NON TEMERE E NON SPERARE

L’esercito come metafora? Potrebbe essere. Così come potrebbe essere, anzi, sicuramente è, tantissime altre cose: un trattato di psicologia, un trattato di sociologia (entrambi con approfondimenti che i normali trattati neppure si sognano), un romanzo di formazione, una storia a volte vagamente onirica, a tratti con reminiscenze kafkiane (mi è venuto da pensare, in più di un’occasione, a Gespräch mit dem Betrunkenen, Conversazione con l’ubriaco).
In realtà, lo confesso, sto un po’ menando il can per l’aia, perché questo è uno di quei libri talmente belli, talmente ricchi, in tutti i sensi, che non sai da che parte cominciare a recensirli, come quando hai tante emozioni che vorrebbero uscire tutte insieme, che ti si ingorgano le parole in gola e non ti esce niente; o come quando, più prosaicamente, capovolgi di colpo una bottiglia piena ed è l’acqua stessa a fare da tappo, e almeno per un momento non riesce a uscire. Per fortuna ho trovato in rete una bella recensione, questa, e vi invito a leggerla: è sicuramente molto migliore di quanto riuscirei mai a dire io.
Aggiungo solo un’ultima cosa, in merito al titolo: è una frase che un superiore dice a un sottoposto, di cui è stato compagno di scuola: non temere (vendette) e non sperare (favoritismi). Titolo lontanissimo da quello originale (Hitganvut yehidim, Infiltrazione individuale – o dei singoli – titolo di una delle parti del libro), e tuttavia significativo perché anche questa, volendo, si potrebbe considerare come una metafora della vita stessa.
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Yehoshua Kenaz, Non temere e non sperare, Giuntina


(c’entra, fidatevi)

barbara

CRONACHE MARZIANE

Ossia la cronaca, in 28 racconti, della colonizzazione del pianeta Marte da parte dei terrestri. La fantascienza non è mai stata fra le mie passioni, e neppure fra i miei più vaghi interessi, ma quando un’opera è un capolavoro, qualunque sia l’etichetta che ragioni di mercato le vogliono imporre, si sottrae ad ogni definizione, ad ogni inquadramento per assurgere alle vette più alte dell’arte. E quest’opera del grande Ray Bradbury, più che romanzo, o serie di racconti, a me sembra un grande poema. E non troverei fuori luogo neppure l’aggiunta dell’aggettivo “epico”. Con dentro tutto ciò che di un poema epico fa la grandezza: le umane passioni e le umane debolezze, l’amore e la follia, il coraggio e la paura, la speranza e la disperazione, l’eroismo e la viltà, la violenza e il rifiuto della violenza. Un’opera forse addirittura superiore persino al mitico Farenheit 451, ancora straordinariamente fresca a oltre mezzo secolo dalla sua prima uscita.

Ray Bradbury, Cronache marziane, Oscar Mondadori
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