IL VECCHIO CONTINENTE IMMOBILE MESSO IN GINOCCHIO DAI RIFUGIATI

di Gian Micalessin

L’ Europa paradigma del caos, della cancellazione della sovranità e della fine dello stato nazionale. È questo il tema centrale del «cinguettio» con cui Donald Trump risponde ai propri detrattori. Per capirne la profondità basta ricordare che i concetti di «stato nazionale» e di «sovranità» sanciti dalla pace di Westfalia del 1649 rappresentano da oltre 350 anni le fondamenta dell’ordine europeo.
Fondamenta fatte traballare per la prima volta da una Merkel pronta a cancellare i confini dell’Europa pur di garantire la libera circolazione di quel milione e passa di migranti senza documenti e identità affacciatisi ai confini orientali del continente nel settembre 2015.
Il caos generato da una Cancelliera alla ricerca di visibilità umana e «umanitaria» è purtroppo insito nel modello di Unione europea disegnato dall’alleanza di burocrati ed elite finanziarie sovranazionali, interessati non tanto alla sicurezza della popolazione e agli interessi degli stati, ma alla nascita di fiacchi modelli sovranazionali, come appunto Bruxelles, garanti dell’interesse dei grandi complessi economici. Il lussemburghese Jean-Claude Junker, promosso a capo della Commissione Ue dopo aver trasformato il Granducato in paradiso fiscale al servizio di aziende intente a eludere le tasse nazionali ne è l’esempio perfetto. Come lo è la Grecia sacrificata nel nome della sopravvivenza delle banche francesi e tedesche. I fronti della sicurezza e dell’identità nazionali sono però quelli su cui questo modello perverso di Europa produce le degenerazioni peggiori.
Un fronte in cui s’iscrive il caos della Turchia considerata arbitrariamente parte auspicabile di un consesso di nazioni essenzialmente cristiane, democratiche e liberali. Tre concetti difficilmente applicabili a un Paese islamico governato da un Erdogan uscito dalle fila della Fratellanza Musulmana. Eppure nel nome di quell’illusione l’Europa chiude gli occhi sui 5mila volontari jihadisti partiti dalle proprie capitali e transitati, dal 2012 fino a fine 2015, attraverso l’aeroporto di Istanbul prima di unirsi alle milizie dello Stato Islamico. Nel nome della stessa illusione finge, nell’estate 2015, di non vedere la «manina» di Erdogan intento a spalancare i cancelli dell’Egeo a oltre un milione di profughi pronti a cancellare la sovranità nazionale dei Paesi europei. Un caos pagato non solo con i 6 miliardi di euro versati all’«alleato» Erdogan per sigillare la rotta balcanica, ma anche con il sangue dei cittadini europei caduti a Parigi, Bruxelles Nizza e nelle altre piazze colpite dal terrore islamista. Perché dalla rotta balcanica sono transitati non solo due degli attentatori fattisi saltare a Parigi il 13 novembre 2015, ma anche le migliaia di estremisti, mescolati ai rifugiati, andati ad alimentare l’humus dell’estremismo fondamentalista. Un humus peraltro ben concimato dal compiaciuto autolesionismo dell’Ue.
Un’Unione intenta a spendere calde lacrime per i ribelli al qaidisti arroccati ad Aleppo Est e a sanzionare invece quella Russia di Putin trasformatasi, grazie alla latitanza dell’America di Obama, nell’unico alleato contro il terrorismo jihadista. In questa malata e masochistica ideologia sovranazionale s’iscrive la confusione tra «solidarietà» e «mancanza di controlli» a cui pretendiamo s’adegui l’America di Donald Trump. Per comprenderlo torniamo ai due kamikaze arrivati a Parigi il 13 novembre 2015 dopo esser sbarcati da un gommone con a bordo 198 migranti approdato all’isola greca di Leros il 13 ottobre 2015. Fu la mancanza di controlli voluta nel nome dell’immediata e pronta accoglienza predicata dalla Merkel e da tanti professionisti del «buonismo» a permettere che le due bestie arrivassero indisturbate a Parigi.
Ed è la negazione dell’identità cristiana predicata da quest’Europa a impedirci di capire quanto importante sia la svolta di un Trump deciso ad accogliere prima di ogni altro i nostri correligionari in fuga dalle persecuzioni. In nome di quel paradossale rifiuto della nostra identità noi europei rinneghiamo chi prega il nostro stesso Dio per difendere l’arrivo nelle nostre città di rifugiati portatori di contrasti sociali e di estremisti islamici pronti a contestare, se non a distruggere, il nostro modello di civiltà. E in questo cieco furore autodistruttivo alimentato da euroburocrati ligi ai regolamenti, ma indifferenti ai valori nazionali e religiosi, riusciamo non solo a scordare l’ordine di Westfalia, ma persino ad attribuire la stessa dignità religiosa al Cristianesimo e a un Islam ancora incapace di cancellare dai propri testi le dottrine dell’odio. A dimenticare che dall’ideale cristiano scaturisce non solo la compassione per chi fugge dalle guerre, ma anche quella civiltà delle regole indispensabile per garantire la convivenza e il rispetto dell’altro. Un’amnesia esistenziale che ha trasformato l’Europa nella patria del caos perfetto.
(Il Giornale, 30 gennaio 2017)

Prima considerazione: a qualcuno potrà dare fastidio l’espressione “radici cristiane”. Dovremmo tuttavia renderci conto che non stiamo parlando di fede religiosa bensì di cultura. Non stiamo parlando del credere o non credere alla verginità della Madonna, o dell’obbligo di andare a messa la domenica, bensì dell’essere convinti che uomini e donne hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri, che la democrazia è un valore, che la libertà di pensiero parola e stampa non è negoziabile, che il vestito da indossare oggi lo decido io, non l’ayatollah.
Seconda considerazione: chi scappa da una guerra, da che mondo e mondo, attraversa la frontiera e si ferma lì, in attesa di poter tornare. E si porta dietro moglie e figli, perché è prima di tutto per mettere in salvo loro che sta scappando. Quindi chi si mette su un barcone, pagando oltretutto migliaia di dollari per mettercisi, per spostarsi di diecimila chilometri, e non si porta dietro donne e bambini, e magari si porta invece dietro lo smartphone ultima generazione, NON sta scappando una guerra – e con tutta probabilità neache dalla miseria – quindi NON abbiamo una sola ragione umanitaria per accoglierlo in casa nostra. Meno che mai per usare i nostri mezzi e i nostri soldi per andarlo a prendere a casa sua.
E poi beccati questo.
camion
barbara

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LA NOTA CHE NON POTEVA MANCARE

Secondo il New York Times una delle prime persone travolte dal camion nella strage di Nizza è una donna musulmana. Lo riferisce il quotidiano in una delle mappe pubblicate su Twitter e rilanciata in particolare da coloro che, sui social, sottolineano che “il terrorismo non ha paternità religiosa” polemizzando con altri che indicano nella fede islamica l’origine del massacro. (qui)

Poi pesco da Google un po’ di titoli a caso:
Il fatto quotidiano: Attentato Nizza – DIRETTA – Guerra sul lungomare. Camion sulla folla e spari, 84 morti: molti bambini – l’identità del terrorista arriva alla diciassettesima riga
Repubblica: Strage a Nizza, camion e spari sulla folla. Il tir a zigzag per falciare più passanti. Almeno 84 morti
Il Giornale: Attentato a Nizza, camion uccide 84 persone
Quotidiano.net: Attentato Nizza, camion fa strage in Francia (spero proprio che lo sbattano in galera e buttino via la chiave, quel porco bastardo maledetto di un camion)
Panorama: Attentato a Nizza, 84 morti: un camion sulla folla – ma almeno l’identità del terrorista arriva subito alla prima riga
Il sole 24 ore: A Nizza camion e spari sulla folla, almeno 84 morti
Due le parziali eccezioni:
Ansa: Camion sulla folla a Nizza: 84 morti. Tanti bambini tra le vittime. L’attentatore è un franco-tunisino
Corriere della Sera: Attentato Nizza: camion sulla folla e spari, 84 morti. «Tanti i bambini» È stato un nizzardo di origini tunisine
Parziali, perché neppure in questo caso viene nominato il dato fondamentale, ossia la religione del terrorista.
E vi lascio con questa incredibile perla, pescata qui:
Sono appena sceso dal treno, dove ho litigato con uno che diceva che “magari era un ebreo” (il camionista di Nizza).

barbara