nessuno contesta il contenuto in sé la telefonata. Va anche detto che Flynn in quei primi giorni di gennaio, sapendo di dover diventare DNI (ruolo poi preso da Coatts, poi Grenell ad interim, e successivamente Ratcliffe) parla con ambasciatori di mezzo mondo. Nelle note raccolte dall’FBI gli ordini erano precisi: confonderlo in modo che si potesse dire che aveva mentito per fare si che non diventasse DNI o che si dimettesse quanto prima e possibilmente che finisse sotto processo.
Altra cosa che va precisata: c’è una legge che prevede che quando un cittadino mente all’FBI è passibile di condanna penale, anche se non è sotto giuramento. Però dovrebbe essere almeno avvisato di essere sotto interrogatorio e questo non avvenne, inficiando l’intero impianto di accusa. Il 24 gennaio 2017 gli agenti dell’FBI, Pientka e Strzok, lo approcciano senza avvisarlo che lo stanno interrogando; nei film di solito c’è la frase “hai il diritto di restare in silenzio, quello che dici potrà essere usato contro di te”. In quel caso invece gli dicono che non c’è bisogno che ci sia un avvocato, quindi di fatto lo ingannano. Gli chiedono se ha parlato con l’ambasciatore Kislyak suggerendogli di non fare escalation (perché la Russia non aveva reagito alla espulsione di 35 russi su ordine di Obama), lui risponde “non proprio” (not really). In realtà dalla intercettazione si evince che lui aveva parlato della cosa sconsigliando ai russi di reagire in modo spropositato, facendo capire che se lo avessero fatto la nuova amministrazione non avrebbe potuto fare altro che rilanciare l’escalation (non la conversazione che ci si sarebbe aspettata tra due presunti cospiratori). Forse Flynn non si voleva sbottonare con loro, infatti i due non prendono inizialmente la cosa come una menzogna diretta. Fatto sta che dopo un consulto coi piani alti qualcuno dell’FBI va dal vice presidente Mike Pence e gli dicono che Flynn gli ha mentito perché non gli ha detto questo dettaglio della conversazione con Kislyak, facendo intendere che ci fosse una trama con la Russia. Pence interviene e chiede che Flynn si dimetta quanto prima. A quel punto l’FBI lo interroga di nuovo e viene accusato di aver mentito con quel “not really”. Lui non ricordandosi cosa aveva detto e intimorito (pare che abbiano minacciato anche di fare arrestare suo figlio se non avesse confessato) e senza poter nemmeno parlare con un avvocato confessa di aver mentito sul fatto che avesse sconsigliato ai russi di reagire. Confermerà successivamente la cosa una seconda volta davanti a un giudice (lui ha sostenuto poi di averlo fatto perché minacciato). Per completare l’informazione va detto che era stato Kislyak a chiamare Flynn (come molti altri ambasciatori del resto) per congratularsi della nomina, e che di seguito ci fossero state altre tre telefonate il 29 dicembre 2016 proprio a seguito delle sanzioni imposte da Obama contro la Russia che avevano portato alla espulsione di 35 russi. Flynn viene accusato di aver mentito all’FBI, non di aver complottato con la Russia. […] Oltretutto è chiarissimo dalla telefonata che Flynn era stato anche velatamente minaccioso con Kislyak, segno che non c’era alcuna intesa tra i due. Il senso della sua frase era “vedete di non esagerare con la reazione a queste sanzioni imposte da Obama contro di voi altrimenti alziamo la posta pure noi e non si sa dove si va a finire”. Nessuno, tranne Adam Schiff (ma di lui c’è poco da meravigliarsi), ha detto che in quella telefonata ci fossero i segni di un accordo tra Putin e Trump. […]

Ribadiamolo ancora una volta: a domanda, apparentemente informale da parte di un agente dell’FBI, che gli ha chiesto se avesse in qualche modo parlato coi russi per convincerli a non reagire alla espulsione dei famosi 35, ha risposto “non proprio” (not really), mentendo, perché in realtà era stato merito suo se i russi non avevano reagito. Per questa ragione il giudice Sullivan, che lo vorrebbe giudicare a tutti i costi anche se il dipartimento di Giustizia (DOJ) ha chiesto formalmente l’archiviazione, si auspica che lo si possa condannare a morte… Questo dà la misura del clima di isteria collettiva generato dai media contrari a Trump: quasi nessuno alza il dito per dire che è una caccia alle streghe e chi lo fa viene accusato di essere un traditore e un agente russo (abbiamo visto come Adam Schiff in diretta accusi Tucker Carlson proprio di questo). Altrettanto stranamente nessuno si è mai sognato di accusare Obama di complottare coi russi malgrado fosse stato colto a parlare di nascosto con Medvedev di “maggiore flessibilità” dopo la sua rielezione.

Mi fermo qui, quasi all’inizio dell’incredibile serie di crimini perpetrati dalla cricca Obama-Clinton e soci per tentare di impedire a Trump, eletto alla presidenza, di entrare nel ruolo. Incredibile serie perché, trattandosi di storie fabbricate sul nulla, più di tanto non potevano reggere, e ogni volta che una veniva smontata, l’infaticabile banda immediatamente si attivava per fabbricarne un’altra. Dubito che un autore professionista di spy story riuscirebbe a mettere insieme un groviglio come quello realmente creato da questi sordidi personaggi – la maggior parte autodefinentisi “democratici” – per impedire alla democrazia di fare il suo corso. E, dato che nelle veline di regime queste cose non le trovate, aggiungo che tutto questo non è che una parte microscopica di quello che è stato tramato e perpetrato contro Trump per impedirgli di governare. E nonostante abbia dovuto spendere gran parte delle sue – fortunatamente cospicue – energie per difendersi da questo branco di bisonti, qualcosina è riuscito ugualmente a combinare: chi fosse interessato lo può trovare qui. Chiaro che con tutto quello che è riuscito a realizzare, l’America che lavora, che produce, lontana dai salotti radical-chic fabbricatori di chiacchiere e fumo, non poteva che scegliere di farlo restare per altri quattro anni e dunque la controparte ha provveduto a mettere in campo quella poderosa macchina di brogli che Nancy Pelosi aveva fatto intravvedere (“Biden sarà presidente, qualunque sia il conteggio finale”) e Biden in persona, probabilmente in uno dei suoi molti momenti di obnubilamento, come capita agli ubriachi, aveva apertamente annunciato. E di cui potete vedere qui documentato uno dei tanti episodi che hanno percorso l’intera America per fabbricare la vittoria di Biden, quella vittoria che gli elettori non sono stati disposti a regalargli

Qui l’articolo con tutti i dettagli

Quello che dovrebbe essere chiaro a chiunque abbia occhi e orecchie e cervello e cuore, è che se non riuscirà a far riconoscere quelli che si sono rivelati i peggiori brogli della storia americana e restare alla Casa Bianca, sarà una catastrofe di portata planetaria: torneranno le guerre a insanguinare il Medio Oriente, tornerà il finanziamento al terrorismo palestinese e ai deliranti progetti iraniani, impazzerà la violenza senza controllo in tutti gli Stati Uniti senza che nessuno tenti di fermarla (ma, non potendo più darne la colpa a Trump, non godrà della copertura di cui ha goduto finora, e noi non ne verremo messi al corrente), le Borse crolleranno e la miseria dilagherà, ma si troveranno comunque miliardi di miliardi di dollari per sostenere le allucinanti politiche gretiane, il politicamente corretto diventerà sempre più cogente e la libertà di pensiero, per non parlare di quella di parola e di stampa, cesserà di esistere.
Quanto al libro, lo raccomando fortemente, perché lì dentro ci trovate cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare. E sono tutte vere e documentate, e agiscono sulle politiche di tutto il mondo, e quindi sulla vita di tutti noi. Leggetelo!

Gianluca Borrelli, Obamagate, la case books

barbara

ASPETTANDO IL RISULTATO

Giusto per dare un’idea.

Niram Ferretti

La truffa è in pieno corso come Donald Trump aveva anticipato. Stanno cercando di scippare il voto. L’Arizona assegnata a Biden con l’84% dei voti scrutinati?

myollnir
Alla fine, si sta mettendo male, anche se non è ancora finita. In generale, non amo parlare di brogli elettorali […]. Però stavolta sono successe e stanno succedendo cose enormi: ti basti sapere che in Michigan, alle quattro del mattino, sono miracolosamente sbucati dal nulla 130mila voti “smarriti”, tutti quanti, guardacaso, per Biden. Risultato: Trump, che era in testa di 100mila voti a spoglio pressoché completato, ora insegue. E nelle settimane scorse sono spuntati video di Project Veritas con le prove di brogli elettorali in Texas, in Minnesota e altrove.

Nel Wisconsin, i voti apparsi nella notte sono 200mila. Stessa storia del Michigan.
Guarda queste due grafiche:
Wisconsin:

Michigan:

E poi

E ancora

Stupendo quel “sotto il presidente Trump fa un freddo bestiale”, alla faccia di Greta e di tutti i catastrofisti del riscaldamento globale e dell’emergenza climatica e del dovete morire tutti per salvare la terra.

E infine

Poi veniteci a raccontare che siamo complottisti paranoici. Nel caso a qualcuno fosse sfuggito il post precedente, ripropongo il video in cui Joe Biden spiega nel modo più chiaro come funziona l faccenda:

barbara

AGGIORNAMENTO 1:

Matteo Vezzani

Nel Wisconsin ci sono 110.000 voti in più rispetto agli aventi diritto.

AGGIORNAMENTO 2:

AGGIORNAMENTO 3:

Eh sì, noi siamo complottisti e lui è un moccioso che strilla.

AGGIORNAMENTO 4:

Hai detto onere della prova?

ASPETTANDO IL VOTO

A preparare il caos sono i Democratici: le pericolose connessioni con Antifa e BLM e il rischio brogli

Il ribaltamento della narrazione: i media attribuiscono ambizioni tiranniche e golpiste a Trump, mentre è l’altra parte a praticare la violenza squadrista di strada e a prepararsi a contestare, o rubare, le elezioni… Voto per posta e ballot harvesting hanno provato più e più volte di essere vulnerabili a errori e brogli. E tutti i movimenti radicali, da Antifa a Black Lives Matter, nati o cresciuti all’ombra della “Resistenza” anti-Trump, sono legati ai Democratici e persino “istituzionalizzati”
Se Hollywood fosse ancora quella che era nei suoi anni d’oro, la storia delle elezioni presidenziali del 2020 diventerebbe un giorno un grande kolossal. Gli elementi ci sono tutti. Basta girare sui media e social media americani per ricevere una doccia fredda di emozioni contrastanti: passione, speranza, anticipazione, suspence.
Ormai da mesi i sondaggi ci dicono che Trump perderà, ma come in ogni thriller che si rispetti, i sondaggi si sono riavvicinati nell’ultima settimana negli Stati chiave, creando nei sostenitori di Biden un rinnovato panico. I sostenitori di Trump dal canto loro rimangono speranzosi. Indicano le folle che Trump è capace di riunire ai suoi comizi e i molti aneddoti su amici, parenti e conoscenti che voteranno Trump, ma hanno paura a dirlo pubblicamente come indizio che i sondaggi sono o clamorosamente sbagliati, o clamorosamente falsi. È il 2020, tutto può succedere…
Quest’anno la politica americana, citando il Covid a pretesto, ha anche fatto di tutto per assicurarsi che il già incasinato sistema elettorale lasci ancora più dubbi sulla possibilità di errori e brogli. Non bastavano la mancanza di carte di identità ai seggi e la curiosa pratica del ballot harvesting, che consente a operatori politici di raccogliere le schede di voto direttamente a casa degli elettori, creando strane situazioni per cui a distanza di giorni dall’elezione continuano a spuntare casse piene di voti. Quest’anno è stato aggiunto il mail-in voting, che consente agli Stati di inviare schede elettorali in massa a casa della gente, che poi vota e le rispedisce per posta, con solo una firma a controprova.
Tutti questi sistemi hanno provato più e più volte di essere vulnerabili a errori e brogli. Soprattutto col mail-in voting, si moltiplicano le storie di gente che riceve a casa schede elettorali a nome di gente morta, che non abita più o non ha mai abitato lì. Ad Atlanta una scheda elettorale a nome di un gatto morto è stata recapitata al domicilio degli ex proprietari. In New Jersey, solo pochi mesi fa, si è dovuta annullare una intera elezione speciale a causa del mail-in voting. L’organizzazione di giornalismo investigativo di area conservatrice Project Veritas negli ultimi mesi ha scoperto numerosi casi di brogli elettorali attuati anche col ballot harvesting.
Per giunta Stati e corti supreme hanno reso la situazione ancora più precaria annacquando ulteriormente le regole. Ad esempio, non richiedendo nemmeno la verifica via firma, oppure sentenziando che vengano accettati voti ricevuti fino a nove giorni dopo le elezioni (North Carolina).
Entrambe le parti in causa si preparano ad una lunga battaglia legale. La campagna di Biden, già mesi fa, curiosamente ancora prima che il sistema del mail-in ballot di massa venisse finalizzato, ha assunto un team di oltre 600 avvocati specializzati in contese elettorali. Trump dal canto suo, ha più volte asserito che non concederà la vittoria la notte delle elezioni se il risultato è in dubbio [si noti: “se il risultato è in dubbio”. I nostri mass media di regime hanno scritto che “Trump ha dichiarato che in caso di sconfitta non accetterà il risultato”].
Questo ha amplificato nei media e nel Partito Democratico le rivendicazioni secondo le quali Trump è un tiranno che si prepara a restare al potere con la forza. Ma i sostenitori di Trump rispondono che queste accuse servono in realtà a preparare il terreno a un rifiuto di concedere la vittoria a Trump da parte di Biden.
La timeline in effetti coincide con la seconda possibilità più che con la prima. I primi articoli su Trump che si rifiuta di abbandonare la Casa Bianca e deve essere portato via a forza dai militari, una specie di fantasia porno-politica della Resistenza, sono vecchi di anni. Hillary Clinton, già ad agosto, prima che il sistema del mail-in ballots venisse finalizzato, aveva ammonito che Biden non dovrebbe concedere la vittoria “in nessun caso”.
Per mesi il Partito Democratico ha condotto wargames in cui Trump rifiuta di concedere la vittoria e deve essere rimosso, arrivando a minacciare se necessario la secessione degli Stati blu. In molti tra i “trumpisti” hanno fatto notare che tra i più assidui sostenitori di questi scenari ci sono i più instancabili fan delle cosiddette “rivoluzioni colorate” all’estero, che da manuale partono proprio da un risultato elettorale dubbio o contestato, e vengono attuate mobilitando le piazze. In fondo, sono stati i Democratici a insistere per tutti gli innovativi nuovi sistemi di voto…
E poi c’è l’ininterrotta sequenza di manifestazioni e violenze degli ultimi mesi, scatenatesi in nome della protesta contro la brutalità poliziesca, ma che sin dall’inizio hanno assunto un carattere più ampio, decisamente reminiscente di una rivoluzione culturale e politica ad ampio spettro. Si tratta di coincidenze che generano speculazioni e allarme.
Parte della narrazione secondo cui Trump sarebbe un dittatore in nuce si fonda sulla vulgata che avrebbe delle milizie di strada pronte ad intervenire per mantenerlo al potere. Nel corso degli ultimi mesi la campagna di Joe Biden, i Democratici, e la stampa liberal hanno alternato nel sostenere che disordini come quelli di Portland e Kenosha sono “perlopiù pacifici” e, se violenza c’è, è opera di “right wing militias”. In questo ruolo sono state additate organizzazioni come i Boogaloo Boys, i Proud Boys, e i convogli di pick-up sventolanti bandiere pro-Trump. Ma i Boogaloo Boys sono in genere anarco/libertari che frequentemente si sono uniti a BLM nelle proteste, i Proud Boys sono qualcosa di più simile a una fratellanza da college, e i convogli di pick-up imbandierati sono organizzati ad hoc.
Per quanto sia vero che occasionali scontri tra manifestanti ed episodi discutibili ci siano stati, impallidiscono a paragone col miliardo di dollari di danni stimati provocato da organizzazioni come Antifa e Black Lives Matter.
Black Lives Matter non è un’organizzazione per i diritti civili. È un’organizzazione apertamente marxista con una piattaforma omnicomprensiva e radicale. Non è composta da pochi volontari che donano il loro tempo libero, ma da attivisti professionali addestrati, la maggior parte dei quali (75 per cento circa) non sono nemmeno afroamericani. I loro eventi non sono spontanei, ma organizzati a tavolino di tutto punto.
Il loro funding è milionario, e non proviene certo da afroamericani delle Inner Cities che hanno rotto il porcellino. I principali finanziatori di BLM sono organizzazioni come la Open Society e la Ford Foundation [e sappiamo di chi è la “Open Society”, sovvenzionata con 19,59 miliardi di dollari, vero?]. Anche le piccole donazioni private non hanno nulla di bipartisan. Andando sul sito di BLM e cliccando sul pulsante “donate”, si viene portati dritti ad Act Blue. Un’infrastruttura del Partito Democratico.
Anche Antifa ha rivelato negli ultimi mesi alcune connessioni col partito dell’asinello. Ci sono stati casi di Antifa arrestati nel corso di proteste violente che erano politici democratici locali. Il Bail Project, un fondo destinato a pagare la cauzione di manifestanti arrestati, che ha spesso fatto liberare membri di Antifa, riceve donazioni non solo dalla solita coterie di miliardari liberal e stelle del cinema, ma anche da membri della Campagna Biden. Kamala Harris e Chelsea Clinton hanno entrambe sollecitato donazioni.
Una impiegata del Bail Project è stata poi sorpresa a usare i fondi donati per noleggiare e guidare fino a Louisville un furgone pieno di materiale da rivolta (scudi, elmetti, corpi contundenti), che poi è stato distribuito agli Antifa già sul posto. Sara Iannarone, l’attuale candidato democratico in testa nelle elezioni comunali a Portland, che ha ricevuto l’endorsement di Bernie Sanders, è una Antifa dichiarata.
Quando Black Lives Matter occupa una zona pubblica in una città americana è il sindaco di sinistra che gli fornisce tutti i permessi. Quando BLM commette un atto di vandalismo o di violenza, i media arrivano in soccorso minimizzando, e spesso proprio mentendo. E se i manifestanti vengono arrestati, pubblici ministeri compiacenti li rilasciano con, o più spesso senza, una bacchettata sulle dita. Quando qualcuno reagisce, si oppone, si difende, o anche aggredisce i manifestanti, gli stessi pubblici ministeri lo colpiscono con tutta la forza della legge.
Tutti questi movimenti “di strada”, da Black Lives Matter alla Women’s March, e al limite dello spettro Antifa, sembrano essere istituzionalizzati. E tutte queste organizzazioni sono nate o cresciute all’ombra della “Resistenza” varata all’indomani della vittoria di Trump, e ne rappresentano il culmine.
Tutto ciò lascia la sensazione tra i sostenitori di Trump che sia in atto un capovolgimento delle narrazioni. Che la narrazione ufficiale attribuisca ambizioni tiranniche e golpiste alla propria parte, mentre è l’altra parte a praticare la violenza squadrista di strada e a prepararsi a contestare, o rubare, le elezioni.

Max Balestra, 3 Nov 2020, qui.

Aggiungo la dichiarazione di Nancy Pelosi che Biden sarà presidente, qualunque sia il conteggio finale. Così a naso direi che l’unico modo perché si realizzi l’auspicio della signora, ossia che Biden diventi presidente “qualunque sia il conteggio finale” è che qualcuno ammazzi Trump subito dopo l’elezione e prima che abbia il tempo di nominare il vicepresidente, che in tal caso ne prenderebbe il posto. Conoscendo la signora, non mi stupirebbe affatto che il suo pensiero sia proprio questo. A confermare lo scenario arriva il signor Biden che in tutta tranquillità, anche se con le consuete difficoltà neurologiche a mettere insieme più di una manciata di parole per volta, racconta di avere messo insieme la più vasta organizzazione di brogli elettorali della storia politica americana. Ascoltare per credere:

Nel frattempo Nigel Farage ci mostra le precauzioni messe in atto a Washington in previsione di ciò che si scatenerà in caso di vittoria di Trump:

Concludo con un paio di cose che forse non tutti sanno: i creatori del KKL sono stati i democratici; sempre i democratici si sono opposti con tutte le proprie forze – non limitate a quelle dialettiche, come ben sappiamo e come ha sperimentato Martin Luther King – prima all’abolizione della schiavitù (Abraham Lincoln era repubblicano), poi dell’emancipazione dei negri (lo stesso John F. Kennedy, pur personalmente favorevole all’emancipazione, è sempre stato abbastanza cauto nelle sue prese di posizione ufficiali, per non rischiare di scontentare il suo elettorato). Ed è dovuto arrivare il cattivo uomo dal ridicolo ciuffo arancione per dichiarare il KKK movimento terroristico.

barbara