SUL DISCORSO DELLE RAZZE E SU ALCUNI ALTRI MASSIMI SISTEMI

Direi che può essere utile cominciare da qui, che coi disegnini si capisce meglio:
razze
E proseguo invitandovi a leggere questo post del sempre magistralmente preciso Giovanni Ciri.
Vado avanti con un episodio personale già altre volte citato: mi è accaduto di essere accusata di razzismo per non averla data seduta stante a un tizio che mi aveva abbordata per strada. [Piccolo inciso. Non per vanteria, ma solo per chiarire il contesto: in altri tempi ero una gnocca da sballo, con due gambe che avrebbero irretito san Francesco. Ho cominciato a essere abbordata a tredici anni (in realtà anche prima. Molto prima, per essere precisi, ma questa è un’altra storia) e ho continuato fino a cinquant’anni suonati. Naturalmente non ho idea di quante volte sono stata abbordata, ma sicuramente tante, ma proprio tante. Non mi sono mai sognata di rispondere a un abbordaggio] L’accusa derivava dal fatto che il tizio in questione era nero. Ora, se un nero mi considera razzista pensando che lo abbia respinto a causa del suo colore, posso ragionevolmente ritenere che lui consideri il suo colore come identificativo di una razza diversa dalla mia? (Noto, per inciso, che con questa convinzione che, se non fosse per il colore, avrebbe tutti i numeri per farsi raccattare all’istante, dimostra quanto sia vero che gli imbecilli sono sempre anche presuntuosi). Ma naturalmente nessuno si sognerebbe di dare del razzista a un nero che crede all’esistenza delle razze, mentre se lo fa un bianco sì, misteri della logica dei progrediti progressisti. Ricordo per inciso, per chi è nuovo da queste parti, per chi non lo ricorda, per chi si è distratto, per chi non l’ha visto e per chi non c’era e per chi quel giorno lì inseguiva un’altra chimera, che la famosa “razza umana” di Einstein è una colossale bufala, sapevàtelo. E andiamo avanti, con un breve cenno alle origini. Alle origini c’era il razzismo, cioè la mia razza è superiore, la tua inferiore, e quindi comando io. Credo che molti immaginino che questo faccia parte del pensiero occidentale, bianco, tanto per restare in tema: niente di più sbagliato: i miei studenti somali per esempio, non più di una trentina d’anni fa, mi spiegavano che “se Allah avesse voluto che fossimo uguali, ci avrebbe fatti uguali, se ci ha fatti diversi vuol dire che voleva che si capisse che siamo diversi” e, coerentemente con questa teoria, mostravano il massimo disprezzo per i bantu – più scuri dei somali (e pertanto da loro chiamati negri), di ossatura grossa per non dire grossolana e, oggettivamente, molto meno belli, per usare un eufemismo – e li consideravano una razza inferiore; i musulmani arabi in Darfur hanno per anni sterminato i musulmani neri; gli esquimesi chiamano se stessi “inuit”, che significa uomini, qualifica che riconoscono unicamente a se stessi. E si potrebbe continuare a lungo. Comunque. In altre parti del mondo il razzismo ha continuato a prosperare; nel corrotto e degradato per non dire marcio Occidente abbiamo invece maturato la convinzione che non possano esistere differenze gerarchiche fra le varie razze, non esistono razze superiori e razze inferiori, razze per decreto divino dominanti e razze per decreto altrettanto divino succube: la superiorità si stabilisce in base alla cultura, all’intelligenza, all’etica, non al colore della pelle. Bene. Ma poiché il progresso non si ferma, si è pensato bene di fare un ulteriore passo avanti: da “non esistono razze superiori e inferiori” si è passati a “non esistono le razze”. Qualcuno ha addirittura genialmente proposto di abolire la parola razza, in modo da rendere concretamente impossibile la mentalità razzista (e dunque adesso abbiamo il piacere di sapere che ci basterà abolire la parola fucile per rendere concretamente impossibile l’omicidio). Invenzione stupida ma innocua? Mica tanto. Perché il progresso ha continuato inesorabilmente ad avanzare, e dal superamento del razzismo si è passati al superamento dello specismo: non esiste alcuna differenza gerarchica fra l’uomo e qualunque altra specie animale, la dignità del moscerino è esattamente pari alla mia, sono nati comitati per la difesa dei diritti degli animali perché i diritti degli animali sono esattamente pari ai miei. Dalla – giusta – attenzione a non provocare agli animali sofferenze inutili si è passati, con argomentazioni di inaudita ignoranza, oltre che non di rado deliranti, al rifiuto della sperimentazione animale per i farmaci che ci salvano la vita, perché la mia vita non vale quella di un topo, con del vero e proprio terrorismo informativo, con orripilanti truculente foto tarocche (chi ha la pur minima conoscenza della materia, sa che se l’animale soffre, l’esperimento perde qualunque validità, per dirne una), con “notizie” inventate di sana pianta, tra l’altro chiamando vivisezione qualunque tipo di sperimentazione animale, dimostrando di non avere la minima idea del significato della parola (chissà se lo sanno che quando vanno a farsi estrarre un dente si stanno sottoponendo a una vivisezione in piena regola); si è passati non solo al vegetarismo, ma addirittura a quel vero e proprio delirio che è il veganesimo (salvo poi far castrare il gatto e dire che è per il suo bene, tenerlo chiuso in un bilocale e dire che è perché lo amano. Eccetera). E dunque succede che il leone ha il diritto di mangiare la gazzella, ossia secondo la sua natura, ma noi – selezionati nel corso di milioni di anni come onnivori – no; vale a dire che tutte le specie animali sono titolari di pari diritti, tranne quella umana, ogni animale fa parte della catena alimentare di qualche altro animale, ma la catena per qualche insondabile motivo non può arrivare fino all’uomo. E qui emerge un’altra di quelle curiose bizzarrie a cui i cultori del pensiero etico ci hanno abituati. È giusto, dicono, perché gli animali seguono il proprio istinto, mentre noi siamo dotati di pensiero razionale e possiamo scegliere (pensiero razionale noi sì e loro no? Ma non eravamo uguali in tutto e per tutto?) Ok, ma allora perché dicono che gli animali sono migliori degli umani, per esempio il cane è fedele fino alla morte e oltre mentre l’amico ti tradisce, come se l’animale scegliesse coscientemente i propri comportamenti? E perché se si parla invece delle femmine che si mangiano i cuccioli appena partoriti tornano a invocare l’istinto per spiegare che non possono essere considerate cattive per questo? Perché il marito umano fedifrago è un farabutto mentre il capobranco che monta tutte le femmine del branco sarebbe ridicolo chiamarlo farabutto perché segue il suo istinto, ma il gatto che ti fa molte più coccole di tuo marito è buono per scelta? Eccetera. Riassumendo: quando un animale fa quelle che presso gli umani sono considerate cose buone, è perché sono buoni (migliori di noi), quando fa quelle che presso gli umani sono considerate cattive sono innocenti perché quello è il loro istinto. Insomma, non esistono culture inferiori ma la cultura cosiddetta occidentale lo è (non ho trattato il tema in questo post, ma è argomento di stringente attualità); le razze non esistono perché abbiamo deciso che non esistono, le specie animali hanno tutte pari dignità ma la specie umana è enormemente inferiore alle altre sotto tutti gli aspetti. Siamo arrivati al capolinea? Ma neanche per sogno! L’ultima – per ora – frontiera è la shoah degli animali. Già nel 2003 la PETA, People for the Ethical Treatment of Animals (sulla quale, se avete voglia di fare un po’ di ricerche, ne troverete delle belle), ha organizzato una mostra dal titolo “La Shoah nel tuo piatto”, accostando immagini dei campi di sterminio a immagini di animali in aziende agricole
Shoah animali 1
Shoah animali 2
Shoah animali 3
quest’ultima, oltretutto, assolutamente ridicola, oltre che malamente fotoshoppata: quello scheletrino senza un filo di carne addosso dovrebbe rappresentare un animale che uccidiamo per mangiare?!
Come vedete, il discorso che parte dalle sacrosante battaglie per l’abolizione della schiavitù (da parte di noi corrotti occidentali bianchi capitalisti: in molte parti del mondo è tuttora praticata di fatto, e in alcuni paesi africani è praticata dai mercanti di schiavi arabi anche di diritto, con “regolari” compravendite sulla piazza del mercato) e l’abbattimento del pregiudizio razzista, ha portato molto lontano e, come non di rado accade alle battaglie iniziate con le migliori intenzioni e coi migliori ideali, ha preso strade, diciamo così, discutibili: la rivoluzione francese iniziata per togliere potere e privilegi ad aristocrazia e clero improduttivi e darli alla ricca borghesia produttiva, si è risolta in un mare di sangue e 15 anni dopo ha sostituito la monarchia con l’impero; la rivoluzione russa nata in febbraio per porre fine alla guerra e alla più oscurantista e oppressiva monarchia d’Europa è sfociata nel colpo di stato di ottobre e ha dato vita al più terrificante inferno che il mondo abbia mai conosciuto. La lotta per la dignità di ogni essere umano ha portato, in una delle sue ramificazioni, a sputare su milioni di esseri umani strappati alle loro case, depredati di ogni loro avere, costretti a vedere la sofferenza dei loro cari essendone pienamente consapevoli (quel famoso pensiero razionale di cui sopra, che noi abbiamo e le altre specie animali no – e speriamo che fra un po’ non ci contestino anche questo), deportati, torturati, sterminati. Il tutto non solo senza vergogna, ma sentendosi anche eticamente superiori.
Naturalmente non è accettabile che qualcuno proclami di voler di salvaguardare “la razza bianca”: si difende una cultura, non un colore, e sarebbe ora che qualcuno si decidesse a rimboccarsi le maniche e a farlo seriamente. Ma non è certo negando la realtà che si combattono le derive razziste.

barbara

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IL RITORNO DELL’HULIGANO

Alle undici sono alla Stazione Nord, al treno di notte per Cluj. Il volo era stato cancellato all’ultimo momento per mancanza di passeggeri e anche per via della Pasqua. Il vagone letto ha solo due passeggeri e due accompagnatori giovani, che hanno l’aspetto di studenti di un college, completamente diversi dal pittoresco cuccettista di un tempo. Negli anni d’università, il treno mi portava, alcune volte all’anno, di notte, in sette ore, da Bucarest a Suceava e mi portava, poi, di frequente, negli anni dell’amore per Giulietta, da Ploiesti a Bucarest. Il treno mi aveva portato a Periprava, il lager di detenuti dove era finito il babbo, e nel viaggio di addio, nel 1986, ai genitori e alla Bucovina. Sono solo nel treno del passato, tra i fantasmi che appaiono, immediatamente, intorno al fantasma che sono stato e che sono diventato. Lo scompartimento è pulito, ma persiste un odore di disinfettante e il lenzuolo ha una macchia sospetta. Il cuscino posto proprio sopra la ruota del vagone non promette l’anestesia della stanchezza che ha continuato a sedimentare durante la settimana bucarestina. Distendo la coperta sul lenzuolo, mi spoglio, sento freddo, mi avvolgo. Tiro le tende. Buio tratteggiato da strisce luminose. Le ruote stridono, cerco di rimanere sordo alla corsa e all’ansito della notte. Il mostro di ferro perfora, con rumori sordi e muggiti, l’oscurità.

ab ab ab

Ottobre 1941. Il primo viaggio in treno. Carro bestiame, assito umido, freddo, corpi ammucchiati uno addosso all’altro. Fagotti, bisbigli, lamenti, puzza di urina e sudore. Blindato nella paura, rannicchiato, contratto, separato dal corpo della belva collettiva che le sentinelle sono riuscite a stipare nel vagone e che si agita con centinaia di braccia, gambe e bocche isteriche. Solo, sperduto, come se non fossi legato alle mani, alle bocche e alle gambe degli altri. Tutti! Tutti!, così urlavano le sentinelle. «Tutti, tutti» gridavano, levando le baionette lucenti e i fucili lucenti. Non c’era scampo. «Tutti, in colonna, tutti, tutti, salire, tutti.» Spintonati, gli uni addosso agli altri, più stretti, più, più, finché non avevano sigillato il vagone. Maria batteva con i pugni sulla parete di legno della nostra tomba, per esservi ammessa, per partire con noi, le sue grida si erano spente, avevano dato il segnale di partenza. Le ruote ripetevano tutti tutti tutti, il feretro d’acciaio penetrava il ventre della notte. E poi, il secondo viaggio in treno: il miracoloso Ritorno! 1945. Aprile, come adesso. Erano passati secoli, ero vecchio, non immaginavo che sarebbe seguito, dopo altri secoli, un altro ritorno. Ora, vecchio davvero, vecchio. Le ruote ritmano il ritornello notturno, scivolo sulle faglie del buio. D’un tratto, l’incendio. Vagoni in fiamme, il cielo in fiamme. Fuoco e fumo, il ghetto brucia. Un borgo incendiato, pogrom e rogo. Casette e alberi in fiamme, grida. Sul cielo rosso, il gallo sacrificale e l’agnello sacrificale. Il martire legato al rogo, nel centro del borgo. Come una crocifissione, solo che il braccio trasversale della croce mancava, era rimasto un solo palo, eretto sul livello del suolo. Il corpo non è inchiodato, solo le mani sono legate con le sacre cinture della preghiera, i filatteri. I piedi sono legati al palo con una fune, il corpo è avvolto nello scialle di preghiera, bianco, a frange nere. Si vedono i piedi, parte del petto, una spalla, le braccia, la pelle luminescente, gialla, con riflessi violacei. Il volto pallido, molto lungo, la barba giovanile, i cernecchi sottili, rossicci, le palpebre abbassate sugli occhi stanchi, la visiera del berretto verde girata da una parte. Le finestre dell’edificio vicino aperte, si sentono grida. I disperati corrono, frastornati, qua e là, intorno al rogo al centro dell’immagine. La crocifissione era diventata una condanna al rogo. Semplice, maldestra, la tragedia occupava tutto lo schermo: l’uomo in procinto di gettarsi dalla finestra dell’edificio in fiamme, il violinista smarrito nella viuzza tortuosa, tra le case che crollano, incendiate, le une sulle altre, la donna con il bambino in braccio, il devoto con il libro, sorpresi insieme nel giorno maledetto. Al centro, il rogo. Ai piedi del martire, la madre o la moglie o la sorella, avvolta in un lungo velo che la unisce al condannato. Mi avvicinavo, da molto tempo, al giovane martire. Il berretto gli scivola sulla fronte, non fa alcun gesto, il rogo sembra sul punto di prender fuoco, da un momento all’altro. Non sono in grado di avanzare più in fretta, per liberarlo, mi restano solo pochi attimi per trovarmi un nascondiglio. Voglio dirgli che non si tratta di Crocifissione o Resurrezione, solo di un rogo, e basta, trasmettergli almeno queste parole, prima di separarci, ma le fiamme si avvicinano a gran velocità e sento il treno sempre più vicino. Le ruote rombano in modo assordante, il treno fuma, brucia, torcia che penetra veloce e con fragore la nebulosa della notte. Si avvicina, continua ad avvicinarsi, mugghiando, rombando, è sempre più vicino, mi sveglio, spaventato, cerco di liberarmi della coperta torrida. La ruota mi rotola, come un rotolo, i raggi grossi e pesanti sibilano, sibilano. Mi occorre tempo per capire che non mi hanno perforato la carne, che non sono stato risucchiato dai raggi vertiginosi, che mi trovo in un normale scompartimento di un normale treno di notte, in Romania. Rimango per lungo tempo rannicchiato, sudato, con la luce accesa, senza il coraggio di rientrare nel presente. Cerco di ricordare viaggi incantati con la slitta, nella Bucovina incantata, e con la carrozza, in graziose stazioni di villeggiatura bucovine, e col treno, d’autunno, in uno scompartimento vuoto, luminoso, quando la mamma mi aveva svelato il segreto della sua giovinezza ferita. A un certo punto, mi assopisco di nuovo, mi sveglia un pensiero improvviso: Chagall. La cartolina Chagall che avevo guardato spesso, senza capire chi e perche me l’avesse mandata.

Perché tornare significa anche far tornare le memorie – e rivivere la deportazione ad ogni viaggio in treno è esperienza comune a molti deportati.

Lungo era stato il tempo per decidersi a lasciare la Romania e intraprendere la via dell’esilio, e lungo è anche il tempo per decidersi ad abbandonare per un momento l’esilio e rientrare in Romania, dove affrontare visi e luoghi e discorsi e memorie e rimorsi per le promesse non mantenute e dolori antichi e dolori nuovi.

“Il ritorno dell’huligano” è uno di quei libri, un po’ come quest’altro, che provvedono personalmente (sì lo so, non venitemi a spiegare che il libro non è una persona, ma non posso dire che provvede libralmente) a dettarti l’agenda: acquistato una buona dozzina d’anni fa, adesso mi si è imposto alla lettura. Che non è una di quelle letture che procedono a rotta di collo, perché anche il ritmo di lettura te lo detta lui, e ben presto ti rendi conto che lentezza non è sinonimo di noia. Non in questo caso almeno. E ti rendi conto anche che “lui” ti si è imposto in questo momento perché “sapeva” che è esattamente di quel ritmo che il tuo corpo e la tua mente avevano bisogno in questo momento. E un libro così è chiaro che è straordinariamente intelligente, e davvero non puoi fare a meno di leggerlo.

Norman Manea, Il ritorno dell’huligano, il Saggiatore
huligano
barbara

 

PRIMA DI PASSARE AD ALTRO

Ripropongo tre miei vecchi post.

E BELLA ANCHE CUBA

Intervista a Oliviero Diliberto accompagnata dai commenti dell’esule cubano portavoce per l’unione delle libertà a cuba Joel Rodriguez.

Intervista a Oliviero Diliberto Segretario Nazionale del Partito dei Comunisti Italiani Realizzata da Marco Papacci Segretario circolo di Roma Ass.ne Naz.le di Amicizia Italia-Cuba Roma 14 dicembre 2005

D): Con le dovute differenze culturali, storiche, geografiche e politiche, cosa prenderebbe del sistema cubano per adottarlo in Italia?

R): Sicuramente il sistema di protezione sociale, che è il più avanzato non soltanto di tutta l’America Latina, il che non è molto difficile visto lo stato degli altri paesi, ma anche rispetto a molti paesi occidentali, o cosiddetti occidentali. Penso al sistema sanitario, al sistema della protezione del lavoro, che sono avanzatissimi. Non è un caso che Cuba venga attaccata parlando di Diritti Umani, dimenticandosi, naturalmente sono in malafede quelli che l’attaccano, che il grande tema dei Diritti Umani inizia dal diritto alla vita, ad una vita decente, ad una vita dignitosa per tutti e non soltanto per ristretti gruppi di privilegiati come nel resto del mondo.
Joel Rodriguez commenta:

Appunto, On. Diliberto, “vita decente, ad una vita dignitosa” e soltanto questo quello che vuole il popolo cubano, il non doversi prostituire e vendere per sopravvivere; a Cuba il ristretto gruppo di privilegiati si riduce a Fidel Castro e i suoi colonnelli e generali, il resto della popolazione vive in una miseria totale. Di quale sistema di protezione sociale mi parla On. Diliberto, di quale sanità? quella cosa allo sfascio la vuole chiamare sanità? Vorrei vedere se in Italia ci fosse un sistema sanitario come quello cubano, in quale ospedale andrebbe lei e i suoi compagni caro On? Lei per caso non sa che a Cuba manca il personale medico e infermieristico negli ospedali, perché sono in “missione” umanitaria in Venezuela, costretti ad andare in Venezuela in cambio di pretodollari e per fare indottrinamento politico alla popolazione?

D): A Cuba, alcune tipologie di cittadini (tra cui, ad esempio i lavoratori di zuccherifici dimessi o in via di ristrutturazione), hanno la possibilità di scegliere tra un nuovo lavoro e frequentare l’università o corsi professionali, in questo secondo caso, ricevono comunque un salario. Sa di altri paesi nel mondo in cui si adotta questo stesso principio?

R): Ovviamente no. E’ un principio avanzatissimo. Se vogliamo è un principio che potrebbe tranquillamente trovarsi nella nostra Costituzione repubblicana che vogliono smantellare perché è il principio del diritto al lavoro, connesso con il diritto all’istruzione. In Italia ci fu negli anni ’70 dopo la grande vittoria dello Statuto dei lavoratori, un esperimento non così avanzato ovviamente, ma altrettanto interessante che era quello delle cosi dette 150 ore. Cioè 150 ore di lavoro retribuite come lavoro per quegli operai che andavano all’università o comunque volevano apprendere nelle istituzioni scolastiche italiane. Naturalmente è durato poco perché gli imprenditori non accettano l’idea che i lavoratori siano istruiti, per un motivo molto semplice che alcuni si dimenticano, che la cultura è lo strumento più formidabile per avere conoscenza, per avere consapevolezza dei propri diritti, quindi andava abolito.
Joel Rodriguez commenta:

On. Diliberto, se in Italia -o in qualunque altro posto- i lavoratori guadagnassero 15 dollari al mese e lo Stato più di mille dollari per ogni lavoratore (come nel caso delle compagnie straniere che hanno affari nell’isola), sicuramente qualunque stato si potrebbe permettere di mandare a “studiare” i lavoratori per un periodo. Se non altro, Diliberto, questo si chiama sfruttamento dei lavoratori. Oltretutto, lo studio nelle mani del regime non è altro che un continuo indottrinamento, è l’arma che usa per mantenere la popolazione schiava. Chiama lei insegnamento quello del regime cubano, dove è vietato leggere libri di Gandhi?

D): In Italia, il PDCI è l’unico partito che sostiene con coerenza il sistema di governo cubano, cos’è che vi fa mantenere questa posizione (sicuramente non troppo comoda nello scenario politico italiano) di costante rispetto nei confronti della Rivoluzione Cubana, cos’è che vi porta a non unirvi a tutti gli altri partiti- nessuno escluso- schierati contro i “sistemi” di Fidel Castro, “il dittatore che mangia i bambini”?

R): Basterebbe quello che ho detto sino adesso per giustificare la difesa di Cuba. In realtà aggiungo un’altra cosa. Noi siamo coerentemente antimperialisti, parola che non si usa più, neanche tra quelli che si dichiarano comunisti in altri partiti. E’ il punto chiave. Cuba non viene attaccata perché c’è una presunta “dittatura”, perché se fosse questo il motivo, gli Stati Uniti dovrebbero attaccare mezzo mondo. Cuba viene attaccata proprio perché è un simbolo per tutti coloro che nel mondo non si sono arresi. E quindi va difesa, vorrei dire quasi a prescindere, perché è la garanzia che si può sconfiggere l’imperialismo. Per altro il simbolo è particolarmente rilevante proprio perché è una piccola isola, a 90 miglia marine dagli Stati Uniti d’America e questi non sono riusciti a eliminarla in tutti questi anni ed è straordinario tutto quello che è successo.
Joel Rodriguez commenta:

On. Diliberto capisco, l’antimperialismo può essere la scusa di qualunque dittatore per mantenersi al potere, con la patente di antimperialista si possono violare tutti i diritti di questo mondo, incluso quelli che lei sostiene di difendere, dei lavoratori. Forse lei ha ragione Cuba e un simbolo, un simbolo per dimostrare al mondo dove porterebbe un sistema governato con le vostre idee. Diliberto non ci prendiamo per il culo, gli americani non hanno voluto eliminare il dittatore Fidel Castro, cosa trova di straordinario, tutte le fucilazioni, tutti gli intellettuali in esilio, la popolazione che preferisce perdere la vita in mare per arrivare negli USA piuttosto che continuare a vivere nel “paradiso socialista comunista o castrista”?

D): Alla luce della sentenza del tribunale di Atlanta che dichiara nullo il giudizio tenutosi a Miami contro i Cinque cubani con cui li si condannava a più ergastoli senza alcuna prova a sostegno delle accuse, lei crede nel sistema giudiziario statunitense? Crede che questo possa andare oltre le fortissime pressioni politiche, tutte assolutamente contro i Cinque cubani, restituendogli finalmente la libertà?

R): Io ho una scarsa fiducia nel sistema giudiziario statunitense, anche perché avendolo visto da vicino, nella vicenda della liberazione di Silvia Baraldini, come dire ho scarsa fiducia. Tuttavia è comunque un successo l’annullamento di quella sentenza. Io lessi a suo tempo le motivazioni delle condanne, erano aberranti, anche dal punto di vista della giustizia degli Stati Uniti d’America che si proclama “garantista”. Per avere un processo equo, dovrebbe tenersi lontano dalla Florida, e se fosse possibile con degli osservatori internazionali. Per quanto ci riguarda, come Partito dei Comunisti Italiani, continueremo a sostenere la causa dei Cinque patrioti, che tra l’altro avevano ricevuto delle sentenze con delle pene accessorie di cui non parla nessuno, come per esempio il divieto di incontrare i propri familiari, cosa che dovrebbe urtare la coscienza democratica di qualunque persona perbene. Adesso lasciamo stare la categoria destra o sinistra, qualunque persona perbene. Occorre che l’opinione pubblica stia bene attenta a quello che succede appunto nel prossimo processo che si farà negli Stati Uniti, in modo tale da far sentire a quel tribunale, che non sappiamo ancora quale sarà, che comunque non possono fare quello che gli pare.
Joel Rodriguez commenta:

On. Diliberto, lei ha poca fiducia nel sistema giudiziario statunitense, però è un po’ contraddittorio quando poi dice della “liberazione di Silvia Baraldini”. Come mai un sistema giudiziario così poco affidabile libera un presunta terrorista? Mi dica, crede che a Cuba l’avrebbero liberata una Baraldini? Le prigioni cubane sono piene di persone per il solo fatto di pensare liberamente, o di esprimere le loro idee in maniera pacifica. E non vengono liberate anche se non ci è mai stato un processo. Ma lei difende il regime castrista è ha poca fiducia nel sistema giudiziario americano. Non ce dubbio, mi devo impegnare di più a far capire agli italiani chi è realmente lei.

On. Diliberto, perché non ha mai chiesto degli osservatori internazionali per il processo contro i dissidenti cubani? Sono esseri umani i dissidenti cubani, non meritano pure loro un processo equo?

On. Diliberto, vedo che lei segue di pari passo il regime cubano, non perde una virgola del longevo dittatore cubano (c’era qualche dubbio?) Però la differenza tra lei e il dittatore e che lui a Cuba se lo può permettere, ha il controllo sull’informazione, e al popolo cubano non è permesso di conoscere la realtà. Qui in Italia è diverso, nonostante i comunisti come lei controllino ancora l’informazione (perché così è e lo dimostra il caso cubano), la gente ha la libertà di usare internet (a Cuba no) informarsi, cercare la verità. E proprio cercando questa verità si renderanno conto delle sue bugie prese dal regime: non sono 5 gli arrestati nella Red Avispa, bensì 14, On. Diliberto e lei lo sa bene. Sa bene che il regime parla solo di 5 perché gli altri hanno confessato, hanno riconosciuto che il loro lavoro non era solo di spiare (poi mi dica del polverone che lei stesso alzerebbe in Italia se venisse a sapere che ci sono spie americane dentro al suo paese), il loro lavoro consisteva nell’attentare contro membri dei diversi gruppi oppositori al regime di Fidel Castro radicati a Miami, erano implicati anche nell’abbattimento da parte del regime castro-comunista di un piccolo aereo civile in acque internazionali. “Signor” Diliberto, se vuole le fornisco le identità degli altri arrestati e condannati dal sistema giudiziario americano; penso che anche loro siano innocenti, vista la sua poca fiducia in quel sistema giudiziario. Oltre ai 5 (Gerardo Hernandez; Ramon Labañino; Antonio Guerrero; Fernando Gonzalez; Rene Gonzalez), lei puo trovare anche Joseph Santos; Amarilys Silverio; Alejandro Alonso; Nilo Hernandez; Linda Hernandez. Erano anche questi parte della stessa rete. Poi non si dimentichi anche Juan Pablo Roque, pure lui spia della stessa rete, ma è riuscito a scappare a Cuba cosi come José Rafael Brenes. La saluto On. Diliberto, augurandomi che questa mia arrivi a quanti più italiani possibile, così potranno rendersi conto delle bugie del paladino delle libertà e dei diritti dei lavoratori, nonché sostenitore di chi i lavoratori li schiavizza e non permette un sindacato indipendente.

Joel Rodriguez


ANCORA SU CUBA

Radicali.it – sito ufficiale di Radicali Italiani

Cuba: D¹Elia, per certi difensori dei diritti umani è un’isola felice

Roma, 16 marzo 2005

Alla lettera-petizione in difesa del regime cubano sottoscritta da 200 intellettuali di fama mondiale Nessuno tocchi Caino risponde con una nota in cui sono riportati alcuni fatti che provano le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime di Castro.

I firmatari della lettera, tra cui figurano i premi nobel Josè Saramago, Rigoberta Menchù, Adolfo Perez Esquivel, Nadine Gordimer e gli italiani Claudio Abbado, Luciana Castellina e Gianni Minà, affermano tra l’altro che a Cuba “non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria” e che la rivoluzione ha consentito il “raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente.”

Secondo il Segretario di Nessuno tocchi Caino, Sergio D¹Elia, “la lettera non tiene conto minimamente della realtà cubana e dei misfatti compiuti dal dittatore di più lungo corso al mondo”. “Cuba ha due facce, una sotto i riflettori, l’altra nascosta. Per certi difensori dei diritti umani, esiste solo la prima: quella della base americana di Guantanamo dove sono detenuti i talebani.” “Ma Cuba non è solo Guantanamo ­ prosegue D’Elia -, è anche Combinado del Este, Canaleta, La Pendiente, Ceramica Roja, Kilo 8…” “La Perla dei Caraibi non è tutta sole, mare e sabbia. E’ anche galera e centri di “rieducazione”.

Quanto all’isola felice dove “non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria,” Nessuno tocchi Caino invita i firmatari della petizione pro-Castro a riflettere su quanto accaduto nel 2003 e che tutti hanno potuto leggere sui giornali di tutto il mondo e a quanto denunciato da importanti organizzazioni umanitarie.

NOTA: A) L’11 aprile 2003, Fidel Castro ha fatto giustiziare tre componenti un gruppo di cubani che una settimana prima si era impadronito di un traghetto con l’intento di raggiungere la Florida. Enrique Copello Castillo, Barbaro Leodan Sevillan Garcia e Jorge Luis Martinez Isaac sono stati fucilati all’alba. Quattro loro compagni sono stati condannati all’ergastolo, uno a 30 anni di prigione e altri tre a pene detentive comprese fra 2 e 5 anni. L’imbarcazione, rimasta a secco a 45 chilometri dalle coste cubane, era andata alla deriva per 24 ore e i sequestratori si erano arresi alle autorità cubane, senza che ai 50 ostaggi fosse stato torto un capello. I dirottatori erano stati processati per direttissima e condannati per atti di terrorismo l’8 aprile. Nel giro di tre giorni, gli appelli sono stati respinti sia dalla Corte Suprema che dal Consiglio di Stato, il più alto organo esecutivo di Cuba presieduto da Fidel Castro, quindi giustiziati. La Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (IACHR) ha condannato il carattere sommario del processo celebrato in spregio delle regole minime di giustizia internazionalmente riconosciute e ha stabilito essere il fatto ³”una privazione arbitraria della vita.”

  1. B) Quanto alla rivoluzione cubana che ha permesso il “raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente,” basta leggere i rapporti sui diritti umani, sulle condizioni nelle prigioni cubane e il trattamento dei detenuti politici. Sia la Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (IACHR) che l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani hanno denunciato nel 2004 la presenza nelle carceri di casi diffusi di scabbia, tubercolosi, epatite, infezioni varie e malnutrizione. Una ventina di detenuti sarebbero morti nel corso dell’anno a causa di mancata assistenza medica. Detenuti per ragioni politiche o di coscienza sono stati rinchiusi in celle di isolamento umidissime, infestate dai topi, con un buco come gabinetto e un letto di cemento, senza acqua e senza il conforto della Bibbia che gli era stata sequestrata. Quelli non in isolamento sono stati costretti a indossare le uniformi del carcere, a mettersi sull’attenti all’entrata delle guardie nelle celle, messi insieme a detenuti comuni, violenti, intimiditi pesantemente e picchiati dalle guardie e sessualmente aggrediti da altri detenuti. Nel 2004, il regime ha messo agli arresti domiciliari 14 dei 75 dissidenti arrestati nella primavera del 2003, per lo più anziani e ammalati. Il numero è stato ampiamente compensato da altri trenta dissidenti incarcerati nel corso dell’anno, ha denunciato la Fondazione Cubana dei Diritti Umani.
  2. C) D’altro canto va anche detto che chi fornisce informazioni sulla situazione di diritti umani a Cuba rischia pene severissime. Marcelo Lopez, membro del Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino e già portavoce e segretario della Commissione diritti umani e riconciliazione nazionale, è stato condannato nel 2003 a una pena di 15 anni di carcere per aver trasmesso informazioni ad organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch su casi di condannati a morte nel suo paese. Marcelo è stato condannato anche per essersi fatto inviare copia della risoluzione di condanna emessa dalla Commissione diritti umani dell’ONU di Ginevra.

CUBA ULTIMO ATTO

E scende infine in campo il nostro Red Ronnie, portando nuovi e originali argomenti a favore della giustezza del manifesto da lui e da altri firmato:

«E’ venuto con me Jovanotti – racconta – è impazzito»

Confesso che è dura rinunciare alla valanga di battute ad effetto che questa affermazione sollecita, ma sono forte, e resisterò. Anche per un senso di doveroso rispetto nei confronti della serietà dell’argomentazione portata. Dite di no? Che non vi basta? Niente paura, ne abbiamo delle altre:

«Il flautista Andrea Griminelli ha scoperto nei musicisti un entusiasmo incredibile».

Ecco: avete ancora il coraggio di dire che a Cuba vengono violati i diritti umani? Che hanno fatto male a firmare quel manifesto? Queste prove ancora non vi bastano? Ma siete proprio insaziabili, siete! Comunque non illudetevi che il nostro cappello a cilindro si sia svuotato: ne abbiamo ancora, di sorprese!

«Cuba me l’ hanno fatta conoscere I Nomadi. E continuo ad andarci»

Su, avanti, provate ancora a fare gli spiritosi, adesso! Provate a dire che voi, se ve l’avessero fatta conoscere I Nomadi, non ci tornereste più! Provate a dire che là vengono violati i diritti umani!

Ma l’intervistatrice, Virginia Piccolillo, non è di quelle (ne conosciamo, oh se ne conosciamo!) che stanno in ginocchio davanti all’intervistato, e incalza:

Ma i dissidenti?

Qualcuno forse si immagina che una simile, banale, squallida domanda possa mettere in difficoltà il Nostro? Ma neanche per sogno!

«Quando uccisero tre persone – dice Ronnie – fu solo perchè c’erano in programma 70 dirottamenti pagati dagli Stati Uniti, allora dovevano dare un segnale.

NOI, forse, avevamo dimenticato il famigerato “colpirne uno per educarne cento”; LORO no! Anche se qui in realtà ne hanno colpiti tre per educarne settanta, ma la matematica, come già abbiamo visto in un altro post, è solo un’opinione. Poi, magari, qualcuno potrebbe anche chiedere – sconsideratamente – perché mai non abbiano colpito anche quei settanta organizzatori di altrettanti dirottamenti, visto che sapevano con TANTA certezza chi e che cosa e come e quando, ma la risposta è estremamente semplice: non li hanno colpiti perché il regime cubano è buono e rispetta i diritti umani, ecco perché! Intendiamoci, comunque:

Sono contro la pena di morte. Sono un pacifista totale.

Di quelli senza se e senza ma. Quando si tratta degli Stati Uniti. Se si tratta di qualcun altro, beh, allora, ecco, cioè, praticamente, al limite …

Però non possiamo essere ipocriti: dimenticare che in una parte di Cuba c’è Guantanamo»

Ecco, cioè praticamente al limite, se in una parte di Cuba c’è Guantanamo dove gli americani tengono i terroristi e non sempre rispettano tutte le garanzie legali, che saranno mai le galere dell’altra parte di Cuba, che saranno mai le celle di un metro cubo per reati di opinione, che saranno mai un po’ di fucilazioni, anche se i fucilati in realtà non avevano torto un capello a nessuno! Mica ci verrete a dire che questa è violazione dei diritti umani, spero!

E per concludere ancora un paio di pensierini utili, qui, qui e qui.

barbara

 

QUAND ON EST CON ON EST CON

come cantava il grande Georges Brassens.

Papa Francesco: ‘Una triste notizia’

I profughi cubani (sì, profughi: quelli sono profughi veri) invece commentano così

Agli amanti di Castro di casa nostra, sicuramente a lutto stretto per la morte del vecchio porco, dedico invece questo.

barbara

NON SOLO IO, PER FORTUNA

imagine
Per fortuna non sono solo io a trovare, da sempre, allucinante, simile a un incubo dei peggiori, il mondo “paradisiaco” prospettato dal testo di questa canzone. In particolare trovo sconvolgente il verso nothing to […] die for: un mondo in cui non ci sia niente per cui morire, nessun valore per cui valga la pena di battersi, niente che meriti di essere difeso fino – se necessario – alla morte. Si riesce a immaginare, in un mondo simile, qualcosa per cui possa valere la pena di vivere?
Per inciso. Uno degli argomenti più gettonati dei crociati anti-religione è che “non c’è religione che non imponga limitazioni” (mentre quelli più fighi optano per “le religioni monoteiste sono limitanti”, come il mio cugino vegano, irretito dagli arancioni, di professione guaritore, che se sua madre novantenne ha bisogno di aiuto per togliere le erbacce dal giardino deve prima chiedere l’autorizzazione al suo guru, il quale, tra l’altro, gli telefona tutte le sere alle dieci per comunicargli il programma di lavoro del giorno dopo, e fino a quel momento non può dire a sua madre se il giorno dopo potrà o no accompagnarla da qualche parte. A cinquant’anni suonati). Ecco, io chiedo: esiste una qualsiasi convinzione, o scelta di vita, di qualunque genere, in qualunque campo, che non imponga limitazioni? Se amate una persona che odia il fumo, non rinunciate a fumare almeno in casa? Dite che quella è una vostra libera scelta? Anche quella dell’ebreo che non mangia gamberetti o del cristiano che rinuncia a scopare prima del matrimonio è una libera scelta (quella del musulmano no: se lo beccano a mangiare a ramadan viene sprangato di santa ragione. Ma, come detto ripetutamente in altre sedi, considerare l’islam semplicemente una religione come il cristianesimo o come il buddismo, è il più tragico – e gravido di catastrofiche conseguenze – degli errori).

OK: ora aprite pure i cancelli e fate entrare i leoni

barbara

I MANDARINI

Cioè gli intellettuali del dopoguerra francese, raccontati da un’intellettuale un po’ noiosa, che vi rappresenta se stessa e naturalmente Sartre, per i quali si potrebbe coniare l‘espressione “l’insostenibile bruttezza degli intellettuali”
beauvoir-sartre
(qui una bella descrizione). Racconto un po’ sconclusionato che si snoda per 764 pagine, pasticciando su insieme storie balorde e storie quasi serie, scheletri negli armadi e spedizioni punitive, amori deliranti, amori recitati, amori quasi veri, belle fanciulle messe in vendita da madri avide, fascisti riciclati, doppiogiochisti, spie e traditori, viaggi transoceanici e un sacco di altre cose ancora – troppe, decisamente – fra cui lunghe lunghe lunghe elucubrazioni, a volte sotto forma di dialoghi, altre sotto forma di monologhi, ma sempre decisamente noiose.
L’unica cosa veramente apprezzabile è la seria riflessione sul comunismo, che da finestra sulla libertà negli anni tragici del nazismo e dell’occupazione tedesca, si va sempre più facendo intransigente dittatura del pensiero unico, in cui nessun dissenso è ammesso, nessuna opinione personale è legittima, nessuna deviazione dal tracciato prestabilito è contemplata.
L’ho letto perché stava lì da trentacinque anni e i libri, una volta acquistati, bisogna prima o poi leggerli (fatta salva la libertà di buttarli dopo cinquanta, o anche dopo dieci pagine, nel caso ciò si rivelasse necessario alla propria sopravvivenza). Onestamente non posso dire che sia stato tempo del tutto buttato via, ma abbiamo visto di meglio, ecco.

Simone de Beauvoir, I mandarini, Einaudi
i mandarini
barbara

IN MORTE DI PIETRO INGRAO

Con qualche giorno di ritardo ritengo doveroso pubblicare questa lettera di Renato Brunetta (sì, lo so, Brunetta non è simpatico a nessuno, ma questa cosa che lui, e solo lui, ha avuto il coraggio di scrivere, deve essere letta).

Lettera di Renato Brunetta a Dagospia

Caro Dago, esprimiamo le nostre condoglianze alla famiglia e ai suoi vecchi compagni per la scomparsa di Pietro Ingrao, una delle personalità più significative della politica italiana del Novecento. Gli elogi, come accade in queste circostanze, sono doverosamente una cascata fiorita. Eppure, sempre distinguendo il giudizio sulla coscienza della persona e i suoi atti, c’è un esercizio di smemoratezza gravissimo.
Noi non abbiamo il diritto di dimenticare. Non abbiamo il diritto di occultare nella fossa comune dell’oblio i volti e i nomi-senza-nome delle vittime che il comunista Ingrao contribuì a liquidare. Lo fece asservendosi allo stalinismo da direttore dell’Unità e poi invocando, con il suo editorialista di punta, Giorgio Napolitano, lo schiacciamento coi carri armati della ribellione democratica di Budapest in nome della pace (sic!).
Oggi è uscita sulla Stampa una brillante intervista dedicata a Ingrao del Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano. Quando accenna a periodi critici, non parla di stalinismo, di benedizione degli assassini, anzi dell’incoraggiamento a perpetrarli, ma dei travagli del dopo Togliatti. “La più aspra polemica fu per l’XI Congresso nel 1966, due anni dopo la morte di Togliatti”.
Ah sì? E non avete discusso, magari litigato un attimino sulla sorte di Imre Nagy, impiccato con il voto favorevole di Togliatti? La critica più dura di Napolitano all’Ingrao di quei tempi? “Una certa tendenza schematica nell’analisi”.
Ricorrono i nomi che li hanno accomunati. No, Stalin non c’è, e neppure Zdanov o Berija, o Ponomariov, figuriamoci. Ma gli incolpevoli Montale, Ungaretti e Quasimodo. Ma certo, la tragedia immane del comunismo, il suo carico immenso di morti, che dall’Italia ha avuto l’accompagnamento con il flauto di Ingrao e Napolitano, è sistemato nella pozza delle cose da dimenticare, mentre che bello parlare di poeti, peraltro nessuno comunista, ovvio, tanto vale ripulirsi nei versi di Montale.
Ci rendiamo conto di essere sgradevoli. Ma non abbiamo il diritto di dimenticare. Non è giusto proprio per Ingrao, che pure alla fine della sua vita si è misurato con errori ed orrori, accostandosi alla religione.
Napolitano si accomuna a Ingrao, attribuisce a lui e a se stesso “un forte retroterra culturale e ideale”, lo taccia di “uomo di assoluta limpidezza morale, non ha mai combattuto battaglie per interessi o ambizioni personali”. Certo, solo per il comunismo.
Non per sé, ma per il comunismo. È stata una limpidezza morale dedicata a quella mostruosa macchina ideologica che ha ammazzato 120 milioni di persone. Il comunismo è stato questo, ed è scandaloso che, nelle pagine dei quotidiani di oggi e nei ricordi televisivi encomiastici di uno dei suoi protagonisti italiani, questo spaventoso macello e i suoi capi siano trattati all’ombra di albicocchi in fiore, o di delicati crisantemi.
Condoglianze per il defunto di cui non osiamo giudicare la coscienza, ma occasione per milioni di condoglianze che nessuno oggi ha fatto alle vittime del sogno di Ingrao e Napolitano. (qui)

Poi magari, per chi ha un po’ di tempo, potrebbe essere il caso di rileggere questo e questo.

barbara

TUTTO SCORRE…

Una volta raccontarono a Nikolaj Andreevič, in grandissimo segreto, che i medici sarebbero stati giustiziati coram populo, sulla Piazza Rossa, dopodiché il Paese sarebbe stato sicuramente sommerso da un’ondata di pogrom contro gli ebrei, e che quel momento avrebbe coinciso con la loro deportazione nella taigà e nel Karakum, alla costruzione del canale del Turkmenistan. Tale deportazione veniva attuata per difendere gli ebrei dalla giusta ma spietata ira del popolo; essa esprimeva il sempre vivo spirito dell’internazionalismo che, pur comprendendo l’ira popolare, non può tuttavia permettere il ricorso alla giustizia sommaria e alle azioni punitive.
Come tutto ciò che avveniva nel Paese, anche questa indignazione spontanea contro i sanguinosi crimini degli ebrei era stata ideata e pianificata in anticipo.
Allo stesso modo Stalin progettava le elezioni al Soviet Supremo: gli obiettivi venivano scelti in anticipo, si designavano i deputati, dopodiché aveva luogo, secondo il piano, la spontanea designazione dei candidati, la propaganda elettorale a loro favore e, infine si arrivava alle elezioni popolari. Allo stesso modo si indicevano tempestosi comizi di protesta, esplosioni d’ira nel popolo e dimostrazioni di fraterna amicizia; sempre allo stesso modo, varie settimane prima della parata festiva, ne veniva controllata la radiocronaca dalla Piazza Rossa: «Vedo in questo momento sfilare a gran velocità carri armati…». All’identico modo si descriveva in anticipo l’iniziativa personale di Izotov, Stakanov, Dusja Vinogradova, le adesioni in massa ai kolkoz, venivano nominati o rievocati i leggendari eroi della guerra civile, si stabilivano le richieste dei lavoratori di investire il salario in prestiti dello Stato, di lavorare senza giorni di riposo; allo stesso modo si dichiarava l’amore di tutto il popolo per il Capo, in anticipo si indicava quali fossero gli agenti segreti di Paesi stranieri, i sabotatori, le spie; dopodiché, nel corso di complicati interrogatori incrociati si sottoscrivevano protocolli dove ragionieri, ingegneri, giureconsulti – ancor di recente ignari di appartenere alla feccia controrivoluzionaria – confessavano poliedriche attività di spie terroristiche. Allo stesso modo venivano preparate lettere che madri dalla voce priva d’espressione leggevano dinanzi ai microfoni, rivolgendosi ai figli soldati; allo stesso modo veniva pianificato in anticipo l’impeto patriottico di Ferapont Golovatyj; così venivano nominati i partecipanti alle libere discussioni, se per qualche ragione occorrevano delle libere discussioni, si preparavano e accordavano in anticipo i discorsi dei partecipanti.
E improvvisamente, il cinque marzo, Stalin morì. Quella morte venne a intrufolarsi nel gigantesco sistema di entusiasmo meccanizzato, d’ira e d’amore popolare, stabiliti su ordine del comitato di rione.
Stalin morì senza che ciò fosse pianificato, senza istruzione degli organi direttivi. Morì senza l’ordine personale dello stesso compagno Stalin. Quella libertà, quella autonomia della morte conteneva qualcosa di esplosivo che contraddiceva la più recondita essenza dello Stato. Lo sconcerto invase le menti e i cuori.
Era morto Stalin! Gli uni furono presi da un sentimento di dolore: in alcune scuole gli insegnanti fecero inginocchiare gli alunni e, postisi loro stessi in ginocchio, spargendo lacrime diedero lettura del comunicato ufficiale sul decesso del Capo. Durante le assemblee funebri, nei ministeri e nelle fabbriche, molti furono presi da attacchi isterici, si udivano pianti convulsi e grida terrificanti di donne, alcune cadevano svenute. Era morto il grande Dio, l’idolo del ventesimo secolo, e le donne singhiozzavano…
Altri vennero presi da un senso di felicità. Le campagne, che soffocavano sotto il peso di piombo del pugno staliniano, tirarono un sospiro di sollievo.
Il giubilo invase milioni e milioni di persone rinchiuse nei lager.
Colonne di detenuti stavano andando al lavoro nel buio profondo. L’abbaiare dei cani poliziotto copriva il ruggito dell’oceano. E all’improvviso, come la luce dell’aurora boreale, cominciò a filtrare tra i ranghi: «È morto Stalin!». Decine di migliaia di persone sotto scorta si passavano l’un l’altro la notizia, sussurrando: «è crepato… è crepato», e quel sussurrare di migliaia e migliaia cominciò a fischiare come un vento. La nera notte regnava sulla terra polare. Ma il ghiaccio sul mare Artico si era rotto, e l’oceano ruggiva.
Non furono pochi, tra i dotti così come tra gli operai, coloro che a quella notizia mescolarono al dolore il desiderio di ballare dalla gioia.
Un turbamento si produsse nell’attimo in cui la radio trasmise il bollettino della salute di Stalin: «respirazione Cheyne-Stokes… urine… polso… pressione sanguigna…». Il capo divinizzato svelava d’un tratto la sua vecchia carne impotente.
Stalin è morto! V’era in quella morte un elemento di libertà repentina, infinitamente estranea alla natura dello Stato staliniano.
Quella repentinità fece tremare lo Stato, come lo aveva fatto tremare l’altra, piombatale addosso il 22 giugno 1941.
Milioni di persone vollero vedere il defunto. Il giorno dei funerali di Stalin non solo Mosca ma anche le province, le regioni, si precipitarono alla Casa dei Sindacati. La fila dei camion provenienti dalla provincia si allungava per molti chilometri. L’ingorgo del traffico raggiunse Serpuchov, dopodiché la paralisi bloccò l’autostrada tra Serpuchov e Tula.
A milioni si recarono a piedi verso il centro di Mosca. Torrenti di persone, quasi neri fiumi scricchiolanti nel disgelo, si urtavano, si schiacciavano sopra le pietre, torcevano, spaccavano le macchine, scardinavano portoni di ferro. Quel giorno morirono a migliaia. Il giorno dell’incoronazione dello zar sulla Chodynka sbiadisce se paragonato al giorno della morte del russo dio terreno: il butterato figlio di un ciabattino della città di Gori.
Sembrava che la gente andasse a morire sotto la spinta di un incantesimo, votata al sacrificio da una mistica cristiana o buddhista. Come se Stalin, il grande pastore, finisse di sterminare le pecorelle – che non gli era riuscito di acciuffare -, postumamente eliminando l’elemento della casualità dal suo minaccioso piano generale.
Radunatisi in seduta, i compagni e collaboratori di Stalin lessero mostruosi comunicati delle milizie moscovite, degli obitori – e si scambiarono occhiate. Il loro smarrimento si fondeva con la sensazione, nuova per loro, di non provare più paura dinanzi all’ira inevitabile del grande Stalin. Il padrone era morto.

Il cinque aprile Nikolaj Andreevič svegliò la moglie, al mattino, con un grido disperato:
«Maša! I medici non sono colpevoli! Maša, li avevano torturati!».
Lo Stato riconosceva la sua orribile colpa, riconosceva che ai medici detenuti erano stati applicati metodi vietati negli interrogatori.

Unione Sovietica. Centinaia di milioni di persone costrette a vivere, per decenni, nella morsa del terrore. Decine di milioni di morti. Decine di milioni di deportati. Fame. Quella al di là di ogni immaginazione. Quella che acceca e toglie la ragione. Quella che giunge a condurre a uccidere i propri figli e mangiarli. Fame programmata a tavolino allo scopo preciso di uccidere milioni di persone. E milioni di ebrei perseguitati, deportati, assassinati. E il famigerato “complotto dei medici ebrei”…
È un romanzo, questo di Vasilij Grossman, ma vi troviamo dentro la Storia, e chi ha apprezzato il suo bellissimo Vita e destino, apprezzerà sicuramente anche questa sua ultima opera, sorta di testamento spirituale.

Vasilij Grossman, Tutto scorre…, Adelphi
tutto-scorre-grossman
barbara

AMA IL FUTURO

Che sarebbe una cosa, libro e CD, pubblicata da Feltrinelli, su Ai Weiwei, quel poliedrico artista e dissidente cinese a cui hanno chiuso il blog e poi lo hanno messo in galera e poi gli hanno dato una multa pari a circa un milione e mezzo di euro e un po’ di queste cose le avevo lette in giro e così quando ho visto il libro sullo scaffale della libreria mi era sembrato che fosse una buona idea prenderlo. Mi era. Perché il libro comincia con una intervista che dire che due palle dovrebbe rendere l’idea ma invece non la rende mica, perché altro che due palle, saranno almeno una dozzina, e di una cretinitudine che se lo fate fare come esercitazione ai bambini delle elementari non ci riescono mica, a fare domande e commenti altrettanto cretini.

Incredibile!
Trovo interessante che il blog sia cominciato con una frase scritta.
Anche tu trovi che, rispetto agli inizi del Ventesimo secolo, ora ci sia un rapporto meno stretto tra arte e letteratura?
Come definiresti la poesia?
Trovo affascinante che tu, come rarissimi altri artisti, sia riuscito a sviluppare una vera pratica architettonica, accanto a quella artistica.
È estremamente affascinante. Quindi per te Wittgenstein [il filosofo, ndb] è stato molto più importante di qualsiasi architetto?
È un’ottima rivista.

Poi c’è una roba che non mi ricordo più, poi qualche pagina dal suo blog e poi un po’ di articoli di Mauro Del Corona pubblicati sul Corriere della Sera. Insomma, se lo volete comprare, per carità, siamo in democrazia, non vengo mica a prendervi a botte, però insomma vedete voi.
amailfuturo
barbara

I RACCONTI DELLA KOLYMA

Questo invece non è un romanzo: è una raccolta di ricordi personali di chi nell’inferno della Kolyma ci è stato per diciassette anni: lavorare a quaranta, a quarantacinque, a cinquanta gradi sottozero – perché la Kolyma è oltre il circolo polare artico, dove è normale vedere, in pieno luglio, paesaggi così:
Kolyma 5.7
–  vedere i propri compagni morire, uno dopo l’altro, di fame, di freddo, di malattia, o assassinati per capriccio; con due consapevolezze: che il prossimo potresti essere tu, e che la tua condanna, senza formalità e senza spiegazioni, può essere aumentata, raddoppiata, prorogata all’infinito fino alla pura e semplice cancellazione della scadenza – cosa che, senza il provvidenziale aiuto di una persona che aveva un favore da ricambiargli, sarebbe accaduta anche a Šalamov.
Credo che la cosa migliore, per dare un’idea, sia riportare alcuni passi della postfazione.

Varlam Tichonovic Šalamov nacque nel 1907 a Vologda. A Mosca, dal 1924, lavorò per due anni come conciatore; si iscrisse poi alla facoltà di Diritto Sovietico ma continuò a coltivare il suo vivo, precoce interesse per la letteratura. Il 19 febbraio 1929 fu arrestato per aver diffuso la «Lettera al Congresso» di Lenin e condannato a tre anni di reclusione in un campo di concentramento degli Urali Settentrionali. Nel 1932 tornò a Mosca. Sei anni più tardi comparve sulla rivista «Oktjabr’» il suo primo racconto. La notte tra il 1936 e il 1937 fu nuovamente arrestato – «per attività controrivoluzionaria trockista» – e condannato a cinque anni di lavori forzati nelle miniere della Kolyma, la vasta e impervia regione che il fiume omonimo attraversa prima di sfociare nel Mare Siberiano Orientale. Nel 1942 la condanna gli venne prolungata «fino alla fine della guerra»; l’anno seguente, questa volta per aver sostenuto che Bunin era un classico russo, venne condannato ad altri dieci anni nell’«inferno» (così nel racconto «Il treno») della Kolyma. Ma la Kolyma – ha scritto Michail Geller nella prefazione alla prima edizione unitaria e pressoché integrale dei Kolymskie rasskazy apparsa in Occidente (1978, «Overseas Publications Interchange») – «non era un inferno. Era un’industria sovietica, una fabbrica che dava al paese oro, carbone, stagno, uranio, nutrendo la terra di cadaveri. Era una gigantesca impresa schiavista che si distingueva da tutte quelle conosciute della storia per il fatto che la forza-lavoro fornita dagli schiavi era assolutamente gratuita. Un cavallo alla Kolyma costava infinitamente di più di uno schiavo-detenuto. Una vanga costava di più». «L’esperienza di Šalamov nei lager» ha testimoniato Solženicyn «è stata più amara e più lunga della mia, e con rispetto riconosco che proprio a lui e non a me è stato dato in sorte di toccare il fondo di abbrutimento e disperazione verso cui ci spingeva tutta l’esistenza quotidiana nei lager». Non a caso, leggendo Una giornata di Ivan Denisovíc’, Šalamov scrisse a Solženicyn: «E come mai lì da voi va in giro un gatto nell’ospedale? Come mai non l’hanno ancora ammazzato e mangiato?». Per un reduce della Kolyma anche un gatto vivo era assurdo, impensabile. E a Pasternak, dopo averlo brevemente messo a parte di alcuni episodi della vita quotidiana alla Kolyma, Šalamov scrisse: «L’essenziale non è qui, ma nella corruzione della mente e del cuore, quando giorno dopo giorno l’immensa maggioranza delle persone capisce sempre più chiaramente che in fin dei conti si può vivere senza carne, senza zucchero, senza abiti, senza scarpe, ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore né senso del dovere. Tutto viene a nudo, e l’ultimo denudamento è tremendo. La mente sconvolta, già attaccata dalla follia, si aggrappa all’idea di “salvare la vita” grazie al geniale sistema di ricompense e sanzioni che le viene proposto. Questo sistema è stato concepito in modo empirico, giacché è impossibile credere all’esistenza di un genio capace di inventarlo da solo e d’un sol colpo.  Perdonatemi se vi parlo di cose così tristi ma vorrei che aveste un’idea più o meno corretta di questo fenomeno capitale e singolare che ha fatto la gloria di quasi vent’anni di piani quinquennali e dei grandi cantieri che vengono definiti “audaci realizzazioni”. Giacche non v’è una sola costruzione importante che sia stata portata a termine senza detenuti, persone la cui vita non è che un’ininterrotta catena di umiliazioni, la nostra epoca è riuscita a far dimenticare all’uomo che è un essere umano…». Fu un medico detenuto, A.M. Pantjuchov, che salvò la vita a Šalamov: nel 1946, rischiando la propria carriera, lo destinò ai corsi di addestramento per infermieri che si tenevano nell’Ospedale centrale, sulla «riva sinistra» del Kolyma. Liberato dal lager nel 1951, lo scrittore poté tornare a Mosca solo nel dicembre 1953 e per due giorni soltanto (come ex detenuto gli era vietato di risiedere nelle città con più di mille abitanti). Nella capitale rivide la moglie e la figlia, da cui era però destinato ad essere diviso per sempre; incontrò Boris Pasternak, con cui era entrato in corrispondenza nel marzo 1952. Stabilitosi nella regione di Kalinin, iniziò a scrivere I racconti della Kolyma. Nel luglio 1956, riabilitato, poté far ritorno nella capitale. Dal 1961 al 1967 videro la luce tre sue raccolte di poesie, ma i racconti sulla Kolyma gli venivano puntualmente restituiti dalle redazioni di riviste e case editrici. Altrettanto dolore provocò in lui il destino dei suoi racconti all’estero, dove per lunghi anni vennero pubblicati in modo sparso e frammentario, secondo approssimativi criteri filologici, come ai tempi del samizdat avveniva di frequente per gli scritti che riuscivano a filtrare dalle ferree maglie della cortina di ferro. L’interesse che l’Occidente manifestò subito per la sconvolgente testimonianza artistica di Šalamov impensierì le autorità sovietiche, che nel 1972 costrinsero lo scrittore in disgrazia a sconfessare i Racconti della Kolyma con un documento in cui tra l’altro affermava che «la loro problematica era stata superata dalla vita», dal XX Congresso del Pcus. Gravemente provato nel fisico dagli anni di lager e nello spirito dagli anni di «libertà», Šalamov non smise di scrivere. […] Nel 1973 terminò il lavoro sulla vasta e agghiacciante epopea della Kolyma, […] I racconti della Kolyma, titolo divenuto canonico per l’intero corpus dei racconti. […] Varlam Šalamov morì il 17 gennaio 1982 nella casa di riposo in cui il Litfond lo aveva fatto ricoverare nel 1979. Nel suo paese una scelta dei Kolymskie rasskazy comparve per la prima volta nel 1988, sulle pagine della rivista «Novyj Mir». Il testo integrale russo ha visto la luce a Mosca nel 1992, per le edizioni Russkaja Kniga, in due volumi. La traduzione italiana si basa su quest’ultima pubblicazione e presenta un’ampia scelta dai quattro «libri» che costituiscono il nucleo fondamentale dei Racconti della Kolyma.

I Racconti della Kolyma sono davvero agghiaccianti: per la durezza delle condizioni di vita, per l’efferatezza dei carnefici, per la disumanizzazione del sistema, e davvero non hanno niente da “invidiare” ai più noti campi di concentramento e di sterminio nazisti. E tuttavia questo libro, giustamente da più d’uno definito capolavoro, è talmente bello che si può e si deve leggere.

Varlam Šalamov, I racconti della Kolyma, Adelphi
kolyma
barbara