CARMINE PASCIÀ (CHE NACQUE BUTTERO E MORÌ BEDUINO)

Tre anni dopo, il fante Carmine Iorio era ancora lì. A chiedersi quanto tempo ancora sarebbe passato prima che il regio esercito italiano, che non gli aveva mai dato una licenza («Mai, signor tenente!») per tornare da sua madre e da Lorenzina, lo liberasse finalmente dal giogo che lo teneva schiavo «come il bove è schiavo dell’aratro». A domandarsi che senso c’era a stare lì, dopo avere amaramente scoperto che la Libia era sabbia, sabbia, sabbia. E non era affatto «la terra promessa» con «mezzo milione di chilometri quadrati coltivabili» e «grano che matura tre o quattro volte l’anno».
Se lo ricordava bene, il giorno in cui a Verona il sergente Gagliasso, un acceso nazionalista cuneese, aveva tirato fuori di tasca un giornale ritagliato: «Sentite cosa scrive il grande Giuseppe Bevione. Sentite cosa scrive, della Libia: “Ho veduto gelsi grandi come faggi, ulivi più colossali che le querce. L’erba medica può essere tagliata dodici volte all’anno. Gli alberi da frutta prendono uno sviluppo spettacoloso. Il grano e la meliga danno, negli anni medi, tre o quattro volte il raccolto dei migliori terreni d’Europa coltivati razionalmente. L’orzo è il migliore che si conosca ed è accaparrato dall’Inghilterra per la sua birra. Il bestiame prospera, e anche nello spaventoso abbandono odierno, è esportato a centinaia di migliaia di capi per Malta e l’Egitto. La vigna dà grappoli di due o tre chili l’uno. I poponi crescono a grandezze incredibili, a venti e trenta chili per frutto. I datteri sono i più dolci e opimi che l’Africa produca!”. Oh, dico, lo scrive Bevione! Mica uno qualsiasi! Bevione! Della “Stampa” di Torino! Che penna! Che penna!».

È un gioiello, come tutto ciò che esce dalle mani di Gian Antonio Stella, siano saggi storici o denunce degli immani sprechi della pubblica amministrazione, critiche ai politici (sia di destra che di sinistra: Stella non guarda in faccia nessuno, quando c’è da tirar bastonate) o articoli,  romanzi o racconti. Questa di “Carmine Pascià” è la storia vera, leggermente romanzata ma rigorosamente documentata, di Carmine Iorio,
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buttero analfabeta del profondo Sud, mandato a conquistare la Libia per la gloria dell’Italia, una vita semplice travolta e stravolta da una politica di cui niente sapeva e niente capiva. E se non lo avete letto, secondo me dovreste provvedere. Sul serio.
Post scriptum: anch’io, se fossi stata lì a quel tempo, sarei stata dalla parte di Omar al-Mukhtar.
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Gian Antonio Stella, Carmine Pascià (che nacque buttero e morì beduino), Rizzoli

barbara