HO LETTO UN LIBRO

Si intitola Il racconto dell’anello e dice che è una storia vera raccontata in prima persona dal protagonista e tradotta dalla nipote che assicura che non c’è neanche una virgola di fantasia aggiunta e che poi oltre che una vicenda personale è anche un documento storico prezioso, una testimonianza accuratissima di fatti e luoghi, con interpretazioni di prima mano [qualunque cosa possa significare…] e notazioni che ne raccomanderebbero la lettura nelle scuole. E dunque c’è questo tizio che viene deportato a Treblinka e poi sogna una ragazza bellissima che gli dice tranquillo andrà tutto bene e poi il giorno dopo mentre è in fila trova per terra nella sabbia un anello sfuggito alle SS e sull’anello c’è un cammeo col ritratto preciso sputato della ragazza del sogno e lui decide di tenerselo e poi scappa da Treblinka e resta libero un sacco di tempo e va in giro e fa affari e ha una donna e poi lo riprendono e l’anello sfugge a tutte le perquisizioni tranne una volta però poi le SS glielo restituiscono e poi finisce ad Auschwitz dove solo i poveracci portano la divisa del campo mentre quelli che hanno un qualche ruolo o funzione se la fanno fare su misura dai sarti del campo con stoffe di buona qualità e con un ottimo taglio che gli stanno a pennello (c’era un bordello di ebrei ricchi ad Auschwitz, sapete) e poi racconta di tutti gli innumerevoli bombardamenti alleati su Auschwitz che ogni volta i tedeschi se la facevano sotto dalla paura e gli ebrei che preparavano la rivolta che avevano quantità industriali di armi nascoste dappertutto in giro per il campo e poi racconta un sacco di altre cose che adesso non mi ricordo più ed è un vero peccato perché sono tutte cose che non si trovano in nessun altro libro di memorie di sopravvissuti alla deportazione e poi arriva la liberazione e lui va a Roma e un giorno in campagna resta con la macchina in panne e gli dà un passaggio un camion che trasporta castagne che poi si ferma a tirare su anche una ragazza e indovinate un po’, era la ragazza del sogno e dell’anello, lei precisa sputata e anche con la stessa voce e poi si sposano e poi si trasferiscono in America e vissero a lungo felici e contenti.
No, non vi dico che è una cagata pazzesca perché sarebbe uno stratosferico eufemismo.

barbara

LA CUCINA COLOR ZAFFERANO

«Con La cucina color zafferano Yasmin Crowter si dimostra scrittrice di eccezionale grazia e onestà.»
THE SUNDAY TELEGRAPH

«Una drammatica e appassionante storia famigliare… Una lettura davvero insolita e piacevolissima.»
THE GUARDIAN

«Un romanzo dolceamaro… il cui placido snodarsi evoca efficacemente paesaggi geografici e paesaggi dell’anima.»
THE OBSERVER

«Con una scrittura misurata ma potente Yasmin Crowter racconta una vicenda a cavallo tra Occidente e Oriente.»
FINANCIAL TIMES

Ecco, ora ne abbiamo la prova del nove: i recensori dei giornali sono pagati per scrivere sotto dettatura ciò che a qualcuno fa comodo che scrivano, tenendoli rigorosamente all’oscuro di ciò che sta all’interno della copertina del libro. Perché di questo libro, parafrasando il famoso Se tu mi amassi, se io t’amassi, ah come ci ameremmo, potrei dire: Se l’autrice avesse una storia da raccontare, e se sapesse raccontarla, ah che bella storia che ci racconterebbe. La storia, infatti è decisamente banale, trita, scontata, raccontata senza grazia, con dialoghi banali e noiosi, con approfondimenti psicologici da Freud dei poveri, e tutto il libro per arrivare alla drammatica rivelazione finale che dovrebbe chiarire – e secondo l’autrice effettivamente chiarirebbe – tutto ciò che di incompreso era stato lasciato. Ora, non ho il minimo dubbio che essere stuprata a sedici anni da un branco di militari puzzolenti in una lurida caserma per ordine del proprio padre sia un’esperienza che lascia segni indelebili, ma questo dovrebbe spiegare la violenza della donna contro il nipotino? Violenza talmente cieca e gratuita da indurre il bambino a tentare il suicidio? E come se non bastasse, continua a ripetere come un mantra che lo fa per renderlo forte perché se mi mostravo debole mi punivano, quando tutto il libro sta a raccontare che lo scopo della punizione era di spezzarne la resistenza e indebolirla, perché era troppo forte.
E naturalmente non può mancare il lieto fine dove vissero tutti felici e contenti, compresa la figlia che per colpa della madre ha perso un bambino ma adesso ne arriva un altro, compreso il vecchio marito scaricato dopo quarant’anni di amore e di fedeltà e di devozione perché lei, dopo quarant’anni – alleluia alleluia – ha finalmente capito che la sua vera vita è altrove ma lui se ne fa una ragione e va a vivere al mare.
Per curiosità ho anche dato un’occhiata in internet, dove ho trovato un sacco di recensioni e commenti positivi, qualcuno lo ha addirittura paragonato a Il cacciatore di aquiloni. A me, sinceramente, sto libro fa cagare (come gli stralci di recensioni che ho riportato, del resto: sfido chiunque a trovare un qualsiasi significato in quelle ammucchiatine di parole). Insomma, se vi trovate in quella famosa isola deserta e questo è l’unico libro che avete, vabbè, in quel caso leggetelo.
Ah, dimenticavo: quella cucina che ad un certo punto viene dipinta color zafferano e se ne parla giusto il tempo di dipingerla e poi il discorso finisce lì, non si capisce mica tanto come si inserisca nella storia.

Yasmin Crowter, La cucina color zafferano, Guanda
La cucina color zafferano
barbara