UN’EBREA ITALIANA CITA PER DANNI MORALI MONI OVADIA E IL MANIFESTO

Alla cortese attenzione del direttore de Il Manifesto

Le scrivo riguardo al Commento di Moni Ovadia pubblicato ieri, 26 aprile, sul suo giornale.
Non le scrivo il merito al contenuto dell’articolo. Il libero arbitrio è alla base della fede ebraica, ognuno è libero di vivere e pensare come preferisce, ognuno può andare incontro al proprio destino come meglio crede.
Ma è sulla forma di uno scritto pubblicato sulla sua testata che dovrebbe, in quanto direttore, riflettere.
L’articolo di Moni Ovadia non spiega al lettore cosa sia successo, cosa gli abbia causato di svegliarsi al mattino del 26 aprile in preda a un tale cattivo umore.
E così senza una introduzione né spiegazione che contestualizzino gli eventi, si viene annegati fin dalle prime righe da aggettivi violenti, da descrizioni nervose, da frasi grondanti di rabbia e paragrafi sovrabbondanti di furore.
La scena si apre con la parola ‘pantomima’ accostata alle azioni e decisioni delle comunità ebraiche. Pantomima è definita come ‘esibizioni false, con le quali convincere, impietosire o commuovere’. E’ questo il giudizio che il giornale dei comunisti, quale viene definito Il Manifesto, esprime su chi la pensa in maniera diversa?
A questa pantomima Ovadia fa seguire ‘deliranti motivazioni’ degli ebrei che non desiderano sfilare accanto a chi inneggia alla loro morte. Delirante è uno stato di alterazione mentale di chi immagina realtà inesistenti. Il Manifesto ritiene deliranti le motivazioni dei parenti di Mireille Knoll, dei genitori dei quattro ragazzi uccisi nell’Hypercasher, delle famiglie distrutte dall’attentato alla scuola ebraica di Tolosa, della madre di Ilan Halimi torturato e assassinato nelle periferie di Parigi? Pensa che sia delirante chi teme per la propria vita quando accompagna i figli alla scuola ebraica ogni giorno?
Moni Ovadia prosegue raccontando che Netanyahu fa una ‘propaganda pagliaccesca’, facendo dimenticare al lettore che questo premier è stato eletto democraticamente da milioni di persone o forse pagliacci.
Le comunità ebraiche non vogliono sfilare accanto ai palestinesi. ‘E perché no?’ si domanda l’attore. ‘Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu’. E’ possibile definire scellerato un progetto che prevede un milione di arabi integrati all’interno dello stato? E’ segregazionista un progetto secondo il quale nel parlamento siedono arabi accanto ad ebrei? Oppure scellerato e segregazionista è il progetto che ha reso quasi tutti gli stati arabi judenfrei?
Il Manifesto desidera che il lettore si faccia l’idea che in Israele ci sia ‘un’alleanza con i peggiori fanatici religiosi’ come dice Ovadia, che si immagini un regime teocratico mentre Israele è una democrazia come l’Italia?
Il Manifesto è d’accordo con il definire gli ebrei che si rifiutano di sfilare accanto a persone che urlano ‘a morte gli ebrei’, ‘ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica in Israele’?
No, Moni Ovadia, non pensiamo che ‘questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, ebreo antisemita solo perché condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi’ come lei conclude nell’articolo.
Pensiamo che se Il Manifesto si considera ancora una testata giornalistica e crede nel confronto civile tra parti che la pensano in maniera diversa, i suoi direttori dovrebbero delle scuse agli ebrei italiani.
Non siamo ‘degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo’. Siamo persone che crediamo nella libertà di pensiero, nel libero arbitrio di pensarla diversamente da lei, da voi, persone che hanno verso il proprio vissuto, verso la storia e gli eventi recenti, una opinione e dei sentimenti diversi. Non siamo imbecilli. E sappiamo ancora distinguere tra un pezzo degno di venire pubblicato su un giornale che si definisca tale e un insieme di righe dettate dall’odio, dalla rabbia e dalla mancanza di rispetto assoluta.

Gheula Canarutto Nemni

qui di seguito l’articolo di Moni Ovadia

Il Manifesto 26 aprile 2018

Moni Ovadia

La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.
E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?
No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.
Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista dle premier israeliano Netanyahu.
Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.
Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.
Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.
Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.
Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affronto di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).
E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.
Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo. (qui)

Aggiungo il commento che ho lasciato al post di Gheula.

Veterocomunista ideologizzato? No, niente del genere. Che cos’è M.O. l’ho capito la volta che, parlando dei miei eterni drammatici problemi finanziari, mi ha suggerito di trovarmi un amante ricco. Non credo di avere attitudine alla prostituzione, ho detto. No, ha risposto, quale prostituzione, intendevo un amante fisso. Avevo capito che intendeva un amante fisso, ovviamente, solo che per me darmi a un uomo in cambio di qualcosa che non sia amore o piacere, è prostituzione: che sia su un marciapiede a dieci uomini per sera, o in un appartamento a uno solo, sempre lo stesso, una volta la settimana, non vedo differenze. E’ stato allora che ho capito: se non è prostituzione andare a letto con un settantenne decrepito repellente ricco per farmi mantenere, allora non è prostituzione neanche svendere il proprio popolo, svendere la verità, svendere la dignità in cambio di un ricco ingaggio e di un applauso in più. Questo è moni ovadia: un prostituto in vendita al miglior offerente. E se gli offerenti sono quelli che sgozzano i neonati nella culla, pazienza: Parigi val bene qualche messa nera.
Ah, dimenticavo: vorrei che fosse chiaro che non ho assolutamente niente contro le oneste prostitute che si guadagnano onestamente il pane su un onesto marciapiede, senza atteggiarsi a maestre di virtù, senza spacciarsi per combattenti per la giustizia, senza vomitare veleno su chi, avendo già avuto il piacere, a lasciarsi un’altra volta giustiziare non ci pensa proprio.

Aggiungo ancora un’annotazione, a proposito della cosa che porta in testa. È stato un po’ più di vent’anni fa che, vedendola, ho notato la stranezza di quella kippà: no no, ha risposto, non è una kippà, è una berretta da integralista islamico. Se lo cercate in google immagini, potrete vederne almeno una quindicina di esemplari.
E concludo riportando una mail inviata a Deborah Fait diciassette anni fa

Intanto ti racconto questa. In luglio tutti gli anni c’è il festival di musica klezmer di Ancona, presidente onorario Moni Ovadia, e io ci vado sempre. Quest’anno il festival era dedicato alla pace, e lui, che si esibiva l’ultima sera, ha dedicato tutta la sua serata alla pace: gruppo musicale arabo e cantante palestinese. E io mi sono preparata all’incontro: mi sono comprata una sciarpa bianca, un barattolino di colore per stoffa azzurro, un pennello …
Lo spettacolo poi è stato il perfetto emblema di quello che lui intende per pace: una decina di canzoni arabe, in una delle quali lui ha rivendicato l’onore di cantare in arabo, tre canzoni sefardite e due ebraiche, nelle quali il cantante palestinese NON ha rivendicato l’onore di cantare in ebraico o in giudeo-sefardita. L’ultima era una canzone di Simchat Torah: lui ha cantato in ebraico e il palestinese ha cantato – suppongo le stesse cose – in arabo. Solo che il palestinese aveva la voce otto volte più potente della sua e così l’ebraico è stato totalmente sommerso dall’arabo. Fine della serata e applausi scroscianti per il politically correct Moni Ovadia e per i suoi amici. E io sono andata a salutarlo, con al collo la mia doppia bandiera israeliana (l’ho dipinta ad entrambe le estremità) raccogliendo un’infinità di sguardi tra lo schifato e il furibondo da parte del pubblico che andava in senso contrario per uscire – manifestare così spudoratamente simpatia per Israele è decisamente politically incorrect! Poi avevo una stella di David di strass appuntata alla scollatura del vestito e da mettermi al collo ho scelto quella che mi ha portato la mia amica Paola da Parigi perché ha i colori giusti: in argento smaltato, fondo azzurro e stella bianca. Per un attimo gli si è vetrificato lo sguardo, poi ha diplomaticamente ignorato il tutto, ma almeno un crampo allo stomaco sono sicuramente riuscita a farglielo venire.

barbara

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CON GLI OCCHI DEL NEMICO

È un libro che mi è caro, perché mi è stato regalato da una persona che mi era cara e a cui ero cara – per quale motivo abbia poi deciso, di punto in bianco, che le nostre strade si dovessero separare, ancora dopo tanti anni non l’ho capito, né me ne sono fatta una ragione, ma questa è un’altra storia. C’è poi da aggiungere che, a differenza degli altri due venduti, tanto amati dagli antisemiti nostrani, talora noiosi (Ritorno dall’India), talaltra addirittura illeggibili (Storia d’amore e di tenebra), Grossman sa scrivere, e scrive bene qualunque argomento tratti. Detto questo, e venendo al dunque, l’unica cosa che si può dire del contenuto di questa stilisticamente gradevole lettura, è che è un autentico delirio, che non è imputabile – questo bisogna chiarirlo – al dolore per la perdita del figlio: la sua posizione era questa anche prima. E una delle manifestazioni più lampanti del suo delirio è l’attribuire la causa di tutto all’«occupazione» e, contemporaneamente, ricordare che “il conflitto militare e nazionale” dura da più di cento anni. E ci racconta, degli israeliani, di una violenza non meno brutale di quella dei loro nemici. Ci racconta che “ogni settimana centinaia di israeliani si schierano davanti all’ambasciata polacca a Tel Aviv per chiedere la cittadinanza”. Mentre tutti i nemici di Israele lamentano che tutti i governi di Israele non hanno fatto che far aumentare la presenza ebraica negli insediamenti, Grossman, oltre a raccontarci di un’intera popolazione israeliana tormentata dal senso di colpa per l’occupazione, sostiene che nonostante una propaganda martellante e scandalose facilitazioni economiche e milioni di dollari investiti, pochi sono andati a vivere negli insediamenti, a riprova del fatto che agli israeliani quelle terre non interessano e che la cosa migliore da fare è ritirarsi da lì, così finirà l’odio e verrà la pace (è vero che il libro è stato scritto qualche mese prima del ritiro – della deportazione di ottomila ebrei – da Gaza, ma era già avvenuto il ritiro dal Libano, che aveva portato un aumento esponenziale dell’odio e degli attacchi terroristici).
In effetti non c’è una pagina, non c’è una frase, non c’è una riga di questo libro che non sia delirio puro. Per meglio esemplificarlo, ne riporterò alcuni passaggi.

Ho paura che dopo decenni in cui abbiamo concentrato gran parte della nostra forza e del nostro sangue, delle risorse intellettuali, dell’attenzione e del talento inventivo sui nostri confini esterni, per difenderli, per corazzarli sempre più, dopo tutto ciò noi, forse, stiamo per diventare come un’armatura dentro la quale forse non c’è più nessun cavaliere, nessuna persona.
Quindi sarebbe stato molto meglio rinunciare a difendere i confini esterni, e così si sarebbe rimasti persone. Persone morte d’accordo, ma pur sempre persone: vuoi mettere il vantaggio?

Ovviamente non è una cosa facile né semplice quella di leggere la realtà attraverso gli occhi del nemico. È spaventosamente difficile rinunciare ai nostri sofisticati meccanismi di difesa, esporci ai sentimenti vissuti dal nemico nel conflitto con noi, nella lotta contro di noi, a ciò che prova nei nostri confronti. È un’ardua sfida alla nostra fiducia in noi stessi e nelle nostre ragioni. Contiene il rischio di sconvolgere la «versione ufficiale», che è per lo più anche l’unica lecita, «legittima», che un popolo disorientato, un popolo in guerra, racconta costantemente a se stesso.
Anche se forse si potrebbe capovolgere quest’ultima affermazione e dire che non di rado un popolo si trova in uno stato di conflittualità permanente proprio perché è invischiato in una determinata «versione ufficiale»…
Quindi non è che Israele si trova in guerra perché i suoi nemici l’attaccano, assolutamente no! Il motivo vero è che la «versione ufficiale» (elaborata da chi, piacerebbe sapere) obbliga gli israeliani a combattere facendogli credere di essere attaccati, il che è assolutamente falso, come inequivocabilmente dimostra questo video

Non di rado diciamo a noi stessi che adottiamo metodi rigidi, che ci comportiamo in modo violento e brutale solo ed esclusivamente perché siamo impantanati in una guerra, e quando questa sarà finita smetteremo immediatamente di fare così e torneremo a essere quella società e quel popolo morali, nobili, che eravamo prima. Può anche darsi, però, che proprio il nemico, colui verso il quale attiviamo quei meccanismi di ostilità e violenza, colui che ne è divenuto la vittima, stia avvertendo molto prima di noi quanto questi meccanismi siano già diventati parte integrante del nostro presente di popolo e società. Quanto si siano ormai insinuati nelle nostre configurazioni interiori. E può anche darsi che proprio questo capovolgimento di prospettiva, il fatto cioè di vederci con gli occhi del popolo per il quale rappresentiamo i conquistatori, per esempio, possa risvegliare in noi le sirene d’allarme: dandoci modo di capire, e per tempo, il nostro inganno, il danno subìto e la nostra cecità. Imparando così da cosa dobbiamo metterci in salvo, e quanto è vitale per noi stessi l’urgenza di cambiare radicalmente la situazione.
Quindi: gli israeliani sono violenti e brutali. Sono perfettamente consapevoli di essere violenti e brutali (tutti indistintamente, a quanto pare), ma raccontano a se stessi che è per colpa della guerra. E invece sono ciechi, si autoingannano, e gli unici a vederci chiaro sono i nemici, che hanno capito che loro sono intrinsecamente violenti e brutali. Ed è questo che procura loro danni – e lutti – a non finire, è da questo che si devono salvare, non dai nemici che vogliono distruggere Israele e ributtare a mare gli ebrei.

E naturalmente viene attribuita a Israele la responsabilità del fatto che
Il danno causato a Israele in questi quattro anni viene stimato in circa 90 milioni di shekel (oltre 16 milioni di euro). Povertà, indigenza, disoccupazione e criminalità aumentano a velocità spaventosa, testimoniando lo stato dei sistemi assistenziale e previdenziale, nonché della legalità.
Perché mai sia scoppiata la cosiddetta intifada, che cosa abbia fatto, di chi ne sia stata la responsabilità, mah… tutto questo svanisce nella nebbia. Perché Israele abbia “scelto” di investire denaro nella “faccenda” dell’intifada sottraendone ad altri campi, è un mistero che non è dato svelare.

Talvolta un pensiero solletica la coscienza: che cosa sarebbe successo e come sarebbero andate le cose se Israele fosse riuscito a crearsi come un’entità nazionale e sociale unica nel suo genere, invece di diventare, con una rapidità sorprendente, una parodia un po’ grottesca degli Stati arabi? Che cosa sarebbe successo se Israele avesse optato sin dall’inizio per una scelta nazionale e sociale ardita, assai distante da quella su cui si è cristallizzata ora? Una scelta capace di conciliare i valori ebraici universalistici con un sistema economico e sociale veramente umanistico, centrato sull’uomo, invece dell’utilitarismo e della forza e di una competitività aggressiva; una scelta che avesse un che di unico, particolare e financo geniale, come è stata, per esempio, l’idea del kibbutz all’inizio, prima che si guastasse, e quale si è manifestata nell’apporto ebraico a molti e diversi ambiti dell’esperienza umana, nella scienza e nell’economia, nell’arte e nella filosofia, negli studi politici e sociali.
E chissà come mai Israele ha invece optato, fin dall’inizio, per l’autodifesa, come mai ha scelto di trasformarsi in una parodia un po’ grottesca degli stati arabi (?). Ma soprattutto, come mai questo individuo viene lasciato a piede libero invece che rinchiuso con una bella camicia di forza? Certo, non c’è da meravigliarsi che orde di antisemiti traboccanti di odio antiisraeliano in tutto il mondo sbavino per lui.

David Grossman, Con gli occhi del nemico, Mondadori
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barbara

PRIMA IL SABATO, POI LA DOMENICA

Lo hanno lasciato scritto sui muri della basilica della Natività a Betlemme i terroristi palestinesi che vi avevano fatto irruzione nella primavera del 2002, e si trattava di un preciso programma politico, che il mondo intero ha scelto di ignorare.
La domenica, in realtà, era iniziata già prima, l’11 settembre 2001 a New York, con quasi 3000 morti. È proseguita a Bali il 12 ottobre 2002, 202 morti e 209 feriti. Ha continuato a Madrid l’11 marzo 2004, 192 morti e oltre 2000 feriti. Si è poi spostata a Londra il 7 luglio 2005, 52 morti e circa 700 feriti. È passata a Mumbai il 26 novembre 2008, quasi 200 morti e circa 300 feriti (non so se si possano inserire a pieno titolo in questa lista le stragi di Mosca e Beslan, sempre di matrice islamica ma con alcune caratteristiche peculiari, fra cui i pesanti errori russi che hanno notevolmente innalzato il numero delle vittime, anche se la strage era comunque l’obiettivo dei terroristi islamici).
E che cosa ha fatto il mondo intero? Ha scelto di chiudere occhi e orecchie. Si è intensamente impegnato a puntare il dito su Israele, sull’occupazione, causa di tutti i mali del mondo, a boicottare prodotti e istituzioni e cultura israeliani. A rifiutarsi di riconoscere come antisemiti tutta una serie di crimini e attentati e aggressioni di chiarissima matrice antisemita perpetrati per lo più da musulmani, per non turbare i rapporti con le comunità islamiche. A vietare qualunque critica all’islam. Ad accogliere nel proprio seno orde di terroristi. A lasciar aprire, una dietro l’altra, moschee che servono unicamente a indottrinare all’odio antioccidentale e ad addestrare al terrorismo. A permettere l’apertura di corti islamiche ad amministrare la “giustizia” con criteri in netto contrasto con le leggi dello stato. Ha inventato il crimine di islamofobia per etichettare chiunque, vedendo il lupo davanti a sé, si azzardasse a gridare al lupo. Ha lasciato che interi quartieri delle proprie città diventassero delle no go zones in cui neppure la polizia osa mettere piede. Ha finanziato attivamente e passivamente il terrorismo islamico.
E adesso? Adesso che il lupo ancora una volta, per l’ennesima volta, si è messo ad azzannare, strillano come vergini violate, come se fosse la prima volta. E ancora una volta, per l’ennesima volta, tocca sentire le solite trite e ritrite frasi di circostanza, le solite trite e ritrite emerite cazzate: “attacco terroristico senza precedenti” (memoria corta? Alzheimer galoppante?), “l’Italia piange le vittime di Parigi”, “dobbiamo dare prova di unità”, “apprensione e forte dolore”, “vergognoso tentativo di terrorizzare vittime innocenti” (questa è una delle migliori, e infatti è di Obama), “profonda commozione”, “l’Europa colpita al cuore saprà reagire” (e qui, come ho ricordato in questo post, vengono in mente le dieci parole della regina Elisabetta dopo gli attentati del 2005: “They will not make us change our way of life”. E infatti oltre a permettere l’instaurazione di decine – ma a questo punto saranno diventate almeno un centinaio – di corti islamiche, oltre ad accettare la nascita di un’infinità di “no go areas”, oltre a comminare pene severissime per chi si permette di criticare l’islam, oltre a chiudere occhi e orecchie sulle aggressioni anticristiane e antiebraiche e alcune altre insignificanti quisquilie, non hanno cambiato praticamente niente). Magari per un paio di giorni, davanti alle telecamere politicamente corrette, saremo sommersi di je suis Bataclan e poi si tornerà come prima, come sempre, a costringere gli ebrei a rifugiarsi in Israele e a coccolare le comunità islamiche raccontandosi e raccontandoci che “non è questo il vero islam”.
Per quanto mi riguarda, piena solidarietà alle vittime innocenti, ma NESSUNA SOLIDARIETÀ E NESSUNA COMPRENSIONE PER I GOVERNI CHE HANNO FABBRICATO TUTTO QUESTO CON LE PROPRIE MANI, SULLA PELLE DEI PROPRI CITTADINI.

barbara

SIGNOR COMANDANTE

Noioso: è questo l’unico aggettivo che accompagna questo romanzo in forma di lettera scritta da un francese filonazista, collaborazionista, antisemita viscerale, a un ufficiale tedesco. Gli scrive per offrirgli tutta la drammatica storia del suo disperato amore (e fregola costante, nonostante la non verdissima età) per la nuora ebrea. Lo leggi e ti annoi, vai avanti e ti annoi, volti pagina e ti annoi… Solo che poi arrivi al finale, che neanche la più sfrenata immaginazione avrebbe mai potuto farti immaginare, e allora ti ritrovi a pensare che forse, dopotutto, valeva la pena di annoiarti per poter toccare con mano gli abissi a cui l’odio ideologico può portare – e da rimeditare soprattutto ai giorni nostri.

Romain Slocombe, Signor Comandante, Rizzoli
signor-comandante
barbara

RICOMPAIONO I PACIFISTI

(pensieri in libertà di luigi migliori)

Dopo un lungo silenzio ricompaiono i pacifisti, stavolta sotto forma di marciatori della pace. L’improvviso attivarsi di tante associazioni sul tema della pace, dopo un lungo silenzio, indicherebbe uno stato di pace generale, solo interrotto negli ultimi giorni. Vediamo.
Da molti mesi, in Siria si combatte una sanguinosa guerra civile, ove non si distingue fra donne, uomini, bambini, giovani, vecchi, civili e militari: una macelleria da quasi duecentomila morti e milioni di profughi. Ostinazione di una potenza protettrice di un regime molto discutibile, ignavia di altri, incapacità dell’Europa a svolgere un’unitaria politica estera, ogni nazione europea fa i conti in casa propria, non comprendendo che in tal modo mina il proprio futuro. A fronte di tanto disastro non ricordo, sarà un limite informativo personale e chiedo venia, attivazioni particolari dei pacifisti nostrani.
Da alcuni mesi, nella stessa area siriana ed irachena, milizie sunnite hanno dato vita ad un “califfato”, con conseguente persecuzione di cristiani, dei vari riti, e mussulmani sciiti. Dai racconti dei profughi la vita dei non sunniti non sarebbe particolarmente tutelata: processi ed esecuzioni sommarie non occasionali. Anche in questo frangente l’azione dei pacifisti locali non avrebbe manifestato particolare rilevanza, sempre sulla base dei personali limiti informativi. Il fatto ha spiazzato le diplomazie, tanto che due nemici giurati si son trovati sullo stesso versante della barricata, assolutamente carente l’iniziativa europea, causata dal particolarismo nazionale.
Fallite le primavere arabe, l’islamismo massimalista ha, letteralmente, sconvolto l’area centro africana, dal Sudan alla Nigeria. Morti, stupri, rapimenti di ragazze, violenze d’ogni genere si verificano continuamente: le grandi potenze stentano, riluttanti, ad impegnarsi, Europa compresa, per le solite ragioni. Sebbene tali fatti fossero riportati dai quotidiani, l’universo pacifista, ancora col limite informativo di cui sopra, non si sarebbe distinto.
L’insieme dei pacifisti e dei marciatori della pace si è improvvisamente destato allorché Israele ha deciso di porre fine al bombardamento di missili e mortai provenienti dalla striscia di Gaza, stato a tutti gli effetti, avendo un territorio ed un potere originario, governato da Hamas e nel cui statuto si prevede la fine della presenza dell’entità sionista, con ciò non riconoscendo l’esistenza in diritto dello stato israeliano.
Singolare l’affermazione dei comunicati pacifisti, rivolta allo stato israeliano, circa il sostegno alla prospettiva dei due stati, israeliano e palestinese, allorché Israele riconosce lo stato palestinese ed invece, i palestinesi non riconoscono il diritto d’Israele ad esistere. Giova ricordare che la striscia di Gaza esiste come stato per iniziativa, senza contropartita, d’Israele.
I comunicati pacifisti sottolineano i prezzi e le sofferenze dei cittadini di Gaza, sofferenze e morti causate, gli inviati ONU hanno testimoniato, dalla strategia di Hamas di nascondere armi nei luoghi sensibili, case private, ospedali e scuole, trasformando i palestinesi in scudi umani. Di questo e delle sofferenze patite da bambini e donne israeliane, costretti, da anni, a correre spesso nei rifugi per evitare le bombe di Hamas, non troviamo traccia nei documenti dei pacifisti, tenuta presente la limitatezza informativa personale.
Non possiamo tacere il silenzio di certi ambienti sull’annessione della Crimea e connessa guerra civile in Ucraina, siamo al centro dell’Europa a due passi da noi; non pensiamo ad un filosovietismo di ritorno, ma, se ricordiamo la collaborazione combattente di molti ucraini a fianco dei nazifascisti, per onestà intellettuale, del pari si comportarono i palestinesi.
Per quanto sopra e salva prova contraria, ma il caso della flotilla la dice lunga, considerato lo stato di guerra dell’area da oltre sessant’anni, solo Egitto e Giordania hanno riconosciuto Israele firmando la pace, i comunicati dei pacifisti e dei marciatori della pace evidenzierebbero un profilo di parzialità difficilmente superabile. L’antisionismo è un ottimo veicolo per l’antisemitismo, su questo, storicamente, l’Italia non avrebbe tutte le carte in regola: ricordiamo, esempio minimo, come un anno addietro, il 25 Aprile, l’ANPI non ha voluto la bandiera della Brigata Ebraica, cinquemila giovani ebrei volontari che, nel ’44/’45, combatterono, molti morirono, in Italia per liberarci dai nazifascisti.

p. s. Avrei letto circa l’adesione di scuole alle marce della pace: la scuola ha il dovere di rispettare la coscienza morale e civile dell’utenza, trattandosi prevalentemente di minori, delle famiglie.

Grazie per l’attenzione,
il già Dirigente Scolastico in Cesena luigi migliori

Certo che è dura la vita del pacifista di professione:
dubbio

barbara

LA CHIAVE DI SARAH

La storia di questo libro è un romanzo; la Storia invece è questa: una Storia, tra l’altro, a lungo spacciata per infame operazione tedesca quando in realtà è stata una (? Quale aggettivo usare?) operazione condotta interamente dalla polizia francese.
E quando una storia – qualunque storia – si trova a imbattersi nella Storia, gli effetti sono sempre devastanti: per le persone, per le loro vite, per le loro storie, che ne resteranno segnate per sempre. E anche per chi si ritrova a leggerle (perché quell’urlo, tu che non l’hai sentito, tu che non c’eri, tu che non eri neppure nato, d’ora in avanti continuerai a sentirlo per sempre). È un libro tremendo, te lo dico subito, però lo devi leggere: è un dovere sociale. È un dovere morale. È un dovere umano (però poi, di’ la verità, quando lei alla fine prende quella decisione, non ti ritrovi anche tu a sbattere un gran pugno sul tavolo e a gridare “LO SAPEVO! Lo sapevo che non lo avresti fatto!”?)

Tatiana de Rosnay, La chiave di Sarah, Mondadori
La chiave di Sarah
barbara

BEATE KLARSFELD

Oggi rubo le parole a Giulio Meotti per rendere omaggio a una grande donna, che ha sempre suscitato la mia più grande ammirazione.

Quando le chiesero che lavoro faceva, Beate Klarsfeld rispose: “La casalinga”. Disse che si prendeva cura di “tre cani, due gatti, un marito e due figli”. La signora fino a domani, quando la Germania sceglierà il suo nuovo presidente, sarà per tutti “Fräulein Klarsfeld”. La celebre sicaria garantista è stata scelta infatti dal partito della sinistra radicale Die Linke come candidato a presidente della Repubblica federale. La Klarsfeld ha poche chance di vittoria contro l’ex pastore protestante Joachim Gauck, il dissidente della Ddr che può contare sull’appoggio tanto della maggioranza quanto dell’opposizione socialdemocratica e Verde. Franco-tedesca che ha trascorso tutta la vita a cercare di portare in giudizio gli ex criminali di guerra, di recente la Klarsfeld ha ricevuto la Legione d’onore da parte di Nicolas Sarkozy, mentre in Germania una richiesta, su istanza della Linke, del riconoscimento corrispondente, la croce d’onore, le è stata rifiutata senza spiegazioni dal ministero degli Esteri e dall’ufficio del presidente della Repubblica. In Germania la amano o la odiano. Molti le danno della “fanatica” e in Francia il quotidiano Le Monde l’ha appena accusata di essere parte della “estrema sinistra sarkozista”. La sua candidatura ha l’altissimo valore simbolico di un’iniziativa che rende onore a una autentica protagonista del Novecento. E’ l’epopea di una famiglia, Beate e Serge Klarsfeld, giuristi agguerriti, cacciatori di criminali di guerra e custodi ortodossi e oltranzisti della memoria. La storia pubblica di Beate inizia nel 1968, quando da ragazza scrive un pezzo sul giornale francese Combat per denunciare il passato nazista dell’allora cancelliere tedesco della Cdu, Kurt Georg Kiesinger. Per questo articolo Beate viene subito licenziata dall’ufficio franco-tedesco per la gioventù presso cui lavorava. Allora la ragazza, ventinovenne, prese posto sulla tribuna del Bundestag e urlò all’indirizzo di Kiesinger: “Nazista, nazista, nazista, dimettiti!”. Niente. Il 7 novembre del 1968 si reca al congresso della Cdu a Berlino e rifila uno schiaffone al cancelliere. Una fotografia immortala i suoi occhi di brace e lo sgomento di Kiesinger.

“Fu un gesto simbolico: i figli dei nazisti picchiano i loro padri”, dirà Beate nel 2006 a una radio tedesca. Lo schiaffo le costò un anno di carcere. A ulteriore giustificazione del suo gesto, Beate disse di non poter tollerare che uno dello stesso partito del criminale che aveva deportato il suocero ad Auschwitz fosse diventato cancelliere. Kiesinger alla fine non verrà rieletto e Beate ottenne il plauso di numerose personalità pubbliche. Heinrich Böll, premio Nobel per la Letteratura nel 1972, le spedì un mazzo di rose rosse. “Frau Klarsfeld, avrei voluto parlarle volentieri… quello che sta facendo è meraviglioso”, le lasciò detto sulla segreteria telefonica Marlene Dietrich. Per far adottare dalla Germania una legge più severa con gli ex ufficiali nazisti, Beate si farà persino arrestare dentro al campo di concentramento di Dachau. Rimase in cella tre settimane. Tre anni dopo tentò di rapire a Colonia l’ex capo della Gestapo di Parigi, Kurt Lischka, che lì viveva indisturbato. L’ex gerarca verrà processato per la deportazione di quarantamila ebrei dalla Francia. Beate aveva già trovato una macchina sportiva per portarselo in Francia, ma uno dei compagni, che doveva colpirlo alla testa, non ebbe il coraggio. Un fallimento. Ma tutti conobbero il passato di Lischka. E Beate fu arrestata. Per assicurare alla giustizia il nazista Alois Brunner, Beate è volata fino in Siria. Ma il più stretto collaboratore di Adolf Eichmann, noto anche come “la mano destra del diavolo”, le è sempre sfuggito. E’ accusato dello sterminio di 128.500 ebrei austriaci, greci, francesi e slovacchi. Brunner “l’ingegnere della soluzione finale”, ossessionato dallo sterminio degli ebrei al punto che nel 1985, intervistato dal magazine tedesco Bunte, affermò di “rimpiangere di aver lasciato il lavoro a metà”. La mattina del 5 dicembre 1991, il telefono squilla nella casa di Brunner in via George Haddad a Damasco. I servizi segreti siriani gli annunciano: “La Klarsfeld è arrivata a Damasco”. Brunner balbetta intimorito: “Non mi consegnerete a quella donna?”. Grazie sempre alla nota casalinga, Joseph Schwammberger, ufficiale delle SS responsabile dello sterminio di tremila ebrei polacchi, è finito in tribunale a Stoccarda. Beate Klarsfeld ha spartito con Simon Wiesenthal gli onori della caccia agli ex nazisti. Ma le loro biografie non potrebbero essere più diverse. Due cicatrici appena visibili sui polsi di Wiesenthal ricordavano che tentò il suicidio in uno dei dodici campi di sterminio da cui uscì vivo per miracolo. Lei, Beate, non è passata per l’Olocausto. E’ la figlia di un soldato della Wehrmacht. Non un’ebrea, ma una cristiana protestante. Fu nel 1960, quando venne a vivere in Francia e incontrò Serge, che sentì che la gioventù tedesca doveva assumere la responsabilità morale e storica dei campi di sterminio. Fu il marito, figlio di un deportato di Auschwitz, ad aprirle gli occhi. Si conobbero nella metro di Parigi. Aveva ventun anni. Da allora Beate ha fatto della caccia la ragione della sua vita. Una donna sempre pronta a generare scandalo per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica. Come quando si recò in piazza San Pietro tra gli ebrei che manifestavano contro la decisione di Giovanni Paolo II di ricevere il presidente austriaco Kurt Waldheim, bandito dagli Stati Uniti per il suo passato nell’esercito nazista. Beate voleva portare numerose bombolette di fumogeni in piazza. Ma causarono un piccolo incendio all’Hotel Columbus in via della Conciliazione, a due passi dal Vaticano. Beate ha pagato un caro prezzo per questa caccia al passato. Una volta le hanno messo una bomba in casa. Un’altra volta hanno fatto saltare la sua automobile. La rete televisiva Abc negli Stati Uniti ha realizzato un film su di lei, interpretato dall’ex “Charlie’s Angel” Farrah Fawcett. Nel 1998 ci fu l’apice delle imprese di Beate e Serge. Non portarono alla sbarra un ex gerarca tedesco come Klaus Barbie, ma un francese, un esponente di quella borghesia di provincia che spedì al massacro migliaia di ebrei e seppe riciclarsi con perfida maestria. E’ il caso Maurice Papon, segretario generale della prefettura della Gironda, fedele a Vichy, di cui anche il presidente Charles de Gaulle nel 1968 disse: “E’ uno serio, una brava persona”. I Klarsfeld riuscirono a trasformare il caso nel processo alla Francia collaborazionista. Papon fu infatti l’unico responsabile del regime di Vichy a essere stato condannato per lo sterminio degli ebrei. Storica la sentenza della Corte di assise di Bordeaux, il 2 aprile 1998: “Complicità in crimini contro l’umanità”. Gli varrà l’etichetta di “boia di Vichy”, perché tra il 1942 e il 1944 Papon mandò a morire oltre 1.500 ebrei, anziani e bambini, prelevati minuziosamente da sanatori, case di riposo, ospedali. Poi i Klarsfeld costruiscono l’accusa contro Paul Touvier, il capo della milizia di Lione. I coniugi passano anni a mettere su una azione legale credibile. E alla fine i capi d’accusa parlano da soli: l’attentato contro la sinagoga di Lione nel 1943; l’assassinio di Victor Basch, il presidente della Lega francese dei diritti dell’uomo, sempre nel 1943; la complicità nell’uccisione di sette ostaggi ebrei a Rillieux, nel 1944.Touvier gode della protezione di monsignor Duquaire, il segretario particolare dell’arcivescovo di Lione. Sarà Georges Pompidou, nel 1971, a firmare la sua grazia in contumacia. Scoppia lo scandalo. La notizia suscita la reazione delle comunità ebraiche. I Klarsfeld lo scovano, nel 1989, a Nizza, in un convento di sacerdoti cattolici integralisti, sotto falso nome: Paul Lacroix. Se Beate è una donna d’azione, il marito Serge è un intellettuale che ha trascorso molti anni a scrivere i sei volumi della storia dei bambini ebrei di Francia uccisi nell’Olocausto. Un libro sconvolgente, che ricostruisce minuziosamente la storia di ognuna delle giovanissime vittime con corredo di fotografia e di dati anagrafici, ma soprattutto è un libro con cui Klarsfeld ha riaperto la polemica con il presidente François Mitterrand a proposito delle responsabilità del regime di Vichy e della figura di René Bousquet, che della polizia di Vichy fu il capo, e con il quale Mitterrand ha intrattenuto per molti anni rapporti di amicizia. “Mai, nella storia di Francia, si erano martirizzati dei bambini per non scontentare i vincitori”. Klarsfeld se la prese con Elie Wiesel a causa di “Mémoire à deux voix”, il libro in cui Mitterrand dialoga con il premio Nobel ex deportato e si sofferma sull’amicizia con Bousquet. “Wiesel si comporta come se il soldato Mitterrand fosse passato dalla prigionia in Germania alla Resistenza”, disse Klarsfeld. “Un Wiesel nei panni del cortigiano. Rimprovera a Mitterrand quell’amicizia con Bousquet ma non gli ricorda: signor Mitterrand, nel 1942 e anche nel 1943, lei era petainista e, in seguito, ha avuto Bousquet come amico”. Contro l’oblio della memoria i Klarsfeld hanno rinvenuto lo schedario di tutti gli ebrei residenti in Francia all’epoca dell’occupazione nazista. Due anni fa arriva un altro successo. Dalla ex stazione dei treni di Bobigny, nella periferia di Parigi, più di 20.000 ebrei furono deportati verso i campi della morte tra il 1943 e il 1944, senza mai fare ritorno. I Klarsfeld hanno costretto i capi della Sncf, la società ferroviaria francese, a riconoscere le loro responsabilità nelle deportazioni naziste. Grazie a loro il mea culpa del presidente della Sncf, Guillaume Pepy, è diventato inevitabile. Un anno fa i Klarsfeld hanno protestato contro la decisione di includere Louis-Ferdinand Céline, l’autore del celebre “Viaggio al termine della notte” ma anche noto per i suoi pamphlet antisemiti, nella raccolta delle Celebrazioni nazionali del 2011 edita dal ministero della Cultura. Klarsfeld ha chiesto “il ritiro immediato di questa raccolta e la soppressione delle pagine dedicate a Céline nella prossima riedizione”. “Il ministro Frédéric Mitterrand deve rinunciare a portare i fiori in memoria di Céline, così come suo zio, l’ex presidente François Mitterrand, fu obbligato a non deporre più corone di fiori sulla tomba di Petain” (il maresciallo capo del regime francese collaborazionista). E ancora: “Il talento di scrittore non deve fare dimenticare l’uomo che lanciava appelli alla morte degli ebrei sotto l’Occupazione. Che la Repubblica lo celebri è indegno. Bisogna attendere secoli, e non solo cinquant’anni, perché si possano commemorare allo stesso tempo le vittime e i loro carnefici”. Alla fine, Klarsfeld ha la meglio e Céline viene cassato dalle celebrazioni, nonostante il presidente Sarkozy avesse detto a favore dello scrittore collaborazionista: “Si può amare Céline senza essere antisemiti, come si può leggere Proust senza essere omosessuali”. Storica è la militanza pro Israele della famiglia. Nel 1967, allo scoppio della guerra dei Sei giorni, Serge parte volontario per Israele, dove serve come corrispondente militare sulle alture del Golan. Nel 1970 Beate vola a Varsavia, per protestare contro il processo intentato agli “ebrei sionisti”. Si incatena a un albero della capitale polacca e distribuisce volantini contro il regime comunista antisemita. Viene arrestata ed espulsa. Un anno dopo parte per Praga, dove è in corso un altro processo a militanti ebrei. Golda Meir, da primo ministro d’Israele, le ha conferito la medaglia della “Donna di valore”. I coniugi Klarsfeld hanno attaccato l’Europa che “fa concessioni al mondo arabo ed è pronta a sacrificare diplomaticamente Israele”. Serge è stato uno dei pochissimi intellettuali pubblici di Francia a sostenere la guerra in Iraq. Nel 1974 Beate fu l’unica occidentale a prendere un aereo per Damasco e protestare contro il trattamento riservato dai siriani ai prigionieri di guerra israeliani. “Non lasciamo che i crimini della Germania di Hitler vengano usati come modello dal mondo arabo”, recitava un appello di Beate pubblicato dai giornali dell’epoca. Nel 1975 vola al Cairo, per denunciare Hans Schirmer, allora a capo del programma euro-arabo ma che prima aveva servito nell’ufficio di propaganda nazista. Tre anni dopo, il primo ministro israeliano Menachem Begin e il ministro degli Esteri Abba Eban la nominano invano per il premio Nobel della Pace. Nel 1979 Beate è a Teheran, per protestare contro l’esecuzione di Habib Elghanian, leader della comunità ebraica iraniana. La troviamo poco dopo a Beirut, dove si offre prigioniera in cambio di cinque ebrei libanesi tenuti in ostaggio dai terroristi sciiti. Nel 1988 Beate venne espulsa dall’Algeria, dove era andata per manifestare contro il vertice arabo. Voleva presentarsi con uno striscione: “Il pieno e completo riconoscimento dello stato di Israele è il primo passo verso la pace”. Nel 2004 Serge generò un altro scandalo in Francia suggerendo agli ebrei di emigrare in Israele. C’era fin troppo antisemitismo a Parigi. Anche il figlio, Arno Klarsfeld, ha speso parte della sua carriera di avvocato alla ricerca dei criminali di guerra. Quasi tutti se lo ricordano puntare il dito come difensore delle parti civili contro Papon. Poi alla soglia dei quarant’anni, Arno Klarsfeld ha indossato la divisa color oliva dell’esercito israeliano. Disse di essersi “sentito aggredito dalla politica estera della Francia, che compra la sua sicurezza a breve termine dalle organizzazioni terroristiche che oggi non hanno alcun interesse a colpire un paese che si oppone a Israele e agli Stati Uniti”. La scintilla scattò a qualche metro dal Mike’s Place di Tel Aviv, dove un kamikaze palestinese si è fatto saltare in aria provocando una strage. Quei corpi carbonizzati, resti umani abbandonati sull’asfalto, gli hanno dato l’ultima spinta verso l’arruolamento: è diventato soldato di Tsahal per combattere le organizzazioni terroristiche che seminano morte in Israele.

A La Paz, in Bolivia, Beate si è incatenata a un albero per protestare contro la mancata estradizione di Klaus Barbie. Nel 1985 la rivista americana Life rivelò il piano dei coniugi Klarsfeld, di fronte alla mancata estradizione, per assassinare il “boia di Lione”. Alla fine riescono a farlo estradare e Barbie viene condannato all’ergastolo per lo sterminio di migliaia di persone nelle camere a gas (come i cinquanta bambini ebrei razziati nella colonia di Izieu). Klarsfeld sa che i criminali di guerra non pagano mai abbastanza. Franz Nowak, responsabile dei treni della morte che trasportarono un milione di ebrei nelle camere a gas, ha scontato sei anni di galera. Tre minuti per ogni vittima. Ma catturarli ne è valsa comunque la pena. A giustificazione del suo lavoro di cacciatrice, Beate ha detto: “Non hanno il diritto di morire in pace nei loro letti”.

Non ho parole da aggiungere a questo splendido ritratto, tranne un immenso GRAZIE a questa grande donna per la sua infaticabile opera, per la sua determinazione, per il suo coraggio.  


barbara