PRIMA DI PASSARE AD ALTRO

Ripropongo tre miei vecchi post.

E BELLA ANCHE CUBA

Intervista a Oliviero Diliberto accompagnata dai commenti dell’esule cubano portavoce per l’unione delle libertà a cuba Joel Rodriguez.

Intervista a Oliviero Diliberto Segretario Nazionale del Partito dei Comunisti Italiani Realizzata da Marco Papacci Segretario circolo di Roma Ass.ne Naz.le di Amicizia Italia-Cuba Roma 14 dicembre 2005

D): Con le dovute differenze culturali, storiche, geografiche e politiche, cosa prenderebbe del sistema cubano per adottarlo in Italia?

R): Sicuramente il sistema di protezione sociale, che è il più avanzato non soltanto di tutta l’America Latina, il che non è molto difficile visto lo stato degli altri paesi, ma anche rispetto a molti paesi occidentali, o cosiddetti occidentali. Penso al sistema sanitario, al sistema della protezione del lavoro, che sono avanzatissimi. Non è un caso che Cuba venga attaccata parlando di Diritti Umani, dimenticandosi, naturalmente sono in malafede quelli che l’attaccano, che il grande tema dei Diritti Umani inizia dal diritto alla vita, ad una vita decente, ad una vita dignitosa per tutti e non soltanto per ristretti gruppi di privilegiati come nel resto del mondo.
Joel Rodriguez commenta:

Appunto, On. Diliberto, “vita decente, ad una vita dignitosa” e soltanto questo quello che vuole il popolo cubano, il non doversi prostituire e vendere per sopravvivere; a Cuba il ristretto gruppo di privilegiati si riduce a Fidel Castro e i suoi colonnelli e generali, il resto della popolazione vive in una miseria totale. Di quale sistema di protezione sociale mi parla On. Diliberto, di quale sanità? quella cosa allo sfascio la vuole chiamare sanità? Vorrei vedere se in Italia ci fosse un sistema sanitario come quello cubano, in quale ospedale andrebbe lei e i suoi compagni caro On? Lei per caso non sa che a Cuba manca il personale medico e infermieristico negli ospedali, perché sono in “missione” umanitaria in Venezuela, costretti ad andare in Venezuela in cambio di pretodollari e per fare indottrinamento politico alla popolazione?

D): A Cuba, alcune tipologie di cittadini (tra cui, ad esempio i lavoratori di zuccherifici dimessi o in via di ristrutturazione), hanno la possibilità di scegliere tra un nuovo lavoro e frequentare l’università o corsi professionali, in questo secondo caso, ricevono comunque un salario. Sa di altri paesi nel mondo in cui si adotta questo stesso principio?

R): Ovviamente no. E’ un principio avanzatissimo. Se vogliamo è un principio che potrebbe tranquillamente trovarsi nella nostra Costituzione repubblicana che vogliono smantellare perché è il principio del diritto al lavoro, connesso con il diritto all’istruzione. In Italia ci fu negli anni ’70 dopo la grande vittoria dello Statuto dei lavoratori, un esperimento non così avanzato ovviamente, ma altrettanto interessante che era quello delle cosi dette 150 ore. Cioè 150 ore di lavoro retribuite come lavoro per quegli operai che andavano all’università o comunque volevano apprendere nelle istituzioni scolastiche italiane. Naturalmente è durato poco perché gli imprenditori non accettano l’idea che i lavoratori siano istruiti, per un motivo molto semplice che alcuni si dimenticano, che la cultura è lo strumento più formidabile per avere conoscenza, per avere consapevolezza dei propri diritti, quindi andava abolito.
Joel Rodriguez commenta:

On. Diliberto, se in Italia -o in qualunque altro posto- i lavoratori guadagnassero 15 dollari al mese e lo Stato più di mille dollari per ogni lavoratore (come nel caso delle compagnie straniere che hanno affari nell’isola), sicuramente qualunque stato si potrebbe permettere di mandare a “studiare” i lavoratori per un periodo. Se non altro, Diliberto, questo si chiama sfruttamento dei lavoratori. Oltretutto, lo studio nelle mani del regime non è altro che un continuo indottrinamento, è l’arma che usa per mantenere la popolazione schiava. Chiama lei insegnamento quello del regime cubano, dove è vietato leggere libri di Gandhi?

D): In Italia, il PDCI è l’unico partito che sostiene con coerenza il sistema di governo cubano, cos’è che vi fa mantenere questa posizione (sicuramente non troppo comoda nello scenario politico italiano) di costante rispetto nei confronti della Rivoluzione Cubana, cos’è che vi porta a non unirvi a tutti gli altri partiti- nessuno escluso- schierati contro i “sistemi” di Fidel Castro, “il dittatore che mangia i bambini”?

R): Basterebbe quello che ho detto sino adesso per giustificare la difesa di Cuba. In realtà aggiungo un’altra cosa. Noi siamo coerentemente antimperialisti, parola che non si usa più, neanche tra quelli che si dichiarano comunisti in altri partiti. E’ il punto chiave. Cuba non viene attaccata perché c’è una presunta “dittatura”, perché se fosse questo il motivo, gli Stati Uniti dovrebbero attaccare mezzo mondo. Cuba viene attaccata proprio perché è un simbolo per tutti coloro che nel mondo non si sono arresi. E quindi va difesa, vorrei dire quasi a prescindere, perché è la garanzia che si può sconfiggere l’imperialismo. Per altro il simbolo è particolarmente rilevante proprio perché è una piccola isola, a 90 miglia marine dagli Stati Uniti d’America e questi non sono riusciti a eliminarla in tutti questi anni ed è straordinario tutto quello che è successo.
Joel Rodriguez commenta:

On. Diliberto capisco, l’antimperialismo può essere la scusa di qualunque dittatore per mantenersi al potere, con la patente di antimperialista si possono violare tutti i diritti di questo mondo, incluso quelli che lei sostiene di difendere, dei lavoratori. Forse lei ha ragione Cuba e un simbolo, un simbolo per dimostrare al mondo dove porterebbe un sistema governato con le vostre idee. Diliberto non ci prendiamo per il culo, gli americani non hanno voluto eliminare il dittatore Fidel Castro, cosa trova di straordinario, tutte le fucilazioni, tutti gli intellettuali in esilio, la popolazione che preferisce perdere la vita in mare per arrivare negli USA piuttosto che continuare a vivere nel “paradiso socialista comunista o castrista”?

D): Alla luce della sentenza del tribunale di Atlanta che dichiara nullo il giudizio tenutosi a Miami contro i Cinque cubani con cui li si condannava a più ergastoli senza alcuna prova a sostegno delle accuse, lei crede nel sistema giudiziario statunitense? Crede che questo possa andare oltre le fortissime pressioni politiche, tutte assolutamente contro i Cinque cubani, restituendogli finalmente la libertà?

R): Io ho una scarsa fiducia nel sistema giudiziario statunitense, anche perché avendolo visto da vicino, nella vicenda della liberazione di Silvia Baraldini, come dire ho scarsa fiducia. Tuttavia è comunque un successo l’annullamento di quella sentenza. Io lessi a suo tempo le motivazioni delle condanne, erano aberranti, anche dal punto di vista della giustizia degli Stati Uniti d’America che si proclama “garantista”. Per avere un processo equo, dovrebbe tenersi lontano dalla Florida, e se fosse possibile con degli osservatori internazionali. Per quanto ci riguarda, come Partito dei Comunisti Italiani, continueremo a sostenere la causa dei Cinque patrioti, che tra l’altro avevano ricevuto delle sentenze con delle pene accessorie di cui non parla nessuno, come per esempio il divieto di incontrare i propri familiari, cosa che dovrebbe urtare la coscienza democratica di qualunque persona perbene. Adesso lasciamo stare la categoria destra o sinistra, qualunque persona perbene. Occorre che l’opinione pubblica stia bene attenta a quello che succede appunto nel prossimo processo che si farà negli Stati Uniti, in modo tale da far sentire a quel tribunale, che non sappiamo ancora quale sarà, che comunque non possono fare quello che gli pare.
Joel Rodriguez commenta:

On. Diliberto, lei ha poca fiducia nel sistema giudiziario statunitense, però è un po’ contraddittorio quando poi dice della “liberazione di Silvia Baraldini”. Come mai un sistema giudiziario così poco affidabile libera un presunta terrorista? Mi dica, crede che a Cuba l’avrebbero liberata una Baraldini? Le prigioni cubane sono piene di persone per il solo fatto di pensare liberamente, o di esprimere le loro idee in maniera pacifica. E non vengono liberate anche se non ci è mai stato un processo. Ma lei difende il regime castrista è ha poca fiducia nel sistema giudiziario americano. Non ce dubbio, mi devo impegnare di più a far capire agli italiani chi è realmente lei.

On. Diliberto, perché non ha mai chiesto degli osservatori internazionali per il processo contro i dissidenti cubani? Sono esseri umani i dissidenti cubani, non meritano pure loro un processo equo?

On. Diliberto, vedo che lei segue di pari passo il regime cubano, non perde una virgola del longevo dittatore cubano (c’era qualche dubbio?) Però la differenza tra lei e il dittatore e che lui a Cuba se lo può permettere, ha il controllo sull’informazione, e al popolo cubano non è permesso di conoscere la realtà. Qui in Italia è diverso, nonostante i comunisti come lei controllino ancora l’informazione (perché così è e lo dimostra il caso cubano), la gente ha la libertà di usare internet (a Cuba no) informarsi, cercare la verità. E proprio cercando questa verità si renderanno conto delle sue bugie prese dal regime: non sono 5 gli arrestati nella Red Avispa, bensì 14, On. Diliberto e lei lo sa bene. Sa bene che il regime parla solo di 5 perché gli altri hanno confessato, hanno riconosciuto che il loro lavoro non era solo di spiare (poi mi dica del polverone che lei stesso alzerebbe in Italia se venisse a sapere che ci sono spie americane dentro al suo paese), il loro lavoro consisteva nell’attentare contro membri dei diversi gruppi oppositori al regime di Fidel Castro radicati a Miami, erano implicati anche nell’abbattimento da parte del regime castro-comunista di un piccolo aereo civile in acque internazionali. “Signor” Diliberto, se vuole le fornisco le identità degli altri arrestati e condannati dal sistema giudiziario americano; penso che anche loro siano innocenti, vista la sua poca fiducia in quel sistema giudiziario. Oltre ai 5 (Gerardo Hernandez; Ramon Labañino; Antonio Guerrero; Fernando Gonzalez; Rene Gonzalez), lei puo trovare anche Joseph Santos; Amarilys Silverio; Alejandro Alonso; Nilo Hernandez; Linda Hernandez. Erano anche questi parte della stessa rete. Poi non si dimentichi anche Juan Pablo Roque, pure lui spia della stessa rete, ma è riuscito a scappare a Cuba cosi come José Rafael Brenes. La saluto On. Diliberto, augurandomi che questa mia arrivi a quanti più italiani possibile, così potranno rendersi conto delle bugie del paladino delle libertà e dei diritti dei lavoratori, nonché sostenitore di chi i lavoratori li schiavizza e non permette un sindacato indipendente.

Joel Rodriguez


ANCORA SU CUBA

Radicali.it – sito ufficiale di Radicali Italiani

Cuba: D¹Elia, per certi difensori dei diritti umani è un’isola felice

Roma, 16 marzo 2005

Alla lettera-petizione in difesa del regime cubano sottoscritta da 200 intellettuali di fama mondiale Nessuno tocchi Caino risponde con una nota in cui sono riportati alcuni fatti che provano le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime di Castro.

I firmatari della lettera, tra cui figurano i premi nobel Josè Saramago, Rigoberta Menchù, Adolfo Perez Esquivel, Nadine Gordimer e gli italiani Claudio Abbado, Luciana Castellina e Gianni Minà, affermano tra l’altro che a Cuba “non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria” e che la rivoluzione ha consentito il “raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente.”

Secondo il Segretario di Nessuno tocchi Caino, Sergio D¹Elia, “la lettera non tiene conto minimamente della realtà cubana e dei misfatti compiuti dal dittatore di più lungo corso al mondo”. “Cuba ha due facce, una sotto i riflettori, l’altra nascosta. Per certi difensori dei diritti umani, esiste solo la prima: quella della base americana di Guantanamo dove sono detenuti i talebani.” “Ma Cuba non è solo Guantanamo ­ prosegue D’Elia -, è anche Combinado del Este, Canaleta, La Pendiente, Ceramica Roja, Kilo 8…” “La Perla dei Caraibi non è tutta sole, mare e sabbia. E’ anche galera e centri di “rieducazione”.

Quanto all’isola felice dove “non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria,” Nessuno tocchi Caino invita i firmatari della petizione pro-Castro a riflettere su quanto accaduto nel 2003 e che tutti hanno potuto leggere sui giornali di tutto il mondo e a quanto denunciato da importanti organizzazioni umanitarie.

NOTA: A) L’11 aprile 2003, Fidel Castro ha fatto giustiziare tre componenti un gruppo di cubani che una settimana prima si era impadronito di un traghetto con l’intento di raggiungere la Florida. Enrique Copello Castillo, Barbaro Leodan Sevillan Garcia e Jorge Luis Martinez Isaac sono stati fucilati all’alba. Quattro loro compagni sono stati condannati all’ergastolo, uno a 30 anni di prigione e altri tre a pene detentive comprese fra 2 e 5 anni. L’imbarcazione, rimasta a secco a 45 chilometri dalle coste cubane, era andata alla deriva per 24 ore e i sequestratori si erano arresi alle autorità cubane, senza che ai 50 ostaggi fosse stato torto un capello. I dirottatori erano stati processati per direttissima e condannati per atti di terrorismo l’8 aprile. Nel giro di tre giorni, gli appelli sono stati respinti sia dalla Corte Suprema che dal Consiglio di Stato, il più alto organo esecutivo di Cuba presieduto da Fidel Castro, quindi giustiziati. La Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (IACHR) ha condannato il carattere sommario del processo celebrato in spregio delle regole minime di giustizia internazionalmente riconosciute e ha stabilito essere il fatto ³”una privazione arbitraria della vita.”

  1. B) Quanto alla rivoluzione cubana che ha permesso il “raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente,” basta leggere i rapporti sui diritti umani, sulle condizioni nelle prigioni cubane e il trattamento dei detenuti politici. Sia la Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (IACHR) che l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani hanno denunciato nel 2004 la presenza nelle carceri di casi diffusi di scabbia, tubercolosi, epatite, infezioni varie e malnutrizione. Una ventina di detenuti sarebbero morti nel corso dell’anno a causa di mancata assistenza medica. Detenuti per ragioni politiche o di coscienza sono stati rinchiusi in celle di isolamento umidissime, infestate dai topi, con un buco come gabinetto e un letto di cemento, senza acqua e senza il conforto della Bibbia che gli era stata sequestrata. Quelli non in isolamento sono stati costretti a indossare le uniformi del carcere, a mettersi sull’attenti all’entrata delle guardie nelle celle, messi insieme a detenuti comuni, violenti, intimiditi pesantemente e picchiati dalle guardie e sessualmente aggrediti da altri detenuti. Nel 2004, il regime ha messo agli arresti domiciliari 14 dei 75 dissidenti arrestati nella primavera del 2003, per lo più anziani e ammalati. Il numero è stato ampiamente compensato da altri trenta dissidenti incarcerati nel corso dell’anno, ha denunciato la Fondazione Cubana dei Diritti Umani.
  2. C) D’altro canto va anche detto che chi fornisce informazioni sulla situazione di diritti umani a Cuba rischia pene severissime. Marcelo Lopez, membro del Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino e già portavoce e segretario della Commissione diritti umani e riconciliazione nazionale, è stato condannato nel 2003 a una pena di 15 anni di carcere per aver trasmesso informazioni ad organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch su casi di condannati a morte nel suo paese. Marcelo è stato condannato anche per essersi fatto inviare copia della risoluzione di condanna emessa dalla Commissione diritti umani dell’ONU di Ginevra.

CUBA ULTIMO ATTO

E scende infine in campo il nostro Red Ronnie, portando nuovi e originali argomenti a favore della giustezza del manifesto da lui e da altri firmato:

«E’ venuto con me Jovanotti – racconta – è impazzito»

Confesso che è dura rinunciare alla valanga di battute ad effetto che questa affermazione sollecita, ma sono forte, e resisterò. Anche per un senso di doveroso rispetto nei confronti della serietà dell’argomentazione portata. Dite di no? Che non vi basta? Niente paura, ne abbiamo delle altre:

«Il flautista Andrea Griminelli ha scoperto nei musicisti un entusiasmo incredibile».

Ecco: avete ancora il coraggio di dire che a Cuba vengono violati i diritti umani? Che hanno fatto male a firmare quel manifesto? Queste prove ancora non vi bastano? Ma siete proprio insaziabili, siete! Comunque non illudetevi che il nostro cappello a cilindro si sia svuotato: ne abbiamo ancora, di sorprese!

«Cuba me l’ hanno fatta conoscere I Nomadi. E continuo ad andarci»

Su, avanti, provate ancora a fare gli spiritosi, adesso! Provate a dire che voi, se ve l’avessero fatta conoscere I Nomadi, non ci tornereste più! Provate a dire che là vengono violati i diritti umani!

Ma l’intervistatrice, Virginia Piccolillo, non è di quelle (ne conosciamo, oh se ne conosciamo!) che stanno in ginocchio davanti all’intervistato, e incalza:

Ma i dissidenti?

Qualcuno forse si immagina che una simile, banale, squallida domanda possa mettere in difficoltà il Nostro? Ma neanche per sogno!

«Quando uccisero tre persone – dice Ronnie – fu solo perchè c’erano in programma 70 dirottamenti pagati dagli Stati Uniti, allora dovevano dare un segnale.

NOI, forse, avevamo dimenticato il famigerato “colpirne uno per educarne cento”; LORO no! Anche se qui in realtà ne hanno colpiti tre per educarne settanta, ma la matematica, come già abbiamo visto in un altro post, è solo un’opinione. Poi, magari, qualcuno potrebbe anche chiedere – sconsideratamente – perché mai non abbiano colpito anche quei settanta organizzatori di altrettanti dirottamenti, visto che sapevano con TANTA certezza chi e che cosa e come e quando, ma la risposta è estremamente semplice: non li hanno colpiti perché il regime cubano è buono e rispetta i diritti umani, ecco perché! Intendiamoci, comunque:

Sono contro la pena di morte. Sono un pacifista totale.

Di quelli senza se e senza ma. Quando si tratta degli Stati Uniti. Se si tratta di qualcun altro, beh, allora, ecco, cioè, praticamente, al limite …

Però non possiamo essere ipocriti: dimenticare che in una parte di Cuba c’è Guantanamo»

Ecco, cioè praticamente al limite, se in una parte di Cuba c’è Guantanamo dove gli americani tengono i terroristi e non sempre rispettano tutte le garanzie legali, che saranno mai le galere dell’altra parte di Cuba, che saranno mai le celle di un metro cubo per reati di opinione, che saranno mai un po’ di fucilazioni, anche se i fucilati in realtà non avevano torto un capello a nessuno! Mica ci verrete a dire che questa è violazione dei diritti umani, spero!

E per concludere ancora un paio di pensierini utili, qui, qui e qui.

barbara

 

QUAND ON EST CON ON EST CON

come cantava il grande Georges Brassens.

Papa Francesco: ‘Una triste notizia’

I profughi cubani (sì, profughi: quelli sono profughi veri) invece commentano così

Agli amanti di Castro di casa nostra, sicuramente a lutto stretto per la morte del vecchio porco, dedico invece questo.

barbara

NON SOLO IO, PER FORTUNA

imagine
Per fortuna non sono solo io a trovare, da sempre, allucinante, simile a un incubo dei peggiori, il mondo “paradisiaco” prospettato dal testo di questa canzone. In particolare trovo sconvolgente il verso nothing to […] die for: un mondo in cui non ci sia niente per cui morire, nessun valore per cui valga la pena di battersi, niente che meriti di essere difeso fino – se necessario – alla morte. Si riesce a immaginare, in un mondo simile, qualcosa per cui possa valere la pena di vivere?
Per inciso. Uno degli argomenti più gettonati dei crociati anti-religione è che “non c’è religione che non imponga limitazioni” (mentre quelli più fighi optano per “le religioni monoteiste sono limitanti”, come il mio cugino vegano, irretito dagli arancioni, di professione guaritore, che se sua madre novantenne ha bisogno di aiuto per togliere le erbacce dal giardino deve prima chiedere l’autorizzazione al suo guru, il quale, tra l’altro, gli telefona tutte le sere alle dieci per comunicargli il programma di lavoro del giorno dopo, e fino a quel momento non può dire a sua madre se il giorno dopo potrà o no accompagnarla da qualche parte. A cinquant’anni suonati). Ecco, io chiedo: esiste una qualsiasi convinzione, o scelta di vita, di qualunque genere, in qualunque campo, che non imponga limitazioni? Se amate una persona che odia il fumo, non rinunciate a fumare almeno in casa? Dite che quella è una vostra libera scelta? Anche quella dell’ebreo che non mangia gamberetti o del cristiano che rinuncia a scopare prima del matrimonio è una libera scelta (quella del musulmano no: se lo beccano a mangiare a ramadan viene sprangato di santa ragione. Ma, come detto ripetutamente in altre sedi, considerare l’islam semplicemente una religione come il cristianesimo o come il buddismo, è il più tragico – e gravido di catastrofiche conseguenze – degli errori).

OK: ora aprite pure i cancelli e fate entrare i leoni

barbara

I MANDARINI

Cioè gli intellettuali del dopoguerra francese, raccontati da un’intellettuale un po’ noiosa, che vi rappresenta se stessa e naturalmente Sartre, per i quali si potrebbe coniare l‘espressione “l’insostenibile bruttezza degli intellettuali”
beauvoir-sartre
(qui una bella descrizione). Racconto un po’ sconclusionato che si snoda per 764 pagine, pasticciando su insieme storie balorde e storie quasi serie, scheletri negli armadi e spedizioni punitive, amori deliranti, amori recitati, amori quasi veri, belle fanciulle messe in vendita da madri avide, fascisti riciclati, doppiogiochisti, spie e traditori, viaggi transoceanici e un sacco di altre cose ancora – troppe, decisamente – fra cui lunghe lunghe lunghe elucubrazioni, a volte sotto forma di dialoghi, altre sotto forma di monologhi, ma sempre decisamente noiose.
L’unica cosa veramente apprezzabile è la seria riflessione sul comunismo, che da finestra sulla libertà negli anni tragici del nazismo e dell’occupazione tedesca, si va sempre più facendo intransigente dittatura del pensiero unico, in cui nessun dissenso è ammesso, nessuna opinione personale è legittima, nessuna deviazione dal tracciato prestabilito è contemplata.
L’ho letto perché stava lì da trentacinque anni e i libri, una volta acquistati, bisogna prima o poi leggerli (fatta salva la libertà di buttarli dopo cinquanta, o anche dopo dieci pagine, nel caso ciò si rivelasse necessario alla propria sopravvivenza). Onestamente non posso dire che sia stato tempo del tutto buttato via, ma abbiamo visto di meglio, ecco.

Simone de Beauvoir, I mandarini, Einaudi
i mandarini
barbara

IN MORTE DI PIETRO INGRAO

Con qualche giorno di ritardo ritengo doveroso pubblicare questa lettera di Renato Brunetta (sì, lo so, Brunetta non è simpatico a nessuno, ma questa cosa che lui, e solo lui, ha avuto il coraggio di scrivere, deve essere letta).

Lettera di Renato Brunetta a Dagospia

Caro Dago, esprimiamo le nostre condoglianze alla famiglia e ai suoi vecchi compagni per la scomparsa di Pietro Ingrao, una delle personalità più significative della politica italiana del Novecento. Gli elogi, come accade in queste circostanze, sono doverosamente una cascata fiorita. Eppure, sempre distinguendo il giudizio sulla coscienza della persona e i suoi atti, c’è un esercizio di smemoratezza gravissimo.
Noi non abbiamo il diritto di dimenticare. Non abbiamo il diritto di occultare nella fossa comune dell’oblio i volti e i nomi-senza-nome delle vittime che il comunista Ingrao contribuì a liquidare. Lo fece asservendosi allo stalinismo da direttore dell’Unità e poi invocando, con il suo editorialista di punta, Giorgio Napolitano, lo schiacciamento coi carri armati della ribellione democratica di Budapest in nome della pace (sic!).
Oggi è uscita sulla Stampa una brillante intervista dedicata a Ingrao del Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano. Quando accenna a periodi critici, non parla di stalinismo, di benedizione degli assassini, anzi dell’incoraggiamento a perpetrarli, ma dei travagli del dopo Togliatti. “La più aspra polemica fu per l’XI Congresso nel 1966, due anni dopo la morte di Togliatti”.
Ah sì? E non avete discusso, magari litigato un attimino sulla sorte di Imre Nagy, impiccato con il voto favorevole di Togliatti? La critica più dura di Napolitano all’Ingrao di quei tempi? “Una certa tendenza schematica nell’analisi”.
Ricorrono i nomi che li hanno accomunati. No, Stalin non c’è, e neppure Zdanov o Berija, o Ponomariov, figuriamoci. Ma gli incolpevoli Montale, Ungaretti e Quasimodo. Ma certo, la tragedia immane del comunismo, il suo carico immenso di morti, che dall’Italia ha avuto l’accompagnamento con il flauto di Ingrao e Napolitano, è sistemato nella pozza delle cose da dimenticare, mentre che bello parlare di poeti, peraltro nessuno comunista, ovvio, tanto vale ripulirsi nei versi di Montale.
Ci rendiamo conto di essere sgradevoli. Ma non abbiamo il diritto di dimenticare. Non è giusto proprio per Ingrao, che pure alla fine della sua vita si è misurato con errori ed orrori, accostandosi alla religione.
Napolitano si accomuna a Ingrao, attribuisce a lui e a se stesso “un forte retroterra culturale e ideale”, lo taccia di “uomo di assoluta limpidezza morale, non ha mai combattuto battaglie per interessi o ambizioni personali”. Certo, solo per il comunismo.
Non per sé, ma per il comunismo. È stata una limpidezza morale dedicata a quella mostruosa macchina ideologica che ha ammazzato 120 milioni di persone. Il comunismo è stato questo, ed è scandaloso che, nelle pagine dei quotidiani di oggi e nei ricordi televisivi encomiastici di uno dei suoi protagonisti italiani, questo spaventoso macello e i suoi capi siano trattati all’ombra di albicocchi in fiore, o di delicati crisantemi.
Condoglianze per il defunto di cui non osiamo giudicare la coscienza, ma occasione per milioni di condoglianze che nessuno oggi ha fatto alle vittime del sogno di Ingrao e Napolitano. (qui)

Poi magari, per chi ha un po’ di tempo, potrebbe essere il caso di rileggere questo e questo.

barbara

TUTTO SCORRE…

Una volta raccontarono a Nikolaj Andreevič, in grandissimo segreto, che i medici sarebbero stati giustiziati coram populo, sulla Piazza Rossa, dopodiché il Paese sarebbe stato sicuramente sommerso da un’ondata di pogrom contro gli ebrei, e che quel momento avrebbe coinciso con la loro deportazione nella taigà e nel Karakum, alla costruzione del canale del Turkmenistan. Tale deportazione veniva attuata per difendere gli ebrei dalla giusta ma spietata ira del popolo; essa esprimeva il sempre vivo spirito dell’internazionalismo che, pur comprendendo l’ira popolare, non può tuttavia permettere il ricorso alla giustizia sommaria e alle azioni punitive.
Come tutto ciò che avveniva nel Paese, anche questa indignazione spontanea contro i sanguinosi crimini degli ebrei era stata ideata e pianificata in anticipo.
Allo stesso modo Stalin progettava le elezioni al Soviet Supremo: gli obiettivi venivano scelti in anticipo, si designavano i deputati, dopodiché aveva luogo, secondo il piano, la spontanea designazione dei candidati, la propaganda elettorale a loro favore e, infine si arrivava alle elezioni popolari. Allo stesso modo si indicevano tempestosi comizi di protesta, esplosioni d’ira nel popolo e dimostrazioni di fraterna amicizia; sempre allo stesso modo, varie settimane prima della parata festiva, ne veniva controllata la radiocronaca dalla Piazza Rossa: «Vedo in questo momento sfilare a gran velocità carri armati…». All’identico modo si descriveva in anticipo l’iniziativa personale di Izotov, Stakanov, Dusja Vinogradova, le adesioni in massa ai kolkoz, venivano nominati o rievocati i leggendari eroi della guerra civile, si stabilivano le richieste dei lavoratori di investire il salario in prestiti dello Stato, di lavorare senza giorni di riposo; allo stesso modo si dichiarava l’amore di tutto il popolo per il Capo, in anticipo si indicava quali fossero gli agenti segreti di Paesi stranieri, i sabotatori, le spie; dopodiché, nel corso di complicati interrogatori incrociati si sottoscrivevano protocolli dove ragionieri, ingegneri, giureconsulti – ancor di recente ignari di appartenere alla feccia controrivoluzionaria – confessavano poliedriche attività di spie terroristiche. Allo stesso modo venivano preparate lettere che madri dalla voce priva d’espressione leggevano dinanzi ai microfoni, rivolgendosi ai figli soldati; allo stesso modo veniva pianificato in anticipo l’impeto patriottico di Ferapont Golovatyj; così venivano nominati i partecipanti alle libere discussioni, se per qualche ragione occorrevano delle libere discussioni, si preparavano e accordavano in anticipo i discorsi dei partecipanti.
E improvvisamente, il cinque marzo, Stalin morì. Quella morte venne a intrufolarsi nel gigantesco sistema di entusiasmo meccanizzato, d’ira e d’amore popolare, stabiliti su ordine del comitato di rione.
Stalin morì senza che ciò fosse pianificato, senza istruzione degli organi direttivi. Morì senza l’ordine personale dello stesso compagno Stalin. Quella libertà, quella autonomia della morte conteneva qualcosa di esplosivo che contraddiceva la più recondita essenza dello Stato. Lo sconcerto invase le menti e i cuori.
Era morto Stalin! Gli uni furono presi da un sentimento di dolore: in alcune scuole gli insegnanti fecero inginocchiare gli alunni e, postisi loro stessi in ginocchio, spargendo lacrime diedero lettura del comunicato ufficiale sul decesso del Capo. Durante le assemblee funebri, nei ministeri e nelle fabbriche, molti furono presi da attacchi isterici, si udivano pianti convulsi e grida terrificanti di donne, alcune cadevano svenute. Era morto il grande Dio, l’idolo del ventesimo secolo, e le donne singhiozzavano…
Altri vennero presi da un senso di felicità. Le campagne, che soffocavano sotto il peso di piombo del pugno staliniano, tirarono un sospiro di sollievo.
Il giubilo invase milioni e milioni di persone rinchiuse nei lager.
Colonne di detenuti stavano andando al lavoro nel buio profondo. L’abbaiare dei cani poliziotto copriva il ruggito dell’oceano. E all’improvviso, come la luce dell’aurora boreale, cominciò a filtrare tra i ranghi: «È morto Stalin!». Decine di migliaia di persone sotto scorta si passavano l’un l’altro la notizia, sussurrando: «è crepato… è crepato», e quel sussurrare di migliaia e migliaia cominciò a fischiare come un vento. La nera notte regnava sulla terra polare. Ma il ghiaccio sul mare Artico si era rotto, e l’oceano ruggiva.
Non furono pochi, tra i dotti così come tra gli operai, coloro che a quella notizia mescolarono al dolore il desiderio di ballare dalla gioia.
Un turbamento si produsse nell’attimo in cui la radio trasmise il bollettino della salute di Stalin: «respirazione Cheyne-Stokes… urine… polso… pressione sanguigna…». Il capo divinizzato svelava d’un tratto la sua vecchia carne impotente.
Stalin è morto! V’era in quella morte un elemento di libertà repentina, infinitamente estranea alla natura dello Stato staliniano.
Quella repentinità fece tremare lo Stato, come lo aveva fatto tremare l’altra, piombatale addosso il 22 giugno 1941.
Milioni di persone vollero vedere il defunto. Il giorno dei funerali di Stalin non solo Mosca ma anche le province, le regioni, si precipitarono alla Casa dei Sindacati. La fila dei camion provenienti dalla provincia si allungava per molti chilometri. L’ingorgo del traffico raggiunse Serpuchov, dopodiché la paralisi bloccò l’autostrada tra Serpuchov e Tula.
A milioni si recarono a piedi verso il centro di Mosca. Torrenti di persone, quasi neri fiumi scricchiolanti nel disgelo, si urtavano, si schiacciavano sopra le pietre, torcevano, spaccavano le macchine, scardinavano portoni di ferro. Quel giorno morirono a migliaia. Il giorno dell’incoronazione dello zar sulla Chodynka sbiadisce se paragonato al giorno della morte del russo dio terreno: il butterato figlio di un ciabattino della città di Gori.
Sembrava che la gente andasse a morire sotto la spinta di un incantesimo, votata al sacrificio da una mistica cristiana o buddhista. Come se Stalin, il grande pastore, finisse di sterminare le pecorelle – che non gli era riuscito di acciuffare -, postumamente eliminando l’elemento della casualità dal suo minaccioso piano generale.
Radunatisi in seduta, i compagni e collaboratori di Stalin lessero mostruosi comunicati delle milizie moscovite, degli obitori – e si scambiarono occhiate. Il loro smarrimento si fondeva con la sensazione, nuova per loro, di non provare più paura dinanzi all’ira inevitabile del grande Stalin. Il padrone era morto.

Il cinque aprile Nikolaj Andreevič svegliò la moglie, al mattino, con un grido disperato:
«Maša! I medici non sono colpevoli! Maša, li avevano torturati!».
Lo Stato riconosceva la sua orribile colpa, riconosceva che ai medici detenuti erano stati applicati metodi vietati negli interrogatori.

Unione Sovietica. Centinaia di milioni di persone costrette a vivere, per decenni, nella morsa del terrore. Decine di milioni di morti. Decine di milioni di deportati. Fame. Quella al di là di ogni immaginazione. Quella che acceca e toglie la ragione. Quella che giunge a condurre a uccidere i propri figli e mangiarli. Fame programmata a tavolino allo scopo preciso di uccidere milioni di persone. E milioni di ebrei perseguitati, deportati, assassinati. E il famigerato “complotto dei medici ebrei”…
È un romanzo, questo di Vasilij Grossman, ma vi troviamo dentro la Storia, e chi ha apprezzato il suo bellissimo Vita e destino, apprezzerà sicuramente anche questa sua ultima opera, sorta di testamento spirituale.

Vasilij Grossman, Tutto scorre…, Adelphi
tutto-scorre-grossman
barbara

AMA IL FUTURO

Che sarebbe una cosa, libro e CD, pubblicata da Feltrinelli, su Ai Weiwei, quel poliedrico artista e dissidente cinese a cui hanno chiuso il blog e poi lo hanno messo in galera e poi gli hanno dato una multa pari a circa un milione e mezzo di euro e un po’ di queste cose le avevo lette in giro e così quando ho visto il libro sullo scaffale della libreria mi era sembrato che fosse una buona idea prenderlo. Mi era. Perché il libro comincia con una intervista che dire che due palle dovrebbe rendere l’idea ma invece non la rende mica, perché altro che due palle, saranno almeno una dozzina, e di una cretinitudine che se lo fate fare come esercitazione ai bambini delle elementari non ci riescono mica, a fare domande e commenti altrettanto cretini.

Incredibile!
Trovo interessante che il blog sia cominciato con una frase scritta.
Anche tu trovi che, rispetto agli inizi del Ventesimo secolo, ora ci sia un rapporto meno stretto tra arte e letteratura?
Come definiresti la poesia?
Trovo affascinante che tu, come rarissimi altri artisti, sia riuscito a sviluppare una vera pratica architettonica, accanto a quella artistica.
È estremamente affascinante. Quindi per te Wittgenstein [il filosofo, ndb] è stato molto più importante di qualsiasi architetto?
È un’ottima rivista.

Poi c’è una roba che non mi ricordo più, poi qualche pagina dal suo blog e poi un po’ di articoli di Mauro Del Corona pubblicati sul Corriere della Sera. Insomma, se lo volete comprare, per carità, siamo in democrazia, non vengo mica a prendervi a botte, però insomma vedete voi.
amailfuturo
barbara

I RACCONTI DELLA KOLYMA

Questo invece non è un romanzo: è una raccolta di ricordi personali di chi nell’inferno della Kolyma ci è stato per diciassette anni: lavorare a quaranta, a quarantacinque, a cinquanta gradi sottozero – perché la Kolyma è oltre il circolo polare artico, dove è normale vedere, in pieno luglio, paesaggi così:
Kolyma 5.7
–  vedere i propri compagni morire, uno dopo l’altro, di fame, di freddo, di malattia, o assassinati per capriccio; con due consapevolezze: che il prossimo potresti essere tu, e che la tua condanna, senza formalità e senza spiegazioni, può essere aumentata, raddoppiata, prorogata all’infinito fino alla pura e semplice cancellazione della scadenza – cosa che, senza il provvidenziale aiuto di una persona che aveva un favore da ricambiargli, sarebbe accaduta anche a Šalamov.
Credo che la cosa migliore, per dare un’idea, sia riportare alcuni passi della postfazione.

Varlam Tichonovic Šalamov nacque nel 1907 a Vologda. A Mosca, dal 1924, lavorò per due anni come conciatore; si iscrisse poi alla facoltà di Diritto Sovietico ma continuò a coltivare il suo vivo, precoce interesse per la letteratura. Il 19 febbraio 1929 fu arrestato per aver diffuso la «Lettera al Congresso» di Lenin e condannato a tre anni di reclusione in un campo di concentramento degli Urali Settentrionali. Nel 1932 tornò a Mosca. Sei anni più tardi comparve sulla rivista «Oktjabr’» il suo primo racconto. La notte tra il 1936 e il 1937 fu nuovamente arrestato – «per attività controrivoluzionaria trockista» – e condannato a cinque anni di lavori forzati nelle miniere della Kolyma, la vasta e impervia regione che il fiume omonimo attraversa prima di sfociare nel Mare Siberiano Orientale. Nel 1942 la condanna gli venne prolungata «fino alla fine della guerra»; l’anno seguente, questa volta per aver sostenuto che Bunin era un classico russo, venne condannato ad altri dieci anni nell’«inferno» (così nel racconto «Il treno») della Kolyma. Ma la Kolyma – ha scritto Michail Geller nella prefazione alla prima edizione unitaria e pressoché integrale dei Kolymskie rasskazy apparsa in Occidente (1978, «Overseas Publications Interchange») – «non era un inferno. Era un’industria sovietica, una fabbrica che dava al paese oro, carbone, stagno, uranio, nutrendo la terra di cadaveri. Era una gigantesca impresa schiavista che si distingueva da tutte quelle conosciute della storia per il fatto che la forza-lavoro fornita dagli schiavi era assolutamente gratuita. Un cavallo alla Kolyma costava infinitamente di più di uno schiavo-detenuto. Una vanga costava di più». «L’esperienza di Šalamov nei lager» ha testimoniato Solženicyn «è stata più amara e più lunga della mia, e con rispetto riconosco che proprio a lui e non a me è stato dato in sorte di toccare il fondo di abbrutimento e disperazione verso cui ci spingeva tutta l’esistenza quotidiana nei lager». Non a caso, leggendo Una giornata di Ivan Denisovíc’, Šalamov scrisse a Solženicyn: «E come mai lì da voi va in giro un gatto nell’ospedale? Come mai non l’hanno ancora ammazzato e mangiato?». Per un reduce della Kolyma anche un gatto vivo era assurdo, impensabile. E a Pasternak, dopo averlo brevemente messo a parte di alcuni episodi della vita quotidiana alla Kolyma, Šalamov scrisse: «L’essenziale non è qui, ma nella corruzione della mente e del cuore, quando giorno dopo giorno l’immensa maggioranza delle persone capisce sempre più chiaramente che in fin dei conti si può vivere senza carne, senza zucchero, senza abiti, senza scarpe, ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore né senso del dovere. Tutto viene a nudo, e l’ultimo denudamento è tremendo. La mente sconvolta, già attaccata dalla follia, si aggrappa all’idea di “salvare la vita” grazie al geniale sistema di ricompense e sanzioni che le viene proposto. Questo sistema è stato concepito in modo empirico, giacché è impossibile credere all’esistenza di un genio capace di inventarlo da solo e d’un sol colpo.  Perdonatemi se vi parlo di cose così tristi ma vorrei che aveste un’idea più o meno corretta di questo fenomeno capitale e singolare che ha fatto la gloria di quasi vent’anni di piani quinquennali e dei grandi cantieri che vengono definiti “audaci realizzazioni”. Giacche non v’è una sola costruzione importante che sia stata portata a termine senza detenuti, persone la cui vita non è che un’ininterrotta catena di umiliazioni, la nostra epoca è riuscita a far dimenticare all’uomo che è un essere umano…». Fu un medico detenuto, A.M. Pantjuchov, che salvò la vita a Šalamov: nel 1946, rischiando la propria carriera, lo destinò ai corsi di addestramento per infermieri che si tenevano nell’Ospedale centrale, sulla «riva sinistra» del Kolyma. Liberato dal lager nel 1951, lo scrittore poté tornare a Mosca solo nel dicembre 1953 e per due giorni soltanto (come ex detenuto gli era vietato di risiedere nelle città con più di mille abitanti). Nella capitale rivide la moglie e la figlia, da cui era però destinato ad essere diviso per sempre; incontrò Boris Pasternak, con cui era entrato in corrispondenza nel marzo 1952. Stabilitosi nella regione di Kalinin, iniziò a scrivere I racconti della Kolyma. Nel luglio 1956, riabilitato, poté far ritorno nella capitale. Dal 1961 al 1967 videro la luce tre sue raccolte di poesie, ma i racconti sulla Kolyma gli venivano puntualmente restituiti dalle redazioni di riviste e case editrici. Altrettanto dolore provocò in lui il destino dei suoi racconti all’estero, dove per lunghi anni vennero pubblicati in modo sparso e frammentario, secondo approssimativi criteri filologici, come ai tempi del samizdat avveniva di frequente per gli scritti che riuscivano a filtrare dalle ferree maglie della cortina di ferro. L’interesse che l’Occidente manifestò subito per la sconvolgente testimonianza artistica di Šalamov impensierì le autorità sovietiche, che nel 1972 costrinsero lo scrittore in disgrazia a sconfessare i Racconti della Kolyma con un documento in cui tra l’altro affermava che «la loro problematica era stata superata dalla vita», dal XX Congresso del Pcus. Gravemente provato nel fisico dagli anni di lager e nello spirito dagli anni di «libertà», Šalamov non smise di scrivere. […] Nel 1973 terminò il lavoro sulla vasta e agghiacciante epopea della Kolyma, […] I racconti della Kolyma, titolo divenuto canonico per l’intero corpus dei racconti. […] Varlam Šalamov morì il 17 gennaio 1982 nella casa di riposo in cui il Litfond lo aveva fatto ricoverare nel 1979. Nel suo paese una scelta dei Kolymskie rasskazy comparve per la prima volta nel 1988, sulle pagine della rivista «Novyj Mir». Il testo integrale russo ha visto la luce a Mosca nel 1992, per le edizioni Russkaja Kniga, in due volumi. La traduzione italiana si basa su quest’ultima pubblicazione e presenta un’ampia scelta dai quattro «libri» che costituiscono il nucleo fondamentale dei Racconti della Kolyma.

I Racconti della Kolyma sono davvero agghiaccianti: per la durezza delle condizioni di vita, per l’efferatezza dei carnefici, per la disumanizzazione del sistema, e davvero non hanno niente da “invidiare” ai più noti campi di concentramento e di sterminio nazisti. E tuttavia questo libro, giustamente da più d’uno definito capolavoro, è talmente bello che si può e si deve leggere.

Varlam Šalamov, I racconti della Kolyma, Adelphi
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barbara

CARNEFICI E VITTIME

Il 9 febbraio 1938, Goldfarb, giudice istruttore, avendo io rifiutato di scrivere sotto dettatura false deposizioni, contenenti accuse contro una persona a me sconosciuta, mi insultò, bestemmiò, strepitò, e alla fine mi informò che avrebbero arrestato mia moglie col bambino appena nato. Il 27 febbraio 1938, lo stesso giudice istruttore, rifiutandomi ancora di sottoscrivere deposizioni false, dopo avermi gridato parole oscene, mi torturò, fratturandomi le ossa. Quindi, minacciò di farmi fucilare, mentre io ero ridotto quasi allo stato di incoscienza. Lo stesso fece in modo che io potessi sentire le urla e il pianto disperato di mia moglie, arrestata, interrogata, insultata. Mi giunse alle orecchie anche il pianto del mio bambino lattante … Il giudice disse che avrebbe arrestato la mia vecchia madre e mia sorella … L’11 marzo del 1938, il medesimo magistrato  aprì la porta, mostrandomi mia madre di settantatré anni, arrestata, in catene e interrogata con l’accusa di spionaggio… Il 2 aprile 1938, il giudice istruttore fece in modo che io potessi sentire l’interrogatorio di mia sorella Ianina, alla quale veniva minacciato l’arresto della figlia, cioè di mia nipote … Il 3 aprile 1938, il giudice mi minacciò di condurmi subito nel sotterraneo del carcere Butyrskaja, per torturarmi, spezzarmi altre ossa e costringermi, così, a firmare le false deposizioni. Mi disse: tua moglie e il lattante sono agli arresti, e così la tua vecchia madre. Tua sorella e tua nipote ti hanno rinnegato. Obbedisci e firma, se no sarai massacrato di botte e, poi, fucilato. Alla fine ero ridotto in uno stato di abulia e di delirio. (pp. 373-374)

Carnefici e vittime è uno spietato resoconto dell’annientamento del comunismo mondiale nell’Unione Sovietica di Stalin, per mezzo delle famigerate “purghe”: accuse deliranti, processi farsa, “confessioni” di giganteschi complotti, di avere acquistato armi per uccidere Stalin, di avere spiato per conto di potenze straniere… Qui, in particolare, è sotto la lente l’annientamento del comunismo italiano, ossia l’eliminazione fisica di molti dei ferventi comunisti italiani riparati in Unione Sovietica per sfuggire alla dittatura fascista. Il tutto con l’attiva complicità di Togliatti, Roasio e Robotti. Libro documentatissimo, con riproduzione dei verbali degli interrogatori e testimonianze dirette. Il linguaggio, soprattutto l’aggettivazione, a volte risente un po’ dello spirito “da crociata” che muove l’autore, ma vale davvero la pena di sopportare questo piccolo fastidio per avere un’idea concreta di quale inferno sia stato il paradiso in terra del comunismo reale.

Giancarlo Lehner e Francesco Bigazzi, Carnefici e vittime, Mondadori
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barbara

QUALCHE RIFLESSIONE SU TERRORISMO, COMUNISMO, ANTISEMITISMO E AFFINI

Nel mio solito andare a vedere le notizie sui giornali on-line sono incappato in diversi filmati-reportage dei funerali dell’ex brigatista rosso Prospero Gallinari. A parte il triste squallore (il ritrovarsi dei suoi ex compagni di lotta accanto al feretro mi ha ricordato la cena degli “alunni del T. Tasso anno 1963”, cui, improvvidamente e in preda a demenza senile, ho partecipato, forse vittima del voler rivivere vecchi tempi andati), mi ha colpito che sulla bara vi fosse, oltre ai garofani rossi, la bandiera palestinese e, ancora una volta mi è venuta da pormi la solita domanda: “per quale motivo la sinistra, senza alcuna remora e perplessità, sposa la “causa palestinese”?
Messa da parte la questione se le BR fossero di sinistra e se non si siano mai poste la domanda sulla a-storicità delle loro azioni “rivoluzionarie” e se non facevano in verità il gioco del capitalismo che affermavano di voler abbattere (anche allora non escludevo l’ipotesi che fossero pilotate, in modo più o meno inconsapevole, dalla destra internazionale, visto che Moro, a parte il suo ibridismo, dava fastidio a molti per il supposto compromesso storico, ho cercato di vederne gli ipotetici motivi.
Il primo antisemitismo di sinistra potrebbe essere individuato negli illuministi del 700 che, vedendo nell’ebraismo l’origine delle religioni oscurantiste (in primis il Cristianesimo), in linea con i dettami della rivoluzione francese, invitavano gli ebrei a rinunciare alla loro identità, annullarsi ed assimilarsi totalmente.
In seguito Marx, ebreo convertito al protestantesimo, nonostante le analisi storiche corrette, non si chiese come mai tra gli ebrei fosse diffusa la pratica del prestito del denaro e li accusò di perseguire i fini del capitalismo, riscuotendo consensi tra le avanguardie rivoluzionarie. Che tra i regnanti della Grande Russia e dell’impero austroungarico fossero diffusi sentimenti antiebraici non c’è da stupirsi, tra gli ebrei lì dispersi era molto diffuso il Frankismo, una ideologia misticheggiante avente una forte connotazione anarcoide, e da qui il confluire di molti di essi nelle file dei movimenti rivoluzionari e per non rinunciare alla propria identità diedero corpo ad una propria organizzazione: il Bund. Iniziano a quel punto i primi problemi antiebraici in seno alla sinistra. Lenin sarà un grande oppositore del Bund (lo accusava di spaccare l’unità del proletariato e di essere anti-internazionalista) e, in seguito, Trotsky, ebreo non praticante, con la sua teoria della rivoluzione permanente, caratterizzata da legami che risentono della Kabbalà frankista – sabbatiana, sarà visto da Komintern come un pericoloso nemico da eliminare-mettere a tacere.
Il Bolscevismo ottiene il potere e i partiti Comunisti europei si identificano con la rivoluzione sovietica e i suoi dettami.  Sale al potere Stalin che, avendo studiato in gioventù in seminario, è impregnato della cultura antiebraica tipica del clero russo il quale, in linea con l’antisemitismo cristiano delle origini, non ha mai mosso un dito in opposizione ai pogrom e spesso, anzi, in difesa del potere costituito ha chiamato il popolo a raccolta accanto a sé agitando la bandiera dell’ebreo affamatore ed origine di tutti mali.
Quando nel 48′ si prospetta l’idea di ri-creare lo stato di Israele, laico con un substrato socialisteggiante che, in alcune sue strutture, ricalca la formula organizzativa dei Kolcotz sovietici (non stiamo a sottilizzare su cosa veramente erano e come furono istituiti), Stalin, ipotizzando la possibilità di crearsi un alleato da opporre all’espansionismo britannico nel Nord Africa e di esercitare un controllo sul Canale di Suez, ne appoggia fermamente la nascita, ma quando Nasser cerca di creare la RAU il Partito Comunista dell’Unione Sovietica muta politica, visto che essere alleati di una coalizione di più stati arabi è più vantaggioso che appoggiare uno stato piccolo, povero e, per di più, senza petrolio. Il suo fine è solo di allargare la zona di influenza del Patto di Varsavia.  È a questo punto che dall’URSS, “faro” del comunismo internazionale (si fa per dire) si propagano le fole di Israele focolaio del capitalismo e del popolo palestinese defraudato.
In questo contesto quello che non viene mai preso in considerazione dai sinistresi è che alla base di tutte le “rivendicazioni palestinesi”, a parte le bugie di partenza, vi sia unicamente l’Islam con il sogno di istituire ovunque la sharia e di rifondare il Califfato, quindi un ideologia strettamente nazional-religiosa, per di più oscurantista, e non sociale.

Prima notazione a margine
Alla sinistra, dopo la Shoa, andava bene l’ebreo perseguitato da difendere e compiangere nelle sue sofferenze. Tutto è cambiato da quando ha osato difendersi (1967) e, da allora, identificato come il male supremo.

Seconda notazione a margine
Il fenomeno degli “odiatori di sé”, contrabbandato sotto la forma di una (prezzolata) obiettività e correttezza ideologica, non è nuovo e, spesso, nasconde logiche opportunistiche in difesa del proprio orticello e privilegi (essere ben accetto da chi detiene il potere e riscuotere applausi). Il primo caso? Paolo di Tarso.

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Questa riflessione è stata scritta a caldo, subito dopo la morte di Gallinari e la visione dei filmati del funerale. Poiché lo trovo interessante, con l’autorizzazione dell’autore lo propongo anche ai miei lettori.

barbara