LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE

Classificato come romanzo, del romanzo ha in realtà solo la forma narrativa: l’intero contenuto è basato unicamente sui diari e sulle testimonianze di chi, in tutti gli anni della latitanza, ha avuto a che fare con lui. Dialoghi virgolettati e descrizioni sono praticamente assenti, e la ricchissima bibliografia che accompagna il racconto testimonia l’accuratezza e la vastità delle ricerche.
Del personaggio non ho molto da dire, se non che fra gli orrori perpetrati sulle vittime dei suoi “esperimenti” ve ne sono alcuni che non conoscevo, e la cui efferatezza non sarei mai arrivata a immaginare. Quello che invece voglio dire è che questo è un libro che dà soddisfazione, ma proprio tanta. Perché tutti noi, pensando a quest’uomo, ai suoi crimini, ai decenni di libertà, alla totale impunità di cui ha goduto, non riuscivamo a darci pace. Ebbene no, non è andata proprio così. Precisando, beninteso, che nessuna sofferenza patita da quest’uomo potrà mai lontanamente espiare i suoi crimini, che è blasfemo anche il solo pensarlo, emerge tuttavia che forse Eichmann, processato in una gabbia come un gorilla allo zoo, processato – horribile auditu! – proprio da quegli schifosi Untermenschen meritevoli solo di essere sterminati come scarafaggi, impiccato nel cortile di una prigione e cremato – cremato! Lui! Dagli ebrei! – e le ceneri disperse nel Mediterraneo affinché niente potesse restare di lui, ebbene Eichmann, a ben guardare, ha avuto forse una sorte meno malvagia di quella di Mengele. Che ha goduto, sì, delle immense ricchezze della famiglia che gli hanno permesso di comprarsi la libertà, con residenze ultraprotette e fedelissimi pronti a tutto, ma dopo alcuni anni relativamente sereni inizia, soprattutto con la spettacolare cattura di Eichmann da parte del Mossad, un inferno fatto di terrore di essere trovato, di messa in atto di misure di sicurezza che, letteralmente, gli impediscono di vivere, di isterismo e ipocondria che gli allontanano, a poco a poco, anche i più fedeli protettori. Non che con questo giustizia sia fatta, per carità, però a leggere il suo sprofondare sempre più, il ridursi a vivere – lui, l’elegantissimo e ricchissimo dandy che ha avuto tutto – in una baracca, sporco, trasandato, decrepito, evitato da tutti, ecco, una discreta soddisfazione la provi. Detto questo, aggiungo che è un libro davvero eccellente, che merita assolutamente di essere letto.
E voglio concludere riportando una pagina che non esito a definire spassosa. Ad un certo momento, dopo gli anni della grande rimozione, del grande silenzio, si comincia a parlare dei campi di concentramento e di sterminio, di ciò che vi è avvenuto, delle proporzioni di ciò che vi è stato perpetrato, e i nazisti argentini sono sconvolti da queste orribili calunnie che infangano l’onore della Germania. Con l’arrivo di Eichmann respirano di sollievo: lui era al centro di tutto, lui sa tutto, lui ha visto tutto coi suoi occhi: ora potranno, per suo tramite, gridare al mondo la verità!

A poco a poco il mondo scopre lo sterminio degli ebrei d’Europa. Escono sempre più libri, articoli, documentari dedicati ai campi di concentramento e di sterminio nazisti. Nel 1956, nonostante le pressioni del governo tedesco occidentale, che chiede e ottiene il suo ritiro dalla selezione ufficiale del festival di Cannes in nome della riconciliazione franco-tedesca, Notte e nebbia di Alain Resnais sconvolge le coscienze. Il Diario di Anne Frank conosce un crescente successo. Si parla di crimini contro l’umanità, di soluzione finale, di sei milioni di ebrei assassinati. La cerchia Dürer nega questa cifra. Si rallegra per l’impresa di sterminio ma stima in sole trecentosessantacinquemila le vittime ebree, smentisce gli omicidi di massa, i camion e le camere a gas; i sei milioni sono una mera falsificazione della Storia, l’ennesimo raggiro del sionismo mondiale per colpevolizzare e demoralizzare la Germania dopo averle dichiarato guerra e averle inflitto distruzioni spaventose, sette milioni di morti, le più belle città rase al suolo, la perdita dei territori ancestrali all’Est. Per Sassen e Fritsch solo un uomo è in grado di ristabilire la verità. Adolf Eichmann. Ha supervisionato tutte le tappe della guerra contro gli ebrei. Dopo la morte di Hitler, Himmler e Heydrich, è l’ultimo esperto, l’ultimo testimone chiave. Conosce gli attori, le cifre; potrà smentire. Gli ebrei hanno trascinato nel fango la Germania, Eichmann riscatterà il suo onore. Hanno montato la più grossa menzogna della storia per impadronirsi della Palestina, ma saranno pubblicamente sconfessati, le loro maschere e quelle dei loro manutengoli cadranno: la cerchia Dürer distruggerà le loro macchinazioni e lavorerà alla riabilitazione della Germania, alla redenzione del nazismo e del Führer. Fritsch e Sassen propongono a Eichmann di dire la sua sulla «pseudo soluzione finale». Dovrebbero ricavarne un libro, alla casa editrice Dürer piacerebbe pubblicarlo. L’idea affascina Eichmann. Dopo la chiusura della lavanderia ha lavorato in un’azienda di prodotti sanitari e, in mancanza di meglio, ormai alleva galline e conigli d’angora sotto il sole abbrutente della pampa. Le sue giornate sono lunghe e monotone, dà da mangiare agli animali, pulisce le gabbie, raccoglie gli escrementi e rimugina sul passato, sulla sua gloria di un tempo, sulla famiglia rimasta a Buenos Aires, sul quarto figlio appena nato, Ricardo Francisco, un miracolo, sua moglie ha quarantasei anni e lui quasi cinquanta. Si guadagna da vivere molto modestamente. Perciò, un libro sulla sua grande opera… basta anonimato e polli, una manna di quel genere non la si può rifiutare. Ridiventerà una star e si difenderà, lui che spulcia i giornali e la letteratura storica sa che il suo nome è regolarmente citato, a torto – si indigna –, i suoi figli devono conoscere la verità. I tedeschi lo plebisciteranno e la sua tribù potrà tornare in Europa a testa alta. Intanto lui, Fritsch e Sassen guadagneranno un mucchio di soldi con la vendita del libro.
Le sedute di registrazione cominciano nell’aprile del 1957, nel signorile domicilio del giornalista olandese. Tutte le domeniche uomini e donne si riuniscono intorno al grande organizzatore della Shoah, lusingato da tanta attenzione e felice di godersi i sigari e i whisky torbati del padrone di casa. Eichmann tormenta l’anello d’onore delle SS rispondendo alle domande di Sassen e di Fritsch, talvolta spalleggiati da ospiti con competenze più specialistiche, il grande Bubi von Alvensleben, ex aiutante capo di Himmler, e Dieter Menge, il fanatico asso dei cieli proprietario della grande estancia dove i nazisti amano riunirsi.
[…]
Frattanto Sassen e Fritsch proseguono i colloqui con Eichmann. Per sei mesi, «con l’infaticabile spirito dell’eterno tedesco», lui monologa, tutto fiero, a volte commosso fino alle lacrime dai propri racconti, dal proprio successo – «sei milioni di ebrei assassinati» –, dai rimpianti: non ha adempiuto la sua missione, «il completo annientamento del nemico». A Sassen, a Fritsch, alla cerchia Dürer, che non volevano credere alla «propaganda nemica», Eichmann conferma le proporzioni dello sterminio, descrive nei particolari le uccisioni di massa, le camere a gas, i forni crematori, i lavori forzati, le marce della morte, le carestie: la guerra totale ordinata dal Führer. Sassen e Fritsch, quegli agnellini, credevano che il nazismo fosse puro. Non si aspettavano le precisazioni di Eichmann. Oppure speravano che Hitler fosse stato tradito e Eichmann manipolato da potenze straniere. Sei milioni. Quella cifra li lascia scossi. Appena concluse le registrazioni prendono le distanze dal colpevole di crimini contro l’umanità. Hanno calato la loro ultima carta: hanno perso.

Olivier Guez, La scomparsa di Josef Mengele, Neri Pozza
la scomparsa di mengele
barbara

Annunci

FANTASMAGORIE

Perché ogni tanto bisogna anche ricordare

FANTASMAgorie

Stendo un panno bianco, accendo una lanterna.
Muovo i miei attori tra l’uno e l’altra, proietto una vecchia pellicola, un frenetico movimento d’ombre.
Una danze di falene, attorno alla fiamma che le brucerà.
Levi amò Marie e generarono Isaac.
Isaac amò una deliziosa fanciulla: generarono Sara e David.
Sara sposò Geremia.
Sara e Geremia generò Hanna, Salomon e Jacob.
David conobbe Rachel e generarono Rebecca, Moshe e Jerico.
Da loro si generarono Lazarus, Olga, Irene, Emil, Johanna, Benjamin…
Agito la mia lanterna magica, proiettato sullo schermo della Storia una fantasmagoria, un rapido susseguirsi d’immagini, luci, colori e suoni; il pianto, il riso, le parole, dapprima infantili, di queste generazioni.
La loro voce, sempre più greve, durante la crescita.
Li faccio vivere, nella mia mente: apro mondi, confini e dimensioni che trascendono la placenta spazio-tempo in cui galleggiamo.
Vi ho portato su un sentiero – dei tanti – che si è biforcato all’origine di un bivio.
Per un attimo abbiamo percorso un tratto di strada sui passi di un altro mondo, qualcosa che poteva essere e non è stato.
Un parto che mai successe; l’aborto del bimbo chiamato futuro.
Levi non generò.
Marie non generò.
Levi morì, a Mauthausen.
Marie spirò ad Auschwitz.
Isaac in entrambi.
FANTASMA(gorie), insieme caotico di cose, concetti, elementi, pensieri, immagini, a confondere la mente di chi osserva, legge o ascolta.
Solo, purtroppo, un FANTASMA: immagine illusoria, ingannevole e fantastica di uno scenario immaginario dove è proiettato un film mai fatto.
Illusione, inganno e fantasia, uno scenario virtuale, “fantasmagoria” di una lanterna che proiettò solo ombre;
come quella dell’uomo “vaporizzato”, evaporato: molecole “spruzzate” sul muro, “spennellate” dall’esplosione di una bomba atomica sessant’anni fa, in una piccola città del Giappone.
Lanterna magica, generatrice d’ombre, tremule, sull’inconsistente trama, sul trasparente tessuto della Storia.
Una Storia che non fu mai. Uomini e donne che non furono mai.
Radici estirpate e rami tagliati, “disboscati” da chi uccise Levi e Marie.
Ma anche Isaac, Sara, David, Hanna, Salomon, e Jacob, Rebecca, Moshe e Jerico e…e…
Conserviamo la memoria.
Raccogliamo il racconto di chi ormai è quasi alla fine dei giorni che Dio gli ha donato.
Ascoltiamo i loro ultimi respiri, le parole che vengono da lontano.
Evocano FANTASMI: le voci di Levi, di Marie, il pianto di Isaac, il grido di Sara e David.
I grani di un rosario che si snoda come una lunga fila di spettri, in una nebbiosa brughiera: Inconsistenti, eterei, impalpabili.
Ora, per un attimo, esistono: io li ho chiamati.
La memoria, il ricordo, li può far restare: dimenticate e li cancellerete ancora una volta!
Israele ha perso molto più di una somma di parti, di una conta di teste, cancellate nei campi di concentramento.
Un buon motivo per gettare la “spada di Brenno” sul piatto della bilancia.
Scusate la digressione, ma io sono come la cartuccia d’inchiostro della stampante: spesso scrivo…”a getto”.
Non rispetto la logica degli argomenti e la coerenza dei tempi.
Ma da giullar qual sono, a corte debbo non solo far l’ilare ma, talvolta, anche far pensare.
La memoria, la memoria: solo con questa si entrerà nel “giardino dei Giusti”, nell’Agorà.
Giuseppe Fontana (lettera pubblicata nel forum di Magdi Allam)

Il mitico Beppe Fontana, la mitica penna del mitico Beppe Fontana: quanto ci mancano, quanto ci manca la sua capacità di dare vita anche a chi vita non ebbe.

barbara

 

QUEI POVERI DISPERATI MIGRANTI

In fuga da guerra, terrore, miseria. Laceri e macilenti. Senza neppure la forza di levare lo sguardo, senza il coraggio di emettere un fiato.

Identici agli ebrei braccati dai nazisti, strappati alle loro case,
deportazione 1
caricati su carri bestiame,
deportazione 2
inviati direttamente al gas quelli più deboli,
in camera a gas
sfruttati, quelli più forti, fino allo sfinimento
deportazione 3
o usati per gli esperimenti
deportazione 4
e poi anche loro infilati in una camera a gas e cremati, o scaraventati in una fossa comune.
deportazione 5
E i pochi sopravvissuti ridotti così.
deportazione 6
deportazione 7
Identici: stesso sterminio, stesso genocidio, stesso olocausto, stessa shoah, come ha insistentemente ripetuto il nostro sindaco in sinagoga in occasione della giornata della memoria: “È la stessa cosa, è la stessa cosa, è la stessa cosa”.

barbara

“FINALMENTE SALVO!”

Non è uno scrittore, Ariel Yahalomi, nato Artur Dimant. Non è uno scrittore, e tuttavia questo suo libro di memorie che si snodano attraverso l’infanzia spensierata in Polonia, gli undici campi di lavoro e di concentramento, la liberazione, il trasferimento in Israele, la guerra di liberazione condotta e incredibilmente vinta da un esercito composto in discreta misura da relitti umani reduci dai campi di sterminio, l’intensa attività lì svolta e ancora in atto in tardissima età, questo suo libro, dicevo, prende, cattura, e si legge, dalla prima all’ultima pagina, con la stessa passione con cui è stato scritto. Ne voglio riportare una pagina, particolarmente significativa (ma in realtà sono tutte particolarmente significative).

La prima volta che ebbi un’arma in mano compresi il significato che aveva la possibilità di difendersi. Fino ad allora le uniche mie armi erano state il valore della persona, la presenza di spirito, la volontà di sopravvivere e la capacita di resistere. Sono stato sempre una persona amante della pace. Tuttavia, quel mio primo contatto con un’arma da guerra ebbe su di me un effetto straordinario: adesso non ero più una vittima condannata a fuggire e nascondermi… Mi era assicurato un fondamento morale, potevo tranquillamente affermare che ora operavo in difesa dei miei interessi.
Gli anni trascorsi nei campi di concentramento avevano rappresentato una battaglia senza fine per la vita, per la sopravvivenza, per la propria persona e per il proprio spirito. Nei campi di concentramento, insomma,era stata una lotta incessante per la vita.
In Europa, ad annientarmi ci avevano provato i Tedeschi, adesso in Palestina la situazione non era molto cambiata, l’unica differenza era nel fatto, che qui avevo un’arma in mano, e questa non era una differenza da poco. Ero appena riuscito a venir fuori da una situazione disperata e di nuovo ero finito in una condizione piena di rischi. Ancora una volta la guerra, e insieme tutte le nefandezze ad essa collegate.
Si sa, non esiste una guerra piacevole, una guerra delicata. La guerra, non importa di che genere, è una cosa crudele e malvagia. Per il resto, dipende dal ruolo che ti tocca assumere, se quello di vittima braccata o quello di persona libera con un’arma legale in mano. Una cosa come questa può comprenderla solo chi l’ha vissuta.
Quella e stata una guerra di pochi contro molti, guerra di persone insufficientemente esperte nell’arte della guerra di fronte ad un esercito regolare.
[…]
Per noi era assolutamente chiaro che dovevamo combattere, non avevamo scelta alcuna. Al tempo stesso, però, dovevamo costruire, lavorare, vivere, accogliere i nuovi immigrati che fuggivano dai Paesi arabi.
Tutti quelli che arrivavano dalla Germania erano ex internati nei campi di concentramento; venivano inviati direttamente tra i combattenti. Alcuni miei compagni, giunti a Hajfa in nave nel 1948, furono addestrati all’uso delle armi, mentre ancora in autobus li accompagnavano al fronte. Non ne avevano ancora una pallida idea, per loro era una pratica del tutto ignota. (pp. 98-99)

Anche se di testimonianze come questa ne abbiamo lette a decine, penso che valga ugualmente la pena di leggerlo, per arricchire anora un po’ la nostra coscienza con la conoscenza di ciò che è stato.

Ariel Yahalomi, “Finalmente salvo!”, trad. Augusto Fonseca, Deltaedit
finalmente-salvo
barbara

IL FOTOGRAFO DI AUSCHWITZ

Ho guardato la morte negli occhi. L’ho fatto cinquantamila volte.

È polacco, Wilhelm Brasse: nato in Polonia, da madre polacca, di madrelingua polacca. Ma suo padre era austriaco; per questo, all’indomani dell’invasione della Polonia, le SS gli propongono di giurare fedeltà a Hitler e arruolarsi nella Wehrmacht. Ma il giovane Brasse non intende tradire la sua patria, e paga il suo rifiuto con l’internamento ad Auschwitz, dove verrà scoperta e messa a frutto la sua competenza e abilità di fotografo. Le foto di Auschwitz che conosciamo, quelle degli internati in triplice posa (di fronte, di profilo, di tre quarti), le file dei deportati appena scesi dal treno, le quattro bambine nude e scheletrite in piedi contro un muro… sono tutte sue.

Le fotografie dell’Oberscharführer Walter raccontavano una normale giornata di deportazione ad Auschwitz. Fino all’ultima: lo sguardo di donna che tanto aveva impressionato Brasse in camera oscura. Quegli occhi erano ancora lì, aggrappati alla vita, a fissarlo implacabili. Notò che le SS avevano istruito Wladyslaw perché infilasse l’immagine in fondo all’album. Allora il fotografo aveva intuito giusto: quello della donna era il passo finale verso la morte, la sua occhiata ultima al mondo, prima del buio. Wladyslaw non aveva ancora scritto la didascalia, ma lì c’erano le istruzioni di Walter. Dicevano: Ebrea va alla camera a gas. Auschwitz, 30 settembre 1941, ore 16.30.
Brasse chiuse gli occhi e depose l’album sul tavolo.
Era terrorizzato e brividi convulsi gli correvano lungo la schiena.
Per quanto provasse a sottrarvisi, il mondo continuava a bussare alla sua porta.
Lui si sforzava di isolarsi, e più ci provava più la realtà invadeva la sua vita.
Sapeva che nascondersi era inutile.
Lui voleva stare da solo, ma ad Auschwitz non era possibile.
Prima o poi, ne era sicuro, la realtà gli avrebbe chiesto il conto. E lui avrebbe dovuto pagarlo tutto in una volta.

Dopo l’interminabile serie di foto identificative, viene deciso che non ha senso continuare, dal momento che ebrei, zingari e altri simili “Untermenschen” sono tutti destinati al mattatoio e non vale la pena di stare a fotografarli, e lo mettono a disposizione dei medici che si occupano degli “esperimenti”. È così costretto a fotografare corpi morti e uteri appena estratti dai corpi vivi, e ogni sorta di altri orrori. E ad un certo punto arriva la svolta: sopravvivere non basta, occorre dare un senso alla propria sopravvivenza.

Una sera si trovò nel laboratorio, solo, a valutare la resa dei particolari in una foto scattata a un enorme mucchio di cadaveri nudi avvolti dalle fiamme. Erano cento? No, così magri dovevano essere molti di più. E mentre faceva scorrere lo sguardo sui dettagli di quella scena raccapricciante sentiva agitarsi le parti del suo cuore che ancora erano vive e sensibili. La mente no, quella cercava come sempre di tenerla a bada. Ma lei lavorava senza il suo permesso e immagazzinava in una stanza segreta pensieri e immagini che poi lo assalivano non appena abbassava la guardia. All’alba, per esempio, le volte in cui commetteva l’errore di svegliarsi anche solo qualche minuto prima del gong. Osservando l’immagine del rogo, Brasse sapeva che prima o poi si sarebbe chiesto se anche per lui si preparasse una fine così. E, come al solito, più che chiederselo se lo sarebbe immaginato: si sarebbe visto nudo, morto, freddo, scaldato per l’ultima volta dalle fiamme che lo avrebbero definitivamente cancellato.
Le foto delle cataste di cadaveri bruciati a cielo aperto per fare più in fretta, perché i forni crematori non bastavano più, le avevano scattate Walter e Hofmann e sarebbero entrate a far parte della loro collezione personale. Ma lui aveva già visto quelle immagini, perché pochi giorni prima aveva sviluppato e stampato di nascosto altre foto dello stesso soggetto, opera di mani innocenti e non della sanguinaria passione dei suoi superiori. Erano stati alcuni prigionieri del blocco 17 a scattarle, con la complicità di Mieczyslaw, il suo amico che lavorava al crematorio, quello che lo aveva avvisato della morte di suo zio. Loro volevano che fosse fissato il ricordo di quell’orrore e Mieczyslaw aveva fatto sapere ai suoi amici del Servizio Identificazioni che avevano bisogno di una macchina portatile con cui fotografare i roghi dalla finestra del blocco.
Era stata un’operazione pericolosa ma giusta. Brasse e gli altri compagni erano stati contenti di dare una mano, senza poi correre troppi rischi. Ora quelle foto, dicevano i prigionieri che le avevano volute, sarebbero state inviate fuori dal campo e diffuse nel mondo.
Dunque c’erano ancora dei resistenti, ad Auschwitz, uomini che non pensavano solo a sopravvivere.

Il suo coinvolgimento nella resistenza, il suo aiuto a far uscire le immagini di quell’inferno, diventano sempre più intensi e sempre più rischiosi, ma ormai Brasse ha scelto la sua strada, ed è deciso a percorrerla fino in fondo, fino al salvataggio finale di tutto l’archivio, disobbedendo al tassativo ordine dei tedeschi ormai in rotta di distruggere tutto. È grazie a lui che conosciamo l’inferno di Auschwitz; è grazie a lui che possiamo permetterci di sputare in faccia a tutti i negazionisti del mondo.

Questo che segue è il trailer del film dedicato alla sua vicenda

e qui, per chi ha tempo e voglia, c’è il documentario completo.

Luca Crippa – Maurizio Onnis, Il fotografo di Auschwitz, Piemme
Il fotografo di Auschwitz

barbara

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

Riservata ai signori negazionisti che, da quando un noto blog negazionista ha ripreso il mio post sulle camere a gas con relativi commenti, mi stanno infestando il blog come orde di cavallette.
Egregi signori, se vi fa piacere pensare che io non vi rispondo perché non ho argomenti, pensatelo. Se vi fa piacere pensare che Mattogno sia un grande storico e che abbia “fatto a pezzi” la Pisanty, pensatelo. Se vi fa piacere pensare che io mi stia rodendo il fegato perché voi siete tanto ganzi e io miserina e meschinella no, pensatelo. Qualunque cosa vi venga voglia di pensare, pensatela, se ciò può servire a dare un senso alle vostre vite. Quello che vorrei vi fosse chiaro è che ciò che voi pensate non mi riguarda e non mi interessa: SONO CAZZI VOSTRI – e chi non ama il turpiloquio si accomodi pure da un’altra parte. La seconda cosa che vorrei vi fosse chiara è che di vostre deiezioni ne ho pubblicate quanto basta per documentare ciò che deve essere documentato. D’ora in poi non ne saranno pubblicate più; se avete tempo da buttar via per continuare a scriverne, accomodatevi; sappiate però che io di tempo per leggere i vostri liquami non ne perderò. FINE DELLE TRASMISSIONI.

barbara

NON SIAMO RIMASTI SEDUTI A PIANGERE

RIDARE LA VITA

Difficilmente si riesce a pensare ad un progetto più commovente: per vent’anni il pianista italiano Francesco Lotoro ha raccolto 4000 spartiti dimenticati, scritti nei ghetti e nei campi di concentramento da ebrei uccisi durante la Shoah. Li registra e li conserva per i posteri. Ora il musicista – convertitosi all’ebraismo durante il lavoro – chiede una cosa sola allo Stato d’Israele: aiutatemi a conservare l’opera della mia vita

di Menachem Gantz

Si tratta di uno dei progetti più splendidi e commoventi che si possano immaginare nel mondo della musica. Il lavoro del pianista Francesco Lotoro fa rabbrividire, provoca dolore e suscita la riflessione. Tuttavia, porta con sé anche molto ottimismo. Da quasi vent’anni raccoglie e studia ogni pezzo d’informazione, ogni nota e ogni suono nelle opere scritte da musicisti – per lo più ebrei – durante la Seconda Guerra Mondiale, spesso molto vicino alla loro morte. Ha raccolto oltre 4000 spartiti di opere classiche, brani d’opera lirica e pezzi jazz scritti da prigionieri nei campi nazisti.
La maggior parte dei compositori è morta nella Shoah e, settant’anni dopo, Lotoro sta dando nuova vita alle loro opere. Se Lotoro non avesse dedicato la vita alla ricerca di queste opere straordinarie, probabilmente non sarebbero mai state scoperte. Grazie al suo meticoloso lavoro, le opere vengono anche pubblicate. Dal 1996, Lotoro – pianista e musicologo di formazione – ha trovato migliaia di opere perdute, le ha completate e le ha anche registrate in dischi prodotti da lui, che ravvivano i suoni dimenticati.
La contraddizione intrinseca all’opera di Lotoro è chiara: la musica è un processo in cui l’artista è chiamato a trovare l’armonia perfetta al fine di presentarla poi al pubblico. Come’è possibile, quindi, che proprio nei momenti più bui dell’umanità, le vittime siano riuscite a trovare quell’armonia e comporre opere musicali così particolari, pur sapendo che la morte era vicina? Lotoro continua tuttora a cercare una risposta.
“Noi, oggi, troviamo difficile capirlo. Cerchiamo di spiegarlo da esseri liberi, senza realmente aver vissuto una tragedia simile”, spiega Lotoro, 48 anni, in un’intervista speciale a Yediot Aharonot, “Ma si sa che, quando si è vicini alla morte, a volte le forze umane raddoppiano. Molte tra le vittime comprendevano chiaramente che non avrebbero lasciato nulla ai posteri: né case, né danaro, e che, di fatto, nulla della loro esistenza sarebbe rimasto in questo mondo – tranne la musica. Non sono riusciti nemmeno a scrivere un testamento, perché non hanno veramente detto addio alla vita. Il loro testamento è espresso in capolavori”.
Un’ulteriore spiegazione che Lotoro dà alla creatività è proprio il divieto di continuare a comporre imposto dai nazisti ai musicisti nei campi e nei ghetti. “Quando ad un essere umano si porta via la libertà, si toglie la libertà di esprimersi, va a finire che la cerca a tutti i costi”, spiega Lotoro. “Il divieto rende l’essere umano più coraggioso. Prendiamo ad esempio il prigioniero politico ceco Rudolf Karl, che era discepolo del grande maestro Antonin Dvořák. Karl fu arrestato dai nazisti e compose un’intera opera lirica in cinque atti, scritta sulla carta igienica poco prima di essere ucciso ad Auschwitz nel marzo 1945”.
Dopo una ventina d’anni di lavoro, il progetto di Lotoro sta suscitando molta eco in Europa, soprattutto grazie al giornalista francese Thomas Saintourens, che ha pubblicato recentemente il libro “Il Maestro: la ricerca della musica nei campi”. Il libro descrive una ricerca, durata tre anni, fatta sul lavoro di Lotoro, ed è stato accolto con molto interesse dal pubblico. Lotoro, per parte sua, spiega che la sua passione per le opere perdute è nata nei primi anni Novanta, inizialmente per un interesse puramente musicale. Ha sentito parlare per la prima volta dei musicisti ebrei del campo di Theresienstadt durante le lezioni del noto musicologo israeliano Prof. David Bloch, morto nel 2010. “I nazisti volevano presentare un’illusione [di normalità] e hanno addirittura incoraggiato i musicisti a Theresienstadt a comporre e suonare, sotto stretta censura”, racconta Lotoro. “Mi sono recato a Praga, ma lì ho capito che il mio viaggio era solo al suo inizio. Ho continuato verso i campi di sterminio, Auschwitz, i musei, le biblioteche, i conservatori e le università. Risulta che certe opere sono state portate in salvo anche da parenti. Ho indagato presso i superstiti, coloro che sono sopravvissuti ai campi e hanno trasmesso le opere”. Secondo Lotoro, negli anni Novanta riusciva a raggiungere dei superstiti vivi. Oggi si tratta di figli e nipoti che gli trasmettono scritti e note.
Da allora ha trovato non meno di 4000 opere scritte durante la Seconda Guerra Mondiale. “La ricerca è iniziata raccogliendo 407 opere di musicisti ebrei sterminati”, ricostruisce Lotoro. “Man mano che andavo avanti, ho cominciato a capire che si trattava di un patrimonio musicale incredibile, molto più grande. Fino al 2000 circa raccoglievo solo composizioni di ebrei, ma poi ho compreso che noi, da ebrei, non ricordiamo solo le ingiustizie subite da noi. Mediante la memoria delle persecuzioni e della Shoah, ricordiamo ingiustizie e tragedie di profondo significato umano. Perciò, ho iniziato a cercare anche opere di non ebrei”.
Questa impegnativa attività ha influito anche sulla vita personale di Lotoro, che vive nella cittadina di Barletta, nel sud d’Italia. Nel corso del suo lavoro, egli ha scoperto le radici ebraiche della sua famiglia ed il fatto che facesse parte della comunità di marrani provenienti dalla Spagna. Nel 2004 ha deciso di convertirsi all’ebraismo. “Col tempo, sono divenuto una fonte di nozioni, in una materia che non riesco più ad arginare. Mi sento in dovere, come uomo e come ebreo, di continuare a dedicare la mia vita a questo argomento”.
La pesante responsabilità che si è accollato trova espressione nell’aspetto del piccolo studio in cui lavora. Semplicemente affoga nel materiale, senza poterlo affrontare. “Qui ci sono migliaia di lettere, di negativi di fotografie, di foto, di interviste e di testimonianze che non ho la capacità di raccogliere come si dovrebbe” – non si vergogna di confessare. “Sarebbe doveroso mettere questi documenti su un computer, creare un archivio ordinato. Purtroppo, non ho i mezzi economici per farlo. Non ho neppure un’equipe di aiutanti o di assistenti. Di giorno studio pianoforte ed insegno, e le notti le dedico alla ricerca ed all’archiviazione”.
Se dipendesse da lui, trasferirebbe ad un ente o ad un’autorità israeliana tutti i tesori che ha raccolto nei lunghi anni di lavoro. “Queste opere non appartengono a me. Appartengono in primo luogo all’umanità ed al popolo ebraico. Se tutti questi dotati musicisti non fossero stati sterminati, molto probabilmente la cultura umana ed il mondo musicale del XX secolo si sarebbero sviluppati in modo diverso”.
Sono poche le sue aspettative da una qualche organizzazione o da persone private in Israele.
“In Israele mi è stato dato tanto appoggio personale, soprattutto da parte di amici e di musicisti che mi hanno sempre incoraggiato a continuare a raccogliere informazioni, ma mai da un ente ufficiale. Vorrei che il mio archivio facesse l’aliyà in Israele. Ma, se non si troverà chi prenderà a cuore questo patrimonio, forse lo donerò al Comune, qui in Italia, perché ospiti in un sito apposito gli scritti che ho trovato”.
Malgrado siano passati quasi 70 anni dalla fine della Guerra, l’opera di Lotoro continua ininterrottamente. “Io inseguo collezionisti che conservano spartiti rari, che possono costare dai 60 ai 400 euro. Tento di procurarmi finanziamenti per viaggi in Polonia, per spedizioni postali, ma non ci riesco. Credo che continuare questa ricerca debba essere considerato come un comando divino”. Il grosso timore di Francesco è che il lento ritmo del suo lavoro possa tenerlo lontano da altre opere che non ha ancora conosciuto.
“Le opere che ho raccolto indicano che, in quegli anni, la musica si sviluppava su due canali” – racconta Lotoro, riassumendo il frutto della sua ricerca – “C’era la musica che veniva scritta apertamente nel ‘mondo libero’, e che i nazisti ed i loro collaboratori incoraggiavano ed apprezzavano. E c’era la musica clandestina, scritta da carcerati: Victor Ullmann, Pavel Haas, Gideon Klein, Hans Krasa – tutti compositori pionieri di un linguaggio musicale molto avanzato. Malgrado fossero distaccati dallo sviluppo della musica ‘libera’, hanno composto delle opere uniche, sorprendenti, toccanti. Hanno perfino scritto esplicitamente, come risulta dalle affermazioni di Victor Ullmann: ‘non siamo rimasti seduti a piangere sulle sponde dei fiumi della Babilonia. Non ci siamo chiusi nel lutto, abbiamo cantato, abbiamo vissuto!’. Questo era il loro messaggio. Pur avendo perso la vita nella camere a gas ad Auschwitz, Ullmann non vedeva il futuro del popolo ebraico come quello di un popolo in estinzione, bensì un popolo che sarebbe sopravvissuto, malgrado l’orribile tragedia della quale era testimone”.
Lotoro precisa che l’inseguimento della musica è per lui prioritario rispetto alla storia personale dei compositori, ma ammette che le due cose siano inseparabili. “Ciò che mi ha sempre guidato, il mio vero interesse, è la musica. E’ chiaro che sia doveroso capire dove è stata scritta ed in quali circostanze. Forse questa musica non è sostanzialmente diversa da quella di Chopin o di Beethoven, ma, contrariamente alle loro opere, se ne devono comprendere le circostanze, il prezzo che i compositori hanno dovuto pagare per comporre la loro musica”.
Francesco non riesce a scegliere l’opera più importante tra quelle che ha scoperto, ma una gli è rimasta particolarmente impressa. “Ho trovato nell’archivio del settimanale italiano L’Espresso una canzone d’amore resa nota nell’aprile del 1960 e scritta da un ebreo sconosciuto. Nella canzone, egli descriveva il suo amore per Celeste Stella Di Porto, una giovane ebrea, e la vendetta che pretendeva per chi lo aveva scoperto e portato al suo arresto a Roma, prima di essere mandato ad Auschwitz”. Nonostante le parole siano rimaste, la musica non è stata conservata e non è mai stata trovata. “Per anni, passavo per le vie del ghetto ebraico a Roma e cercavo ebrei sopravvissuti alla Shoah, chiedendo loro se conoscevano questa canzone. Una volta ho perfino trovato un’anziana signora che aveva acconsentito a cantarmela, ma poi si è pentita. Finché un giorno, il mio amico Cesare Sonnino mi ha chiamato da Roma per dirmi che sua madre, Ester, ricordava benissimo la musica della canzone. Me l’ha passata al telefono e lei me l’ha cantata tutta per ben quattro volte, senza avere davanti il testo. Non posso descrivere quanto grande è stata la mia commozione!”.
(Ufficio Stampa dell’ambasciata d’Italia a Tel Aviv)

Sono sempre stata convinta che ci sono persone che si scelgono una missione, e missioni che si scelgono una persona: Francesco Lotoro direi proprio che è stato scelto, e non ha potuto fare altro che rispondere, come Abramo, hinnenì, eccomi (e i miei più vivi complimenti alla missione, che davvero non avrebbe potuto scegliere una persona migliore e più adatta).





barbara

STERMINATELI!

Ogni giorno ci aspettiamo di venir gassati. Siamo in questo maledetto kommando da quasi quattro mesi. E non possiamo rifiutarci di fare questo lavoro. Ci scorticherebbero vivi… Ci farebbero a pezzi i figli sotto i nostri occhi… Allora li bruciamo. Io stesso, ho bruciato mia moglie, l’ho riconosciuta; aveva gli occhi aperti. Erano colmi di una tristezza indicibile, di uno spavento senza nome… Per fortuna era morta… perché spesso li bruciamo vivi. Sono solo svenuti. Il gas non agisce in modo uguale su tutte le vittime… e ora è il nostro turno… Lei è giovane, è ariano, ha qualche probabilità di uscirne vivo… sebbene abbiamo bruciato anche polacchi, russi, francesi… e zingari, ma di quelli non parla nessuno… Quando lei uscirà di qui… la prego: parli, racconti, scriva, urli affinché tutto il mondo sappia quel che avviene qui… perché metta fine a questo per sempre. Mai più, mai più questo dovrà ripetersi… in nessun luogo e per nessuno (Testimonianza anonima raccolta al blocco 13 da George Wierzbicki; p. 5)

«Bisognerebbe parlare delle piccole zingare, delle bambine di cui conservo incancellabile l’immagine, stese per terra nel corridoio del Revier, che si contorcevano per il dolore dopo le iniezioni sterilizzanti. Ho visto dei moduli stampati che dicevano: “Io sottoscritta dichiaro di acconsentire liberamente alla sterilizzazione delle mie figlie…” La liberazione delle famiglie zingare aveva questo prezzo, ed esse erano “libere”… evidentemente di scegliere tra questo e la continuazione della vita in quell’inferno. Bisognerebbe parlare anche dei tagli cesarei praticati nel cuor della notte per “farsi la mano”, delle iniezioni mortali, dei sonniferi distribuiti ai malati “per irrobustirli” e che dopo qualche ora non lasciavano che cadaveri… Simili mostruosità, una simile potenza del genio del male non hanno bisogno di commenti, ma impongono in modo perentorio, assoluto, la convinzione che solo una forza sovrumana, un desiderio invincibile di reazione possono opporsi a questa negazione di tutti i valori umani e spirituali». Testimonianza di Adelaide Hautval; pp. 64-65)

Già: c’erano anche gli zingari, fra i deportati nei campi di concentramento e di sterminio, fra i selezionati per i più deliranti “esperimenti”, fra i selezionati per la camera a gas, fra quelli che, addirittura, finivano direttamente nei forni crematori senza neppure essere morti.
È uno spaventoso cazzotto allo stomaco, questa implacabile serie di documenti e testimonianze. E tuttavia abbiamo il dovere di sopportarlo,  questo cazzotto allo stomaco, noi che viviamo nelle nostre tiepide case, perché

«Tutti disprezzavano gli zingari, di razza pura o meticci; tutti, dai deportati alle SS. Allora, perché rinunciare? Chi si sarebbe lamentato? Chi avrebbe testimoniato? Gli zingari contavano ancor meno degli ebrei. Gli zingari non avevano alcuna rappresentanza negli Stati che li avevano visti nascere. Essi non esistevano a livello nazionale o internazionale. Al limite, siamo stati in presenza di un delitto perfetto. Un delitto senza cadaveri. Chi volete, ancora oggi, che reclami per uno zingaro? (p. 209)

Hinnenì: eccomi. Io mi lamento. Io protesto. Io testimonio. Io non tacerò, finché avrò la forza di respirare.

Christian Bernadac, Sterminateli!, Libritalia

barbara