AMOS OZ 3

Per cominciare bene l’anno e perché non si creda che si siano perse le buone abitudini

Amos Oz, il talento e l’utopia

Non andavo d’accordo con Amos Oz, gli scrissi varie volte e lui mi rispose sempre, da quell’ uomo educato che era. Era convinto di poter fare la pace con gli arabi palestinesi e si illudeva talmente tanto da mentire a se stesso. Una delle sue risposte alle mie contestazioni fu “La penso come te ma dobbiamo cercare in tutti i modi di arrivare alla pace”. A quale pace pensasse è un mistero, dopo tutte le esperienze tragiche vissute con i palestinesi. Era un uomo leggero e sorridente, credeva nell’umorismo, come disse durante un’intervista con Fabio Fazio in occasione della presentazione del suo romanzo “Giuda”, credeva che dare una pillola quotidiana di Sense of Humor ai fanatici avrebbe sconfitto il terrorismo. Un illuso, un sognatore che, forse senza rendersene conto, diede ai filoarabi di tutto il mondo la scusa per odiare quell’Israele che non seguiva i suoi consigli di pace a tutti i costi, anche di fronte all’annientamento. Lui era l’ebreo buono, tutti gli altri, quelli che volevano difendere Israele tutto intero, erano gli ebrei cattivi. Fu molto criticato, anche da me, quando mandò al terrorista ergastolano Marwan Barghouti, il suo libro “Una storia di amore e di tenebra”, fu accusato di tradimento e questa macchia gli rimase incollata addosso anche se, pare, lui se ne fregasse altamente. Mandare a un pluriassassino del proprio popolo un libro con dedica è stato un atto incomprensibile, mi auguro se ne sia pentito anche se non lo ha mai ammesso. Mi ha sempre fatto infuriare la consapevolezza che rifiutasse di capire quanto il terrorismo degli arabi fosse dovuto NON a frustrazione ma all’odio senza confini che hanno sempre provato per gli ebrei e per Israele. Il suo limite fu di non credere alle ragioni di Israele e di voler considerare come vittima il nemico che, a parer suo, ammazzava ebrei perché povero e sottomesso. Questo è purtroppo un pensiero comune in molte ONG sinistroidi israeliane e non, tipo l’orrida B’Tselem che Oz difendeva a spada tratta. Come la maggior parte delle persone di sinistra colpevolizzava il proprio paese per sentirsi solidale con coloro che interpretavano come grandi attori il ruolo dei poveretti maltrattati dalla potenza sionista. Amava Israele ma non era un patriota, avrebbe rinunciato volentieri a parte del paese nell’illusione di trasformare il nemico in amico, l’odio in amore, il terrorista in alleato. Utopie malate e soprattutto pericolose. La fortuna è che Amos Oz non abbia mai intrapreso la carriera politica, se lo avesse fatto e, data la sua popolarità, fosse diventato premier, probabilmente Israele non esisterebbe più come stato degli ebrei ma come ennesimo stato arabo. Mi è sempre risultato inspiegabile come persone intelligenti, intelligentissime e colte, possano considerare un nemico che non fa altro che ammazzare e distruggere, come possibile alleato nella pace. Amos Oz ha vissuto in Israele tutta la sua vita, ha visto i morti, ha partecipato alle guerre, ha visto bambini linciati come accadde a Tekoa dove Kobi Mandell e Yosef Ishran, tredicenni, che furono fatti a pezzi mentre giocavano. Ha visto neonati come Shalhevet presi di mira dai cecchini palestinesi, ha visto mamme pugnalate al ventre, ha visto famiglie intere con bambini piccoli massacrati mentre transitavano in macchina. Come chiunque in Israele, Amoz Oz ha vissuto queste e tante altre tragedie compiute da quelli che lui chiamava “vittime della frustrazione”. Avrà seguito gli orribili attentati organizzati da Arafat e altri boss del terrorismo arabo-palestinese in Europa, la strage di Monaco, l’assassinio di Stefano Tachè a Roma, gli aerei esplosi a Fiumicino, i dirottamenti. In Israele saltavano in aria autobus e ristoranti con migliaia di vittime di ogni età. Come poteva pensare che quelle belve sarebbero diventate amichevoli? Sono convinta che, nel suo intimo, non lo credesse possibile, sapeva e riconosceva la crudeltà delle guerre e del terrorismo arabo eppure lui continuava a credere, cocciutamente, nell’empatia e nella tolleranza, infatuato irresponsabilmente da una pace impossibile o, forse, dal desiderio di essere popolare nel resto del mondo. E’ un peccato davvero grande che avesse buttato alle ortiche quei suoi nobili sentimenti, rivolgendoli a chi non avrebbe meritato che il suo disprezzo. Pensando invece allo scrittore, al suo enorme talento, alle sue opere, mi stupisce e mi indigna che non sia mai stato candidato al premio Nobel per la letteratura. Il suo capolavoro assoluto “Una storia di amore e di tenebra”, che ricorda i grandi autori russi, con uno stile lineare, conciso, accurato nei minimi particolari, avrebbe meritato il massimo riconoscimento. Pensando ai suoi libri, uno mi viene alla mente per il titolo e la storia che potrebbe sembrare una premonizione “Finché morte non sopraggiunga”, la storia di un uomo che, di fronte al proprio declino, constata di aver perduto molte occasioni. Per Amos Oz l’occasione di non aver usato il proprio talento per seppellire intellettualmente i nemici di Israele, cosa che, con la sua preparazione, avrebbe potuto fare senza sforzo e molto onore. E’ stato comunque un grande uomo che ha fatto amare il popolo ebraico da chi aveva il cuore pulito e del quale Israele va orgoglioso. Che la terra gli sia lieve.

Deborah Fait

Naturalmente, come già detto altrove, non concordo sull’altissimo valore letterario del soggetto, addirittura da premio Nobel. E quando ad amare il popolo ebraico (e Israele), chi aveva il cuore pulito lo amava anche senza di lui. Per tutto il resto, condivido anche le virgole.

barbara

AMOS OZ 1

(Anche se ne avevo già parlato qui), perché è giusto dire pane al pane

Amos Oz: Risveglio mancato.

Di Niram Ferretti

Postato il 29 dicembre 2018

Amos Oz è stato tra i più celebrati scrittori israeliani degli ultimi decenni e, insieme ai due colleghi David Grossman e Abraham Yehoshua, ha rappresentato il tipico esempio dell’artista-intellettuale progressista molto critico nei confronti dello Stato ebraico, seppure dichiaratamente sionista, che così tanto è piaciuto e piace all’Europa post-identitaria e filo palestinese di oggi, e soprattutto al milieu salottiero accademico, politico e letterario degli esecratori professionisti di Israele.
Amos Oz, come Yitzhak Rabin e Shimon Peres era già in vita una icona, quasi un santino, quello dell’uomo dello slancio e della speranza, della spem contra spem, o meglio, dello sprezzo della realtà. Non fu responsabile, come Rabin e Peres, di avere prelevato dal cono d’ombra in cui era finito, il lord of terror Yasser Arafat, per insediare lui e la sua organizzazione criminale nel cuore di Israele, ma fu responsabile di tanti bei gesti, pensieri e parole che hanno costantemente negato la verità dei fatti, cercando di piegare la loro proterva indocilità alle sue nobili astrazioni. In questo assomigliava un po’ a Judah Leib Magnes, rabbino e pacifista, fondatore e cancelliere dell’Università ebraica di Gerusalemme, il quale, nel 1926, fondò insieme a Martin Buber, il movimento Brit Shalom (alleanza per la pace) il cui obbiettivo era quello di creare in Palestina un ponte tra ebrei e arabi. Nel 1929, il movimento si stava già disintegrando sotto la pressione dei tumulti arabi e delle 130 vittime ebree che essi provocarono. Nel 1948, durante la guerra civile tra arabi e israeliani Magnes capì che i suoi ideali si erano infranti definitivamente. La realtà, nella sua incalzante brutalità, aveva smentito tutti i suoi assunti.
Il 21 giugno del 1982, Oz scrisse su Yediot Aharonot una lettera aperta a Menachem Begin, quando la guerra del Libano era iniziata da sedici giorni, lettera in cui lo scrittore faceva presente al primo ministro in carica che Hitler era morto da 37 anni e la morte di migliaia di arabi non avrebbe guarito la “ferita intatta” di non avere potuto uccidere con le proprie mani il dittatore nazista.
Già, gli arabi e la sofferenza a loro inflitta, sono sempre stati al centro dei pensieri di Amos Oz, del suo umanesimo incondizionato, e dunque sterile, autoreferente. È sempre lui che, in un’altra occasione, inviò in carcere al pluriomicida Marwan Baraghouti, a capo, durante la Seconda Intifada, delle sezioni più estremiste di Fatah, la Brigata Tanzim e quelle dei martiri di Aksa, responsabili dell’uccisione di più di cento persone soprattutto civili tra il 2001 e il 2006, una copia del suo libro più famoso Una storia di amore  e  di  tenebra. Il libro era accompagnato da una dedica sentita, “Questa storia è la nostra storia. Spero che la leggerai e ci capirai meglio come noi cerchiamo di capire te. Sperando di incontrarci presto in pace e libertà”. Pace e libertà con chi ha fondato la propria ragione d’essere sull’odio per Israele. Ma per Amos Oz la volontà omicida arabo-palestinese era convertibile in bene.
Nel 2010, in un intervento pubblicato sul New York Times definì Hamas “Non solo una organizzazione terroristica. Hamas è una idea disperata e fanatica nata dalla desolazione e dalla frustrazione di molti palestinesi”. L’Islamismo, la fedeltà assoluta a un idea di mondo fondata sulla sottomissione piena, politica, civile, religiosa, al volere di Allah, il profondo compatto antisemitismo nato da una fusione tra quello teologico coranico e quello di importazione nazista, tutto questo, per lo scrittore israeliano era “una idea disperata e fanatica nata dalla desolazione e dalla frustrazione”.
Nel 2016 fece sapere al Ministero degli Esteri israeliano che non avrebbe più partecipato ad eventi sponsorizzati dal governo in carica ritenuto, contro ogni evidenza, il principale responsabile della pace interrotta. A chi gli chiese se questa decisione non avrebbe rafforzato gli adepti del movimento di boicottaggio contro Israele, Oz rispose candidamente che lui non sosteneva il BDS, come se dissociarsi dalle iniziative promosse dal governo in carica non avrebbe portato acqua al mulino degli odiatori professionisti, di coloro che cercano costantemente di danneggiare Israele con parole e fatti.
In compenso è stato orgoglioso sostenitore di B’Tselem, la ONG israeliana di estrema sinistra finanziata con capitali stranieri che da anni ha come obbiettivo quello di presentare Israele come uno stato criminale, e il cui direttore, Hagai El-Ad, l’ottobre scorso all’ONU, seduto accanto a Riad Mansour, rappresentate del virtuale Stato palestinese attaccava il suo paese costringendo Benjamin Netanyahu a dichiarare:
“Mentre i nostri soldati si preparano a difendere Israele, il direttore di B’Tselem sceglie di dare all’ONU un discorso pieno di menzogne in un tentativo di aiutare i nemici di Israele. La condotta di B’Tselem è una disgrazia che verrà ricordata come un breve e temporaneo episodio nella storia della nostra nazione.”
Ripetendo il verbo di B’Tselem, nel 2016, Oz scriveva in una lettera, “L’occupazione quest’anno compie già 49 anni. Sono certo che debba finire al più presto per il futuro dello Stato di Israele, un futuro a cui dedico il mio impegno profondo. In considerazione delle politiche sempre più estreme del governo israeliano, chiaramente intenzionato a controllare i territori occupati espropriandoli alla popolazione locale palestinese, ho appena deciso di non partecipare più ad alcuna iniziativa in mio onore delle ambasciate israeliane del mondo”.
Testo grossolano, da travet della propaganda, perché si può essere scrittori di talento e al contempo mediocri portavoce delle parole altrui, in cui rifulgono falsità palesi. Oz, infatti non poteva non sapere che quell’”occupazione” di cui parlava, il feticcio persistente della propaganda palestinese e fatto proprio dalla sinistra occidentale è una menzogna ricorrente, venuta meno definitivamente con gli Accordi di Oslo del 1993-1995 e la ripartizione della Cisgiordania in tre aree separate, di cui l’Area A, sotto piena sovraintendenza palestinese, quella B sotto gestione mista e solo quella C, che in un futuro accordo verrebbe comunque ceduta a Israele, interamente sotto tutela israeliana. Così come non poteva non sapere che mai nessun accordo aveva destinato la Cisgiordania a un futuro Stato palestinese, ma semmai la Conferenza di San Remo del 1920 e il Mandato Britannico per la Palestina del 1922 l’avevano destinata al popolamento ebraico.
Diversamente da Judah Leib Magnes, che si riebbe dalle illusioni giovanili e tornò negli Stati Uniti per morirvi, con il timore che gli arabi avessero tutto il tempo a disposizione per distruggere Israele (e i fatti gli diedero terribilmente ragione, nel 1967 e poi ancora nel 1973, e poi di nuovo con le due intifade), Amos Oz non si è mai riavuto, passando dalla mobilità dell’utopia, alla rigidità dell’ideologia.

Solo in una cosa dissento da Niram Ferretti: le doti letterarie. alcuni suoi libri non mi sono dispiaciuti, ma il “capolavoro della sua vita,” Storia di amore e di tenebra, non sono neppure riuscita a leggerlo. Ho resistito eroicamente finché ho potuto con quell’indigeribile mattone, ma alla fine non ce l’ho più fatta. La cosa curiosa è che ero convinta di essere arrivata a metà, e invece quando l’ho ripreso in mano, arresa all’evidenza che non sarei mai riuscita ad andare avanti, per metterlo sullo scaffale, ho trovato il segnalibro a pagina 150, ossia a un quarto: tanto mi era pesato, che ero convinta di essermene sorbita il doppio. e di quel quarto non ricordo assolutamente niente.

barbara