QUOS VULT PERDERE IUPITER…

Li fa diventare comunisti. Quelli che seguono sono articoletti del sinistrissimo organo ufficiale della sempre più sinistra UCEI, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

A cosa punta Donald. Fa discutere l’ultimo azzardo di Trump, che ieri su Twitter è arrivato ad auspicare il rinvio delle elezioni fino a quando “le persone potranno votare come si deve, con le dovute garanzie e in sicurezza”. Per Repubblica l’obiettivo principale di Trump non sarebbe però un rinvio, prerogativa del Congresso, ma “bloccare, per quanto gli è possibile, il voto per posta che (secondo lui e secondo i sondaggi) favorirebbe troppo il suo avversario Joe Biden”.

Cioè, quelli che riportano senza commenti (come in questo caso del resto), il che significa che concordano, l’articolo che dichiara “inevitabile” il prolungamento dell’emergenza deciso dall’avvocato dal curriculum fasullo, col pretesto che il virus circolerebbe ancora – ignorando evidentemente che ci sono miliardi di virus che circolano sistematicamente da quando è nata la vita sulla Terra – e all’unico scopo di continuare a impedirci di votare, con l’attiva complicità del figlio di Bernardo, hanno la faccia come il cubo di attribuire a Trump, senza una sola prova a favore, gli stessi sporchi obiettivi. Esattamente come a suo tempo hanno denunciato la grave deriva autoritaria e dittatoriale di Orban, salvo dimenticare che lui aveva chiesto i pieni poteri al parlamento, a differenza del nostro avvocaticchio, e dimenticarsi poi, quando, a emergenza finita, ha restituito al parlamento i suddetti pieni poteri, di darne notizia.

Mascherine e sicurezza. “Sbagliato guardare alle frontiere. Tre positivi su quattro sono italiani”, spiega al Corriere il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia in merito all’accusa rivolta ai migranti sbarcati in queste settimane di essere un pericolo perché positivi al Covid-19. “I migranti falso pericolo”, le parole riportate dal quotidiano del ministro che invita gli italiani a continuare a mantenere le più elementari misure di prevenzione dal contagio, tra cui l’uso delle mascherine.

Ancora giochini coi numeri! Oltre ai giochini con le parole: prima parla di “italiani”, il che dovrebbe far supporre che “gli altri” siano stranieri (tutti, circa l’8% della popolazione) residenti in Italia, ma poi parla esplicitamente dei “migranti [ossia clandestini, perché le cose vanno chiamate col loro nome] sbarcati in queste settimane”, ossia 14.438 persone da gennaio ad agosto. Questo significa che il 99,976% è responsabile del 75% dei contagi, e lo 0,024 è responsabile del restante 25%, ossia oltre mille volte la loro consistenza numerica. Ma non dobbiamo gridare al pericolo clandestini, no no no, quello è un falso pericolo percepito da noi fascisti, razzisti, populisti, sovranisti dalla fervida fantasia.

Ieri era il quarantesimo anniversario della più sanguinosa strage fascista avvenuta nel dopoguerra in Italia, quella del 1980 di Bologna.

E questa è la storica Anna Foa, e perfino gli storici, se sono comunisti, preferiscono cancellare i fatti quando questi si permettano di configgere stupidamente con l’ideologia.

Contrasto a omotransfobia e misoginia. Oggi approda nell’Aula della Camera il ddl contro l’omotransfobia e la misoginia. Il testo della legge modifica gli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere, spiega La Stampa. Più precisamente, basandosi sulla legge Mancino del 25 giugno 1993, verranno estesi agli episodi d’odio fondati sull’omofobia e sulla transfobia i reati già previsti nel codice penale, aggiungendo alla discriminazione “razziale, etnica e religiosa” quella fondata “sul genere e sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”.

Come ha giustamente osservato qualcuno, esistono leggi che puniscono qualunque tipo di violazione dei diritti delle persone, dall’aggressione fisica a quella verbale, dallo stalking al mobbing eccetera; ora, se qualcuno sente il bisogno di una legge speciale che tuteli i diritti dei froci (se penso che non ci sia niente di male a essere froci, non vedo in che modo la parola froci possa essere intesa come offensiva e, di conseguenza, perché non dovrei usarla) non vorrà per caso dire che per questo qualcuno i froci non sono persone? Cioè, tutti i sostenitori della legge non saranno per caso degli omofobi della peggior specie che tentano di mascherarsi fingendo di essere dalla loro parte e volerli proteggere?

Restando in tema di persone che Giove ha deciso di perdere, ecco il nostro meraviglioso manlietto nazionale che
libici
E giustamente qualcuno prevede per il futuro
zoccole
E per finire vi offro questa meravigliosa collana di perle che l’amico Fulvio Del Deo ha pazientemente infilato per noi.

Fulvio Del Deo

Qultura a 5 stelle.

  1. Pinochet dittatore del Venuezuela (Luigi Di Maio)
  2. Napoleone combatté ad Auschwitz (Alessandro Di Battista)
  3. I Mille sbarcarono a Quarto (Carlo Sibilia)
  4. Matrimoni fra specie diverse purché consenzienti (Carlo Sibilia)
  5. L’Irlanda è un Paese mediterraneo (Angelo Tofalo)
  6. In America microchip nel corpo umano (Paolo Bernini)
  7. Il 50% della popolazione romena è criminale (Luigi Di Maio)
  8. Il pil cresce con l’uso dei condizionatori (Barbara Lezzi)
  9. Per sostituire l’economia dell’Ilva si può rilanciare la produzione di mitili (Barbara lezzi)
  10. Stato civile: italiano (Filippo Gallinella)
  11. Difendiamo il cibo italiano, no al grano saraceno (Filippo Gallinella)
  12. Possiamo dare 5.000 euro al mese ad ogni pensionato (Giulia Sarti)
  13. Per la pace mondiale per fortuna c’è Putin (Alessandro Di Battista)
  14. Sul Ponte Morandi si potranno fare i picnic (Danilo Toninelli)
  15. In 3 giorni Dio creò il mondo (Carlo Sibilia)
  16. Lo sbarco sulla luna è una farsa (Carlo Sibilia)
  17. Andiamo a dire a Gillet Gialli che siamo al loro fianco (Luigi Di Maio & Alessandro Di Battista)
  18. Il Restitution day è l’evento politico più importante dagli omicidi di Falcone e Borsellino (Carlo Sibilia)
  19. Il tunnel del Brennero lo usano in tanti (Danilo Toninelli)
  20. Abbracciamo gli amici libici per la tragedia di Beirut (Manlio Di Stefano)

barbara

CONTINUANDO A DELIRARE

Qualcuno leggero, qualcuno pesante, qualcuno buffo, qualcuno tragico. Li metto così, in ordine sparso, come li ho raccattati.

Ho appena appreso di un caso veramente straordinario nella sua stupidità: in occasione della 500 miglia di Talladega, gara della serie automobilistica NASCAR (quella di ‘giorni di tuono’ con Tom Cruise, per intenderci) i meccanici di Darrell Wallace, unico pilota nero della serie trovano un ‘cappio’ penzolante dalla porta dei box.
Ovviamente parte la campagna di indignazione: gli organizzatori fanno tuoni, fulmini e saette, viene assegnata una scorta al pilota, arriva in pista il team prinicipal del pilota, l’ottantaduenne leggenda della NASCAR ‘King’ Richard Petty, che sfida il Coronavirus per sostenere il proprio pilota, si propongono per il colpevole dell’orrendo crimine punizioni che vanno dalla radiazione a vita alla crocifissione in sala mensa, ad indagare arriva persino l’FBI…
E alla fine dopo tante sbroccate si scopre che il’cappio’ nient’altro è che una corda da utilizzare per la chiusura dei box, che è stata installata già parecchi mesi fa ed è presente in molti dei box dell’autodromo…
No, non è un articolo di Lercio, allego qui il link che rivela l’assurdo finale di questa stupidissima storia (sul sito, se vi interessa potete seguire l’intera vicenda…)
https://www.italiaracing.net/Un-colossale-malinteso-che-aiuta-i-razzisti-il-cappio-a-Bubba-Wallace/241103/35 (qui)

Poi li voglio vedere quando il lupo arriverà davvero – perché il lupo c’è, poco ma sicuro, e garantito che prima o poi arriva – e non solo nessuno accorrerà più in aiuto, ma verranno pure spernacchiati.

Angelo Michele Imbriani

Ne ho lette tante in questi mesi sulla pagina di De Luca, ma questa le supera tutte: una signora (seriamente) vuole sapere che sintomi hanno gli asintomatici…

Embè, mi sembra giusto: se non mi spieghi che sintomi hanno, come faccio a riconoscerli e guardarmene.

Churchill giù, Lenin su  Pagliacci di tutto il mondo, unitevi

di Giovanni Sallusti

Le statue ormai sono il termometro della contemporaneità, dei suoi vezzi, delle sue psicosi. E per certificarne lo stato febbrile, basta la seguente immagine: Churchill giù, Lenin su. E la fine della storia, ma opposta a quella che Francis Fukuyama certificò con faciloneria liberal all’inizio degli anni Novanta: non l’eterno trionfo della democrazia liberale, ma il suo spettacolare suicidio pubblico.

Così, accade che mentre i teppisti cocchi dell’establishment intenti a devastare le città d’Occidente si accaniscono in nome dell’antirazzismo sul busto di Sir Winston (un colonialista alcolizzato che ebbe perfino il cattivo gusto di non arrendersi a Hitler quando costui era il padrone d’Europa), nel cuore del Vecchio Continente viene edificato un monumento alla memoria imperitura di Vladimir Ul’janov, detto… Lenin. Precisamente, nel cuore di quella che fu la Germania occidentale (ed è la prima volta!), l’ultima landa libera prima della tirannide per tutta la Guerra Fredda, a Gelsenkirchen.
A più di trent’anni dal crollo del Muro, un grugnito balordo della Storia, una surreale rivincita ideologica che danza su milioni di cadaveri. L’iniziativa è del Partito Marxista-Leninista Tedesco, che detto così sembra una burla vintage, in realtà oggi è il più grande partito della sinistra radicale teutonica.
I cadaveri sono quelli fabbricati in serie dalla macchina sterminatrice del comunismo sovietico, di cui Lenin fu teorico principe e primo attuatore. In questo senso, sl, si può dire che “era un pensatore in anticipo sui tempi”, come ha blaterato il presidente del Partito Gabi Fechtner in occasione della presentazione della statua (alta 2,15 metri, originariamente realizzata nella Repubblica Ceca nel 1957, poi finita all’asta perché i cechi ovviamente non volevano nemmeno più sentirne pronunciare il nome): ha anticipato tutto il canovaccio dell’ideologia più mortifera del secolo scorso, e per distacco.
La dittatura del proletariato, l’omicidio politico di massa, il Terrore istituzionalizzato dal Partito/Stato. C’era già tutto in Lenin, gli allievi successivi, da Stalin a Mao a Pol Pot, possono aver superato il maestro nella contabilità della strage, ma non hanno fatto che replicarne la ricetta. Solo qualche pillola del leninismo: «I tribunali devono non già abolire il terrore, bensì, all’opposto, sancire il terrore in linea di principio, in modo chiaro e netto, senza ipocrisie e senza orpelli». «L’obiettivo comune e unico: ripulire il suolo della Russia di qualsiasi insetto nocivo, delle cimici: i ricchi». «I kulalki.. questi ragni velenosi, queste sanguisughe hanno succhiato il sangue dei lavoratori… A morte!».
Fu proprio Lenin a massacrare per primo questa classe di piccoli contadini-proprietari (un’eresia vivente per il bolscevismo) col «comunismo di guerra», poi Stalin ultimò la pratica internandone 2,5 milioni nei campi di concentramento.
La stessa istituzione dei campi, questo non-luogo che segnerà tutto il Novecento (e che sopravvive tuttoggi, pensiamo ai 1400 lager cinesi di cui ormai è démodé raccontare) fu collaudata dal padre della Rivoluzione d’Ottobre nelle isole Solovki, nel Mar Bianco, dove andò in scena tutto il campionario di fame, tortura, sadismo, perfino antropofagia, che sarà poi la costante del gulag e del lager.
Crimini per cui nessuno si è mai inginocchiato o si inginocchierà, infamie per cui nessuno assalterà il monumento eretto dai compagni, morti sempre considerati minori dall’intellighenzia cresciuta a champagne e Soviet, se non rivendicati come effetti collaterali nella faticosa ascesa al paradiso socialista («per fare una frittata bisogna rompere delle uova», è d’altronde un vecchio detto leniniano). Questa è la biografia politica e umana dell’unico che oggi, nel mondo “civile”, riesce ad andare in controtendenza, a farsi erigere, e non ad essere abbattuto.
In America hanno preso a martellate i busti di Cristoforo Colombo, Thomas Jefferson, Abramo Lincoln. Ma quello di Lenin esposto nel quartiere hippie di Seattle è ancora intatto.
In Europa imbrattiamo la memoria di Churchill (l’uomo grazie a cui questo articolo non è scritto in tedesco, e sottoposto al vaglio preventivo della Gestapo) e glorifichiamo quella del “rivoluzionario di  professione”. Non sta tramontando, l’Occidente, si sta capovolgendo in farsa: pagliacci di tutto il mondo, unitevi. (qui)

Già: mentre si abbatte la statua dell’uomo che per oltre un anno e mezzo ha tenuto testa, letteralmente da solo, a Hitler e all’esercito più potente del mondo,  non solo viene lasciato là dove c’è, [Siattle]
Lenin-a-Seattle
ma viene addirittura messo dove non c’era, [Gelsenkirchen]
Lenin
il capostipite del comunismo reale, due miliardi di schiavi e cento milioni di morti, a tenerci bassi.

Stefano Burbi

Dal centro di accoglienza per richiedenti asilo di Bari sono numerosi i tentativi di fuga e le evasioni di migranti giovani e forti provenienti da paesi che non sono in guerra ed addirittura sono mete turistiche di grande attrazione: le loro domande, quindi, molto prevedibilmente verranno respinte in un prossimo futuro e nel frattempo questi signori sfruttano il nostro welfare sottraendo le scarse risorse a italiani e immigrati regolari.
Per loro nessun drone o pattuglia con il chiaro mandato di intercettarli in quanto trasgressori di chiare e precise regole: evadendo, questi soggetti senza identità certa e dalle intenzioni poco chiare, commettono infatti un reato, e, soprattutto in periodo di pandemia, potrebbero costituire un pericolo per la salute pubblica.
Ricordo ancora lo zelo con cui forze dell’ordine e polizia locale multavano gli italiani – spesso anziani o cittadini chiaramente inermi – rei di correre per i parchi deserti, di sedersi su una panchina, di andare a fare la spesa “troppo spesso”, di accompagnare la moglie al lavoro. Ieri l’altro un treno regionale diretto a Cosenza da Napoli è rimasto 2 ore fermo a Sapri perché una donna tossiva troppo ed i passeggeri hanno dato l’allarme temendo un caso di Covid-19: bene, non si è mai troppo prudenti, ma allora perché questa indifferenza alla libera circolazione di soggetti perfettamente sconosciuti entrati illegalmente in Italia?
Se qualche nostro amministratore ha a cuore la sorte di cittadini extracomunitari, che meritano rispetto come chiunque altro, PIU’ del benessere dei cittadini che amministra, si dimetta e si candidi in Tunisia, Marocco, Nigeria, Senegal, o dove più gli aggrada: se gli permetteranno di presentarsi alle elezioni e se lo voteranno, potrà finalmente fare in modo più semplice ed immediato quello che in realtà vuole fare qui, senza far ricadere su altri le proprie scelte.
Solo un paese sano e prospero può essere di aiuto per se stesso, prima di tutto, e poi per il mondo intero.
Siamo tutti esseri umani: benissimo. Tutti. Anche i nostri concittadini.
E se qualcuno è in difficoltà, non va lasciato indietro: diciamolo ai capi dei governi di quei paesi che evidentemente non fanno abbastanza per i propri amministrati.
E se qualcuno, dall’esterno, ostacola il processo di sviluppo di tali paesi, diciamogli di smettere.

P.S. Nei prossimi mesi è probabile un collasso vero e proprio della nostra economia con ricadute sulla tenuta sociale. Non giochiamo con il fuoco.

Stefano Burbi

Il problema, caro Burbi, è che noi il fuoco lo vediamo, “loro” no.

La gaffe di Cancelleri: «Sono tornati i turisti». Invece era la nave dei migranti

22/06/2020

Il viceministro delle Infrastrutture a Porto Empedocle scambia la Moby Zazà (affittata dal suo ministero) per una nave da crociera.

Beh, cosa c’è da meravigliarsi: se non fosse scemo, mica lo avrebbero fatto entrare nel governo. E giusto a proposito di governo:

E dopo questa montagna di cacca retorica io chiedo: e dunque? In conclusione? Da questa vagonata di soldi che ci avete sfilato dalle tasche, che cosa è sortito?

Dite che può bastare? Che la vostra dose quotidiana massima di deliri è stata raggiunta? OK, per oggi mi fermo qui, e continuo domani.

barbara

SPIGOLATURONA SINGOLA MA PIUTTOSTO GROSSA

– certe misure sembrano eccessive anche a me. O meglio: mi sembrerebbero misure eccessive se gli italiani fossero disposto a seguire delle imposizioni ragionevoli, senza supervisione. […] Per riuscire a ottenere il rispetto di misure ragionevoli, le autorita’ italiane sono costrette a ricorrere a misure eccessive, forse anche ridicole per una persona razionale ma che non tiene conto della sostanziale irrazionalita’ dei propri concittadini. […] da tipici italiani allergici alle regole, ognuno di noi decide quali provvedimenti rispettare e quali no,

– la gravita’ attuale del problema impone, *anche* a causa della tradizionale indisciplina degli italiani, provvedimenti che, in paesi con diverso atteggiamento nei confronti di ordini e/o suggerimenti delle autorita’, converrei sarebbero eccessivi. […] rischi di contagio reciproco sia nei parchi che nelle strade cittadine per trasferirsi nel parchi.

– Chiaramente le restrizioni non hanno costretto la totalità della popolazione all’isolamento domiciliare (come certe espressioni pretestuose lagnavano) ma hanno soltanto ridotto parzialmente la circolazione delle persone senza annullarla.

– Se tutti gli aspiranti “sensitivi” andassero in spiaggia o al parco perché prevedessero di trovarli liberi si formeranno inevitabilmente assembramenti. […] Giacché anche un solo assembramento tra tutte le spiagge (o parchi) di Italia è stato ritenuto di troppo e l’intenzione era di prevenirli, non sarebbe stato sufficiente “consentire l’accesso a certi luoghi critici ma multare solo gli affollamenti” poiché ciò avrebbe richiesto più risorse umane che sarebbero ANCHE state esposte a maggiori rischi.

– Se la Federazione Svizzera raccomanda ai cittadini di stare il casa il piu’ possibile, forse (forse!) la stragrande maggioranza dei cittadini sta in casa il piu’ possibile e l’R0 precipita.

Se la Repubblica Italiana chiede, suggerisce, raccomanda o implora il cittadino (educato da secoli, dalla famiglia e dalla chiesa, a considerare lo stato un nemico e a considerare i relativi ordini dei semplici suggerimenti, vincolanti solo se imposti con la forza) di stare in casa il piu’ possibile, il numero di cittadini italiani che si adegua e’ elevato (causa paura) ma non tanto da far calare l’R0.

Queste sono alcune delle risposte che mi sono state date in una discussione in questo post (sì, sono frasi estrapolate dal contesto, ma non mettendo il contesto intero, credetemi, gli ho fatto un regalo, perché a leggere tutto ci fanno una figura ancora peggiore – chi ha tempo e voglia lo può verificare di persona comunque). Dunque apprendiamo che gli italiani, e solo loro, sia ben chiaro, sono indisciplinati, irragionevoli, irrazionali, allergici alle regole (toh, che strano, si sono dimenticati di dire che siamo tutti mafiosi, guarda un po’ che sbadati). Se gli dai il permesso di andare in un parco, garantito che ci fanno un assembramento. Se gli dai il permesso di entrare in una spiaggia – in aprile! – garantito che ci fanno un assembramento, e quindi non glielo puoi permettere. Senza contare che nella strada che percorrono per arrivare al parco ci puoi scommettere che seminano giù un bordello di contagi. Perché il popolo è imbecille, il popolo è un bambino dell’asilo, immaturo e anche un po’ ritardato, e parecchio stronzo, a dirla tutta, e quindi non gli puoi lasciare spazio, non puoi permettergli di decidere, non puoi permettergli di scegliere, bisogna che per lui decida, e con mano ferrea, lo stato, che sa molto meglio di lui che cosa è bene per lui (infatti, per dirne una, quando il popolo vorrebbe votare e lo stato sa che voterebbe in modo sbagliato, giustamente non gli permette di votare e decide lui, lo stato, chi è che deve comandare quella massa di ritardati), gli devi tenere il guinzaglio corto e la museruola. Apprendiamo anche che è assolutamente falso (“chiaramente”) che le restrizioni abbiano costretto all’isolamento domiciliare la totalità della popolazione, ma quando mai, e fare una simile affermazione non solo è pretestuoso, ma è anche una lagna: infatti posso perfino fare la spesa una volta la settimana (a condizione di non comprare vino, se no mi multano, e di non comprare meno di otto cose, se no mi multano, perché quel buon papà che è lo stato ha deciso che il vino non è un bene di prima necessità e quindi non lo devo comprare, e che se compro poche cose magari ci devo tornare dopo due tre giorni, e a condizione che il supermercato sia quello del mio quartiere), e posso anche andare dal medico, basta che non mi venga la bizzarra idea di farmi accompagnare in macchina da qualcuno, non importa se il qualcuno in questione è mio marito, che vive con me nella stessa casa, mangia con me alla stessa tavola, dorme con me nello stesso letto: se viaggiamo nella stessa auto siamo responsabili di strage. Naturalmente non mi si può permettere di camminare per strada senza motivo, perché sono italiana e me ne approfitterei. Non mi si può permettere di fare sport da sola all’aperto, perché sono italiana e me ne approfitterei. Non mi si può permettere di portare mio figlio a prendere un po’ di aria, perché sono italiana e me ne approfitterei. La costituzione violata? Non risultano denunce quindi non è vero che è stata violata. Il presidente emerito? Lui non conta nulla, non è nessuno. E comunque è necessario perché la situazione è grave. E poco importa se chi l’ha fatta diventare grave è lo stesso che oggi ha messo in piedi uno stato di polizia, licenziato il parlamento, abolito la costituzione grazie alla gravità che ha provocato. Poco importano le sagge prediche che l’unico virus era il razzismo. Poco importa che si sia rifiutato di mettere in quarantena chi tornava dalla Cina. Poco importa che si sia rifiutato di dichiarare zona rossa il peggior focolaio (salvato appena in tempo, prima che ne venisse fuori una carneficina, da un medico che si è rifiutato di rispettare le regole e obbedire agli ordini). Poco importano gli inviti ad abbracciarci tutti appassionatamente perché non c’era alcun pericolo. E poco importa che già allora vari medici di famiglia denunciassero un anomalo aumento di polmoniti alveolari, denunce lasciate cadere nel vuoto. Importa solo che lo stato ha sempre ragione, e il suddito che non è d’accordo ha sempre torto. Non le posso citare tutte, perché ci farei sera e poi mattina e poi di nuovo sera. Comunque il concetto è chiaro: lo stato comanda e il suddito deve obbedire senza fiatare, così come quando si ordina al bambino di tre anni di andare a letto, ci deve andare e basta, perché non si può lasciare a una creatura così immatura e incosciente la facoltà di decidere per sé, mai. E questa genìa è identica a quella che nei social plaude al poliziotto che ha multato la mamma che portava la figlia in macchina dal medico, “Ha fatto bene, le regole sono regole e vanno rispettate!” E plaudono al solerte cittadino che ha chiamato la polizia perché c’era uno che correva da solo nel parco, arrivano addirittura a chiamarlo eroe: le regole sono regole e vanno rispettate. E quando la regola sarà di denunciare il vicino che nasconde un ebreo in cantina, non esiteranno a denunciarlo, e faranno la ola alla Gestapo che porta il vicino in campo di concentramento e l’ebreo al gas, perché chi ha l’anima del servo non distingue tra padrone e padrone, tra regola e regola.

E ho lasciato per ultima questa strepitosa chicca:

– Lei si lamenta per non poter godere del privilegio di poter andare a passeggiare sulla spiaggia (perche’ di privilegio si tratterebbe, se fosse riservato solo a lei e pochi altri sulla base del fatto che vivete vicino al mare)?

Privilegio. Siccome io vivo al mare e altri no, andare in spiaggia è un privilegio, e dato che non tutti lo possono avere, mi deve essere tolto. State in montagna? È un privilegio, perché non tutti stanno in montagna, quindi vi si deve vietare di passeggiare in montagna. Avete nella vostra città, nel vostro paese un lago, un fiume, un ruscello, un torrente lungo cui camminare guardando il rilassante scorrere dell’acqua? È un privilegio, perché non tutti lo hanno, quindi vi si deve vietare di approfittarne. Avete una seconda casa? È un privilegio, perché non tutti hanno una seconda casa, quindi vi deve essere tolta. Vivete in una villa con parco e piscina? È un privilegio, perché non tutti ce l’hanno, quindi vi deve essere tolta. Vivete in un appartamento di proprietà? È un privilegio, perché non tutti ce l’hanno, quindi vi deve essere tolto. Perché l’obiettivo unico dello stato padre-padrone, come ci ha insegnato il Piccolo Padre, come ci ha insegnato il Grande Timoniere, come ci ha insegnato Pol Pot, è di rendere tutti uguali. E dato che non è possibile che tutti abbiano tutto, chiunque abbia una cosa, anche minima, ne deve essere privato, bisogna fare in modo che nessuno abbia niente, tutti con la stessa miseria, tutti con la stessa fame, cancellato ogni genere di privilegio, e allora finalmente sulla Terra regneranno la pace, la felicità e l’amore universale. E anche questi, quando la regola sarà di denunciare il vicino che nasconde un ebreo in cantina, non esiteranno a denunciarlo, e faranno la ola alla Gestapo che porta il vicino in campo di concentramento e l’ebreo al gas, perché chi ha l’anima del servo non distingue tra padrone e padrone, tra regola e regola. Meno che mai quando si è servi di un partito che ha fatto due miliardi di schiavi e cento milioni di morti (e che infatti sugli assembramenti con la bandiera rossa non ha niente da ridire). Per questo stanno così volentieri a 90° di fronte all’uomo che è riuscito a fare 60 milioni di schiavi e che presto avrà anche un bel botto di morti per fame, o per malattie che non saremo più in grado di curare, o di suicidi per la disperazione di non avere di che nutrire i propri figli.

E ora distraiamoci un momento da tanta bruttezza con questa piccola chicca.

barbara

E ORA PARLIAMO DELLA FAMIGERATA APP

Che personalmente non mi riguarda, dato che non possiedo uno smartphone, ma che non scaricherei, se lo avessi, perché la ritengo pericolosissima: pericolosissima di per sé, e pericolosa al cubo con questa specie di governo di un uomo che si è imposto come unico detentore del potere legislativo e ha instaurato uno stato di polizia. Ma dato che in materia sono totalmente analfabeta, lascio parlare gli altri.

La app Immuni sarà la nostra fine

Questo “sgoverno” se ne deve andare. Ha sbagliato tutto il possibile. Ha promesso ed ha mentito. È stato incapace di cogliere una pandemia nel suo evolvere. Ha fatto prevalere l’ideologia al buon senso. Si dimostra incapace oggi di concepire una uscita dalla reclusione di massa, detta Fase 2, con la necessaria lucidità. Ha stretto sempre più le maglie del controllo, in una escalation delirante. Ha investito le forze dell’ordine di compiti odiosi, istigandone il lato aggressivo e irragionevole. Ha consegnato la politica nelle mani di virologi influencer, dimostratisi incompetenti, arroganti, ambiziosi. Ha lasciato un paese in un limbo allucinante per due mesi, così che chi non crepa di contagio rischia di crepare di inerzia e di inedia. Ha moltiplicato le task force, forze inconsistenti, che servono solo a moltiplicare prebende, farcite di competenti assai presunti, di maneggioni, di intriganti, di carrieristi, di parassiti, di marxisti d’accatto e di risacca. Ha puntato non sull’efficacia ma su una comunicazione reality, patetica, odiosa, falsa.
Ha usato la reclusione coattiva per arrendersi all’Europa usuraia nel modo più umiliante, castrando le (debolissime, e confuse) opposizioni, incamiciando qualsiasi protesta eventuale. Ha messo contro le regioni, i poteri decentrati, non si è assunto la minima responsabilità del disastro, ha aizzato i media contro i governatori avversi continuando a flirtare coi politici amici che mangiavano involtini e cercavano cinesi con cui fare sesso solidale, fino a che, come sempre accade quando le nullità comandano, non sono finiti a divorarsi tra loro. Ha aspettato paziente il fatale esito giudiziario per gli oppositori.
E alla fine, per mano del solito Mattarella, cui si deve molto dello sfascio attuale, ha imposto un tecnocrate che sta a Londra, il manager di telefonia Colao, col compito di imporci una app. “Sarà volontaria”, avevano mentito sapendo di mentire. E lo sapevano perché sapevano che i cittadini, già provati dalla lunga cattività, esasperati, sbigottiti al cospetto di tanta inconsistenza, si sarebbero ribellati in massa ad un programma dal controllo globale, che ovviamente sarebbe rimasto anche a pandemia smaltita.
La app “Immuni”, frutto di un trust fra i soliti arcinoti, non serve alla nostra salute, serve a sconfiggerci definitivamente come cittadini, come individui, come uomini dalla libertà almeno residuale. Serve a cinesizzarci, il sogno di questo “sgoverno” realmente comunista. E adesso, implacabile, arriva la conferma. Liberi di obbedire. Liberi di assumere la app. Altrimenti, destinati al braccialetto elettronico. Altrimenti in galera. Colpevoli di niente, condannati a vita per non aver commesso alcun fatto. E lo saremo, colpevoli, lo saremo tuttavia, se non ci ribelleremo a tutto questo.
Saremo complici della nostra rovina. Volonterosi carnefici di noi stessi. Saremo gli zimbelli del mondo libero e gli stracci di quello prigioniero. Saremo senza più dignità, legittimando ogni disprezzo tedesco, francese, eurodittatoriale. Saremo quello che ci siamo meritati. Già adesso l’informazione mainstream, di sinistra, proveniente da generazioni di piombo, di fanatici del potere e del controllo sotto le mentite spoglie dei rivoluzionari, già adesso questa sporca informazione di commissari del popolo, di spioni, di delatori, di leninisti spinge, sforma, stravolge: così come chi non mangiava involtini primavera era un razzista, chi restava a casa uno stragista (oggi lo sei se ti azzardi a uscire), chi non sottoscriveva l’immunità genetica dei migranti era un nazista, chi non vuole sfondare a calci Trump o Salvini è un violento, chi non scommette sul ripensamento del capitalismo, cioè una bella e sana società paleocomunista, è un porco da annientare, allo stesso modo chi non smania per infilarsi la app come una supposta è un miserabile, un verme, un sovranista, un infame, un monatto, un untore, la cimice borghese di cui parlava Gramsci, e merita l’eterno anatema di Marx: “Io ti schiaccerò”.
Ma noi non possiamo lasciarci schiacciare, dobbiamo ribellarci. Questa volta sì, questa volta cedere non ci è dato. Ne va della nostra decenza di uomini e donne; di esseri umani. Perché noi siamo l’ultima cosa che ci rimane, e dobbiamo esserne consapevoli. Mentre è questo che ci dicono quando ci insegnano che tutto dovrà cambiare, che noi dovremo cambiare: ci stanno già cambiando, siamo il loro esperimento sociale, siamo i criceti sulla ruota. Pagheremo per la nostra rovina. Pagheremo anche la app che ci immunizza. E invece non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo arrenderci né alla app, né al bracciale elettronico, né alle catene del controllo altrimenti, del conformismo, della sudditanza a un Paese di virologi che si divertono a mandare la morte a Trump o Boris Johnson, si insultano per una ospitata televisiva, come l’ultima delle troniste, e noi dovremmo prenderli sul serio.
Non dobbiamo sottovivere col peso addosso di un peccato originale mai commesso, ma che giustifica la nostra sudditanza concentrazionaria. Questa volta dobbiamo resistere. Noi da loro. In modo non violento, ma dobbiamo farlo, non importa il prezzo. Questa volta in culo no. Che non si arrivi a pensare di noi: potevano scegliere tra il disonore e il controllo, hanno scelto il disonore e hanno avuto il controllo. Questo “sgoverno” di questurini e di burattini, di manichini dai fili tirati dalla Cina, dalla Oms, da virologi vanesi e comici lugubri e comunisti truci, da informatici e manager, da avvocati esaltati, da presidenti distratti, questo “sgoverno” se ne deve andare.
Max Del Papa, 20 aprile 2020 (qui)

Poi vi metto una considerazione e un’altra considerazione di carattere tecnico ad opera di chi è del mestiere e un video di Luca Donadel

Restando ancora un momento al nostro amato governo e alle sue bizzarrissime bizzarrie, vi propongo questo pezzo con considerazioni che ritengo interessanti, e infine vorrei tornare ancora un momento sulla caccia all’uomo messa in atto dalle Forze dell’Ordine, e in particolare a questa foto,
Dronirimini31
sulla quale, da un post di straordinario interesse che vi raccomando di leggere, stralcio due brevi capoversi:

Adesso vorrei chiedermi perché questa specifica immagine ha colpito così tanto. Perché è stata scambiata così spesso sui social, commentata, memerizzata. Quali corde ha toccato. Cosa racconta, al di là delle apparenze. […]

Si tratta dell’inversione fra i fini e i mezzi che è propria dei regimi autoritari. Una comunità consapevole si dà regole utili a raggiungere uno scopo condiviso (difenderci tutti assieme dai rischi del virus) e ammette anche che ci siano sanzioni quando un trasgressore mette in pericolo quello scopo. Uno stato autoritario dà regole che possono anche avere uno scopo, ma applica le punizioni quando viene messa in pericolo l’obbedienza.

E con questo direi che abbiamo detto tutto. Anzi no, manca ancora questo:
comunismo marsigatto
di Marsigatto.

barbara

IL PIANOFORTE SEGRETO

Nata nell’anno del trionfo della rivoluzione comunista, Zhu Xiao-Mei rivela un precoce talento per la musica, in particolare per il pianoforte; viene perciò iscritta prima a una scuola musicale e poi al Conservatorio. Sulla sua strada si abbattono però due sciagure, una più spaventosa dell’altra: prima il “grande balzo in avanti” che produce miseria generalizzata e decine di milioni di morti, e poi la rivoluzione culturale, ossia quella cosa che stabilisce che letteratura, musica, arti figurative, storia, cinema, teatro e tanto altro ancora sono cose inutili e malsane e quindi via, distruggere tutto, bruciare tutto, svuotare le scuole, cancellare le lezioni, dare la caccia ai nemici della rivoluzione che si nascondono dappertutto – e dei cadaveri di questi nemici, a mucchi, si riempiono le inutilizzate aule del conservatorio, oltre ai suicidi di chi, dopo una vita integerrima, non regge alla vergogna di essere additato al pubblico ludibrio con le accuse più infamanti. E infine l’invio ai campi, anni di lavoro durissimo, di privazione di tutto, di fame, di indescrivibile sporcizia, di malattia e di morte. E nel frattempo il lavaggio del cervello dà i suoi frutti anche in Zhu Xiao-Mei, come in tutti gli altri: vergogna per la propria famiglia di origine borghese, peccato originale dal quale purgarsi diventando la più entusiasta dei rivoluzionari, la più implacabile accusatrice dei “nemici della rivoluzione”, con un piccolo rimorso per avere rifiutato alla vecchia nonna una visita, o anche solo una lettera, ma anche con la coscienza di avere fatto la cosa giusta; e se il partito dice che il padre è una spia, come si potrebbe dubitarne? La strada per i dubbi, per la presa di coscienza, per il recupero della propria lucidità mentale, per la conquista infine della libertà anche fisica e il ritorno alla musica sarà molto lunga, e dolorosissima, ma alla fine vittoriosa. Riporto alcune cose. Innanzitutto un breve ma illuminante capitolo.

  1. Campo 4619

Che contrasto tra le strade deserte di Pechino, svuotate dei loro abitanti, e la stazione brulicante di gente, ricoperta di banderuole in onore della Rivoluzione!
Mi apro un varco nella folla compatta cercando di orientarmi e, alla fine, intravedo il binario indicato come nostro luogo di ritrovo. I miei futuri compagni arrivano uno dopo l’altro. Ci sono allievi di tutte le scuole artistiche di Pechino: Conservatorio, Istituto d’Arte, Scuola di Cinema, Scuola di Danza, Scuola dell’Opera di Pechino. Un soldato indica ogni nuovo arrivato e ci affida a una sezione. Sono stati prenotati due vagoni speciali su un treno passeggeri diretto a Zhangjiako.
In attesa di partire, mi guardo intorno. Le famiglie si salutano, le coppie si scambiano le ultime parole tenere, i nonni sussurrano addii ai nipoti. Le persone si guardano, alcuni pensando che non si rivedranno mai più.

In lontananza, vedo giovani mamme affidare i loro neonati alle famiglie. A quella vista, ho un conato di vomito e sento vacillare il coraggio. Poi mi riprendo. È ridicolo. Una vera rivoluzionaria ignora ogni tipo di sentimentalismo.
In tutto siamo circa un centinaio. I soldati ci fanno salire sui vagoni. Una prima scossa e il treno oscilla. La stazione di Pechino si allontana, lentamente, tranquillamente. Poco dopo la partenza, il nostro Jigifenzi, l’attivista affidato alla nostra sezione, ci invita a intonare dei canti rivoluzionari in onore del presidente Mao e a leggere a voce alta alcuni estratti del Libretto rosso. A metà viaggio, il cielo si scurisce. Guardo fuori dal finestrino. Le nuvole sono talmente imponenti che si ha l’impressione che faccia già buio. Non si distingue più niente del paesaggio, tranne qualche luce, di tanto in tanto.
Arriviamo a Zhangjiako a fine giornata. I soldati ci fanno scendere dal treno e, dopo averci riunito nella piazza della stazione, ci stipano in due camion militari, una cinquantina di studenti per veicolo. Direzione: il campo 4619, a Yaozhanpu.
Attraversiamo la città di Zhangjiako. Ci troviamo a soli cinquecento chilometri da Pechino, eppure abbiamo l’impressione di essere in capo al mondo. Le strade sterrate sono deserte; solo il rumore dei motori squarcia il silenzio. Guardo gli edifici, tutti moderni, tutti brutti. Zhangjiako è di passaggio in un’eventuale invasione sovietica. Probabilmente è per questo che la città ha l’aspetto di un paesone. Impossibile immaginare che abbia conosciuto un’epoca d’oro nel xvii secolo sotto la dinastia Manciù dei Qing; allora era il centro del traffico del tè e dell’oppio tra Cina e Russia. Oggi si respira solo povertà e tristezza.
All’uscita della città, imbocchiamo una brutta strada. Due ore dopo, arriviamo infine a destinazione, col viso ricoperto da una maschera di polvere. Somigliamo talmente poco a degli esseri umani che fatichiamo a riconoscerci. Una prefigurazione degli anni a venire.

Il campo di Yaozhanpu, situato in collina, è costituito da tre edifici bassi di mattoni rossi, tipici fabbricati dell’esercito, che circondano un’enorme piazza.
«Adunata!»
Restiamo in piedi, al buio e al freddo.
«Studenti, verrete divisi in sezioni. Poi andrete nelle vostre stanze».
Penetro insieme ai miei compagni nella stanza che ci è stata assegnata. È una camera di una ventina di metri quadrati, con una decina di pagliericci poggiati a terra, talmente stretti che mi domando come riusciremo a dormirci. Poso le mie cose sul mio; è ricoperto di scarafaggi. In quel momento entra un soldato.
«Studenti, in refettorio!»
All’ingresso del locale, ci viene data una gamella lurida che sembra essere stata usata più come vaso da notte che per consumare pasti. Ho lo stomaco talmente chiuso che non riesco a buttare giù nulla.
La prima notte fatico a prendere sonno. Penso agli scarafaggi. Finiranno per entrarmi nelle orecchie e perforarmi i timpani, ne sono sicura. Accanto a me c’è Ouyan, anche lei pianista. Ogni volta che si muove, mi sveglio. Alla fine, ci piazziamo una dalla parte della testa e una dalla parte dei piedi per riuscire a dormire meglio.
Il giorno dopo alle sei di mattina, un soldato arriva a svegliarci e veniamo subito radunati nella piazza d’armi. Un uomo sulla cinquantina, dagli occhi molto dolci, avanza verso di noi. È Tian, il capo-campo. Ci osserva a lungo, poi si rivolge a noi con voce grave.
«In mezzo a voi ci sono tigri e dragoni» espressione cinese per indicare eminenti personalità, «ma le vostre menti rimangono borghesi; per questo dovete essere rieducati».
Terminato il discorso di Tian, prendono la parola altri soldati, ci spiegano il programma delle attività e ci illustrano il regolamento del campo. Niente è lasciato al caso: abiti rigorosamente neri, grigi o blu, capelli corti, lo stesso cappello per tutti, niente gonne per le ragazze.
In pochissimi giorni, la mia speranza di trasformarmi in una vera rivoluzionaria sfuma. La vita al campo non è fatta per educarci; è fatta per abbrutirci. Tutti i giorni ormai si somigliano, scanditi dagli stessi lavori forzati. E questo, ancora non lo so, durerà cinque anni.
Ogni mattina, sveglia alle sei.

«In piedi!» urla il soldato affidato alla nostra camerata accendendo la luce.
La giornata inizia con una corsa a passo cadenzato. Poi per un’ora studiamo il Libretto rosso. Sempre gli stessi passaggi. Lavoriamo principalmente su due trattati fondamentali: Sulla pratica e Sulla contraddizione; e tre articoli: «Servire il popolo», «Omaggio al povero Chang Szu-teh», un soldato morto per il popolo, e «Come Yu Kong rimosse le montagne», storia di un vecchio che aveva deciso di rimuovere a colpi di piccone tre grandi montagne che bloccavano l’accesso alla sua abitazione. Il suo vicino di casa si prendeva gioco di lui, ma non il Cielo, che alla fine gli inviò due geni per portare via gli ostacoli sulle loro spalle. Le tre montagne di Mao sono l’imperialismo, il capitalismo e il feudalesimo.
Terminato lo studio del Libretto rosso, verso le otto di mattina ci rechiamo nei campi. La nostra missione: coltivare riso in uno dei luoghi della Cina che vi si presta meno. Terreni aridi e sterili, battuti da venti glaciali, imbrigliati in paesaggi gialli e neri, opprimenti. Prima cosa da fare: scavare canali di irrigazione con vanghe per lo più rotte. In seguito andiamo a prendere della merda nelle latrine da campo per spanderla nei canali.
Dopo qualche minuto dentro l’acqua ghiacciata, non sento più i piedi. Ho spesso la febbre che mi fa sudare. Ben presto smetto di avere il ciclo e ho male allo stomaco, ma nel campo non ci sono né medicinali né infermerie: saranno alcuni compagni, con qualche rudimento di agopuntura, ad alleviare un po’ il mio dolore. In estate siamo ricoperti di punture di zanzara e le sanguisughe ci si incollano alle gambe. Per quanto rifletta, il coraggio mi abbandona.
Per stimolarci, il nostro Jigifenzi, con l’aiuto dei soldati, ci mette in competizione l’uno con l’altro. In quanto tempo riusciremo a scavare questo canale? Chi sarà il più veloce a procurarsi dell’acqua? Chi porterà la maggior quantità di merda dalle latrine? Lui stesso dà il buon esempio lavorando più veloce di tutti noi. Faccio del mio meglio, angosciata all’idea delle critiche che mi aspettano, la sera, in sede di pubblica denuncia. Ma vista la mia corporatura minuta, non ho nessuna possibilità di vincere.
A mezzogiorno, pranziamo sul posto, nel campo. Uno di noi viene incaricato di andare a cercare dell’acqua calda e del cibo, spesso e volentieri patate che ogni giorno tagliamo in modo diverso, a dadini, a bastoncini, a fette, o che mescoliamo a qualche cavolo e carota, giusto per variare un po’. Talvolta, abbiamo diritto a della carne di maiale.
Più ancora delle mattine, i pomeriggi sono interminabili, e guardo l’orologio ogni cinque minuti. Lavoriamo fino al tramonto. Poi rientriamo alla base. Dopo una giornata passata a sudare, con i piedi immersi nell’acqua, siamo di una sporcizia ripugnante, ma dobbiamo andare dritti alla seduta di autocritica e di denuncia senza aver avuto il tempo di lavarci – non è un dettaglio da poco, ma gioca un ruolo fondamentale nella «rieducazione»: impedire di lavarci è un modo fra tanti di minare il nostro senso di dignità.
Riuniti in piccoli gruppi di dieci, passiamo sotto l’autorità di un soldato addestrato nell’arte di metterci gli uni contro gli altri. Gli esercizi di autocritica li pratico da tempo, ma queste sedute a porte chiuse, in capo al mondo, hanno un sapore particolare. In effetti capiamo quasi subito che la posta in gioco è cruciale, sebbene tacita: coloro che si comportano meglio, se ne andranno via prima. Diamo il via alla lotta. Sentiamo che questo è il prezzo della libertà.
Quando la tua esistenza è ridotta a delle mansioni snervanti, quando nessuno spirito superiore, sia esso culturale o religioso, ti aiuta a canalizzare gli istinti, l’unico modo di difendersi è aggredire.
«Zhang non ha lavorato abbastanza» grida un compagno. «È rimasto venti minuti in bagno». E Zhang risponde attaccando a sua volta: «Ho sentito Li lamentarsi del lavoro al campo, due volte!» Usciamo sfiniti da quelle sedute. Impossibile fare conversazione. Non osiamo neanche guardarci negli occhi. Eppure, dobbiamo continuare a convivere.
Torniamo in camera per cenare, seduti sui nostri pagliericci davanti alle patate, al cavolo e alla misera porzione di riso giallo. Solo una volta finito il pasto, possiamo finalmente lavarci. Chinati sopra un buco scavato in un angolo della stanza, a turno, ci spruzziamo addosso un po’ di acqua. Davanti agli altri. Qui non c’è posto per nessun tipo di intimità. L’idea stessa rivela sentimenti borghesi.
Dopo esserci lavati, osiamo finalmente guardarci, scambiare qualche parola. Ma l’unico posto dove possiamo parlare liberamente tra noi è una stanzina attigua dove andiamo a prendere l’acqua calda. Lì officia un personaggio eccezionale, Guo Baochang. Un giorno diventerà uno dei più grandi cineasti cinesi. Più grande di tutti noi, fin dal suo arrivo è stato considerato un accanito oppositore della Rivoluzione, per questo è stato incaricato di scaldare l’acqua per il campo. Ogni giorno, deve trasportare grandi quantità di acqua e carbone, passare dal freddo glaciale dell’esterno al calore umido della stufa. Il che non intacca il suo buonumore.
Così, qualche giorno fa, si è innamorato di una di noi, una cantante molto carina del Conservatorio. Per dichiararle il suo amore secondo la tradizione cinese, incarica un messaggero di consegnarle una lettera d’amore. La sua scelta, secondo lui, è appropriata: un giovane allievo dell’Opera di Pechino, che ha studiato talmente poco che fatica a scrivere le sue stesse autocritiche. Guo Baochang si crede al sicuro da qualsiasi indiscrezione.
Sfortunatamente il giovane artista non soltanto è ignorante, ma è anche curioso. Apre la lettera e scopre un testo talmente difficile che un dizionario non basta a decifrarlo. Allora consulta i suoi compagni… ed ecco che tutto il campo ne è a conoscenza prima ancora che la bella riceva la sua lettera.

La giornata è finita, ma le nostre pene non sono ancora terminate. Spesso le esercitazioni di allarme ci svegliano in piena notte per prepararci a un’invasione dei Sovietici. Sentiamo l’urlo della sirena e poi l’ordine di adunata:
«Allerta! Allerta!»
Allora dobbiamo urgentemente abbandonare il campo portandoci via le nostre cose. La prima prova è raccogliere le nostre cose nel buio totale della stanza, tanto che finisco per dormire completamente vestita, per maggiore sicurezza. In seguito dobbiamo correre in montagna per diverse ore di fila, in piena notte. Poi all’alba torniamo al campo senza aver potuto dormire.
Quando non è un allarme a svegliarci, è una voce che risuona in piena notte. Misteriosa, proveniente da non si sa dove, canta la gloria della Rivoluzione. La nostra Jigifenzi parla nel sonno. All’inizio eravamo sconvolti: una tale fedeltà, una tale lealtà, espresse anche nel sonno, non è ammirabile? A poco a poco, tuttavia, si insinua il dubbio. Non è un po’ troppo tutte le notti? E non è forse per verificare che abbiamo sentito bene la sua professione di fede che si preoccupa la mattina di averci disturbato? Allora mettiamo a punto una messinscena: ogni volta che ci porge le sue scuse, la rassicuriamo:
«Ma no, non ci hai affatto disturbato, non abbiamo sentito nulla».
La domenica è dedicata alle pulizie. Mentre laviamo le lenzuola, guardiamo il cielo nella speranza che un minimo di sole ci permetta di farle asciugare. Molto spesso, meno di un’ora dopo, si alza un vento sabbioso e le nostre lenzuola diventano tutte grigie e gialle, come il paesaggio, ancora più sporche di prima.
Talvolta, la domenica, possiamo guardare un film: albanese, di solito. La qualità lascia a desiderare ma non ne perdiamo uno, per i pochi baci – inimmaginabili in un film cinese dell’epoca. Ogni volta che si annuncia una scena spinta, il soldato responsabile della proiezione si precipita davanti allo schermo per nasconderci l’inconcepibile. Ma spesso arriva troppo tardi, con nostro grande piacere. Bisogna forse ricordare che abbiamo tutti fra i diciannove e i trent’anni?
In mezzo a quella miseria quotidiana rimane un raggio di sole: l’arrivo della posta. Quando non viene censurata e quando il destinatario non è costretto a leggerne pubblicamente il contenuto. Quello che è successo a un’amica in un altro campo: ha dovuto rivelare a tutti i suoi compagni i dettagli delle lettere del suo fidanzato.
Mi scrivo regolarmente con mia madre, rimasta a Pechino, e con Xiaoyen. Presto la mia sorella più piccola, che allora ha quindici anni, viene mandata a Beidahuang Anlun, nel Grande Nord selvaggio della Manciuria, da dove continua a scrivermi.
Le sue prime lettere sono spaventose. Durante i raccolti, deve lavorare dalle due del mattino alle undici di sera. Per poter pranzare, a mezzogiorno, deve precipitarsi dall’altra parte del campo dove viene consegnato il cibo. I primi arrivati mangiano più possibile. Essendo la più giovane del campo, corre meno veloce degli altri, e spesso si ritrova senza niente.
Tra le varie mansioni, deve occuparsi di un allevamento di cervi – in Cina i cervi vengono allevati per le corna, da cui si ricavano farmaci. Un giorno, mentre stava inseguendo uno degli animali scappati, ha quasi rischiato di morire sprofondando in una palude. Un’altra volta, mentre stava falciando, ha visto la sua migliore amica morire fulminata perché ha toccato un cavo caduto a terra. Si è incaricata di vegliare sulle sue spoglie fino all’arrivo dei genitori, ma una notte si è assopita e, al risveglio, ha assistito allo spettacolo del corpo rosicchiato dai ratti. Il padre della ragazza è impazzito. È morto poco tempo dopo.
Cosa rispondere a una lettera di Xiaoyen? Non posso fare altro che cercare di infonderle coraggio. In seguito, per tirarla su, le invierò una copia del Manifesto del Partito comunista di Karl Marx.
Un giorno, ricevo una lettera da parte di mia madre. Anche lei ormai è in un campo di lavoro.

Quest’altro pezzo è un breve brano del capitolo successivo, ancora più esemplificativo dell’abbrutimento, dell’annientamento di ogni umanità, dell’annichilimento della persona perpetrato dal partito comunista, che ben poco ha da invidiare al partito nazista.

Poco dopo il nostro arrivo, ci invitano a riflettere sull’esempio di una studentessa universitaria di un campo vicino che ha dato prova di eccezionale fedeltà a Mao. Due telegrammi successivi l’avevano informata che suo figlio era gravemente malato e che doveva tornare in fretta a Pechino. Ogni volta lei ha risposto che doveva curare un maialino, anche lui sofferente, che le era stato affidato. Un terzo telegramma le ha annunciato il decesso del figlio. Non ha versato una lacrima. Qualche giorno dopo, il maialino è morto. E lei ha pianto.
Rimaniamo perplessi. È davvero necessario spingersi così oltre per essere fedeli al pensiero del presidente Mao? Ma, superato un primo momento di stupore, ci abituiamo all’idea, e ben presto la maggior parte di noi considera questa donna lodevole: un maiale nutre la collettività, l’attaccamento che si prova per il proprio figlio è solo individualista e borghese. Le giovani madri intorno a me esprimono qualche riserva, ma finiscono per approvare. Ne sono davvero convinte? Mi ci vorranno altri cinque anni perché riesca a pormi la domanda con lucidità. Cinque lunghi anni di campo prima di accettare il dubbio, prima di lasciar nascere in me qualcosa che somigli alla lucidità.

E infine una battuta da un’intervista:

«Se Dio esiste, che cosa vorrebbe che le dicesse?»
«Sei stata abbastanza coraggiosa. Vieni, ti presento Bach».

È un libro che va letto, non solo perché è di straordinaria bellezza e intensità, ma anche perché, anche se da queste vicende sono passati diversi decenni e alcune cose sono, almeno apparentemente, cambiate, ci aiuta a capire meglio che cosa sta succedendo in questo momento, e perché.

Zhu Xiao-Mei, Il pianoforte segreto, Bollati Boringhieri
il-pianoforte-segreto
barbara

AGGIORNAMENTO: E tu guarda la combinazione.

E DOPO LE SARDINE DELLA SESSANTOTTINA INVECCHIATA SENZA MATURARE

(avete presente quei fiori che appassiscono senza arrivare a sbocciare, quei frutti che marciscono o avvizziscono senza riuscire a maturare?) torniamo a dare un’occhiata a quelle vere, con due articoli che ritengo molto ben fatti.

Non hanno proposte, ma pretese: la banalità delle Sardine, partigiani senza fascismo

 di Martino Loiacono, 16 Dic 2019

Un insieme di banalità presentate con grande enfasi retorica. Si potrebbe riassumere così la manifestazione delle sardine di sabato scorso a Roma. Nonostante un’enorme mobilitazione, da Piazza San Giovanni non sono emerse proposte ma solo pretese. Confuse, pasticciate e infarcite di banalità. La banalità. Forse è questa la dimensione propria delle sardine. Che, certo, manifestano, sono attive e si impegnano ma non riescono ad esprimere un’idea politica. Le loro istanze sono un miscuglio tra il culto acritico dell’immigrazione, l’antifascismo di maniera e l’antisovranismo. Tutte saldate nell’antisalvinismo, che identifica Salvini con la “bestia populista” da combattere. A proposito dell’odio e della violenza verbale…
Ad ascoltare Mattia Santori si rimane sorpresi dalla pochezza culturale e dalle banalità proposte. Prendiamo le sei “pretese” avanzate sabato:

1) Fine della campagna elettorale permanente;
2) Comunicazione esclusivamente istituzionale per chi ricopre incarichi ministeriali;
3) Trasparenza comunicativa ed economica per i politici che usano i social media;
4) Protezione e difesa della verità da parte del mondo dell’informazione, che si deve impegnare nella ricostruzione fedele dei fatti;
5) Esclusione della violenza dai toni e dai contenuti della politica, con la conseguente equiparazione della violenza verbale a quella fisica;
6) Abolizione dei decreti sicurezza.

Le pretese sul mondo dei social media non dicono nulla di davvero rilevante. Sono, a ben vedere, dei tentativi maldestri di limitare la libertà di espressione. Quasi che comunicare tramite i social sia di per sé un fenomeno negativo, da colpire per restituire alla politica la sua dignità. L’equiparazione della violenza verbale a quella fisica, così come presentata, rappresenta invece una pretesa grezza, perché non definisce la violenza verbale. Secondo un’interpretazione di ampio respiro, anche l’espressione “bestia populista” potrebbe valere una denuncia. Lo stesso Santori potrebbe addirittura venire incriminato. L’abolizione del decreto sicurezza si fonda infine sul culto del migrantismo che vede l’immigrazione solamente come un’occasione e un’opportunità e mai come un potenziale rischio. È figlio dell’allofilia descritta magistralmente da Eugenio Capozzi nel suo volume sul politicamente corretto.
A queste pretese così deboli e banali, difficile dimostrare che i social media siano la causa dell’imbarbarimento della politica italiana, corrisponde un’incredibile retorica che esalta superficialmente la bellezza della democrazia, la partecipazione e la politica con la P maiuscola. Ma che, se sfrondata dai suoi artifici, può essere riconducibile ancora una volta alla lotta ai sovranisti. Autocelebrata come una “resistenza” contro il mare dell’indifferenza che vede le sardine rappresentarsi come i partigiani del 2020, che combattono contro il fascismo eterno di Salvini e della Meloni. Una resistenza totalmente slegata dalla lotta antifascista svoltasi tra il 1943 e il 1945, ma che serve per delegittimare l’avversario, estromettendolo dall’arena democratica. Un’arena la cui legittimità viene definita solo dalle sardine, dalla loro bellezza, dalle loro manifestazioni e dalla loro partecipazione che è bene, amore, gioia e pace. Che è risposta all’odio del campo avversario, come emerge da una rappresentazione polarizzante costantemente alimentata da buona parte dei mainstream media.
Pur se esaltate da una narrazione simpatetica, le sardine rimangono prive di una visione politica. Potranno riempire le piazze, potranno fare altri flash mob ed essere celebrate, ma senza una proposta politica seria non andranno certo lontano. (qui)

Le Sardine strumentalizzano l’antifascismo per alimentare un clima da guerra civile

 di Roberto Penna, 17 Dic 2019

Le varie sinistre italiane, con tutti i loro supporter in televisione, su carta stampata e social network, hanno ricevuto una cocente delusione dal Regno Unito. Il loro beniamino Jeremy Corbyn – al quale è giunto l’endorsement persino di Gad Lerner, esperto probabilmente di harakiri, visto il noto antisemitismo del leader laburista – ha perso, e non si è trattato nemmeno di una sconfitta dignitosa.
Compagni e compagnucci si sono potuti consolare tuttavia con la presenza di Greta Thunberg a Torino, e successivamente con la manifestazione delle cosiddette sardine in Piazza San Giovanni a Roma. Le istanze sia di Greta che delle sardine sono ormai abbastanza chiare, ma rinfreschiamoci la memoria. La ragazzina svedese è stata messa a capo, da alcuni adulti interessati, di un ambientalismo tanto affascinante quanto inconsistente, che perde subito valore ed utilità, se calato nella realtà globale di tutti i giorni. È quasi fiabesco girare il mondo in barca a vela, peccato però che la maggioranza degli abitanti del pianeta non abbia i soldi sufficienti per permettersi un’imbarcazione ecologica, e nemmeno le costosissime auto elettriche. Chi si sposta invece di parecchi chilometri, più per dovere lavorativo che per piacere turistico, non dispone del medesimo tempo libero di Greta Thunberg, e per giungere a destinazione in tempi accettabili non può che salire a bordo di un aereo. Donald Trump, attraverso uno dei suoi tanti tweet, ha invitato la giovanissima ambientalista a rilassarsi e andare al cinema, ma sarebbe meglio esortare Greta a recarsi a scuola almeno ogni tanto, visto che manca dalle aule scolastiche da molti mesi. [incrementando così ulteriormente la sua già mastodontica ignoranza, ndb]
Al loro esordio le sardine sono apparse subito, almeno ad occhi non faziosi, come un qualcosa di costruito e manovrato dagli apparati di una sinistra che non riesce più a mobilitare un numero decente di persone nelle piazze usando solo simboli partitici, ed è costretta pertanto a inventarsi nuove formule. I sospetti dell’inizio hanno poi trovato conferma nelle varie manifestazioni tenutesi finora qua e là per l’Italia, intrise del solito luogocomunismo. Non ci stupiremmo se questo movimento svanisse progressivamente nel nulla, offrendo però l’opportunità di una carriera politica a non più di due o tre sardine. Per esempio, il capo-sardina, chiamiamolo così, Mattia Santori, si trova sempre più a proprio agio dinanzi a microfoni e telecamere, e sembra indirizzato verso qualche candidatura. Buona parte degli attuali partecipanti alle adunate “sardiniste” si sentirebbe tradita ed urlerebbe la propria frustrazione, conscia di essere stata l’utile idiota di turno che permette a pochi di farsi un nome – niente di inedito in Italia.
Oltre alla natura prettamente strumentale, le sardine colpiscono in negativo per il bersaglio delle loro proteste. Caso unico al mondo, non viene preso di mira il “potere”, il governo, bensì il leader del maggiore partito d’opposizione. Il nemico numero uno è Matteo Salvini, ma Giorgia Meloni, peraltro già accusata di lobbismo da L’Espresso, è già la nemica numero due per la sua continua crescita nei sondaggi. Nonostante l’uso distorto di una vecchia Costituzione da riformare e la conseguente formazione di governi impopolari come il Conte 2, l’Italia rimane un Paese democratico, ma queste sardine, che blaterano di dialogo e poi negano a Salvini il diritto di essere ascoltato, ricordano i pretoriani di alcuni regimi tutt’altro che liberi, impegnati ad intimidire qualsiasi voce fuori dal coro. Nel 1990 l’allora presidente rumeno Ion Iliescu, che non ambiva ad una netta discontinuità con il regime dell’ormai defunto dittatore Ceausescu, chiamava i minatori in piazza per interrompere, con le buone e soprattutto con le cattive, le proteste pacifiche e democratiche dell’opposizione. Certo, e lo evidenziamo subito, i minatori di Iliescu furono responsabili di molti atti violenti, mentre le sardine non hanno finora torto un capello a nessuno, ma le parole a volte possono ferire quanto una spada.
E visto che il capo delle sardine vorrebbe togliere a Salvini alcuni diritti, ovvero ridurre all’isolamento un leader politico che rappresenta all’incirca il 30 per cento dei suoi connazionali, sembra opportuno iniziare a fare dei paragoni solo in apparenza infondati. È comunque certo che non si tratti affatto di una forma di protesta trasversale, com’era il grillismo delle origini, bensì abbiamo a che fare con piazze, non sempre stracolme come vogliono far credere, dichiaratamente di sinistra. Questa natura è resa evidente dal continuo e ossessivo uso della celebre canzone partigiana “Bella ciao” e dall’aspirazione delle truppe ittiche di Santori ad essere i partigiani del 2020.
Senz’altro “Bella ciao” non è mai stata di moda quanto negli ultimi giorni, intonata anche da Greta e dai gretini durante il presidio torinese, non molto affollato, di Fridays for future. Cosa c’entri questa vecchia canzone dei partigiani con il riscaldamento climatico o presunto tale, è un mistero, ma tant’è…
Per le sardine rappresenta un chiaro posizionamento politico, considerato che Bella ciao è divenuta storicamente parte integrante dell’antifascismo comunista, il quale, ad onor del vero, si è appropriato negli anni di tutta la lotta al nazifascismo, come se gli angloamericani non fossero mai intervenuti e i partigiani cattolici, liberali e monarchici, non fossero mai esistiti. È lecito tuttavia, a distanza di più di settant’anni dalla caduta del fascismo e dalla guerra di Liberazione, dichiararci stanchi di assistere ancora oggi al ricorso strumentale e di parte di “Bella ciao”? Le sardine sono giovani fuori, ma assai vecchie dentro. Riproporre ad ogni occasione quella canzone partigiana, significa rilanciare una storia, l’antifascismo di sinistra, non priva di numerose ombre, come è stato dimostrato da Giampaolo Pansa e non da qualche nostalgico di Salò. Se l’avversione al fascismo di comunisti, ex comunisti, Anpi e dintorni, fosse stata accompagnata dalla lotta ad ogni tipo di totalitarismo, tutti avremmo sempre cantato “Bella ciao” e continueremmo a farlo, ma l’antifascismo rosso è stato ed è un fenomeno settario e discriminatorio, anche se la sinistra italiana, dal Pci al Pd, ha costantemente preteso di rappresentare l’anima profonda della democrazia italiana.
I giovani-vecchi del movimento delle sardine alimentano un clima da guerra civile strisciante, già sperimentato in passato contro Almirante, Craxi e Berlusconi. I partigiani del 2020 dovrebbero anzitutto lottare contro il loro stesso capo, anche perché l’unico fascismo alle porte pare essere proprio quello di Mattia Santori, che vorrebbe vietare agli italiani di ascoltare Matteo Salvini. Il leader della Lega, ma lo stesso discorso vale anche per Giorgia Meloni, può risultare più o meno simpatico ed essere più o meno votato, ma può essere considerato fascista e persino nazista solo da chi si abbevera alla fonte dell’antifascismo di sinistra, campione della distorsione della storia. Salvini non perde occasione, e fa benissimo ovviamente, per manifestare la propria solidarietà nei confronti degli ebrei e dello Stato d’Israele, e con tutta franchezza, un nazifascista amico di Gerusalemme non si era mai visto. (qui)

E per completezza mi permetto di suggerire di leggere anche questo. Davvero mi riesce quasi impossibile immaginare che qualcuno davvero lo ritenga un movimento spontaneo, e altrettanto incomprensibile è che qualcuno possa essere disposto a prendere ordini da uno sbruffoncello con quel sorrisetto ebete costantemente stampato sulla faccia. E guardatelo qui, che profondità di pensiero, che lucidità, che chiarezza di idee, e soprattutto ascoltate l’esposizione degli obiettivi, che è una roba di una grandiosità che non vi sareste mai immaginati.

È un fatto, comunque, che noi italiani dobbiamo sempre farci riconoscere.
proteste
Vabbè, dopo tanta cacca, riprendiamoci con un po’ di bellezza.

barbara

ANCORA UN PAIO DI COSE SULLA COMMISSIONE ORWELLIANA PER GLI PSICOREATI 4

Riepilogando: la sinistra, usando una signora anziana, con un drammatico passato sulle spalle, molto ingenua e totalmente digiuna di politica, decide di istituire una sorta di psicopolizia per gli psicoreati, che consistono nel non essere d’accordo con la suddetta sinistra. Nonostante il nome della signora, cinicamente trasformata ormai in un santino, la decisione non raccoglie unanime consenso. A questo punto qualcuno si inventa che la signora – che non è presente in alcun tipo di social – riceverebbe 200 messaggi di insulti e minacce al giorno. Nonostante la signora dichiari di non saperne niente, si decide di “prendere sul serio” le minacce inventate, e le viene assegnata una scorta – con grande gioia dei criminali, che hanno un po’ di carabinieri in meno a dare loro la caccia – e a questo punto il gioco è completato: il fatto che la signora abbia bisogno della scorta è la prova evidente della necessità della psicopolizia che persegue gli psicoreati. Ma adesso ve lo faccio dire meglio da Nicola Porro, da 06:09 a 08:30:

Poi abbiamo un Emanuele Fiano in grande spolvero:

“La Meloni racconta panzane. Nel dispositivo di mozione non c’è scritto da nessuna parte che si voglia perseguire chi parla di nazionalismo e sovranismo.” (qui, grazie a Simone per la segnalazione)

Evidentemente un po’ distratto, il ragazzo, a cui è sfuggito questo passaggio:

“…più in generale l’intolleranza, ma anche i nazionalismi e gli etnocentrismi, gli abusi e le molestie, gli epiteti, i pregiudizi, gli stereotipi e le ingiurie che stigmatizzano e insultano…”

Ignorante, propenso a parlare a vanvera e sommamente maleducato: guardiamolo qui come interrompe Capezzone mentre sta parlando e come schizza su istericamente appena si nominano le aggressioni alla Brigata ebraica. Atteggiamento abbondantemente condiviso, del resto, se qualcuno ha ritenuto di dovergli dedicare una vignetta:
dubbio
Restando in casa comunista, cedo la parola al Manifesto

… con la guerra dei sei giorni e con l’ascesa al governo delle destre dopo il conflitto del Kippur [ma se il “problema” comincia con la guerra dei sei giorni, come la mettiamo con i due successivi governi di sinistra, il secondo dei quali durato per altri quattro anni dopo la guerra del kippur? E degli altri quattro governi di sinistra successivi alla guerra del kippur? Siamo sicuri di sapere di che cosa stiamo parlando?], Israele, con qualche interludio, ha cominciato a essere governato da destre ultra sioniste [sicuri di sapere che cosa significa “sionista”? Studiare e informarsi prima di sparare cazzate no, eh?] reazionarie alleate con il fanatismo religioso che lo ha progressivamente portato a diventare la nazione segregazionista, colonialista e razzista che è ora. Israele facendosi campione di violenza e rappresaglia ha trovato sempre più amici fra gli ex fascisti, i neo fascisti, i populisti della peggior specie.

A noi che siamo incorruttibilmente democratici [posso farmi una grassa risata? E comunque fareste bene a non dimenticare “l’Incorruttibile” per antonomasia] non resta che porci [senza offesa (per loro, beninteso), “porci” mi sembra effettivamente la parola giusta] una terribile domanda. Ma se gli ebrei del tempo di Hitler fossero stati come gli israeliani alla Nethanyahu, i nazisti avrebbero progettato la Endlösung? La mia risposta è: non credo. I nazisti odiavano l’ebreo ubiquo, apatrida, cosmopolita, dall’intelletto critico, attivatore di rivoluzioni, distruttore di idolatrie.

Io direi che la risposta non dipende da come erano gli ebrei dell’epoca e come è Netanyahu, bensì dall’esistenza o no di Israele: se Israele ci fosse stato, a mettere in atto la soluzione finale probabilmente avrebbe provato, ma non ci sarebbe riuscito perché Israele gli avrebbe fatto il culo, tutto qui. I nazisti odiavano “l’ebreo ubiquo, apatrida, cosmopolita, dall’intelletto critico, attivatore di rivoluzioni, distruttore di idolatrie”? I nazisti odiavano l’ebreo, punto, in gas ci sono finiti ebrei non solo talmente assimilati da ignorare quasi di essere ebrei, ma anche ebrei decorati della prima guerra mondiale. Come dice il pur non amato Sgarbi: CAPRE CAPRE CAPRE! E come commenta l’amico “Parsifal”:

I nazisti avranno odiato l’ebreo cosmopolita, i comunisti oggi odiano l’ebreo a casa sua.

La domanda, in ogni caso, non è “terribile”: è semplicemente idiota, formulata da una persona idiota, ignorante, e soprattutto antisemita fino alle budella.

Magnifico anche Riotta su Twitter:

Prima si chiamarono sovranisti.
Poi nazionalisti.
Infine apparve chiaro che erano razzisti antisemiti.
Si stupisce solo chi non conosce, o dimentica, la Storia.

Dove impariamo che Hitler e Mussolini hanno iniziato la loro carriera politica facendosi chiamare sovranisti e riciclandosi in seguito come sovranisti, e che presto Salvini farà costruire delle camere a gas. Vedi un po’ come ci si accultura a girare per la rete! (Manifesto e Riotta citati nei commenti qui)

L’articolo che segue mostra invece le dirette conseguenze del pesante clima che si sta sempre più diffondendo.

L’odio dei “buoni”

di Max Del Papa , 3 Novembre 2019

Se c’è una cosa che i regimi autoritari e totalitari ci hanno insegnato è che le parole risuonano. Hanno una eco, il più delle volte (di) sinistra. Prendiamo “commissione”, ad esempio: già evoca foschi scenari, controlli, guardie in divisa che ti bussano alla porta, ti portano via, verso un processo kafkiano. Se poi una commissione la si battezza col nome di chi queste esperienze ha vissuto davvero, la faccenda si fa oltremodo sgradevole: “Commissione Segre”, davvero non si può sentire, almeno per chi certi spettri li rispetta, non li inflaziona, non si tira per il lenzuolo. È troppo lugubre, è perfino offensiva – quella sì.

Per cui salviamoci con un pizzico di ironia, che non fa mai male, buttiamola in ridere, tanto per alleggerire, e chiamiamola “Kommissione Doubtfire”, dal personaggio del film che secondo qualcuno somiglia irresistibilmente alla senatrice a vita; per scherzo, non per odio, sia chiaro. Ebbene, la Kommissione Doubtfire appena inaugurata è sembrata sdoganare una sorta di furioso furore per chi non si è affrettato a votarla all’unanimità, scetticismo rimarcato dall’interessata con una frase inconsapevolmente agghiacciante: “Sono rimasta stupita, io facevo una operazione etica”. Ecco, già l’etica per via parlamentare è qualcosa di preoccupante, specie se ad incarnarla è uno solo.

Ma andiamo avanti. Chi non ha fatto la ola a Liliana subito in fama di nazista, inchiodato dai giornali dell’amore, messo all’indice (a senso di marcia invertito, si potrebbe parlare tranquillamente di odio, ma si sa che odiare un “fascista” non è reato, anzi è doveroso in quanto tutela democratica). Tra gli effetti collaterali: il vignettista Vauro, strenuo difensore delle frange palestinesi più esagitate contro Israele, che con gli occhi fuor dalle orbite ordina a un parlamentare leghista di alzarsi in piedi al nome della Segre; blocchi e censure sui social per quanti in odore di sovranismo o di critica alla Kommissione, come l’editore Francesco Giubilei, misteriosamente bloccato su Facebook, e la giornalista del Primato Nazionale Francesca Totolo, bersaglio di una virulenta campagna su Report, un cui sgradevole consulente si vanta su Twitter, tra un insulto e l’altro, di poter censurare chi vuole; sempre la Totolo subisce ambigue situazioni di boicottaggio telematico, con il profilo semioscurato e la perdita arbitraria di follower; stessa sorte per il sito satirico Arsenale K.

Quanto a Giubilei, contestualmente alla sua ospitata a LineaNotte fioriscono appelli a sfasciargli la testa con una mazza, memori del trattamento riservato a Sergio Ramelli quasi 45 anni fa (pessimo sangue non mente); su Repubblica, d’altro canto, l’altra vignettista organica, ElleKappa, raffigura l’elettore medio di Salvini come un porco, mentre Erri de Luca impartisce lezioni di economia globalista: “La rinuncia all’impiego di manodopera immigrata a basso costo è atto di autolesionismo” (esterrefatti i lettori, o a Erri gli è scappata o era su di giri); fino al parossismo dell’ebreo Franco Bechis, linciato in fama di ebreo dai difensori dell’ebrea Liliana Segre. A contorno, le solite effervescenze all’università di Trento se appena si azzardano a invitare il cronista del Giornale Fausto Biloslavo, le immancabili escandescenze dell’Anpi a 360 gradi, dove c’è casino ci sono gli arzilli nonnetti, tra i quali possiamo annoverare senz’altro Natalia Aspesi, la serena vegliarda di Repubblica che sogna di mitragliare con precisione, come nella canzone di Finardi: “Pian piano, ho maturato la fantasia di sparare a loro (…) Nessuno può più negarmi di imbracciare un kalashnikov. Sono vecchia. Sono sola. Sono gravemente turbata dalla condizione disperata degli italiani. Ho tutto il diritto di fare una strage”. Se non altro a parole, visto che dà della kapò alla Meloni, dei bugiardi patentati ai vari Porro, Capezzone, Belpietro, eccetera.

Il tutto nel giro di pochissime ore dal varo della Kommissione Doubtifre (“Capovaro, vadoooo? Vadi, senatrice, vadiii!”). Di materiale, ce ne sarebbe. Ma, dalla Kommissione, finora neanche un fiato. Forse Mrs Doubtfire non ha saputo niente, non l’hanno informata, del resto lei stessa confessa candidamente di avere appreso per conto terzi dei fatidici “200 insulti al giorno” che la bersagliano sui social: “Nemmeno io lo sapevo, l’ho appreso dai giornali, io non frequento i social”. Ma chi li frequenta, viceversa, si spolmona nel chiedere prova di questi 200 insulti a tassametro e non ottiene risposta. Qualcuno non volendo produce smentite boomerang, ne citiamo uno alla lettera: “Volevo dire a Liliana Segre e ai suoi cialtroni a rimorchio che gli unici che mi hanno attaccato con i bastoni chiamandomi ebreo di merda, mentre sfilavo con la Brigata Ebraica a Roma, sono stati quelli dei centri sociali e dell’Anpi. Quelli che lei difende: gli antifa-propal!”.

Dove facilmente si evince che, tuttalpiù, l’invettiva è non per la Segre, ma per i cialtroni a rimorchio. Ma forse è la sostanza a offendere, e su quella è dubbio che la Kommissione Doubfire interverrà, posto che è stata concepita per tutt’altri motivi: controllo delle idee, di pensieri e parole, messa all’indice di tutto quanto non si allinei al pensiero unico di stampo politicamente corretto progressista. Basta leggerlo, il documento che la insedia, questa insidia per la libertà. All’osso, il varo della Kommissione “sugli stati d’animo”, come la definisce Giancristiano Desiderio, pare avere impresso, come primo effetto, una accelerazione all’amore di chi vuole appendere gli odiatori a testa in giù, ovviamente dopo avergliela spaccata con una mazza. Ma, come si diceva nel ’68, “è solo l’inizio”: come potrà finire, lo scopriremo solo morendo. (qui)

Infine una saggia riflessione del saggio Giovanni.

Non voglio fare programmi, ma ho l’impressione che prima o poi toccherà continuare ancora perché il delirio, lungi dal placarsi con l’approvazione della folle mozione, sembra, nutrendosi di se stesso, montare senza fine. Mettendo in serio pericolo la democrazia e tutte le libertà per le quali le generazioni che ci hanno preceduto hanno combattuto.

barbara

LA GRANDE CARESTIA

Ovvero il genocidio ucraino messo in atto da Stalin per mezzo di una “carestia” programmata e fabbricata a tavolino e spietatamente messa in atto. E giustamente il sottotitolo è “La guerra di Stalin all’Ucraina”. Perché il genocidio è stato perpetrato per stroncare una volta per tutte le aspirazioni indipendentiste  dell’Ucraina. Per prima cosa è stata imposta la collettivizzazione: ti portano via la terra, ti portano via la casa, ti portano via il bestiame, ti portano via gli attrezzi da lavoro. Tutto ora appartiene allo stato, che ti presta bestiame e attrezzi, e tu lavori per lui. Il risultato è stato lo stesso ovunque: più lavori e più produci, più produci e più lo stato ti porta via, quindi non hai più alcuna convenienza a lavorare. Non puoi farne a meno perché ti costerebbe carissimo, ma sicuramente non ti impegni al massimo, e dunque la produzione cala. La seconda cosa è la requisizione delle “eccedenze” per venderle all’estero; e se ovunque si è andati ben oltre le vere eccedenze, in Ucraina si è portato via letteralmente tutto: il grano normalmente usato per venderlo e comprare le altre cose che servono, il grano per il consumo della famiglia, il grano da semina. E poi anche gli altri alimenti trovati in casa. E poi la pentola sul fuoco per la cena, portata fuori e rovesciata a terra. E poi arresti ed esecuzioni di chi tenta di sottrarsi. La favola da sempre raccontata è quella della dekulakizzazione, ossia l’eliminazione della “casta” dei contadini ricchi affamatori del popolo, spogliati di ogni loro avere per darlo ai contadini poveri, deportati, non di rado giustiziati. E chi sono questi contadini ricchi? Ci immaginiamo case grandi, lussuose, riccamente arredate? Signore eleganti e ingioiellate? Carrozze intarsiate con cocchiere in polpe e redingote? Guardiamoli dunque, questi contadini ricchi che affamavano i contadini poveri:
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E quelli poveri? Eccoli qua: sistemati i “ricchi”, ora tocca a loro.
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E come non pensare al ghetto di Varsavia guardando queste scene?
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E infine le fosse comuni:
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Ultimo atto? No, adesso tocca all’eliminazione delle prove: distrutti i registri coi dati demografici che provano, cifre alla mano, che mancano all’appello milioni di persone, arrestati e giustiziati tutti i demografi che vi avevano lavorato, arrestati e giustiziati tutti coloro che avevano avuto la possibilità di vedere le cifre vere, e pubblicazione di dati inventati che, oltre agli strepitosi progressi dell’agricoltura grazie alla geniale idea della collettivizzazione, “mostrano” anche uno straordinario incremento demografico. E il negazionismo continua tuttora, intensamente praticato dal signor Putin – che qualcuno, come si legge nei commenti a questo post, considera bizzarramente un’affidabilissima fonte di informazione. E finché quella certa categoria di mamme si ostinerà a non prendere al pillola e a non andare mai in menopausa, più i complottismi sono idioti, e più continueranno a trovare adepti (il blog, comunque, se siete amanti della cultura, consiglio di seguirlo).

È un libro che merita di essere letto, perché ha potuto usufruire di archivi diventati recentemente disponibili, preclusi ai precedenti ricercatori, e le cose che vi possiamo apprendere vanno molto al di là non solo di quanto sapevamo, ma anche di ogni immaginazione. E le circa duecento pagine di documentazione stanno a dimostrare l’accuratezza delle ricerche effettuate per potercelo offrire.

Anne Applebaum, La grande carestia, Mondadori
la greande carestia
barbara

POST POLITICO

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A questo punto mi vedo costretta a riconoscerlo: il fascismo avanza a grandi passi. Tutti i treni che ho preso negli ultimi mesi (diverse decine) sono partiti che spaccavano il minuto e sono arrivati che spaccavano il minuto. E questo non è Lercio che lo dice, sono io, sulla base di una drammatica esperienza personale. Avanza, dunque, ma non incontrastato, come si vedrà ai prossimi punti.

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Mi è infatti capitato qualche giorno fa di entrare per caso in un blog  che non fa parte delle mie frequentazioni, il cui titolare, in un intenso post, mostrava estremo sconcerto nel vedere queste assurde lotte fra uomini e donne, queste assurde lotte fra bianchi e neri, quando l’unica lotta che abbia un senso, l’unica che meriti di essere combattuta in quanto l’unica atta a portare al genere umano progresso, benessere e felicità è la lotta di classe.

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E non è l’unico. Perché oggi in treno ho sentito un cinese spiegare che sì, la repressione di piazza Tienanmen è stata dura, ma senza quella oggi in Cina ci sarebbero milioni di morti per fame. Perché ci sono cose che solo il comunismo può fare, la democrazia no, perché se c’è un’emergenza il comunismo prende e fa, mentre la democrazia deve discutere e votare eccetera e cioè perdere tempo prima di cominciare ad agire. Il suo interlocutore gli ricorda le decine di milioni di morti per fame nel passato, a causa delle scelte del comunismo; “Certo, ci sono stati degli errori, tutti ne commettono, ma il comunismo, a differenza degli altri regimi, impara dagli errori e li corregge. Sì, lo so, non ha mai ammesso di averli commessi, perché il comunismo non perde tempo in chiacchiere ma passa direttamente ai fatti. Oggi in Cina non manca niente a nessuno, e perché? Perché c’è il comunismo! Perché il comunismo tutto quello che fa lo fa unicamente per il bene del popolo” Hong Kong? [immagino siate tutti al corrente della violenta e spietata repressione delle proteste] Hong Kong deve capire. Non può pretendere di rendersi indipendente dalla Cina, non è realistico, non ha senso. Ma poi perché uno dovrebbe volersi staccare da un Paese governato dal partito comunista? Che senso ha?

Consoliamoci coi vecchietti, va’.

barbara