MI FACCIO UN REGALO

Il sottotitolo potrebbe essere “Passano gli anni, passano i decenni ma le passioni, anziché affievolirsi, diventano sempre più forti”.

1962

1987

barbara

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E UN ALTRO BUON COMPLEANNO

glielo faccio dire da Ugo Volli

Israele compie settant’anni. E’ lo spazio di una vita, lo capisco bene, perché è anche (quasi) la mia età. O se volete, sono tre generazioni, un nonno immigrato qui negli anni quaranta o cinquanta in fuga dalle ceneri dell’Europa, un figlio che ha fatto tutta la sua vita in Israele, attraversando l’epoca socialista dei kibbutzim e del sindacato onnipotente e poi la liberalizzazione, l’egemonia laburista e la sua crisi, l’illusione ubriacante e irrazionali dei progetti di pace e i sobri calcoli che sono seguiti, fino alla start-up nation e al benessere diffuso di oggi, frutto soprattutto di trent’anni di egemonia del centrodestra. E un nipote, che magari parla ancora in casa la lingua del nonno o piuttosto quelle dei nonni, perché le famiglie spesso incrociano immigrazioni assai diverse; ma è completamente israeliano, ha fatto il servizio militare e l’università, non capisce proprio quel continente in decadenza e masochista dove noi ci ostiniamo a soggiornare.
Israele compie settant’anni, ha quasi nove milioni di abitanti, quasi l’ottanta per cento di ebrei e il venti per cento di arabi delle diverse religioni; ha un reddito pro capite che sta superando quello di paesi come l’Italia e la Francia, alcune delle migliori università del mondo, una ricerca e sviluppo che ne fa uno dei paesi più dinamici del panorama mondiali, una rete di relazioni economiche e di difesa molto vasta che non risente più che tanto del teatrino dell’Onu, è difeso da uno degli eserciti più forti e motivati del mondo.
Ma soprattutto è gestito da un governo competente e attivo che si sforza di districare i tanti conflitti e vincoli che vengono dalla storia del paese: cerca cioè di mantenere la lealtà dei suoi cittadini arabi, che vedono chiaramente il loro interesse in questo stato, ma talvolta si fanno tentare dalla retorica palestinista; di recuperare a ruoli più produttivi la minoranza religiosa più conservatrice, la quale solo in parte è davvero antisionista, e che certamente ha il pregio di mantenere e sviluppare la tradizione religiosa e quindi culturale dell’ebraismo, ma che per lo più è intrappolato in costumi sociali e perfino in abbigliamenti iperconservativi, che sono solo i gusci caduchi della sua fede; e cerca di sciogliere la presa paralizzante che esercita classe burocratica, intellettuale e mediatica con una mentalità anch’essa conservatrice e misogina, anche se essa non si riferisce all’Europa Orientale dell’Ottocento ma allo stesso Israele dei decenni successivi all’uscita di scena di Ben Gurion, quando il socialismo avviluppava ancora la società, la Corte Suprema si arrogava poteri di controllo sul Parlamento, approfittando della mancanza di una costituzione e soprattutto la retorica della pace non aveva ancora affrontato la prova dei fatti. Ma nonostante la resistenza di intellettuali e giornalisti e giudici e politici di sinistra, oggi Israele è il paese che gioca meglio le sue carte nel mondo, che è riuscito a rendere insignificanti i tentativi palestinisti di distruzione e sa muoversi con sofisticata abilità, coraggio e prudenza nel difficilissimo ambiente mediorientale. Tutti questi risultati, per quanto riguarda gli ultimi quindici anni hanno un nome e un cognome, Bibi Netanyahu, che invano opposizione, interventi stranieri, stampa e inquirenti prevenuti cercano di abbattere.
C’è dunque ragione di festeggiare e noi siamo qui per questo, il Giorno dell’Indipendenza è una grande festa popolare con musica e balli in piazza, fuochi d’artificio, cerimonie e divertimento. Ma non bisogna dimenticare che tutto questo ha avuto un costo enorme. Per questo si è deciso di anteporre alla festa il lutto per i ventitremila militari morti per la libertà di Israele (solo nell’ultimo anno sono stati 71), i moltissimi feriti e per le vittime del terrorismo: se oggi si fa festa ieri si piangeva, letteralmente, con visite ai cimiteri, cerimonie militari, la memoria di chi non c’è più ed è ricordato dalla grande famiglia di Israele. Ma la storia che ci ha portato qui è molto più vasta: solo la settimana scorsa c’è stata la sentitissima giornata del ricordo per le vittime della Shoah e l’eroismo di chi vi si è ribellato, nei ghetti, nei campi, nella Brigata Ebraica, nella Resistenza Europea. E allargando ancora il campo, la storia ha voluto che questa festa cadesse (nel sistema di datazione ebraico) sempre fa la Pasqua ebraica (che ricorda il primo tentativo di genocidio e la prima fuga verso uno Stato ebraico costruito su queste terre trentacinque secoli fa, e il momento in cui si ricorda la morte in massa degli allievi di uno dei maestri più importanti del Talmud, Rabbi Akivà: morti per un’epidemia, forse, per motivi morali o soprannaturali, a quanto dicono alcune interpretazioni tradizionali; ma più probabilmente caduti in quella rivolta contro i romani che si svolse nel 132 della nostra epoca e riuscì per tre anni anche a liberare Gerusalemme, ma poi si concluse nella sconfitta più totale di fronte alla macchina da guerra romana e fu davvero l’ultimo eroico tentativo di libertà per il popolo ebraico, schiavizzato e disperso, spesso massacrato, per i successivi diciotto secoli. Il capo della rivolta era un abile guerrigliero ricordato col nome di Bar Kochba, figlio della stella, ma il leader spirituale era Rabbi Akivà, e probabilmente i suoi discepoli furono sterminati con buona parte del popolo in quel disperato tentativo di resistenza.
Ecco, non si può mai parlare di ebraismo e di Israele senza tornare al grande respiro storico, a una memoria teologico-politica. E dunque anche la festa dell’Indipendenza non ha solo carattere militare o (di più) popolare, ma è anche un contatto con l’identità, la radice profonda di un popolo che sente profondamente di avere un’eredità e un destino storico da trasmettere ed osservare, dunque la responsabilità collettiva di mantenere accesa la fiammella trasmessa nei secoli. Chi non capisce questo è fuori dal popolo ebraico. Venire qui, partecipare alla festa, vuol dire testimoniare di questa continuità e della sua forza creativa. Tanti auguri, Israele! (Informazione Corretta)

E ora godiamoci un po’ del meraviglioso sole di Israele.

barbara

KOL ECHAD – UNA SOLA VOCE

In 15 posti diversi: un piccolo regalo per i 70 (+3000) anni di Israele.

Qui invece sono 12.000, tutti insieme, compreso il presidente della repubblica, a cantare per i 70 anni della recuperata indipendenza di Israele.

E ricordiamo: qualunque cosa accada, la sentinella d’Israele veglia sempre ed è sempre all’erta, per la sicurezza e la pace di tutti noi.
guardiani di Israele
Mazl tov, Israel! Yom huledet sameach!

barbara

RIBUON COMPLEANNO AMICA!

E stavolta per festeggiarti ti porto in Israele, contenta?

PS: grazie a Marco che se n’è ricordato.
PPS: grazie ad Amica che ha capito il commento di Marco (io proprio non l’avevo capito per niente)
PPPS: grazie a Erasmo che sicuramente, visto che è la sua specialità, provvederà a mozzare le dita agli spettatori.

barbara

GEORGES MOUSTAKI

Alias Giuseppe/Yussef Mustacchi (il nome Georges lo ha preso in onore di Georges Brassens), egiziano di nascita, greco-italiano di origine, francese di nazionalità, ebreo di appartenenza, musicista, cantante, attore, pittore, scrittore.
La sua canzone più nota in Italia, Lo straniero, nasce da un episodio: una signora sua amica e probabilmente non solo amica, abbastanza tollerante da tollerare nella propria intimità un tale miscuglio di “razze”, ma evidentemente non abbastanza da considerarlo un suo pari, tutte le volte che si trovava in disaccordo con lui gli intimava “tais-toi, tu es un métèque”, taci tu, che sei un meticcio (o magari “bastardo?”). Moustaki ha risposto con questa canzone.

Avec ma gueule de métèque
De Juif errant, de pâtre grec
Et mes cheveux aux quatre vents
Avec mes yeux tout délavés
Qui me donnent l’air de rêver
Moi qui ne rêve plus souvent
Avec mes mains de maraudeur
De musicien et de rôdeur
Qui ont pillé tant de jardins
Avec ma bouche qui a bu
Qui a embrassé et mordu
Sans jamais assouvir sa faim

Avec ma gueule de métèque
De Juif errant, de pâtre grec
De voleur et de vagabond
Avec ma peau qui s’est frottée
Au soleil de tous les étés
Et tout ce qui portait jupon
Avec mon cœur qui a su faire
Souffrir autant qu’il a souffert
Sans pour cela faire d’histoires
Avec mon âme qui n’a plus
La moindre chance de salut
Pour éviter le purgatoire

Avec ma gueule de métèque
De Juif errant, de pâtre grec
Et mes cheveux aux quatre vents
Je viendrai, ma douce captive
Mon âme sœur, ma source vive
Je viendrai boire tes vingt ans
Et je serai prince de sang
Rêveur ou bien adolescent
Comme il te plaira de choisir
Et nous ferons de chaque jour
Toute une éternité d’amour
Que nous vivrons à en mourir

Et nous ferons de chaque jour
Toute une éternité d’amour
Que nous vivrons à en mourir.

Con questa faccia da straniero sono soltanto un uomo vero
anche se a voi non sembrerà.
Ho gli occhi chiari come il mare capaci solo di sognare
mentre ormai non sogno più.
Metà pirata metà artista un vagabondo un musicista
che ruba quasi quanto dà
con questa bocca che berrà a ogni fontana che vedrà
e forse mai si fermerà.
Con questa faccia da straniero ho attraversato la mia vita
senza sapere dove andar
e’ stato il sole dell’estate e mille donne innamorate
a maturare la mia età.
Ho fatto male a viso aperto e qualche volta ho anche sofferto
senza però piangere mai
e la mia anima si sa in purgatorio finirà
salvo un miracolo oramai.
Con questa faccia da straniero sopra una nave abbandonata
sono arrivato fino a te
adesso tu sei prigioniera di questa splendida chimera
di questo amore senza età.
Sarai regina e regnerai, le cose che tu sognerai diventeranno realtà
il nostro amore durerà per una breve eternità
finché la morte non verrà.
Sarai regina e regnerai, le cose che tu sognerai diventeranno realtà
il nostro amore durerà per una breve eternità
finché la morte non verrà.
Il nostro amore durerà per una breve eternità
finché la morte non verrà.

L’altro ieri ha compiuto 79 anni. Buon compleanno, grande Georges, e resta a farci compagnia per altri 79.

barbara