TRASMETTIAMO DA IN MEZZO ALLA CATASTROFE


No dice ma scherzi c’è il video io ho visto il video devi solo guardare il video e ti renderai conto anche tu

barbara

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L’IMMIGRAZIONE IN SVEZIA

Ho già postato numerosi documenti e video sulla drammatica situazione che la politica delle porte incondizionatamente aperte ha creato in Svezia. Qui un’altra prova di ciò che ci aspetta nel prossimo futuro.

barbara

UN INTERO VILLAGGIO

Quello adottato da Israele.

Un villaggio nepalese da “adottare”. Ricostruendolo dalle fondamenta, ripristinando i servizi di base e anche quelli accessori, prestando soccorso alla popolazione, mostrando il volto di un’umanità che non torce lo sguardo altrove ma è impegnata per alleviare le sofferenza di chi ha perso tutto in pochi secondi. È la nuova sfida di Israele, già in prima fila da giorni nell’azione di assistenza straordinaria attivata poche ore dopo il sisma. “Quando nella storia recente si sono verificati cataclismi naturali Israele c’è sempre stato. Siamo stati ad Haiti, in Giappone e in Turchia. Siamo e resteremo ancora a lungo in Nepal” ha affermato il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. L’adozione del villaggio nepalese, che verrà individuato nei prossimi giorni, prevede un’azione intensiva sul territorio che si svolgerà nell’arco di alcuni mesi, concertata direttamente con il governo centrale di Katmandu. “Appena la situazione sarà maggiormente stabilizzata, ci confronteremo con il governo e con i nostri professionisti così da individuare la strada più efficace da percorrere”, conferma il direttore generale del ministero Nissim Ben Shitrit. (qui)
Israele in Nepal

E questi qua, pensa un po’, non solo non ci pensano minimamente a boicottare, ma ringraziano pure. E in ebraico, per giunta.

Qui le spiegazioni per chi non sa l’ebraico. Se non sai neanche il francese fattelo tradurre da bing o da google translate, però potresti anche darti da fare e studiarlo, eh!

barbara

E DOPO UN ATTIMO DI TREGUA

Dopo il doveroso attimo di tregua (ogni tanto bisogna pur tirare il fiato) torniamo a calarci nella drammatica realtà dei nostri giorni: sto parlando della tragedia che si è consumata a Ginevra, per commentare la quale penso che la cosa migliore sia cedere la parola a Ugo Volli.

Finalmente siamo arrivati a Monaco
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,
ve lo avevo annunciato con un paio di settimane di anticipo per via dell’imprevisto intervento francese, ma stavolta, con la firma degli accordi di Ginevra, l’Impero americano è veramente morto. Dopo aver tentato di “guidare da dietro” la guerra alla Libia, col risultato che si è visto, la dissoluzione del paese in parti tribali e la reintroduzione della Shari’a; dopo essersi ritirato precocemente dall’Iraq, con un identico risultato e in più l’egemonia iraniana; dopo aver tentato di instaurare un regime islamista in Egitto e regalato alla concorrenza russa, ora l’Egitto tornato su una strada di laicità (non ditemi che c’entra la democrazia, perché le elezioni che hanno eletto Morsi erano chiaramente taroccate); dopo aver fatto giravolte infinite sulla Siria minacciando un intervento, poi riducendolo a “piccolissimo”, infine cedendo alla Russia, grande protettrice di Siria e Iran; adesso Obama cede su una politica trentennale di contenimento e lascia agli ayatollah mano libera in Medio Oriente.  Il risultato sarà un Iran economicamente ricco, senza più vincoli nel procurarsi le armi, in condizione di produrre la bomba atomica in tre settimane, per nulla pacificato nei confronti di Israele.
Un disastro: l’8 settembre americano. Tutti a casa, ma non la fine della guerra, bensì il suo inizio.
Quando cadono gli imperi, o si suicidano, come in questo caso, non succede un’idilliaca libertà generale, ma la legge della jungla. Tutti si armano (in questo caso tutti in Medio Oriente si forniranno di un armamento nucleare) e ciascuno combatte per sé.
Lasciatemi spiegare il punto fondamentale, che i giornali non hanno mai raccontato, tutti intenti a cantare le lodi della pace raggiunta, come facevano in Inghilterra nei confronti di Chamberlain che tornava da Monaco con un accordo in cui cedeva a Hitler la Cecoslovacchia.
Il punto è l’arricchimento dell’uranio. Dovete sapere che l’Uranio si presenta in natura in diversi isotopi, cioè sostanze che hanno le stesse proprietà chimiche, ma diversi comportamenti fisici. L’isotopo di peso atomico 238 è il 99% ed è fisicamente inerte. Quello di peso atomico 235 è radioattivo, cioè tende a spaccarsi spontaneamente emettendo neutroni ed energia.
Anche se è colpito da un neutrone, un atomo 235 si scinde. È dunque possibile un processo a catena, che dipende dalla massa del materiale e dalla percentuale di presenza dell’isotopo 235. Le centrali nucleari tradizionali funzionano con qualche tonnellata di uranio, in cui la presenza del 235 è arricchita al 2 o 3 %, “moderata” da acqua e grafite; dal 20% in poi vi sono le condizioni perché il processo diventi esplosivo, ma con l’arricchimento al 90% bastano 50 chilogrammi per una bomba atomica, che viene fatta brillare con dell’esplosivo tutto attorno che la fa implodere e concentrare abbastanza perché il processo porti all’esplosione nucleare che conosciamo.
Vedete che il processo di arricchimento è decisivo; esso si compie di solito con delle centrifughe che separano gli isotopi in base al loro peso. Dato che la separazione è proporzionale, la parte difficile è portare la concentrazione al 20%, l’arricchimento ulteriore è facile e veloce. Non vi sono praticamente  usi civili per l’uranio arricchito oltre il 3%.
L’Iran afferma il suo diritto ad arricchire l’uranio quanto vuole (il che significa armarsi di bombe atomiche). Il trattato gli impone di arrestare l’arricchimento, ma non di smantellare le sue 18.000 centrifughe, solo di fermarle.
Si è calcolato che rispetto alla massa di uranio arricchito che dichiara, bastano 3 settimane per avere la quantità di materiale fissile necessario per una bomba. Questo senza contare i siti clandestini che continuano a essere scoperti (e chissà quanti ce ne sono).
In sostanza le sanzioni vengono tolte in cambio di una sospensione ovviamente reversibile, alla soglia della bomba atomica, raggiungibile in pochissimo tempo una volta che la comunità internazionale abbia altro da fare. Un accordo di sospensione del genere fu fatto nel 2004 con la Corea del Nord, e dopo tre anni i coreani fecero esplodere la loro prima atomica. A modo loro, del resto, gli ayatollah sono onesti: sono passati appena un paio di giorni dacché il vero capo dell’Iran (che non è il bravo attore comico Rohani, ma la “guida suprema” che in tedesco si traduce Führer), ha detto che Israele è un “cane rabbioso” destinato a essere soppresso).
Chiaro, no, che cosa vogliono farsene del loro uranio arricchito? Pur di andarsene a casa, l’America di Obama ha fatto agli ayatollah un “incredibile regalo di Natale“, come ha detto Netanyahu e in sostanza ha certificato la propria uscita dal Medio Oriente, e con ciò la fine del “secolo americano”. Obama stesso aveva dichiarato questo programma all’Onu a settembre, con un discorso in cui annunciava al mondo il suo bye-bye. Senza essere complottisti e pensare che queste scelte derivino da un’appartenenza islamica su cui spesso si è parlato , è chiaro che vi è una base ideologica per lo smantellamento dell’Occidente (che da un secolo è il nome collettivo degli alleati dell’impero americano).
Di fine dell’impero parlano con soddisfazione da tempo gli intellettuali della sinistra americana e lo scenario è spesso stato analizzato nel dettaglio. Ora siamo arrivati alla sua certificazione ufficiale. Non rallegriamoci però noi europei. Perché la nostra pace durata quasi settant’anni è stata garantita dall’ombrello americano che per noi ha, per esempio, contenuto le pretese russe e ha reso impossibile una guerra fra gli alleati. Ora l’ombrello non c’è più e la pioggia farà presto a raggiungerci.
Da Sudest, dove l’aggressività islamica non si fermerà certo più alla lenta invasione degli immigrati; e da Est, dove la Russia è impaziente di riconquistare il suo impero continentale. A questa svolta è assai più preparato Israele, che sa da sempre di doversi difendere, di un’Europa che si sogna accogliente e disarmata.
Meno di un anno dopo gli accordi di Monaco, quando un trionfante Chamberlain fu acclamato per aver ceduto a Hitler, scoppiava la seconda guerra mondiale. Che il cielo non voglia che anche a noi sia riservata la stessa sorte. (Ugo Volli su Informazione Corretta; qui qualche altro importante dettaglio)

Il Patto di Monaco, di 75 anni fa, ha aperto la porta alla seconda guerra mondiale, che è costata oltre settanta milioni di morti. E non c’era, allora, la bomba atomica (la somma dei morti di Hiroshima e Nagasaki rappresenta lo 0,2% del totale dei morti a causa della guerra): il solo pensare alle possibili conseguenze di questa nuova capitolazione, mette i brividi (io, personalmente, sono terrorizzata). Sembra, per fortuna, che Israele non sia del tutto sola a fronteggiare l’apocalisse che si avvicina, ma questo non basta certo a farci dormire sonni tranquilli.

NB per i lettori: se per caso coltivaste la bizzarra idea che difendersi dall’annientamento sia un diritto, se per caso foste dell’assurda opinione che uno stato abbia il dovere di difendere i propri cittadini, se per caso foste così folli da pensare che sia giusto cercare di restare vivi, ebbene, signori, VOI SIETE NAZISTI, sappiàtelo (nei commenti alla fine del blogroll).
bomba-atomica-2
barbara

VAJONT, 9 OTTOBRE 1963

Esattamente cinquant’anni fa si verificava la catastrofe del Vajont. Catastrofe prevedibile e prevista: Tina Merlin – ma non solo lei – aveva instancabilmente tentato di denunciare i pericoli che avrebbero corso i paesi sottostanti se la diga fosse stata costruita. Inascoltata, fu denunciata e processata lei, invece, per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. La diga fu costruita, e costò quasi duemila morti. A chi non lo conoscesse raccomando il suo bellissimo “Sulla pelle viva” che riuscì a pubblicare solo nel 1983 presso La Pietra (ripubblicato dieci anni dopo da Il Cardo col titolo “Vajont 1963”).
Per chi non l’ha visto e per chi non c’era ripropongo il mio post di alcuni anni fa. Purtroppo non posso riportare la fonte perché i link non rispondono più.

Vajont, quasi una tragedia greca

Trentacinque anni dopo, la diga è ancora lì. Nessuno ha avuto interesse a conservarla, ma la grande vela di cemento da 261 metri ha resistito bene contro il tempo, come contro il collasso monumentale del monte alle sue spalle.
Il 9 ottobre 1997, l’attore Marco Paolini ha raccontato la storia del Vajont a quelli, in Italia, che non la conoscevano; ed erano moltissimi.
Una settimana dopo la valle era invasa dai turisti, forse per la prima volta. E per la prima volta la gente andava sul posto per vedere la diga; la montagna franata che ha riempito completamente il vecchio bacino.
E i cimiteri di quelli che morirono nella sciagura.
In effetti, la storia del Vajont è più di una cronologia fra operazioni tecniche ed eventi naturali; sembra piuttosto un complesso di fattori che si possono leggere in modo diverso.
Quelli che costruirono la diga del Vajont erano convinti di lavorare ad un capolavoro, nella storia dell’Ingegneria. Doveva essere la più grande diga a doppio arco mai progettata; e la più alta in Europa.
Come qualcuno disse in quei giorni, la diga del Vajont era effettivamente un capolavoro. Ma nessuno aveva notato che nell’entusiasmo per la grande sfida, era stato commesso un banale errore.
Così, a quegli ingegneri, imprenditori, progettisti e politici, sembrò improvvisamente assurdo che una macchina del genere fosse condannata, prima ancora del collaudo, ad una morte completa ed immediata. E perché? Perché, diamine, quasi tutto il fianco sinistro del serbatoio non poteva reggere la presenza di un lago artificiale.
Il Monte Toc aveva dato confusi ma importanti elementi per sospettare che non avrebbe sostenuto sollecitazioni di quella entità; e le indagini avevano indicato chiaramente che c’era qualcosa di certamente anomalo.
Furono fatti tentativi di valutare l’entità della potenziale massa di frana, e i risultati mostravano rischi al di là di ogni possibile stima superficiale.
Dopo la prima frana, nel 1961, e la comparsa della grande “M” che indicava con certezza l’entità della massa in movimento, una conclusione era stata tratta.
La frana sarebbe potuta essere enorme, ed estremo il rischio per tutta la zona, se il piano di scivolamento fosse stato “anche leggermente” inclinato verso il lago.
È piuttosto probabile che la continua osservazione della frana dal 1961 al 1963, avrebbe consentito di prevedere che il complesso del Vajont doveva essere fermato; o almeno sospeso nella sua attività, per consentire più importanti e pubblici esami.
Ora, proviamo a immaginare le barzellette che sarebbero state inventate sugli scienziati e finanzieri che avevano costruito la diga:
«Ah, quel coso lì? Serve per fermare il vento all’entrata della valle!»
Onorate carriere nel mondo accademico, tecnologico ed economico, distrutte perché che nessuno aveva fatto esami geologici profondi in tutta la valle, ma solo nei costoni in cui era piantata la diga.
Questo non era accettabile, per loro: provarono a sistemare la cosa segretamente, e divennero, in pratica, assassini.
Cosa è avvenuto, dunque?
È facile dire che fossero solo capitalisti senza scrupoli. Ma c’è dell’altro; qualcosa di molto più radicato nella natura umana.
La diga del Vajont era equipaggiata con strumenti che integravano quanto appariva anche all’esterno.
L’ultimo giorno, il Monte Toc stava dando l’ultimo, fatale avvertimento: vibrazioni del suolo, crepitii sotterranei e fratture visibili. Gli alberi sulla frana cadevano, mentre i sismogrammi indicavano l’avvicinarsi della fine.
Giancarlo Rittmeyer, che era di guardia al complesso la notte del 9 ottobre, probabilmente non dormì per niente.
Dovette rendersi conto che poteva accadere qualcosa di terribile; ma evidentemente non arrivò a capire che si stava preparando una catastrofe biblica; e certamente non capì che quella era la sua ultima notte.
Avvertì Venezia che la situazione precipitava; ma aspettò un’autorizzazione ufficiale prima di chiedere ai Carabinieri lo sgombero delle frazioni basse di Erto.
Continuò a pensare che una frana poteva cadere; ma che non sarebbe stato quello che poi fu.
Rittmeyer e i suoi uomini avevano un rifugio di emergenza nella parete di roccia del Toc, presso la cabina di controllo; ma non bastò a salvarli. Nessuno di quelli che erano alla diga, quella notte, sopravvisse.
Rittmeyer sperò che non succedesse davvero. E non fece quello che sarebbe stata una soluzione estrema, come abbandonare la diga lui e il suo personale, dopo aver ordinato direttamente, per telefono, l’evacuazione di emergenza di Erto, Casso e Longarone.
Perché? Perché sperò, fino all’ultimo, che il danno non sarebbe stato grave; che la frana sarebbe magari scesa piano, assestandosi, senza uccidere nessuno. E soprattutto, perché lui non aveva autorità sufficiente per ordinare uno sgombero massiccio, soprattutto senza autorizzazione dei suoi capi.
Eppure, se lo avesse fatto, è probabile che gli avrebbero creduto, e magari alcune delle vittime del Vajont sarebbe potuta essere salvata.
Adesso; è possibile che egli arrivò perfino a pensare, una cosa del genere: ma come poteva compiere un’azione così azzardata, contro tutti i suoi superiori che continuavano a dirgli: “State calmi, non preoccupatevi?”.
Per le informazioni che gli avevano dato, la frana non sarebbe stata catastrofica. C’era perfino una relazione tecnica in cui si diceva che, con l’acqua a 700 metri “ogni possibile evento di frana” non avrebbe provocato danni.
Se Rittmeyer avesse fatto qualcosa di spettacolare, per esempio chiedere personalmente l’evacuazione di massa, e la frana non fosse caduta: chi gli avrebbe mai più dato un lavoro?
Rittmeyer è solo uno – innocente, in sostanza – dei molti attori in questa tragedia moderna.
Eppure, nella storia del Vajont ci sono molti elementi della classica tragedia greca:
“Hybris”: lo slancio arrogante per piegare gli elementi a ciò che vogliamo.
“Peripetheia”: il brusco cambiamento tra un risultato atteso, e una fine incontrollata.
“Pathos”: l’improvvisa e terrificante distruzione delle speranze e delle attese; qualcosa che porta un uomo, dalla convinzione di essere un generoso benefattore dell’umanità, alla consapevolezza di essere l’omicida di duemila innocenti.

Ero bambina, ma me la ricordo bene. Ricordo bene l’impressione per questa immane tragedia, per tutti quei morti, per quella spaventosa devastazione. Ricordo anche il commento finale dei miei: “Asassini! E dopo ‘ndarà finire che i trova dei boni avocati e no va in gaèra nisuni”. E non ci è andato nessuno, infatti.
Longarone primaLongarone prima
Longarone dopoLongarone dopo

vajont morti I morti
Vajont
vajont2
Vajont3

Concludo facendo mie le parole pronunciate all’indomani da Tina Merlin: “Oggi tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa”.

barbara