MOMENTI (13/18)

Visita al Monte del Tempio. Il mitico Dan Bahat, archeologo di fama mondiale che ci fa da guida, settantanovenne vispo come un grillo,
Dan Bahat
spiega e racconta e tutti noi, intorno, ascoltiamo. Ad un certo punto uno del gruppo posa un braccio sulle spalle della moglie; immediatamente piomba lì un poliziotto palestinese con l’espressione truce e furiosa: vietato abbracciarsi! (ammazzare invece sì, quello non profana il “luogo sacro islamico”).

La tomba di Rachele. Che in realtà non era in programma, è stato Giulio Meotti a volerla inserire in extremis – e ne approfitto per mettere un’altra foto.
con Meotti 2
Mi piace un sacco questa in ombra con le fronde sulla testa (e mi sa che dev’essere proprio salice, anche se non avevamo niente da appendere). La tomba, dicevo. Per proteggerla hanno dovuto costruirle tutta quella cosa enorme intorno, ma la stanza della tomba vera e propria è piccola, e vi si accalca una grande folla di donne (anche di uomini, ma dall’altro lato), e per arrivarci bisogna infilarsi, sgusciare fra un corpo e l’altro, strusciandosi, spingendo, comprimendo, guadagnando centimetro dopo centimetro, millimetro dopo millimetro, e quando si raggiunge finalmente la tomba si ha davanti un muro di braccia protese a toccarla, in un silenzio assoluto tranne qualche sussurrare di preghiera. E finalmente ci sono arrivata, ho infiltrato la mia mano, fra braccio e braccio, fra polso e polso, fra mano e mano. Tutta intera non ci stava, ho posato solo le dita, ma è bastato: l’ho sentita, la corrente che dalla punta delle dita mi percorreva tutto il corpo e vi scorreva dentro come acqua di torrente, e una tale sensazione di pace, di serenità, di dolcezza, di leggerezza, come se non avessi più peso. Non più di qualche secondo, perché altri corpi premevano, altre mani urgevano, ma è stato sufficiente a poter dire che ho vissuto un’esperienza. (Dite che non è razionale? OK, ho vissuto un’esperienza non  razionale: qualche problema?).

Alla tomba dei Patriarchi. Credo sia stato alla tomba di Sarah: giovanissima madre seduta in un angolo, profondamente immersa nel suo libro di preghiere, con accanto la carrozzina col figlio di pochi mesi. Mi avvicino, lo guardo, mi guarda; sorrido, sorride; avvicino una mano, sfioro una delle sue, muovo le dita. Lui, che sicuramente non ha mai visto delle unghie rosse, le guarda affascinato, poi mi prende la mano fra le sue e ci gioca. La madre, pur sempre profondamente immersa nella sua preghiera, intravvede il mio gioco con suo figlio, intravvede il mio e il suo sorriso e il suo viso, già luminoso di suo per la preghiera di un’intensità sconosciuta alla maggior parte di noi, si illumina ancora di più, di una luce tutta speciale.

Passeggiata sul lungolago del Kinnereth, in una notte di luna piena.
Kinneret notte
Ad un certo punto comincia ad arrivarci della musica. Proviene da uno di quei club esclusivi, in cui non basta pagare per entrare, e comunque nessuno di noi ha il desiderio di entrarci, senonché una dice, io vado a chiedere! È una signora anziana, notevolmente malmessa, con problemi di deambulazione, che su scale e terreni sconnessi ha bisogno di aiuto e a volte è costretta anche a rinunciare. Beh, la vediamo, allibiti, prendere la scala che dalla strada scende fino all’ingresso del club, sbilenca ma decisa e neanche eccessivamente insicura, raggiungere il portiere e discutere un bel po’ con lui – il come è rimasto un mistero, dato che oltre al romanesco non ci risultavano altre lingue conosciute. Alla fine è tornata su avvilita, confermando che possono entrare solo i soci del club. Dove comunque si dimostra che l’entusiasmo fa miracoli.

Le medicine. Avevo dimenticato a casa la borsina delle medicine: l’avevo lasciata sulla credenza per non doverla ritirare fuori se mi fosse venuto in mente qualcosa all’ultimo momento, e poi è rimasta lì. All’aeroporto mi è stato suggerito di andare al pronto soccorso a farmi fare una ricetta e poi prenderle nella farmacia lì. Naturalmente mi faccio accompagnare da Manuel, essendo quella che si perde nel corridoio di un bilocale. È vero che negli aeroporti, anche quelli molto grandi, è impossibile perdersi, e infatti non mi ci sono mai persa, ma un conto è andare al check in o al gate, altro cercare un pronto soccorso che sta al piano sotto di quello sotto di quello sotto e ci sono ascensori che servono per andare in un posto e altri che invece non ci vanno e infatti prima abbiamo preso l’ascensore sbagliato poi abbiamo preso quello giusto ma sciamo scesi al piano sbagliato ma insomma alla fine ci siamo arrivati. È vero che ci ero già stata, al pronto soccorso di Malpensa, ma quella volta ci ero arrivata in sedia a rotelle portata dall’addetto all’assistenza, mentre adesso ci dovevo arrivare con le mie gambe. Vabbè, arriviamo, spiego il problema all’infermiere che sta all’accettazione, lui prende il telefono, chiama il medico e gli spiega a sua volta il problema; poi, mentre aspettiamo che il medico arrivi, chiede: “Dove andate di bello?” In Israele, dico. E lui: “Bello! At medaberet ivrit?” Parli ebraico? Non era israeliano, e neanche ebreo; semplicemente cinque anni fa gli è improvvisamente venuta l’ispirazione di studiare l’ebraico e da allora ogni settimana si fa la sua ora di lezione, ci ha mostrato il libro che si porta dietro sempre per studiare nei momenti morti, il quaderno degli esercizi, e si è messo a parlare con entusiasmo della sua sconfinata ammirazione per questa cultura, e per questo popolo che ha preso in mano un pezzo di deserto e in pochi decenni lo ha trasformato in uno stato all’avanguardia in tutti i campi, agricoltura compresa.

Il portabottiglie termico. Quando sono entrata in albergo, a Gerusalemme, lo avevo, ne ero sicurissima. Poi però in camera quando, tolte dalla valigia le cose che mi servivano, l’ho cercato per bere, non c’era più. Evidentemente dovevo averlo posato da qualche parte nell’atrio e dimenticato lì, sicché sono andata alla reception e ho chiesto se fosse stato trovato. Mezz’ora dopo uno del personale ha bussato alla mia camera, con due portabottiglie termici che erano stati trovati in giro, ma nessuno dei due era il mio. Ne avevo un altro, quindi per tenere in fresco l’acqua non avevo problemi, ma mi seccava perché la sera precedente, nel sistemare tutte le cose in valigia, avevo dimenticato fuori gli orecchini, e la mattina, quando li ho trovati sopra il mobile, non sapendo dove metterli, li avevo infilati nel taschino portacellulare del portabottiglie. Non erano di valore, ma erano belli. Tre giorni dopo, nel lasciare l’albergo di Gerusalemme, sistemate tutte le cose, chiusa la cerniera e tirato su da terra il trolley, ho trovato il portabottiglie appeso al manico del trolley, dove lo avevo infilato quando ero entrata in albergo, in attesa di ricevere la mia chiave, e rimasto per tutto il tempo sotto la valigia (diciamolo, comunque, che è un gran bastardo).

Il malore. È stato a Zfat il penultimo giorno – quello prima della catastrofica caduta. Eravamo appena scesi dall’autobus e stavamo iniziando una scalinata quando, al secondo gradino, mi sono sentita male; al terzo mi sono detta non ce la faccio, ho tentato di fare il quarto, poi ho rinunciato e mi sono dolcemente accasciata. Poi Claudia si è messa a farmi vento con un depliant e poi qualcuno le ha dato un ventaglio e lei e Manuel mi sono rimasti vicino mentre gli altri hanno proseguito, che poi comunque quando mi sono ripresa li abbiamo raggiunti perché si erano tutti fermati a fare pipì (in Israele il clima è estremamente secco, essendo in gran parte deserto, e bisogna bere moltissimo, sicché praticamente si passa metà tempo a visitare e metà a pisciare).
Ma era del malore che volevo parlare, o meglio del momento in cui ho rinunciato a tentare di resistere e mi sono lasciata andare: è un’esperienza che avevo già vissuto, e la sensazione è stata esattamente la stessa: sei in pubblico, hai l’impressione che crollare giù come un sacco di patate ti faccia fare una bruttissima figura, ti vergogni, ti senti imbarazzato, ti preoccupi di quello che può succedere dopo, tenti di resistere… e poi senti che non puoi, che non c’è niente da fare, che ti devi arrendere e decidi di smettere di combattere. Crolleresti anche se tentassi di resistere ancora, ma di lasciarti andare in quel momento lo decidi tu: non sei l’oggetto passivo di una forza più grande di te bensì il soggetto attivo di una scelta. E la sensazione provata è quella di una liberazione, di una pace assoluta, di un benessere assoluto, di un piacere assoluto e intensissimo.
Forse, quando arriverà la mia ora, sarà così che mi sentirò nel momento in cui deciderò di smettere di resistere, lascerò andare i remi e mi abbandonerò alla corrente.

barbara

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E POI C’ERA IL GRADINO (13/1)

Che non aveva una sola ragione al mondo per essere lì e poi nessuno mi ha detto che c’era e insomma io non l’ho visto e non l’ho fatto e sono caduta in avanti e poi non so perché il piede si è girato e il corpo si è avvitato girando di 180° in modo da avere la schiena rivolta verso la terra e poi sono arrivata a terra appunto di schiena con un impatto violentissimo (e nei pochissimi istanti intercorsi fra il momento in cui il corpo si è girato e quello dell’impatto tre pensieri, in rapidissima successione, mi hanno attraversato la mente: la schiena – la testa – stavolta schiatto, che mi ero proprio vista col cranio spappolato e invece no, incredibilmente, e miracolosamente, la testa l’ho sbattuta molto piano) e poi ho cominciato a gridare e gridare e ancora gridare per il dolore disumano alla schiena e poi mentre gridavo i ragazzini arabi hanno cominciato a gridare sharmutta sharmutta e allora ho smesso di gridare per dirgli sharmutta to mare e to sorèa e poi con l’aiuto dei compagni di viaggio sono riuscita a spostarmi dai sassi al cemento e poi la guida ha detto chiamo l’ambulanza e io ho detto no e poi la guida ha detto chiamo l’ambulanza e io ho detto sì perché ero proprio paralizzata dal dolore e poi mentre aspettavo l’ambulanza sono rimasta lì sdraiata sulle lastre roventi di questo muretto sotto il sole di mezzogiorno e poi un compagno grande e grosso si è sacrificato mettendosi fra me e il sole per farmi ombra e qualcuno mi ha ripetutamente bagnato il viso e le braccia e poi è arrivata l’ambulanza ma per raggiungermi hanno poi dovuto fare scale e scale con la barella e poi mi hanno portata giù e io gridavo dal dolore ad ogni gradino e poi sono arrivata all’ospedale di Nahariya (quello in cui vengono curati i siriani feriti o affetti da patologie non curabili altrove) e poi ho aspettato e aspettato e poi mi hanno fatto le radiografie e il tecnico ha detto che non c’erano fratture e che il dolore atroce era provocato dallo spasmo e poi mi hanno parcheggiata in un corridoio e poi mi hanno dimenticata (vabbè, la perfezione non è di questo mondo) e poi Manuel è andato a chiedere e poi mi hanno riportata dove ero prima e poi è venuto l’ortopedico che mi ha visitata e ha visto le radiografie e gli è venuto un dubbio così poi mi hanno fatto la TAC (ma prima l’ortopedico mi ha fatto fare un’iniezione di Voltaren) e lì si è visto che ho una frattura a una vertebra lombare e poi allora è venuto il neurologo per controllare che le connessioni nervose fossero a posto (lo erano) e poi mi hanno dimessa e poi abbiamo preso un taxi e alle undici e mezza siamo arrivati a Tel Aviv e poi la domenica mattina mentre i compagni di viaggio andavano in giro sono rimasta in albergo e poi sono andata in taxi all’aeroporto dove era stato predisposto il volo assistito e poi a Malpensa ho preso un taxi che per la modica cifra di 900 euro mi ha portata a casa. Amen.

barbara

ULTIME COSE (11/16)

Prima di chiudere i resoconti di questo viaggio, bisogna che racconti ancora un paio di cose. Per esempio di quando sono caduta. Ricordando che ero freschissima reduce della frattura alla vertebra, come già avevo ricordato qui. La vertebra si era saldata, ma la situazione generale era ancora estremamente precaria; in conseguenza di ciò, molte cose mi erano state categoricamente vietate, ma ho dovuto farle, nonostante il divieto, per esempio fare scale, e Gerusalemme, da questo punto di vista, è molto peggio di Venezia, perché a Venezia sono al massimo un paio di decine di gradini per volta, mentre a Gerusalemme sono anche qualche centinaio al colpo. E non avrei dovuto sollevare e portare pesi, ma anche se sono stata molto aiutata, come si fa ad evitarlo del tutto quando si gira con un trolley e uno zaino? Ma la cosa proprio vietatissima, assolutamente vietatissima, assolutissimamente vietatissima, era ovviamente cadere: quello proprio non doveva succedere. Ed è successo (ne avevo accennato qui). È successo a Zfat, dove la strada del centro è così,
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con le vecchissime pietre levigate da milioni, decine di milioni, forse centinaia di milioni di piedi, rese simili a marmo cosparso di talco, e con quel piccolo gradino fra il canale di scolo centrale e le due parti laterali. E stato esattamente lì che ho posato il piede, e sono caduta in avanti. Non mi sono fatta male, per niente: avendo lo zaino in spalla, avevo le mani libere e le ho portate in avanti, e le ginocchia, martoriate dall’incidente di tre anni fa, non le ho quasi neanche posate. Ma l’unica cosa che avevo in mente era che “non doveva succedere”. Non doveva succedere ed era successo, e sono entrata in una sorta di stato di shock, ho cominciato a tremare convulsamente, quasi incapace di parlare, due compagni di viaggio, i più vicini a me, si sono precipitati ad aiutarmi a rialzarmi ma io restavo ferma lì, continuando a ripetere no, aspetta. Alla fine mi sono lasciata sollevare, la proprietaria del negozio di fronte al quale ero caduta ha portato una sedia, e poi un bicchier d’acqua. Ed è stata una cosa abbastanza buffa, perché proprio in quel negozio ero stata l’anno prima, a comprare un paio di cose, perché era pieno di cose bellissime, e mi ero fermata abbastanza a lungo (il resto del gruppo era andato a visitare le sinagoghe, che io avevo già visto, e quindi avevo tempo) per via della signora del negozio, persona straordinariamente interessante. Sentendomi parlare in italiano, mi si era rivolta in questa lingua, spiegandomi poi che era mezza italiana e mezza tedesca, nata cattolica e convertita all’ebraismo ortodosso. In occasione della caduta e delle sue ripercussioni, non avrei potuto imbattermi in una persona più adatta: calma, dai movimenti armoniosi, dalla voce bassa e calda, è quel tipo di persona che rilassa solo a guardarla. Ogni tanto qualche turista italiano, sentendola parlare così bene la nostra lingua, le dice “Parla bene l’italiano!” (immaginare che una persona che parla italiano possa essere per caso italiana, richiede evidentemente uno sforzo di fantasia troppo grande per certa gente), e lei, atteggiando il viso allo stesso stupore dei suoi interlocutori: “Anche voi”. Anche se non è nata ebrea, l’umorismo ebraico lo ha, a quanto pare, assorbito tutto. Quando ci ero stata la prima volta, mi aveva chiesto da dove venissi: domanda che, nel mio caso, può avere varie risposte: da dove arrivo in questo momento, di dove sono originaria, dove ho vissuto la maggior parte della mia vita… Sicché ho risposto: “È una storia lunga”. E lei, pronta: “Da dove comincia?” Realizzando così un importantissimo insegnamento dell’ebraismo: le domande sono molto più importanti delle risposte perché se vuoi avere risposte utili, devi fare le domande giuste. L’ho apprezzata poi in particolar modo quando un compagno di viaggio, dopo avere scambiato una breve chiacchierata con lei, le ha porto la mano per salutarla. Evidentemente ignorava che fra gli ortodossi non sono ammessi contatti fra uomini e donne: niente baci, niente abbracci, niente strette di mano (è per questo che di solito gli ortodossi si sposano giovanissimi, e raramente un fidanzamento dura più di due mesi: perché le regole sono regole e vanno rispettate, ma anche gli ormoni sono ormoni, e hanno il sacrosanto diritto di essere rispettati). La signora ha avuto un attimo di esitazione, indecisa fra il rispetto di una regola religiosa e quella che l’altro avrebbe sicuramente percepito come una incomprensibile scortesia e sarebbe quindi stata, di fatto, una scortesia; solo un attimo, poi ha porto la mano e ricambiato il gesto (pochissime fra le donne ortodosse che conosco avrebbero fatto altrettanto. Naturalmente avrebbero spiegato, molto gentilmente, il motivo per cui non prendevano quella mano tesa, ma non l’avrebbero presa). Ah, dimenticavo: tra l’altro era anche molto bella.

E poi devo raccontare di Moti, la nostra guida. A cui per ben due volte ho mandato ogni sorta di maledizioni possibili quando di sua iniziativa, senza consultarci e senza neppure informarci, ha ordinato la sveglia per tutto il gruppo. La prima volta avevo impostato quella del cellulare per mezz’ora più tardi, e quel brusco risveglio anticipato è stato un vero trauma. Gliene ho dette di tutti i colori e lui ha promesso che da quel momento in poi l’avrebbe fatta dare solo a chi voleva. Il giorno dopo una parte del gruppo doveva andare a visitare Masada e una parte in spiaggia sul mar Morto; io ovviamente avevo programmato di andare al mare, e avevo messo la sveglia alle otto, e di nuovo mi arriva la sveglia alle sei. E quella volta ho avuto una vera e propria crisi isterica, e ne ha fatto le spese chiunque mi sia arrivato a tiro per un bel po’ di ore successive. E poi c’è stata la volta che prima di andare a mangiare ha accompagnato alcuni a cambiare i soldi. Dovevano impiegare una decina di minuti, ma poi si sono divertiti a scommettere su non ricordo più che cosa e dopo un’ora non erano ancora tornati. E io non posso stare più di quel tanto senza mangiare, e la scorta per le emergenze che avevo portato con me, l’avevo già esaurita, sicché ad un certo punto ho cominciato a dare fuori di testa. Uno aveva una caramella e me l’ha data, un altro un biscottino, ma io avevo bisogno di mangiare. E quando finalmente sono tornati e siamo arrivati al posto in cui si poteva mangiare, la mia resistenza era completamente esaurita, e le ginocchia hanno cominciato a scendere. Per fortuna Eyal era proprio di fianco a me: mi ha raccattata su prima che arrivassi al pavimento e portata di peso fino a una sedia e mi ha ordinato lui due panini, su cui mi sono buttata come una lupa famelica. Però era simpatico, faceva cose originali come quella della recita in costume a Beit Shean, di cui ho già parlato, o l’impasto con farina e uova per mostrare come si è formato il monte Sodoma. Ed era veramente molto bravo come guida, oltre ad avere uno straordinario senso dell’umorismo. È stato grandioso la volta che rivolgendosi a un membro del gruppo, teologo (credo autodidatta, ma comunque molto preparato), gli ha posto un quesito “che da tanto tempo mi tormenta, e non trovo risposta”: perché Gesù chiede per ben tre volte a Pietro se lo ama? E il povero Ennio lì a distillare spiegazioni, interpretazioni, esegesi… E lui: “Ma tutto questo, sai, non mi convince mica più di tanto. A me però viene in mente un’altra cosa”; prende il vangelo e legge il brano della guarigione, da parte di Gesù, della suocera di Pietro: “Ecco, nessuno mi toglie dalla testa che Gesù avesse una gran paura che Pietro non gliel’avesse perdonata, e per questo ha così tanto bisogno di essere ripetutamente rassicurato”.

E poi bisogna che racconti della visita al Golan. Ci sono stata molte volte, nella maggior parte dei miei viaggi in Israele, ma questa volta è successo qualcosa che non era mai successo nei viaggi precedenti: i cannoneggiamenti su Damasco.
Golan-Damasco
Che tutti leggono sui giornali, che tutti vedono e sentono in televisione, ma essere lì, essere fisicamente lì, e sentire con le proprie orecchie, dal vivo, che lì si sta bombardando, che lì si sta uccidendo, è proprio un’esperienza radicalmente diversa. Noi eravamo lì, vedevamo Damasco a occhio nudo, e a orecchie nude sentivamo bombardare. Una cosa veramente da dare i brividi alla schiena.

barbara

 

STO IMPARANDO

A fare la spesa mi accompagna regolarmente la mia badante a ore, dato che non posso chinarmi, non posso sollevare e portare pesi, non posso fare sforzi di alcun genere. A volte però capita che in un giorno in cui lei non c’è ho bisogno di una o due cose leggere: un cespo di insalata, due pomodori, il burro, il latte. Il latte, ecco: le altre cose sono tutte raggiungibili, il latte no. Quello che prendo io, ossia il più economico, che è anche quello che viene da più lontano cioè dall’Austria, sta al piano terra, a dieci centimetri dal pavimento, e non lo posso prendere, quindi bisogna che fermi il primo che passa e gli chieda il favore di prendermelo. Ecco, la cosa che sto faticosamente imparando è questa: chiedere aiuto. Non l’ho mai fatto. Non sono mai stata capace di farlo. A causa di questa mia incapacità mi sono trovata in situazioni a volte anche abbastanza drammatiche. In molte cose me la so cavare benissimo da sola, dal cambiare una presa di corrente al ricaricare la batteria dell’auto, ma in tutte no, naturalmente. E in quelle che no, se non capitava per caso qualcuno a offrirmi aiuto spontaneamente, non ne uscivo. Adesso, che la situazione di avere bisogno di aiuto è così frequente, mi sono dovuta decidere a imparare. Le prime volte balbettavo, il che mi metteva ancora di più in imbarazzo, a volte ero costretta a ripetere perché farfugliavo così penosamente che quello che usciva dalla mia bocca era proprio incomprensibile. Ma pian piano sto imparando. Adesso riesco quasi sempre a dirlo tutto di fila “mi scusi, per favore, mi potrebbe prendere quel cartone di latte lì?” Il busto è ben visibile, non ho bisogno di spiegare perché non lo faccio da sola. Poi c’è che a volte ho l’impressione che un sacco di persone abbiano una tale voglia di gentilezza da essere grati non solo quando la ricevono, ma addirittura quando viene loro offerta l’opportunità di darla.
Vabbè, con tutto sto gran guaio – che poi mi è venuto in mente che è stato qui che ho mandato a puttane la vertebra. Poi l’ultimo giorno in Israele abbiamo piantato un alberello (uno ciascuno, cioè) in una foresta del KKL e non potendomi inginocchiare per via delle ginocchia distrutte dall’incidente sono stata lì un tempo infinito (il terreno era scosceso e sassoso) a picconare tutta curva in avanti, e lì le ho dato il colpo di grazia. A questo punto bastava soffiarci sopra perché andasse in due pezzi, e così è stato – con tutto sto gran guaio, dicevo, che oltre a tutto il resto mi costerà sicuramente anche il viaggio in Israele di settembre, almeno una cosa buona è venuta. Poi mi resta da capire perché sessanta giorni di busto mi abbiano portato via sei chili senza che abbia fatto niente per perderli, in aggiunta ai nove chili persi nei quattordici mesi precedenti, senza che abbia fatto niente per perdere neanche quelli, ma questa è un’altra storia.

barbara

AGGIORNAMENTO PERSONALE

Tappeto del bagno sopra le piastrelle lisce. Sgabello sopra il tappeto che sta sopra le piastrelle lisce. Io sopra lo sgabello che sta sopra il tappeto che sta sopra le piastrelle lisce. Poi ho fatto un movimento, lo sgabello, essendo posato sul tappeto che è posato sopra le piastrelle lisce, si è spostato spostando il tappeto che è scivolato sopra le piastrelle lisce e io ho perso l’equilibro e sono caduta all’indietro, incastrata tra water bidè vasca da bagno mobiletto altro mobiletto. Bilancio: tutte e due le spalle, una clavicola, un braccio, una mano, una chiappa, un piede, un ginocchio una caviglia più uno squarcio a una gamba dove uno spigolo dello sgabello mi è entrato nella carne. Ah, e poi ho disintegrato il meccanismo della bilancia, che adesso si ostina a raccontarmi che peso quarantaquattro chili e mezzo (tutti ordinatamente in fila per sei con resto di due e mezzo). Ma se becco quel maledetto gattaccio nero che mi ha fatto il malocchio, guarda…

(Consapevole, tuttavia, che fra le persone che leggono questo blog ce ne sono almeno un paio che di incidenti come questo metterebbero la firma per poterne avere uno al giorno, non mi ritengo in diritto di lamentarmi più di tanto)

 barbara