SE ANDATE IN CHIESA

chiesa.cell
E direi che ci sta bene anche questa:
comunicazione
barbara

DAVID LEVY ENTRA IN UN’AGENZIA IMMOBILIARE

David Levy entra in una agenzia immobiliare a Parigi.
Buon giorno, vorrei acquistare un appartamento.
– Ma naturalmente caro signore, si sieda, riempiamo un modulo informativo.
– Sto cercando un piccolo appartamento.
– Bene, come si chiama?
– Levy, David Levy.
– Ah! fa l’agente immobiliare… c’è un problema.
– Ah, quale problema?
– Non vendiamo appartamenti agli ebrei.
– Ah, ma non c’è nessun problema risponde David, io non sono ebreo.
– Con un nome e un cognome simili nega di essere ebreo?
– Esatto, non sono ebreo.
– Ah, e che cos’è allora?
– Ebbene, io sono cattolico praticante.
– Ho difficoltà a crederle.
– Eppure è la verità.
– E lei va in chiesa?
– Ma certamente, ogni domenica.
– E mi può descrivere una chiesa?

David fa una descrizione perfetta di una Chiesa, ma l’agente non è convinto.

– Sì, va bene, ma chi c’è sulla croce sopra l’altare?
– Ma Gesù Cristo naturalmente.

L’agente è sempre scettico e gli chiede:

– Va bene ma dove è nato Gesù?
– A Betlemme.
– Sì, ma dove precisamente? chiede innervosito, con la sensazione che David lo stia prendendo in giro.
– È nato in una stalla.

Esasperato, l’agente si alza e gli dice: – E perché è nato in una stalla?
A questo punto si alza anche David, afferra l’agente per il collo e gli grida scuotendolo:
– Perché c’erano degli idioti come te che non volevano vendere appartamenti agli ebrei, stronzo.

Qui, traduzione mia.

barbara

DI PAPI E DI LEGGENDE

Periscopio – “La leggenda bianca”

Confesso di provare un certo disagio tutte le volte che leggo dei ricorrenti incontri volti a riesaminare, col coinvolgimento congiunto di esponenti della Chiesa cattolica e del mondo ebraico, il ruolo svolto da Pio XII durante la guerra e, segnatamente, nei confronti della Shoah. Un disagio che deriva dalla netta sensazione di essere al cospetto di una sorta di ‘processo’ falsato e forzato, in cui tutti hanno già deciso quale deve essere l’esito finale (assoluzione piena, pienissima, anzi, pubblico encomio ed elogio per l’imputato, con nota di biasimo per tutti coloro che hanno assurdamente osato trascinarlo sul banco degli imputati), e i pochi giurati ancora tentennanti subiscono una fortissima pressione affinché sottoscrivano la dovuta sentenza (ma come fai ancora a dubitare? sei di un’ostinazione tremenda!). La celebrazione di questo processo, com’è noto, è funzionale al raggiungimento di un esito positivo del processo di canonizzazione in corso per papa Pacelli, per il quale pare che si ritenga necessario una sorta di ‘disco verde’ da parte del mondo ebraico, attestante che il Pontefice non ebbe – come molti sostengono, e come tanti elementi starebbero a dimostrare – un atteggiamento debole, se non connivente, nei riguardi del nazismo, e, segnatamente, nei confronti della Shoah. Ma questa delle responsabilità del Pontefice di fronte all’Olocausto non sarebbe altro, secondo un’espressione ormai molto in voga, entrata nella ‘vulgata’ comune, che una malevola “leggenda nera”, destinata inevitabilmente a essere sfatata e smentita. Riguardo a tale problematica, ho già, in più occasioni, esposto, per quel che vale, il mio pensiero, che si può sintetizzare in due punti essenziali: 1) la canonizzazione di Pacelli non è voluta con spirito anti-ebraico, anzi, il fatto che si desideri una sorta di beneplacito da parte degli ebrei può essere considerato una forma di rispetto, se non di amicizia; si tratta, comunque, di una faccenda esclusivamente interna alla Chiesa cattolica, su cui non è opportuno che si interferisca dall’esterno, e nessuno deve dare autorizzazioni di sorta; 2) se asserire che il papa sia stato un simpatizzante del nazismo può essere considerato una forzatura, molto di più lo sarebbe il presentarlo come un suo aperto oppositore e antagonista. Ci sono mille modi diversi di essere “a favore” e “contro”, e mille posizioni intermedie. Ed è francamente singolare come, per cercare nuovi elementi probatori a tale proposito, si cerchino affannosamente documenti segreti e riservati, che svelerebbero finalmente una presunta ‘verità’ nascosta, trascurando invece quelle che sono state le pubbliche parole e azioni del Pontefice: è tanto difficile ricordare, e paragonare, quello che Pacelli ha detto e fatto contro il comunismo, e ciò che ha detto e fatto contro il nazifascismo? Cosa ha detto il Pontefice sulla Shoah, nei ben tredici anni e mezzo intercorrenti tra la fine della guerra e la sua morte, avvenuta nel 1958? Ma ciò che soprattutto contesto, in questa sorta di riabilitazione coatta, è il volere fare violenza alla storia, applicando agli anni della guerra categorie e sentimenti che appartengono a epoche successive. Oggi, dopo il Concilio, sussiste, a vari livelli, un prevalente clima di amicizia e vicinanza spirituale tra ebraismo e cristianesimo, e di questo non ci si può non rallegrare. Ma si vuole forse dire che è stato sempre così? Si vuole dire che tutti i papi sono sempre stati amici degli ebrei? Cosa direbbero i riabilitatori di Pacelli se, per esempio, per assurdo, si dovesse riaprire il processo di canonizzazione di Sant’Ambrogio, che rimproverava aspramente l’imperatore per il suo voler punire i cristiani che bruciavano le sinagoghe? Anche lui, come Pio XII, è stato un amico degli ebrei? Ma si è deciso, comunque, che la “leggenda nera” deve essere debellata, a vantaggio non già della verità storica (della quale pare non importare niente a nessuno, e che comunque, come “atto certificato e notarile”, semplicemente non esiste, e per fortuna), bensì di una candida e benevola “leggenda bianca”. E non sarebbe certo la prima volta che succede. Su tutti i libri di storia, per esempio, si legge che Pio XI, predecessore di Pacelli, avrebbe firmato, nel 1937, una coraggiosa enciclica antinazista, “Mit brennender Sorge’, nella quale, fra l’altro, si sarebbe fatto paladino delle sorti del popolo ebraico minacciato. Lo dicono tutti, è scritto dovunque, quindi deve essere per forza vero, è certamente vero. Nessuno, ovviamente, perde tempo a leggere cosa in quell’enciclica fosse effettivamente scritto, a proposito del popolo ebraico: il quale non veniva mai neanche nominato, se non attraverso un riferimento, nel terzo capitolo, al “misfatto dei crocifissori di Cristo”, al quale questi avrebbe opposto “l’azione divina della sua morte redentrice”. Perché leggere? Perché sfatare un’altra bella “leggenda bianca”?
Francesco Lucrezi, storico (8 ottobre 2014)

Come del resto avevamo già documentato qui e qui.

barbara

E BECCATI QUESTA, DON LUCIANO!

A Don Luciano Musi da un “fratello maggiore”

Gadi Polacco, Consigliere della Comunità ebraica di Livorno, risponde all’articolo «Sinagoga controllata a spese nostre, le chiese invece no» di don Luciano Musi.

Caro Don Musi,
mi permetta da “fratello maggiore”, seppur a titolo privato e ricambiando i sentimenti di amicizia che Lei esprime nei confronti del mondo ebraico, di commentare quanto da Lei comunicato pubblicamente:

– Hamas, parallelamente alla sua essenza terroristica, e’ un’organizzazione dedita al fanatismo integralista islamico, con risvolti anche anticristiani. Le sara’ facile svolgere una ricerca al riguardo ,trovando i documenti di fonte cristiana che denunciano cio’ (episodi di conversioni forzate, scuole cristiane costrette all’apertura la domenica, vari atti persecutori, ecc). Non e’ quindi un caso che la locale comunita’ cristiana si sia rapidamente ridotta in termini di grandezza. Alla luce di cio’ le scritte sulle Chiese inneggianti a Hamas potrebbero avere un preciso intento salvo ovviamente essere semplicemente e squallidamente opera di vandali;
– stendo un velo pietoso sulla “considerazione’ che le scritte le avrebbero dovute fare, nel caso, sulla Sinagoga (secondo, evidentemente, un bizzarro “criterio di competenza”): se mai qualche idiota inneggiasse all’Isis o altri che compiono sistematicamente stragi di cristiani non mi sentira’ mai fare distinguo “di competenza” a seconda del luogo imbrattato. Vorrei sottolineare, poi, che una Sinagoga e’ un luogo di culto, non una rappresentanza diplomatica (ad ogni modo non da imbrattare), e che comunque in Medio Oriente, per quanto riguarda Israele, non e’ in corso una guerra di religione;
– interessante, opinabile e comunque da ampliare, trovo invece il passaggio nel quale, da contribuente, lamenta a Suo dire che si spenda per sorvegliare la Sinagoga e non le Chiese. Le valutazioni di sicurezza competono alle preposte autorita’ e quindi la questione in quelle sedi dev’essere esaminata. Non capisco pero’ cosa c’entri l’8 x1000 (peraltro con destinazione alle singole religioni per gli usi previsti) che, comunque,ciascuno destina a chi ritiene, con la Chiesa Cattolica di gran lunga al primo posto. Se pero’ vogliamo discutere da cittadini contribuenti, devo ricordare allora che a spese del pubblico bilancio (pagati quindi da tutti i vari credenti e anche dai non credenti) sono gli insegnanti di religione cattolica, i cappellani militari, carcerari, ospedalieri cattolici e cosi’ via. Cosa non prevista per gli altri Culti dal nostro Stato che pur si dichiara laico e rispettoso, alla pari, delle varie fedi presenti nel territorio.
Per quanto riguarda la solidarieta’ del mondo ebraico a quello cristiano per le persecuzioni in atto e che denunciamo da tempo, quando ancora molti nel mondo cristiano sembravano non averne concreta percezione, La invito a visitare il mio modesto blog e il sito dell’Unione delle Comunita’ Ebraiche Italiane (www.moked.it ) e trovera’ numerosi interventi, tra i più recenti quelli del Presidente Gattegna e del Rabbino Prof. Giuseppe Laras, Presidente Emerito dell’Assemblea Rabbinica Italiana e gia’ Rabbino Capo anche di Livorno.
Modesta testimonianza, ma sincera, la trovera’ nella rete con la specifica solidarieta’ da me espressa nel caso specifico delle scritte livornesi.
Concludo rinnovandoLe vicinanza in questo momento che, evidentemente e comprensibilmente, La trova emotivamente scosso.
Ma e’ proprio in questi frangenti che, mi permetta di esprimere questo parere, occorre prendere esatta cognizione delle cose e non rifugiarsi illusoriamente altrove.

Con cordialita’,
Gadi Polacco
Comunitando

Gadi Polacco è decisamente più pacato di me…

barbara

SI CHIAMA CARITÀ CRISTIANA

(Ovverosia: se qualcuno schiaffeggia la tua guancia destra, tu porgigli anche la guancia sinistra del primo ebreo che ti capita sottomano)

«Sinagoga controllata a spese nostre, le chiese invece no»

Dura polemica di don Musi contro la Comunità ebraica di Livorno dopo le scritte inneggianti a Hamas anche a Coteto.

LIVORNO. «E’ veramente incomprensibile che certe scritte inneggianti ad Hamas siano state scritte davanti alle nostre chiese. Semmai dovevano essere scritte sui muri della sinagoga».
Don Luciano Musi, a distanza di quattro giorni dal ritrovamento delle scritte W Hamas davanti a quattro chiese cittadine tra cui il Duomo, torna sull’argomento con una nota polemica che ha inviato al nostro giornale. Anche la sua chiesa, San Giovanni Bosco in via Toscana in Coteto, è stata colpita dalla scritta W Hamas che è comparsa sullo scivolo di ingresso proprio domenica mattina, durante la messa. La prima scritta a spuntare fuori è stata sulle scale del sagrato del Duomo. Poi ne è venuta fuori un’altra davanti ai Domenicani, e infine a Santa Maria del Soccorso, in piazza Magenta. Una quinta scritta è stata fatta invec e in via Grande per terra.
Don Luciano, nella sua riflessione, non si spiega perché siano state prese di mira le chiese cattoliche e non la sinagoga, visto che tutto nasce dal conflitto israelo-palestinese che imperversa da anni e che si è inasprito negli ultimi tempi.
«Ma lì (nella sinagoga ndr) non è possibile, perché le forze dell’ordine tutelano la sinagoga 24 ore su 24 – riflette don Luciano – mentre le nostre chiese (anche quelle di grande valore artistico e antiche – La sinagoga è degli anni ’60) non sono quasi per niente tutelate dalle forze dell’ordine. Eppure anche noi paghiamo le tasse e quindi paghiamo con i nostri soldi quel servizio di vigilanza e non ci consta che gli ebrei livornesi diano alla chiesa l’8 x mille».
Don Luciano accenna anche a un incidente diplomatico: «A tutt’oggi la Chiesa livornese, nella persona del suo vescovo, non ha ricevuto alcuna attestazione di solidarietà per i fatti accaduti, da parte della comunità ebraica. Quanto scalpore sarebbe stato suscitato qualora le scritte fossero state fatte davanti alla Sinagoga».
Nulla contro gli ebrei ovviamente, come precisa don Luciano in chiusura: «Come cristiano e come sacerdote considero il popolo ebraico mio fratello maggiore e mi aspettavo dal mio fratello maggiore un’attenzione ed una solidarietà come si usa nelle buone famiglie».

(Il Tirreno, 29 agosto 2014)

Evidentemente, per capire le ragioni per cui davanti alle sinagoghe ci sono le forze dell’ordine e davanti alle chiese no, servono doti intellettive di molto superiori a quelle di cui dispone il buon prelato.

barbara

SANGUE SULL’ALTARE

Il sangue è quello di Elisa Claps; l’altare è, metonimicamente, quello della chiesa della Santissima Trinità a Potenza. L’autore è Tobia Jones, un giornalista inglese, innamorato dell’Italia in generale e della Basilicata – quella terra in cui Cristo, fermatosi a Eboli, non è mai arrivato – in particolare.
È un libro bellissimo, intenso e partecipe, quello scritto da quest’uomo come professionista ma anche da amante e studioso delle cose d’Italia e di Basilicata, della storia e della società e di tutte le magagne che affliggono la nostra terra. E poi anche da quell’amico sincero che in breve è diventato per la famiglia Claps, della quale ha seguito per quasi un ventennio le drammatiche vicissitudini. Ed è, il libro, cronaca degli eventi che punteggiano la storia di Elisa Claps, e indagine approfondita della psicologia dei personaggi, e storia della nostra penisola e molto, molto altro ancora. È un libro che si dovrebbe leggere, ma non so, davvero non so se sia un libro per tutti. Perché io, a leggerlo, sono stata male, male proprio fisicamente voglio dire, ad un certo punto ho lasciato ogni altra attività per finirlo il più in fretta possibile e liberarmene, spogliarmene, perché non ce la facevo più. Perché tu ti immedesimi – non puoi non farlo – con lo strazio e la rabbia impotente di questa famiglia che sa con assoluta certezza che la ragazza è stata assassinata, e sa chi l’ha uccisa, ma si trova bloccata da un’incredibile rete di complicità, dal parroco che impedisce di perquisire la chiesa al pubblico ministero che nega sistematicamente tutte le autorizzazioni necessarie ad accertare la verità al padre dell’assassino che manovra tutte le sue potenti pedine per creare un solidissimo muro fra la verità e chi tenta di raggiungerla a tutti coloro che hanno davanti agli occhi tutte le prove possibili e fingono di non vederle, in un vertiginoso intreccio di mafia e massoneria e poteri locali di ogni genere. E l’aggiunta degli sciacalli, le piste fuorvianti, le richieste di riscatto, le telefonate mute, gli inquirenti che ti dicono che sarà scappata di casa, ti ridono in faccia, ti minacciano… E non avere neppure un corpo da seppellire, una tomba su cui piangere, non sapere dove si trovino i resti. C’è da perdere la ragione, e ti chiedi come abbiano fatto, loro, a non perderla, che quasi quasi stai rischiando di perderla tu. È una cosa che ti resta sullo stomaco, questo libro, perché è una storia che non riesci mica a digerire. Eppure bisognerebbe trovare il coraggio di affrontarlo. Bisognerebbe, sì.

Poi, volendo, si potrebbe chiedere ai negazionisti del femminicidio: quante serial killer donne siete in grado di elencare, votate selettivamente all’assassinio di soli uomini? Quanti uomini siete in grado di elencare adescati da donne per essere poi assassinati, tagliuzzati con coltelli, forbici, coltelli per sfilettare, mutilati, magari organizzando il tutto in modo tale che a trovare la vittima tagliuzzata e mutilata siano i suoi stessi bambini, come ha fatto Danilo Restivo con Heather Barnett, un’altra delle sue vittime?


Tobias Jones, Sangue sull’altare, Il Saggiatore

Sanguesull'altare
barbara

6 giugno 1391

Il pogrom di Siviglia

Moshe Vanroj

Il pogrom di Siviglia è stato il drammatico episodio che vide la mattanza degli ebrei nel 1391, con la morte di oltre quattromila vittime e la persecuzione di migliaia di persone innocenti.
Nella bellissima Siviglia del tempo, ebrei e cristiani vivevano in un rapporto di tolleranza e di comprensione e un atteggiamento di rispetto reciproco. La società castigliana, dall’XI fino agli inizi del XIV secolo, viveva in un ambiente pacifico e desideroso di progresso.
L’antigiudaismo sembrava essere stato dimenticato e l’odio e l’invidia giacevano sepolti in terre lontane e sconosciute.
Regnava il re Pedro I, che cercava di proteggere gli ebrei dai continui attacchi [ma non vivevano in pace e senza odio ecc. ecc.? ndb]. Capiva che gli Ebrei, con la loro laboriosità unita alla scienza, esaltavano il suo regno con ghirlande di progresso e di ricchezza.
Ma Pedro era combattuto dal suo fratellastro bastardo: Enrico di Castiglia, che al fine di rovesciare il fratello e conquistare il trono di Castiglia, si alleò con la corona britannica e usò come simbolo di battaglia l’odio verso gli ebrei, scavando nelle profonde tenebre della sua anima, ululando ai venti che Pedro I era un re corrotto, che amava e proteggeva gli eretici che avevano ucciso il Signore, gli ebrei deicidi!
Infine, con l’aiuto delle “forze bianche” e l’alleanza con gli inglesi, Enrico di Castiglia rovesciò Pedro I, che fu assassinato nel suo castello di Montiel. Divenne re Enrico II dandosi quindi a infiammare gli animi di violenza e promuovere una grande campagna anti-ebraica.
La Chiesa proponeva continuamente misure contro gli ebrei.
I parrocchiani sono stati catechizzati cristiani a scendere in piazza al grido di: “Ecco gli ebrei che si preparano a bere il sangue dei poveri cristiani…”
Per iniziare la sua devastante campagna antiebraica, Enrico II utilizzò i servizi della Chiesa cattolica e un nefasto personaggio di questa.
Nella primavera del 1391, un sacerdote andaluso di nome Ferrant Martinez, che ricopriva la carica di arcidiacono di Ecija, cominciò a percorrere le strade della città portando tra le mani una grande croce e lanciando grida sconnesse. Arringava ed esortava i sivigliani inducendoli all’odio e alla violenza contro gli ebrei, che erano quelli che “hanno ucciso D-o e bevono il nostro sangue.”
La cordialità che aveva regnato fino ad allora tra i mori, ebrei e cristiani a Siviglia, fu scossa dagli eccessi di questo folle curato Martinez, infettato da un profondo odio razziale, e forse da inconfessabili interessi, spingendo gli abitanti dei villaggi, che stavano sopportando i duri colpi di una grave crisi economica, prestarono ascolto alle sue sporche diatribe, che lentamente cominciarono a mettere radici tra i cristiani.
Le continue prediche avvelenate del chierico erano di gran lunga al di là di ciò che la prudenza e il buon senso avrebbero consigliato, e finirono per eccitare gli animi del popolo contro gli ebrei.
Infine nel mese di marzo scoppiò la violenta tempesta dell’odio incontrollato che l’arcidiacono di Ecija andava seminando, e si scatenò una rivolta popolare in cui la plebe, sempre pronta ad ogni tipo di eccessi, entrò infiammata nei vicoli del quartiere ebraico saccheggiando i negozi e battendo i residenti che si trovavano sul loro cammino.
Dopo aver appreso degli eventi, la Guardia Maggiore della città fece arrestare i più fanatici e sono stati condannati alla pena della frusta.
Ma questa ammonizione non placò lo spirito violento del arcidiacono di Ecija, dato che egli non era stato frustato, e continuò la sua diabolica predicazione contro gli ebrei con maggiore applicazione e impegno.
Esacerbò il popolaccio composto da un’alleanza di convenienza fra mori e cristiani di basso livello culturale ed economico, e li portò a tale punto di follia che, come colonne di fuoco, presero d’assalto il quartiere ebraico saccheggiando tutti i negozi e botteghe, picchiando senza pietà o riguardo qualunque ebreo si trovasse sulla loro strada.
Il clamore raggiunse proporzioni tali che la Guardia Maggiore non aveva forze sufficienti per fermarlo a causa del modesto numero di uomini al suo servizio.
Quindi non vide altra soluzione per ristabilire l’ordine, che quella di chiedere aiuto ai nobili di Siviglia, alcuni dei quali risposero in modo affermativo, portando i loro lacchè e servi armati, i loro scudieri e altri uomini armati, con cui a fatica si riuscì a riportare la calma. Ma per raggiungere questo obiettivo, la Guardia fu costretta a concedere la grazia a tutti i condannati della rivolta precedente.
Questo non fece altro che incoraggiare ulteriormente i seguaci del prete Martinez, che ogni giorno moltiplicava le sue infiammate arringhe contro gli ebrei.
Infine, sentendosi impunito e potente, l’arcidiacono di Ecija sempre inalberando la sua grande croce, alla testa di un’orda impazzita e assetata di sangue entrò nel quartiere ebraico di Siviglia il giorno 6 di giugno, 1391 urlando come lupi selvaggi, “morte agli infami ebrei…!” E questa volta erano armati di pugnali, coltelli sciabole e ogni sorta di oggetti contundenti utilizzabili per uccidere.
Il quartiere ebraico allora aveva due porte, una era quella di Calle Mateos Gago e l’altro era la Puerta de la Carne.
juderìa
Mateos Gago                          Puerta de la Carne

I sivigliani fecero irruzione per entrambi gli ingressi (aggredendo altri sivigliani, non dimentichiamolo), togliendo così agli attaccati ogni possibilità di fuga.
Erano guidati e comandati da questo sacerdote, Martinez, che tra le mani lorde di sangue portava la croce … il simbolo di una chiesa e di una fede che parlano di misericordia, amore e tolleranza …!!
E la canaglia si diede alla mattanza senza controllo né opposizione.
Gli ebrei disperati e indifesi, uomini, donne e bambini senza distinzione, furono decapitati senza pietà.
Furono giustiziati per le strade, nelle case, nei negozi e persino nelle sinagoghe, in cui i fedeli morirono dissanguandosi sopra i loro libri sacri. Il pogrom durò un giorno intero senza interruzione e i cadaveri ammontano a oltre quattromila.
I pochi sopravvissuti, fuggirono da Siviglia per non tornarvi mai più.
Nel 1391 non si conosceva la parola pogrom, ma la popolazione ebraica della città di Siviglia, che contava più di 5.000 membri, in un solo giorno perse 4000 fratelli passati a fil di spada, in un genocidio che molti accademici e centri universitari, oltre a molti testi, non vogliono ricordare. (qui, traduzione mia)
pgrm1391

(Quattromila morti ammazzati in un giorno: siamo quasi ai livelli di Auschwitz…)

barbara

STORIA DEGLI EBREI DI ROMA

Pubblicato alla fine dell’Ottocento, risente chiaramente dello stile dell’epoca nella scrittura, non sempre della massima scorrevolezza. Vale tuttavia la pena di affrontare questo modesto fastidio per conoscere una storia del massimo interesse e troppo poco nota.
Due cose, in particolare, colpiscono. La prima è la constatazione che in tutti i “secoli bui” del Medioevo gli ebrei, pur con tutte le discriminazioni e limitazioni che spesso hanno accompagnato la loro storia, hanno avuto la possibilità di vivere sostanzialmente tranquilli, mentre i guai veri sono arrivati con i secoli d’oro, colti e illuminati, del Rinascimento: vessazioni di ogni sorta, esclusione da quasi tutte le professioni, le vergognose pratiche del carnevale, il ghetto…
La seconda, davvero sconvolgente, è la constatazione di quale immonda sanguisuga sia stata la Chiesa nei confronti degli ebrei.

A causa delle varie forme di imposizione con le quali Urbano VIII opprimeva la comunità il fabbisogno finanziario di questa salì alle stelle. Quasi in ogni seduta la Congrega doveva studiare nuovi modi e nuove vie per racimolare denaro. Si facevano debiti per estinguerne altri, sicché l’indebitamento divenne sempre più oppressivo e la massa degli interessi sempre più proibitiva.
Dai registri della comunità ricaviamo le seguenti notizie:
Nel 1634 il Reggimento fiscale del Campidoglio le impose il pagamento di 3000 scudi. La somma fu coperta con un prestito concesso da Cosimo Ruggiero.
Nel 1635 essa dovette pagare 1535 scudi.
Intorno al 1643 la comunità ebbe da Bernardino Nare un prestito di 4800 scudi, che usò per estinguere vecchi debiti, ossia 3000 scudi a Mario Agostini e 1800 a Mario Farini.
Nel febbraio del 1643 coprì il fabbisogno del momento accendendo un debito di 5000 scudi presso Raffaele Delle Rose.
L’1 agosto 1647 i fattori comunicarono alla Congrega di aver chiesto al papa – era già in cattedra Innocenzo X – di autorizzarli ad accedere al Monte di Pietà per ottenere i mezzi necessari a liberarsi dal peso dei debiti, poiché gli interessi semplici e composti avevano raggiunto un livello proibitivo. Dissero di aver ricevuto una risposta benevola, «che alle loro labbra ebbe il sapore dolce del miele». Aggiunsero però che per portare in porto la cosa sarebbero ancora occorsi parecchi donativi e spese. La Congrega accolse la notizia con un sospiro di sollievo e incarico i fattori di impegnarsi a fondo per ottenere dal papa il relativo chirografo.
La medesima notizia la leggiamo nel Sommario (n. 26) alla data del 7 settembre 1647. Innocenzo X autorizza la comunità a prelevare dal Monte la somma di 160.000 scudi all’interesse del 4,5 per cento, dando a garanzia tutti i suoi possedimenti e rendite, compreso il diritto di gazagà. La comunità avrebbe pagato ogni anno 7470 scudi d’interesse e 1000 per l’estinzione progressiva del debito. La benevolenza del papa giunse al punto di farsi anticipare subito dalla Reverenda Camera Apostolica 13.400 scudi a titolo di «sovvenzione».
Ma il sollievo che la comunità ne ebbe fu di breve durata. Già nel 1649 si presentarono nuove esigenze. La Camera Apostolica voleva 3000 scudi, che dovettero essere procurati al più presto elevando di 25 «porzioni» l’aliquota d’imposta. Questo avveniva il 10 agosto, e già il 19 novembre il papa chiedeva altri 1500 scudi per far fronte a certe spese. Fu deciso di raccogliere la somma imponendo uno scudo a testa a ogni maschio che avesse compiuto quindici anni.
Nel maggio del 1651 la Camera Apostolica tornò a esigere 3000 scudi. Fu deciso di accendere un debito a qualunque condizione, pur di ottenerlo. Ma per impedire che gli interessi crescessero a dismisura, fu imposta una soprattassa di 5 «porzioni» sulla contribuzione annua, da esigersi ogni mese.
Nel giugno del 1652 la comunità cercò di ottenere un prestito di 7000 scudi con regolare cambiale notarile, comunque al tasso d’interesse non superiore al 4,5 per cento: lo scopo era di coprire i debiti fatti dall’amministrazione negli ultimi cinque anni.
Nel luglio successivo venne chiesta la fornitura di letti per i soldati nell’imminente guerra contro la Francia. La consegna venne distribuita in cinque anni e allo scopo vennero destinate le entrate della propina.
Il 23 giugno 1656 Tommaso Fiori fece un prestito di 1500 scudi. Il 5 luglio Francesco Vespini ne fece uno di 1500 scudi all’interesse del 5 per cento; il 10 luglio Francesco Angeletto ne imprestò 4200 al 6 per cento.
Tutti questi denari vennero messi alla libera disposizione di una commissione sanitaria. Infatti era scoppiata la peste di cui parleremo al capitolo XXIV.
Possiamo rinunciare a seguire le vicende finanziarie della comunità sulla scorta dei suoi stessi registri. Quanto abbiamo detto è sufficiente a mostrare come essa fosse sistematicamente sfruttata fino all’osso. I prestiti ottenuti avevano raggiunto un livello tale da esigere l’accensione di nuovi debiti per pagarne gli interessi. Si aggiungano poi i relativi pegni e garanzie che mettevano in forse la stessa esistenza della comunità e dei suoi membri. Eppure si volle mantenerla in efficienza, per poterla spremere sempre di bel nuovo! (pp.204-206)

Ma non erano gli ebrei quelli che per soldi sono pronti a vendere l’anima al diavolo?

Abraham Berliner, Storia degli ebrei di Roma, Bompiani

barbara