LA PAROLA AGLI SCUDI UMANI FINALMENTE LIBERATI

Lorenzo Capellini Mion

Mariupol, Ucraina
Dopo che la Russia ha negato l’attacco al teatro che l’Italia vuole ricostruire una rifugiata racconta, con dovizia di particolari, come siano stati i militanti del battaglione Azov, durante la ritirata, a farlo saltare in aria.
E racconta quali bugie vengono sui russi per disincentivare la voglia di fuga e di questa povera gente terrorizzata tenuta per giorni senza cibo e acqua, bambini compresi. Lei era con loro.
Inoltre spiega come i militanti banderisti schierino equipaggiamenti militari vicino a rifugi antiaerei ed edifici residenziali per usare i civili come scudi umani.
Ora dopo aver mentito su Chernobyl, sul presunto attacco alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, dopo aver usato e immagini di un incendio di una fabbrica cinese del 2015 e quelle dei videogiochi da cui hanno preso persino il nome della inesistente città di Tarkov, sull’ospedale pediatrico che era stato evacuato e usato come roccaforte militare, sulla strage di Donetsk eccetera eccetera non mi aspetto nessuna correzione da parte del giornale unico trasformati in un grande talk show propagandistico di guerra.
Io non mi sento in guerra con nessuno e quindi non ho nessun interesse di fare propaganda per alcuno ma se nel mio piccolo vengo a conoscenza di notizie che ritengo fondamentali per ristabilire appena appena la realtà dei fatti non rimarrò in silenzio.
Fino a quando non mi silenzieranno; logicamente, nell’attesa dell’inevitabile, nessuno è obbligato a frequentare la pagina FB o il canale telegram.

Lorenzo Capellini Mion

Ucraina
I nazisti o banderisti chiamateli come volete, che con il voto di oggi devo supporre siano nostri alleati, si nascondono in un asilo per godersi il “tempo tranquillo”.
Nei commenti lo dichiarano apertamente che non esista posto più sicuro per i loro “fratelli” delle scuole e gli asili nido.
Per quando si sente parlare di crimini di guerra.

Lorenzo Capellini Mion

Mariupol, Ucraina
Buone notizie, dopo che le truppe del battaglione Azov hanno ripetutamente impedito l’evacuazione dei civili, sparando a coloro che cercavano di lasciare la città, finalmente i “difensori” hanno iniziato a rilasciare in massa le persone.
Si registrano lunghe file di auto e autobus.
I civili fuggiti e fino a oggi usati come scudi umani parlano degli orrori che hanno dovuto sopportare durante le battaglie cittadine; secondo loro, ci sono molti civili morti in città, che non hanno nessuno che li seppellirà.
Adagiarsi sulla narrativa dominante, non doversi difendere da chi ti accusa di “intelligenza con il nemico”, dividere il mondo tra “buoni” e “cattivi” a prescindere dai fatti, sarebbe più comodo ma io proprio non ce la faccio.
E siccome per me non ci sono vittime innocenti di classi diverse se non vi va di guardare anche all’altra metà del cielo basta un click.

Una testimonianza.

EX PREMIER UCRAINO: PUTIN HA SALVATO CENTINAIA DI MIGLIAIA DI VITE

In un messaggio su Facebook, Azarov ha sottolineato che la NATO aveva pianificato un attacco nucleare alla Russia.
“La NATO voleva scatenare una terza guerra mondiale usando armi nucleari contro la Russia”, ha detto Azarov. “Dal dicembre 2021, la Russia riceveva informazioni sui piani della NATO per posizionare quattro brigate dell’esercito in Ucraina”. Una di quelle brigate avrebbe avuto testate nucleari.

Terza guerra mondiale

Secondo Azarov, la NATO voleva schierare truppe in estate. “Per evitare la terza guerra mondiale e l’attacco nucleare alla Russia, il governo russo ha deciso di rimettere le cose a posto in Ucraina”, ha detto Azarov, che è stato primo ministro nel 2004, 2005 e di nuovo nel 2010.
Ha affermato che l’esercito ucraino aveva anche pianificato di lanciare un’operazione militare nel Donbass e spazzare via la popolazione di lingua russa. L’attacco era coordinato con gli Stati Uniti e doveva essere lanciato il 25 febbraio.
Una delle principali fonti dei media ucraini, Hromadske, aveva descritto il Donbass come una regione che ha un “numero enorme di persone assolutamente inutili”. Dei 4 milioni di anime a Donetsk dell’epoca, 1,5 milioni erano “superflue” e “semplicemente devono essere eliminate”. Il Donbass dovrebbe essere visto solo come una “fonte di risorse”, ha affermato una fonte vicina all’amministrazione Zelensky.

Centinaia di migliaia di vite salvate da Putin

Il presidente russo Vladimir Putin ha salvato centinaia di migliaia di vite a Donetsk e Luhansk, ha detto l’ex primo ministro. Azarov ha sottolineato che le truppe della Repubblica popolare di Donetsk sono riuscite a mettere le mani su una mappa che mostrava come sarebbe stato lanciato un attacco su larga scala al Donbass.
Azarov ha lasciato l’Ucraina dopo che la sua auto è stata colpita da colpi di arma da fuoco il 21 febbraio 2014. Sua moglie era in macchina in quel momento. È sopravvissuta all’attacco, ma è rimasta gravemente traumatizzata.
Sembra che l’attuale presidente degli Stati Uniti sappia abbastanza bene cosa sta facendo la NATO per incitare una guerra con la Russia. Su C-Span, Biden aveva spiegato nel 1997: “L’unica cosa che può provocare la Russia in una risposta ostile e vigorosa è l’espansione della NATO agli stati baltici”.
Il confine dell’Ucraina con la Russia sembra essere il doppio dei confini dei due piccoli staterelli messi insieme.
Fonte: https://freewestmedia.com/2022/03/08/former-ukrainian-pm-putin-saved-hundreds-of-thousands-of-lives/

Autore:  FWMSTAFF, qui.

E poi c’è questa tizia, di cui non condivido proprio tutto tuttissimo, ma il modo in cui mena botte da orbi su tutti senza guardare in faccia nessuno mi induce a ritenerla affidabile. L’articolo è meraviglioso, e meravigliosa è la passione che lo ispira.

Vi spiego chi è veramente Zelensky

Due cose che so:

1) Putin non è il popolo russo.
Il popolo russo è un popolo pacifico e ospitale legato all’Ucraina: molti russi hanno genitori, mogli, parenti, amici ucraini che parlano la loro stessa lingua. Putin è un oligarca violento e antidemocratico amante del lusso sfrenato, con un patrimonio valutato decine di miliardi (impossibili stime ufficiali), un omofobo guerrafondaio, un ex agente del kgb che perseguita e uccide gli oppositori politici e i giornalisti e ha tessuto rapporti con tutta l’estrema destra europea. È l’idolo di Le Pen e di Salvini: Salvini che non festeggia il 25 Aprile e che ha candidato, eletto e portato al potere con la Lega decine di esponenti del Movimento Sociale Italiano. Che l’obiettivo dell’idolo delle destre sia quello di «denazificare» l’Ucraina è ridicolo.
Migliaia di russi senza patrimoni miliardari scendono in piazza contro Putin per fermare la guerra rischiando l’arresto, come ha fatto ieri la giornalista Marina Ovsyannikova irrompendo in diretta sul primo canale della tv russa con un cartello che denuncia le menzogne della propaganda e venendo immediatamente arrestata.
Pensare di boiocottare Putin boicottando Dostoevskij e l’insalata russa (che comunque non è russa) e la vodka (che comunque non è prodotta in Russia ma in Svezia, seguita da Francia, Polonia, Paesi Bassi, Stati Uniti, Lettonia e – toh! – Italia) è ripugnante e idiota. Boicottare il caviale – IL CAVIALE – è una roba che può venire in mente solo a chi trova normale riunirsi nella reggia di Versailles mentre i popoli patiscono la guerra e la fame, un po’ come scendere in piazza il 25 Aprile con le foto di “Coco Chanel, patriota europea” (a forza di governare con Berlusconi e Salvini agli antifascisti si confondono le idee).

2) Zelensky non è il popolo ucraino.
Il popolo ucraino è un popolo pacifico e ospitale legato alla Russia: molti ucraini hanno parenti e amici russi che parlano la loro stessa lingua. Molti sono fuggiti in Russia prima e dopo lo scoppio della guerra. Tra le braccia dei loro amici e parenti, non tra le braccia di Putin.

La vice premier ucraina Iryna Vereshchuk ha detto ieri sera a Otto e Mezzo che il 90 per cento degli ucraini sono con Zelensky: non è vero.
Zelensky ha vinto le elezioni nel 2019 con la promessa di sconfiggere la corruzione sistemica degli oligarchi, portare il benessere economico, porre fine alla guerra in Donbass. Ha disatteso tutte e tre le promesse. Ha perseguitato come il suo predecessore gli ucraini russofoni, ai quali viene impedito di studiare nella propria lingua. Stipendia i neonazisti degli ex corpi paramilitari come il battaglione Azov, legato a Casapound (vedi foto), diventati esercito regolare ucraino – dunque pagati con le tasse versate dagli ucraini – e accusati dall’Ocse e dall’Onu di atroci crimini contro l’umanità. Crimini commessi per lo più in Donbass, durante una guerra che si combatte da 8 anni e ha fatto – stando solo ai morti certificati dall’Ocse – 14 mila vittime. Una guerra che Zelensky prometteva di fermare e che invece continua a combattere sparando razzi contro quello che dice di essere il suo popolo.
Nemmeno prima di deludere le aspettative del “suo” popolo Zelensky rappresentava il 90 per cento degli ucraini.
Celebre comico televisivo, protagonista della serie “Servitore del popolo”, dove vestiva i panni di un professore di storia che si candidava alle lezioni con l’ambizione di sconfiggere la corruzione e il sistema degli oligarchi, porre fine alla guerra e portare l’Ucraina nell’Unione Europea e nella Nato, cambia carriera fondando un partito che si chiama “Servitore del popolo” e si candida alle elezioni del 2019 con l’ambizione di sconfiggere la corruzione e il sistema degli oligarchi, porre fine alla guerra, portare l’Ucraina nell’Unione Europea e nella Nato.
Zelensky deve però la sua popolarità al più ricco degli oligarchi che dice di voler combattere.
Si tratta dello stesso oligarca che ha finanziato il famigerato battaglione Azov (nel caso qualcuno vi avesse già spiegato che quelli di Azov non sono nazisti ma nazionalisti, lascio la parola al portavoce di Azov, Andriy Diachenko, che nel 2015 ha spiegato che “solo” il 20 per cento dei componenti del battaglione si dichiara apertamente fan di Hitler, benché tutti loro adottino le svastiche, la simbologia e i saluti nazisti perché pervasi “dall’ideale di difendere l’Ucraina come Hitler difese la Germania”). L’oligarca in questione è il proprietario della tv 1+1, che produce e trasmette lo show-partito politico di Zelensky: il magnate e politico Ihor Kolomoisky, uno degli uomini più ricchi al mondo secondo Forbes, governatore della regione di Dnipropetrovsk fino al 2015, fondatore della più grande banca d’affari ucraina, la Privatbank, fallita dopo aver riempito le tasche di Kolomoisky e rifinanziata a spese del popolo ucraino, come prassi anche da noi.
Nel 2019, Zelensky ottiene il 30 per cento dei voti al primo turno di elezioni non democratiche. Non democratiche perché i partiti comunisti, che avevano il 15 per cento dei voti, sono stati banditi nel 2015 e mai riabilitati e i loro militanti perseguitati come qualunque partito, rivista, sindacato, giornale manifesti idee comuniste (non solo riferite all’Unione Sovietica ma anche critiche nei confronti di Stalin e legate al pensiero di Karl Marx e Rosa Luxemburg, ai quali in Ucraina erano dedicate vie e piazze che oggi hanno cambiato nome).
Ancora qualche giorno fa, a Kiev, Mikhail Kononovich, leader dell’ala giovanile del fuorilegge Partito Comunista ucraino (CPU), e suo fratello, Aleksandr Kononovich, sono stati arrestati dalle autorità ucraine e ora rischiano l’esecuzione.
Alle elezioni non prende parte la popolazione delle autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk, che ha già votato per oltre il 90 per cento a favore dell’indipendenza da Kiev ma che ieri sera la vice premier ucraina ancora annoverava, insieme alla popolazione della Crimea, nel 90 per cento di ucraini con Zelensky, considerando la Crimea e i territori delle autoproclamate repubbliche popolari “territori occupati” (come del resto ha fatto tutto l’occidente, che riconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli solo quando conviene alla Nato). In aggiunta, nella parte delle regioni di Lugansk e Donetsk ancora sotto il controllo di Kiev, e dove quindi nel 2019 si svolgono le elezioni, Zelensky viene sconfitto sia al primo che al secondo turno. Il primo partito è quello di Yuri Boiko, fautore della ripresa delle relazioni con la russia, votato perché garante del diritto degli ucraini russofoni di tornare a parlare, insegnare, pubblicare giornali nella propria lingua.
Al secondo turno, il servitore del popolo Zelensky sfida il presidente uscente Poroshenko, oligarca proprietario di catene commerciali (sua la cioccolata “Roschen”), altro miliardario censito da Forbes e responsabile del conflitto in Donbass, persecutore degli ucraini russofoni e legato anche lui al magnate Kolomoisky, l’editore di Zelensky, con il quale Poroshenko arriva alla rottura nel 2015, quando preme per le sue dimissioni da governatore.
Con la promessa di porre fine al conflitto, Zelensky ottiene al ballottaggio il 73 per cento dei voti. Una volta eletto, invece di attuare come promesso gli accordi di Minsk sull’autonomia del Donbass firmati dal suo predecessore, chiede di rinegoziarli. Spinge l’acceleratore sulla guerra mai cessata. Nel paese del servitore del popolo la corruzione è ancora sistemica: come mi ha detto una volta un’avvocata: «In Ucraina serve pagare per ottenere qualunque cosa e qualunque cosa si ottiene pagando». Quest’estate, a Marrakech, ero colpita dai molti annunci delle università ucraine di medicina: «Vieni a laurearti in Ucraina!». In Ucraina? Perché? «Perché basta pagare e diventi medico. Poi vengono a operare qui, ma se stanno male vanno a curarsi in Francia». «Ah». Gli stipendi pubblici sono miserrimi: gli impiegati faticano ad arrivare alla fine del mese. Le famiglie sono tornate a vivere tutte sotto uno stesso tetto, tre e anche quattro generazioni. Nonostante le difficoltà, non ho mai incontrato persone così ospitali e generose come in Ucraina.
Ci sentiamo ogni giorno. Sperano che la guerra finisca presto.
Non conosco nessuno che la stia combattendo. “Combattono i professionisti”, mi dicono. Quelli pagati, quelli obbligati. Gli altri sono scappati in tempo per non dover combattere o si nascondono. Chi ha i soldi si è rifugiato negli alberghi o nelle case al confine, chi non ha i soldi per scappare o non vuole lasciare la propria casa, il lavoro, i genitori anziani, i figli piccoli, si nasconde in cantina, aiutando come può, costruendo una rete di solidarietà, di soccorso, di aiuto, portando l’acqua e le medicine alla popolazione.
Non vogliono armi per combattere, vogliono tornare presto a vivere in pace. Per questo Zelensky è stato costretto a arruolare legionari stranieri, a distribuire armi a chiunque le accetti e a varare una legge aberrante che consente a chiunque di sparare, facendo saltare la distinzione tra civili e militari e autorizzando l’aggressore a colpire i civili di un popolo che sta ripudiando la guerra meglio di noi, che dovremmo farlo per Costituzione.
Il popolo ucraino non è Zelensky, con la sua villa da 4 milioni a Forte dei Marmi, è Alina con la sua mamma badante a Roma, che ieri ho accompagnato in lacrime dall’altra parte della città con sua figlia di sei anni, rifugiate in attesa di poter tornare a casa, presto: “Appena finisce la guerra”.
Abbiamo raccolto vestiti per loro. C’era un cappotto. Alina non lo ha voluto perché qui fa caldo e quando tornerà in Ucraina troverà i suoi cappotti che la aspettano a casa insieme a suo marito, che aveva aperto una falegnameria e l’aveva inaugurata il giorno prima dello scoppio della guerra.
Il popolo ucraino non è Zelensky in mimetica che, al sicuro da qualche località segreta, augura la morte a chi scappa (“Смерть бігунам!!”, “morte a chi scappa”, ha dichiarato in video riferendosi agli uomini tra i 18 e i 60 anni che non possono lasciare il paese), il popolo ucraino sono le decine di ragazzi maschi con i quali siamo in contatto e che sono scappati in tempo per non combattere perché non hanno nessuna intenzione di morire per Putin né per Zelensky o che si sono nascosti in cantina aiutando la popolazione come possono.
Mi è chiaro che delle ragioni che spingono questi nostri fratelli e sorelle a non imbracciare le armi non freghi niente a Zelensky, a Biden, a Draghi, a Putin, ai molti giornalisti, politici e analisti ospiti dei talk show che preferiscono eccitarsi per la bambina ucraina che imbraccia un fucile e farne un simbolo della resistenza, un’immagine che fino a qualche mese fa avremmo utilizzato per denunciare la violazione dei diritti dell’infanzia in remoti paesi africani non democratici.
Frega però parecchio a me, per questo ci tengo a dare loro voce. A dare voce a chi, in Ucraina, chiede la pace. Sogno in collegamento a Otto e Mezzo una madre, un ragazzo che spera di non morire e che la guerra finisca presto, cioè l’opposto della terza guerra mondiale evocata da Zelensky e dalla sua vice premier che insiste a chiedere la No Fly Zone da parte della Nato anche quando le viene spiegato che questo comporterebbe lo scoppio di un conflitto globale tra potenze nucleari, cioè l’inasprimento della guerra e la fine di quasi tutto per quasi tutti.
Io non so e non voglio sapere se Putin, Zelensky e gli altri oligarchi hanno pronta l’isola, il bunker, l’astronave per Marte o se sono semplicemente meno empatici, meno svegli, meno liberi o più malati di come ce li raccontiamo.
So che la guerra i popoli non la vincono mai, nemmeno quando la vincono i loro governi. I soldati muoiono o tornano a casa feriti nel corpo e nell’anima, spesso inadatti alla vita che avevano. Gli ospedali, i ponti, le fabbriche le stazioni, le scuole vengono distrutte, le famiglie terrorizzate e divise, le terre bruciate e chi vive di questo – andando a scuola, coltivando la terra, guidando un treno, lavorando in fabbrica o in un ospedale – si ritrova senza la vita che aveva da vivere, con tutto da rifare.
In molti stiamo ricostruendo gli obiettivi economici e strategici di Putin e di Zelensky, le cause del conflitto, le possibili conseguenze in termini di confini, equilibri commerciali, forniture di materie prime, alleanze militari. È giusto farlo. È giusto comprendere i ruoli e le responsabilità storiche di tutti gli attori coinvolti compresa la Nato, Stalin, Lenin e Pietro il Grande (magari ecco, ricordando chi è ancora sulla scena e chi no, chi oggi potrebbe fare la differenza e chi no).
Vorrei però che con lo stesso sforzo con cui ponderiamo le richieste dei contendenti, dell’aggressore che però se ne sta al caldo senza combattere e dell’aggredito che pure non sta al fronte, ponderassimo quelle attuali del popolo ucraino.
Le motivazioni che spingono Putin a insistere e Zelensky a resistere non sono infatti quelle dei loro popoli. Non sono quelle di donne, uomini, bambine, bambini, vecchi, soldati, profughi.
Cosa pensate direbbero se potessero essere loro – Marina, Yura, Olga, tutti nomi di fantasia che uso per non scrivere i nomi di chi mi scrive – a sedersi al tavolo delle trattative? Chiederebbero le nostre armi? L’intervento della Nato? La terza guerra mondiale? L’integrità territoriale del paese? Ci avete pensato? Li conoscete?
Cosa stabilirebbero se potessero sedersi loro al tavolo delle trattative, un russo e un ucraino, come i genitori di Marina Ovsyannikova, la giornalista arrestata per aver fatto irruzione sulla tv russa?
Cosa desidera in cuor suo oggi il 90 per cento del popolo ucraino? Di porre fine alla guerra a qualunque condizione. Questo mi dicono i miei amici in Ucraina: “Speriamo che finisca presto”. Non discutono i confini orientali, l’ingresso nella Nato o l’annessione della Crimea alla Russia, le responsabilità storiche.
“È facile chiedere la pace!”, mi viene detto da chi evidentemente considera Marina, Yura, Olga, mio figlio e me ingenui o vigliacchi o entrambi.
No. È più facile fare la guerra, perché chi la dichiara non deve combatterla.
Chi dichiara guerra non resta senza cibo e riscaldamento, ha messo per tempo al sicuro i propri cari in qualche confortevole residenza di una qualche località segreta, non rischia di perdere la casa perché ne possiede parecchie e parecchie altre può comprarne.
La pace, invece, si fa una fatica porca a farla e a chiederla, ma è l’unica soluzione praticabile per chi di casa ne ha una e di stipendio pure e ha i figli sotto le armi e rischia ogni giorno in più di guerra di perdere tutto quello che ha.
La guerra è praticabile solo per chi produce e vende armi e non le imbraccia, solo per chi le guerre le sta a guardare in tv come si guardano le partite di calcio, facendo il tifo per una squadra e per l’altra senza capire quali sono realmente le squadre in campo: gli oligarchi contro i poveri cristi, in ogni guerra.
La pace, per i poveri cristi, non è un’utopia: è un’utopia la guerra, la pace e il disarmo sono l’unica via.
Poi magari quello che scrivo non serve a niente, serve solo a voi sorelle e fratelli che mi leggete con il traduttore di google per sapere che non siete soli. Siamo in tante, in tanti, anche qui, anche in Russia, a chiedere la pace. Siamo in tanti qui in Italia a gridare, e non da oggi, che i popoli non si proteggono aumentando la spesa militare di 37 miliardi e diminuendo quella sanitaria di 25 miliardi, come abbiamo fatto qui in Italia. Si proteggono con la giustizia sociale, la cooperazione, l’internazionalismo. Siamo in tanti a chiedere di non armare la guerra. Quella in Ucraina e le altre 33 guerre in corso nel resto del mondo, delle quali non amiamo pubblicare le foto dei civili morti perché le bombe, quasi sempre, le abbiamo prodotte, vendute e sganciate noi o qualche dittatore utile nostro amico.
Vi penso ogni istante. Teniamoci stretti.
Francesca Fornario, qui.

Nello stesso blog c’è, sempre strettamente in tema, anche questo articolo, di otto anni fa: Bruciati vivi. Gli stomaci delicati si limitino a leggerlo e lascino perdere le immagini alla fine dell’articolo.

Se poi vogliamo parlare di aggressioni, potrebbe essere il caso di ricordare che l’Italia ha aggredito l’Austria-Ungheria di cui fino al giorno prima era alleata, la Libia, l’Eritrea, l’Etiopia, la Somalia, la Grecia, l’Albania, la Francia, la Russia (giochetto costatoci 77.000 – secondo altre fonti oltre 90.000 – fra morti e dispersi e 40.000 feriti e congelati. Chissà che cosa ci costerà questa volta). E infine ha dichiarato guerra alla Germania, al cui fianco aveva combattuto per tre anni e tre mesi, senza neppure prendersi la briga di avvertire che avevamo cambiato fronte. Abbiamo proprio la patente per montare in cattedra e brandire la spada della giustizia, noi.

Concludo con La forza del destino, anche se noi, più che al destino, siamo in mano al più inetto governo della storia d’Italia e, dopo Mussolini, anche il più pernicioso. Ci sono due direzioni migliori di questa – già proposte in altra occasione – ma siccome sto dalla parte dei perseguitati, mi sembra giusto mettere Gergiev.

barbara

SGOMENTA

Ho trovato in giro diversi commenti che, senza nominarmi esplicitamente, parlano di me: con stupore, con delusione, con incredulità, incapaci di capire come una persona solitamente così lucida possa avere preso una simile deriva. Ebbene: la cosa è assolutamente reciproca. Anch’io non riesco a capacitarmi che persone fino a ieri così lucide si siano lasciate prendere dal pensiero unico del nemico comune, che abbiano sostituito gli orwelliani due minuti di odio con ventiquattr’ore di odio ininterrotto, pronti a bersi la più becera propaganda distribuita a piene mani, si siano accodati al terrorismo mediatico che imperversa ovunque e che ha affiancato quello sanitario (calano fortemente i ricoveri ordinari, calano fortemente le intensive, calano i morti MA i contagi sono aumentati dell’ 0,7%, guai abbassare la guardia!), e soprattutto stiano facendo di tutto per estendere il conflitto a livello globale, e pazienza se poi diventerà nucleare e farà qualche miliardo di morti e ridurrà il pianeta all’età della pietra. Non riesco a capacitarmene e sono sgomenta. Atterrita. Pietrificata.

Vogliamo parlare del terrorismo mediatico? Uno dei temi grossi del momento è Chernobyl: il bombardamento dei russi su Chernobyl, l’incendio della centrale nucleare di Chernobyl, il rischio di olocausto nucleare da Chernobyl: TUTTE le notizie in questione sono clamorosamente false, documentatamente false, e anche se fossero vere il rischio sarebbe comunque pari a zero (e magari se non avete fretta leggete anche questo). Ma voi continuate a diffondere terrorismo.

Quanto alla campagna di odio abbiamo la notizia che campeggia ovunque: BOMBE SUI BAMBINI! con tutto il corollario di indignazione, raccapriccio, odio, maledizioni, anatemi, grida di vendetta. Ma il fatto, puro e semplice, è che in quell’ospedale non c’erano né bambini né puerpere: c’erano i miliziani nazisti del battaglione Azov, che ne avevano cacciato dieci giorni prima i legittimi occupanti per installarvi il proprio covo (identici ancora una volta ai palestinesi), cosa che, in base alle Convenzioni di Ginevra e dell’Aja ha automaticamente reso l’edificio legittimo obiettivo militare, essendo stato trasformato in edificio militare (chi volesse saperne di più sul battaglione Azov può documentarsi qui). Dite che avete visto le immagini di quella povera donna incinta, col bellissimo viso ferito,

evacuata con mezzi di fortuna?

Sì, l’ho vista anch’io:

Tra l’altro, non è curioso che prima scende le scale e attraversa a piedi, da sola, lo spiazzo antistante l’ospedale, con tutte le sue cose tra le braccia, e poi (o era prima?) la devono trasportare con quella specie di barella improvvisata? E comunque già in precedenza la Russia aveva informato l’Onu che l’ospedale era stato trasformato in base militare

– non che alle menzogne e alle vigliacche partigianerie dell’Onu non siamo più che abituati.

Poi ci sarebbe quella bazzecolina dei laboratori di armi biologiche che l’America ha impiantato in Ucraina, che la Russia ha denunciato,

ma ci hanno assicurato che non era vero niente, era la solita disinformazione da parte della Russia E se lo ha detto la Russia è chiaro che deve per forza essere una menzogna, no?

E io vi chiedo, anime belle: chi ha portato la guerra a casa di chi?

Ho visto poi, su più profili FB, un video sull’Holodomor, lo sterminio perpetrato novant’anni fa da Stalin, per mezzo di una carestia fabbricata a tavolino, sul ceto contadino in generale e su quello dell’Ucraina in particolare (tema di cui questo blog si è più di una volta occupato), affinché non si dimentichi chi sono i russi, che cosa sono capaci di fare, e quali sono i loro sentimenti nei confronti degli ucraini. Quindi nessuno si stupirà se per spiegare che razza di feccia immonda sono gli italiani e di come dobbiamo guardarcene vi ricorderò di quando, ottant’anni fa, requisivano agli ebrei (notoriamente tutti ricchissimi) vecchi zoccoli di legno, stracci usati, uncinetti termometri schiaccianoci calze rammendate pettini bicchieri portasapone lampadine rotte mestoli scolapasta pantofole gomitoli di lana… Spero che a nessuno al mondo venga mai in mente di fidarsi di questa gentaglia e di credere a quello che dice. Adesso, per inciso, tramite l’invio di armi all’Ucraina abbiamo di fatto dichiarato guerra alla Russia, che non aveva portato la guerra a noi, ed è la seconda volta che lo facciamo. Spero che stavolta ci costi un po’ meno di 77.000 morti e dispersi (ma secondo altre fonti oltre 90.000 ) e 40.000 feriti e congelati, lo spero davvero, però ce lo meriteremmo – o almeno lo meriterebbe chi lo ha deciso, chi lo ha fatto e chi ha caldamente approvato. Il problema è che noi – non solo nel senso di noi italiani – non siamo molto bravi a vedere la realtà che ci sta davanti, e preferiamo crogiolarci in qualche sogno di pace universale, siamo tutti fratelli, il mondo non ha confini – tranne quando vengono violati dal nemico che ci è stato ordinato di odiare –, se qualcuno ti odia tu dagli amore e anche lui ti amerà.

“L’Occidente viveva in un paradiso. Non ha avuto realismo nei rapporti con la Russia”

Intervista-podcast per la newsletter con Efraim Inbar, uno dei maggiori strateghi in Israele. “Tutti sapevano che avvicinare l’Ucraina alla Nato avrebbe innescato una reazione dell’orso russo”

La terribile guerra in Ucraina ha due settimane. Ma in questo breve lasso di tempo lo spazio del dibattito si è già fortemente ristretto. Nessun punto di vista è stato stigmatizzato così rapidamente come la teoria secondo cui l’espansione sempre più a est della Nato ha svolto un ruolo significativo nell’infiammare le tensioni tra la Russia e le potenze occidentali e nel far precipitare la guerra. Chi lo dice è “pagato dal Cremlino” o è il “sicofante di Putin”.
La Federazione Russa ha spiegato cosa vuole dall’Ucraina: no all’ingresso nella Nato, indipendenza del Donbass e riconoscimento della Crimea nella Russia (il presidente ucraino Zelensky ha aperto al compromesso). Donbass e Crimea erano da anni già di fatto indipendenti, il primo come repubbliche non riconosciute e la seconda come parte della Russia dopo un referendum. Perché Vladimir Putin insisteva tanto per tenere l’Ucraina fuori dalla Nato?
“I tanti esperti russi nei ‘think tank’ pensavano davvero che Putin avrebbe piazzato un esercito al confine con l’Ucraina perché si stancava di rievocare la battaglia di Borodino con i soldatini di latta?”, si domanda Henryk Broder su Die Welt.
Già nel 1997 Joe Biden, allora senatore del Delaware, diceva che “l’unica cosa che potrebbe provocare una risposta russa ‘vigorosa e ostile’ sarebbe se la Nato si espandesse oltre gli stati baltici”.
Sempre nel 1997 Jack F. Matlock Jr., ambasciatore degli Stati Uniti in Unione Sovietica dal 1987 al 1991, avvertì che l’espansione della Nato “incoraggia una catena di eventi che potrebbe produrre la più grave minaccia alla sicurezza dal crollo dell’Unione Sovietica”. Anche nei giorni scorsi, Matlock è tornato a spiegare perché l’apertura della Nato all’Ucraina è stato un errore strategico.
Il segretario alla Difesa di Bill Clinton, William Perry, nelle sue memorie scrive che per lui l’allargamento della Nato è la causa della “rottura dei rapporti con la Russia” e che era così contrario che “forte della mia convinzione, ho pensato di dimettermi”.
Stephen Cohen, uno dei più famosi studiosi americani di Russia, avvertiva nel 2014 che “se spostiamo le forze della Nato verso i confini della Russia questo militarizzerà la situazione e la Russia non si tirerà indietro, è esistenziale per loro”.
Il direttore della CIA di Biden, William J. Burns, ha messo in guardia sull’effetto provocatorio dell’espansione della NATO dal 1995. Fu allora che Burns, ufficiale dell’ambasciata americana a Mosca, riferì a Washington che “l’ostilità nei confronti dell’espansione della Nato è quasi universalmente avvertita in tutto lo spettro politico”.
Nel 1997, 50 diplomatici americani scrissero una lettera in cui spiegavano che “l’espansione della Nato sarebbe un errore di proporzioni storiche”.
Cosa sapevano tutti questi dirigenti americani?
Che in gioco nella mentalità russa c’è il “divario di Volgograd”, la fascia di terra fra il Mar Caspio e il Mar Nero. Durante la Seconda guerra mondiale, i nazisti la conquistarono, arrivando al Caspio e fermati soltanto a Stalingrado (al costo di 1.1 milioni di vite russe). Un anno fa, nell’aprile 2021, Caspian Report ha pubblicato un dossier dal titolo “Russia e Ucraina preparano una nuova guerra”, in cui si spiegava l’importanza della regione per tutti.
Ora si aprono due scenari.
Se la Russia assumerà il controllo totale dell’Ucraina, creerà una nuova minaccia alla sicurezza dell’Occidente e assisteremo alla nascita di un nuovo ordine mondiale, con la creazione di una nuova cortina di ferro che andrà dai confini orientali della Finlandia ai confini sudorientali della Romania.
Se l’Ucraina si unisse alla Nato, i Russi dovrebbero difendere 1.500 chilometri di pianura. In questo scenario, la Nato si troverebbe a 200 chilometri da Volgograd (ex Stalingrado). Questo è il motivo per cui, nella “logica” della Russia, Mosca deve assicurare la neutralità dell’Ucraina, anche a costo di questa guerra spaventosa. Anche il generale Marco Bertoliniex comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze, ha spiegato che l’Ucraina nella Nato avrebbe “privato la Russia dell’accesso al Mar Nero”.
Chiunque, fino al 20 febbraio, credeva che non sarebbe successo niente facendo dell’Ucraina il grande terreno di scontro fra due super potenze atomiche e che ora pensa che tutto “tornerà alla normalità” vive in un pericoloso paradiso per stolti.
C’è una parte del discorso di Putin che avrebbe dovuto allarmarci: “Non ho più spazio per arretrare”. E un impero, perché è così che si sente ancora la Russia, quando non arretra, attacca…

Ne parlo per la newsletter con Efraim Inbar, uno dei maggiori strateghi in Israele, presidente del Jerusalem Institute for Strategic Studies e prima del Begin-Sadat Center, consigliere dell’ex premier Benjamin Netanyahu.

Lei ha scritto un articolo a ottobre sul Jerusalem Post in cui invitava al realismo nei rapporti con la Russia…
Ho proposto la realpolitik, sì. Nei media, che sono tutti di sinistra, dicono che dobbiamo essere più idealisti sull’Ucraina, ma questo non riflette la popolazione israeliana. Abbiamo un interesse diretto nel rapporto con l’orso russo. Gli ucraini non dovevano parlare di entrare nella Nato. Per i Russi sarebbe stato come per noi la Giordania che diventa un satellite dell’Iran.

Ok, ma le risponderebbero che la Nato non minaccia i propri vicini, a differenza della Russia…
Non importa, i Russi hanno paura della Nato. ‘Non è razionale’, dice l’Occidente, ma i Russi non ragionano così. Il governo israeliano per questo ora cerca di navigare fra considerazioni morali e strategiche. L’Occidente ha una posizione non realistica.

Molti ufficiali americani in passato hanno detto che sarebbe stato un errore strategico espandersi sempre più a est…
Sono d’accordo con loro. Ne ho scritto. Fu un errore strategico incorporare i paesi baltici. E ora abbiamo una crisi. E se l’Occidente non è disposto a combattere, perderà. Se uno viene con un fucile e l’altro con le parole, chi ha un fucile ha un vantaggio.

Lei sta dicendo, ‘se non sei disposto a vincere la guerra, devi fare un compromesso’…
La finlandizzazione dell’Ucraina era il compromesso. Consentire che l’Ucraina fosse una democrazia, ma nell’orbita di sicurezza russa. Realismo.

Cosa pensa del fatto che si dice che Putin sia irrazionale, folle e senza sostegno popolare….
Nessuno sa quello cosa pensi l’opinione pubblica russa. C’è una opposizione, ma è in galera. Putin è stato molto popolare, la sua idea ‘Make Russia great again’ ha un appeal nella popolazione.

La debacle americana in Afghanistan ha giocato un ruolo nella percezione della debolezza e della naiveté?
Certo. Ma da prima. Putin ha preso un pezzo di Georgia. E non è successo niente. Putin ha preso la Crimea. E non è successo niente. Putin ha stabilito due repubbliche in un pezzo di Ucraina. E non è successo niente. E ora l’Occidente si sveglia.

Cosa potrebbe succedere se ci fosse una disintegrazione russa? C’è un grande shock economico al momento…
Le sanzioni non funzionano. Cuba è sotto sanzioni e non è successo niente. L’Iran è sotto sanzioni e non è successo niente. La Corea del Nord è sotto sanzioni e non è successo niente. Non sono sicuro che la pressione economica avrà risultati tangibili. L’Occidente dovrebbe togliere la Russia alla Cina, la loro alleanza è il vero pericolo. Avremmo dovuto fare un accordo come Kissinger negli anni ’70.

L’Occidente non prende sul serio la storia come fanno i Russi o Israele…Perché?
L’Occidente è consumato dal presente. Vive bene. Non vuole sacrifici. E questo ha portato a una amnesia. E ora paga. Forse ci sarà un risveglio da quello che pensavate fosse il paradiso.
Giulio Meotti

Aggiungo ancora una riflessione pacata e sensata.

Debrief

Ciò che il Generale Marco Bertolini, già capo del Comando Cperativo interforze (COI) e presidente dell’Anpdi, che alla Verità e al Messaggero dice:
1. Le armi all’Ucraina sono “un atto di ostilità che rischia di coinvolgerci” nella guerra, mai visto prima: “Bastavano le sanzioni, anche inasprite”.
2. Putin non è un pazzo né il nuovo Hitler: “Voleva interrompere il percorso che avrebbe dovuto portare l’Ucraina nella Nato” per non perdere “l’agibilità nel Mar Nero”.
3. Il governo italiano non conta nulla e Di Maio che dà dell’ “animale” a Putin “ci taglia fuori da ogni trattativa”, diversamente dalla Francia di Macron.
4. Guai a seguire Zelensky sulla no fly zone, che “significherebbe avere aerei Nato sull’Ucraina e l’incidente inevitabile”.
5. I negoziati non sono un bluff, ma una “dimostrazione di buona volontà delle due parti”.
6. La sconfitta di Putin esiste solo nei nostri sogni e nella propaganda occidentale: la Russia s’è già presa l’Est, collegando Crimea e Donbass; “le grandi città al momento sono state risparmiate e non è partita la caccia a Zelensky” per “precisa volontà” di Mosca, che finora ha limitato al minimo “i bombardamenti dall’alto” per non moltiplicare le stragi e non provocare un “intervento della Nato”.
7. Putin non ha bombardato la centrale di Zaporizhzhia: “Non ho visto missili, ma bengala per illuminare gli obiettivi” degli scontri con gli ucraini lì vicino: le radiazioni avrebbero colpito pure il Donbass e la Russia, che le centrali vuole controllarle, non farle esplodere.
8. Putin non vuole conquistare l’Europa, né rifare l’Urss né “governare l’intera Ucraina”, ma “trattare una ricomposizione”: un regime fantoccio sull’intero Paese scatenerebbe anni di guerriglia antirussa.
9. “La Russia vuol essere europea e noi non facciamo che schiacciarla verso Asia e Cina”.
10. Un successo ucraino è, purtroppo, fuori discussione. I possibili esiti sono due: una vittoria russa dopo “una lunga guerra”; o un negoziato che i soli mediatori credibili – Israele, Francia, Cina e Turchia – possono favorire se aiutano le due parti a trattare con reciproche concessioni anziché “istigarle a proseguire” nella guerra.
Molti di noi avevano sollevato le stesse osservazioni giungendo alle medesime conclusioni.
Dire queste cose con pacatezza e realismo non significa prendere le parti di nessuno ma capire il perché del precipitare degli eventi.
Significa conoscere per deliberare e scongiurare altre inutili vittime.

POST SCRIPTUM, che ieri mi sono dimenticata di aggiungerlo: Hava Nagila suonata col cazzo – in realtà col playback, ma ai fini del discorso la cosa non cambia – è la dimostrazione di quanto questo pseudo ebreo sia disposto a prostituire il proprio ebraismo, esattamente come il nostro saltimbanco buffone ebreo di casa nostra, che mi rifiuto di nominare. Dedicato a chi si fida di lui “perché è ebreo”.
E per concludere, al posto dei soliti pattinatori russi, oggi vi regalo questa spettacolare intervista di una giornalista americana mandata, un anno e mezzo fa, a “demolire” Putin.

barbara

PARLIAMO DI NUCLEARE

E precisamente di Chernobyl, 35 anni dopo.

DARWINITE… ATOMICA! COSA SUCCESSE DAVVERO NEL DISASTRO DI CHERNOBYL (SPIEGATO BENE)

(“Darwinite“: patologia mentale che porta uno o più individui ad agire in senso completamente contrario alla teoria dell’evoluzione)

In occasione della trasmissione in chiaro della serie TV “Chernobyl” su La7, ne approfittiamo per fare luce sull’unico disastro nucleare civile che ha causato vittime.
Prima di tutto occorre precisare che la centrale nucleare di Chernobyl non era interamente una struttura civile: era una centrale pensata per produrre energia elettrica a fini civili e plutonio a fini militari.
La necessità di recuperare il plutonio richiedeva cicli del combustibile molto più rapidi (di pochi giorni, invece che di diversi mesi, altrimenti si accumula una quantità eccessiva di Plutonio 240 che è troppo instabile per le tecnologie belliche) e quindi la necessità di intervenire sul nocciolo del reattore molto più spesso. Gli interventi di sostituzione del combustibile venivano effettuati dall’alto tramite una gru.
Il fatto di dover avere la gru praticamente sempre montata aveva portato alla scelta di lasciare scoperto il tetto dell’edificio di contenimento del reattore (difetto di progettazione #1).
In secondo luogo, le persone deputate a dirigere la centrale non erano esperti di energia nucleare: sia il direttore Brjuchanov, sia il capo-ingegnere Fomin non erano fisici o ingegneri nucleari e avevano lavorato precedentemente solo in centrali a carbone (incompetenza #2). Il capo-ingegnere dei reattori 3 e 4, Djatlov, aveva invece una limitata esperienza di reattori nucleari, ma relativa alla tipologia utilizzata per la propulsione navale.
In terzo luogo, occorre capire quali fossero le caratteristiche dei reattori RBMK utilizzati a Chernobyl. Si tratta di reattori di tipo BWR (Boiling Water Reactor), moderati a grafite: in questi reattori la fissione del combustibile scalda l’acqua, che va in ebollizione e si trasforma in vapore ad alta pressione che va alle turbine (nei reattori PWR invece l’acqua viene mantenuta allo stato liquido tramite la pressione, e non va direttamente alle turbine, ma passa da uno scambiatore di calore, ed è il vapore del circuito secondario che va alle turbine).
Le barre di combustibile sono inserite direttamente all’interno della grafite, e a diretto contatto con l’acqua di raffreddamento.
Un reattore con queste specifiche ha una caratteristica particolare: la formazione di sacche di vapore aumenta il tasso di reazioni. Infatti, mentre l’effetto di rallentamento dei neutroni (che favorisce le reazioni di fissione) viene comunque garantito dalla grafite, l’ebollizione dell’acqua fa sì che questa diminuisca il suo effetto di assorbimento di neutroni (l’acqua è un moderatore, ma anche un assorbitore debole), col risultato di un aumento della potenza.
Questa caratteristica viene detta “coefficiente di vuoto positivo“.
In molti, anche con qualche nozione su come funziona un reattore nucleare, attribuiscono la causa dell’incidente al coefficiente di vuoto positivo, ma è abbastanza riduttivo: senza una micidiale sequenza di errori umani, questa caratteristica tecnica non avrebbe causato disastri di per sé stessa.
Ora che sappiamo quali erano le caratteristiche della centrale e del reattore, andiamo a vedere cosa è successo.In occasione di uno spegnimento programmato del reattore per operazioni di manutenzione, il direttore decide di eseguire un “test di sicurezza” – in realtà un test di efficienza.
Decide cioè di vedere se, in caso di spegnimento di emergenza, le turbine, girando per inerzia, possono continuare a produrre energia in grado di alimentare il sistema di raffreddamento per un minuto, ovvero il tempo che serve a far avviare i generatori diesel di backup. Il test era già stato eseguito su un altro reattore, ma aveva dato esito negativo, per via dell’intervento di diverse misure di sicurezza automatiche.
Pertanto il direttore della centrale, per essere sicuro che il suo test riuscisse, fa disabilitare le procedure di sicurezza automatiche, tra cui: spegnimento automatico del reattore, raffreddamento di emergenza del nocciolo, riduzione di emergenza della potenza, etc. (incompetenza #3, #4 e #5).
Nota: questo è stato reso non più possibile nei reattori progettati successivamente, in cui la maggior parte dei fail-safe sono completamente passivi.
Il test doveva essere effettuato nel pomeriggio del 25 aprile 1986, ma un guasto ad un’altra centrale elettrica nella zona costringe a rimandare lo spegnimento del reattore (il governo aveva chiesto alla centrale di rimanere accesa più a lungo per fornire energia elettrica che compensasse quella della centrale che aveva subito il guasto).
Il direttore decide quindi di effettuare lo stesso il test, ma all’una di notte (incompetenza #6), col personale notturno che avrebbe dovuto limitarsi alla manutenzione ordinaria di un reattore spento e invece di colpo si trova ad eseguire un test su un reattore acceso, senza essere stato adeguatamente preparato.
Cosa mai poteva andare storto?
La fase iniziale del test prevede di ridurre la potenza del reattore di circa il 75%, ma l’operatore che doveva inserire le barre di controllo commette un errore (incompetenza #7) e le infila troppo in profondità, facendo scendere la potenza a meno dell’1%.
Nonostante l’instabilità del reattore a potenze troppo basse fosse una cosa nota, e nonostante i manuali operativi prescrivessero di non far mai scendere la potenza sotto il 20%, si opta per continuare il test (incompetenza #8).
Vengono quindi attivate delle pompe di raffreddamento extra, per aumentare la pressione dell’acqua, ma viene commesso un nuovo errore (incompetenza #9) e viene immessa nel sistema una quantità d’acqua superiore del 19% a quella consentita dai limiti di sicurezza, causando un’ulteriore diminuzione di potenza per via dell’assorbimento di neutroni.
A questo punto la potenza è troppo bassa per effettuare il test, e quindi occorre farla risalire.
Come?
Beh, ma è ovvio: rimuovendo le barre di controllo. TUTTE, le barre di controllo. Su 211 barre di controllo ne vengono rimosse 205, andando contro ai manuali operativi del reattore, che prescrivono un minimo di 30 sempre inserite (qui non è nemmeno più incompetenza, è proprio assalto al premio Darwin #10).
La potenza risale così a 200 MW termici, e finalmente l’esperimento può cominciare: all’1:23:04 di notte si interrompe il flusso di vapore verso le turbine, staccando quindi l’alimentazione al sistema di raffreddamento.
Solo che – e non dovrebbe essere una sorpresa per degli esperti  – alle basse potenze la reale reattività del sistema viene mascherata dalla presenza di Xeno 135, un potente veleno neutronico. C’era pure un motivo se i manuali operativi parlavano di “rischio di instabilità alle basse potenze” e raccomandavano di tenere il reattore a 600 MW termici di potenza minima: infatti a potenze elevate lo Xeno 135 si consuma rapidamente, motivo per cui la formazione di questo elemento non rappresenta un problema durante il normale funzionamento del reattore, ma alle basse potenze si accumula e ostacola i processi di fissione.
Quando la potenza torna su, l’aumento del numero di neutroni liberi abbassa rapidamente la concentrazione di Xeno 135, e a quel punto viene fuori la reale reattività del nocciolo: la temperatura inizia a salire rapidamente; aumentando la temperatura si formano sacche di vapore, che causano un ulteriore aumento del tasso di fissioni, e quindi fanno salire ulteriormente la potenza, in un circolo vizioso (ricordate il coefficiente di vuoto positivo? Difetto di progettazione #11).
Naturalmente non è un problema, i neutroni in eccesso vengono assorbiti dalle barre di control… ah no, sono state rimosse tutte.
Beh almeno la temperatura possiamo tenerla sotto contr… ah no, abbiamo appena staccato l’alimentazione al sistema di raffreddamento.
All’1:23:40 l’aumento incontrollato di potenza induce finalmente qualcuno a premere il bottone di arresto di emergenza, che però causa un ulteriore problema: gli estensori delle barre di controllo, ovvero le “punte” (lunghe circa 1 metro) sono fatte in grafite. Che, abbiamo visto prima, rallenta i neutroni.
Durante l’inserimento, dunque, la grafite degli estensori inizialmente rimpiazza un pari volume di acqua, causando un rapido aumento del tasso di fissioni (e quindi della potenza) dovuto al maggior effetto moderatore, prima della diminuzione (difetto di progettazione #12).
Solo che con la situazione già fuori controllo l’aumento di potenza dovuto agli estensori in grafite è sufficiente a deformare le canaline per via della dilatazione termica, bloccando l’inserimento del carbonato di boro, e quindi impedendo al sistema di stabilizzarsi.
Quando la potenza raggiunge i 33 GW termici, dieci volte in più del massimo previsto, il combustibile comincia a fondersi e il vapore a dissociarsi, producendo idrogeno gassoso.
La pressione causa la rottura delle tubature e l’allagamento dei sotterranei.
Quando l’acqua liquida entra in contatto col combustibile fuso (detto “corium”) l’esplosione di vapore che segue è così violenta da far saltare la piastra superiore del reattore (1000 tonnellate), scoperchiandolo.
A questo punto, a contatto con l’ossigeno atmosferico, anche la grafite prende fuoco, e visto che l’edificio di contenimento non ha il tetto i fumi dell’incendio danno origine alla nube radioattiva di cui sicuramente avrete sentito parlare.
La gravità della fuga di radiazioni venne inoltre rilevata con estremo ritardo perché gli operatori della centrale erano quasi tutti equipaggiati con dei rilevatori di radiazioni il cui fondo-scala era a 3,6 röntgen/ora, un valore non preoccupante.
Quando a Djatlov venne in mente che forse il valore effettivo poteva essere più alto, e mandò qualcuno a controllare con un rilevatore col fondo scala a 360.000 röntgen/ora, la radioattività aveva già superato i 20.000 in alcune zone (incompetenza #13).
A questo punto dovrebbe essere evidente che definire Chernobyl “un incidente” è come mettersi al volante bendati, chiamare “imprevisto” il successivo schianto e a quel punto proporre di mettere fuorilegge le automobili.
Ciò nonostante, da allora non sono più stati progettati reattori con coefficiente di vuoto positivo, sono stati introdotti sistemi di sicurezza totalmente passivi, che non possono venire disinseriti manualmente, è stato introdotto lo SCRAM automatico, sono state brevettate nuove leghe di combustibile con temperature di fusione più alte, è aumentato drammaticamente il livello di controllo internazionale su ogni singolo impianto ed è stata resa obbligatoria la certificazione di tutti gli operatori di una centrale nucleare presso la IAEA.
Il che rende la posizione di chi è contrario al nucleare “perché Chernobyl” più o meno equivalente a quella di chi è contrario all’aviazione per via dell’incidente dello zeppelin Hindenburg nel 1937.
Nessun reattore costruito dopo Chernobyl è mai andato incontro ad incidenti (Fukushima era più vecchio di 20 anni).
Ad oggi nel mondo esistono ancora una decina di reattori RBMK attivi, che saranno smantellati nei prossimi decenni, ma è stato corretto il difetto di progettazione agli estensori delle barre di controllo e sono stati adottati tutti i moderni accorgimenti di sicurezza di cui sopra.
Ad oggi, l’incidente di Chernobyl resta un caso unico nella storia, eppure la sovraesposizione mediatica, accompagnata dal terrorismo psicologico ambientalista, lo hanno trasformato in uno spauracchio agitato da ogni bravo antinuclearista.
Tuttavia, nonostante la catena allucinante di errori progettuali, gestionali, strutturali, tecnici e umani, il reale bilancio della catastrofe di Chernobyl resta di poche centinaia di vittime tra passate, presenti e future, secondo gli studi dell’UNSCEAR e della Chernobyl Tissue Bank, molto inferiore rispetto a quello di eventi quali il disastro di Morbi, il disastro del Vajont o il crollo della diga di Banqiao, e certamente minuscolo rispetto al numero di morti causati ogni anno dall’inquinamento (9 milioni).
Il report del Chernobyl Forum del 2003 sull’incidente di Chernobyl parla di 4000 potenziali vittime nell’arco di 80 anni dall’incidente. Questo risultato è stato tuttavia ottenuto con un modello che oggi viene considerato obsoleto, e pertanto non viene considerato un dato affidabile.
Luca Romano, 26 giugno 2020, qui.

Sì, direi proprio “spiegato bene”, almeno quanto basta da risultare chiaro anche ai profani. E chissà che qualche “no-nuke” invasato non si decida ad aprire gli occhi.
Poi se ti resta ancora un minuto vai a vedere anche questo.
(Continua domani con Fukushima)

barbara

QUELLA GRAN CIOFECA DELLA SERIE “CHERNOBYL”

Come sa chi mi segue, non guardo la televisione da quarant’anni, quindi la cosa non mi riguarda personalmente, ma siccome vedo in giro un sacco di gente convinta di avere visto che cosa realmente è successo a Chernobyl, riprendo questo ottimo articolo che mostra l’abissale distanza fra la fiction e la realtà.

Perché la serie “Chernobyl” di HBO sul nucleare sbaglia

giugno 11, 2019

[Tradotto dall’originale inglese [1] di Michael Shellenberger [2] a cura di Enrico Brandmayr per il Comitato Nucleare e Ragione]

Fin dall’inizio la mini-serie prodotta da HBO sul disastro nucleare del 1986, “Chernobyl”, ha riscosso il plauso dei media per l’accuratezza dei fatti narrati, seppur con qualche licenza artistica.
“La prima cosa da capire riguardo alla serie “Chernobyl”, ha scritto un giornalista su The New York Times, “è che si tratta in gran parte di finzione. Il secondo dato, e più importante, è che questo non importa granché”.
Il giornalista continua evidenziando lo stesso particolare inaccurato di cui già scrissi il mese scorso: “per qualche ragione le vittime da radiazioni sono spesso intrise di sangue”.
Ma HBO coglie correttamente “una verità di base,” scrive ancora, ovvero che Chernobyl fu “più conseguenza di bugie, insabbiamenti e un sistema politico marcescente… piuttosto che un’indicazione sull’inerente bontà o malvagità dell’energia nucleare”.
Su questo punto il creatore della serie “Chernobyl” Craig Mazin ha messo l’accento. “La lezione di Chernobyl non è la pericolosità dell’energia nucleare moderna,” ha scritto in un tweet, “ma che la menzogna, l’arroganza e la soppressione del dissenso sono pericolose”.
Gli addetti ai lavori del nucleare concordano. “I telespettatori potrebbero chiedersi quale sia la rilevanza della narrazione hollywoodiana al di fuori dell’Unione Sovietica” scrive il Nuclear Energy Institute. “In poche parole: non molto”.
Personalmente non ne sono convinto. Dopo aver visto tutti i cinque episodi “Chernobyl” e la reazione del pubblico, penso sia ovvio che la mini-serie abbia terrorizzato milioni di persone in merito alla tecnologia nucleare.
“Due settimane dopo aver finito di guardare la serie, non potevo smettere di pensarci” ha scritto una giornalista di Vanity Fair. “L’immagine che più mi ha colpito è stata la vista dei corpi dei primi soccorritori avvelenati dalle radiazioni, così devastati dall’esposizione che imputridiscono lentamente e, orribilmente, rimanendo disperatamente attaccati alla vita”.
“Ho guardato la serie con mio marito, e dopo per giorni abbiamo ricercato su Googledettagli sul disastro, inviandoci a vicenda particolari morbosi” continua la giornalista di Vanity Fair, “mentre mio padre… ha fatto ricerche su tutte le centrali nucleari in esercizio negli Stati Uniti”.
“Ho guardato il primo episodio di Chernobyl”, scrive in un tweet Sarah Todd, giornalista sportiva del Philadelphia Inquirer. “Quindi ho passato ore a leggere di energia nucleare. Ora sono in preda al panico e ho bisogno che qualcuno mi rassicuri in merito al fatto che si possa vivere tranquillamente sulla costa est degli Stati Uniti, sapendo che questa è la situazione”.
In molti hanno pensato che la mini-serie trattasse, infatti, di energia nucleare in sé.
“Il personaggio più caratterizzato della serie è probabilmente la stessa energia nucleare” scrive un critico per The New Republic. “Se ne parla continuamente, la sua natura è continuamente descritta e dibattuta… diviene un demone”.
Questo tipo di reazione non viene solo dai media. “Dopo aver visto Chernobyl ho cercato immediatamente su Google la centrale nucleare più vicina” scrive un telespettatore su Twitter. “Spaventoso”, aggiunge un altro, “ho visto un sacco di sangue e orrore in TV, ma questo li supera tutti. Perché? Perché potrebbe accadere ancora”.
“Attenzione a cosa sta accadendo in Bielorussia” mi ha scritto un artista. “Abbiamo paura della nostra nuova centrale nucleare perché è costruita dai russi. Hanno buttato giù il primo reattore da quattro metri di altezza”, ha detto. “Il secondo è stato danneggiato durante il trasporto, ma lo hanno installato ugualmente. Quindi mentre guardate la serie “Chernobyl”, per favore tenete a mente che potrebbe accadere ancora, e presto”.

Su cosa “Chernobyl” sbaglia

Nelle sue interviste riguardo al lancio di “Chernobyl”, il suo creatore, Mazin, ha più volte rassicurato sull’aderenza ai fatti realmente accaduti. “Mi sono piegato alla versione meno drammatica dei fatti”, ha detto Mazin, “non è bene oltrepassare la linea del sensazionalismo”.
In realtà, “Chernobyl” la linea del sensazionalismo la attraversa fin dal primo episodio, senza mai voltarsi indietro.
In un episodio, tre volontari sacrificano la loro vita per drenare dell’acqua radioattiva, evento mai accaduto.
“I tre personaggi erano in realtà gli operatori della centrale responsabili di quel settore dell’impianto, in turno al momento del disastro”, nota Adam Higginbotham, autore di Midnight in Chernobyl, una storia del disastro ben documentata. “Semplicemente ricevettero telefonicamente dal loro superiore l’ordine di aprire le valvole”.
Né le radiazioni contribuirono in alcun modo alla caduta di un elicottero, come “Chernobyl” sembra voler suggerire. Ci fu, sì, un elicottero caduto, ma i fatti avvennero sei mesi dopo il disastro e la causa fu l’impatto con una gru.
Il sensazionalismo più eclatante in “Chernobyl” sta nel descrivere le radiazioni come contagiose, alla pari di un virus. L’eroina-scienziata interpretata da Emily Watson letteralmente trascina via la moglie incinta di un pompiere che sta morendo di Sindrome Acuta da Radiazioni (SAR).
“Fuori! Fuori di qui!” grida Emily Watson, come se ogni secondo in più passato dalla donna al capezzale del marito contribuisse ad avvelenare il bambino che porta in grembo.
Ma le radiazioni non sono contagiose. Una volta rimossi i vestiti e accuratamente lavati, come avvenne in realtà per i pompieri, e anche nella serie “Chernobyl” la radioattività è contenuta nell’organismo.
Si può ipotizzare che sangue, urine, o sudore di una vittima di SAR possano recare una certa dose dannosa (non un’infezione) ma non vi è alcuna evidenza scientifica che ciò possa essere avvenuto durante il trattamento delle vittime di Chernobyl.
Perché dunque gli ospedali isolano i malati con teli di plastica? Perché il loro sistema immunitario è depresso e rischiano di essere esposti ad agenti patogeni per loro letali. In altre parole, la minaccia di contaminazione è l’opposto di quella dipinta nella serie “Chernobyl”.
Il bimbo muore. Emily Watson dice che “Le radiazioni avrebbero ucciso la madre, ma il feto le ha assorbite.” Mazin e la HBO apparentemente credono che tale scena sia realistica.
HBO cerca poi di ripulire il sensazionalismo con alcune note nei titoli di coda. Nessuna nota però specifica come ipotizzare che un feto muoia per aver assorbito radiazioni dal padre sia sublime fantascienza.
Non vi è alcuna prova attendibile che Chernobyl abbia mai ucciso un feto, né che abbia in alcun modo apprezzabile aumentato l’occorrenza di difetti alla nascita.
“Ad oggi abbiamo potuto osservare tutti i bambini nati al tempo di Chernobyl,” affermava nel 1987 Robert Gale, medico a UCLA, e “nessuno di loro, almeno alla nascita, mostrava deformazioni.”
Senza dubbio, l’unico impatto sulla salute pubblica mai documentato  furono 20,000 casi certi di cancro alla tiroide in minori di 18 anni al tempo del disastro.
Le Nazioni Unite nel 2017 conclusero che solo il 25%, 5,000 casi, poteva essere attribuito al disastro (paragrafi A-C). Negli studi precedenti, l’ONU aveva stimato fino a 16,000 i casi potenzialmente attribuibili alle radiazioni di Chernobyl.
Essendo il tasso di mortalità del cancro alla tiroide pari all’1%, le morti attese per cancro alla tiroide dovuto alle radiazioni di Chernobyl sono tra 50 e 160 su un arco di vita di 80 anni.
Alla fine la HBO sostiene l’occorrenza di “un drammatico picco di casi di cancro tra Ucraina e Bielorussia” ma anche questo non è vero.
I residenti di questi due Paesi “furono esposti a dosi di radiazione di poco superiori al fondo ambientale” secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Se mai ci fossero stati casi di cancro aggiuntivi questi rappresenterebbero “circa lo 0.6% delle morti per cancro normalmente attese in queste popolazioni per altre cause”.
Le radiazioni non sono la terribile tossina di cui “Chernobyl” narra. Nell’episodio pilota, le alte dosi di radiazioni fanno sanguinare i lavoratori, e nel secondo episodio, un’infermiera che tocca appena un pompiere vede la propria mano arrossire, come ustionata. Nessuna delle due cose è avvenuta o è possibile.
“Chernobyl” mostra minacciosamente un gruppo di persone radunate su un ponte per guardare l’incendio. Nei titoli di coda la HBO chiosa che “è attestato che nessuno di loro sopravvisse. Il ponte è oggi chiamato Il ponte della Morte”.
Peccato che “il ponte della morte” sia soltanto una formidabile leggenda metropolitana senza alcuna prova a supporto.
“Chernobyl” è altrettanto ingannevole per ciò che omette di raccontare. Vorrebbe far credere che tutti i primi soccorritori colpiti da SAR siano morti. In realtà, l’80% di loro sono sopravvissuti.
È chiaro che anche spettatori istruiti e informati, come i giornalisti, abbiano preso molto della finzione di “Chernobyl” per fatti.
The New Yorker ha rilanciato l’illazione che un feto “assorbì la radiazione” e morì. The New Republic ha descritto le radiazioni come “supernaturalmente persistenti” e contagiose (stile “zombie”, per cui ogni vittima diviene a propria volta un untore”). The EconomistPeople, ed altri hanno rilanciato la leggenda metropolitana del “ponte della morte”.
Questa cattiva narrazione ha un costo umano. L’idea che le persone colpite da radiazioni siano contagiose fu usata per terrorizzare, stigmatizzare e isolare le vittime di Hiroshima e Nagasaki, di Chernobyl e, ancora, di Fukushima.
Le donne della zona che ricevettero basse dosi di radiazioni dal disastro di Chernobyl abortirono, nel panico, tra 100,000 e 200,000 gravidanze e le vittime da radiazioni di Chernobyl risultarono affette da depressione, ansia e sindrome post traumatica da stress quattro volte di più del resto della popolazione.

Perché “Chernobyl” fraintende così tanto il nucleare

“Chernobyl” dichiaratamente narra le menzogne, l’arroganza e la soppressione del dissenso del regime comunista sovietico. Eppure la vita nell’Unione Sovietica degli anni Ottanta è rappresentata nella serie altrettanto inaccuratamente e melodrammaticamente quanto le radiazioni.
“La narrazione è piena di personaggi che agiscono per paura di essere giustiziati,” annota un giornalista di The New Yorker. “Questo è inaccurato: esecuzioni sommarie, o sulla base degli ordini di un singolo funzionario, sono un retaggio dell’Unione Sovietica degli anni Trenta”.
Il filo conduttore della serie è lo sforzo eroico degli scienziati di scoprire le cause del disastro, ma gli scienziati sovietici “erano perfettamente al corrente dei difetti dei reattori RMBK da anni”, fa notare Higgenbotham, e “specialisti del reattore giunti da Mosca entro 36 ore dall’incidente ne individuarono chiaramente e prontamente le cause”.
Il bisogno di drammatizzare non spiega da solo i fraintendimenti di “Chernobyl” sul nucleare.
Consideriamo come uno degli eroi scienziati del film descrive le radiazioni: come “un proiettile.” Ci chiede di immaginare Chernobyl come “tre milioni di milioni di proiettili nell’aria, nell’acqua e nel cibo… che spareranno per 50 mila anni”.
Le radiazioni però non sono come proiettili. Se lo fossero, saremmo tutti morti, dal momento che in natura siamo continuamente esposti alle radiazioni. E alcune persone che sono esposte a più proiettili, come gli abitanti del Colorado, di fatto vivono più a lungo.
Il proiettile del primo episodio diviene ben presto un’arma. “Il reattore 4 di Chernobyl è ora una bomba nucleare” dice l’eroe scienziato, una che esplode “ora dopo ora” e “non si fermerà… prima di aver ucciso tutto il continente.”
Prima di aver ucciso tutto il continente? La paura insinuata nello spettatore è, ovviamente, quella della guerra nucleare. Così “Chernobyl” usa lo stesso repertorio di tanti altri film di disastri nucleari.
Nel film del 1979 intitolato La sindrome Cinese è famosa la frase di uno scienziato che afferma che una centrale nucleare “potrebbe rendere inabitabile un’area delle dimensioni della Pennsylvania”.
Hollywood ha preso a prestito la narrazione falsa della fusione del nocciolo come un’esplosione nucleare dai capi del movimento anti nucleare quali Ralph Nader, che nel 1974 asseriva che “un incidente nucleare avrebbe potuto spazzare via Cleveland e i sopravvissuti avrebbero invidiato i morti”.
In sostanza, “Chernobyl” fraintende il nucleare alla pari di come l’umanità nel suo insieme lo ha frainteso negli ultimi sessant’anni, ovvero aver mutato la nostra paura delle armi nucleari in paura delle centrali nucleari.
A ben guardare, il disastro di Chernobyl dimostra invece come il nucleare sia la più sicura tra le fonti di produzione di elettricità. Nei peggiori disastri nucleari, solo una limitata quantità di radiazioni viene dispersa nell’ambiente e gli effetti sulla popolazione sono molto limitati.
Per il resto del tempo, le centrali nucleari riducono l’inquinamento atmosferico, diminuendo il ricorso a combustibili fossili e biomasse. Per questo motivo l’energia nucleare ha salvato circa due milioni di vite fino ad oggi.
Se vi è un lato positivo in “Chernobyl” e altra spazzatura pseudoscientifica come il libro di Kate Brown, docente del MIT, Manual for Survival, sta nella comparsa di nuovi coraggiosi scienziati delle radiazioni e giornalisti onesti come Higgenbotham.
“Le centrali nucleari non emettono né anidride carbonica né altri inquinanti in atmosfera e si dimostrano statisticamente più sicure di ogni altra forma di produzione energetica”, scrive, “incluse le turbine eoliche”.
E per quanto riguarda la nostra esagerata paura delle armi nucleari, gli ultimi 74 anni sono stati i più pacifici degli ultimi 700. Con la diffusione degli ordigni nucleari, le morti causate da guerra e combattimento sono calate del 95%.
Potrà la coscienza umana evolvere in modo da comprendere come qualcosa di così pericoloso abbia in realtà reso il mondo più sicuro?
Sono sempre più speranzoso. Uno dei migliori libri che abbia letto recentemente è un’etnografia di scienziati addetti agli ordigni nucleari, Nuclear Rites, scritta da un attivista anti nucleare poi divenuto antropologo, Hugh Gusterson.
Nel finale egli ammette che “la deterrenza nucleare ha avuto un ruolo chiave nell’evitare lo spargimento di sangue genocida di una terza guerra mondiale, e se un mondo pieno di ordigni nucleari è un mondo pericoloso, similmente, e per altre ragioni, è pericoloso un mondo senza la ferrea disciplina imposta dalle armi nucleari”.
Se Hollywood mai decidesse di raccontare la vera storia del nucleare, e spiegare agli spettatori la relazione paradossale tra pericolo e sicurezza, non avrebbe bisogno di ricorrere al sensazionalismo. La verità è già sensazionale di per sé.

Note:

[1] https://www.forbes.com/sites/michaelshellenberger/2019/06/06/why-hbos-chernobyl-gets-nuclear-so-wrong/#581f4903632f

[2] Michael Shellenberger, statunitense, è presidente di Environmental Progress, un’organizzazione di ricerca e politiche energetiche ambientali. “Eroe dell’Ambiente” secondo la rivista Time, ha vinto il Green Book Award. Scrive per The New York Times, Washington Post, Wall Street Journal, Scientific American, Nature Energy, and PLOS Biology. I suoi TED talks hanno oltre 1.5 milioni di visualizzazioni. (qui)

Come viene mostrato nella prima parte dell’articolo, sembrerebbe proprio che lo scopo della serie sia quello di terrorizzare. Esattamente come all’epoca si è tentato di terrorizzarci con lo spettro della catastrofe nucleare (e qualcuno oggi commenta: abbiamo abolito il nucleare, quando in realtà per risolvere il problema bastava abolire il comunismo). E proprio sull’onda di questo terrore indotto è stato indetto quel referendum (al quale purtroppo non ho potuto votare perché mi trovavo in Somalia – non che il mio voto avrebbe cambiato qualcosa in questa reazione di pancia) che NON chiedeva di chiudere le centrali nucleari esistenti, ma il cui risultato è stato usato per fare esattamente questo, costringendoci così a comprare a peso d’oro il nucleare prodotto venti metri oltre la nostra frontiera – dopo che ci avevano raccontato che la nube radioattiva si espande per miliardi di miliardi di chilometri. E va da sé che quelli che il nucleare no per carità sono gli stessi che il carbone no perlamordiddio, petrolio neanche parlarne, rigassificatori peggio che andar di notte, centrali idroelettriche vade retro Satana, e per andare a prendere il pane a settanta metri da casa prendono il SUV.

POST SCRIPTUM. Fino all’anno in cui sono andata in pensione, nel 2012, ho visto ogni anno arrivare a Brunico alcune decine di “bambini di Chernobyl”, che per tre settimane venivano ospitati da famiglie locali, affinché potessero respirare aria buona e “disintossicarsi dal nucleare”. Bambini di scuola elementare e media. Ventisei anni dopo l’incidente. Mi sono sempre posta delle domande. Non ho mai trovato risposte.

barbara

OGGI SI PARLA DI TRIVELLE

UNA DOMANDA AI NO-TRIV

NO ALLE CENTRALI ATOMICHE, NO A QUELLE A CARBONE, NO AL GAS DI PUTIN, NO ALLO SHALE OIL, NO ALLE PALE EOLICHE, NO AGLI INCENERITORI, NO ALLE PETROLIERE, ORA NO ANCHE AL GAS ESTRATTO DAL NOSTRO MARE; MA ALLORA NO ANCHE ALLE NOSTRE CASE RISCALDATE D’INVERNO E AD AUTO, TRENI, AEREI E PRODUZIONE INDUSTRIALE? 

Editoriale telegrafico per la Nwsl n. 384, 21 marzo 2016 – In argomento v. anche il mio editoriale telegrafico del 6 agosto 2014, La somma dei “no”

No alle centrali a carbone, perché sono troppo inquinanti; no alle centrali atomiche perché c’è il rischio di fughe radioattive; no alla produzione di energia eolica, perché torri e pale deturpano il paesaggio; no a petrolieri e petroliere, perché i primi sono tutti farabutti e le seconde ogni tanto fanno naufragio devastando mare e coste; no allo shale oil (petrolio estratto da scisti), perché si rovinano le rocce sotterranee; no agli inceneritori dei rifiuti, perché solo in Germania sono capaci di farli funzionare senza inquinamento e qui siamo in Italia; no al metanodotto, perché serve per acquistare gas da Putin, inoltre può avere delle perdite e comunque rovina la spiaggia dove riemerge dal mare (copyright del presidente della Puglia Emiliano); no a bruciare la legna, perché comporta di abbattere alberi; e ora anche no all’estrazione del gas dal fondo del mare – anche se molto oltre l’orizzonte visibile da terra; anche se tutti gli altri Paesi maggiori si avvalgono di questa risorsa a tutte le latitudini e longitudini; anche se questo consentirebbe di avere in giro meno petroliere, meno centrali a carbone, meno pale eoliche, e di acquistare meno gas da Putin e meno energia dalle centrali atomiche francesi – perché le trivelle rovinano il fondo del mare e non siamo sicuri che non inquinino anch’esse. Tutto questo è molto coerente con l’”economia del chilometro zero”, nella quale non occorre far funzionare fabbriche che consumano molta energia, con persone che arrivano in auto o in treno, per produrre cose che poi vanno spedite in varie parti del mondo, magari in aereo, e che a loro volta consumano energia. Sì, dunque, alla cosiddetta “economia curtense”, quella artigiana e agricola che si sviluppa per intero intorno alla corte del castello. È chiaro a tutti che questi rifiuti, se li praticassimo davvero in modo rigoroso e coerente, comporterebbero un ritorno al medioevo?
http://www.pietroichino.it/?p=39474

Letto? Allora adesso vai a leggere anche qui e qui. Che se poi dovesse sciaguratamente vincere il sì, conoscendo i nostri polli ho idea che andrebbe a finire come col famigerato referendum sul nucleare del 1987, che tutto chiedeva tranne che di chiudere gli impianti esistenti, e invece proprio questo è stato fatto, col geniale risultato che da quel momento in poi abbiamo dovuto comprare l’energia nucleare prodotta dieci metri al di là del confine, che tanto se dovesse capitare un altro incidente come quello di Chernobyl – sull’onda emotiva del quale era stato indetto il referendum, inducendo la maggioranza degli italiani a votare di pancia – la radioattività lo sa che lì c’è la frontiera, e quando mai si permetterebbe di passarla senza autorizzazione. Perché noi siamo un sacco ganzi, siamo.

barbara

AGGIORNAMENTO 1:
triv-croazia

(rubato al solito toscanaccio)

AGGIORNAMENTO 2: a proposito di energie rinnovabili.