RITORNO ALL’UNGHERIA, OVVEROSIA È ARRIVATO L’UOMO NERO

Prologo con antefatto
Vi ricordate all’inizio della primavera dell’anno scorso? Orban, per poter fronteggiare l’epidemia e prendere decisioni rapide senza gli impicci della burocrazia e dei percorsi ordinari, chiese al Parlamento – e ne ottenne – i pieni poteri. Grande scandalo e grida d’allarme in tutta Europa: rischio dittatura, anzi piena dittatura, orrore, sgomento… Due mesi e mezzo dopo, terminata l’emergenza, Orban dichiarò chiuso lo stato di emergenza e restituì i pieni poteri. In Italia Conte il 31 gennaio dichiarò lo stato di emergenza e si prese, senza autorizzazione di chicchessia, i pieni poteri per sei mesi. Il 31 luglio, con 675 pazienti covid ricoverati nei reparti ordinari e 41 in terapia intensiva e 9 morti, proroga lo stato di emergenza per altri sei mesi, sempre con pieni poteri. Il 31 dicembre lo proroga per altri sei mesi, sempre conservando i pieni poteri. Ora, con poco più di una dozzina di morti, con le terapie intensive occupate da pazienti covid per il 3,21% e i reparti ordinari per l’1,43%, Draghi sembra fermamente deciso a prorogare ancora lo stato di emergenza fino a fine anno, col solito corollario dei succosi pieni poteri. Ma il dittatore è Orban e lo stato più orrendamente assolutista fascista razzista regressista è naturalmente l’Ungheria – l’unico Paese europeo in cui sinagoghe e istituzioni ebraiche non hanno bisogno della protezione della polizia.
Bene, ora proseguiamo.

Orban, il mascalzone ideale

Legittimo criticarlo, l’Ungheria non è l’Olanda. Ma dire che criminalizza l’omosessualità è da propagandisti in malafede. E la Finlandia che processa chi sostiene la visione cristiana del matrimonio?

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dice che “nell’Unione europea sei libero di essere chi vuoi essere e di amare chi vuoi”. Come se la legge ungherese, dove ci sono le unioni civili per gli omosessuali, vietasse omosessualità o transgender. Quello che fa è vietare l’educazione Lgbt nelle scuole e nei cartoni animati per bambini. Legittimo criticarla, non sostenere che criminalizza una categoria di persone. 
“Siamo pronti a discutere la legge con coloro che si sono espressi contro di essa”, ha detto alla BBC il governo ungherese. “La legge riguarda rigorosamente la protezione dei bambini. Dice che per i minori di 18 anni l’educazione sessuale deve essere appropriata e quello che non vogliamo è l’intrusione delle ONG di lobby LGBTQ+ e dei gruppi di pressione che entrano negli asili e nelle scuole per spiegare ai bambini perché è una grande idea avere trattamenti ormonali e operazioni per cambiare sesso prima dei 18 anni. Queste non sono pratiche accettabili”. Nelle settimane scorse, anche il più grande ospedale svedese, il Karolinska di Stoccolma, ha bandito i trattamenti ormonali per i minori.
Ma più precisamente, perché i legislatori ungheresi eletti democraticamente non possono decidere cosa è permesso insegnare ai bambini ungheresi? Il disprezzo è mozzafiato. Dovrei preoccuparmi e sentire come un attacco alla democrazia e alla libertà che i bambini magiari debbano andare online per guardare Kermit la rana che tiene un concerto assieme a una drag queen, invece di guardarlo sulla tv ungherese? O che ai bambini magiari di sette anni non venga detto a scuola che avere il pene non significa essere maschi? 
E perché dovrebbe essere meno discriminatoria la legge di un altro paese membro dell’Unione Europea, la Finlandia, dove un vescovo e un ex ministro sono appena finiti sotto processo per “incitamento all’odio”, solo per aver sostenuto la visione cristiana del matrimonio? In Francia hanno appena approvato una legge che cancella la figura del padre come riferimento nella filiazione. In Ungheria pensano che un bambino abbia diritto a un padre e a una madre. Quale paese è più discriminante e oscurantista? La battaglia fra il progresso e la reazione è complicata…
Leggendo oggi il Corriere della Sera su Orban un lettore non informato arrivava a farsi l’idea di un leader che “alimenta l’antisemitismo ad arte”. Ora, questo è il sondaggio ufficiale dell’Unione Europea su dove gli ebrei si sono mentono meno al sicuro in Europa. In testa, la Francia. In fondo, l’Ungheria. Fine della discussione, a meno che non si agiti lo spettro di George Soros, la cui battaglia con Orban non c’entra niente con l’antisemitismo. Nei giorni scorsi Ronald Lauder, presidente del Congresso Ebraico Mondiale, era a Budapest a rendere omaggio a Orban.
E’ vero, l’Ungheria di Orban ha molti difetti e non è l’Olanda o il Massachusetts. Può piacere o meno. Diverso, da bugiardi in malafede, è dire come fa tutta la stampa mainstream che l‘Ungheria è come l’Uganda.
E’ la differenza fra l’Est e l’Ovest europeo spiegata su Le Figaro da una filosofa di fama mondiale come Chantal Delsol: “Ritengono ancora di avere un’identità, una caratteristica specifica, depositata dalla storia, che merita di essere difesa. Mentre l’Europa occidentale, e l’istituzione europea, considerano l’identità una cosa del passato: in una società materialista e libertaria, un’identità culturale non ha più senso. Molti pensano che se non insultiamo questi paesi, allora siamo i loro difensori. E’ il segno di questo mondo manicheo, tagliato col coltello, che io denuncio. Pensano che la libertà abbia dei limiti, che da tempo abbiamo dimenticato. In Europa occidentale, questo è il nostro slogan, crediamo che ‘la mia libertà finisce dove inizia la libertà degli altri’. Ma si può anche pensare, questo è il mio caso, che la mia libertà finisca dove inizia la mia responsabilità. Che è molto diverso. Se gli ungheresi votano per chiamare ‘matrimonio’ il contratto tra un uomo e una donna, proteggendo così il nome e il simbolo, è un limite che mettono e non dovrebbero essere insultati per questo”. 
Se noi diamo di matto su un piccolo paese ricchissimo di storia e di pochi milioni di abitanti è perché non tolleriamo che qualcuno in Europa ci ricordi che c’era anche un’altra strada. Abbiamo la vocazione della terra bruciata. Non tolleriamo più alcun dissenso culturale?
Giulio Meotti

E ora un esempio di censura, in perfetto stile sovietico, cinese, nordcoreano. Dove? Nell’Europa progressista, naturalmente.

“I genitori hanno diritto all’educazione dei figli”

Il ministro della Giustizia ungherese ha scritto un articolo per spiegare all’Europa. Ma in nome della tolleranza è stato censurato da un giornale europeo. Lo ripubblico io. Hanno paura della verità?
“Come può una comunità di libertà (l’Europa istituzionale), che si era diffusa gioiosamente dopo la caduta del comunismo, essere arrivata a imporre così radicalmente una sola visione etica?”, si domanda sul caso ungherese su Le Figaro di oggi la filosofa francese Chantal Delsol, che ha fondato l’Istituto Hannah Arendt nel 1993, membro dell’Accademia di scienze morali e politiche, la famosa “cupola” della cultura francese, allieva di Julien Freund e autrice di Le Crépuscule de l’universel.

Perché l’Unione Europea è impazzita al punto di arrivare anche soltanto a pensare di espellere un piccolo paese di soli 10 milioni, una delle culle della sua millenaria storia e cultura? Il cuore dello scontro, scrive Chantal Delsol, è la fine della distinzione fra tolleranza e legittimità. Adesso tolleriamo soltanto quello che giudichiamo moralmente legittimo. “Posso tollerare la legalizzazione del cambiamento di sesso, perché sono liberale, ma non posso accettare, per ragioni di etica personale, che venga proposto a mio figlio in classe (e alle mie spalle). Per quanto sia necessario, da società liberali nell’Unione Europea, tollerare tutti i comportamenti e rispettare le persone, è normale che ogni corrente, movimento sociale, famiglia, abbia la propria idea di legittimità di questo o quel comportamento. Per questo il governo Orban considera inopportuno che una corrente di pensiero venga imposta nelle scuole. Il giudizio spetta alle famiglie, non spetta a un’ideologia statale educare i bambini. Considerare che tutti i comportamenti sono ugualmente legittimi è un modo libertario di vedere le cose, rispettabile come gli altri perché siamo in una società liberale, ma che non tutti sono obbligati a legittimare e che a fortiori non ha nessuna giustificazione per essere imposto a tutti, tanto meno ai bambini nelle scuole. Il grande fallimento delle élite liberali contemporanee è quello di rifiutare qualsiasi riflessione sui limiti. È disastroso che le persone intelligenti che ci governano si sentano obbligate a gridare alla discriminazione non appena viene emesso un giudizio e a chiamare criminali coloro che pensano esistano dei limiti. Una società non deve relativizzare tutto per essere libera. Ancora più grave: il grande naufragio delle nostre élite è la negazione della coscienza personale, la cui grandezza è quella di poter decidere se legittimare o meno ciò che tollera e poterlo trasmettere ai propri figli. Ma la coscienza personale, nonostante tutte le dichiarazioni magniloquenti, nessuno ce la può togliere”.
E c’è talmente poca tolleranza ormai che il celebre sito Politico si è rifiutato di pubblicare questo articolo del ministro della Giustizia dell’Ungheria, Judit Varga, che voleva spiegare all’Europa la legge in discussione. Lo ripubblico io qui sotto. Di cosa hanno tanta paura? Forse di un po’ di verità? Dopo aver vinto la battaglia culturale vogliono che tutti facciano la genuflessione, come “devono” fare i calciatori in campo prima della partita?

***

“Pensavamo che fossero interessati a sentire la nostra versione della storia. Ci sbagliavamo”

di Judit Varga

Da dieci anni, la stampa internazionale pubblica regolarmente dichiarazioni sulla morte della democrazia ungherese. Eppure, nonostante gridino ripetutamente al lupo, non c’è mai stato nessun lupo, anche se sfortunatamente quelli che gridano non sembrano mai stancarsi dell’inganno.
Questa volta si dichiara che l’Ungheria ha adottato una legge discriminatoria e omofoba. A nessuno importa che la dichiarazione firmata da diversi Stati membri contenga false accuse e falsifichi il merito della legge ungherese sopprimendone parti essenziali. A nessuno interessa notare che il fulcro della legge è la protezione dei bambini da qualsiasi tipo di sessualità – quindi non può, per definizione, essere discriminatoria. Gli Stati membri firmatari non si sono nemmeno presi la briga di chiedere spiegazioni ufficiali al governo ungherese prima di emettere la loro lettera congiunta. Le critiche hanno generato un conflitto artificiale tra i diritti dei bambini e i diritti delle persone LGBT. È davvero questa l’incarnazione della leale cooperazione sancita dai Trattati?
La nuova legge si concentra sulla garanzia dei diritti dei genitori e sulla protezione dei minori dall’accesso a contenuti che potrebbero contraddire i principi educativi che i loro genitori hanno scelto di insegnare loro fino a quando non diventeranno essi stessi adulti. Fino a quel momento, tuttavia, tutti gli altri attori – sia lo Stato che le scuole – dovranno rispettare il diritto dei genitori di decidere sull’educazione sessuale dei propri figli. Ecco di cosa tratta la nuova legge ungherese.
Si ricorda che l’articolo 14 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea sancisce che deve essere rispettato il diritto dei genitori di assicurare l’educazione e l’insegnamento dei propri figli in conformità alle proprie convinzioni religiose, filosofiche e pedagogiche, conformemente alle leggi nazionali che disciplinano l’esercizio di tali libertà e diritti.
La legge ungherese non si applica alla vita, all’identità sessuale o alle pratiche degli adulti di età superiore ai 18 anni, né al modo in cui tali adulti desiderano esprimersi o presentarsi pubblicamente.
L’orientamento sessuale e l’identità di genere sono soggetti a una rigida protezione costituzionale in Ungheria. Secondo l’Articolo XV paragrafo (2) della Legge Fondamentale, l’Ungheria garantisce i diritti fondamentali a tutti senza discriminazioni. Dal 2004, la legge sulla parità di trattamento ha affermato chiaramente all’articolo 1 che tutte le persone nel territorio dell’Ungheria devono essere trattate con lo stesso rispetto e vieta esplicitamente la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.
Le disposizioni non escludono alcuna attività in classe o altrimenti organizzata per gli studenti relativa alla cultura, al comportamento, allo sviluppo o all’orientamento sessuale, purché non promuova o diffonda tali argomenti. Si aspetta semplicemente che solo esperti qualificati descrivano questi problemi altamente sensibili ai bambini in modo appropriato all’età e basati su prove, contribuendo così alla loro corretta educazione con la direzione e la guida appropriate dei loro genitori e tutori legali.
In Ungheria, ognuno è libero di esprimere la propria identità sessuale come meglio crede, poiché la legislazione ungherese garantisce pienamente i diritti fondamentali per ogni minoranza. Non è una contraddizione che garantisca anche il diritto e l’obbligo dei genitori di educare i propri figli. Non c’è nulla di discriminatorio in questo.
Non è la prima volta, tuttavia, che l’europeità di una legge ungherese venga interpretata da alcuni che scelgono di giudicare anticipatamente senza prima richiedere i fatti. La dichiarazione politica che condanna la nuova legge ungherese è vergognosa, non solo perché va contro la leale cooperazione, ma anche perché la dichiarazione incorpora un’opinione politica faziosa senza un’indagine imparziale precedentemente condotta.
Inoltre, non è la prima volta che la legislazione ungherese viene etichettata come discriminatoria. Tuttavia, la verità è che implicare che questa legge sia anti-UE discrimina esclusivamente quei genitori che, in linea con la Carta dei diritti fondamentali dell’UE, abbracciano il diritto all’educazione dei propri figli.
Giulio Meotti

E perché tutto questo? Per il solito, eterno motivo che la storia ci ha tragicamente insegnato: fabbricare un nemico comune per poter distrarre il popolo e perseguire in pace i propri sporchi affari.

Niram Ferretti

AL RIPARO DAL VENTO IMPETUOSO DEL PROGRESSO

Per Joseph Goebbles, maestro indiscusso della propaganda, il primo dei principi affinché una propaganda efficace potesse funzionare era quello della semplificazione e del nemico unico: Scegliere un avversario e insistere sull’idea che fosse lui la fonte di tutti i mali. Sappiamo come gli ebrei, durante i dodici anni del regime nazista, incarnassero questo nemico all’ennesima potenza, anche se, ce ne erano anche altri.
Oggi, in un’epoca europea più lieta di allora, e più gaia sotto molteplici aspetti, chi ci spiega che cos’è la democrazia e come funziona, ci dice anche che in Europa, Victor Orban, il putiniano Orban, è un nemico delle magnifiche sorti e progressive, quelle ormai decise e incarnate dall’Unione Europea.
Si dà il caso che l’Ungheria sia stata recentemente messa all’angolo perchè, udite udite, avrebbe promulgato una legge “omofoba”. E, oggi, essere in odore di omofobia è sicuramente peggio che avere la fedina penale sporca per avere rapinato una banca.
Naturalmente, pochissimi si sono sentiti in dovere di leggere la legge in questione, perchè Orban è un reprobo a prescindere, anche se l’Ungheria fa parte della UE; ma se viene fatta una legge per tutelare i minori dalla pedagogia LGBT, si deve dire che si tratta di un “pretesto”.
Il Ministro ungherese della Giustizia Judith Varga, ha scritto una lettera in proposito, nella quale, lamenatando la messa all’indice dell’Ungheria da parte della UE, ha scritto
“La nuova legge si concentra sulla garanzia dei diritti dei genitori e sulla protezione dei minori dall’accesso a contenuti che potrebbero contraddire i principi educativi che i loro genitori hanno scelto di insegnare loro fino a quando non diventeranno essi stessi adulti. Fino a quel momento, tuttavia, tutti gli altri attori – sia lo Stato che le scuole – dovranno rispettare il diritto dei genitori di decidere sull’educazione sessuale dei propri figli. Ecco di cosa tratta la nuova legge ungherese”.
L’Ungheria sa bene cosa significa essere posti sotto tutela dallo Stato orwelliano, lo ha sperimentato a fondo sulla propria pelle cosa significa la sottrazione dell’individualità, anche quella genitoriale, conculcata da un regime che imponeva come bisognava parlare, come bisognava pensare, come bisognava agire, e non è disponibile che questa prassi avvenga nuovamente sotto le mentite spoglie della “democrazia” e della “lotta alla discriminazione”.
Dunque, pur restando in seno alla UE, essa ritiene che il Superstato della medesima non debba decidere le regole a cui tutti dovrebbero attenersi, soprattutto se si tratta dell’educazione da impartire ai minori, che non sono sudditi della UE, ma figli dei loro genitori.
Un principio un po’ all’antica forse, ma ancora attuale fino a quando, Orban o non Orban, ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di tenerlo al riparo dal vento impetuoso del Progresso.

Infine una piccola cosa, che mi è piaciuta.

Claudia Premi

Il testo non è mio, ma di una persona che come me ha vissuto gli anni 80.

Concordo e non aggiungo altro.

Vi siete inventati il fluid gender e, di conseguenza, l’omofobia. Io vengo dalla generazione che ascoltava e amava David Bowie, Lou Read e non si è mai posta il problema di che preferenze sessuali avessero, fregava niente, anzi, contenti loro e, in qualche caso, beati loro , Elton John e Freddy Mercury, George Michael. Siamo anche la generazione che amava i Led Zeppelin o i Deep Purple o Neil Young o gli Eagles, senza porsi il problema dei testi che oggi sarebbero giudicati sessisti. Quando arrivò Boy George non ci chiedemmo se gli piacesse il maschio, la femmina o tutti e due, ci godemmo semplicemente la sua musica e quando Jimmy Sommerville ci raccontò la sua storia di ragazzo di una piccola città, ci commuovemmo e cantammo insieme a lui.
E non c’erano leggi a costringerci a essere solidali o quantomeno partecipi. Non c’erano minacciose commissioni o attenti guardiani a censurarci se ci usciva una battuta. C’era Alyson Moyet, allora decisamente oversize ma bellissima e bravissima, e nessuno pensava valesse meno di una Claudia Schiffer. Anzi. Vorrei capire che è successo nel frattempo, perché secondo me tutti questi censori hanno l’unico effetto di creare quello che censurano, di generarlo per reazione. Secondo me eravamo tanto più avanti senza imposizioni, perché le imposizioni, si sa, spesso generano l’effetto contrario.

Sì, lo so, stilisti fotografi attori erano gay mentre operai postini commessi erano recchioni, froci, culattoni, ma negli anni Ottanta, oggettivamente, non c’era granché di gente a considerarli ancora come degli appestati da cui girare alla larga. Meno che mai erano all’ordine del giorno aggressioni e pestaggi. Una grossa parte della cosiddetta emergenza è stata inventata a tavolino, come è ampiamente documentato

E se si fabbrica a tavolino un’emergenza che non esiste, gli scopi sono sempre quanto meno torbidi, di questo possiamo essere sicuri.

barbara

CON LA PAROLA DIO CREÒ IL MONDO

E con le parole ora lo stanno distruggendo.

Torturano le parole per creare l’uomo nuovo

E’ in corso una rivoluzione orwelliana per sostituire l’Archeolingua con la Neolingua (Italia compresa). Padre e madre, Mr e Mrs, ladies and gentlemen… Del passato della lingua bisogna fare tabula rasa

Chi in Inghilterra non ha sentito l’espressione ladies and gentlemen? Da oggi, sui treni inglesi, non sarà più possibile, racconta il Telegraph. Per essere più “inclusivi” hanno detto addio alla celebre formula. Nella “cattolicissima” Irlanda bagni neutri saranno installati questa settimana nelle scuole. L’Università di Manchester ha appena imposto al personale di non utilizzare più i termini “madre” e “padre” ma i neutri “partner” o “tutore” [e con quello che una volta si chiamava asilo e adesso si chiama scuola materna e guai a sbagliare perché “quelli” si incazzano come iene e ti correggono stizziti, come la mettiamo? Tornerà a chiamarsi asilo? O diventerà scuola tutoriale?]. Il Brighton and Sussex University Hospitals NHS Trust è il primo in Inghilterra usa “allattamento al torace” anziché “allattamento al seno” e “genitore che partorisce” al posto di “madre”. Il personale è stato istruito a sostituire anche “latte materno” con “latte umano”. Se IKEA in Australia ha appena introdotto il linguaggio neutro nei suoi magazzini, la città di Salem, in America, quella della caccia alle streghe, ha appena introdotto il linguaggio gender free.

E’ tipico di ogni rivoluzione dominare la lingua per avere un’uniformità di espressione che serva da veicolo all’ideologia dominante. George Orwell in 1984 immortalò la sostituzione dell’Archeolingua con la Neolingua. Quando il governo socialista spagnolo di José Luis Rodríguez Zapatero varò la sua “rivoluzione famigliare”, decise di vietare i tradizionali riferimenti di genere nei documenti relativi alla famiglia. Sui certificati di matrimonio “marito” e “moglie” furono sostituite da “sposo A” e “sposo B”. Nei certificati di nascita, “padre” e “madre” vennero rimpiazzati da due neologismi: “Progenitore A” e “Progenitore B” (anche in Italia da poco è norma “genitore 1” e “genitore 2” nelle carte di identità under 14) [E con quale criterio vengono stabilite le priorità, ossia quale chiamare 1 e quale 2? E se poi quello relegato al secondo posto, o a progenitore di serie B, si offende, o si risente, o si deprime e poi magari si suicida, come la mettiamo? Avranno numero o lettera a giorni alterni scambiandosi i ruoli ogni giorno?]

Nel nuovo libretto di famiglia e nel codice di procedura civile in Francia un tempo campeggiavano in grassetto i termini “sposo o padre” e “sposa o madre”.  Nei nuovi libretti le parole “il padre, la madre” sono state sostituite da “uno dei genitori”. Il sindaco ecologista di Lione ha introdotto la scrittura inclusiva in tutti i documenti ufficiali della città… La scuola elementare Yves Codou, nel comune francese di La Mole, celebra la “festa dei genitori” invece di quella della mamma, per non scontentare le coppie omosessuali. [E quelli che non hanno i genitori? Cosa sono queste vergognose – e, queste sì, autentiche – discriminazioni?]

La Cardiff Metropolitan University, una delle maggiori del Regno Unito, ha stilato una lista di 34 parole che docenti e studenti sono “invitati” a non usare più, sostituendole con altre non “sessiste”. Via “chairman”, a favore del neutro “chair”; “fireman”, pompiere, è sostituito da “firefighter”; casalinga, “housewife”, lascia il posto a “consumer”; umanità, “mankind”, viene rimpiazzata da “humanity” [huMANity? Orrore!!]; anche “homosexual” viene meno a favore di “same sex”; assistente, “right hand man”, diventa invece “chief assistant”. 

Princeton, l’università ha bandito il termine “man” nei suoi vari utilizzi a favore di espressioni più “inclusive”. Via così anche “he” e “she”, a favore di “you” e “your”. A New York, la City University ha deciso che si doveva fare a meno di “Mr” e “Mrs”: perché le donne dovrebbero dire se sono sposate? [sull’eliminare la distinzione fra Miss e Mrs, fra signorina e signora, sarei pienamente d’accordo: la distinzione fra sposati e no non si fa per gli uomini, non vedo perché si debba fare per le donne, e francamente trovo anche ridicolo che qualcuno, a settant’anni, continui a chiamarmi signorina come mezzo secolo fa] Intanto la Elon University eliminava la parola matricola, “freshman”, per usare “first year”. La città di Berkeley ha sostituito termini come “businessman”, “mailman”, “manpower” e “salesman”, per evitare anche solo di evocare il maschile “man”. L’Università del Vermont è stata la prima in America a creare un nuovo pronome, “they”, terzo genere “neutrale”, né femminile né maschile, ma plurale senza genere: “They”, loro. 

“Una volta che la lingua è condannata come fascista, tutto diventa possibile: non merita più rispetto né venerazione” scrive su Le Figaro a fine aprile il filosofo Robert Redeker. “La scrittura inclusiva è in realtà il contrario di ciò che afferma di se stessa: è esclusiva, perché esclude la lingua dalla sua storia. Espelle la lingua dal suo passato, dalla sua tradizione, dalla sua dimora, dalla sua logica. E’ il mito ultrarivoluzionario della tabula rasa: del passato della lingua bisogna fare tabula rasa, al fine di lasciarsi abitare dalle fantasie dei suoi avversari”. 

Torturano le parole per costruire un uomo nuovo…. Ci riusciranno?

Giulio Meotti

Io direi che ci stanno riuscendo alla grande. E fra un po’ arriveremo anche a

(anche se ci siamo andati molto vicini già più di tre anni fa)  Poi però non stupitevi se

Aggiungo ancora un paio di suggerimenti se dovete fare degli auguri di compleanno

E infine vi spedisco a leggere qui.

barbara

COVID: PERCHÉ AUMENTANO I RICOVERI

Mettetevi comodi che adesso ve lo faccio spiegare per bene.

Niente cure, balzo dei ricoveri: «Ci sono altre priorità»

I dati generali di ieri parlano di un aumento sensibile dei ricoveri. Il commissario lombardo Guido Bertolaso parla già di una terza ondata, il governatore Luca Zaia ha rimarcato come per la prima volta dal 31 dicembre ci sia un aumento dei ricoveri che «fa preoccupare». Aumenti di posti letto occupati anche in Piemonte. 

Sembra di ritornare nel solito corto circuito: una gestione della pandemia ospedalocentrica, e ora anche vaccinocentrica. Ma di mettere al centro della strategia sanitaria nazionale le cure contro il covid non se ne parla. È un bug di sistema inquietante, o se vogliamo un cane che si morde la coda mentre tutto continua come è da oltre un anno: con la vigile attesa alla quale sono condannati i pazienti sintomatici che devono accontentarsi delle scarne raccomandazioni del medico a base di paracetamolo. E poi, se va male, si aprono le porte degli ospedali, come sta accadendo in queste ore.

Nessuno si interroga però sul perché i ricoveri stiano aumentando: scoprirebbe che la colpa non è dei ragazzini che escono al pomeriggio, ma ancora una volta della sbagliata gestione terapeutica. 

Il tema del covid at home non ha conosciuto evoluzioni positive negli ultimi tempi. Anzi. La consapevolezza che incentivare la cura precoce del virus sia inversamente proporzionale ai ricoveri in ospedale aleggia nell’aria, ma senza iniziative. La conseguenza è che tutto è affidato alla buona volontà dei medici che credono nel primato della cura su tutto il resto, anche sulla vaccinodipendenza che non è una cura, è un’altra cosa.

Sempre meno sono i media che ne parlano, meritorio in questo senso quanto ha fatto la redazione di Fuori dal coro di Mario Giordano, che sta battendo il tasto da settimane sullo scandalo delle cure a domicilio assenti intervistando medici, pazienti guariti e cercando di stanare i decisori, ma ricevendo in cambio le solite e italiche promesse vaghe e negligenti.

«Speriamo ancora che Aifa possa modificare qualcosa». A parlare alla Bussola è il dottor Andrea Mangiagalli, creatore con una chat di medici di una rete di cure domiciliari spontanea che in questo anno ha curato senza mai mandare i pazienti in ospedale. Ormai è diventato un simbolo del covid at home.

Lo avevamo incontrato in autunno e ci aveva raccontato di come stesse crescendo a dismisura la platea dei medici interessati a curare e a non temporeggiare. Con lui abbiamo seguito la vicenda del ricorso vinto in Consiglio di Stato per l’utilizzo dell’idrossiclorochina, proprio mentre a fine novembre il ministero emanava attraverso una circolare il primo protocollo di cura domiciliare.

Che fu insufficiente, una presa in giro, con la sola Tachipirina in vigile attesa come unico presidio e tutto il resto (cortisonici, farmaci alternativi, eparina e antibiotici) visti di malocchio.

Ma nei mesi successivi si è continuato a chiedere la revisione di quei protocolli di cura a disposizione dei medici. Perché la Tachipirina può falsare il decorso della malattia e perché, se preso per tempo, aggredito adeguatamente fin da subito, il covid si sconfigge facilmente. Il contrario della vigile attesa raccomandata dal ministero guidato ancora da Roberto Speranza. Ma in tutti questi mesi non si è arrivati a una revisione dei protocolli di cura.

Mangiagalli quindi, dice di sperare nell’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco che potrebbe rivedere i protocolli nell’ottica della cura e non della vigile attesa.

«Ho sollecitato da tempo il ministro Speranza sulla revisione dei protocolli di cura domiciliare – spiega il presidente Aifa Giorgio Palù alla Bussola -, da quello che so ha incaricato l’Agenas di occuparsene». Chiediamo se conosce le tempistiche e gli esiti: «Guardi – allarga le braccia sconsolato -, mi è stato riferito che ci sono altre priorità. Deve sentire direttamente all’Agenas». 

Altre priorità? Quali sono le altre priorità se di fronte abbiamo un virus da curare? Forse il vaccino? Probabile, ma da qui all’immunità di gregge tanto sperata del 65% della popolazione – se mai ci arriveremo – passeranno anni, ormai si è capito. Nel frattempo, non si cura? Non si può apparecchiare un piano di cura rigoroso per fermare il covid fuori dagli ospedali e consentire così politiche di lockdown meno umilianti e stringenti?

No, evidentemente non si cura. Si sta in vigile attesa, sperando che la cosa non sfugga a molti e non ci si debba presentare in massa davanti all’ospedale per quella che qualche esperto si sta azzardando a chiamare già la “terza ondata”.

Parlare con il direttore dell’Agenas, l’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, non è semplice. Lui, Domenico Mantoan, è stato il capo della sanità in Veneto e da qualche tempo guida l’ente che dipende dal Ministero della Salute.

È a lui che ci rivolgiamo per chiedere a che punto è la revisione del protocollo di cure domiciliari che sono, a detta di tutti, sempre più insufficienti. La risposta lascia di sasso: ci viene fornito il protocollo del 30 novembre. Facciamo notare che stiamo parlando proprio della revisione di quel protocollo che il ministro ha affidato all’Agenas. E qui, un altro muro di gomma ci si para davanti: «Non abbiamo avuto ancora incarico dal Ministero della Salute di lavorare su protocolli di cure domiciliari Covid. Abbiamo appena concluso linee giuda su setting assistenziali sui ricoveri ospedalieri e strutture intermedie covid».

Capito l’antifona? Il Ministero non si è ancora peritato di incaricare una revisione delle cure domiciliari, ma nel compenso ci ha messo quattro mesi per mettere a punto quello ospedaliero.

È evidente che si tratta di una decisione politica: il covid non si vuole curare subito, non si vuole curare precocemente. Roberto Speranza, ministro riconfermato anche nel governo Draghi porta anche questa enorme responsabilità: l’Italia non vuole curare precocemente il covid. Bisogna pensare al vaccino e per tutto il resto c’è l’ospedale e quindi l’aumento dei ricoveri che determina i lockdown.

Lo scaricabarile degli enti regolatori e delle agenzie statali certifica che effettivamente ci sono altre priorità. Quali? Di sicuro non la cura dei pazienti. Ma Speranza deve sapere che ogni morto oggi in ospedale era un malato che ieri poteva essere curato con successo a casa.
Andrea Zambrano, qui.

Domenico Mantoan. Non so se sia più adatto Cicciobello o Vispo Tereso.

Quindi abbiamo praticamente tutto: il crimine, gli esecutori – altrimenti detti assassini – e i mandanti. Manca il movente, ma magari con un po’ di fantasia riusciamo a indovinare anche quello. E chi sperava che col cambio di governo potesse cambiare qualcosa di sostanziale, non ci ha messo molto a doversi ricredere. Qualcuno ha detto che Draghi è un Conte coi congiuntivi giusti, e mi sembra una buona definizione.
E adesso state a sentire quest’altra bella storiella.

Censure su YouTube, il braccio violento dell’Oms

Dopo 11 mesi e mezzo di lockdown e restrizioni della libertà, sono ancora poche le iniziative di protesta da parte di numerosi settori colpiti e di comuni cittadini. Ma non possono essere pubblicizzate sul social network più diffuso per la condivisione dei video, YouTube, se sono considerate contrarie alle disposizioni dell’Oms e delle autorità sanitarie nazionali.
La protesta più gettonata dai media è stata quella dei teatri, che il 22 febbraio hanno riacceso le luci per manifestare contro il prolungarsi delle chiusure forzate e nessuna certezza sulla data di riapertura. Il 15 gennaio, in tutte le città italiane, era stata invece la volta dei ristoranti che con l’iniziativa Io Apro avevano forzato il blocco della nuova zona rossa. Avendo meno influenza politica e meno amici fra i giornalisti, i ristoratori hanno ricevuto tantissima pubblicità negativa. Ha fatto particolarmente scalpore un’iniziativa dell’editore Leonardo Facco (il cui libro Coronavirus: stato di paura è stato recentemente rimosso dal catalogo Amazon): con una cinquantina di amici e sostenitori del suo Movimento libertario, è andato a cena in un ristorante di Modena il 30 gennaio. Una cena è ormai considerata un atto di grave insubordinazione e, benché l’iniziativa abbia ottenuto il plauso anche su siti d’oltre oceano (di orientamento libertario e conservatore), in Italia ha attirato le ire di giornalisti e commentatori, con accuse di diffusione deliberata della pandemia e sollecitazione di interventi delle forze dell’ordine. Per dimostrare che non c’è stata alcuna diffusione, deliberata e non, della pandemia, l’editore lombardo ha ripetuto l’iniziativa il 22 febbraio, dimostrando che tutti i partecipanti fossero vivi e in buona salute, così come i loro amici, parenti e conoscenti. A questo punto è scattata la censura di YouTube, che ha rimosso video e commenti.

Sono significative le motivazioni scritte della rimozione. Non solo il video viola gli standard della community, ma proprio: “YouTube non tollera contenuti che mettano in discussione l’efficacia delle linee guida fornite dalle autorità sanitarie locali o dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) in relazione alle misure di distanziamento sociale e autoisolamento e che possano portare le persone ad agire in contrasto con tali linee guida”. Le parole sono importanti. YouTube “non tollera” contenuti che “mettono in discussione” un’autorità statale ed una sovranazionale. Può anche darsi che una linea sia sbagliata: l’Oms inizialmente non approvava l’uso delle mascherine e fino a marzo 2020 si opponeva alla strategia di test a tappeto con i tamponi. Ma l’utente deve comunque obbedire [com’era quella cosa? Ah sì: credere obbedire combattere. E per Benito Mussolini eia eia alalà]. Nel caso specifico, in Italia è permesso pranzare in un ristorante, ma una cena, come quella organizzata dall’editore Facco, nelle stesse condizioni e con uguale numero di persone, è considerata sovversiva. Non si può affermare (e dimostrare) che le linee guida siano contraddittorie.

Suonavano già ambigue le parole di Susan Wojcicki, amministratrice delegata di YouTube, quando, il 23 aprile annunciava che la piattaforma avrebbe eliminato notizie “prive di fondamento scientifico” e faceva alcuni esempi: “C’è gente che consiglia di prendere la vitamina C o la curcuma, perché ‘ti cureranno’”.* Abbiamo dunque l’amministratrice di un social che si erge già a medico e giudice pronta a tracciare una riga su ciò che (al momento) è ritenuto disinformazione su una malattia che, allora, conoscevamo da appena tre mesi. Si poteva ben immaginare come questo criterio si sarebbe poi esteso, senza freni, dalla medicina alla politica di contenimento della pandemia. Quindi non solo a una materia empiricamente verificabile, ma anche ad una serie di scelte politiche.

Il problema di fondo, poi, è che, non solo a causa della pandemia di Covid, ma anche a seguito delle elezioni presidenziali americane, la censura è stata completamente sdoganata. Viene accettato come “fatto privato” ed apprezzabile l’oscuramento dell’account Twitter di un ex presidente e la censura online di tutti i suoi post quando era ancora in carica e competeva per la rielezione. Ormai limitare la libertà di opinione, anche quando non viene violata alcuna legge, è diventato possibile e i giornalisti sono fra i primi a chiedere ancora più censura. Basta invocare la minaccia dell’argomento “privo di fondamento scientifico” o, nel caso delle elezioni “privo di prove” per far scattare l’oscuramento.

Un’altra ossessione è diventata quella dei contenuti “razzisti”. Gli algoritmi che permettono di individuare e rimuovere un video giudicato offensivo per qualche minoranza sono talmente onnicomprensivi che, questa settimana hanno portato alla rimozione di un video di scacchi. Perché “il bianco attacca il nero”. Il verbo “attaccare” è comunque a rischio censura, figuriamoci se poi è accompagnato da termini ormai sensibili come il bianco e il nero. Ma queste cose avvenivano solitamente solo in Cina, almeno fino al decennio scorso, quando i locali algoritmi rimuovevano tutte le cifre e i termini che potessero ricondurre a informazioni sgradite sul massacro di Piazza Tienanmen. Ma era Cina, appunto, un regime totalitario. Se i social network iniziano a comportarsi così anche nel mondo libero?

Paradossalmente, si usano ancora i termini cattolici per descrivere la tendenza censoria, come “inquisizione” o “indice”. Però sono i cattolici fra le prime vittime di questa tendenza oscurantista. Basti pensare come il sito Life Site News, contrario all’aborto, sia stato improvvisamente privato del suo popolare canale YouTube, uno scherzetto che è costata loro la perdita improvvisa di più di 300mila followers. Ed è difficile, adesso, stabilire quali siano i nuovi limiti del censore. Tutti noi siamo a rischio.
Stefano Magni, qui.

* Qualche tempo fa ho visto su YT un video in cui veniva spiegato che mangiando tre o quattro teste d’aglio al giorno si guarisce dal cancro al cervello gola esofago stomaco intestino retto ano polmoni reni fegato vescica seno prostata ovaie pelle linfoghiandole – e se ne manca qualcuno è solo perché io l’ho dimenticato. E, per inciso, l’unica preoccupazione della stragrande maggioranza dei commenti era “Ma per l’alito come si fa?” Perché c’è in giro gente talmente scema che se gli dici che mangiando rane vive si diventa ricchi quelli lo fanno. E nessuna autorità contestava la mancanza di documentazione scientifica traendone motivo per rimuovere il video seduta stante.
Comunque mi sembra più che evidente che non è questione di mancanza di documentazione scientifica nelle critiche ai provvedimenti anti covid, o di mancanza di prove nelle accuse di brogli elettorali, e non si tratta di YT o FB o twitter o del conduttore televisivo che silenzia il proprio presidente della repubblica: si tratta dell’assassinio della libertà di pensiero, parola e stampa perpetrato di comune accordo da chiunque abbia il potere di farlo. Praticamente così:

barbara

ESEMPI

Esempio di attaccamento al dovere

Esempio di rispetto delle regole

Esempio di democrazia

Esempio di divisione dei poteri

Esempio di oculatezza

qui

Esempio di scientificità

Esempio di lungimiranza

Idem per la sinistra, naturalmente

Esempio di lucidità mentale

“L’ho spiegato ieri in tv… Collegatevi!”
“spiegato ieri in tv… Collegatevi!”
“ieri in tv… Collegatevi!”
“ieri… Collegatevi!”
“ieri” (rubato qui)

Altro esempio di lucidità mentale

ed è da un anno che gli stiamo permettendo il giochino

Esempio di pubblicità ingannevole

Esempio di fallocefalite acuta

Esempio di discorso presidenziale sincero (che nessun presidente oserà mai fare)

“Le parole per dirlo”, potremmo intitolarlo

Esempio di competenza grammaticale

Ed esempio di competenza politico-lessicale.

Una volta c’era anche qualcuno capace di ragionare

peccato che se ne sia andato da quasi un quarto di secolo.

barbara

CENSURA E DINTORNI PARTE SECONDA

Qualcuno, molto molto ingenuo, crede che Trump sia stato bloccato perché è cattivo, perché incita alla violenza, perché a lasciarlo parlare potrebbe scatenare una guerra civile o addirittura una guerra nucleare. Qualcun altro, un po’ meno ingenuo ma non ancora del tutto consapevole di quello che sta succedendo, si preoccupa che, come è stato silenziato Trump, potrebbero in futuro essere silenziati anche altri che risultassero sgraditi a chi detiene le chiavi del regno. Sbagliato. Trump è stato nient’altro che un mero pretesto per dare via a un vastissimo programma già da tempo accuratamente studiato e pianificato. E non siamo noi “complottisti” a dirlo, bensì proprio colui che detiene le chiavi del regno, il signor Jack Dorsey.

Trapela online video “riservato” del Ceo di Twitter: “Trump è l’inizio dell’operazione”

In un video “riservato” trapelato in rete, il Ceo di Twitter Jack Dorsey ha spiegato ai suoi dipendenti che la sospensione degli account di Donald Trump è definitiva e che l’obiettivo della piattaforma sarà “molto più ampio”

La discussa sospensione degli account di Donald Trump da Twitter, in seguito ai disordini del 6 gennaio a Capitol Hill, sta assumendo dimensioni decisamente più grandi e inquietanti.
In una registrazione diffusa in rete da un insider e pubblicata dall’account Project Veritas, Jack Dorsey, Ceo della piattaforma dell’uccellino, spiega ai dipendenti del piano di cancellazione degli account considerati pericolosi per il loro contenuto, e conferma che il ban dalla piattaforma del presidente uscente degli Stati Uniti, sarà definitiva.
“Per ora siamo concentrati su un account, ma ciò prenderà una forma molto più grande di un solo account”, ha affermato Dorsey durante una video call con i suoi dipendenti, riferendosi al profilo di Trump. Il Ceo prosegue spiegando la strategia della piattaforma, che non si limiterà a silenziare un account, ma molti altri. “E non si fermerà ad oggi, a questa settimana o a quelle a venire. Andrà avanti anche dopo l’inaugurazione. Quindi il nostro focus va a questo account, che ha incitato alla violenza, ma dobbiamo pensare che queste dinamiche andranno avanti per molto tempo”. Le parole di Jack Dorsey sono più o meno le stesse che il Ceo ha pubblicato sul suo profilo Twitter, dove ha affermato che lo scopo del gruppo “è disarmare il più possibile ed essere sicuri di costruire una maggior comprensione comune e un’esistenza pacifica sulla Terra”.
Ma per quanto il discorso scritto da Dorsey confermi in parte quanto trapelato dalla registrazione messa in rete, le sue parole svelano un obiettivo molto più invasivo. “Le mosse che oggi stiamo attuando riguardo agli account QAnon, sono un esempio dell’approccio molto più ampio che dovremo adottare in futuro”. Non solo gli account di Donald Trump sono sotto attacco, quindi, ma tutti quelli considerati sovversivi e complottisti. In questi giorni infatti sono stati sospesi i profili di alcuni promotori della teoria QAnon, come quello dell’avvocato di Trump Sidney Powell e del colonnello Mike Flynn. Stando al discorso di Dorsey, in futuro ci sarà una pulizia di massa degli account che potrebbero minare la stabilità e la democrazia non solo nei social, ma “nel mondo” reale.
Quello che Dorsey ha dichiarato ai suoi dipendenti è un cambiamento epocale del ruolo dei social media all’interno della nostra società. Mentre prima il ban era riservato e si limitava agli account che trasgredivano le regole di buona condotta, ora dalle parole del Ceo appare lampante che la politica giocherà un ruolo chiave. I social network si stanno trasformando in “giudici” della rete, stabilendo cosa è giusto e cosa è sbagliato, compiendo un passo che porterà inevitabilmente, verso una censura della libertà di espressione.
Mariangela Garofano – 16/01/2021, qui.

Una volta c’era la Santa Inquisizione, che stabiliva che cosa era consentito fare e che cosa no, che cosa era consentito dire e che cosa no. I suoi occhi erano dappertutto e nulla poteva sfuggire alla sua santa sorveglianza. Chissà che incubo deve essere stato vivere in quella maniera. Meno male che oggi non esiste più niente del genere, nessuno più spia i nostri discorsi e i nostri pensieri, nessuno ci denuncia, nessuno ci punisce se diciamo qualcosa che a qualcuno non piace. (Poi una volta c’era anche il parroco, che nelle prediche della domenica terrorizzava i fedeli con truculente descrizioni dell’inferno, col fuoco eterno che brucia le carni e i calderoni di pus bollente, e i diavoli coi forconi… Adesso abbiamo Galli e Crisanti)
Quanto a Dorsey, non so se sono solo io che…

Poi ci sono quegli orrendevolissimi Paesi fascisti populisti sovranisti eccetera, che per definizione non riconoscono le libertà fondamentali (opinione parola stampa) che presso di noi liberali e progressisti godono pieno diritto di cittadinanza.:

Lorenzo Capellini Mion

Varsavia, PL
Il governo polacco sta predisponendo una legge rivoluzionaria che vieterà agli amministratori dei social media di inibire arbitrariamente gli utenti dal poter esprimere le proprie opinioni.
Chi ha conosciuto gli orrori del nazismo e del comunismo le dittature le riconosce da lontano.
E le previene.
Dobra robota Polska  [Buon lavoro Polonia]
Prenderei appunti

E a proposito di dittature, vi ricordate quando in Unione Sovietica i dissidenti venivano classificati come pazzi (ovvio: chi, se non un pazzo, potrebbe rifiutare il paradiso comunista?) e spediti in manicomio? Ecco

Niram Ferretti

DIAGNOSI

Finalmente è arrivata anche l’expertise “scientifica”, non poteva mancare. Ma c’è poco da fare dell’ironia. Secondo la psichiatra Bandy X. Lee, intervistata su “Scientific American”, psichiatra forense alla scuola di medicina di Yale, Trump e i suoi sostenitori sono soggetti da curare.
“Le ragioni sono molteplici e varie, ma nel mio recente libro di servizio pubblico, Profile of a Nation, ho delineato due principali pulsioni emotive: la simbiosi narcisistica e la psicosi condivisa. La simbiosi narcisistica si riferisce alle ferite dello sviluppo che rendono magneticamente attraente la relazione leader-seguace. Il leader, affamato di adulazione per compensare una mancanza interiore di autostima, proietta una grandiosa onnipotenza, mentre i seguaci, resi bisognosi dallo stress sociale o dalle lesioni dello sviluppo, desiderano una figura genitoriale. Quando a tali individui feriti vengono assegnate posizioni di potere, suscitano patologie simili nella popolazione che creano una relazione “serratura e chiave. ‘Psicosi condivisa’ – che è anche chiamata ‘folie à million’ quando si verifica a livello nazionale o “illusione indotta” – si riferisce alla contagiosità dei sintomi gravi che va oltre la normale psicologia di gruppo. Quando un individuo altamente sintomatico è posto in una posizione influente, i sintomi della persona possono diffondersi nella popolazione attraverso legami emotivi, aggravando le patologie esistenti e inducendo deliri, paranoia e propensione alla violenza, anche in individui precedentemente sani. Il trattamento è la rimozione dall’esposizione”.
Chiaro no? Lo psicotico, in questo caso, Trump che con la sua patologia narcisistica compensatoria, ha indotto una psicosi generale nei suoi elettori tutti, ovviamente, alla ricerca di una figura genitoriale, deve essere rimosso.
Riassumiamo. Trump e i suoi seguaci sono tutti affetti da psicosi. Per il primo è auspicabile la rimozione, e di fatto, Twitter ha già provveduto insieme a Facebook. “Per la guarigione, di solito raccomando tre passaggi: (1) Rimozione dell’agente offensivo (la persona influente con sintomi gravi)…
Possiamo, credo, fermarci al primo passaggio…
A parte il livello diremmo amatoriale della “diagnosi”, nulla del genere era venuto alla luce quando venne eletto Barack Obama. I suoi elettori, infatti, erano, evidentemente, tutti adulti e nessuno aveva bisogno della “figura genitoriale”.
La Lee è contraria alla linea guida dell’American Psychiatric Association introdotta negli anni Settanta, la quale scoraggia il parere degli psichiatri relativamente a personalità pubbliche che non abbiano esaminato in prima persona.
“Tutte le volte che viene citata la regola Goldwater bisognerebbe riferirsi alla Dichiarazione di Ginevra che autorizza gli psichiatri a prendere una posizione nei confronti di governi distruttivi. Questa dichiarazione venne creata in risposta al nazismo”.
Il nazismo, ecco… Insomma, perché non creare una bella commissione psichiatrica che stabilisca se un candidato alla presidenza degli Stati Uniti, sia idoneo a ricoprirla con la Lee come presidente?
Se ci fosse stata già Trump non sarebbe mai passato, Obama sicuramente e anche Joe Biden, non ci sono dubbi.
La Lee, nell’ex Unione Sovietica, avrebbe avuto una carriera folgorante.

E qualcuno ha ricordato che

Qualche anno fa, da noi, Corbellini, propose l’utilizzo dell’ossitocina per guarire i leghisti.

Ossia drogarli per costringerli ad amare i clandestini (contro gli immigrati regolari, integrati e onesti, tranne forse qualche sparuto razzista, non risultano avere obiezioni).
E proseguiamo.

Niram Ferretti

INTIMIDAZIONE ED EPURAZIONE

L’offensiva di stampo sovietico contro chi supporta Trump sta proseguendo a tutto spiano. I giganti della Silicon Valley, l’oligarchia digitale, hanno deciso l’eutanasia di Parler, l’applicazione che, a giudizio insindacabile di Apple, Google e Amazon avrebbe legittimato il “golpe” da vaudeville del 6 gennaio.
Il Parler CEO di Parler, John Matze ha dichiarato che le compagnie si sono riunite in modo da “Essere sicure che nello stesso momento perdessimo l’accesso non solo alle nostre applicazioni, ma che venissero chiusi anche tutti i nostri servers online. Hanno tentato non solo di eliminare le app, ma addirittura di distruggere l’intera azienda. Ma non sono solo queste tre società; tutti i fornitori, dai servizi di messaggi di testo, ai provider di posta elettronica ai nostri avvocati, ci hanno abbandonato, lo stesso giorno, e stanno cercando di affermare falsamente che siamo stati in qualche modo responsabili degli eventi del 6 gennaio”.
Non sono previste difese. Nessun appello. Nemmeno un processo farsa. Nulla. Si agisce subito. A Norimberga i gerarchi nazisti ebbero la possibilità di difendersi, ma oggi non è più così. Twitter elimina l’account di Trump, Amazon, Google, Apple eliminano Parler.
Questa sì che è vera democrazia. Decidono loro cosa si può vedere o no. Tanta tanta buona pornografia, incitazioni alla distruzione di Israele, tanto buon suprematismo islamico, negazionismo, antisemitismo, ecc. Tutto questo è ok, ma Trump e un sito che lo sostiene sono da togliere di mezzo.
Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non ha precedenti nella storia delle democrazie moderne, ma era già annunciato. Lo ha annunciato la santificazione di George Floyd, l’esaltazione di BLF come organizzazione portatrice di giustizia, lo ha annunciato la distruzione delle statue di militari della Confederazione e di personaggi storici, tra cui Cristoforo Colombo, accusati di essere razzisti e quindi simboli del male, lo ha annunciato l’isteria delle vaiasse fallocastranti di “Metoo”, lo ha annunciato la crociata contro opere fondamentali della cultura occidentale, come “L’Odissea” considerate anche esse razziste, per non parlare di film di vera propaganda razzista come “Via col Vento”.
Questo radicalismo è ora scatenato contro l’unico uomo politico che, a livello mondiale, rappresentava ciò che lo contrastava, Donald Trump.
E Joe Biden, l’incolore travet della politica, che se non ci fosse stato il Covid 19 e la possibilità di un massiccio voto postale, avrebbe continuato a fare il nonno [e il pedofilo. Ma quello continuerà a farlo ancora], Joe Biden, qualcuno pensa veramente che potrà arginare questa onda micidiale?
Risum teneatis. [Il punto non è se possa, caro Niram: il punto è che non gli passa neanche per la testa di provarci perché quello è esattamente lo stagno in cui sguazza]
La speranza è che Trump tenga duro e si riorganizzi velocemente, che con lui restino i 75 milioni di americani che lo hanno votato. Qui è in gioco la possibilità stessa di esprimere il dissenso, perché quanto succede negli USA, si riverbera sempre alle periferie dell’impero, Italia inclusa.

E a proposito dei brogli che Trump si è inventato per rifiutare puerilmente di riconoscere la sconfitta:

Lorenzo Capellini Mion

San Antonio, Texas

La signora Rachel Rodriguez è stata arrestata con l’accusa di aver portato a termine un massiccio programma di raccolta di schede elettorali con il fine di alterare i risultati.
Alcune riprese video, fatte sotto copertura, dimostrano le modalità della manipolazione.
È solo la punta dell’iceberg ma non è proprio vero che la giustizia non stia facendo il suo corso.
La frode non è una teoria cospirativa e qui ne abbiamo una delle tante evidenze.
Il problema è sempre stata la scarsa, o nulla, volontà di fare luce su verità scomode.
L’integrità delle elezioni verrà ristabilita, forse quando sarà troppo tardi.
Forse.
Defend the Election

E difendiamo la verità.
Quanto a FB, tanto per cambiare:

barbara

CENSURA E DINTORNI PARTE PRIMA

Vedo in giro mandrie di gioiosi plaudenti all’iniziativa di oscurare Trump, per la quale l’unica cosa che trovano da criticare è che non sia stato fatto prima. Le possibilità sono quattro: a) sono pazzi, b) sono criminali, c) sono ritardati, d) sono tutte e tre le cose insieme (l’Oca Signorina rientra nel caso d, probabilmente anche con qualche aggiunta).

Perché c’è da avere paura della guerra di Big Tech alla libertà di espressione

La sospensione degli account di Donald Trump sui maggiori social network e il parziale oscuramento della piattaforma Parler rappresentano dei fatti enormi per come si configura e sviluppa la politica ai nostri giorni, probabilmente più importanti degli stessi fatti di Washington del 6 gennaio.
È in atto una partita importantissima sulla libertà di espressione che potrebbe avere una valenza fondamentale per il futuro della nostra democrazia.
Gli eventi del Campidoglio hanno probabilmente rappresentato solo il “casus belli” per avviare un’ampia strategia di de-platforming della destra americana che era in preparazione da tempo.
Il blocco di Trump su Facebook e Twitter è stato giustificato da una presunta sua violazione delle regole di tali piattaforme. Tuttavia, è difficile ritenere che siano posizioni sopra le righe da parte di Trump a giustificare la sospensione dell’account del presidente, nel momento in cui i maggiori social network ospitano senza problemi Hamas, Khamenei, Erdogan o le fonti ufficiali cinesi che in questi giorni disinvoltamente indoravano campi di concentramento e pulizia etnica come opportunità di sviluppo e di emancipazione civile.
Particolarmente significativa è, del resto, la posizione assunta dall’importante dissidente russo Alexey Navalny che ha duramente stigmatizzato l’oscuramento di Donald Trump pur essendo notoriamente un suo feroce critico.
“A mio modo di vedere, la decisione di bannare Trump è stata basata su emozioni e su preferenze politiche di parte. Non ditemi che è stato bannato per aver violato le regole di Twitter. Io ricevo da anni minacce di morte ogni giorno e Twitter non ha mai bannato nessuno. Tra le persone che hanno account Twitter ci sono assassini (Putin e Maduro), bugiardi e ladri (Medvedev). Da molti anni TwitterFacebook e Instagram sono stati usati come base dalla troll factory di Putin e da gruppi simili in paesi autoritari. Certo Twitter è una società privata, ma abbiamo visto tanti esempi in Russia e in Cina di come questo tipo di società private divengono i migliori amici dello Stato e gli effettivi attuatori delle politiche di censura. Se sostituisci la parola Trump con la parola Navalny nel dibattito di oggi, ottieni un buon 80 per cento dell’argomentazione del Cremlino sul perché io non debba essere menzionato sui media e non mi debba essere consentito di partecipare alle elezioni”.
Se si pensa all’uso libero delle piattaforme fatte dai movimenti di sinistra radicale che nell’ultimo anno hanno messo a ferro e fuoco le città americane, appare chiaro che la decisione di silenziare Trump non è giustificabile secondo nessun criterio “oggettivo” di preservazione di un dibattito politico democratico e pacato.
Il ban di Trump è semplicemente funzionale alla partita del progressismo per conseguire una incontrastata egemonia culturale e mediatica sugli Stati Uniti e, più in generale, sull’Occidente. Niente altro interessa. Xi Jinping o Putin non sono un pericolo perché sono fuori dall’ambito di azione del progressismo occidentale e quindi con loro una convivenza, basata su una sorta di “cujus regio, ejus religio”, non è assolutamente problematica – anzi in qualche modo dalle collaudate strategie cinesi di controllo sociale e di “purificazione” del dibattito pubblico c’è persino da imparare.
C’è chi finora ha sottovalutato le implicazioni di tutto questo, anche sulla base di argomentazioni strettamente “liberiste”. In fondo le piattaforme sono private e quindi dovrebbero avere il potere di decidere le proprie politiche di moderazione, fossero anche apertamente discriminatorie. E se a qualcuno non sta bene, che si fondi la propria piattaforma! Tuttavia, questi giorni hanno segnato una profonda escalation della strategia censoria. Non solamente Donald Trump è stato allontanato dai social media tradizionali, ma subito dopo gli app store di Google e di Apple hanno rimosso l’applicazione della piattaforma alternativa Parler, in modo che non possa più essere scaricata, mentre Amazon sta minacciando di rimuovere lo hosting del sito web della stessa Parler.
Questo viene a determinare uno scenario gravissimo, in cui non solamente politici sgraditi vengono rimossi dai social network “di massa”, ma viene anche impedita la possibilità di far ricorso a strumenti di comunicazione indipendenti alternativi.
Siamo, forse per la prima volta nella storia, in una condizione di effettivo oligopolio e di effettivo cartello nel campo dei mezzi di comunicazione e, per molti versi, è ironico come questa condizione abbia la totale benedizione proprio di quella sinistra che per decenni si è scagliata contro il pericolo per la libertà rappresentata dalle “concentrazioni di mercato”.
Quello che maggiormente fa paura oggi è il movimento sostanzialmente coordinato di tutti i principali player che sarebbe difficilmente spiegabile in una chiave prettamente “economicistica”. In effetti, nel caso in cui un’azienda compia una scelta controversa che si ponga fortemente contro i desideri di parte importante del pubblico, il comportamento normale che ci si aspetterebbe dalle altre imprese sarebbe quello di andare a controbilanciare quella scelta con dei posizionamenti che coprano gli spazi di mercato lasciati scoperti. In altre parole, se l’azienda A sceglie di non dare più voce al politico più popolare di metà dell’America, l’azienda B concorrente dovrebbe logicamente muoversi per offrire un prodotto diverso e strappare alla prima gigantesche fette di mercato.
L’assoluto coordinamento tra i principali attori (FacebookTwitterGoogleAmazon) fa chiaramente intravedere come le scelte emergano da quella che è de facto una regia politica, che nasce da una saldatura manifesta tra Big Tech e Big Government. E purtroppo è una dinamica molto simile a quella a cui assistiamo nei paesi autoritari.
In questo conteso limitarsi a dare una lettura esclusivamente “privatistica” delle scelte dei giganti dei nuovi media appare poco convincente. Sembra evidente che ci troviamo di fronte ad uno scenario che non è minimamente paragonabile alle scelte editoriali “partigiane” di un giornale o di una singola televisione.
Siamo in una fase storica in cui la nostra “identità digitale” rappresenta una parte importante di noi. Vale per i maggiori politici, ma vale anche per ogni singolo cittadino. Nel mondo di oggi, cancellare un’identità digitale vuol dire, di fatto, condannare ad una morte civile. Il fatto che Big Tech con pochi click possa spegnere dei cittadini o interi gruppi e i loro rappresentanti è qualcosa, per molti versi, di agghiacciante.
Il peggio che si possa fare è non comprendere il carattere assoluto del pericolo che stiamo correndo e ridurre la questione a un tifo a favore o contro Trump – o comunque di ricondurre la vicenda solo ad una “risposta” a specifici atteggiamenti del presidente uscente. La questione è molto più importante e ci parla del futuro della libertà di espressione, anche perché se accettiamo di buon grado che Trump sia silenziato dobbiamo prepararci a vedere ridotta sempre più nel tempo la finestra di Overton delle opinioni accettabili sui “social”.
Non importa amare Trump e non importa essere particolarmente “di destra”, per comprendere la gravità della situazione. Per parafrasare la famosa poesia di Martin Niemöller – e senza nessuna volontà di trivializzare la tragedia della Seconda Guerra Mondiale – “prima cancellarono gli account dei fascisti ed io feci salti di gioia perché hanno idee ignobili, poi cancellarono quelli della Religious Right ed io tutto sommato fui contento perché in fondo sono solo bigotti e omofobi, poi cancellarono quelli di Donald Trump e dei suoi e penso che fecero bene perché in fondo Trump era uno sbruffone e uno screanzato, poi cancellarono quelli dei leader del centro-destra italiano e me ne feci una ragione perché sognavo un centro-destra migliore, poi cancellarono il mio e non c’era rimasto più nessuno su internet che potesse difendermi”.

Marco Faraci, 11 Gen 2021, qui.

Lorenzo Capellini Mion

Por la Libertad

“Non mi piace che qualcuno venga censurato o che gli venga tolto il diritto di postare un messaggio su Twitter o Facebook.
Non sono d’accordo con questo, non lo accetto.
Come puoi censurare qualcuno: ‘Vediamo, io, in qualità di giudice della Santa Inquisizione, ti punirò perché penso che quello che dici è dannoso.’
Dov’è la legge, dov’è il regolamento, quali sono le norme?
Questa è una questione di pertinenza governativa, non è un affare per le aziende private “.
Andres Manuel Lopez Obrador , Presidente del Messico

Il Presidente messicano è di sinistra ma qui non è questione di visioni politiche.
Qui è in gioco la libertà di espressione e la democrazia.
Gracias AMLO

#enemedia #KAG #MAGA

C’è una cosa, fra quelle dette dal presidente messicano, che sto pensando da quando è cominciata tutta questa storia: la Santa Inquisizione. I social (i padroni del socialvapore) hanno esattamente preso il posto dell’Inquisizione (e Galli e Crisanti hanno preso il posto del parroco che nella predica della domenica descriveva in maniera terrificante e terrorizzante l’inferno che aspettava i peccatori che osavano trasgredire le regole).
Ma qual è esattamente l’obiettivo di questo attacco concentrico a Trump?

Roberto Lorenzetti

SI DELINEA L’OBIETTIVO FINALE

Forbes (rivista economica) afferma che nessuno dei membri dello staff che ha lavorato per l’Amministrazione Trump potrà trovare un lavoro dopo quell’esperienza e che se un qualsiasi azienda ne assumesse anche solo uno, Forbes farà una campagna per affermare che quell’azienda, la sua proprietà e tutte le persone che lavorano in quell’azienda sono complici di una menzogna.
Non si sta parlando di pochi superprofessionisti, ma mi qualche migliaio di persone “colpevoli” di aver partecipato al governo del loro Paese.
Con questa mossa, che si affianca a VISA, Mastercard, American Express che hanno bloccato la possibilità di donare alle fondazioni che fanno capo a Trump, a FB e Twitter che hanno addirittura bloccato galantuomini come Ron Paul o minorenni come il 14enne Barron Trump, si delinea il punto d’arrivo del Nuovo Ordine Americano, ed è un modello molto più simile a quello cinese di quanto si possa immaginare: un modello in cui business e politica si sostengono vicendevolmente eliminando sia l’opposizione politica che gli elementi di concorrenza, non solo con il silenzio ma anche con l’impossibilità economica.
Il modello capitalistico è stato piegato alla cooptazione forzata e, senza alcun dubbio, ci troviamo in una situazione nella quale un nuovo corpus giuridico fattivo è stato scritto dalle Corporations in forma di Standard della Comunità, di Principi Etici, di Regola per la Responsabilità Sociale.
Un nuovo codice votato da nessuno, rispondente a nessun principio costituzionale, ma molto più pervasivo e applicato in modo immediato, automatico, asettico, impersonale e sotto le bandiere di un’Etica superiore a quella delineata dalle leggi dello Stato.
Benvenuti nel 2021, l’Anno dell’Incubo che diventa sempre più reale.
Cit  Paolo Bardicchia

Poi qualcuno dice ma con tutti i soldi che ha Trump, perché non si apre una piattaforma sua con server suoi e ci fa tutto quello che vuole?

LA MORTE CIVILE: IL CREATORE DI GAB E LA SUA FAMIGLIA TUTTI BANNATI DA VISA. Ora capite il pericolo dei pagamenti elettronici? 

Per chi ancora non lo conoscesse GAB è una sorta di twitter alternativo, abbastanza diffuso e funzionante, che pratica la libertà di espressione in modo piuttosto ampio. Nonostante come lo presentino i soliti  mass media (“Ultradestra” etc etc,) non troverete nulla di particolare . Dopo il ban da twitter molti trumpiani si sono mossi su quelle sponde, piuttosto bene accolti
Fatta questa premessa adesso capirete cosa succede ad opporsi al sistema mainstream.  Applicando alla lettera il sistema del social credit cinese, cioè dando ujn altissimo credito a chi si allinea esattamente alle volontà del partito, ma mettendo socialmente agli arresti chi non si allinea, la VISA, il sistema di pagamento e di carte di credito, ha bannato dal proprio network GAB. Non è il primo caso del genere, ma la società di pagamenti non si è fermata a questo. Come scrive il CEO di Gab, Andrew Torba, VISA ha fatto le cose per bene:

Questa settimana ci è stato detto che non solo Gab è nella lista nera di Visa come azienda, ma anche il mio nome personale, numero di telefono, indirizzo e altro sono stati inseriti nella lista nera da Visa. Se domani volessi lasciare Gab (cosa che non accadrà) e avviare un chiosco di limonate, non sarei in grado di ottenere i pagamenti elettronici per questo business. Semplicemente perché il mio nome è Andrew Torba. Se mia moglie vuole avviare un’impresa non potrà ottenere la partecipazione al sistema dei pagamenti perché vive al mio stesso indirizzo e verrebbe segnalata da Visa.

Torba sottolinea come non è una questione di affidabilità finanziaria, dato che il suo “Fico score”, il suo punteggio di affidabilità, è quasi il massimo, (800 su 850), paga le sue bollette ed ha una vita normale con moglie e figlia. Ora, in un processo molto simile a quelli staliniani , la colpa per aver creato un sistema social alternativo ai quelli accettati dalle grandi corporation viene a cadere anche sui suoi figli, come una sorta di peccato originale.
Il Governo sta cercando in ogni modo di incentivare l’uso della moneta elettronica ma questo, ricordatevelo, vi espone agli arbitri di un pugno minuscolo di società di pagamento che possono togliervi l’accesso ai soldi da un momento all’altro, non per problemi di affidabilità, ma, magari, perché non la pensate esattamente come loro. Per questo motivo il contante è libertà, perché quando lo avete potete pagare indipendente dal vostro pensiero politico, credo religioso, razza, età. Il famoso “Cashback”, cioè i soldi regalati ai ricchi, non sono solo un errore sociale e di politica economica, sono anche un vero e proprio attacco la libertà personale. Ricordatevi che oggi colpiranno una persona a voi indifferente, ma domani potreste essere voi.
Guido da Landriano, qui.

Il fatto è che avere i soldi non basta: bisogna anche poterli spendere, e ricevere da chi acquista i tuoi prodotti. E c’è un piccolo manipolo di delinquenti che ha il potere di impedirtelo.

CHI CENSURA AVVELENA ANCHE TE: DIGLI DI SMETTERE

barbara

CE N’È DI COVIDDI, MA CE N’È ANCHE DI MOLTO PIÙ PEGGIO ASSAI

Innanzitutto gli auguri di Natale di Donald Trump, che non ve li può fare direttamente perché Twitter lo ha censurato (evidentemente il Natale è una fake news) ma per fortuna qualcuno lo ha ripreso in tempo

Poi il gioco più tipico di queste festività

E a proposito del Natale:

Poi c’è questo signore che non ha paura di chiamare le cose col loro nome e dirle a chi di dovere

E un altro signore che da ormai quasi un anno sta sperperando (e incamerando) miliardi nostri e alle richieste di spiegazioni risponde – abitualmente, non occasionalmente (che sarebbe comunque gravissimo) con intimidazioni di tipo mafioso

Roberto Lorenzetti

#Arcuri ‘non ho voglia di giustificare’ perché abbiamo acquistato siringhe che costano il doppio.
‘Perché sono soldi pubblici’, risponde il giornalista.
E il supercommissario replica in toni mafiosi.
Non posso commentare oltre.

Qui la sequenza completa, con la domanda del giornalista. E poi domando: è solo a me che viene da vomitare, letteralmente, a vedere quella faccia da maiale all’ingrasso, quell’espressione sordida, e a sentire quella voce unta e untuosa da sottosacrestia cosanostresca? E vale la pena di guardare anche questo

clic per l’immagine ingrandita

Non sono sicura che ventimila anni di galera – previa restituzione del maltolto, beninteso, che con tutti quei miliardi forse qualche impresa si riuscirebbe a salvarla – basterebbero a punire in maniera equa quello che ha fatto questo individuo.

Sul coviddi e i problemi ad esso correlati ha voluto mettere bocca anche il sedicente papa sedicente cattolico

E poi c’è la “variante inglese”, già, la terribile mutazione del virus. E sapete perché lo chiamano virus inglese?

Angelo Michele Imbriani

La “variante inglese” si chiama così, non perché il virus sia mutato in Inghilterra ma perché la mutazione l’hanno scoperta i ricercatori inglesi. I quali hanno sequenziato 150.000 genomi di virus – il 60% di tutti i sequenziamenti effettuati nel mondo – a fronte di soli 976 in Italia.
Ma si sa che da noi vanno per la maggiore gli “esperti” che vanno in TV e che ottengono incarichi politici, non quelli che lavorano nei laboratori e negli ospedali.

E ricordando che di mutazioni finora se ne sono contate 4000, ma quella dei famigerati brexiter è ovviamente la più peggissima di tutte. Compresa la varietà cinese, ovviamente, che comunque non si può dire, solo il perfido Trump ha osato. E giustamente la Gran Bretagna va severamente punita bloccandole tutte le merci

Giovanni Bernardini

A suo tempo la UE si è letteralmente prostrata di fronte alla Cina.
Gli stessi che oggi parlano di “variante inglese” strillavano al “razzismo” quando qualcuno parlava di virus cinese.
In Italia si sono sprecate le esortazioni ad “abbracciare un cinese”.
Chi voleva mettere in quarantena tutti coloro che, cinesi e non cinesi, arrivavano dalla Cina è stato bollato di “razzismo”.
I traffici con la Cina non si sono mai interrotti. Di Maio ha spedito in Cina milioni di mascherine che in Italia mancavano.
I virus mutano spesso, lo sa anche un ignorante come me. Ma il virus “inglese”, anche se molto contagioso, non è, dicono gli esperti, più letale di quello già in circolazione.
Eppure basta ai burocrati della UE per mettere in atto una sorta di blocco economico nei confronti della Gran Bretagna.
Come spesso accade il virus è solo un pretesto. Si cerca di punire la Gran Bretagna per la brexit.
Gli euroburocrati però conoscono poco la storia. Napoleone cercò di strozzare la Gran Bretagna con il blocco economico, gli andò male. Ed andò male, un po’ di tempo dopo, ad un tale chiamato Adolf Hitler.
Non credo che il paese che ha sconfitto Napoleone ed Hitler si spaventi di fronte a Macron, alla signora Merkel o a … Giuseppe Conte!

Ah, e poi il vaccino. Sono sempre stata assolutamente favorevole, come ho sempre detto, anche se soffro di diverse allergie, però ho appena visto una notizia, che rimette in gioco tutto

(“Il primo vaccino che non guarda in faccia nessuno”, ha commentato qualcuno)

Nel frattempo per noi sono pronti 70.000 agenti con droni e ogni altra sorta di strumenti di repressione, mentre con loro, invece, le stelle stanno a guardare.

barbara

E FINALMENTE IL REGNO TRUMPIANO DELL’OSCURITÀ E DELLA MENZOGNA È TRAMONTATO E D’ORA IN POI LUCE E VERITÀ REGNERANNO SOVRANE

No Trump, no fake news. La bolla degli editorialisti in festa (auguri)

I liberal esultano, il salotto di Twitter sarà libero dalle balle di The Donald e il mondo tornerà migliore. Ma Ted Cruz svela il bluff

«La fine del Regno dei tweet del terrore di Trump è vicina», «il suo mandato di troll in chief è giunto a una fine ignominiosa», «la bacchetta magica dei social media di Trump sarà presto impotente». Quel bufalaro armato di smartphone di Trump ha perso le elezioni, ma al New York Times gli editorialisti continuano a strepitare come in una puntata del Trono di Spade: non più per denunciare l’“insonnia” che li «affligge dalla notte maledetta in cui è stato eletto», bensì per celebrare la fine dell’era delle fake news e, va da sé, l’inizio del sonno dei giusti.

Gloria a Twitter nell’alto dei cieli, scrivono oggi, perché se in passato il presidente poteva impunemente twittare “una raffica di pazzie in MAIUSCOLO”, oggi quando digita bugie come «HO VINTO LE ELEZIONI» viene scrupolosamente “pecettato” dal social (un avviso mette in guardia gli utenti da affermazioni false e disinformazione); e pecetta, si sa, per chi vive e dorme su Twitter è sempre garanzia di verità.

LA PARTE GIUSTA DELLA STORIA, QUELLA DEI GIORNALISTI

Lode dunque al social network, che finalmente torna a sedere dalla parte giusta della storia, quella dei giornalisti democratici, proprio come ai tempi del grande piazzista di democrazia digitale Barack Obama. Dove non c’è posto per usurpatori e truffatori portati al potere da troll, hacker russi, cannibali digitali (tale era Zuckerberg prima di ravvedersi e filtrare annunci pubblicitari) pronti a colonizzare la piattaforma per ingannare il popolo bue; e così grazie a sua maestà il fact cheking il signor Trump che da un mese, qualunque cosa twitti, colleziona pecette («questa affermazione sulla frode elettorale è contestata», «fonti ufficiali hanno definito questa elezione in modo diverso» etc) finalmente “sparirà” insieme ai suoi amici mitomani. Proprio come una “hot app”, un video virale, un gattino.

IL FUNERALE DELLE FAKE NEWS

Naturalmente il fatto che Trump sia stato sconfitto, sì, ma con milioni di voti in più (tutti utenti trollati su twitter?); o che le elezioni che dovevano rappresentare «un referendum sull’era delle fake news» (copy Cnn) e il ripudio del “real is fake” trumpiano abbiamo tutt’altro che unito, bensì diviso, gli Stati Uniti d’America; o che la gente sia ancora più disposta a credere ai social network piuttosto che al New York Times o alla Bbc (che ancora diffonde video per spiegare come Trump abbia portato le fake news a diventare mainstream), tanto da richiedere pecettamenti vari, tutto questo non interroga la parte giusta della storia.

Qui si è voltata pagina, fatto il funerale alla post-verità, ristabilita una presunta verità perduta grazie alla molto democratica sorveglianza del linguaggio: «Senza prove Trump sostiene di essere vittima di una frode» ha scritto la Cnn in sovrimpressione alla diretta della conferenza stampa del presidente degli Stati Uniti, mentre Abc, Cbs e Nbc hanno interrotto il collegamento.

I TROLL RUSSI SÌ, I BROGLI ELETTORALI NO

Ai «capricci post elettorali» di Trump, «motivo di imbarazzo per tutto il paese», le «teorie del complotto che si spandono come odore marcio di palude» dedica anche una buona dose di sarcasmo il Washington Post, avvisando i lettori di non temere perché, per fortuna, la nazione non è “impotente” grazie ai «sistemi di monitoraggio messi in atto mesi fa da funzionari deputati a proteggere la nostra democrazia» e «l’integrità del voto». Lo stesso WP che per quattro anni ha spiegato l’elezione di Trump come la vittoria della campagna di disinformazione russa attuata sui principali social media.

Un’era lontana: oggi il paese non deve temere “nevrosi” da Trump grazie a solerti funzionari e pecette a guardia della democrazia americana. Il meccanismo è semplice: Trump è un bugiardo, uno spaccia fake news, quindi se Trump dice che esistono i brogli elettorali la verità è che non esistono. Lui non ha le prove, la democrazia ha i suoi sorveglianti.

LA DEMOCRAZIA SECONDO DORSEY, AD DI TWITTER

E che sorveglianza: interrogato martedì dalla commissione giudiziaria del Senato insieme a Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Facebook, Jack Dorsey, amministratore delegato di Twitter, ha dovuto rispondere a Ted Cruz in merito ai meccanismi di moderazione contenuti sulle propria piattaforma. Ecco un passaggio che vale la pena riprendere nei giorni del trionfo dell’era della verità perché c’è davvero tutto, ma proprio tutto:

Cruz: I brogli elettorali esistono?
Dorsey: Non ne sono certo.
Cruz: lei è un esperto di brogli elettorali?
Dorsey: No, non lo sono.
Cruz: Allora perché Twitter mette presunti avvertimenti su tutti i tweet che fanno riferimento a brogli elettorali?
Dorsey: Stiamo semplicemente invitando gli utenti a una conversazione più ampia, in modo che la gente abbia più informazioni.
Cruz: No, non è così. Avete pubblicato una pagina che dice che i brogli elettorali sono estremamente rari negli Stati Uniti. Questo non significa invitare a una conversazione più ampia ma prendere una posizione politica discutibile e lo fate in veste di editori. Avete il diritto di prendere una posizione politica, ma allora non potete fare finta di non essere editori e beneficiare della Sezione 230.
Dorsey: Quel link invita a una conversazione più ampia che stanno avendo i media e le persone di tutto il paese.
Cruz: Signor Dorsey, questa affermazione infrange le regole di Twitter? “Il voto per corrispondenza costituisce la causa principale di brogli elettorali”.
Dorsey: Penso che verrebbe segnalata in modo che gli utenti possano approfondire il tema.
Cruz: E questa affermazione? “I brogli elettorali sono possibili soprattutto laddove i candidati di organizzazioni terze e gli attivisti politici sono coinvolti nello scrutinio dei voti per corrispondenza”. Segnalerebbe un tweet del genere come potenzialmente ingannevole?
Dorsey: Non conosco i dettagli ma immagino che affermazioni del genere verrebbero segnalate invitando gli utenti ad approfondire il tema.
Cruz: Ha ragione, verrebbero segnalati perché avete fatto vostra la posizione politica che i brogli elettorali non esistono. Faccio notare che entrambe le affermazioni sono tratte dalla Commissione sulla Riforma elettorale federale Carter e Baker. Parliamo del presidente democratico Jimmy Carter e dell’allora segretario di Stato James Baker e la posizione di Twitter è essenzialmente che i brogli elettorali non esistono. È al corrente che solo due settimane fa in Texas a una donna sono stati imputati 134 capi d’accusa per frode elettorale?
Dorsey: Non ne sono a conoscenza.
Cruz: Se facessi un tweet che rimanda a quell’atto di accusa metterebbe un commento che dice che secondo il Partito Democrati adesso i brogli elettorali non esistono?
Dorsey: Non penso sia utile fare speculazioni. Ma non penso.
Cruz: Non pensa? Beh, lo vedremo, perché farò quel tweet e vedremo cosa succede.

Caterina Giojelli 20 novembre 2020, qui.

Ci è voluto molto perché almeno un po’ del marciume che ha tentato di sommergere Trump cominciasse a venire a galla, ma a volte – non sempre purtroppo, no, non sempre, ma almeno qualche volta sì – la tenacia premia. E ora godiamoci lo scambio completo col boss di twitter, degno dei migliori film

E già che ci siamo godiamoci anche quello col boss di FB

Qui l’originale, ancora più godibile, così i più pignoli e diffidenti potranno verificare l’esattezza della traduzione. E infine ancora due parole sulle infernali macchinette messe a punto allo scopo preciso di taroccare i voti.

Altre informazioni qui.

barbara

MENTRE L’ATTESA SI PROLUNGA 2

Comincio con questo sconvolgente episodio, assolutamente senza precedenti nella storia, che sicuramente rappresenterà un funesto precedente foriero di tragedie future. E questo lo dedico alle persone bizzarramente convinte che in America comandi Trump.

Qui l’articolo.

Proseguo con quest’altro video, che ci mostra da dove vengono i soldi per la campagna di Biden. E questo lo dedico alle persone che sembrerebbero bizzarramente convinte che, siccome in America comandano le corporation, ne sarebbe automaticamente avvantaggiato chi comanda al momento.

Quest’altro pezzo, preso dalla pagina di Jaime Andrea Jaime, residente negli USA, lo dedico alle persone bizzarramente convinte che col voto postale i brogli siano pressoché impossibili (l’ha detto Nature, mica il NYT o FoxNews!)

Allora, per i plancton.
Da sempre in USA si può votare per posta da casa con una scheda che si richiede espressamente al locale ufficio elettorale dove ci si deve preventivamente iscrivere mostrando documenti, identita’, Social Security e prova di residenza (normalmente un conto della energia elettrica o telefono o gas o mondezza).
Si chiama Absentee Ballot ed ovviamente e’ anche per i milioni di americani in giro per il mondo sia privati che TUTTI i militari e Diplomatici.
Quello che invece, con la scusa del Ciaina Vairus, si sono inventati e’ di inviare la scheda a tutti secondo liste di residenza e NON secondo quelle certificate degli uffici elettorali.
In pratica la mandano a tutti, cani e porci, morti, traslocati finiti in galera…., senza nessuna certificazione di identita’, come se uno andasse a votare senza nemmeno mostrare un documento comprovante chi realmente e’.
Chiare le truffe possibili che capirebbe un bambino dell’asilo?

Raccomando invece la lettura di questa ottima analisi di Mordechai Kedar a coloro che ancora non si rendono conto dell’immane catastrofe che incombe sull’intero Medio Oriente con la presidenza Biden – leggi Obama+Clinton+Kamala Harris.
Il prossimo articolo potrebbe forse fornire qualche spunto di riflessione a chi è fortemente critico su temi quali Cina, UE, clima. Da parte di un giornalista che non è mai stato un trumpiano a oltranza.

Giulio Meotti

Non sono mai stato un trumpiano tanto per fare, non ho mai amato certe sue mattane e familismi e che non abbia letto più di cinque libri in vita sua, ma ora che ha perso qualcosa va detto chiaro. Trump è stato eletto per porre fine ai cosiddetti interventi “umanitari” e lo ha fatto. Ha eliminato il Califfo Baghdadi e il Generale Soleimani senza farsi trascinare in nuovi Vietnam. Ha annullato l’”accordo” di Obama che avrebbe dato all’Iran una via alle armi nucleari, una nuova Monaco. È uscito dal ridicolo accordo sul clima di Parigi. Ha rafforzato la posizione di Israele in Medio Oriente e costretto Emirati Arabi, Sudan e Bahrain a farci la pace. Ha osteggiato l’Onu. Ha detto agli europei che dovevano contribuire di più alla propria sicurezza, oltre al proprio luna park sociale. Ha eletto giudici importanti alla Corte Suprema, nemesi della cultura progressista che vorrebbe l’America simile alla Svezia (penso ad Amy Barrett e alla sua famiglia [che ha preso il posto di quella, recentemente defunta, che per ventisette anni ha prostituito la legge all’ideologia]). Ha completamente cambiato il modo in cui gli americani pensano alla propria dipendenza dai prodotti cinesi a buon mercato. Mai prima la Cina ha sentito una minaccia al proprio dumping economico planetario. Quando un paese industriale avanzato non è in grado di produrre mascherine chirurgiche, guanti e gel per le mani e ibuprofene durante una pandemia, significa che la globalizzazione si è spinta troppo oltre. Va rivista per non morire in suo nome. E questo vale anche per l’Italia. Ma il più grande risultato di Trump è stato nell’economia. Durante i primi tre anni della sua presidenza, una quota importante di ricchezza è andata ai lavoratori più poveri. Ha portato crescita salariale agli svantaggiati. Ecco perché gli elettori nelle zone dimenticate del paese, i forgotten men che ho descritto due giorni fa, hanno votato per lui nel 2016 e in numero ancora più grande nel 2020. Ecco perché un numero sorprendente di afroamericani si è rivolto a lui quest’anno. Con la “giustizia sociale” le minoranze non mangiano. Le sue restrizioni all’immigrazione hanno ridotto la concorrenza per gli americani più poveri. Trump tornerà a giocare a golf in Florida. Quella che perde è una certa idea della realtà. E’ quella che ha portato molti immigrati che lavorano duro a votare Trump e quasi tutti i bianchi benestanti a votare Biden. Perdono i vecchi, sporchi rapporti umani e vince il Silicio dei social. Perde la nazione e vince il “villaggio globale”. Perde l’idea che la propria cultura conta e vince il multiculturalismo. Dopo questa festa di liberazione da Trump ci sarà da lavorare per l’Occidente. Se devo scegliere fra il mondo di Oprah, di chi butta giù le statue e degli accademici che lavorano per una società di individui indefiniti, e il mondo di un operaio americano dai denti consumati dal tabacco e di un messicano rispettoso delle regole e con il rosario in tasca, non ho dubbi.

Concludo la puntata odierna con questa breve, doverosa, riflessione:

e con un confronto fra i due candidati sul tema del razzismo. Questo è Biden

che faccia da mona anche da giovane!

e questo è Trump. Vedete un po’ voi.

barbara