MODELLO DA IMITARE UNA BELLA SEGA!

TEMPI. Coronavirus, il modello cinese ha causato il disastro. Altro che «imitarlo»

Condividiamo un’interessante Articolo di Leone Grotti su TEMPI.it

Oms e giornali di casa nostra elogiano il regime comunista per aver arginato l’epidemia. Dati, numeri e storie per smontare il «successo» di Pechino.

Oggi che l’Italia è in enorme difficoltà nel contenere l’epidemia di coronavirus, spuntano come funghi gli elogi al «sistema autoritario cinese». Il regime ha quasi fermato il contagio: ieri si sono registrati appena 20 nuovi casi, contro gli oltre 3.000 di un mese fa, e neanche uno fuori dall’Hubei, la provincia che ospita l’epicentro dell’epidemia, la città di Wuhan. Qui i suoi 11 milioni di abitanti da un mese non possono uscire di casa e le strade assomigliano a quelle di una città fantasma. Circa 60 milioni di persone sono state messe in quarantena in tutto il paese, 14 ospedali sono stati costruiti in pochi giorni per accogliere i nuovi malati e chi nasconde i sintomi dell’infezione può essere condannato a morte. L’approccio estremo di Pechino è stato definito «coraggioso» dall’Oms, che l’ha valutato come «lo sforzo di contenimento della malattia più ambizioso, agile e aggressivo della storia», mentre per il Corriere della Sera il modello cinese è «da seguire».

SE IL MONDO È NEI GUAI È COLPA DEL REGIME

È vero che l’assenza di democrazia ha permesso ad esempio al governo cinese di sospendere il campionato di calcio, causando perdite milionarie ai club, senza incassare proteste di alcun tipo e di mettere in quarantena 60 milioni di persone senza che nessuno battesse ciglio. Ma la natura autoritaria del governo cinese, così efficiente quando si tratta di obbligare e reprimere, è anche quella che ha permesso al virus di circolare indisturbato per almeno due mesi. Se oggi l’Italia (e presto la Francia, la Germania e chissà quanti altri paesi) si trova in ginocchio è perché a inizio dicembre la Cina non ha rivelato la presenza di abitanti di Wuhan in ospedale con gravi sindromi respiratorie simili a quelle causate dalla Sars.
Ed è sempre per colpa del sistema autoritario cinese che quando un medico, Li Wenliang, oggi osannato da tutti i media cinesi e del mondo, si è accorto dell’esistenza di un nuovo virus e ha avvertito i suoi colleghi, invece che essere ascoltato, è stato convocato da polizia e Partito comunista che gli hanno ordinato di negare tutto. Il sistema autoritario cinese non voleva fare brutta figura, soprattutto in un momento in cui doveva svolgersi il congresso provinciale del Partito a Wuhan, e voleva preservare se stesso a discapito della salute della popolazione.

«FALSITÀ, LE AUTORITÀ MENTONO»

E perché, nonostante gli ospedali di Wuhan fossero da giorni strapieni e senza più posti, nessun giornale ha lanciato l’allarme? Perché il sindaco della città non ha detto nulla fino al 23 gennaio, permettendo a tutti i suoi abitanti di uscire liberamente da Wuhan e infettare l’intero territorio della Cina e di conseguenza i paesi di tutto il mondo (perché il contagio è partito dalla Cina, cara Cnn, non dall’Italia)? Semplice: perché il sistema autoritario cinese ha impedito la diffusione di informazioni, sia da parte della stampa che delle autorità locali, fino a quando il segretario del Partito comunista Xi Jinping non ha lanciato l’allarme il 23 gennaio. La Cina ha già avuto 80.924 casi e 3.136 decessi: quanti di questi sarebbero stati evitati se la Cina fosse stata una democrazia?
Oms e giornali si sperticano in lodi al sistema della quarantena cinese, ma non si chiedono perché quando venerdì 6 marzo la vicepremier Sun Chunlan si è recata a Wuhan per verificarne l’andamento, centinaia di persone si sono arrischiate ad affacciarsi dai balconi dei palazzi blindati per gridare: «Falsità, solo falsità, le autorità mentono». I cinesi non capiscono e non vedono quanto il loro sistema sia desiderabile? Il punto è un altro: i cinesi conoscono davvero il sistema e non si fermano agli specchietti per le allodole.

QUANTE PERSONE ABBANDONATE IN QUARANTENA

Quante persone, infatti, come il nonno di Zhang Bella, si sono ammalate a Wuhan, hanno cercato invano posto in ospedale, non hanno mai fatto il tampone nonostante presentassero tutti i sintomi del Covid-19 e sono stati messi frettolosamente in quarantena, abbandonati dalle autorità e morti da soli nel letto di casa? Il signor Zhang è stato immediatamente cremato da un’agenzia funebre senza che la sua morte fosse ascritta al virus. L’Oms elogia il governo comunista perché in Cina il coronavirus avrebbe un tasso di mortalità di appena il 3,8%, mentre in Italia già sfiora il 5%. Ma com’è possibile credere alle cifre di Pechino? Quanti signor Zhang ci sono stati in Cina?
A Lianshui, nella provincia dello Jiangsu, un’intera famiglia è stata blindata in casa con sbarre di metallo dalle autorità locali. Sulla porta è stato appeso il cartello: «In questa casa vive una persona rientrata da Wuhan. È vietato toccare». La famiglia ha confessato che sarebbero tutti morti di fame se un vicino, mosso a compassione, non gli avesse calato dal balcone del cibo. Simili metodi di quarantena forzata sono stati applicati in tutta la Cina da zelanti funzionari del Partito. Quante famiglie non hanno avuto la stessa fortuna di quella di Lianshui e sono decedute? Non lo sappiamo, ma come si fa a elogiare la quarantena con caratteristiche cinesi davanti a simili eccessi?

«GUARITI», EPPURE MORTI

E ancora, c’è bisogno di ricordare la vicenda di Yan Xiaowen, chiuso in quarantena insieme al figlio minore e costretto ad abbandonare il figlio maggiore, affetto da paralisi cerebrale, in casa da solo? Le autorità locali della contea di Hongan (Hubei) avevano giurato al padre che si sarebbero presi cura di lui, invece l’hanno lasciato morire di fame in mezzo ai suoi escrementi. «La verità è che è morto e basta», hanno risposto i funzionari del partito locale all’inchiesta seguita al caso. Quante persone, come il figlio di Yan Xiaowen, sono morte per colpa di un sistema autoritario tanto efficiente quanto disumano?
Circa 57 mila persone sono guarite in Cina dal Covid-19, eppure ci sono delle storie che portano a dubitare dei numeri ufficiali rilasciati dalle autorità. Li Liang, come raccontato da Caixin, è stato dichiarato definitivamente guarito il 25 febbraio e posto in quarantena a Wuhan per altre due settimane, come previsto dagli stringenti regolamenti tanto elogiati dai giornali. In quarantena ha cominciato a sentirsi male di nuovo, ma nessun medico lo ha visitato perché il suo caso era risolto e il 5 marzo è stato trovato morto nella sua stanza di hotel dalla moglie. Le tac presentavano ancora problemi ai polmoni ma Li Liang era stato dimesso ugualmente e oggi è ancora contato dalla Cina come un caso medico di successo. Quante persone come Li Liang si trovano tra quei 57 mila “guariti”?

ECCO COME «RIPARTE» L’ECONOMIA IN CINA

Tutti questi dettagli ovviamente non sono mai menzionati da chi liscia il pelo al regime comunista in Cina e poi denuncia il pericolo fascismo in Italia. L’unico problema della quarantena a oltranza riguarderebbe i suoi effetti nefasti sull’economia. Ma Pechino ha dichiarato che l’economia in Cina è già ripartita, fornendo a tutto il mondo dati inequivocabili. Peccato che, ha scoperto Caixin, i numeri sono tanto affidabili quanto quelli delle persone guarite che si godono la convalescenza al cimitero. Infatti, hanno rivelato molti imprenditori al giornale, il governo centrale calcola la ripresa economica di fabbriche e aziende in base al consumo di energia. Per questo, chiede a tutti i segretari locali del Partito comunista di rispettare certe quote di elettricità consumata. I segretari si rifanno sui proprietari delle aziende, che a loro volta azionano e fanno andare anche tutta la notte macchinari, luci e condizionatori. Le aziende però restano vuote e i dipendenti a casa per mancanza di lavoro. Così le quote sono rispettate e l’economia riparte sulla carta anche se nella realtà non cambia niente. «Falsità, solo falsità», come gridavano gli abitanti di Wuhan a Sun Chunlan.
Se a queste storie aggiungiamo che quei medici, giornalisti, professori universitari e singoli cittadini che hanno provato a denunciare sia l’epidemia sia gli errori del governo sono stati arrestati, forse ai tanti leoni da tastiera che popolano il web nostrano non conviene molto elogiare il sistema autoritario cinese. Il governo italiano deve migliorare la gestione dell’emergenza, smettendola di inviare segnali contrastanti e confusi, certo, la gente deve comprendere la gravità della situazione e rispettare le direttive, senza dubbio, ma se proprio dobbiamo rifarci a un modello guardiamo alla Corea del Sud. E lasciamo perdere la Cina, dove il virus è stato bloccato dall’eroismo dei cinesi di Wuhan e non dal governo. (qui)

Poi c’è quest’altro virus, non so se altrettanto o più pericoloso del coronavirus.

Si diffonde in Italia il virus della propaganda cinese: boom di casi positivi tra politici, commentatori e virologi

Sta già accadendo. Oltre al coronavirus, sta circolando in Italia il virus della propaganda cinese, che punta a riabilitare l’immagine di Pechino presentando il “caso Wuhan” come una storia di successo nella lotta al Covid-19 e, quindi, il suo sistema totalitario come un modello in contrapposizione all’inefficienza e alla confusione delle democrazie occidentali.
La posta in gioco è alta per il Partito comunista cinese e il suo leader, Xi Jinping: il mondo è avviato verso una recessione economica globale le cui cause potrebbero essere facilmente ricondotte ai ritardi e alle decisioni sbagliate da parte di Pechino nelle prime settimane di diffusione del nuovo coronavirus a Wuhan. Una relazione di causa-effetto che il regime comunista cinese è determinato a contrastare fin da subito, prima che prenda piede. Ha quindi lanciato una controffensiva propagandistica – magistralmente descritta già qualche giorno fa su Atlantico da Enzo Reale -volta a riscrivere, ribaltandola, la storia del coronavirus.
La controffensiva è globale, ma al momento l’Italia sembra essere il solo Paese occidentale dove fa presa. Ma quali sono i punti forti che vengono “spinti” dai diplomatici e dai media cinesi nel dibattito pubblico occidentale?
Primo, il coronavirus potrebbe non aver avuto origine in Cina. “Anche se scoperto per la prima volta in Cina, non significa che abbia avuto origine in Cina”, ha osservato Zhong Nanshan, uno scienziato, lo scorso 27 febbraio. L’ambasciata cinese di Canberra ha avvertito i giornalisti che sostenere che il coronavirus sia originato in Cina significa “politicizzare” la questione.
Ma l’apparato propagandistico del regime non si accontenta di mettere in dubbio l’origine cinese del virus. No, sta spingendo con forza una teoria cospirazionista, già messa in circolazione da settimane sui social media cinesi, secondo cui sarebbe tutta opera degli Stati Uniti. Un portavoce del Ministero degli esteri, Lijian Zhao, ha ipotizzato dal suo profilo Twitter che sia stato l’esercito americano a portare il virus a Wuhan e diffondere l’epidemia, in occasione dei Giochi militari dell’ottobre 2019, quando proprio a Wuhan arrivarono 300 atleti militari statunitensi. Un altro portavoce del Ministero degli esteri, Geng Shuang, non ha commentato i tweet di Zhao, ma ha dichiarato che “la comunità internazionale ha opinioni diverse” sulle origini del virus, “si tratta di un problema scientifico”. Laddove per “comunità internazionale” intende, ovviamente, la Cina… Il sito delle Forze armate cinesi, Xilu.com, in un articolo sostiene apertamente che il coronavirus sarebbe “un’arma biochimica prodotta dagli Stati Uniti contro la Cina”. Insomma, l’accusa è di un atto di guerra virologica. Anche il Global Times, testata in lingua inglese del Partito comunista cinese, allude nei suoi articoli agli Stati Uniti come origine del virus.
Rimosso prima di essere sottoposto a revisione scientifica, invece, uno studio pubblicato lo scorso 6 febbraio da Botao Xiao, specialista cinese di Dna della South China University of Technology, che in passato ha lavorato presso il laboratorio biochimico di massima sicurezza che si trova proprio a Wuhan, in cui si denunciavano falle negli standard di sicurezza presso il laboratorio, dove venivano condotti studi proprio su ceppi di coronavirus trasmessi da pipistrelli, ipotizzando che il virus possa essere uscito per errore da quella struttura.
Vedremo fino a che punto la pandemia di coronavirus e le responsabilità della sua diffusione entreranno nella nuova Guerra Fredda tra Washington e Pechino, ma la sensazione, soprattutto se dovesse profilarsi una grave e prolungata crisi dell’economia globale, è che il tema possa diventare un nuovo terreno di scontro ai massimi livelli tra le due potenze.
Un altro argomento sostenuto da Pechino è che la sua tempestiva risposta e le misure drastiche adottate abbiano permesso di “comprare tempo”, dando modo alla comunità internazionale di prepararsi. Qui siamo al vero e proprio ribaltamento della realtà. Il tentativo di insabbiamento della nuova emergenza sanitaria da parte di Pechino, già ricostruito da Enzo Reale per Atlantico citando coraggiosi giornalisti cinesi, ha invece permesso al virus di diffondersi a Wuhan nelle prime cruciali settimane, senza che nemmeno i cittadini fossero informati e messi nelle condizioni di prendere le minime precauzioni. È ben noto ormai il silenziamento dei medici che già a fine dicembre avevano dato l’allarme e altresì nota la censura subito scattata sui social nei giorni successivi. Le autorità cinesi hanno parlato per la prima volta di una possibile trasmissione del virus tra esseri umani il 21 gennaio e l’emergenza è stata dichiarata dopo il Capodanno cinese, quando circa 5 milioni di residenti a Wuhan avevano ormai potuto viaggiare liberamente e ignari di tutto nel resto del Paese e all’estero.
La Casa Bianca si è opposta a questa narrazione di Pechino: il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien ha dichiarato mercoledì scorso che l’iniziale insabbiamento e cattiva gestione da parte delle autorità cinesi “probabilmente è costata alla comunità internazionale due mesi” e aggravato l’epidemia a livello globale. “Se avessimo potuto sequenziare il virus e avere la cooperazione necessaria dalla Cina, se i team dell’Oms e i Cdc Usa fossero stati sul campo, avremmo potuto ridurre drasticamente quello che è successo in Cina e accade nel mondo”.
Secondo documenti governativi visionati dal South China Morning Post, il primo caso di coronavirus diagnosticato in Cina, un 55enne della provincia di Hubei, può essere fatto risalire al 17 novembre scorso, e non all’8 dicembre come il governo cinese aveva riferito all’Oms. Al 31 dicembre erano almeno 266 le persone che avevano contratto il nuovo coronavirus ed erano sotto supervisione medica, già 381 al primo di gennaio, mentre ancora l’11 gennaio le autorità sanitarie di Wuhan dichiaravano solo 41 casi confermati. Secondo una testimonianza, la prima diagnosi di un nuovo coronavirus risalirebbe invece al 16 dicembre. Quindi, tra tentativi di comprendere l’origine della malattia e di insabbiamento, sarebbero da un minimo di uno a due pieni i mesi persi.
La terza arma della propaganda cinese è la narrazione delle eroiche gesta del Partito, uscito vittorioso sul virus con il popolo unito e disciplinato dietro di sé. Se la dichiarazione di vittoria appare prematura e, soprattutto, i numeri dichiarati da Pechino non sono in alcun modo verificabili, questa consente al regime di proporsi come modello nella lotta al virus proprio mentre l’epidemia esplode nei Paesi occidentali.
Ma più riguardiamo i numeri italiani di questi giorni (ed europei, a questo punto), più si rafforza il sospetto che i numeri cinesi siano del tutto irrealistici, fuori scala (come sostenuto tra gennaio e febbraio in autorevoli articoli scientifici). Possibile che il 23-24 gennaio Pechino abbia messo in lockdown totale 40 milioni di persone e parte della sua produzione nazionale, mettendo a rischio una crescita economica decennale, per 897 casi e 26 morti allora dichiarati? Possibile che il regime comunista cinese abbia così a cuore la salute dei suoi cittadini? O forse casi e vittime erano già nell’ordine delle migliaia? Se oltre ai ritardi e al tentativo di insabbiamento, i numeri ufficiali cinesi fossero stati più fedeli alla realtà, rappresentando la reale dimensione del contagio e delle vittime (probabilmente da moltiplicare per 10, se non per 100), il resto del mondo avrebbe avuto una diversa percezione della minaccia…
Molti dubbi anche sulla reale portata della ripartenza dell’economia cinese, i cui dati sarebbero affidabili quanto quelli dei decessi. Secondo Caixin, leggiamo sul settimanale Tempi.it, “il governo centrale calcola la ripresa economica di fabbriche e aziende in base al consumo di energia. Per questo, chiede a tutti i segretari locali del Partito comunista di rispettare certe quote di elettricità consumata. I segretari si rifanno sui proprietari delle aziende, che a loro volta azionano e fanno andare anche tutta la notte macchinari, luci e condizionatori. Le aziende però restano vuote e i dipendenti a casa per mancanza di lavoro. Così le quote sono rispettate e l’economia riparte sulla carta anche se nella realtà non cambia niente”.
Sembra però che questa narrazione del “modello Wuhan”, cui seguono offerte di aiuto e dichiarazioni di “amicizia e solidarietà”, sia particolarmente efficace con i Paesi più in difficoltà, come l’Italia. E qui Pechino ha avuto gioco facile, sia per l’influenza nel nostro Paese del “partito sino-eurofilo”, che per la latitanza dell’Ue. Dall’inizio dell’emergenza sanitaria sono arrivate tardivamente, o non sono mai arrivate, le parole di solidarietà di Bruxelles e dei leader degli altri stati membri, mentre di aiuti concreti non s’è vista nemmeno l’ombra. Un vuoto in cui si è abilmente inserita la Cina, facendo arrivare preziosissime forniture sanitarie (mascherine, ventilatori, persino un team di medici), dopo che per giorni il ministro della salute Speranza si era aggirato mendicante per l’Europa ricevendo al più alzate di spalle. “L’Italia ha già chiesto di attivare il meccanismo di protezione civile dell’Unione europea per le forniture di dispositivi medici. Nessun Paese europeo ha risposto”, ha ricordato l’ambasciatore italiano presso l’Ue. Peggio, c’è chi non solo non ha risposto all’sos, ma ha persino bloccato l’esportazione. Una mossa dal forte significato geopolitico, ma anche soprattutto propagandistico da parte cinese.
Sta dando i suoi frutti a Pechino anche l’accordo tra la principale agenzia di stampa italiana, l’Ansa, e quella ufficiale cinese, Xinhua. Quotidianamente infatti l’Ansa fa arrivare sui terminali dei suoi clienti numerosi lanci firmati Xinhua, con risultati comici, se la questione non fosse dannatamente seria, tanto la retorica da propaganda totalitaria è smaccatamente in contrasto con lo stile asciutto e sobrio consono ad un’agenzia di stampa secondo gli standard occidentali… “Covid-19: Cina modello globale per lotta ai contagi”, è il titolo di una Ansa-Xinhua di 7 lanci di giovedì scorso: “Il suo impegno, ampiamente riconosciuto da tutto il resto del mondo, offre un esempio di come costruire una comunità umana unita dal futuro condiviso”.
L’Italia, purtroppo, detiene il record mondiale di casi di coronavirus attivi e di decessi (questi secondi solo alla Cina, per ora), ma molti esponenti di governo e commentatori sembrano trovare soddisfazione nel dare dei criminali al premier britannico Johnson e al presidente americano Trump, sputando sentenze premature sui loro piani di contenimento del contagio (dall’alto dei nostri successi…), mentre esaltano il modello cinese e ringraziano Pechino per i doni – che doni non sono, ma forniture regolarmente acquistate – dimenticando le terribili responsabilità del regime comunista cinese nella diffusione globale del contagio. Dovremmo considerare le forniture consegnate ieri solo un piccolo anticipo del risarcimento danni.
Federico Punzi, 14 Mar 2020, qui.

Passando invece agli orrendissimi modelli negativi, abbiamo Donald Trump, di cui si è parlato qui, a proposito del quale leggo:

Di Trump inutile nemmeno parlare: rischierei il ban, per tutti gli insulti che meriterebbe quel negazionista antiscientifico di un pagliaccio. Di lui parleranno i libri di storia, e purtroppo temo che non ci sia insulto sufficiente a compensare il costo che la sua idiozia e protervia avranno in termini di vite umane. (qui)

Per non parlare di Boris Johnson, a cui quella cloaca che va sotto il nome di Corriere della Sera mette in bocca questo concentrato di cinismo e idiozia:

“Abituatevi a perdere i vostri cari”

quando la citazione esatta è

“I must level with you, level with the British public — more families, many more families are going to lose loved ones before their time”

che esprime vicinanza a tutte quelle famiglie che perderanno prematuramente i propri cari. E questo non è un errore, questa è falsificazione consapevole e intenzionale. Chi poi è propenso a lasciarsi infinocchiare dalle altre infami accuse rivolte a Johnson, dovrebbe prendersi due minuti per leggere qui.

Nel frattempo in Italia la giornata di ieri ha fatto registrare altri 250 morti (a fronte dei 189 del giorno prima) per un totale di 1.266 vittime. 17.660 i casi totali di contagio, con un aumento, nella giornata di ieri, di 2113. E a chi tenta di sbatterci in faccia i guariti, va ricordato che ieri ci sono stati 250 morti e 181 guariti. Chi è in grado di fare due più due si faccia un po’ i conti. Meno male che resta almeno ben saldo il noto umorismo ebraico.
aeroporto BG
barbara

SÌ, QUESTO È UN PRESIDENTE

Donald Trump molto meglio di Mattarella: progetta il discorso alla Nazione in risposta al Coronavirus.

Il Presidente Donald Trump ha annunciato questo mercoledì alla Casa Bianca che si rivolgerà alla Nazione in merito alla battaglia in corso contro il Coronavirus.

Trump ha detto che il discorso alla nazione probabilmente avrà luogo alle 21:00. EST alla Casa Bianca, e ha promesso di condividere i dettagli del piano della sua amministrazione per affrontare la diffusione del virus.
Il Presidente e la Casa Bianca hanno lanciato una serie di proposte, secondo i rapporti, tra cui un maggiore avvertimento sui viaggi da e verso l’Europa e la dichiarazione dell’emergenza nazionale, consentendo alla sua Amministrazione di spendere fondi direttamente, al di fuori quindi delle autorizzazioni del Congresso.
Repubblicani e Democratici sono sembrati concordi sull’idea del Presidente di sospendere la payroll tax per aiutare i lavoratori ed i datori di lavoro a sostenere il calo degli affari a seguito di cancellazioni causate dal virus.
Il Presidente ha parlato con i giornalisti dopo aver incontrato rappresentanti di alcune delle principali banche ed istituzioni finanziarie americane, tra cui Bank of America, Blackstone, Citadel, Citi, Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Trust Financial, U.S. Bank e Wells Fargo.

“Dobbiamo risolvere un problema che quattro settimane fa, nessuno avrebbe pensato che sarebbe stato un problema”.

Molti banchieri hanno espresso ottimismo sulla disponibilità di capitale finanziario, rilevando che non si è verificata una crisi finanziaria nonostante l’andamento del mercato azionario.

Breitbart.com

Mentre il Presidente americano si rivolgerà alla Nazione tutta, gli italiani, al terzo giorno di “quarantena” in tutto il Paese, ancora attendono che il Presidente della Repubblica dica qualcosa. Ecco perché preferiamo sempre un Presidente eletto dal popolo, che uno eletto da pochi parlamentari e che non deve rendere conto di quello che fa ai suoi cittadini. (qui)

Ma sbaglio o ho letto in giro che “Trump non crede al coronavirus”?
E poi occhio a non berci le balle cinesi.

barbara

COME E PERCHÉ IL COVID 19 È DIVENTATO UN’EMERGENZA MONDIALE

Coronavirus, cronaca di un insabbiamento: un manipolo di giornalisti coraggiosi inchioda Pechino

I 15 giorni durante i quali un’epidemia locale si è trasformata in pandemia, per la manifesta volontà di insabbiamento e disinformazione del Partito Comunista Cinese

Chi un giorno racconterà la vera storia del coronavirus dovrà partire da due mattoncini di puro giornalismo che ci arrivano da terre cinesi. Quel che sappiamo sui primi passi dell’epidemia che sta sconvolgendo il pianeta lo dobbiamo finora soprattutto a un quotidiano di Hong Kong e a un sito di informazione di Pechino. Il primo è lo storico South China Morning Post (SCMP), che il 27 febbraio ha pubblicato un dettagliato resoconto della diffusione del Covid-19, frutto del lavoro di cinque reporters inviati a Wuhan dal 3 al 23 gennaio, quando la città venne isolata. Il secondo è una piattaforma digitale di carattere economico che si sta accreditando come la fonte più autorevole per conoscere dall’interno l’evoluzione della crisi sanitaria in corso, in un contesto proibitivo per la libera informazione come quello della Cina continentale: si chiama Caixin Global e i suoi aggiornamenti in tempo reale sono ormai diventati un riferimento a livello internazionale. Mentre a Hong Kong la stampa è ancora relativamente indipendente, Il Caixin Global sa di giocare con il fuoco: facendo un uso molto accorto dei dati in suo possesso, genera articoli difficilmente attaccabili dal punto di vista oggettivo, rinunciando alla critica diretta all’operato del regime. Allo stesso tempo, però, le sue informazioni permettono al lettore di leggere tra le righe di una realtà opaca, condizionata dalle logiche del potere autoritario. Un esempio concreto. Dalla pubblicazione degli aggiornamenti in tempo reale dei contagiati e dei deceduti provincia per provincia si deduce che, dove i funzionari hanno agito tempestivamente e in certi casi al margine delle direttive e delle tempistiche di Pechino, le conseguenze dell’epidemia sono state meno drammatiche. Il ragionamento sotteso conduce direttamente alle responsabilità dei vertici del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping in testa, nella gestione delle prime fasi dell’emergenza, notoriamente decisive.

In un Paese dove il potere costituito non deve rendere conto a nessuno delle sue azioni e in cui lo scrutinio dell’opinione pubblica è praticamente inesistente, il lavoro di pochi giornalisti alieni alle logiche della propaganda rappresenta l’unica possibilità di rompere la barriera della censura.
La ricostruzione della catena di eventi, azioni ed omissioni che hanno determinato la propagazione del virus dalla Cina al resto del mondo è un fattore centrale non solo dal punto di vista sanitario ma anche da quello politico. Assume quindi una speciale rilevanza l’articolo che il Caixin ha pubblicato pochi giorni fa, il cui titolo recita: “Come sono stati individuati, trasmessi e occultati i primi indizi di un virus simile alla SARS“. In patria la versione online è durata poche ore, finché la polizia di Internet l’ha fatta rimuovere dal sito: ma alcuni utenti hanno avuto il tempo di salvarne una copia e di diffonderla in rete. Sulla pagina internazionale l’analisi è disponibile a pagamento. Perché è un documento importante? Perché mette insieme, grazie a un incredibile lavoro di indagine, i tasselli finora disponibili del mosaico coronavirus, dai primi casi manifestatisi a metà dicembre fino al coprifuoco sanitario di Wuhan. A differenza dei colleghi di Hong Kong, però, i giornalisti del Caixin non si limitano alla cronaca degli avvenimenti ma rivelano chiaramente la volontà di insabbiamento da parte delle autorità cinesi. Di seguito i passaggi fondamentali della vicenda, secondo la ricostruzione dell’articolo (occhio alle date).

– La prima notizia di un potenziale caso di polmonite atipica risale al 15 dicembre, quando un sessantacinquenne che lavora al mercato del pesce di Wuhan accusa sintomi di febbre alta e indisposizione. Tre giorni dopo entra in ospedale dove viene trattato con antibiotici ma senza esito. Il 24 dicembre (sono passati già nove giorni dai primi sintomi) un campione del suo fluido polmonare è inviato al Guangzhou Weiyuan Gene Technology Lab., che comincia a lavorare sulla sequenza genetica del virus. Il 27 dicembre il laboratorio contatta l’ospedale di Wuhan e comunica che si tratta di un nuovo coronavirus, di cui ricava un genoma quasi completo, senza peraltro rilasciare un report ufficiale.

– Prima della fine di dicembre l’ospedale di Wuhan raccoglie almeno nove campioni da altrettanti pazienti con polmonite e li manda a differenti laboratori. Il 30 dicembre il Beijing Boao Medical Laboratory informa che i test confermano che si tratta di un virus della famiglia della SARS. Tecnicamente è un errore, come si scoprirà più avanti, ma il richiamo alla nota malattia mette in allarme lo staff medico di Wuhan. È in base a questa informazione che Li Wenliang, un oftalmologo dello stesso ospedale, pubblica attraverso la piattaforma WeChat la notizia secondo cui “ci sono sette casi confermati di SARS provenienti dal mercato del pesce della città e attualmente in isolamento”. Nei giorni successivi Li Wenliang riceve la visita della polizia che lo costringe a firmare un documento in cui ritratta le sue dichiarazioni. Un mese dopo il medico muore in circostanze sospette, ufficialmente a causa dello stesso virus la cui esistenza aveva contribuito a rivelare.

– Tra l’1 e il 3 gennaio il Beijing Boao Medical Laboratory completa l’intera sequenza del virus. Ancora una volta la scoperta non viene annunciata pubblicamente. Sono giorni decisivi per la prevenzione del contagio ma ufficialmente non esistono ancora informazioni sulla malattia. Lo stesso giorno il professor Zhang Yongzhen del Shanghai Public Health Clinical Center riceve i campioni e il 5 gennaio conferma i risultati già ottenuti da altri laboratori, aggiungendo due elementi fondamentali: si tratta di un virus mai visto prima ed è trasmissibile attraverso le vie respiratorie. Zhang Yongzhen comunica i risultati alle autorità sanitarie competenti di Shanghai e raccomanda che vengano adottate misure di prevenzione pubbliche.

– Nel frattempo però succede qualcosa. Il primo giorno dell’anno, il responsabile di uno dei laboratori incaricati delle analisi riceve una telefonata da un ufficiale del Dipartimento di sanità della provincia dell’Hubei che gli ordina di distruggere i campioni in suo possesso e di interrompere la ricerca. Lo avverte che qualsiasi fuga di notizie dovrà essere riportata agli organi competenti. Il 3 gennaio, proprio mentre si isola la sequenza genetica completa, dagli uffici del Ministero della sanità (da Pechino, quindi) arrivano direttive vincolanti sull’utilizzo dei campioni: nessun invio ai laboratori senza autorizzazione degli organismi centrali, soppressione immediata di quelli esistenti, divieto di pubblicazione di qualsiasi informazione su test e attività sperimentali. Passano altri otto giorni – cruciali – senza che le autorità rendano pubblico quello che ormai in ambiente medico tutti conoscono come un nuovo e pericoloso coronavirus. Zhang Yongzhen, a quel punto, decide di pubblicare autonomamente il genoma del virus (è l’11 gennaio) nel database della GenBank e sul sito della GISAID Initiative. Per la prima volta l’informazione è condivisa a livello mondiale. La stessa sera Pechino annuncia finalmente che le informazioni sul coronavirus saranno inviate all’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ventiquattro ore dopo, il laboratorio del professor Zhang Yongzhen viene chiuso per “rettifiche” e, ad oggi, non è stato riaperto.

Conclusione. Dal 27 dicembre all’11 gennaio, sia la popolazione cinese che la comunità internazionale sono state tenute all’oscuro dal governo di Pechino dell’esistenza, delle caratteristiche e del pericolo di diffusione del nuovo coronavirus. Il Partito Comunista ha deliberatamente deciso di occultare gli avvertimenti degli specialisti e i risultati delle prove effettuate. Quindici giorni probabilmente decisivi per il contenimento dell’epidemia, durante i quali un problema locale si è trasformato in fenomeno globale, per la manifesta volontà di insabbiamento e disinformazione delle autorità.

Nel frattempo, secondo i dati ufficiali, più di tremila operatori sanitari hanno contratto il virus in Cina e una decina di medici sono morti. Chi ha provato a denunciare l’opera di manipolazione e propaganda del regime (avvocati, professori e attivisti per i diritti umani) è stato arrestato o ridotto al silenzio. Ma Jian, scrittore dissidente proibito in Cina, ha scritto sul Guardian:

“Negli ultimi 70 anni, il Partito Comunista Cinese ha condannato il suo Paese a una serie di catastrofi provocate dall’uomo, dalla Grande Carestia, alla Rivoluzione Culturale, al massacro di Piazza Tiananmen, alla forte repressione dei diritti a Hong Kong e in Tibet, all’internamento massivo di Uiguri nello Xinjiang. L’omertà e la corruzione ufficiali hanno moltiplicato il numero delle vittime di calamità naturali, dal virus Sars al terremoto del Sichuan”.

L’agenzia statale di notizie Xinhua invece celebra la pubblicazione di un libro in cui si sottolineano “la dedizione, la missione, la visione strategica e la leadership” di Xi Jinping nella “battaglia contro il Covid-19“, che si dà già per vincente.

Ma anche da noi c’è chi esalta l’esempio cinese come modello di gestione delle crisi e delle emergenze, ignorandone le responsabilità, le omissioni e le reiterate violazioni dei codici di condotta. “Qual è il costo della menzogna?”, si chiedeva l’ex membro dell’Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica Valery Legasov a proposito del disastro di Chernobyl? Aggiungerei altre domande: qual è il costo del relativismo morale, della connivenza ideale con le dittature, del masochismo intellettuale delle democrazie, dell’incultura delle nostre classi dirigenti e delle nostre opinioni pubbliche?

 Enzo Reale, 2 Mar 2020, qui.

Ma anche se, grazie ai lodatissimi cinesi la situazione è abbastanza drammatica, non è però disperata: oltre alla tecnologia e alla ricerca di cui ho parlato ieri, abbiamo anche altri motivi di cauto ottimismo, come si usava dire una volta: abbiamo per esempio il sindaco di Firenze che ha la geniale idea di un meraviglioso fine settimana, tre interi giorni, di ingresso gratuito ai musei, in modo da richiamare più gente possibile, sia prima in coda che poi dentro, che dimostreranno che Firenze è ancora una città viva. Poi c’è l’Unione Europea che, come tutti abbiamo potuto constatare, si è prodigata per venire in aiuto ai Paesi membri in difficoltà. E poi, dulcis in fundo, abbiamo la magnifica scoperta di Vincenzo D’Anna (Presidente – ancora non si sa come né perché – dell’Ordine dei Biologi Italiani), antivaccinista convinto

(e si noti la profonda competenza della questione) nonché persona di raffinatissima educazione e rispetto

oltre che giustificazionista nei confronti dello stupro di donne perché “vestite in modo provocatorio” (il video non lo metto, ma potete trovarlo in youtube), la scoperta dicevo, che il corona-virus diffuso in Italia è diverso da quello cinese, “un virus padano esistente negli animali allevati nelle terre ultra concimate con fanghi industriali”. Vero che adesso vi sentite molto meglio?

barbara

CORONAVIRUS: NON SIAMO COMPLETAMENTE IMPOTENTI

Guardiamo innanzitutto questa tabella presa qui, giusto per chiarire che se non è la peste bubbonica, non è però neanche l’influenza stagionale, della quale ha una letalità 200 volte maggiore.
letalità
E ora proseguiamo

Alla ricerca di una cura – parte 1

Questo è il primo di una serie di post che ho deciso di dedicare al racconto di cosa sta succedendo nei laboratori di tutto il mondo, alla ricerca di mezzi per contrastare il nuovo coronavirus SARS-Cov2.
Mi è parso infatti che, anche se non abbiamo ancora una cura, valesse la pena di mostrare a tutti, con parole più semplici possibili, come si stia procedendo per fornire il mondo di nuove armi contro il virus, quali siano le idee da cui si procede e quale sia il progresso attuale della ricerca.

In questa prima parte, ci occuperemo di una piccola molecola molto famosa, la clorochina.
 La trovate in ogni farmacia, in confezioni simili a quella riprodotta qui sotto insieme alla sua formula chimica.
La ragione per cui la clorochina è famosa e per la quale sulla scatola compare una zanzara è presto detta: la clorochina fu scoperta nel 1934 dalla Bayer, e fu a lungo trascurata, finché le prove cliniche ordinate dal governo americano durante la seconda guerra mondiale ne dimostrarono il valore come agente antimalarico. Per questo dal 1947 la clorochina è uno dei farmaci più usati per la profilassi antimalarica in tutto il mondo.
Abbastanza precocemente, tuttavia, ci si rese conto che la clorochina aveva altre, interessanti applicazioni terapeutiche: per esempio, inibisce alcune delle cellule del sistema immunitario implicate nella patogenesi dell’artrite reumatoide. Soprattutto – e qui le cose si fanno più interessanti per i lettori di questo scritto – la clorochina è stata trovata efficace nell’inibire la replicazione di vari tipi di virus: flavivirus, retrovirus (è infatti in alcuni trial clinici contro HIV) e … coronavirus, come si sa dai primi anni duemila.

Ma come fa la clorochina ad esercitare la sua azione antivirale?
 Uno dei processi principali consiste nell’inibire l’assemblaggio di zuccheri complessi a certe componenti del virus o delle cellule umane, zuccheri indispensabili per la replicazione e l’infezione del virus. Anche se può parere strano, infatti, moltissime delle microscopiche componenti di cui noi e i virus siamo fatti – componenti chiamate proteine – devono essere legate chimicamente con ben determinati zuccheri per funzionare correttamente (il processo di aggancio chimico degli zuccheri alle proteine si chiama glicosilazione).
Nel caso di HIV, la clorochina impedisce che le particelle virali siano glicosilate come dovrebbero; questo causa la perdita di infettività dei virus per così dire “incompleti”.
Nel caso del coronavirus che procurò l’epidemia di SARS del 2003, invece, la clorochina impedisce che sia correttamente glicosilata la “porta di ingresso” del virus nelle cellule polmonari, vale a dire la proteina ACE2: con ciò, la clorochina esercita in vitro una profonda azione di contrasto nei confronti di questo virus, molto vicino al virus attuale (che infatti si chiama SARS-cov-2). La clorochina, inoltre, è risultata uno dei soli 4 composti capaci di inibire un altro coronavirus pericoloso, quello che causa la MERS; e la stessa azione si osserva anche in animale su altri coronavirus; tuttavia, finora non sono stati condotti studi significativi su esserei umani, forse perchè, dopo la scoperta del potenziale di questa molecola contro i coronavirus, a fine 2004 l’epidemia di SARS declinò.

Arriviamo quindi ai nostri giorni, e al nuovo coronavirus SARS-Cov2.
 Come i suoi congeneri coronavirus, anche questo virus usa la stessa “porta di ingresso” nella cellula: la proteina ACE2. La mutazione che ha consentito il “salto di specie” dal pipistrello all’uomo è anzi avvenuta proprio su quella parte del virus che serve a legare ACE2, modificando la forma di una proteina virale chiamata “spike”, che qui sotto vedete rappresentata in rosso sulla superficie del virus.
La nuova forma acquisita da “spike” la ha resa simile ad una “chiave” in grado di legare perfettamente ACE2 sulle cellule polmonari: lo sappiamo, perchè, a tempo di record, con una tecnica di microscopia molto potente è stata visualizzato il modo in cui “spike” virale si incastra perfettamente in ACE2 umana, permettendo così al virus di invadere le cellule polmonari.
Per i più curiosi o per chi ama la biologia strutturale come il sottoscritto, questo “incastro” è rappresentato nella figura qui sotto, ove sono visualizzati solo gli “scheletri” di ACE2 e le proteine spike sia di SARS che di SARS-CoV2 (per mostrare che il riconoscimento di ACE2 da parte di entrambi i virus avviene in maniera simile, ma non identica).
Con queste informazioni, è possibile fare un’ipotesi interessante: che la clorochina, eliminando alcuni degli zuccheri da ACE2, così come impedisce il riconoscimento di ACE2 da parte di SARS cambiandone la forma, potrebbe impedire lo stesso processo da parte di SARS-Cov2. In altre parole, se il virus è mutato dal pipistrello, generando una “chiave” che si incastra nella “serratura” ACE2, possiamo immaginare di cambiare la forma della serratura, così come faremmo per impedire di entrare ad ospiti indesiderati che hanno le nostre chiavi di casa.

Bene: funziona questa idea?
Innanzitutto, come sempre, si sono fatte delle prove in laboratorio, su cellula. Il responso è stato chiaro: la clorochina inibisce l’infezione di cellule umane da parte di SARS-Cov2.

Siccome la clorochina è un farmaco di cui non è necessario investigare la tossicità – grazie al fatto che centinaia di milioni di esseri umani da 70 anni ne hanno assunte miliardi di dosi – i ricercatori sono immediatamente passati a sperimentare sui malati. In particolare, in Cina sono partite tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio una quindicina di sperimentazioni controllate in 10 ospedali diversi, per testare la capacità della clorochina di migliorare le condizioni dei pazienti con polmonite più o meno grave.
Il 15 febbraio si è tenuto un meeting che ha riunito tutti gli esperti coinvolti nella sperimentazione, le istituzioni ed il governo cinese. Il consenso pressochè unanime è stato che i pazienti, trattati con clorochina, mostravano netti sintomi di miglioramento, su molti parametri diversi (inclusa la permanenza in ospedale).
Pochi giorni dopo, è uscita una prima, breve pubblicazione scientifica che dà qualche dettaglio in più. Avendo raccolto dati su oltre 100 pazienti, gli autori spiegano che:

chloroquine phosphate is superior to the control treatment in inhibiting the exacerbation of pneumonia, improving lung imaging findings, promoting a virusnegative conversion, and shortening the disease course

Trad.:

la clorochina fosfato è superiore al trattamento di controllo nell’inibire l’aggravarsi della polmonite, nel migliorare gli esiti dell’imaging polmonare, nel promuovere la negatività al virus e nell’accorciare la durata della malattia

Possiamo allora dire che è stata trovata la prima cura? No. Per saperlo, dobbiamo aspettare qualcosa di più di una comunicazione breve e del consenso degli esperti cinesi.
Però, possiamo fiduciosamente guardare agli esiti di questa sperimentazione e sperare che, a breve, non saremo più privi di munizioni contro il virus.
Anche perché, come vedremo nel prossimo scritto, la ricerca avanza su tanti altri, interessantissimi e promettenti fronti.

Enrico Bucci (qui. Andateci, che così vedete anche le illustrazioni)

E un altro aiuto arriva dalla tecnologia israeliana,

oltre al vaccino che si sta rapidamente mettendo a punto in varie parti del mondo. Nel frattempo negli stati Uniti, col primo decesso e una ventina di contagiati in tutto il Paese, è stato dichiarato lo stato di emergenza. Certo che se poi in Iran si mettono a leccare forsennatamente le strutture dei luoghi sacri, per non parlare di quello che succede in Cina (una foto significativa anche nei commenti) e in Corea del Sud, le prospettive non sono davvero rassicuranti. Quanto alle proteste per i disagi provocati dalle misure di contenimento e per le differenze di trattamento (le scuole sì e i negozi no, le chiese sì e i bar no…), vi mando a leggere questo.

barbara

QUANDO LA POLITICA DICHIARA GUERRA A SCIENZA E SALUTE

e scienza e salute vengono sonoramente sconfitte

Coronavirus, lo strano protocollo Toscana-Cina e l’incognita che allarma ma vietato parlarne: l’Africa

Emblematica dell’uso strumentale degli scienziati e della “competenza” da parte della politica è la parabola del virologo Roberto Burioni: da idolo dei “competenti” al governo nella battaglia contro gli antivax, fino all’ultimo bambino non vaccinato, a predicatore nel deserto oggi che il professore sostiene l’isolamento come misura più efficace per impedire la diffusione del coronavirus nel nostro Paese.
Ospite in questi giorni di programmi radiofonici e noti talk show televisivi, non trova più le sponde governative del passato. Burioni è stato uno dei primi e dei pochissimi (in Italia) a dubitare, confortato da autorevoli studi, dell’affidabilità dei numeri ufficiali delle autorità cinesi e dell’Oms. Ieri ha osato denunciare come un “azzardo” sulla pelle dei cittadini la decisione della Regione Toscana di non sottoporre a quarantena i circa 2.500 cinesi che in queste ore stanno rientrando a Firenze e a Prato dalla Cina, in ordine sparso e con voli indiretti, limitandosi a mettere a disposizione un ambulatorio al quale queste persone potranno rivolgersi in caso sopravvengano dei sintomi sospetti (quindi forse quando sarà troppo tardi).
L’ambulatorio è entrato in funzione questa settimana, in uno spazio messo a disposizione dal consolato cinese grazie a un protocollo di collaborazione firmato a Firenze dal presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, e dal console Wang Wengang. La struttura, di proprietà di un cittadino cinese e già attiva come centro medico e diagnostico, sarà ora dedicata “anche” alla valutazione di casi di persone rientrate dalla Cina: alla prima manifestazione dei sintomi, i pazienti potranno rivolgersi al Cup e poi accedere alla struttura, dove saranno visitati ed eventualmente sottoposti al tampone faringeo per il test diagnostico di laboratorio.
Come ricorda Burioni su Medical Facts, in Cina “è in atto una gravissima epidemia, della quale è molto difficile interpretare i numeri. Quelli ufficiali sono molto poco attendibili e istituti molto autorevoli, come l’Imperial College di Londra, stimano che solo una minima parte delle infezioni (il 10 per cento, ndr) venga correttamente diagnosticato”, quindi la Regione Toscana, osserva il virologo, “decide di far correre ai suoi cittadini un rischio evitabile con un minimo disagio per pochissimi di loro”, cioè restando a casa per due settimane.
Sul suo profilo Twitter, Burioni è ancora più polemico in un botta e risposta con il presidente Rossi:

“Il presidente della Regione Toscana, che secondo me sottovaluta il rischio coronavirus, afferma che chi lo critica o è male informato o è fascioleghista. Lo stesso presidente che nella sua regione offre l’omeopatia all’interno del Sistema sanitario nazionale. Complimenti davvero”.

“Dall’omeopatia al coronavirus che è meno pericoloso dell’influenza. Con il presidente della Regione Toscana alla fine tutto torna. Sto rivalutando gli antivax, almeno non avevano responsabilità di governo”.

Il governo ha decretato l’emergenza sanitaria nazionale per il coronavirus, e nominato un commissario ad hoc, quindi appare quanto meno bizzarro che la procedura per gestire i rientri dalla Cina venga lasciata alle valutazioni delle autonomie regionali. Quanto il protocollo toscano si discosta dalle linee guida nazionali? E se non se ne discosta, che bisogno c’era di siglare un protocollo ad hoc tra la Regione e il consolato cinese?
Forse una spiegazione c’è. La “soluzione alla toscana” per questi 2.500 cinesi fa sorgere infatti un inquietante sospetto: che vi fosse un quid pro quo con il ritorno da Wuhan del 17enne italiano Niccolò, bloccato dalle autorità cinesi per alcuni giorni. Può benissimo trattarsi di una coincidenza, ma poche ore dopo il suo atterraggio a Roma, sabato scorso, il presidente Rossi e il console cinese siglavano il protocollo di collaborazione per far tornare senza obbligo di quarantena i 2.500 cinesi. Uno strumento – diciamo inconsueto – e una tempistica piuttosto sospetti.
Ma ora che le misure nei confronti di chi arriva dalla Cina sono state adottate e sembrano funzionare, il vero allarme, di cui naturalmente sembra vietato parlare, si chiama Africa. Com’è noto, il continente è ampiamente impreparato, per stessa ammissione dell’Oms, a diagnosticare ed affrontare il coronavirus. Al momento è buio pesto sulla situazione reale, ma appare davvero improbabile che non vi siano dei casi. L’Africa infatti ospita quasi un milione di cittadini cinesi impegnati nei lavori connessi alle infrastrutture e allo sfruttamento delle risorse minerarie, ed è trascorso almeno un mese e mezzo dall’esplosione dell’epidemia.
Si calcola che circa 1.500 passeggeri in arrivo dalla Cina sbarchino ogni giorno all’aeroporto Bole di Addis Abeba e da qui raggiungano altre destinazioni in Africa, come mostrano alcuni grafici del Brookings Institute.
Ad oggi, le misure adottate negli scali africani sono quelle standard, ovvero la misurazione della temperatura per i passeggeri in transito dalla Cina, ma come sappiamo non si può escludere che i sintomi comincino a manifestarsi anche diversi giorni dopo lo sbarco.
Secondo un reportage della Associated Press dallo Zambia, una delle società che opera nel Paese ha sede proprio a Wuhan e centinaia di persone hanno viaggiato avanti e indietro su quella tratta anche nelle ultime settimane, quando l’emergenza globale non era ancora stata dichiarata (fino al 30 gennaio) e la Cina minimizzava i numeri.
Il timore è che l’assenza fino ad oggi di casi positivi in Africa sia dovuta alla mancanza di test. Martedì scorso, il direttore generale dell’Oms ha annunciato che “entro la fine della settimana”, questo venerdì quindi, 40 Paesi africani avranno la possibilità di testare e diagnosticare il coronavirus. Ottima notizia, la quale però implica che fino ad oggi o a pochi giorni fa (in piena epidemia) quei 40 Paesi non fossero in grado di eseguire test.
Secondo uno studio pubblicato su The Lancet, Egitto, Algeria e Sud Africa sono i Paesi africani più soggetti ad importare casi di coronavirus, ma hanno anche i sistemi sanitari più preparati e meno vulnerabili, mentre Nigeria, Etiopia, Sudan, Angola, Tanzania, Ghana e Kenya corrono minori rischi ma sono meno preparati e più vulnerabili.
“Ho qualche perplessità che i servizi sanitari dei Paesi africani riescano a contenere il contagio”, ha detto all’Ansa la virologa Ilaria Capua. Lo scorso 14 febbraio, al meeting annuale della American Association for the Advancement of Science, Bill Gates ha avvertito che “l’emergenza sanitaria potrebbe rivelarsi estrema, se dovesse diffondersi in aree come l’Africa sub-sahariana o alcune zone dell’Asia. A quel punto, la situazione diverrebbe drammatica. Se questa malattia arrivasse in Africa, creerebbe molti più danni di quanti non ne faccia in Cina”.
La minaccia per l’Italia (e per l’Europa) è costituita anche dai flussi migratori nel Mediterraneo centrale. Se ovviamente il maggior numero di ingressi nel nostro Paese dall’Africa avviene per la via meglio controllata, quella dei voli civili, non sono tuttavia trascurabili i numeri degli sbarchi autonomi o via ong. Cosa succede se tra le centinaia di migranti trasportati ogni settimana, e spesso in un solo giorno, dalle navi delle ong anche uno solo ha contratto il coronavirus e quando sbarca non presenta sintomi?
Non bisogna dimenticare che non si tratta di Ebola, i cui sintomi non permetterebbero ad una persona infetta di avventurarsi in un viaggio come quello dei migranti che si imbarcano in Libia verso l’Italia, ma di un virus con sintomi iniziali anche molto lievi, simili a quelli dell’influenza e del raffreddore. Dato il periodo di incubazione fino a due settimane, uno o più migranti che sbarcano potrebbero essere contagiati ma presentarsi in perfetta salute ai controlli per poi ammalarsi diversi giorni dopo, chissà dove, infettando altre persone e innescando una catena di contagi a cui sarebbe difficilissimo risalire. Alcuni studi pubblicati recentemente su autorevoli riviste scientifiche indicano anche la possibilità di trasmissione del virus durante il periodo di incubazione, da persone asintomatiche o che presentano sintomi minimi, difficilmente rilevabili dai normali controlli.
Dunque, non è esagerato chiedere quali siano le valutazioni fatte in merito dal Ministero della salute e dal commissario straordinario, se e quali più stringenti misure siano state o verranno adottate, mentre il governo sta pensando, al contrario, con infelice tempismo, di smantellare i decreti sicurezza.

Federico Punzi, 20 Feb 2020, qui.

E dunque se chiedi la messa in quarantena delle persone a rischio per evitare che si inneschi una catena incontrollata e incontrollabile di contagi, sei fascioleghista. E questa è la gente pagata per governarci: il governo insediato dal nostro ineffabile signor Presidente della Repubblica per scongiurare la dittatura fascista di Salvini, che per non rischiare di essere fascioleghista attenta alla salute e alla vita dei suoi cittadini. E uno si chiede: se impedire di sbarcare (ma non di andarsene) a persone prive di documenti (più o meno come quando io non permetto di entrare in casa mia a testimoni di Geova, distributori di Giornale Comunista e paccottiglia varia) è sequestro di persona, da punire con trent’anni di galera, come si configura l’operato del signor Enrico Rossi, di professione antifascioleghista?

PS: un medico con cui ho parlato ieri mi ha detto: “Mi sono confrontato con diversi colleghi che come me hanno seguito da vicino tutta la vicenda, e siamo giunti tutti alla stessa conclusione: quello che hanno costruito in Cina non è un ospedale, bensì un’immensa camera mortuaria, dove sistemare gli ammalati più gravi e lasciarli morire isolati, perché lì non c’è niente per curare, né ossigeno per chi ha difficoltà respiratorie, né nient’altro.” Non ci avevo pensato, ma potrebbe non avere torto.

PPS: nel frattempo un paio di decine di contagiati e due morti in Iran.

barbara

QUELLE FAMOSE ANTICHISSIME TRADIZIONI CINESI – PARTE SECONDA

Sì, d’accordo, costruiscono in dieci giorni un ospedale da campo che noi italiani fancazzisti caciaroni pasticcioni completiamo in tre o quattro; in campo alimentare hanno condizioni igieniche che solo a vederle ci viene da vomitare;
Cina a
Cina b
Cina c
Cina d
Cina e
fra le loro antiche gloriose tradizioni hanno avuto quella di massacrare per secoli i piedi delle loro donne, trasformandole in deliziosi soprammobili – costantemente sofferenti, ma deliziose – relegati tra le mura domestiche; le famiglie povere vendevano le figlie all’età di tre anni alle famiglie ricche, quelle brutte per fare le donne di servizio, quelle belle per i piaceri sessuali dei signori (sì, a tre anni; testimoniato nei libri di Pearl S. Buck); hanno attuato deliranti e devastanti politiche agricole; con la politica del figlio unico unita al mito del figlio maschio hanno indotto decine di milioni di donne a praticare l’aborto selettivo e l’infanticidio, col risultato di ritrovarsi poi con uno spaventoso numero di uomini senza donne e di comprare poi schiave all’estero (questa è solo l’ultima emersa); per non parlare di tutto l’apparato oppressivo, dai campi “di rieducazione” che ben poco hanno da invidiare ai campi di concentramento nazisti, al divieto di sposarsi senza l’autorizzazione del partito, alla deportazione in caso di scoperta di relazioni sessuali eccetera eccetera. OK, tutto vero, però la Cina ci ha almeno regalato quella autentica panacea di tutti i mali che è l’agopuntura, capace di curare qualunque dolore, di guarire qualunque malattia, che permette addirittura di eseguire interventi chirurgici senza anestesia. E questa è un’antichissima tradizione cinese. E funziona. Giusto?  Ehm…

Punti nel vivo: l’agopuntura, un mito intoccabile.

L’articolo, molto lungo, di cui tralascio ampie parti – che potete leggere qui, dove potrete trovare anche le immagini e vari link – è una risposta a una critica alle sue affermazioni sull’agopuntura.

Elenco le sue principali affermazioni estratte singolarmente per comodità.

1) L’agopuntura risale al III millennio a.C.

La storia ci dice che il primo documento scritto che descrive qualcosa di simile all’agopuntura risale forse al III secolo a.C., probabilmente al secondo secolo a.C. (la fonte più accreditata è lo Huangdi Neijing, il primo testo storico di medicina cinese, ma lo dicono due esperti agopuntori cinesi, in un loro testo, manuale adottato ufficialmente dagli studenti cinesi di agopuntura), che descrive i “nove aghi”, la prima forma descritta di “ago” per uso medico ed ecco scomparsi già i millenni di storia, rivelazione proveniente da chi di agopuntura ne capisce abbastanza e lo conferma Plinio Prioreschi, noto storico della medicina, come risale al II secolo avanti Cristo il Lingshu (antico testo di medicina tradizionale cinese, forse il più noto) che descrive ancora “i nove aghi” della medicina cinese, strumenti chirurgici veri e propri che nulla avevano a che vedere con gli aghi da agopuntura ma avevano ognuno un ruolo ben preciso: drenaggio, puntura, massaggio, taglio, incisione, eccetera, esattamente come qualsiasi strumento chirurgico primitivo di qualsiasi parte del mondo (antico).
Che l’agopuntura sia una pratica medica che risalga al massimo ai primi secoli prima di Cristo lo affermano varie fonti “insospettabili”, anche “di parte”, altre sono molto vaghe, il NCCAM (il centro per le medicine alternative e complementari del National Institute of Health), dice come sia stata “practiced in China and other Asian countries for thousands of years” (“praticata in Cina  ed altri paesi orientali per migliaia di anni”) ma persino lo stesso termine cinese (针 Chen) che definisce l’agopuntura, è stato scritto per la prima volta un secolo prima della nascita di Cristo.
Questa è storia, chi si documenta seriamente ed onestamente sull’argomento, non ha particolari dubbi, l’agopuntura è nata attorno al 100 a.C. in forma primitiva e poco simile alla forma moderna e tutti gli altri racconti che la vogliono come pratica plurimillenaria, risalente a 3000 o 6000 anni prima di Cristo sono leggende senza alcuna base storica, l’agopuntura moderna è ancora più recente (e di molto).
Tutti gli altri report che gli agopuntori legano all’origine di questa pratica sono infatti documenti culturalmente rilevanti ma che con l’agopuntura non hanno niente a che vedere (descrivono pietre o lance infisse per “curare” ed “estrarre il male”, punte arrotondate per massaggiare parti doloranti, punte di metallo per incidere ascessi, trapanature, cauterizzazioni, tanto che lo scopo di molti di questi strumenti era proprio quello di procurare sanguinamento…). Sono gli stessi strumenti che usavano le popolazioni primitive occidentali ed avevano lo stesso scopo.
Anche da noi in occidente (epoca romana, antico Egitto, Britannia…), infatti, esistono antichi strumenti a punta (anche in ferro), utili per eseguire i primi e primitivi interventi chirurgici (lance, punte, aste di metallo) ma nessuno si sognerebbe mai di chiamarli aghi. Chi legge comunque può giudicare se gli “antichi aghi da agopuntura” siano paragonabili all’uso che se ne fa in questa pratica.
Antichi strumenti orientali descritti come “primi esempi di aghi da agopuntura” (206 a.C.), sono i “nove aghi dell’agopuntura antica”, ognuno con uno scopo preciso e descritto nei documenti storici (utilizzati per incisioni, svuotamenti, trapanazioni, cauterizzazioni) come si evince d’altronde dalle loro dimensioni e dallo spessore, simili agli strumenti della medicina preistorica occidentale. Questi sono strumenti di circa 2000 anni fa, per molti agopuntori, gli aghi esistevano già 6000 anni fa.
I “nove aghi” dell’agopuntura, sono descritti nei primi testi storici di medicina cinese, risalenti al I-III secolo avanti Cristo, è falsa la teoria che vuole l’agopuntura risalire a 3000 e più anni prima di Cristo.
Perdoni la mia ignoranza quindi, ma dalla mia conoscenza dell’agopuntura (sicuramente mai pari alla sua), questa si basa sull’infissione di aghi nella cute. Chiaramente per essere infisso nella cute avendo un effetto benefico senza risultare “rischioso”, l’ago deve essere particolarmente sottile (e resistente o si spezzerebbe) tanto che oggi si usano aghi da meno di 1 millimetro. Cioè, non è che si possa dire che dare una pugnalata alle spalle sia una forma di agopuntura, ne conviene? Altrimenti chiunque facesse iniezioni intramuscolo potrebbe definirsi “agopuntore”. Varianti dell’agopuntura come l’auricoloterapia poi, hanno origine solo pochi secoli fa, nessuna tradizione millenaria. Il fatto che molti di questi “aghi preistorici” abbia un buco sulla sommità, non le fa venire il sospetto di un suo uso molto più… occidentale di quanto sia fatto credere dai fautori dell’agopuntura (suggerimento: cruna)?
Che l’agopuntura possa derivare da antichi riti (anche preistorici) quindi o da superstizioni lontane nei millenni mi starebbe pure bene (c’è chi dice derivi dalla demonologia, addirittura e molti la legano all’astrologia, con la quale ha interessanti connessioni), ma naturalmente non mi riferisco all’origine della medicina in Cina ma all’origine dei princìpi dell’agopuntura. Se agopuntura significa “infissione di aghi sulla cute” (lo dice il nome stesso), che senso ha indicare come “strumenti da agopuntura” grosse punte di metallo che sono comuni in tutte le medicine preistoriche di tutto il mondo? La diceria che l’agopuntura abbia origine migliaia di anni prima di Cristo è una semplice operazione di marketing, non storica.
Non per niente ancora oggi in oriente è utilizzata proprio la tecnica del salasso (incisione della cute con scalpelli che prevede fuoriuscita di sangue) che ha degli specifici punti di applicazione (con delle punte si incide la cute in punti specifici per ogni malattia e tradizionali, per “estrarre il male”) diversi dall’agopuntura, esattamente come da noi in occidente molti secoli fa, eppure nessuno osa sostenere che le tecniche di salasso siano una sorta di agopuntura primitiva.
Riuscirebbe d’altronde a farmi vedere (anche solo per curiosità e vista la sua trentacinquennale esperienza) un ago (quindi con una punta molto sottile e resistente) in acciaio (ma anche di legno o di osso) del III millennio a. C. inseribile nella cute senza provocare gravi danni? Riuscirebbe nello stesso tempo a spiegarmi con quale tecnica gli uomini del 3000 a.C. sarebbero riusciti a costruire aghi così sottili da non assomigliare più a punte di lancia o coltelli? Perché lei avrà sicuramente ragione ad affermare che ciò che dico è sbagliato (ed anche banale), ma a questo punto tocca a lei farmi da maestro e farlo anche a chi vuole conoscere meglio la storia dell’agopuntura.
Naturalmente non serve mostrarmi pietre, punte o pezzi di legno come “antica agopuntura”, qui parliamo di aghi, giusto?
L’origine storica dell’agopuntura quindi è molto ma molto più recente rispetto a quando il marketing cerchi di farla risalire, tanto che nemmeno gli agopuntori sono mai riusciti a datare accuratamente questa fantomatica origine (se fosse un fatto “storico” la datazione sarebbe immediata) dando delle date a caso, c’è chi la fa risalire (tra gli agopuntori, naturalmente) addirittura a 3.000.000 di anni fa! Prima della comparsa dell’uomo!
La diffusione in Cina dell’agopuntura, invece, fu opera di Mao che, per offrire alle fasce povere della popolazione una cura non costosa (che non potevano permettersi), pubblicizzò l’agopuntura (alla quale peraltro non credeva neanche lui).

2) I punti da agopuntura corrispondono a strutture esistenti

Falso o almeno, se proprio vogliamo essere letterali discutibile. Naturalmente è facile trovare una corrispondenza tra qualche struttura anatomica ed un punto di agopuntura (sono disseminati praticamente dovunque, dalla testa ai piedi, sul corpo umano non c’è zona con “niente” sotto la pelle), è molto più complicato dimostrare come ad ognuno di essi corrisponda una struttura anatomica precisa ed esclusiva o che un punto di agopuntura abbia caratteristiche diverse da un punto del corpo a caso, non per niente esistono studi che mostrano come un effetto analgesico avvenga infliggendo aghi in punti “a caso” e non in quelli dell’agopuntura, addirittura fingendo di infliggere aghi e conoscerà sicuramente il “needle effect” (effetto dell’ago) che mostra come l’effetto analgesico dipenda da “come” si infili l’ago e non dal “dove” e che l’efficacia di questo effetto dipenda anche dallo “stato d’animo” del paziente. Il dott. Giovanardi avrebbe un modo semplicissimo per dimostrarmi che “i meridiani” siano strutture anatomicamente reali ed esistenti, mostrarmi una pagina di un testo di anatomia umana che li illustri, che ne descriva il decorso, l’aspetto, la struttura. Se non esiste, evidentemente non si tratta di punti anatomici ma di punti letteralmente immaginari, inventati.
Come fa un medico a definire “esistenti” delle strutture che nel 2014 nessuno vede e nessun testo di anatomia umana descrive? Qualche agopunturista dice che, se “pungere” questi punti ha un effetto, evidentemente in quei punti deve esserci qualcosa.
L’ho detto prima, che un effetto dopo aver infilzato un ago nella pelle esista non stupisce nessuno, stupisce invece credere che intervengano forze oscure, immateriali e impalpabili. I punti da agopuntura sono del tutto inventati, non seguono il decorso di vasi sanguigni o nervi, non corrispondono in maniera univoca ad organi o punti particolari dell’anatomia umana, sono punti a caso, cambiati negli anni, senza alcuna “evidenza” anatomica o fisiologica. Secondo gli agopuntori, questi punti corrispondono a linee altrettanto immaginarie, i meridiani, che corrispondono a “canali” nei quali scorre il “flusso energetico” che pone il nostro organismo in equilibrio: dove sono questi canali? Me ne mostrerebbe uno? Il flusso? Di che tipo? Come lo misuriamo?
Che un ago infilzato sulla pelle stimoli particolari zone cerebrali, può stupire chi non conosce la fisiologia, visto che pure una martellata su un braccio stimolerà le stesse aree (ed in maniera più evidente). Non si tratta di fantascienza, ma di fisiologia spicciola. Le stesse aree cerebrali infatti, sono stimolate dalla “falsa agopuntura” (sham acupuncture), ovvero da aghi retrattili che non penetrano la cute e… guardacaso, anche questi hanno effetti (e non importava neanche dove venissero inseriti!). Basarsi su queste cose può essere giustificato quando un agopuntore parla con un profano, con chi non conosce i meccanismi di base dell’elettrofisiologia, con chi non sa cosa sono le tecniche di “neuroimaging”: anche una carezza modifica la risposta delle aree cerebrali.
Per “dimostrare” la consistenza scientifica dei punti da agopuntura, lei cita prima una ricerca sui conigli su una rivista scientifica di elettronica nemmeno indicizzata su Pubmed (eppure una scoperta del genere meriterebbe ben altri palchi scientifici), poi una ricerca che mostrerebbe particolarità di tipo elettrico nei punti da agopuntura (variazioni elettriche), ma la sua sicura conoscenza delle regole della ricerca (corretta) sa benissimo che non è uno studio (ma neanche 100 se vogliamo) che trae una conclusione, ancora di più quando lo studio citato è poco importante, ha parecchi punti deboli (in inglese si chiamano flawed data) o si trova tra altri studi di tenore opposto, come quello che cito io (realizzato anche da agopuntori, pensi un po’) che dice l’esatto contrario, che cioè non è per niente dimostrata una corrispondenza tra i punti dell’agopuntura ed eventuali alterazioni elettriche. L’ipotesi che nei punti da agopuntura esistano particolarità di tipo elettrico è ad oggi del tutto indimostrata, messa in dubbio e discussa persino da centri di eccellenza di medicina complementare.
I punti di agopuntura sono talmente tanti che ricoprono tutto il corpo. Studi hanno dimostrato che non fosse importante rispettarne la localizzazione per ottenere un effetto sull’uomo.
Pensi che sempre il NCCAM ha finanziato uno studio (pubblicato su una rivista di medicine complementari!) che conclude come non vi sia alcuna attendibilità in questi studi sulle variazioni elettriche cutanee in agopuntura. Parola di Andrew Ahn, docente all’istituto di medicina complementare della Harvard School di Boston, studioso che lei sicuramente conoscerà. Curioso, non crede?
Gli studi, alcuni agopuntori e persino scuole ed istituzioni di medicina complementare dicono che quello che lei dice è sbagliato, non se la prenda con me quindi.
Sono comunque disponibile ad un esperimento controllato. Lei scelga il macchinario più adatto per la misurazione di una caratteristica a sua scelta di particolari punti da agopuntura (per esempio quelli sulla schiena). Su 20 soggetti dovrà dirmi (senza l’aiuto della vista) quale punto di agopuntura sta misurando (schiena? Polpaccio? Gamba?). Se li descrive tutti esattamente, evidentemente potrebbe essere un risultato interessante, se sbaglia in maniera significativa evidentemente ha tirato ad indovinare e quindi lei, esperto trentennale, non sa distinguere un punto da agopuntura da un altro (naturalmente decideremo assieme i particolari e le sicurezze di controllo dell’esperimento). Essendo il rappresentante (con esperienza trentacinquennale) di una società ufficiale di agopuntura, nessuno potrà dire che l’esperimento sia stato effettuato da persona inesperta, quindi lei ha un modo facilissimo per dimostrare a tutti che i punti da agopuntura esistono e sono identificabili.
Accetta?

3) Gli effetti

[…] Le uniche patologie per le quali l’agopuntura sembra avere qualche evidenza (anche qui, per niente dimostrata in maniera inequivocabile) sono quelle di tipo doloroso, come la cefalea ed i dolori articolari (non le elenco la mole di studi anche in questo campo) e qualche problema di tipo psicosomatico, tutti problemi che risentono tantissimo dell’effetto placebo ed anche in questo senso non si è giunti ad una conclusione univoca. Per il resto l’agopuntura non ha mai mostrato efficacia superiore al placebo (parliamo naturalmente degli studi più corretti, altrimenti la discussione non ha senso) e soprattutto non cambia il decorso di malattie considerate incurabili dalla medicina (un fenomeno che si ripete stranamente in maniera costante in tutte le medicine alternative, funzionano solo dove si riesce a guarire da soli o con i farmaci, altrimenti esisterebbero agopuntori che curano i loro pazienti solo con gli aghi con file di clienti soddisfatti e sani). Vuole che le elenco gli studi? Non credo ce ne sia bisogno, li conosce sicuramente. Ma giusto per non sembrare autoreferenziale le indico un paio di analisi della Cochrane (così andiamo dritto al punto), come quella sui sintomi della menopausa, quella sull’incontinenza o quella sulla riabilitazione post trauma (fatta da medici cinesi) (anzi, visto che lei ne ha inserita una sulla procreazione assistita ne aggiungo uno anche io). Risultati? Placebo. Placebo. Placebo, ben che vada i risultati sono definiti “incerti” e “da confermare”, l’agopuntura mostra di non funzionare nemmeno per smettere di fumare e…sorpresa, anche l’effetto sul dolore non è per niente così “accertato”. Naturalmente esistono centinaia di studi che mostrano effetti evidenti dell’agopuntura, ma si tratta nella quasi totalità dei casi di studi debolissimi, fatti male, pubblicati su riviste di scarsissimo valore (quando non evidentemente di parte) ed a questo proposito le riporto l’opinione dell’accademia francese di medicina a proposito degli studi sull’agopuntura:
“la loro qualità è, per molti di essi, considerata mediocre per chi li valuta con i criteri della medicina fondata su prove (errori di metodo, assenza o imperfezione del placebo, “doppio cieco” insoddisfacente, mancanza di significatività statistica dei risultati, impossibilità di una meta analisi”
Se una pratica medica funzionasse senza ombra di dubbio, d’altronde, non servirebbero migliaia di studi che cercano di dimostrarlo “da 6000 anni”, chi potrebbe dire oggi con uno studio che un antibiotico non funziona? Sarebbe molto complicato. C’è uno studio recente molto interessante che fa capire come “fare qualcosa” (in questi casi infilzare aghi sulla cute) sia molto meglio del “non fare niente” e che fa comprendere le potenzialità dell’effetto placebo (e quindi dell’agopuntura). Hanno misurato gli effetti sull’asma con 5 diversi “trattamenti”:

1) Broncodilatatore
2) Placebo
3) Agopuntura vera
4) Agopuntura finta (aghi retrattili)
5) Nessun intervento

L’effetto migliore è stato oggettivamente (in maniera misurabile) quello del farmaco, l’agopuntura ha funzionato peggio ed allo stesso modo di tutti gli altri interventi (quindi della falsa agopuntura, del placebo e del non fare nulla: in pratica un buon effetto placebo) ma quando si chiedeva ai pazienti un giudizio sui loro sintomi, ecco che agopuntura vera, falsa e farmaco avrebbero funzionato (a giudizio soggettivo) bene ed allo stesso modo, molto più del semplice “non far nulla”. In pratica per gli strumenti funziona il farmaco ma non l’agopuntura, per il giudizio personale funziona tutto tranne il “non far nulla”.
Non è affascinante come il metro di giudizio soggettivo sia del tutto diverso da quello oggettivo, strumentale?
Questo significa che l’agopuntura sia una truffa oppure che lei nonostante la sua esperienza trentacinquennale sia poco aggiornato?
No, significa che le teorie dell’agopuntura, ad oggi considerate non scientifiche, restano non scientificamente dimostrate e che deve buona parte dei suoi successi all’effetto placebo, lo stesso che si ottiene usando una finta agopuntura, altrimenti non saremmo qui a parlarne e non continuerebbe la ricerca, finora infruttuosa, dell’esistenza dei meridiani o del “Qi” o dei punti da agopuntura, questa è la posizione della comunità scientifica, non quella mia, personale.
Io non ho detto che un agopuntore sia un ignorante ma che l’agopuntura non abbia efficacia dimostrata.
Lei non ha dimostrato l’efficacia dell’agopuntura ma mi ha dato dell’ignorante.
Trovi le differenze.
Oltre ad essere legale, infliggere aghi sulla cute può (a volte) avere qualche effetto limitato su certi tipi di dolore, l’ho già detto, ma può avere alcuni rischi e non ha effetti dimostrati in nessuna patologia. È corretto quindi e doveroso essere onesti: spiegare al paziente che somministrare agopuntura significa provare un metodo non scientificamente dimostrato, che può avere alcuni rischi e che si basa su teorie pseudoscientifiche.
Aggiungo che sono state avanzate diverse ipotesi che spiegano il funzionamento dell’agopuntura su queste patologie, oltre al già citato effetto placebo, conosciamo ad esempio effetti neurologici noti (come l’effetto “distrazione” che si usa in diversi ambiti senza per questo evocare spiriti maligni o danze vudù) o la produzione di sostanze come le endorfine o l’azione sui recettori dell’adenosina (meccanismi che rientrano perfettamente nel già citato effetto placebo). Questo significa che, rispetto ad altre medicine non convenzionali (per esempio l’omeopatia), l’agopuntura, prevedendo un’azione fisica (l’infissione di aghi, appunto), può suscitare delle reazioni visibili, fisiologiche e misurabili. Nulla di magico né di incredibile, ma da questo dire che i meridiani esistano o l’agopuntore curi gli “squilibri energetici” ce ne passa (lo dicono gli studi e l’oggettività dei fatti, ripeto, non io). Per questo il mio atteggiamento nei confronti di questa pratica è quello di ammettere un effetto fisico (per forza, è ìnsito nella stessa tecnica), ammettere la possibilità, a volte, di migliorare alcuni stati di tipo doloroso (per vari meccanismi conosciuti), ma nello stesso tempo mi piacerebbe che i colleghi agopuntori si mantenessero nel campo della scienza, non della pseudomedicina parlando di energie o fantasiosi flussi corporei.
Sono convintissimo ad esempio, che l’agopuntura possa agire su disturbi di lieve entità di tipo doloroso, psicosomatico, psicologico, fa risparmiare soldi ed ha meno effetti collaterali dei farmaci, ma lasciamo stare le energie cosmiche, parliamo di placebo, endorfine, endocannabinoidi, “bridge effect”.
Se poi lei da medico che ha studiato fisica, chimica, biologia e fisiologia, vuole dirmi che crede ai “flussi di energia” o al Qi, naturalmente è libero di farlo, ma non può pretendere che lo faccia io o che si debba andare contro la scienza semplicemente perché lo dice lei senza aver mai mostrato al mondo questi fantasmagorici flussi e soprattutto non può vendere ai pazienti come scientifici, dei concetti assolutamente astratti ed indimostrati, questa è onestà e deontologia: un collega che pratica anche agopuntura mi ha raccontato di docente in una scuola di agopuntura che disse agli allievi: “se curate una polmonite con l’agopuntura sarei il primo a denunciarvi, esistono gli antibiotici”. […]

Ricapitolando, l’agopuntura come la conosciamo è una pratica recentissima (introdotta da Mao, quindi  nella seconda metà del XX secolo), e nonostante l’immensa mole di ricerche, non è in grado di produrre alcun beneficio documentabile oltre al placebo, oltre a non essere mai stata in alcun modo dimostrata l’esistenza di questi fantomatici “meridiani” e degli altrettanto fantomatici “flussi di energia”, vale a dire che è una pura e semplice ciarlataneria, al pari di omeopatia, pranoterapia, digitopressione, shatsu, riflessologia, cristalloterapia, ayurveda eccetera eccetera. Personalmente, in parte a naso e in parte per una questione di logica, non ci ho mai creduto, e quando una fisioterapista ha detto “le metto questi tre aghini nella schiena”, ho detto in modo molto fermo “no, per favore”. “Ma sono sottilissimi, non li sente”. Non ho avuto il coraggio di dirle che il problema non era quello, bensì il fatto che non credevo minimamente alla loro utilità. Allora mi ha proposto in alternativa uno stimolatore elettrico e quello l’ho accettato: in effetti non so se faccia qualcosa, ma la possibilità penso che ci sia. Poi, volendo, per altre documentazioni sull’agopuntura potete andare qui e qui.

Va bene, tutta le famose antichissime tradizioni cinesi sono mastodontiche ciofeche, ma che nella ginnastica nessuno al mondo li batta è un fatto autentico, vero? Sì, quello è un fatto autentico. Autenticissimo.

barbara

QUELLE FAMOSE ANTICHISSIME TRADIZIONI CINESI – PARTE PRIMA

Che vanno rispettate perché sono antichissime. E perché sono cinesi. Che a voler pignoleggiare, ci sono state delle antichissime tradizioni che per garantire solidità a un edificio esigevano di cementare vivo nelle fondamenta un figlio neonato, e di far passare per il fuoco un figlio neonato per ottenere il favore degli dei in qualche impresa che ci si accingeva a intraprendere: dobbiamo rispettarle? Dobbiamo adottarle? Quello che noto è che il mantra “antica tradizione cinese” sembra essere l’argomento principe per chiudere la bocca a qualunque obiezione o critica, come è avvenuto qui, prima nella cosa descritta alla fine del post, poi nei commenti, con minaccia di querele per non avere manifestato il dovuto rispetto nei confronti della “antichissima tradizione cinese”, e con successivo intervento di un altro commentatore che pretende rispetto per una “antichissima disciplina” che, oltre a essere contro natura provoca anche, come raccontato dal commentatore stesso, gravissimi danni alla salute.
Un’altra antichissima tradizione cinese, figlia dell’antica e nobile cultura cinese, è la legatura dei piedi.

La pianta dei piedi veniva piegata e mantenuta di una lunghezza tra i 7 e i 12 centimetri.
piedi Cina 4
Nelle famiglie più ricche ed influenti le bambine venivano fasciate quando erano molto piccole, in base al loro sviluppo, in genere tra i 2 e gli 8 anni; questo rendeva la pratica meno dolorosa e meno traumatica psicologicamente. Nelle classi contadine la fasciatura cominciava più tardi perché le bambine dovevano essere abili al lavoro fino a che non si concordava loro un matrimonio, o fino a che non erano in età da matrimonio, comunque prima dei 15 anni, finché le ossa erano ancora malleabili.
Per deformare i piedi nella loro forma definitiva erano necessari almeno 3 anni, talvolta anche 5 o 10. Per tutta la vita, i piedi necessitavano di continue attenzioni e di scarpine rigide che fossero sufficientemente resistenti da sorreggere il peso della donna. Le scarpette andavano indossate anche di notte affinché la deformazione non regredisse. Dopo la fasciatura il piede assumeva una forma a mezzaluna.
piedi Cina 1
Prima di essere fasciati, i piedi erano lavati e puliti dai residui organici (pelle morta e ulcere), quindi erano cosparsi di allume, avente funzione anti-emorragica e coagulante. La benda era larga cinque cm e lunga fino a tre metri.
La deformazione consisteva in due operazioni distinte:

  1. piegare le quattro dita più piccole (ad esclusione dell’alluce) al di sotto della pianta del piede
  2. avvicinare l’alluce ed il tallone inarcando il collo del piede. Le articolazioni del tarso e le ossa metatarsali venivano progressivamente deformate.

piedi cina 2

In questo modo i talloni diventano l’unico punto di appoggio, causando l’andatura fluttuante della donna, come il loto che si piega al vento.
Nelle famiglie povere, in cui le ragazze dovevano conservare la capacità di camminare per lavorare, era praticata una fasciatura leggera consistente solo nella prima delle due operazioni (il ripiegamento delle dita). Il piede rimaneva più grande e precludeva il matrimonio con un uomo di ceto elevato. Nella Cina meridionale, era praticato un terzo tipo di fasciatura in cui, invece delle due suddette operazioni, l’alluce veniva piegato all’indietro e verso l’alto.
La pratica era molto dolorosa, perché il piede non smetteva di crescere ma cresceva deformato: le ossa conseguentemente si frastagliavano per poi saldarsi irregolarmente. Spesso le ossa dei metatarsi si rompevano, o venivano appositamente rotte, così come le articolazioni.
piedi Cina 6
Le unghie andavano sempre tagliate molto corte per evitare infezioni, ma nonostante tutti gli accorgimenti una fasciatura poteva portare a infezioni, setticemia, gangrena anche con perdita delle dita. Talvolta era necessario asportare i calli con un coltello o praticare un profondo taglio al di sotto della pianta per asportare la carne eccedente e facilitare l’avvicinamento dell’alluce e del tallone.
piedi Cina 5
I piedi così deformati erano coperti da minuscole scarpine lavorate, fabbricate dalla donna per esaltare la forma del piede
piedi Cina 3
e per mostrare le sue doti artigianali; erano accuratamente disegnate per evidenziare la forma arcuata ed appuntita del piede. Ogni scarpina era una forma d’arte ed un passaporto della donna. La dimensione del piede, e la struttura della scarpa dicevano tutto ciò che era necessario su di una donna: la sua capacità di sopportare il dolore, le sue abilità casalinghe.

«Quando avevo sette anni, mia madre mi lavò i piedi, li cosparse di allume e mi tagliò le unghie. Poi mi piegò le dita contro la pianta del piede, legandomele con una fascia lunga tre metri e larga cinque centimetri, cominciando dal piede destro e passando poi al sinistro. Mi ordinò di camminare, ma quando ci provai, il dolore fu insopportabile. Quella notte mi sentii i piedi in fiamme e non riuscii a dormire; mia madre mi picchiò perché piangevo. Nei giorni seguenti cercai di nascondermi, ma fui costretta a camminare sui miei piedi. Dopo alcuni mesi, tutte le dita, tranne l’alluce, erano schiacciate contro la superficie interna. Mia madre mi tolse le bende e lavò il sangue e il pus che mi colavano dai piedi. Mi disse che solo rimuovendo a poco a poco la carne, i miei piedi sarebbero diventati snelli. Ogni due settimane mi mettevo delle scarpe nuove: ogni nuovo paio era di qualche millimetro più piccolo del precedente. D’estate i piedi puzzavano tremendamente di pus e di sangue, d’inverno erano gelidi per la mancanza di circolazione. Le quattro dita arricciate all’indietro sembravano bruchi morti. Ci vollero tre anni perché potessi calzare le scarpe di otto centimetri, le mie caviglie erano sottili, i piedi erano diventati brutti e ricurvi.» (qui)

Il processo oltre che molto doloroso era estremamente pericoloso per la ragazza. Le unghie ricresciute nella carne gonfia dei piedi causavano spesso infezioni e la mancanza di circolazione poteva provocare la cancrena con conseguente caduta delle dita, cosa per altro apprezzata dalle famiglie in quanto rendeva i piedi ancora più piccoli. Se l’infezione si diffondeva nel sangue la ragazza moriva. Circa il 10% delle ragazze sottoposte a legatura del piede morì a causa della sepsi. (qui)

Naturalmente il dolore disumano continuava per tutta la vita, perché per tutta la vita i piedi dovevano continuare ad essere fasciati, stritolando le ossa. Oltre alle conseguenze fisiche, la fasciatura dei piedi aveva anche una pesantissima conseguenza sociale: data l’impossibilità di camminare per più di qualche passo, la donna dipendeva interamente dal marito, non poteva allontanarsi da casa né condurre una vita sociale, cosa altamente apprezzata dal confucianesimo che esaltava la sottomissione della donna nei confronti dell’uomo (ah, quelle meravigliose filosofie orientali, fonte di ogni saggezza!)
Per avere un’idea di come poteva camminare una donna coi piedi fasciati, possiamo vedere come camminano queste donne, che hanno avuto la fasciatura, di cui portano le irreversibili conseguenze, ma che da decenni ormai hanno i piedi liberi.

E la famosa antichissima medicina cinese, da cui ancora oggi noi occidentali tanto abbiamo da imparare? Ho letto moltissimi libri di Pearl S. Buck, figlia di un missionario presbiteriano, cresciuta ed educata in Cina, al punto da considerare il cinese la sua vera madrelingua. In uno di questi spiega che secondo l’antica e saggia medicina cinese, ciò che ci mantiene in vita è lo spirito vitale che è dentro il nostro corpo, perciò quando una persona ancora giovane rischia di morire per un incidente o per una malattia, significa che lo spirito vitale sta uscendo dal suo corpo, e per tentare di salvarla si fa in modo di impedire che ne esca dell’altro, tappandole ermeticamente tutti i buchi che ha in corpo, bocca e narici compresi. Quando il paziente, inevitabilmente, moriva, ne desumevano che erano arrivati troppo tardi, e che evidentemente ne era già uscito troppo. A spiegarlo, nel libro, è un giovane medico che sta cercando di convincere la moglie che la medicina occidentale è molto più valida di tutta quella loro paccottiglia, e per dimostrarglielo nel modo più convincente, con una mano le chiude le narici e le tappa la bocca, e la lascia andare solo quando quella comincia a mostrare sofferenza – e qualche dubbio, effettivamente, comincia a insinuarsi nella sua mente. E credo che questo – fosse anche solo questo – dovrebbe essere più che sufficiente a farci nutrire una sana diffidenza verso tutto ciò che arriva da quelle parti.

E non è finita.

barbara

LA FAMOSA STRAORDINARIA EFFICIENZA CINESE

Cina, la realtà

Esiste da molti anni un hype che riguarda l’incredibile modernità e l’incredibile efficienza dei cinesi. Si continua a celebrare la loro capacità di costruire un ospedale in 10 giorni (che poi è un ospedale militare, quindi 10 giorni sono anche TROPPI), ma non ci si chiede cosa possiamo dedurre dal caso “coronavirus”, sullo stato reale del paese.
Certo, chi va in Cina scopre che le strade sono pulite e gli edifici sono nuovi. Questo è abbastanza normale per tutte quelle nazioni che costruiscono ogni cosa partendo da una situazione “green field”, cioè partendo dal nulla. Tutto è nuovo, tutto usa tecnologie recenti, tutto ha un design moderno.
E la stampa italiana, gestita da imprenditori che sognano lo sweatshop cinese dove si lavora 24/7 (con l’aggiunta dello Jus Primae Noctis), ovviamente si è sempre guardata bene dallo scavare un attimo dentro l’ascesa della Cina. E hanno aiutato la propaganda cinese a costruire il mito del paese supermoderno.
Ma questa è tutta estetica.
Prendiamo per esempio la storia dell’ospedale da 1000 posti costruito in 10 giorni. Sembra una cosa incredibile, se andiamo a confrontarlo con i tempi europei, e se pensiamo che sia un vero ospedale.
Ma non è un vero ospedale. È praticamente fatto di container, niente di più di quanto la Protezione Civile italiana costruisce ad ogni terremoto. Che costruiscano containers per 1000 persone in dieci giorni è una prestazione, onestamente, MEDIOCRE. È vero che la protezione civile italiana in questa cosa eccelle per via della storia di terremoti (durante il disastro di Haiti gli americani mostrarono limiti ben peggiori, dal ridicolo al patetico) ma d’altro canto, stiamo parlando di un paese che la stampa italiana continua a vendere come modernissimo ed efficientissimo.
Ma il problema è ancora peggiore se osserviamo il contesto. Il contesto è quello di una zona di 57 milioni di abitanti (in pratica, la popolazione dell’Italia), che non riesce a sistemare in ospedale 1000 persone. Ora, secondo i dati ufficiali del ministero della Sanità italiano, la tanto vituperata sanità italiana fa questo:
Cina 1
http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2879_allegato.pdf

Significa che mille pazienti, in Italia, te li curano direttamente a casa con uno sforzo aggiuntivo pari all’uno PER MILLE dello sforzo a regime. UNO. PER. MILLE. Significa che se parliamo di percentuali, è il primo decimale dopo la virgola. Zero virgola qualcosa per cento.
Anche sul piano di coloro che si presentano in un pronto soccorso, i numeri italiani sono ENORMI:
Cina 2
3,4 accessi per 10 abitanti, di cui il 14.3% ricoverati.
Cina 3
I dati complessivi per l’attività di pronto soccorso: la popolazione italiana è grande quanto la zona infetta dall’ultimo coronavirus

Quando stiamo a decantare l’efficienza di un paese che costruisce un ospedale da ~1000 posti in dieci giorni, stiamo parlando di un paese che, per ~60 milioni di persone, non riesce a trovare mille posti. Cosa che in Italia non è neppure uno sforzo facilmente rilevabile su scala statistica. Con la stessa popolazione della zona infetta, l’Italia ha capacità di pronto soccorso di VENTI MILIONI DI CASI in un anno, di cui quasi TRE MILIONI i ricoverati.
In Cina, se servono mille posti devono costruire un ospedale da campo.
Dover costruire un ospedale da 1000 pazienti in una zona che ha 60 milioni di abitanti ci parla di un paese con un’organizzazione sanitaria DA TERZO MONDO.

Potranno avere le strade pulite e le ferrovie fiche quanto vogliono. Ma i cinesi hanno un sistema sanitario da TERZO MONDO. Punto. I numeri parlano chiaro.

Andiamo a vedere tutto il sistema di risposta. Perché qui siamo a livelli così penosi da far sembrare Chernobyl una sciocchezza.
Innanzitutto, i dati. I numeri che arrivano hanno poco senso, e sembra che il numero di morti sia corretto, mentre il numero di infetti sia sottostimato di un fattore dieci. Il guaio è che questo modo di procedere non ha soffocato l’allarme, ma lo ha AMPLIFICATO.
Se il numero di infetti e di morti fosse corretto, sapremmo che la nuova infezione uccide il 2% delle volte.
Se il numero di infetti è più grande di un fattore dieci, come si teme, allora questa nuova infezione uccide lo 0.2% delle volte. Il che ne fa una cosa preoccupante quanto un’infezione stagionale, o poco più.
Io non so chi sia stato il genio, nel partito comunista cinese, che ha avuto la geniale idea di sottostimare il numero di infetti. Ma se voleva stroncare il panico, avrebbe dovuto dare numeri corretti nel numero di morti, e numeri SOVRAstimati nel numero di infetti. Se infatti la Cina avesse denunciato 1000 morti ma detto che il 90% della popolazione cinese era infetta, le autorità di tutto il mondo se ne sarebbero strasbattute il cazzo.

Chiunque stia censurando i numeri dell’epidemia, sottostimando il numero di infetti, non sta solo facendo un lavoro criminale di censura perché offusca la vista della comunità scientifica. Sta anche facendo un lavoro PESSIMO di censura, perché riducendo il numero di infetti, a parità di morti, l’allarme non si abbassa, ANZI SI ALZA.

Stiamo parlando di censori, ma stiamo parlando di censori INCOMPETENTI.
La risposta delle autorità, comunque è stata penosa. Quando le autorità sovietiche tacevano sui problemi, come a Chernobyl, stavano nel frattempo lavorando forsennatamente per risolvere il problema, a costo di mandare a morire le persone.
Ma i cinesi hanno messo a tacere i medici che parlavano dell’infezione, SENZA cercare di fermarla. Hanno lasciato aperti i mercati degli animali SELVATICI vivi, per esempio. È come se a Chernobyl le autorità sovietiche avessero prima taciuto il problema (come hanno fatto) e nel frattempo ordinato di fare un altro “test”, identico a quello che ha causato il disastro, nei rimanenti reattori.

La gestione cinese non è solo stata criminale nel censurare le informazioni. È stata criminale E INCOMPETENTE. Incompetente perché si sono censurate le informazioni in modo da AUMENTARE il panico, e incompetente perché si sono ritardate le notizie SENZA usare il ritardo in maniera utile.

Non è un regime tirannico ma efficiente, e non è un regime tirannico ma competente.

È un regime tirannico, E inefficiente E incompetente.

Ma torniamo al sistema sanitario, al capitolo “profilassi”. Nei paesi europei esiste una precisa profilassi per l’allevamento e la macellazione degli animali. Inoltre gli animali selvatici NON possono entrare in contatto con gli animali da allevamento, e la macellazione deve avvenire in un determinato ambiente, ove gli addetti sono vaccinati, hanno le maschere e le protezioni, e gli ambienti vengono lavati.
Questo è quello che avviene in un qualsiasi mercato cinese. Considerate che la stragrande maggioranza delle pandemie (la SARS, per esempio) si trasferiva da polli ad esseri umani, e considerate che quelle galline verranno macellate sul posto.
Cina 4
E verranno macellate in un posto che ha queste condizioni igieniche:
Cina 5
Se non sapete cosa ci sia di sbagliato, provate a farlo in Italia e aspettate che passino i NAS. Ve lo metteranno per iscritto.

Se facciamo un confronto con i metodi occidentali:
Cina 6
USA: nemmeno un paese particolarmente restrittivo.

E anche la tanto vituperata italia.
Cina 7
Possiamo criticare la farragginosa burocrazia europea quanto vogliamo, le norme sanitarie asfissianti e tutto quanto. Ma se facciamo vivere più di un miliardo di persone in queste condizioni, poi non dobbiamo stupirci se le epidemie passano “dagli animali all’uomo”. Chissà in che modo potrà mai succedere, eh?
Ora, di queste norme si occupa il governo. E se un governo come quello italiano (e senza particolari urgenze, visto che dall’Italia non sono partite, recentemente, particolari epidemie) riesce a tenere un livello di profilassi alta, è complesso ma non impossibile.
Allora, lo ripeto: potete tenere le strade pulite e i poliziotti in divisa immacolata e i treni puntuali. Ma se poi fallite sulle basi, il vostro governo è tutto tranne che competente e tutto tranne che efficiente. La Cina è più estetica che sostanza.
Ultima cosa, la questione delle mascherine. In un paese che vuole essere la zona industriale del mondo, trovarsi a chiedere mascherine ai paesi europei significa che qualcosa sta andando storto. MOLTO storto. Le mascherine sono dei dispositivi che si producono a milioni e milioni in pochissimo tempo. Non esistono cause di questa possibile carenza, a meno che… a meno che gli sweatshop non siano già lavorando al massimo.
Se prendiamo una fabbrica di mascherine europea, ove i lavoratori stanno al lavoro per 40 ore a settimana, possiamo chiedere uno sforzo straordinario e averli al lavoro altri due giorni, nei festivi. Possiamo anche organizzare turni più lunghi, e alla fine possiamo ottenere tranquillamente 70 ore a settimana. Possiamo quasi raddoppiare la produzione.
I cinesi sembrano incapaci di farlo. Perché? Perché se in uno sweatshop lavorano già 24/7, non puoi chiedere più di 24 ore al giorno. E non puoi chiedere più di 7 giorni a settimana.
Il punto è semplicemente questo. L’organizzazione del lavoro cinese è fragile, perché non flessibile: sebbene sembri efficiente far lavorare le persone 24/7, si dimentica sempre che in caso di emergenza non sarà possibile scalare ancora.
Questa emergenza sta mostrando il bluff dell’organizzazione statale cinese. Inesistente, incompetente, catastroficamente politicizzata, con una carenza assoluta di buone pratiche nei settori di base (sanitario e agroalimentare) e una classe politica che non capisce di cosa stia parlando e censura i dati nella maniera sbagliata.
Un paese del terzo mondo con punte di eccellenza, molto propagandate, ma quando alziamo il tappeto sotto c’è la sciatteria più totale.

E pregate che la cosa non colpisca gli USA, perché col loro sistema sanitario ci sarebbe da ridere. [Questa per la verità non l’ho capita, ma sarà sicuramente colpa mia] Qui, via Toscano irriverente.

E non è finita.

barbara

UN SOLO PICCOLO DUBBIO

Il Comandante Dell’Accademia Militare Russa ha tenuto una conferenza sui “problemi potenziali della strategia militare”.
Alla fine della conferenza, chiede, “ci sono domande?”
Un ufficiale si alza e chiede: “pensa che ci potrà essere la terza guerra mondiale? E la Russia sarà coinvolta?”
Il generale risponde affermativamente ad ambedue le domande.
Un altro ufficiale si alza e chiede: “chi sarà il nemico?”
Il generale risponde: “tutte le indicazioni puntano verso la Cina.”
Il pubblico rimane in silenzio scioccato.
Un terzo ufficiale osserva, “Generale, siamo una nazione di soli 150 milioni, rispetto al 1,5 miliardo di cinesi. Ritiene si possa vincere, o perlomeno sopravvivere?”
Il generale risponde: “a questo proposito basta soffermarsi a pensare per un istante: nella guerra moderna, non è la quantità di soldati che conta, ma la qualità delle capacità dell’insieme dell’esercito. Per esempio, nel Medio Oriente, abbiamo avuto recentemente alcune guerre dove 5 milioni di ebrei si sono battuti contro 150 milioni di arabi, e Israele è sempre stata vittoriosa “.
Dopo una piccola pausa, un altro ufficiale dal fondo della sala chiede: “abbiamo un numero sufficiente di ebrei?”

E la risposta naturalmente è no. Li avrebbero, loro e tanti altri, se non avessero diligentemente provveduto prima a sterminarli, poi a opprimerli costringendoli alla fuga. E quindi, spiacente signori, un sufficiente numero di ebrei si trova in un posto solo, e non ne avrete lo scalpo.

(Con questo video voglio anche ricordare il carissimo amico Lorenzo Fuà, che da quasi tre anni non c’è più)

barbara

MUTISMO SELETTIVO

Come già spiegato una volta, Greta intende il suo mutismo selettivo nel senso che “parlo solo quando ho qualcosa da dire” (ehm…) L’osservazione delle sue esibizioni sembrerebbe però dirci qualcosa di molto diverso, è cioè che Greta parla unicamente quando qualcuno le ha scritto un testo da leggere, a volte anche quando si tratta di chiacchierare del più e del meno, ma la capacità di parlare scompare istantaneamente nel momento in cui qualcuno le pone una domanda, una qualsiasi, a proposito del clima o di qualunque argomento serio. L’abbiamo già vista in questo video che ora vi ripropongo

e qui potete leggere l’articolo con le spiegazioni in merito. E rivediamo esattamente la stessa scena ora: assolutamente incapace di rispondere alla domanda più semplice e banale, addirittura incapace, si direbbe, di comprendere la domanda, totalmente persa se non ha un testo davanti:

Perfettamente capace di rispondere alle accuse di Greta sembra invece Luca Donadel

E anche Adriano Scianca.

Cara Greta, se cerchi chi ti ha rubato i sogni, guarda al Terzo mondo

Di Adriano Scianca -27 Settembre 2019

Roma, 27 set – Chi ha rubato i sogni di Greta Thunberg? Qualche giorno fa, l’adolescente svedese a cui è stato affidato il compito di neutralizzare ogni discorso serio sull’ambientalismo ha tuonato così davanti ai capi di Stato mondiali riuniti all’Onu: “Mi avete rubato i sogni”. Accettando solo per un secondo questa grottesca impostazione empatico-virale del problema, resta comunque un dubbio: chi ha rubato i sogni di Greta? Chi è responsabile dell’emergenza climatica?  Chi deve cambiare modello? La risposta del qualunquismo ecologico è semplice: “i governanti”. Se non, direttamente, “l’uomo”. Come se tutti i governi, le comunità umane, i modelli di società fossero identici. E invece, elevandosi appena un pochino al di sopra del livello zero del discorso, si scopre che così non è. Proviamo quindi, senza alcuna velleità di completezza, a mettere insieme un po’ di dati in ordine sparso.

I fiumi più inquinati sono in Asia e Africa

Secondo dati della Banca Mondiale, risalenti al 2014, i 10 Paesi (11, in realtà, dato che all’ottavo posto ci sono due Stati ex aequo) del mondo che emettono più anidride carbonica pro capite sono: Qatar, Curaçao, Trinidad e Tobago, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi, Brunei, Arabia Saudita, Saint Martin, Lussemburgo, Stati Uniti. Si tratta di una statistica che lascia il tempo che trova, dato che non si può pensare che il problema del mondo siano le emissioni di Trinidad, ma in cui spicca l’assenza quasi totale di Stati europei. Secondo un recente un rapporto di IQAir AirVisual e Greenpeace, invece, è in India che si trovano 7 delle 10 città più inquinate al mondo, che salgono a 22 se si guarda alle 30 località peggiori.

Passando dall’aria alle acque, sappiamo che ogni giorno circa 8 milioni di tonnellate di plastica entrano negli oceani. Ma, cosa significativa, l’80% di questa materia inquinante proviene da solo 10 fiumi. Che, secondo un report del 2017, sono: lo Yangtze (Cina), lo Hai He (Cina), il Fiume Giallo (Cina), il Mekong (6 Paesi attraversati, tutti in Asia), il Pearl (Cina e Vietnam), l’Indo (Cina, India e Pakistan), il Gange (India e Bangladesh), l’Amur (Russia e Cina), il Nilo (7 Paesi attraversati, tutti in Africa), il Niger (7 Paesi attraversati, tutti in Africa). Ma allora perché si continua a dire che abbiamo un problema con “i politici” o con “l’uomo”, quando è cristallino che in realtà abbiamo un problema con i Paesi emergenti? Forse perché prendersela con i governanti in generale non disturba nessuno, mentre cercare di far cambiare politica ambientale alla Cina richiede qualche risorsa politica che vada oltre le capacità di una liceale indignata?

L’agricoltura italiana emette meno gas serra

Ma non è solo fra macroaree e continenti che si registrano significative differenze nell’impatto ambientale delle attività antropiche. Anche all’interno dell’Ue, per esempio, ci sono modelli e modelli. Con 569 tonnellate per ogni milione di euro prodotto, la nostra agricoltura emette per esempio il 46% di gas serra in meno della media Ue e fa decisamente meglio di Spagna (+25% rispetto al nostro Paese), Francia (+91%), Germania (+118%) e Regno Unito (+161%). Passando a un altro dogma del qualunquismo ambientalista, ovvero l’eterno “mangiamo troppa carne e così facendo distruggiamo il pianeta”, si può rintracciare l’origine di questo tipo di argomento in un rapporto allarmistico della Fao del 2006, in cui si stimava che le produzioni animali contribuissero per il 18% alle emissioni globali di gas serra e che fossero responsabili della produzione del 35-40% del totale di metano generato dalle emissioni legate all’attività antropica. Stime più recenti della stessa Fao, tuttavia, riducono al 14% il contributo degli allevamenti animali alle emissioni globali dovute alle attività antropiche. Laddove esiste una zootecnia tecnologicamente sviluppata (tanto per farla finita con l’idea che la tecnica sia sempre nemica dell’ambiente), gli allevamenti producono dal 2 all’8 % del totale delle emissioni.

Ed è poi vero che ne consumiamo troppa? Gli ultimi studi segnalano che in Italia il consumo reale pro-capite di carni totali corrisponde a 104 grammi al giorno (e non a quasi 300 gr come invece si pensava) pari a 728 g alla settimana e 37,9 kg all’anno. È la metà dei famosi 71 chili che spesso sentiamo citare nelle discussioni allarmistiche. E ben al di sotto dei 125 chili annui attribuiti dalle statistiche a ciascun americano (ma bisognerebbe vedere l’attendibilità della statistica). Considerando solo la carne bovina, il consumo reale scende a 29 grammi al giorno pro capite, una quantità che si piazza al di sotto delle raccomandazioni dell’Oms che fissano a 100 gr il consumo giornaliero di carne rossa.

Contro il qualunquismo ambientalista

E così via, si potrebbe continuare all’infinito. Come detto, non si pretende di voler fornire qui uno studio organico, esauriente e definitivo sull’argomento. Non si vuole nemmeno sostenere la posizione reazionaria che intende negare sic et simpliciter l’esistenza di un problema. Ma la questione resta più complessa di come non la faccia la propaganda ambiental-qualunquista e andrebbe impostata tenendo conto di tutti i dovuti fattori geopolitici. Certamente anche lo stile di vita italiano ed europeo ha bisogno di una rivoluzione integrale. Ma l’insistenza del pensiero unico nel mettere sotto processo solo esso, laddove il cuore del problema ambientale è palesemente altrove, rivela una cattiva fede politica e un vizio di forma spirituale che non possono passare sotto silenzio.

Adriano Scianca (qui)

E per concludere un’interessante riflessione del noto climatologo Franco Battaglia.

Se il Gretinismo fosse nato nel 1920…

Forse possiamo provare a riflettere sul Gretinismo – questa nuova faccia dell’ambientalismo che sembra aver obnubilato le menti del pianeta, comprese quelle più raffinate e insospettabili – guardando le cose da un altro punto di vista. Bisogna essere consapevoli che la legittimità d’esistenza che si dà oggi a Greta e ai Gretini, questi avrebbero potuto averla anche un secolo fa, diciamo nel 1920, quando le emissioni di CO2 erano attive già da almeno mezzo secolo e il possibile problema oggi sollevato da Greta era già allora ben noto.

Supponiamo ora che la richiesta pressante della ipotetica Greta del 1920 di raggiungere le emissioni – zero fosse stata effettivamente esaudita, e nel 1950 si fosse raggiunto l’agognato obiettivo. Oggi non avremmo auto, autobus, metropolitane, autostrade, fabbriche, industrie, televisione, telefonia mobile, internet, ambienti riscaldati d’inverno e rinfrescati d’estate. Non ci sarebbero frigoriferi né lavatrici, aerei o navi da crociera e neanche treni, né lenti né, tanto meno, ad alta velocità (almeno la Tav non sarebbe stata un problema; neanche lessicale di genere, circostanza che ci avrebbe evitato questa caduta nel ridicolo). In pochi anni, l’umanità sarebbe tornata allo stile di vita del 1850. Chissà, forse la schiavitù avrebbe smesso di essere quel tabù che era nel 1920, e che non era tale nel 1850, quando invece era pratica legittima nell’America di allora, popolata da 30 milioni d’abitanti con 4 milioni di schiavi.

Ecco questo è ciò che ci aspetta se davvero dovesse raggiungersi il livello-zero d’emissioni. Perché, piaccia o no, quasi il 90% di ciò che facciamo lo facciamo emettendo CO2. Né sappiamo farlo diversamente. Non è vero, direbbe il Gretino d’oggi: per esempio, col fotovoltaico produrremmo energia elettrica. No, se dovessimo affidarci a esso, le televisioni potrebbero chiudere: i massimi ascolti sono quelli della prima serata, ma di sera il sole non brilla. E anche i treni di notte si fermerebbero. E anche di giorno, in tutti quei momenti che, col cielo coperto, il sole insiste a non brillare. E col vento non è diverso. Se avete mai assistito alla Barcolana, la spettacolare regata di barche a vela che si svolge la seconda domenica d’ottobre a Trieste, avrete visto che se il vento si ostina a non soffiare, le barche biancheggianti sulle acque come branchi di pecore pascenti – direbbe il poeta – rimangono sconsolatamente ferme.

Viste le cose da questa prospettiva, mi chiedo se i vari Gretini che hanno tanto pontificato sugli organi d’informazione d’ogni ordine e grado torneranno in qualche modo sui propri passi. Temo di no, perché l’essenza del Gretinismo è la granitica incapacità a distinguere il sogno dalla realtà. A differenza dei Gretini, la piccola Greta – o chi per lei – se n’è accorta, e s’è definita essa stessa “una che sogna un mondo migliore”. Il verbo è sapientemente pesato: non “desidera”, non “spera”, non “s’impegna per”, ma “sogna”. I Gretini sono quelli che hanno preso per realtà concreta ciò che la loro sacerdotessa li ha avvertiti essere sogno.

Quanto a Greta, quello suo all’Onu non era un discorso accorato e men che meno pensato: parlava una arrabbiata. Indemoniata, direi. Invece di ringraziare la generazione che l’ha partorita e che le ha consentito di stare al caldo in un Paese decisamente inospitale per il freddo che fa, essa inspiegabilmente ha sputato astio e veleno sui propri genitori, nonni e bisnonni. Ma le spiegazioni neanche c’interessano: essa non è così importante da meritare alcuna nostra ricerca nelle làtebre della sua mente per cercare di capire cosa vi è nascosto. Dovrebbero però indagare, a nostro avviso, gli attivisti di Telefono Azzurro e i magistrati, per capire perché nessun adulto protegga dai trafficanti di bambini questa ragazzina, la cui patologia la rende così vulnerabile – ci dice la medicina – a monotematiche fissazioni.

Franco Battaglia, 28 settembre 2019, qui.

Questa espressione, “trafficanti di bambini”, Franco Battaglia l’ha usata anche in televisione, inducendo “NeXt quotidiano” a scrivere: “Il professor Franco Battaglia ha dato spettacolo ieri a “Otto e mezzo” da Lilli Gruber” (La veritààà ti fa maaleee, loo sooooo)

barbara