CENSURA E DINTORNI PARTE PRIMA

Vedo in giro mandrie di gioiosi plaudenti all’iniziativa di oscurare Trump, per la quale l’unica cosa che trovano da criticare è che non sia stato fatto prima. Le possibilità sono quattro: a) sono pazzi, b) sono criminali, c) sono ritardati, d) sono tutte e tre le cose insieme (l’Oca Signorina rientra nel caso d, probabilmente anche con qualche aggiunta).

Perché c’è da avere paura della guerra di Big Tech alla libertà di espressione

La sospensione degli account di Donald Trump sui maggiori social network e il parziale oscuramento della piattaforma Parler rappresentano dei fatti enormi per come si configura e sviluppa la politica ai nostri giorni, probabilmente più importanti degli stessi fatti di Washington del 6 gennaio.
È in atto una partita importantissima sulla libertà di espressione che potrebbe avere una valenza fondamentale per il futuro della nostra democrazia.
Gli eventi del Campidoglio hanno probabilmente rappresentato solo il “casus belli” per avviare un’ampia strategia di de-platforming della destra americana che era in preparazione da tempo.
Il blocco di Trump su Facebook e Twitter è stato giustificato da una presunta sua violazione delle regole di tali piattaforme. Tuttavia, è difficile ritenere che siano posizioni sopra le righe da parte di Trump a giustificare la sospensione dell’account del presidente, nel momento in cui i maggiori social network ospitano senza problemi Hamas, Khamenei, Erdogan o le fonti ufficiali cinesi che in questi giorni disinvoltamente indoravano campi di concentramento e pulizia etnica come opportunità di sviluppo e di emancipazione civile.
Particolarmente significativa è, del resto, la posizione assunta dall’importante dissidente russo Alexey Navalny che ha duramente stigmatizzato l’oscuramento di Donald Trump pur essendo notoriamente un suo feroce critico.
“A mio modo di vedere, la decisione di bannare Trump è stata basata su emozioni e su preferenze politiche di parte. Non ditemi che è stato bannato per aver violato le regole di Twitter. Io ricevo da anni minacce di morte ogni giorno e Twitter non ha mai bannato nessuno. Tra le persone che hanno account Twitter ci sono assassini (Putin e Maduro), bugiardi e ladri (Medvedev). Da molti anni TwitterFacebook e Instagram sono stati usati come base dalla troll factory di Putin e da gruppi simili in paesi autoritari. Certo Twitter è una società privata, ma abbiamo visto tanti esempi in Russia e in Cina di come questo tipo di società private divengono i migliori amici dello Stato e gli effettivi attuatori delle politiche di censura. Se sostituisci la parola Trump con la parola Navalny nel dibattito di oggi, ottieni un buon 80 per cento dell’argomentazione del Cremlino sul perché io non debba essere menzionato sui media e non mi debba essere consentito di partecipare alle elezioni”.
Se si pensa all’uso libero delle piattaforme fatte dai movimenti di sinistra radicale che nell’ultimo anno hanno messo a ferro e fuoco le città americane, appare chiaro che la decisione di silenziare Trump non è giustificabile secondo nessun criterio “oggettivo” di preservazione di un dibattito politico democratico e pacato.
Il ban di Trump è semplicemente funzionale alla partita del progressismo per conseguire una incontrastata egemonia culturale e mediatica sugli Stati Uniti e, più in generale, sull’Occidente. Niente altro interessa. Xi Jinping o Putin non sono un pericolo perché sono fuori dall’ambito di azione del progressismo occidentale e quindi con loro una convivenza, basata su una sorta di “cujus regio, ejus religio”, non è assolutamente problematica – anzi in qualche modo dalle collaudate strategie cinesi di controllo sociale e di “purificazione” del dibattito pubblico c’è persino da imparare.
C’è chi finora ha sottovalutato le implicazioni di tutto questo, anche sulla base di argomentazioni strettamente “liberiste”. In fondo le piattaforme sono private e quindi dovrebbero avere il potere di decidere le proprie politiche di moderazione, fossero anche apertamente discriminatorie. E se a qualcuno non sta bene, che si fondi la propria piattaforma! Tuttavia, questi giorni hanno segnato una profonda escalation della strategia censoria. Non solamente Donald Trump è stato allontanato dai social media tradizionali, ma subito dopo gli app store di Google e di Apple hanno rimosso l’applicazione della piattaforma alternativa Parler, in modo che non possa più essere scaricata, mentre Amazon sta minacciando di rimuovere lo hosting del sito web della stessa Parler.
Questo viene a determinare uno scenario gravissimo, in cui non solamente politici sgraditi vengono rimossi dai social network “di massa”, ma viene anche impedita la possibilità di far ricorso a strumenti di comunicazione indipendenti alternativi.
Siamo, forse per la prima volta nella storia, in una condizione di effettivo oligopolio e di effettivo cartello nel campo dei mezzi di comunicazione e, per molti versi, è ironico come questa condizione abbia la totale benedizione proprio di quella sinistra che per decenni si è scagliata contro il pericolo per la libertà rappresentata dalle “concentrazioni di mercato”.
Quello che maggiormente fa paura oggi è il movimento sostanzialmente coordinato di tutti i principali player che sarebbe difficilmente spiegabile in una chiave prettamente “economicistica”. In effetti, nel caso in cui un’azienda compia una scelta controversa che si ponga fortemente contro i desideri di parte importante del pubblico, il comportamento normale che ci si aspetterebbe dalle altre imprese sarebbe quello di andare a controbilanciare quella scelta con dei posizionamenti che coprano gli spazi di mercato lasciati scoperti. In altre parole, se l’azienda A sceglie di non dare più voce al politico più popolare di metà dell’America, l’azienda B concorrente dovrebbe logicamente muoversi per offrire un prodotto diverso e strappare alla prima gigantesche fette di mercato.
L’assoluto coordinamento tra i principali attori (FacebookTwitterGoogleAmazon) fa chiaramente intravedere come le scelte emergano da quella che è de facto una regia politica, che nasce da una saldatura manifesta tra Big Tech e Big Government. E purtroppo è una dinamica molto simile a quella a cui assistiamo nei paesi autoritari.
In questo conteso limitarsi a dare una lettura esclusivamente “privatistica” delle scelte dei giganti dei nuovi media appare poco convincente. Sembra evidente che ci troviamo di fronte ad uno scenario che non è minimamente paragonabile alle scelte editoriali “partigiane” di un giornale o di una singola televisione.
Siamo in una fase storica in cui la nostra “identità digitale” rappresenta una parte importante di noi. Vale per i maggiori politici, ma vale anche per ogni singolo cittadino. Nel mondo di oggi, cancellare un’identità digitale vuol dire, di fatto, condannare ad una morte civile. Il fatto che Big Tech con pochi click possa spegnere dei cittadini o interi gruppi e i loro rappresentanti è qualcosa, per molti versi, di agghiacciante.
Il peggio che si possa fare è non comprendere il carattere assoluto del pericolo che stiamo correndo e ridurre la questione a un tifo a favore o contro Trump – o comunque di ricondurre la vicenda solo ad una “risposta” a specifici atteggiamenti del presidente uscente. La questione è molto più importante e ci parla del futuro della libertà di espressione, anche perché se accettiamo di buon grado che Trump sia silenziato dobbiamo prepararci a vedere ridotta sempre più nel tempo la finestra di Overton delle opinioni accettabili sui “social”.
Non importa amare Trump e non importa essere particolarmente “di destra”, per comprendere la gravità della situazione. Per parafrasare la famosa poesia di Martin Niemöller – e senza nessuna volontà di trivializzare la tragedia della Seconda Guerra Mondiale – “prima cancellarono gli account dei fascisti ed io feci salti di gioia perché hanno idee ignobili, poi cancellarono quelli della Religious Right ed io tutto sommato fui contento perché in fondo sono solo bigotti e omofobi, poi cancellarono quelli di Donald Trump e dei suoi e penso che fecero bene perché in fondo Trump era uno sbruffone e uno screanzato, poi cancellarono quelli dei leader del centro-destra italiano e me ne feci una ragione perché sognavo un centro-destra migliore, poi cancellarono il mio e non c’era rimasto più nessuno su internet che potesse difendermi”.

Marco Faraci, 11 Gen 2021, qui.

Lorenzo Capellini Mion

Por la Libertad

“Non mi piace che qualcuno venga censurato o che gli venga tolto il diritto di postare un messaggio su Twitter o Facebook.
Non sono d’accordo con questo, non lo accetto.
Come puoi censurare qualcuno: ‘Vediamo, io, in qualità di giudice della Santa Inquisizione, ti punirò perché penso che quello che dici è dannoso.’
Dov’è la legge, dov’è il regolamento, quali sono le norme?
Questa è una questione di pertinenza governativa, non è un affare per le aziende private “.
Andres Manuel Lopez Obrador , Presidente del Messico

Il Presidente messicano è di sinistra ma qui non è questione di visioni politiche.
Qui è in gioco la libertà di espressione e la democrazia.
Gracias AMLO

#enemedia #KAG #MAGA

C’è una cosa, fra quelle dette dal presidente messicano, che sto pensando da quando è cominciata tutta questa storia: la Santa Inquisizione. I social (i padroni del socialvapore) hanno esattamente preso il posto dell’Inquisizione (e Galli e Crisanti hanno preso il posto del parroco che nella predica della domenica descriveva in maniera terrificante e terrorizzante l’inferno che aspettava i peccatori che osavano trasgredire le regole).
Ma qual è esattamente l’obiettivo di questo attacco concentrico a Trump?

Roberto Lorenzetti

SI DELINEA L’OBIETTIVO FINALE

Forbes (rivista economica) afferma che nessuno dei membri dello staff che ha lavorato per l’Amministrazione Trump potrà trovare un lavoro dopo quell’esperienza e che se un qualsiasi azienda ne assumesse anche solo uno, Forbes farà una campagna per affermare che quell’azienda, la sua proprietà e tutte le persone che lavorano in quell’azienda sono complici di una menzogna.
Non si sta parlando di pochi superprofessionisti, ma mi qualche migliaio di persone “colpevoli” di aver partecipato al governo del loro Paese.
Con questa mossa, che si affianca a VISA, Mastercard, American Express che hanno bloccato la possibilità di donare alle fondazioni che fanno capo a Trump, a FB e Twitter che hanno addirittura bloccato galantuomini come Ron Paul o minorenni come il 14enne Barron Trump, si delinea il punto d’arrivo del Nuovo Ordine Americano, ed è un modello molto più simile a quello cinese di quanto si possa immaginare: un modello in cui business e politica si sostengono vicendevolmente eliminando sia l’opposizione politica che gli elementi di concorrenza, non solo con il silenzio ma anche con l’impossibilità economica.
Il modello capitalistico è stato piegato alla cooptazione forzata e, senza alcun dubbio, ci troviamo in una situazione nella quale un nuovo corpus giuridico fattivo è stato scritto dalle Corporations in forma di Standard della Comunità, di Principi Etici, di Regola per la Responsabilità Sociale.
Un nuovo codice votato da nessuno, rispondente a nessun principio costituzionale, ma molto più pervasivo e applicato in modo immediato, automatico, asettico, impersonale e sotto le bandiere di un’Etica superiore a quella delineata dalle leggi dello Stato.
Benvenuti nel 2021, l’Anno dell’Incubo che diventa sempre più reale.
Cit  Paolo Bardicchia

Poi qualcuno dice ma con tutti i soldi che ha Trump, perché non si apre una piattaforma sua con server suoi e ci fa tutto quello che vuole?

LA MORTE CIVILE: IL CREATORE DI GAB E LA SUA FAMIGLIA TUTTI BANNATI DA VISA. Ora capite il pericolo dei pagamenti elettronici? 

Per chi ancora non lo conoscesse GAB è una sorta di twitter alternativo, abbastanza diffuso e funzionante, che pratica la libertà di espressione in modo piuttosto ampio. Nonostante come lo presentino i soliti  mass media (“Ultradestra” etc etc,) non troverete nulla di particolare . Dopo il ban da twitter molti trumpiani si sono mossi su quelle sponde, piuttosto bene accolti
Fatta questa premessa adesso capirete cosa succede ad opporsi al sistema mainstream.  Applicando alla lettera il sistema del social credit cinese, cioè dando ujn altissimo credito a chi si allinea esattamente alle volontà del partito, ma mettendo socialmente agli arresti chi non si allinea, la VISA, il sistema di pagamento e di carte di credito, ha bannato dal proprio network GAB. Non è il primo caso del genere, ma la società di pagamenti non si è fermata a questo. Come scrive il CEO di Gab, Andrew Torba, VISA ha fatto le cose per bene:

Questa settimana ci è stato detto che non solo Gab è nella lista nera di Visa come azienda, ma anche il mio nome personale, numero di telefono, indirizzo e altro sono stati inseriti nella lista nera da Visa. Se domani volessi lasciare Gab (cosa che non accadrà) e avviare un chiosco di limonate, non sarei in grado di ottenere i pagamenti elettronici per questo business. Semplicemente perché il mio nome è Andrew Torba. Se mia moglie vuole avviare un’impresa non potrà ottenere la partecipazione al sistema dei pagamenti perché vive al mio stesso indirizzo e verrebbe segnalata da Visa.

Torba sottolinea come non è una questione di affidabilità finanziaria, dato che il suo “Fico score”, il suo punteggio di affidabilità, è quasi il massimo, (800 su 850), paga le sue bollette ed ha una vita normale con moglie e figlia. Ora, in un processo molto simile a quelli staliniani , la colpa per aver creato un sistema social alternativo ai quelli accettati dalle grandi corporation viene a cadere anche sui suoi figli, come una sorta di peccato originale.
Il Governo sta cercando in ogni modo di incentivare l’uso della moneta elettronica ma questo, ricordatevelo, vi espone agli arbitri di un pugno minuscolo di società di pagamento che possono togliervi l’accesso ai soldi da un momento all’altro, non per problemi di affidabilità, ma, magari, perché non la pensate esattamente come loro. Per questo motivo il contante è libertà, perché quando lo avete potete pagare indipendente dal vostro pensiero politico, credo religioso, razza, età. Il famoso “Cashback”, cioè i soldi regalati ai ricchi, non sono solo un errore sociale e di politica economica, sono anche un vero e proprio attacco la libertà personale. Ricordatevi che oggi colpiranno una persona a voi indifferente, ma domani potreste essere voi.
Guido da Landriano, qui.

Il fatto è che avere i soldi non basta: bisogna anche poterli spendere, e ricevere da chi acquista i tuoi prodotti. E c’è un piccolo manipolo di delinquenti che ha il potere di impedirtelo.

CHI CENSURA AVVELENA ANCHE TE: DIGLI DI SMETTERE

barbara

CE N’È DI COVIDDI, MA CE N’È ANCHE DI MOLTO PIÙ PEGGIO ASSAI

Innanzitutto gli auguri di Natale di Donald Trump, che non ve li può fare direttamente perché Twitter lo ha censurato (evidentemente il Natale è una fake news) ma per fortuna qualcuno lo ha ripreso in tempo

Poi il gioco più tipico di queste festività

E a proposito del Natale:

Poi c’è questo signore che non ha paura di chiamare le cose col loro nome e dirle a chi di dovere

E un altro signore che da ormai quasi un anno sta sperperando (e incamerando) miliardi nostri e alle richieste di spiegazioni risponde – abitualmente, non occasionalmente (che sarebbe comunque gravissimo) con intimidazioni di tipo mafioso

Roberto Lorenzetti

#Arcuri ‘non ho voglia di giustificare’ perché abbiamo acquistato siringhe che costano il doppio.
‘Perché sono soldi pubblici’, risponde il giornalista.
E il supercommissario replica in toni mafiosi.
Non posso commentare oltre.

Qui la sequenza completa, con la domanda del giornalista. E poi domando: è solo a me che viene da vomitare, letteralmente, a vedere quella faccia da maiale all’ingrasso, quell’espressione sordida, e a sentire quella voce unta e untuosa da sottosacrestia cosanostresca? E vale la pena di guardare anche questo

clic per l’immagine ingrandita

Non sono sicura che ventimila anni di galera – previa restituzione del maltolto, beninteso, che con tutti quei miliardi forse qualche impresa si riuscirebbe a salvarla – basterebbero a punire in maniera equa quello che ha fatto questo individuo.

Sul coviddi e i problemi ad esso correlati ha voluto mettere bocca anche il sedicente papa sedicente cattolico

E poi c’è la “variante inglese”, già, la terribile mutazione del virus. E sapete perché lo chiamano virus inglese?

Angelo Michele Imbriani

La “variante inglese” si chiama così, non perché il virus sia mutato in Inghilterra ma perché la mutazione l’hanno scoperta i ricercatori inglesi. I quali hanno sequenziato 150.000 genomi di virus – il 60% di tutti i sequenziamenti effettuati nel mondo – a fronte di soli 976 in Italia.
Ma si sa che da noi vanno per la maggiore gli “esperti” che vanno in TV e che ottengono incarichi politici, non quelli che lavorano nei laboratori e negli ospedali.

E ricordando che di mutazioni finora se ne sono contate 4000, ma quella dei famigerati brexiter è ovviamente la più peggissima di tutte. Compresa la varietà cinese, ovviamente, che comunque non si può dire, solo il perfido Trump ha osato. E giustamente la Gran Bretagna va severamente punita bloccandole tutte le merci

Giovanni Bernardini

A suo tempo la UE si è letteralmente prostrata di fronte alla Cina.
Gli stessi che oggi parlano di “variante inglese” strillavano al “razzismo” quando qualcuno parlava di virus cinese.
In Italia si sono sprecate le esortazioni ad “abbracciare un cinese”.
Chi voleva mettere in quarantena tutti coloro che, cinesi e non cinesi, arrivavano dalla Cina è stato bollato di “razzismo”.
I traffici con la Cina non si sono mai interrotti. Di Maio ha spedito in Cina milioni di mascherine che in Italia mancavano.
I virus mutano spesso, lo sa anche un ignorante come me. Ma il virus “inglese”, anche se molto contagioso, non è, dicono gli esperti, più letale di quello già in circolazione.
Eppure basta ai burocrati della UE per mettere in atto una sorta di blocco economico nei confronti della Gran Bretagna.
Come spesso accade il virus è solo un pretesto. Si cerca di punire la Gran Bretagna per la brexit.
Gli euroburocrati però conoscono poco la storia. Napoleone cercò di strozzare la Gran Bretagna con il blocco economico, gli andò male. Ed andò male, un po’ di tempo dopo, ad un tale chiamato Adolf Hitler.
Non credo che il paese che ha sconfitto Napoleone ed Hitler si spaventi di fronte a Macron, alla signora Merkel o a … Giuseppe Conte!

Ah, e poi il vaccino. Sono sempre stata assolutamente favorevole, come ho sempre detto, anche se soffro di diverse allergie, però ho appena visto una notizia, che rimette in gioco tutto

(“Il primo vaccino che non guarda in faccia nessuno”, ha commentato qualcuno)

Nel frattempo per noi sono pronti 70.000 agenti con droni e ogni altra sorta di strumenti di repressione, mentre con loro, invece, le stelle stanno a guardare.

barbara

E FINALMENTE IL REGNO TRUMPIANO DELL’OSCURITÀ E DELLA MENZOGNA È TRAMONTATO E D’ORA IN POI LUCE E VERITÀ REGNERANNO SOVRANE

No Trump, no fake news. La bolla degli editorialisti in festa (auguri)

I liberal esultano, il salotto di Twitter sarà libero dalle balle di The Donald e il mondo tornerà migliore. Ma Ted Cruz svela il bluff

«La fine del Regno dei tweet del terrore di Trump è vicina», «il suo mandato di troll in chief è giunto a una fine ignominiosa», «la bacchetta magica dei social media di Trump sarà presto impotente». Quel bufalaro armato di smartphone di Trump ha perso le elezioni, ma al New York Times gli editorialisti continuano a strepitare come in una puntata del Trono di Spade: non più per denunciare l’“insonnia” che li «affligge dalla notte maledetta in cui è stato eletto», bensì per celebrare la fine dell’era delle fake news e, va da sé, l’inizio del sonno dei giusti.

Gloria a Twitter nell’alto dei cieli, scrivono oggi, perché se in passato il presidente poteva impunemente twittare “una raffica di pazzie in MAIUSCOLO”, oggi quando digita bugie come «HO VINTO LE ELEZIONI» viene scrupolosamente “pecettato” dal social (un avviso mette in guardia gli utenti da affermazioni false e disinformazione); e pecetta, si sa, per chi vive e dorme su Twitter è sempre garanzia di verità.

LA PARTE GIUSTA DELLA STORIA, QUELLA DEI GIORNALISTI

Lode dunque al social network, che finalmente torna a sedere dalla parte giusta della storia, quella dei giornalisti democratici, proprio come ai tempi del grande piazzista di democrazia digitale Barack Obama. Dove non c’è posto per usurpatori e truffatori portati al potere da troll, hacker russi, cannibali digitali (tale era Zuckerberg prima di ravvedersi e filtrare annunci pubblicitari) pronti a colonizzare la piattaforma per ingannare il popolo bue; e così grazie a sua maestà il fact cheking il signor Trump che da un mese, qualunque cosa twitti, colleziona pecette («questa affermazione sulla frode elettorale è contestata», «fonti ufficiali hanno definito questa elezione in modo diverso» etc) finalmente “sparirà” insieme ai suoi amici mitomani. Proprio come una “hot app”, un video virale, un gattino.

IL FUNERALE DELLE FAKE NEWS

Naturalmente il fatto che Trump sia stato sconfitto, sì, ma con milioni di voti in più (tutti utenti trollati su twitter?); o che le elezioni che dovevano rappresentare «un referendum sull’era delle fake news» (copy Cnn) e il ripudio del “real is fake” trumpiano abbiamo tutt’altro che unito, bensì diviso, gli Stati Uniti d’America; o che la gente sia ancora più disposta a credere ai social network piuttosto che al New York Times o alla Bbc (che ancora diffonde video per spiegare come Trump abbia portato le fake news a diventare mainstream), tanto da richiedere pecettamenti vari, tutto questo non interroga la parte giusta della storia.

Qui si è voltata pagina, fatto il funerale alla post-verità, ristabilita una presunta verità perduta grazie alla molto democratica sorveglianza del linguaggio: «Senza prove Trump sostiene di essere vittima di una frode» ha scritto la Cnn in sovrimpressione alla diretta della conferenza stampa del presidente degli Stati Uniti, mentre Abc, Cbs e Nbc hanno interrotto il collegamento.

I TROLL RUSSI SÌ, I BROGLI ELETTORALI NO

Ai «capricci post elettorali» di Trump, «motivo di imbarazzo per tutto il paese», le «teorie del complotto che si spandono come odore marcio di palude» dedica anche una buona dose di sarcasmo il Washington Post, avvisando i lettori di non temere perché, per fortuna, la nazione non è “impotente” grazie ai «sistemi di monitoraggio messi in atto mesi fa da funzionari deputati a proteggere la nostra democrazia» e «l’integrità del voto». Lo stesso WP che per quattro anni ha spiegato l’elezione di Trump come la vittoria della campagna di disinformazione russa attuata sui principali social media.

Un’era lontana: oggi il paese non deve temere “nevrosi” da Trump grazie a solerti funzionari e pecette a guardia della democrazia americana. Il meccanismo è semplice: Trump è un bugiardo, uno spaccia fake news, quindi se Trump dice che esistono i brogli elettorali la verità è che non esistono. Lui non ha le prove, la democrazia ha i suoi sorveglianti.

LA DEMOCRAZIA SECONDO DORSEY, AD DI TWITTER

E che sorveglianza: interrogato martedì dalla commissione giudiziaria del Senato insieme a Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Facebook, Jack Dorsey, amministratore delegato di Twitter, ha dovuto rispondere a Ted Cruz in merito ai meccanismi di moderazione contenuti sulle propria piattaforma. Ecco un passaggio che vale la pena riprendere nei giorni del trionfo dell’era della verità perché c’è davvero tutto, ma proprio tutto:

Cruz: I brogli elettorali esistono?
Dorsey: Non ne sono certo.
Cruz: lei è un esperto di brogli elettorali?
Dorsey: No, non lo sono.
Cruz: Allora perché Twitter mette presunti avvertimenti su tutti i tweet che fanno riferimento a brogli elettorali?
Dorsey: Stiamo semplicemente invitando gli utenti a una conversazione più ampia, in modo che la gente abbia più informazioni.
Cruz: No, non è così. Avete pubblicato una pagina che dice che i brogli elettorali sono estremamente rari negli Stati Uniti. Questo non significa invitare a una conversazione più ampia ma prendere una posizione politica discutibile e lo fate in veste di editori. Avete il diritto di prendere una posizione politica, ma allora non potete fare finta di non essere editori e beneficiare della Sezione 230.
Dorsey: Quel link invita a una conversazione più ampia che stanno avendo i media e le persone di tutto il paese.
Cruz: Signor Dorsey, questa affermazione infrange le regole di Twitter? “Il voto per corrispondenza costituisce la causa principale di brogli elettorali”.
Dorsey: Penso che verrebbe segnalata in modo che gli utenti possano approfondire il tema.
Cruz: E questa affermazione? “I brogli elettorali sono possibili soprattutto laddove i candidati di organizzazioni terze e gli attivisti politici sono coinvolti nello scrutinio dei voti per corrispondenza”. Segnalerebbe un tweet del genere come potenzialmente ingannevole?
Dorsey: Non conosco i dettagli ma immagino che affermazioni del genere verrebbero segnalate invitando gli utenti ad approfondire il tema.
Cruz: Ha ragione, verrebbero segnalati perché avete fatto vostra la posizione politica che i brogli elettorali non esistono. Faccio notare che entrambe le affermazioni sono tratte dalla Commissione sulla Riforma elettorale federale Carter e Baker. Parliamo del presidente democratico Jimmy Carter e dell’allora segretario di Stato James Baker e la posizione di Twitter è essenzialmente che i brogli elettorali non esistono. È al corrente che solo due settimane fa in Texas a una donna sono stati imputati 134 capi d’accusa per frode elettorale?
Dorsey: Non ne sono a conoscenza.
Cruz: Se facessi un tweet che rimanda a quell’atto di accusa metterebbe un commento che dice che secondo il Partito Democrati adesso i brogli elettorali non esistono?
Dorsey: Non penso sia utile fare speculazioni. Ma non penso.
Cruz: Non pensa? Beh, lo vedremo, perché farò quel tweet e vedremo cosa succede.

Caterina Giojelli 20 novembre 2020, qui.

Ci è voluto molto perché almeno un po’ del marciume che ha tentato di sommergere Trump cominciasse a venire a galla, ma a volte – non sempre purtroppo, no, non sempre, ma almeno qualche volta sì – la tenacia premia. E ora godiamoci lo scambio completo col boss di twitter, degno dei migliori film

E già che ci siamo godiamoci anche quello col boss di FB

Qui l’originale, ancora più godibile, così i più pignoli e diffidenti potranno verificare l’esattezza della traduzione. E infine ancora due parole sulle infernali macchinette messe a punto allo scopo preciso di taroccare i voti.

Altre informazioni qui.

barbara

MENTRE L’ATTESA SI PROLUNGA 2

Comincio con questo sconvolgente episodio, assolutamente senza precedenti nella storia, che sicuramente rappresenterà un funesto precedente foriero di tragedie future. E questo lo dedico alle persone bizzarramente convinte che in America comandi Trump.

Qui l’articolo.

Proseguo con quest’altro video, che ci mostra da dove vengono i soldi per la campagna di Biden. E questo lo dedico alle persone che sembrerebbero bizzarramente convinte che, siccome in America comandano le corporation, ne sarebbe automaticamente avvantaggiato chi comanda al momento.

Quest’altro pezzo, preso dalla pagina di Jaime Andrea Jaime, residente negli USA, lo dedico alle persone bizzarramente convinte che col voto postale i brogli siano pressoché impossibili (l’ha detto Nature, mica il NYT o FoxNews!)

Allora, per i plancton.
Da sempre in USA si può votare per posta da casa con una scheda che si richiede espressamente al locale ufficio elettorale dove ci si deve preventivamente iscrivere mostrando documenti, identita’, Social Security e prova di residenza (normalmente un conto della energia elettrica o telefono o gas o mondezza).
Si chiama Absentee Ballot ed ovviamente e’ anche per i milioni di americani in giro per il mondo sia privati che TUTTI i militari e Diplomatici.
Quello che invece, con la scusa del Ciaina Vairus, si sono inventati e’ di inviare la scheda a tutti secondo liste di residenza e NON secondo quelle certificate degli uffici elettorali.
In pratica la mandano a tutti, cani e porci, morti, traslocati finiti in galera…., senza nessuna certificazione di identita’, come se uno andasse a votare senza nemmeno mostrare un documento comprovante chi realmente e’.
Chiare le truffe possibili che capirebbe un bambino dell’asilo?

Raccomando invece la lettura di questa ottima analisi di Mordechai Kedar a coloro che ancora non si rendono conto dell’immane catastrofe che incombe sull’intero Medio Oriente con la presidenza Biden – leggi Obama+Clinton+Kamala Harris.
Il prossimo articolo potrebbe forse fornire qualche spunto di riflessione a chi è fortemente critico su temi quali Cina, UE, clima. Da parte di un giornalista che non è mai stato un trumpiano a oltranza.

Giulio Meotti

Non sono mai stato un trumpiano tanto per fare, non ho mai amato certe sue mattane e familismi e che non abbia letto più di cinque libri in vita sua, ma ora che ha perso qualcosa va detto chiaro. Trump è stato eletto per porre fine ai cosiddetti interventi “umanitari” e lo ha fatto. Ha eliminato il Califfo Baghdadi e il Generale Soleimani senza farsi trascinare in nuovi Vietnam. Ha annullato l’”accordo” di Obama che avrebbe dato all’Iran una via alle armi nucleari, una nuova Monaco. È uscito dal ridicolo accordo sul clima di Parigi. Ha rafforzato la posizione di Israele in Medio Oriente e costretto Emirati Arabi, Sudan e Bahrain a farci la pace. Ha osteggiato l’Onu. Ha detto agli europei che dovevano contribuire di più alla propria sicurezza, oltre al proprio luna park sociale. Ha eletto giudici importanti alla Corte Suprema, nemesi della cultura progressista che vorrebbe l’America simile alla Svezia (penso ad Amy Barrett e alla sua famiglia [che ha preso il posto di quella, recentemente defunta, che per ventisette anni ha prostituito la legge all’ideologia]). Ha completamente cambiato il modo in cui gli americani pensano alla propria dipendenza dai prodotti cinesi a buon mercato. Mai prima la Cina ha sentito una minaccia al proprio dumping economico planetario. Quando un paese industriale avanzato non è in grado di produrre mascherine chirurgiche, guanti e gel per le mani e ibuprofene durante una pandemia, significa che la globalizzazione si è spinta troppo oltre. Va rivista per non morire in suo nome. E questo vale anche per l’Italia. Ma il più grande risultato di Trump è stato nell’economia. Durante i primi tre anni della sua presidenza, una quota importante di ricchezza è andata ai lavoratori più poveri. Ha portato crescita salariale agli svantaggiati. Ecco perché gli elettori nelle zone dimenticate del paese, i forgotten men che ho descritto due giorni fa, hanno votato per lui nel 2016 e in numero ancora più grande nel 2020. Ecco perché un numero sorprendente di afroamericani si è rivolto a lui quest’anno. Con la “giustizia sociale” le minoranze non mangiano. Le sue restrizioni all’immigrazione hanno ridotto la concorrenza per gli americani più poveri. Trump tornerà a giocare a golf in Florida. Quella che perde è una certa idea della realtà. E’ quella che ha portato molti immigrati che lavorano duro a votare Trump e quasi tutti i bianchi benestanti a votare Biden. Perdono i vecchi, sporchi rapporti umani e vince il Silicio dei social. Perde la nazione e vince il “villaggio globale”. Perde l’idea che la propria cultura conta e vince il multiculturalismo. Dopo questa festa di liberazione da Trump ci sarà da lavorare per l’Occidente. Se devo scegliere fra il mondo di Oprah, di chi butta giù le statue e degli accademici che lavorano per una società di individui indefiniti, e il mondo di un operaio americano dai denti consumati dal tabacco e di un messicano rispettoso delle regole e con il rosario in tasca, non ho dubbi.

Concludo la puntata odierna con questa breve, doverosa, riflessione:

e con un confronto fra i due candidati sul tema del razzismo. Questo è Biden

che faccia da mona anche da giovane!

e questo è Trump. Vedete un po’ voi.

barbara

QUEL GRAN FESSO DEL GAD LERNER

lui sa sempre come fare

lui con una penna in mano fa barattoli… (piermanzoniani, per la precisione)

Per la ‘Repubblica’ 2.0 i ribelli neri sono l’Isis

Me ne infischio se qualche zoticone [è chiaro? Se non sei d’accordo con lui sei uno zoticone. E giustamente un appartenente ai moralmente superiori se ne infischia di ciò che pensa la plebe] mi accuserà di fare il censore o il sacerdote del “politicamente corretto’: Trasecolo ugualmente imbattendomi sulla prima pagina di Repubblica, con seguito nel suo paginone culturale, di un testo che in altri tempi su quel giornale mai sarebbe stato pubblicato senza prenderne le dovute distanze [sappiamo caro, sappiamo com’era Repubblica, sappiamo cos’era Repubblica quando regnava il suo fondatore, antisemita fino alle budella e mentitore seriale: abbiamo buona memoria, non preoccuparti. Ma tu che, a macello siriano ampiamente avviato, ti sei fatto raccomandare presso Assad con la nota “è ebreo, ma odia Israele”, non ti lasciavi certo impressionare da un po’ di antisemitismo, vero?]; magari tra i commenti e sottoposto a contraddittorio [eh già, il contraddittorio, questo illustre sconosciuto quando a essere pubblicati in prima pagina erano i deliri filo terroristi]. Il titolo suona vagamente spengleriano [dai, su, diamoci una pennellata di cultura], sulla scia del tramonto dell’Occidente: “Dalla mia finestra osservo New York cancellare la Storia” A cancellare, niente meno, la storia americana sarebbe il movimento di protesta antirazzista Black lives matter. [Quelli che non esitano ad assassinare seduta stante una donna che si permette di obiettare che “All lives matter”] E la finestra da cui viene osservato cotanto scempio è quella del designer Gaetano Pesce, autore delle “riflessioni d’artista” [naturalmente non è Pesce a definirle così, bensì il buon gaddino, a scopo manifestamente derisorio e denigratorio]  che seguono. Pesce manifesta ribrezzo nei confronti della “prepotente protesta di certa minoranza afroamericana”, [ma che assurdità! Come può venirgli in mente di definire prepotente una giusta protesta tanto tranquilla e pacifica?!] fomentata da “bande di professionisti della ribellione” [mentre sappiamo benissimo che sono tutti dilettanti della ribellione, che hanno abbandonato i propri posti di lavoro per andare a protestare] – poteva mancare? “probabilmente finanziati da misteriosi sostenitori: Manca il solito nome di Soros, [e lo sai perché manca, caro? Perché è del tutto superfluo: lo sanno tutti – tranne i fallocefali come te – che fra i finanziatori di questa guerra terroristica contro la civiltà quell’autentico signore delle tenebre non poteva mancare, e infatti non manca] agitato continuamente a mo’ di spauracchio da Trump, [e figuriamoci se non saltava fuori il kattivissimo Trump, e pazienza se c’entra peggio dei cavoli a merenda] ma l’insinuazione basta e avanza. Pur riconoscendo deprecabile l’omicidio di George Floyd ad opera di “un poliziotto con gravi problemi psicofisici” (poverino, ndr) [mentre i “problemi psichiatrici” dei terroristi islamici, tutti senza eccezione quelli che vengono a seminare morte in casa nostra, sono serissimi e soprattutto autentici], Pesce non esita a far suo un paragone infamante: “Le gravi proteste-sommosse e relative distruzioni accomunano i loro fautori ai reazionari dell’Isis… e ai talebani quando fecero esplodere le grandi statue di Buddha’ [invece di mettere un aggettivo del tutto privo di senso (infamante per chi? infamante in che senso?) non sarebbe stato meglio spiegare che cosa c’è che non va, secondo la tua eccelsissima mente, in questo paragone?]: Un bel modo di etichettare sulla progressista Repubblica nuovo movimento per i diritti civili [devastare è un diritto civile? Rubare è un diritto civile? Incendiare è un diritto civile? Rapinare è un diritto civile? Stuprare è un diritto civile? Assassinare è un diritto civile?]. Accusato di abbattere monumenti eretti in onore non solo degli eroi americani, ma anche di Gesù Cristo e di Santa Maria [? Non lo hanno fatto?]. Lanciato in un’ardita contrapposizione tra “i malanni e le ingiustizie” che colpiscono la minoranza afroamericana e la sopraffazione maschile sulle donne, Pesce rincara la dose: la componente femminile è oppressa anche nella minoranza afroamericana e “sicuramente nel continente Africa’: Come dire: a che titolo protestate voi neri, proprio voi che in Africa opprimete le donne? Ennesimo stereotipo di matrice colonialista travestito da denuncia sociale [L’oppressione delle donne stereotipo? Ma sai di che cosa stai parlando, ne hai una qualche vaghissima idea, grandissimo pezzo di residuo di alimenti digeriti che viene espulso?]. Non manca, ovviamente, la più diffusa storpiatura del pensiero di Pier Paolo Pasolini che avrebbe scelto [HA scelto] di stare dalla parte dei poliziotti contro “le orde di giovani europei’ [in che senso è una storpiatura?]; dei quali “la stragrande maggioranza trovava un passatempo nel bruciare, rompere, demolire, rubare, ecc.’: Roba da neurodeliri [cioè non è da neurodeliri che della gente passi il proprio tempo a bruciare, rompere, demolire, rubare, ecc., no, ci mancherebbe: da neurodeliri è denunciare tutto questo]. Orbene. Qui non si contesta al nuovo corso di Repubblica di mettere in pagina simili corbellerie [caro ragazzo, finora hai messo giù una robusta ammucchiata di parole, ma ancora non hai spiegato perché sarebbero corbellerie. Capisco che comunisti e realtà non sono mai andati troppo d’accordo, ma almeno inventare una qualche spiegazione, per quanto farlocca, giusto così per provare almeno a salvare la faccia, no, eh? Ok, no], se le ritiene interessanti nel contenuto o per l’autorevolezza del firmatario. Ma che senso ha farlo così, alla chetichella? [? Alla chetichella? Ma non hai appena detto che è stato messo in prima pagina? E poi proseguito nel “paginone” culturale? O forse ignori il significato dell’espressione “alla chetichella”, tu che non esiti a sbeffeggiare e perculare con pesante sarcasmo tuo padre che, avendo avuto ben altre priorità e necessità, non si è potuto permettere di studiare e il suo italiano, lingua straniera appresa alla meno peggio insieme a mille altre, è sempre rimasto un po’ approssimativo e impreciso?] Siamo al corrente delle aspre polemiche seguite alla pubblicazione nella (più adatta) pagina delle opinioni del New York Times di un intervento del senatore Tom Cotton che invocava l’uso dell’esercito contro i manifestanti. Tale scelta portò alle dimissioni del responsabile di quella pagina e, in seguito, di un’editorialista filo-Trump [emmipare giusto, mi pare! Uno filo-Trump che pretende di poter parlare? Pubblicare? Lavorare? Ma quando mai! E la sentite, la toccate con mano la soddisfazione di gaddino nostro per la giusta messa al bando degli eretici?]. Un grande quotidiano d’opinione definisce il suo profilo non solo con quel che pubblica, ma anche per come lo pubblica. Per intenderci, dubito che La Repubblica che conoscevo io avrebbe messo in pagina le tesi islamofobe di Oriana Fallaci [ah già: l’osservazione della realtà si chiama “tesi”. E va doverosamente confutata] senza sottoporle a obiezioni di pari rilievo. Pregherei di non invocare a difesa di quella che spero di poter considerare solo una (grave) leggerezza il recente manifesto di 150 intellettuali americani contro il conformismo censorio della cosiddetta cancel culture [cosiddetta? COSIDDETTA?]. Per carità, nel mio piccolo, lo avrei firmato anch’io. Ma tra il rivendicare la libertà d’espressione con la sua inevitabile, scomoda ma necessaria pluralità dei linguaggi [scomoda, non dimentichiamolo mai: la pluralità dei linguaggi – anche se non ho la più pallida idea di che cosa sia una pluralità di linguaggi, non in questo contesto per lo meno – è spaventosamente scomoda. E tanto tanto fastidiosa,oserei dire], e lasciare libero sfogo a farneticazioni grossolane [notiamo che il signor Lerner ha ricevuto mandato divino di etichettare le opinioni altrui] elevate alla dignità della pagina culturale, ce ne corre [Hai ragione! Censura! Guarda come funzionava bene sotto il compagno Stalin! E soprattutto guarda come funziona tuttora a meraviglia in Cina, con lo straordinario vantaggio di fare centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo e mettere in ginocchio l’intera economia mondiale! Quelli sì che sanno come si vive, altro che le nostre ridicole pretese di libertà di pensiero e di espressione!]. Grazie al cielo possiamo condannare l’abbattimento delle statue pur riconoscendo che Black lives matter non è cancellazione bensì passaggio fondamentale della storia americana (qui). [E ora con permesso, che devo andare un momentino a vomitare]

NOTA: DI Gad Lerner si era già parlato anche qui.

Aggiungo, prima di chiudere il post, una breve documentazione di quanto sta accadendo in queste ore a Portland.

Geopolitical News PR

Stati Uniti: la città di Portland è ormai fuori controllo e l’arrivo dei federali ha peggiorato la situazione.
Negozi dati alle fiamme, dai ristoranti ai supermercati, danni per milioni di dollari.
La vera peculiarità? I manifestanti Antifa e Black Lives Matter fanno irruzione ovunque alla ricerca di bandiere americane e di Bibbie da bruciare. Decine i roghi appiccati ogni giorno, decine i negozi vandalizzati, pochi gli arresti.
Portland come Seattle, in tutti gli Stati Uniti stanno nascendo zone grigie fuori dal controllo statale in mano alla sinistra radicale.
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barbara

REGALIAMOCI UN PO’ DI COSE BELLE

Il coraggio di dire no 1
chi-non-segue-il-gregge
Qui qualche informazione.

Il coraggio di dire no 2

Qualcuno ha parlato di due “svitati bianchi”, di “suprematisti bianchi” che impugnano le armi al passaggio della protesta “pacifica” di black lives matter a st. Louis. In realtà i manifestanti avevano sfondato il cancello
cancello
ed erano entrati nella proprietà privata in cui vive la coppia (e il sindaco di cui chiedevano le dimissioni) e hanno iniziato a urlare slogan minacciosi, e i due avvocati che fino a quel momento si facevano gli affari propri, hanno esercitato il diritto molto americano di difendere la loro casa. Il testo che ho ripreso dice molto americano: io direi molto umano, anzi, molto naturale, visto che qualunque animale fa esattamente la stessa cosa.

Il coraggio di dire no 3


La capacità di guardare anche dall’altra parte della barricata, anche quando è scomodo, se non addirittura pericoloso, farlo.
Daniel Shaver
Liverpool: non solo calcio


Salar de Uyuni: dove non sai se ti trovi in cielo o in terra

Questo video è stato realizzato nel * Salar de Uyuni, * in Bolivia, ed è il luogo in cui si dice che cielo e terra si incontrino. Si scopre che per gran parte dell’anno, il salar (un deposito naturale di sale a cielo aperto) rimane completamente asciutto, ma nella stagione delle piogge che arriva con l’estate, il sito può essere allagato. Quando ciò accade, la salina diventa una specie di specchio, che riflette l’intero paesaggio visto sul terreno. È allora che il paradiso incontra la terra. (qui)

E chiudo questa carrellata di cose belle con questo spettacolare

“Bianco e nero”

barbara

LETTERA APERTA A HALINA, SOPRAVVISSUTA AD AUSCHWITZ

Sulla vergognosa esclusione, degna di un regime fascista, di una casa editrice al Salone del Libro.

Gli echi delle critiche e delle controcritiche intorno alla presenza della casa editrice Altaforte alla fiera del libro di Torino non si sono ancora spenti ma si possono già capire, al di là degli strascichi giudiziari che ne seguiranno, quali sono i risultati ottenuti e chi ne ha beneficiato. Innanzitutto vale la pena ripetere che il libro intervista su Matteo Salvini è della giornalista Chiara Giannini e che è stata lei, proprietaria dei diritti sull’opera, a decidere con quale editore pubblicare e non il Ministro degli Interni, vero obbiettivo delle proteste. C’è inoltre da considerare che, anche se vicina ad ambienti dell’estrema destra, la Edizioni Altaforte non risulta indagata dalla Magistratura per apologia di fascismo per cui, stando così le cose, l’averla messa alla porta solo sulla base di proteste provenienti da una parte politica non è un atto democratico. Anzi si è trattato di censura tipica dei regimi totalitari.
Questa mia presa di posizione non è per difendere un’ideologia come quella fascista che tanti lutti ha portato al mondo intero, ma per difendere l’ideale democratico che, al contrario del fascismo, del comunismo e di tutte le dittature politiche o religiose che la stoltezza umana è riuscita a creare, offre a chi ci crede le più ampie libertà possibili. «Ho sofferto troppo per stare a fianco di persone che propagano idee per le quali ho perso la mia famiglia e l’infanzia: se il Salone avesse detto sì a chi spera nel ritorno del fascismo, io a quest’ora ero fuori dai cancelli». Con questa frase Halina Birembaum scrittrice, traduttrice e poetessa, nata a Varsavia nel 1929 e sopravvissuta ad Auschwitz, ha aperto la presentazione della sua ultima opera.
Non conosco personalmente la signora Birembaum, ma dopo aver passato in Israele alcuni anni da volontario nei centri dove si riuniscono i pochi reduci dai campi di sterminio ancora in vita ed aver trascorso con loro molte ore a parlare, a giocare a carte o a scacchi, conosco la sua storia e quello che sto per scrivere lo faccio con profondo rispetto. Alla signora Halina Birembaum glielo hanno detto che con tutto il can-can organizzato intorno a quel libro lo stesso è volato nelle classifiche di vendita e che ora i ‘fascisti’ ringraziano? Se fossero stati ignorati probabilmente sarebbero stati relegati al dimenticatoio, mentre ora tutti in Italia conoscono il nome di quella casa editrice e le sue pubblicazioni andranno sicuramente a ruba. Ad Halina è stato detto che in diverse edizioni della fiera del libro a Torino è stata data la parola a terroristi con le mani sporche di sangue e con condanne passate in giudicato? Che i libri scritti da questi terroristi sono in libera vendita? La signora Birembaum è a conoscenza del fatto che in quella fiera è possibile acquistare il Mein Kampf di Adolf Hitler edito da edizioni clandestine e che lo stesso si può acquistare online per € 10,20 sul sito della Feltrinelli, l’editore più a sinistra d’Italia? Dopo la terribile esperienza nei campi di sterminio nazisti Halina Birembaum è riuscita a ricostruirsi una vita in Israele e oggi è residente a Herzliya, è al corrente che molti di quelli che le hanno battuto le mani per qualche minuto sono fra i maggiori esponenti del BDS e che delegittimando Israele vorrebbero la distruzione della nazione che le ha permesso di ricostruirsi una vita?
Ma non è tutto perché il prossimo anno l’Iran sarà l’ospite d’onore della kermesse e considerando che per ovvi motivi gli artisti iraniani in esilio in Europa, gli unici liberi di esprimere le loro idee e la loro arte, si terranno ben lontani da Torino, non mi sembra di aver sentito levate di scudi davanti a questa decisione che, ragionando con il metro adottato quest’anno, diventa un insulto all’intelligenza. In Iran non c’è alcuna libertà di espressione e basta un niente per finire sul patibolo. L’omosessualità è punita con la morte come l’apostasia e per rimanere nel tema della letteratura su Salman Rushdie, l’autore del libro ‘Versetti Satanici’ c’è ancora la fatwa, condanna a morte, emanata da Ruhollah Khomeyni in persona.
Quando è stata presa la decisione di invitare l’Iran qualcuno ha forse pensato a Ettore Capriolo, che tradusse i Versetti Satanici di Rushdie in italiano, e che per questo fu accoltellato e lasciato in una pozza di sangue da un killer spedito proprio dal paese che sarà ospite nel 2020? Probabilmente no, come non si è pensato che il governo dei prossimi ospiti d’onore ha fatto installare a Piazza Palestina a Teheran un orologio che conta, a ritroso, il tempo rimasto prima della distruzione di Israele, una minaccia allo Stato Ebraico che si rinnova secondo dopo secondo. L’invito è stato inoltrato nonostante le statue coperte ai Musei Capitolini, i quadri censurati dalla Saatchi, una delle più importanti gallerie d’arte inglesi, dopo le lamentele dei musulmani secondo i quali le due opere erano “blasfeme” perché sovrapponevano scrittura araba a immagini di nudo.
Ma su tutto questo c’è il silenzio assoluto, mentre basta muovere lo spauracchio del fascismo, come la muleta di un torero, che si serrano i ranghi e ci si copre di ridicolo.

Michael Sfaradi, 12 maggio 2019 (qui)

Qualcuno si è, giustamente, indignato per le oscene dichiarazioni della giornalista sulle limitazioni della libertà che sta subendo “uguali a quelle degli ebrei”. Beh, senza la buffonata dell’esclusione ce le saremmo risparmiate. Come ci saremmo risparmiati la sceneggiata del suo arrivo col libro e l’altrettanto ridicola sceneggiata del “Bella ciao” (lei sarebbe l’invasore per cacciare il quale vale la pena di morire? Siamo sicuri che questi antifascisti tutti d’un pezzo abbiano qualche conoscenza della Storia?) Insomma, io concluderei dicendo: dagli antifascisti mi guardi Iddio che dai fascisti mi guardo io.
Quanto a Bella ciao, meglio lasciarla alle resistenze vere, alle battaglie vere, ai rischi veri, ai morti veri.

barbara

PRIMA VENNE IL VIDEO

Questo, nel 2014

Poi è arrivata la censura: le donne che, apprendendo che il loro feto era portatore della sindrome di Down avevano scelto di abortire, hanno trovato insopportabile che altre donne avessero invece deciso di metterlo al mondo, e fossero felici di averlo fatto, e avessero addirittura la sfrontatezza di dichiararlo pubblicamente: un autentico affronto, e hanno chiesto di censurarlo, richiesta prontamente accolta, con la splendida motivazione che “non può essere considerato come un messaggio d’interesse generale e la sua finalità può apparire ambigua e non suscitare un’adesione spontanea e consensuale”. Ma c’è di più: l’Authority infatti ritiene che il film possa “disturbare la coscienza delle donne che, nel rispetto della legge, hanno fatto scelte diverse di vita personale” e per questo ha deciso di far scattare il divieto di trasmetterlo nelle reti televisive francesi. Il titolo di questa brutta storia potrebbe essere “C’era una volta la libertà di parola”. Hanno preteso il diritto di buttare nel bidone della spazzatura i figli imperfetti o quelli non graditi e lo hanno ottenuto: poteva bastare? No, non poteva: la dittatura del pensiero unico non ammette non dico dissenso, non dico obiezioni, ma neppure la possibilità di dire io ho fatto diversamente e ne sono contenta. Il solo sapere che esistono donne che hanno scelto strade diverse è sufficiente a turbarle, povere care, e quindi le devianti, le eretiche, le ignobili che hanno scelto di partorire vanno private della libertà di parola. In nome del progresso e della libertà, sia ben chiaro. In breve: se proprio proprio insisti ti permettiamo – almeno per il momento – di tenerti il tuo Down, poi però zitta e a cuccia.

Passa un po’ di tempo e arriva questo manifesto:
pro vita
non vieta, non condanna, non critica, mette semplicemente di fronte a un dato di fatto. E si scatena il finimondo: illegalità, attacco alla libertà, offesa… e chi più ne ha più ne metta: ancora una volta, il tuo diritto di parola vale fino a quando sei d’accordo con me, ed è un dato di fatto che nessuno, nei rispettivi stati, è mai stato privato della libertà di dichiararsi d’accordo con Mussolini, Stalin, Hitler, Pol Pot (a meno di non essere, in tutti e quattro gli stati, della razza sbagliata, ma questa è un’altra storia). Su questo delirio di onnipotenza dei detentori della Verità Unica non aggiungo commenti, ma vi mando a leggere le cose scritte da tre persone che sull’aborto hanno posizioni molto lontane dalle mie: uno, due, tre e quattro – l’ultimo l’ho linkato più che altro per il mio scambio, nei commenti, con un signore molto illuminato che sarebbe sì favorevole alla libertà di parola, ma a patto che non ne possa usufruire chiunque. Che probabilmente sarebbe anche per l’eliminazione di questo orrendo video clerico-bigotto che tenta di farvi il lavaggio del cervello istillandovi idee pericolosissime, disgustose e probabilmente anche illegali.

Concludo con una riflessione
oppression
e con questa fantastica chicca. Buona visione e buon divertimento.

barbara

FACEBOOK, LA SVEZIA, LA RELIGIONE DI PACE, I PENSIONATI ECCETERA ECCETERA

Durante l’interrogatorio, la pensionata ha spiegato: “Mi sono arrabbiata quando ho letto come funziona con gli immigrati e come essi evitino le punizioni per tutto ciò che fanno. Vengono assolti anche se rubano e fanno altre cose. È ingiusto che coloro che commettono gravi crimini possano essere rilasciati…”. La pensionata ha detto che non avrebbe scritto quelle parole se avesse saputo che era illegale. Evidentemente l’ha fatto con la convinzione errata di vivere ancora in uno Stato di diritto democratico. A gennaio, la donna è stata condannata a pagare un’ammenda di 4 mila corone svedesi (443 dollari). Vive con una pensione di soli 7 mila corone svedesi (775 dollari) qui.

Della Svezia prostituita alla religione di pace, della Svezia con interi quartieri in cui non entra neppure la polizia, della Svezia in cui gli stupri aumentano in maniera esponenziale, della Svezia in cui essere ebrei è altamente sconsigliato, si è scritto ripetutamente in questo blog. Adesso sappiamo che la Svezia non è neppure più uno stato di diritto. Non per gli infedeli, per lo meno; diciamo che c’era uno stock di diritti da distribuire, e si è scelto di distribuirli tutti ai fedeli della religione di pace, lasciandone totalmente sprovvisti tutti gli altri. L’aria della non equa distribuzione spira un po’ dappertutto, ma la Svezia, come sempre, è all’avanguardia.

Da noi, per il momento, anche se fortemente sconsigliato, non è, credo, ancora vietato dalla legge. A scoraggiare gli incauti provvede però quella signorina allegra di facebook. L’ultima vittima della serie è Alberto Levy, che per questo post
A. Levy
è stato sospeso per un mese. Gli amici che ne sono a conoscenza vorrebbero diffonderlo, ma non si azzardano a pubblicare il suo post per non rischiare di essere a loro volta sospesi. Per questo ho voluto fare questo post, affinché chi voglia far conoscere la sospensione di Alberto Levy e il motivo per cui è stata messa in atto, lo possa fare condividendo questo post. Come potete vedere, nel titolo e in tutta la prima parte, che compare nelle condivisioni, ho evitato il termine tabù che potrebbe scatenare l’ira del feisbucchiano Minosse che sta orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia.

E per non farci mancare niente, aggiungiamo la Germania, a suo tempo aiutata dalle SS musulmane, che ricambia il favore rifiutando di dichiarare terrorista Hezbollah. Come cantava quel tale, “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”.

barbara

PER ORA IN GERMANIA (2)

Rispetto della legge in Germania? Leggi un po’ qua.

Censura e sharia: il caso dei media in Germania

BERLINO – Dopo una lunga e frenetica indagine, si scopre il probabile assassino di una studentessa, a Friburgo, nella Foresta Nera, ma la notizia viene censurata, si tace l´origine del sospetto, un profugo afgano di 17 anni, giunto nel 2015. In Germania divampano le polemiche: è lecito tacere per non turbare l´opinione pubblica? Si vota tra circa dieci mesi e l´Afd, l´Alternative für Deutschland, continua a guadagnare voti, si teme che il prossimo settembre entri in Parlamento, e arrivi perfino al terzo posto. I populisti avanzano in Germania, o in Austria, e in Italia. Il 15 ottobre, Maria L., di 19 anni, dopo un party con compagni di studio, verso le 2,30, torna a alla sua residenza universitaria, in bicicletta. Dalle parti dello stadio, incontra l´aggressore, viene violentata e strangolata. Su un cespuglio di more si scopre un lungo capello nero, il DNA coincide con quello dell´assassino.
Dopo un mese e mezzo, viene arrestato un ragazzo, uno delle migliaia di profughi minorenni giunti in Germania nell´ultimo anno. Ma si tace a lungo sulla sua origine. I media hanno una giustificazione. Il Presserat, il consiglio della stampa, quasi il nostro ordine dei giornalisti, si è da tempo autoimposto regole di comportamento: non si rivela il nome completo dei protagonisti di reati (a meno che non siano personaggi noti), ed è vietato scrivere a quale religione si appartenga, o precisare l´origine. Ma alcuni si ribellano al codice di comportamento, rischiando ammonimenti e sanzioni, come il “Sächsische Zeitung”, quotidiano di Dresda, che è la roccaforte del movimento razzista Pegida, autore di attentati ai centri di accoglienza. “Spesso l´origine del colpevole è il cuore della notizia,” protesta il direttore. E la censura è controproducente: l´opinione pubblica può sospettare che ogni stupratore o rapinatore sia straniero. I lettori e gli ascoltatori hanno perso la fiducia nei media dopo l´ultimo Capodanno a Colonia.
Duemila giovani arabi ubriachi aggredirono centinaia di donne. Una notte di violenze, le denunce furono 1240, ma si è arrivati a sei condanne, e nessuno è stato espulso. La stampa e la TV tacquero fino al cinque gennaio, per non creare problemi a Frau Merkel, la cui popolarità stava crollando a causa della sua politica delle frontiere aperte. Oggi si parla di “Lügenpresse”, stampa bugiarda. E i mezzi d´informazione non hanno riguadagnato la credibilità perduta. A Friburgo, cittadina universitaria, si teme che il ragazzo afgano abbia ucciso nei mesi scorsi un´altra giovane. E la serie di reati commessi da stranieri inquieta gli abitanti: a fine settembre una tredicenne viene aggredita da un gruppo di minorenni, tre sono immigrati. A metà ottobre, un senza tetto è picchiato e ucciso da due stranieri. Alla fine dello stesso mese, due donne vengono aggredite da un gruppo di profughi provenienti dal Ghana. A inizio novembre, un afgano ferisce gravemente un suo compagno, a metà mese, un georgiano uccide a coltellate un nipote. A luglio si è avuta una serie di attentati commessi da profughi in Baviera. Il 22 luglio a Monaco, un diciottenne iraniano (con passaporto tedesco) uccise nove giovani. E il motivo della strage era che si considerava tedesco e non veniva accettato. La sua origine fu la causa scatenante della strage.
Roberto Giardina, La Nazione

Si può parlare di rispetto della legge quando i reati vengono trattati in maniera diversa a seconda della nazionalità e della religione del criminale? Si può parlare di rispetto della legge quando alla polizia viene imposto un codice di comportamento diversificato a seconda dell’identità del criminale? Si può parlare di rispetto della legge quando la polizia arriva addirittura a occultare determinate prove e a fabbricarne di contrarie, come è accaduto in un recente episodio di terrorismo islamico, per mascherare l’identità dei criminali? E, soprattutto, si può ancora parlare di uno stato sovrano quando si ha a che fare con uno stato succube di una cultura estranea? E penso, nel dire questo, alla Merkel che di fronte a una palestinese senza alcun diritto di asilo che esibisce lacrime e singhiozzi fabbricati a tavolino sovverte le leggi dello stato e permette alla sua famiglia, senza una sola ragione al mondo, di restare e ottenere la cittadinanza.
merkel-palestinese
Questo è uno stato in bancarotta, altro che stato di diritto e rispetto delle leggi!

barbara