STRAORDINARIA SCOPERTA IN CASA DI BARBARA

A quattro mesi scarsi dal mio settantesimo compleanno, ho scoperto che sono ancora capace di fare la candela. Che riesco a ciucciarmi l’alluce, invece, è cosa nota da sempre (e posso anche salire oltre, e posarmi il tallone sulla testa). Se lo sa la mia ortopedica, mi frusta a sangue. Io però alle sgridate di medici, infermieri, fisioterapisti rispondo regolarmente così: lei fa il medico/infermiere/fisioterapista da vent’anni? Trenta? Quaranta? Io è da settanta che faccio la paziente: il suo mestiere lo conosce lei, ma il mio corpo lo conosco io. E quindi procedo. Poi, volendo, ci sarebbero anche queste altre considerazioni, assolutamente sacrosante.

Filippo Facci

VIETATO VIVERE

Un mattino ti svegli e scopri che è vietato vivere, perché è così, è vero: «L’uomo moderno, in cambio di un po’ di sicurezza, ha rinunciato alla possibilità di essere felice» (Sigmund Freud) perché ormai ogni divieto sembra sacrosanto, ma poi diventa un insieme che diventa una galera, la nostra galera.
Lo sembra questa nostra vita in cui, appunto, un mattino ti svegli e scopri che a Roma e a Torino, siccome eravamo a corto di divieti, hanno deciso di bloccare le auto per via dello smog (sacrosanto, certo) e pazienza se salire su tram e metro diventerà una follia, fa niente se in pratica già non possiamo più uscire di casa e dobbiamo stare attenti pure a come ci stiamo, in casa, e a che cosa mangiamo, beviamo, fumiamo, diciamo, ascoltiamo, clicchiamo; fa niente se la capacità di imporre divieti è diventata la misura dell’amministrazione pubblica, fa niente.
Tanto ormai è tardi, viviamo come se vivere corrispondesse solo al rischio di morire, non ci siamo accorti che il bisogno di sicurezza genera sempre – sempre – anche delle forme di un autoritarismo e la tendenza a regolamentare ogni cosa.
Mentre un professorino di Foggia, ieri, spiegava che un Natale in solitudine è più spirituale (ma lo colpisse un fulmine, a Giuseppe Conte) abbiamo smesso di accettare che la prima causa di morte è la vita, che basta nascere per avere una probabilità su tre di avere un tumore (purtroppo è vero) mentre c’è una parte del mondo che non riesce a mangiare e c’è un’altra che non riesce a non farlo: e, in mezzo a tutto questo, non c’è nessuno che ammette che la prima causa di morte, nel Pianeta, sono l’alimentazione e la respirazione. Si muore perché si vive.
Così leggiamo libri e guardiamo programmi che parlano di cucina (che servono a ingrassare) e poi passiamo dal dietologo (perché dobbiamo dimagrire) e non passa giorno senza che un’alterata percezione del rischio venga trasformata in causa di morte da una politica medicalizzata (o sanità politicizzata, fate vobis) che ormai spadroneggia, e che tende a inglobare anche le dimensioni comportamentali dell’esistenza. Ormai il libero arbitrio viene visto come una minaccia da ridurre a malattia: ecco perché l’Organizzazione mondiale della sanità e cento altri organismi fanno campagne mediatiche e «scientifiche» su tutto, e decidono i prossimi nemici della nostra salute.
Ora c’è il coronavirus, certo. Ma sappiamo tutti che presto o tardi, per dire, negheranno la mutua agli obesi, metteranno etichette terrorizzanti per cibi e vini come per le sigarette, il peso dei bambini diverrà un voto sulla pagella (accade negli Usa) e ci saranno le chiese senza incenso passivo (accade in Canada) e saremo sempre più invasi da continue «valutazioni dei rischi» mentre pubblicheremo, sui nostri giornali, qualsiasi studio: anche se il giorno prima ce n’era un altro che diceva il contrario.
Ascolteremo qualsiasi medico o virologo o camice bianco come se l’idiozia non fosse equamente distribuita in tutte le categorie, e il nozionismo rendesse davvero più intelligenti. Il terrore di ammalarsi impera in una civiltà che tende a interpretare la natura umana solo in chiave biologica, e che ti spiega, persino, che i grandi uomini erano soprattutto dei grandi malati: depressi erano Ippocrate e Churchill e Montanelli, Leopardi aveva un problema di neurotrasmettitori, la sensibilità di Tchaikovskij era una somma di fobie omosessuali, Van Gogh del resto era epilettico, Paganini aveva la sindrome di Ehiers-Danlos, Rachmaninov quella di Marfan, e, peggio, la vicina di casa ha il coronavirus. E allora bisogna vietare. Giustamente.
Ma, a poco a poco, vietano tutto.
La vera minaccia alla nostra proviene da una declinazione distorta della libertà stessa: non abbiamo più margine individuale a fronte della proliferazione proprio dei diritti individuali: il diritto alla salute su tutto, ma questo dopo che un insieme di minoranze ha oppresso sempre nuove maggioranze per via dei diritti del cittadino, del consumatore, del bambino, dell’alunno, dell’anziano, del pedone, dell’automobilista, del ciclista, del turista, dello sportivo, del disabile, del militare, del teleutente, dell’ascoltatore, del lettore, dell’ambientalista, del cacciatore, di chi vuole essere armato e di chi esige che la gente sia disarmata, di chi vuole fumare e di chi non vuole il fumo altrui: sinché a un certo punto tutti i diritti hanno finito per elidersi a vicenda e il lockdown (mondiale?) da Coronavirus ci ha dato la mazzata finale.
Così resteremo a casa. Distanziati, se possibile. Senza troppi abbracci e smancerie contagiose. Anaffettivi.
Naturalmente senza fumare (perché il fumo passivo ammazza il figlio dell’inquilina del palazzo di fronte, e di recente hanno scritto che fa male anche ai cani) e bevendo acqua senza sodio (ma occhio all’arsenico e al cloro e ai solfati, oltre al celebre stronzio) ma senza prosciutto, salame, mortadella e bacon che sono pieni di grassi malsani e nitrati e nitriti (di cavallo?) e niente birra perché il luppolo fa male alla prostata, lo zucchero bianco è veleno al pari di burro, strutto, olio di palma e olio di colza, i sostituti dello zucchero fanno peggio, i biscotti contengono mediamente più grassi dei salumi, sul caffè e sui carboidrati si è letta ogni cosa, nel 2015 l’Organizzazione mondiale della sanità ha deciso che «la carne è cancerogena» (le salsicce sono accanto all’amianto nel gruppo 1, dove sono racchiusi gli agenti più pericolosi) come la Coca Cola e le bibite di ogni tipo, e i succhi, anche in versione dietetica, mentre la frutta alla fine contiene sempre tracce di pesticidi anche se hai lavato e sbucciato, e comunque fa ingrassare come quella secca, il gelato contiene additivi e coloranti e conservanti, in generale tutti i grassi causano malattie cardiache, il generale tutto il grano (non solo il glutine) contiene bromato di potassio, le merendine per bambini fanno ingrassare e danno squilibri ormonali, dei fritti neanche parliamo, il pesce assorbe le sostanze tossiche dei nostri mari, la pizza ha la farina 00 che ha troppo amido e amido e zuccheri e i bordi bruciati o carbonizzati che fanno venire i tumori, niente è peggio del sale che alza la pressione, forse solo il vino, almeno secondo il Chief Medical officer (2016) che ha stabilito che faccia male sempre, anche poco, e che ti abbassa l’aspettativa di vita. Ma chi la vuole, questa vita.
Chi la vuole, questa sanità che ingloba anche le dimensioni sociali e comportamentali, e dove qualsiasi coglione ti spiega che se ti ammali pesi economicamente sulla società.
Ridateci il compianto (davvero) e libertario Antonio Martino, ex ministro ed economista:
«L’impiego di argomentazioni scientifiche volte a distogliere la percezione del rischio, terrorizzare l’opinione pubblica e indurre le autorità politiche all’adozione di misure restrittive delle libertà individuali… rappresenta nient’altro, nella quasi totalità dei casi, che uno strumento nella lotta che gli statalisti di ultima generazione conducono ai danni delle nostre libertà».
Ridateci il Michele Ainis del 2004 col suo libro «Le libertà negate. Come gli italiani stanno perdendo i loro diritti», dove raccontava di uno Stato che, in fondo, ti chiede solo di rispettare delle regole: e fa niente se queste regole, lentamente, nel loro insieme, finiscono per imbrigliarci come le cordicelle che bloccavano Gulliver.
Ormai è vietato tutto. Fioccano le commissioni culturali e giornalistiche per edulcorare i testi che rischiano di offendere qualche sensibilità, fioccano le purghe del linguaggio, già vent’anni fa scrittori come Michel Houellebecq e Oriana Fallaci furono denunciati per aver istigato all’odio razziale, libri e film sono stati accusati a vario titolo di razzismo o pedofilia, parlare è diventata un’impresa (ne abbiamo scritto più volte) e attendiamo chiusi in casa, sfiduciosi, le prossime novità sul lockdown, sui nuovi divieti: non abbiamo mai avuto (mai, mai, neppure lontanamente) una classe politica così scandalosamente imbecille, proprio tarata mentale: ma c’è qualcosa che va oltre e, come si dice, ha piovuto sul bagnato. Un diluvio.
E ci sono tante persone normali, perbene, che sono diventate inconsapevoli fiancheggiatrici di un neosalutismo che ha i toni isterici e salvifici di chi non si limita a lottare contro un virus, come tanti che ce ne sono stati nella Storia: è anche piccolo traffico, piccolo commercio, sondaggino di opinione, esondazione ideologica, pubblicità progresso, fanatismo di chi stabilisce dall’alto il benessere di un popolo e rivitalizza il primato del collettivo sull’individuo, glorifica l’intervento statale, annuncia nuove ondate e nuovi lockdown, e intanto ci chiude in casa. Ma ne usciremo. Ne usciremo comunque.
(Libero, 14 novembre 2020)

Tornando a me, datemi il tempo di fare un po’ di esercizio, e vedrete che anch’io, fra un po’… (sì, sono tanto bruttini, ma guardate che roba ragazzi!)

barbara

LOGICA STRINGENTE

Negli anni Trenta, in Polonia, capitava che gli unici medici disponibili a lavorare gratuitamente per gli ospedali delle cooperative rurali fossero medici ebrei. I contadini però non sempre volevano lasciarsi curare da ebrei, e gli ospedali erano costretti a chiudere. Ergo, deduceva la stampa nazionalista, gli ospedali chiudevano per colpa degli ebrei.

Laura Quercioli Mincer, slavista

Questo splendido esempio di logica stringente ricordato da Laura Quercioli, mi ha riportato alla mente un testo scritto dal grande Toni circa dieci anni fa, ispirato da un episodio di cronaca, inducendomi a ripescarlo dal pozzo senza fine dei miei archivi.

I bambini erano in tenda a causa del fatto che gli ebrei gli avevano distrutto la casa. E quindi se gli ebrei non avessero distrutto la casa loro non sarebbero morti. Gli ebrei gli avevano distrutto la casa perché probabilmente da quella casa gli arabi sparavano agli ebrei. Ma se gli ebrei non fossero stati lì gli arabi non gli avrebbero mai sparato. Quindi la colpa è degli ebrei perché sono lì. Gli ebrei sono lì perché li abbiamo mandati noi occidentali a causa dei nostri sensi di colpa. I nostri sensi di colpa derivano dall’olocausto. Quindi se gli ebrei non avessero subito l’olocausto a causa dei nostri sensi di colpa i bambini non sarebbero mai morti. Quindi è colpa nostra? No, infatti se gli ebrei non fossero venuti qui non avrebbero subito l’olocausto. Quindi, per concludere la regressione, i bambini non sarebbero morti se non esistessero gli ebrei. A peggiorare la situazione sembra che la candela fosse stata fatta da una fabbrica di cui proprietario è un ebreo. Quindi se l’ebreo non avesse costruito quella candela i bambini non sarebbero morti. Anche la tenda era fatta da un ebreo, quindi se l’ebreo non avesse costruito e venduto quella tenda i bambini non sarebbero morti. I soliti ebrei così attaccati al denaro da uccidere, Gesù come tanti bambini arabi.

Naturalmente lo stato di Israele non è nato a causa del senso di colpa degli europei per la Shoah (questo, al massimo, può avere influito sulla votazione all’Onu, che ha semplicemente dato il proprio riconoscimento formale a una realtà che già esisteva sul terreno), e il grande Toni lo sa meglio di me. Ma c’è un sacco di gente in giro per il mondo che non lo sa, ed è più o meno così che quella gente ragiona.

barbara