HO LETTO UN ALTRO LIBRO

Si intitola La donna dal cappotto verde che è una vecchia che un giorno si trova nel negozio di alimentari insieme alla protagonista-narratrice e le grida Sei Lea, la piccola Lea di Auschwitz! e poi sparisce e lei non sa se sia stata una compagna di deportazione o un’aguzzina o cos’altro e come ha fatto a riconoscerla e la ricerca della verità diventa un’ossessione e poi la incontra e quella vuole regalarle la propria casa ma lei non vuole la casa vuole la verità ma quella la verità non la vuole dire e poi Lea ha un’ischemia mentre sta aspettando di vedere Annozero alla televisione e sta una settimana all’ospedale spesso in stato di semicoscienza e vede le formiche che corrono e invece sono i buchi nel muro che naturalmente sono fermi e poi appena torna a casa va a cercarla e la portiera le dice che è morta e lei si sente liberata e va a comprare il pane.
No, non vi dico eccetera. Peccato, perché in passato ha scritto cose egregie.

barbara

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IL ROSSO E IL BLU

Che sono i colori con cui una volta si segnavano, rispettivamente, gli errori lievi e quelli gravi. Ed è anche il titolo di un libro sulla scuola di cui tutte le recensioni dicevano cose strepitose, anzi è talmente piaciuto che ci hanno anche fatto un film, e così l’ho comprato. Beh, è una mastodontica ciofeca (a voi, per dirne una, risulta che vent’anni fa la gente comprava le Lacoste e poi staccava il coccodrillino perché a mostrare che avevano una maglietta da un sacco di soldi avevano paura di fare la figura dei burini?) (A voi, per dirne un’altra,  capita di nominare Charlie Chaplin in una classe delle superiori e trovare che nessuno lo ha mai sentito nominare?). Una mastodontica ciofeca, ho detto; però devo confessare che la tentazione di usare l’espressione villaggiana sulla corazzata Potëmkin è stata forte. Molto forte.

barbara

OGGI VI PARLO DI “SVEVA CASATI MODIGNANI”

Rigorosamente fra virgolette, dato che l’entità che per decenni ha pubblicato con questo vagamente aristocratico pseudonimo è in realtà una coppia. Nove anni fa, a dire il vero, la metà maschile del sodalizio ha pensato bene di defungere (sì, lo so, secondo lo Zingarelli e il Devoto-Oli non esiste, ma il post è mio e me lo gestisco io), ma la metà superstite ha proseguito imperterrita, con lo stesso pseudonimo, forse ignara del fatto che, come diceva la nota pubblicità, du gust is megl che one e quindi, per la proprietà transitiva dei vasi comunicanti nonché per la reversibilità del rasoio di Occam e la retroattività della spada di Damocle nel taglio dei nodi gordiani, one gust is pegg che du. Vabbè. Naturalmente non mi è mai passato per la testa di comprare un libro della suddetta entità, però è successo che ne ho ricevuto uno in omaggio per un acquisto di una certa consistenza, e dal momento che lo avevo, mi è venuta la curiosità di vedere come scrive “una delle firme più amate della narrativa contemporanea: i suoi romanzi sono tradotti in venti Paesi e hanno venduto oltre undici milioni di copie”. E dunque ecco, adesso lo so e lo posso dire: questa donna non sa scrivere. Non sa raccontare. Ha una prosa piatta, banale, senza slanci, senza personalità, monotona, monocorde, noiosa, non appassiona, non cattura. Sono arrivata alla fine del libro solo perché è smilzo smilzo, e una buona metà è occupata da una serie di ricette, che ho in parte saltato, ognuna accompagnata da un commentino che, per dirla in buon italiano, fa cascare le palle. L’unico aspetto che, se non fosse raccontato così male, potrebbe essere interessante in questo libro autobiografico, è il rapporto con la madre (quell’atteggiamento così incomprensibile, fino a quando, a portare uno squarcio di luce, non arriva il grido della nonna esasperata: “Tu questa bambina non l’hai mai voluta, speravi di abortirla come tutti gli altri!”), ma anche questo è abbastanza affogato nella melassa dei raccontini insulsi e sciapi, e l’interesse si risveglia giusto per lo spazio di mezza frase per poi riaddormentarsi. Buffo poi il fatto che, dopo avere ripetutamente, anche se bonariamente, preso in giro la madre per il suo snobismo estremo e il suo orrore per tutto ciò che ritiene “ordinario”, ci racconta che lei, “Sveva”, non si è mai sognata di usare la cipolla per fare il risotto (né per nessun’altra cosa, del resto), perché la cipolla è ordinaria e dà a tutti i cibi con cui viene a contatto un sapore ordinario (e lasci che glielo dica, cara signora: lei non sa cosa vuol dire mangiar bene!). Che poi a guardarla in fotografia, assomiglia precisa sputata alla mia ex vicina contadina quasi analfabeta quando si metteva un po’ in tiro per andare alla messa grande. Per dirla in tre parole: l’ordinarietà fatta persona.
sveva
Quello che volevo dire, comunque, a parte la faccenda della firma fra le più amate, che chi scrive per il risvolto di copertina è pagato apposta per fare panegirici e quindi è inutile stare a discuterne, è che mi resta da capire come possa farsi pubblicare e tradurre e vendere milioni di copie, e magari addirittura farsi leggere una simile fabbricatrice di ciofeche. Boh.

barbara